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Playchef® – i vincitori del concorso.

Playchef® design#contest è stato per Amate l’Architettura una scommessa vinta. Volevamo dimostrare che con una procedura trasparente, quale quella adottata in questo concorso, è possibile selezionare i lavori migliori, che i concorsi, condotti secondo criteri di trasparenza ed equità, funzionano.

La qualità dei progetti premiati e menzionati ci ha ripagato del grande sforzo profuso, sia in fase di ideazione del concorso che di gestione.

Come ha dichiarato in una riunione il presidente della giuria Francesco Subioli: “il design non è più una prerogativa solamente del nord, si sta spostando al sud”.

Ebbene quella del presidente è stata una intuizione profetica: nonostante i vincoli stretti imposti dal concorso (ambito dei complementi per la tavola, ambito della cultura gastronomica campana, ambito delle tecnologie realizzative messe a disposizione), i progetti pervenuti sono stati tanti.

Tra questi, abbiamo premiato quelli più interessanti, più innovativi e più realizzabili.

 

Premesso tutto questo, abbiamo il piacere di pubblicare i vincitori del concorso Playchef®:

1° Premio a: SENNO’DESISTI, di Alfonso Angelone, con una media di 80,2 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria:”per la maggior aderenza alle linee del bando di concorso, innovazione sulla modalità di consumo di uno dei prodotti di eccellenza del territorio, design accurato e funzionale, utilizzo coerenti dei materiali e delle tecnologie di produzione”.

Sennòdesisti

2° Premio a: VESUVIO di mmcs architecture, capogruppo Maurizio Liccardo, con una media di 75,2 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per la contemporaneità e la bellezza delle forme, la citazione della morfologia di una delle icone più forti del territorio, la coerenza nell’uso dei materiali, l’innovazione funzionale suggerita dall’operatività dello chef”.

Vesuvio

3° Premio a: APERIELLO di Simone Sansone, con una media di 74,7 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per l’intuizione innovativa nella modalità di fruizione di un cibo tipicamente mediterraneo, la funzionalità minimalista dell’oggetto, la semplicità ed economicità di realizzazione”.

Aperiello

 

Oltre ai 3 premi assegnati, la giuria ha ritenuto di dovere assegnare altre due menzioni di merito ad altri due progetti di grande qualità che non potevano aspirare a competere per i primi 3 posti a causa di alcune lacune nei requisiti richiesti dal bando.

Menzione di Merito a: SCARPETTA di Claudio Persico, con una media di 74,6 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per la capacità di formalizzare un’abitudine quotidiana fortemente radicata nelle tradizioni locali”.

Scarpetta

Menzione di Merito a: KUMBH, di Orsola Iannone, con una media di 70,4 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per l’originalità della forma, il riferimento simbolico e l’innovazione nella disposizione dei complementi per la tavola”.

Kumbh

Qui la griglia completa di valutazione dei progetti.

 

PLAYCHEF® DESIGN#CONTEST – un concorso di food design

13 dicembre 2016

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A Napoli, presso la sede dell’Ordine degli Architetti, dal 15 dicembre 2016, si terrà la presentazione del concorso/contest playchef © design#contest, per la realizzazione di progetti riproducibili nell’ambito del Food Design.

Amate l’Architettura, Movimento per l’Architettura Contemporanea, ha seguito con interesse, fin dalla fase ideativa, la nascita di questo contest e ha scelto di esserne partner, con un membro in giuria.

Riteniamo, infatti, che questa iniziativa possa portare una grande innovazione e valore aggiunto al contesto culturale partenopeo e, più in generale, italiano, perché promuove conoscenza e approfondimento in un settore specifico del design – il Food Design – di grande potenzialità e prospettiva, e perché grazie a questa iniziativa affronta e crea una filiera nell’ambito del design autoprodotto: ideatore – artigiano/realizzatore – piattaforma “equa” di vendita.

Gli incontri formativi (per i partecipanti) introduttivi al concorso, la delimitazione all’uso di alcuni materiali legati alle capacità delle aziende di riferimento di produrre i prototipi ed i multipli, la scelta di promuovere una iniziativa in una città più legata alla tradizione culinaria ma assai meno all’innovazione, specialmente nel design, il coinvolgimento – per la prima volta – di attori nuovi e diversi della filiera della produzione e distribuzione di design, conferiscono una connotazione di carattere originale alla iniziativa, in questa sua prima edizione sperimentale.

Dalla nostra Associazione particolare attenzione è stata posta al bando, in quanto promosso dall’Ordine degli Architetti di Napoli, in cui è chiaro l’invito esplicito ai propri iscritti, a cui vuole dare valore in un periodo di crisi senza precedenti della professione, a esplorare nuovi ambiti e salti di scala nel know-how, nella cornice di una struttura straordinaria ed eccellente come quella dell’agroalimentare campano e, più in generale, italiano. Inoltre, atteso il carattere sperimentale dell’iniziativa, tutti i punti del bando, finalità, criteri di valutazione, composizione della giuria, premi per i vincitori, sono stati verificati nella corrispondenza ai principi di etica, nell’ambito dell’architettura e del design, che Amate l’Architettura promuove con particolare determinazione da quasi un decennio.

IL TEMA DEL CONCORSO.

Tema del concorso è la realizzazione di un progetto di Food Design che sia riproducibile, sostenibile, che sappia innovare, che riesca a reinterpretare l’identità territoriale campana, esprimendo insieme tradizione e contemporaneità. L’oggetto deve divenire strumento per innescare una interazione “ludica” tra fruitore e cibo. Deve indurre gesti, azioni inedite, suggerire nuove modalità di fruizione e innovazione nella preparazