Archivi per la categoria ‘Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea’

Corviale – Si prova a fare sul serio!

14 Novembre 2019

Sembra finalmente essere entrato nel vivo il progetto di recupero del Corviale, il famoso complesso di edilizia popolare completato nel 1982 e a da subito oggetto di critiche e polemiche per la sua forma e le sue notevoli dimensioni (una stecca lunga 950 m), ma anche a causa delle occupazioni abusive che hanno compromesso il programma funzionale caratterizzato dal “Quarto piano”, lo spazio pensato dal team di progettisti guidati da Mario Fiorentino per ospitare servizi e spazi collettivi.

Su Internazionale Francesco Erbani  prova a tracciare il punto sullo stato di attuazione del progetto di recupero redatto da Guendalina Salimei (T-Studio) in base ad un concorso del 2008 e che ha visto l’avvio dei lavori a inizio anno .

Il Corviale è un edificio simbolo, portatore di molte contraddizioni; un edificio che non lascia indifferenti e che trova difensori e critici feroci in ogni livello sociale, sia tra gli abitanti che tra gli addetti ai lavori.

C’è chi vorrebbe vederlo demolito  e chi ne difende il valore architettonico. Di certo nessun programma di recupero potrebbe fare a meno di considerare le esigenze degli abitanti, oggi ridotti a cinquemila; una enormità, un piccolo paese impossibile da ricondurre ad un filo unico o ad uno stereotipo, come spesso si tende a fare. Cinquemila storie indipendenti, cinquemila esigenze di vita. Sicuramente c’è disagio sociale al Corviale, ma anche tanta “normalità” come spesso gli abitanti rivendicano.

Il progetto di recupero non è il solo che sta interessando il Serpentone, oltre al progetto di Salimei c’è anche il progetto redatto da Laura Peretti , sulla base di un bando dell’Ater, che riguarda il sistema urbano circostante; segno evidente di come recuperare il Corviale sia una operazione difficile e complessa anche solo dal punto di vista architettonico.

La buona notizia è che i lavori sono partiti e grazie al contributo della Terza Università si è attivato anche un laboratorio di ascolto e mediazione sociale  che ha il compito di ascoltare le esigenze degli abitanti e mediare con i soggetti coinvolti nella esecuzione delle opere (l’Ater, La Regione Lazio, le imprese).

“Insieme all’intervento architettonico ne è stato avviato anche uno di ascolto e di mediazione che sembra ereditato dalle pratiche degli assistenti sociali che negli anni cinquanta aiutavano chi entrava in una casa popolare non avendo mai abitato in un condominio, non avendo mai visto una vasca da bagno e provenendo da una campagna meridionale o da una baracca. E invece quello di Corviale è un esperimento, una specie di prototipo. Si cercano le forme migliori per evitare conflitti in una periferia tra le più roventi, dove si fronteggiano la drammatica emergenza abitativa, il disagio e il senso acuto di essere esclusi da tutto. E si cercano soluzioni prima che a pensarci siano i blindati della polizia, come è avvenuto in altri quartieri di edilizia popolare romana, a Tor Sapienza o a Torre Maura, dove le proteste degli abitanti contro migranti o famiglie rom sono state fomentate da gruppi di estrema destra.”

“Sara Braschi e Sofia Sebastianelli hanno capito che tra i bisogni di chi abita a Corviale spunta il tenere desta la memoria di sé e del luogo, il non disperdere una storia insieme ai calcinacci di un appartamento che non c’è più. E così, coordinate da Francesco Careri, hanno cominciato a raccogliere immagini degli alloggi come erano stati attrezzati da chi, abusivamente, li aveva adattati alle proprie esigenze. Un repertorio utile anche per la ricerca universitaria.

La convenzione tra l’università e la regione Lazio dovrebbe durare tre anni, il tempo del cantiere al quarto piano. Ma Corviale è una macchina complessa, il libretto d’istruzioni s’è perso per strada e le energie vitali che popolano l’edificio tentano di recuperarlo. Tra i progetti che le due ricercatrici seguono uno riguarda proprio il cortile dove ha sede il laboratorio. L’hanno battezzato “La piazzetta degli artigiani”. Alcuni locali sono occupati, in uno c’è una stamperia d’arte, in un altro si restaurano mobili, in un altro ancora una sartoria. C’è chi dipinge o fa l’incisore. Alcuni ragazzi di Corviale sono coinvolti in queste attività, in altre operano ex detenuti.”

la sensazione è che chi ha il potere di prendere una decisione sembra avere finalmente imboccato un percorso positivo, stanziando fondi adeguati e sostenendo con decisione le scelte prese.

“La storia di Corviale è intessuta di sfiducia. Venuto meno l’impianto comunitario, sconcertati dai lunghi ballatoi che avrebbero dovuto interpretarlo, molti abitanti – legittimi o meno – hanno riadattato l’edificio, hanno spezzettato quel corridoio, costruito grate agli ingressi, hanno chiuso ballatoi e piazzato cancellate. Ha vinto una pulsione privatistica. Molti si sono tassati per pulire le scale, per riparare ascensori e citofoni. Sono nate diverse associazioni, sono spuntati dei comitati.

Da un lato si sono organizzate forme di partecipazione alle sorti dell’edificio, spesso vivaci e vitali, anche quando si è discusso dei progetti Salimei e Peretti. Di fronte all’edificio è molto attiva una biblioteca comunale intitolata a Renato Nicolini, l’architetto-assessore alla cultura nelle giunte Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli. Dal 2009 funziona il Calciosociale, con palestre e campi da gioco che coinvolgono molti ragazzi di Corviale e non solo. Dall’altro lato si sono formati piccoli e pericolosi potentati, che hanno gestito la compravendita di alloggi e un controllo serrato degli spazi.”

Leggi l’intero articolo sul sito di Internazionale 

 

A cura di Giulio Pascali

Editing e foto di Daniela Maruotti

 

 

 

THE TIDE: un nuovo parco pubblico lineare (o quasi)

2 Novembre 2019

Il Tide può giocare un ruolo unico nell’unire i Londinesi” Amy Frearson, direttore editoriale di Dezeen.

A Londra la nuovissima destinazione sul fiume è arrivata e aperta a tutti. Si tratta dei primi 5km di una strada panoramica con sculture, passaggi sopraelevati, aree di sosta e naturalmente caffetterie e ristoranti a cavallo del Meridiano di Greenwich.

E’ passato un decennio da quando l’High Line è stato aperto a New York e da allora gli architetti di tutto il mondo hanno cercato di replicarlo. Il parco di Greenwich, con il primo chilometro aperto al pubblico il 5 Luglio di quest’anno, non ne è una replica fedele, pur condividendone gli “ingredienti” vincenti come la presenza di percorsi sopraelevati a 9 mt di altezza tra le numerose rampe, scalinate e terrazze.

Questo parco attraverserà tutti e sette i nuovi quartieri della penisola con “un linguaggio ed un design unici” come ha detto Matthew Dearlove, capo della progettazione presso Knight Dragon, l’azienda che sta costruendo le opere della Penisola. Inoltre questo parco ha un waterfront di 2,5 km. Il che può attrarre i Londinesi a venire in quest’area, di solito solo frequentata per via dell’O2, ovvero il Millennium Dome, e indurli addirittura a spendere una giornata qui.

Una grande attrattiva è rappresentata da alcuni significativi pezzi d’arte installati da poco per arricchire il parco. Sono:

Mermaid (La Sirena), 2017, già esposta a Venezia;

Head in the Wind (Testa nel Vento), 2019, una sensuale opera pop appositamente realizzata per il parco,

Siblings (Fratelli), 2019, una grafica molto colorata applicata agli edifici, un bel contrasto con il grigio del tempo londinese.

Seafood Disco (Discoteca di Pesce), 2019, un tavolo da picnic di 27 m nell’area barbecue aperta agli abitanti del quartiere e ai visitatori.

Un altro interessante aspetto è costituito dal The Jetty, un giardino comune fluttuante, una sorta di grande serra dove è possibile frequentare workshop di giardinaggio, acquistare piante e/o semi e fermarsi alla caffetteria interna.

Ci sono molti sottili dettagli che lasciano pensare come poco sia stato lasciato al caso arricchendo sensibilmente il progetto. Si vedano ad esempio:

piante autoctone che coesistono assieme alle specie esotiche, ci sono le betulle bianche ed i pini, l’erba alta ed i fiori di campo;

sedute di legno (sedie, panche e sdraio), luogo ideale da cui godere il tramonto sull’acqua;

punti di ascolto per la meditazione dislocati lungo il percorso e, più in generale, dispositivi per rilassare chi frequenta il parco.

Un disegno ricorrente a strisce bianche e nere a terra assicura di non perdere mai la strada. Tuttavia in futuro il concetto di parco con un inizio ed una fine diverra’ via via sempre piu’ sfuocato.

Il Tide ha il potenziale di diventare qualcosa di mai visto a Londra e nel mondo, un parco che appartiene al suo tempo e proiettato verso il futuro

Testo e fotografie di Vita Cofano (2019).
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Museo Gassoso – Opening

Si è concluso oggi il workshop di 6 giorni (4-9 giugno 2019) dedicato alla realizzazione di un Museo Gassoso, organizzato a seguire un convegno internazionale, tenutosi dal 28 al 31 maggio 2019. Entrambe le iniziative si sono state ospitate dal Macro Asilo di Roma.

L’Architettura Gassosa è una proposta concettuale, operativa, interpretativa e metodologica per l’architettura futura ideata da Emmanuele Lo Giudice., nella quale l’Architettura, in questo caso specifico un museo, si compone e scompone continuamente agglomerandosi attorno alle opere esposte.

Durante il workshop sono state realizzate le tipologie realizzative alla base del Museo Gassoso. Amate l’Architettura, Media Partner del workshop ha visitato l’opera finita o meglio l’attuale configurazione del Museo Gassoso e ne ha colto alcuni aspetti attraverso gli scatti fotografici che qui vi riportiamo.

 

LA STRUTTURA GENERALE – il contenitore del progetto del Museo Gassoso.

Questa struttura è un mero contenitore dentro al quale è esposto il plastico del  museo gassoso che è osservabile attraverso degli appositi fori.

 

LA STRUTTURA MODULARE

Attraverso l’ideazione di un modulo bidimensionale componibile è possibile creare strutture contenitive-espositve infinitamente variabili e traforabili. Nelle foto è rappresentata una struttura a semicerchio, montata quasi come fosse un totem.

 

I moduli, realizzati tutti interamente con tecniche di piegature e tagli, possono essere assemblati e disassemblati facilmente, con la possibilità di sottrarne anche nelle parti centrali per la creazione di passaggi.

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA TRIDIMENSIONALE

È l’unica struttura con uno spazio interno (con eccezione del contenitore del progetto. In questa realizzazione le opere, degli schizzi, sono integrati con la struttura stessa.

Seguendo le caratteristica dei cartoni (la struttura è stata interamente concepita come un origami, senza collanti ma solo con incastri) la struttura ha seguito naturalmente le geometrie generate dai triangoli.

 

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA CURVILINEA

È l’unica struttura che utilizza esclusivamente superfici curve intersecate tra loro. Nella configurazione rappresentata in fotografia si snoda su un solo livello. In realtà può snodarsi su più piani, come è stata realizzata nei giorno precedenti.

Data la complessità di realizzazione è l’unica struttura nella quale i tagli strutturali sono stati operati in loco, manualmente.

 

 

 

I CANNOCCHIALI

All’interno dell’area del Museo Gassoso sono stati disseminati alcun cannocchiali che focalizzavano alcun punti nodali della esposizione.

 

 

I PROTAGONISTI. L’ideatore.

Emmanuele Lo Giudice, ideatore della Architettura Gassosa

 

GLI INTERVENUTI. Ecco alcune foto dei tutor, partecipanti e, tutti insieme, realizzatori, del Museo Gassoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto ed editing dell’articolo: Giulio Paolo Calcaprina ©2019. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

Stazione Oriente, atmosfere da fantascienza.

PREMESSA.

Questo articolo è basato esclusivamente su impressioni personali ed è strutturato come un gioco di arbitrari accostamenti visivi. Ogni riferimento a scritti, monografie sul maestro e riferimenti bibliografici è puramente casuale.

Di Santiago Calatrava si è scritto tanto. Tutti conoscono il suo riferimento alle forme organiche, l’influenza che ha avuto su di lui l’opera di Le Corbusier, il suo essere contemporaneamente (come il grande Corbu) artista ed architetto, tanto da disegnare a mano e dipingere le sue opere prima di trasporle in disegno tecnico, infatti tutti conoscono la storia di “Turning Torso”, l’edificio ispirato ad una scultura ideata da Calatrava, eppure, come in tutti progettisti e gli artisti, esiste una parte non definibile, un magma culturale e visivo, un humus culturale, che abbiamo sedimentato soprattutto nella parte della formazione giovanile e alla quale facciamo inconsciamente riferimento, esprimendola nelle opere della maturità.

Visitando la Stazione Oriente a Lisbona, opera anch’essa del maestro, inaugurata nel 1998, in occasione dell’Expo internazionale di Lisbona di quell’anno, si riceve una impressione diversa da quella provata in altre sue opere: un effetto straniante, metafisico.

Occorre dire che l’opera in realtà sembra divisa in due opere distinte: la parte superiore che rientra nella produzione corrente calatraviana: bianche strutture riferibili alle opere dell’architettura del ferro ottocentesca, ennesima variante di temi presenti in molte altre opere e la parte sottostante, in calcestruzzo a vista, dove invece spazi, atmosfere e uso della luce naturale sono un unicum tra le opere del maestro.

Grandi archi, volte, pilastri sovradimensionati e modellati, costoloni e passerelle aeree. Per non parlare di straordinari corridoi e passaggi in cui la luce, delicatamente distribuita dalle coperture o immessa morbidamente da pozzi di luce, modella le superfici in modo straniante donando, appunto, un’aria metafisica ad intere parti del complesso.


Una ricchezza tale di atmosfere e scenografie che attiva la mente e la memoria: dove può avere attinto, il Maestro, un patrimonio visivo e atmosferico così ricco? Forse la risposta va cercata al di fuori dell’ambito, seppur non ristretto, della Storia dell’Archtettura.

Grazie a questi scatti fotografici balza agli occhi che la stazione sembra un set di un film di fantascienza.
Potrebbe sembrare, superficialmente, che il riferimento possa essere Blade Runner, il film che nel 1982 ha cambiato la fantascienza e l’immaginario di tutti noi passando dalla visione di un futuro positivista ad un futuro apocalittico e decadente.

Eppure le architetture di Blade Runner sono cupe, un po’ retrò, non descrivono spazi e volumi ampi. Nelle scenografie del film la luce non modella le superfici, è piuttosto una scheggia artificiale che si incunea dentro, ferisce, gli interni che sembrano caverne decò.

Non è facile trovare un riferimento preciso, eppure l’atmosfera da Science Fiction pervade tutti gli scatti.

Come spunto di riflessione, confrontiamo un film da appassionati del genere del 1971 di George Lucas, un po’ dimenticato, chiamato in italiano l’uomo che fuggì dal futuro e in lingua originale THX1138, con le foto della stazione. Siamo proprio sicuri che l’inconscio di Calatrava non abbia attinto a lontane letture o visioni di fantascienza?

 

 

 

 

 

Tutte le foto della Stazione Oriente sono di Giulio Paolo Calcaprina, © tutti i diritti d riproduzione sono riservati.
I fotogrammi del film THX1138 sono immagini trovate su internet.

 

Direttamente dalla Biennale di Venezia, due nuovi appuntamenti a Roma sull’Architettura Gassosa di Emmanuele Lo Giudice

10 Gennaio 2019

“Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico” è un libro di Emmanuele Lo Giudice nel quale viene illustrata in forma grafica un’interessante teoria per l’architettura contemporanea, che vuole dare una risposta architettonica alle trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi decenni. Come ha affermato l’architetto Elena Padovani in un suo recente articolo, l’Architettura Gassosa è “perfettamente in linea con le trasformazioni della società contemporanea e delle sue nuove forme di vita, di lavoro, di relazione e delle dinamiche sociali in atto indotte dalla rivoluzione dei sistemi di comunicazione e connessione globale: si potrebbe dire “l’architettura ai tempi del digitale”.

Ma che cosa si intende per Architettura Gassosa? Come ha spiegato a Venezia nella sua conferenza del 9 Novembre la professoressa Tiziana Migliore, vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Semiotica Visiva: “Quando parliamo di Architettura Gassosa, noi non stiamo più facendo riferimento ad una definizione di architettura legata ad uno stato formale come nel caso degli stili, o di un’architettura definita attraverso il periodo in cui si realizza, come per esempio l’architettura fascista. Nel caso dell’architettura gassosa, noi stiamo passando ad una definizione e ad una possibilità di pensiero di un’architettura legata esclusivamente ai suoi processi.

 

Quella che ci troviamo davanti è una proposta per un’architettura che, come suggerisce il titolo stesso del libro, ricorda le proprietà tipiche di un gas: un’architettura capace di invadere gli spazi, creando sempre nuove relazioni le quali si modificano e si adattano al luogo e ai visitatori stessi. L’architettura in questo lavoro viene destrutturata e ridotta concettualmente nelle sue parti essenziali che vanno a costituire un sistema di relazioni di carattere narrativo, indipendente ed atmosferico.

Come ci ha raccontato Lo Giudice: Punto focale del progetto è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura contemporanea. L’architettura gassosa è l’architettura del dialogo, dello sharing, dell’interdisciplinarietà, sempre aperta e condivisa, sempre in continua attualizzazione, “in continuo update”. Non si lavora più su “solidi” oggetti monumentali, ma su un’architettura del vuoto, dello spazio che attrae e respinge le varie “particelle” che caratterizzano la sua condizione di materia fisica e spaziale. 

Presentata per la prima volta ad Aprile 2018 in Messico, in un congresso internazionale presso l’Università di Architettura di Xalapa, e pochi mesi dopo alla 16° Biennale di Architettura di Venezia, con un seminario ed un workshop nel padiglione spagnolo di Axtu Amann, l’Architettura Gassosa di Emmanuele lo Giudice, sarà questo mese tema di dibattito a Roma in due diverse occasioni.

L’11 gennaio alle 19:00 presso la Galleria Sinestetica, in viale Tirreno 70 a/b, con Elena Padovani dell’associazione Amate l’Architettura e Vincenzo Di Siena docente dell’IED di Roma, e il 27 gennaio alle 17:00 al Macro Asilo di Giorgio De Finis di Roma in via Nizza 138, con Massimo Mazzone professore dell’Accademia di Brera e Tiziana Migliore, vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Semiotica Visiva.

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 Giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – Edificio Plurifamiliare a Viterbo

30 Maggio 2018

Architettura Contemporanea nella Tuscia
91. EDIFICIO PLURIFAMILIARE, Via Vicenza, Viterbo.
La costruzione, con più di cinquanta anni di vita, ha delle soluzioni compositive estremamente efficaci. Una forte e positiva contraddizione è anche il forte contrasto tra il rigido prospetto scalettato su Via Vicenza e la sinuosa purezza del vano scala che ricorda molte formose architetture contemporanee.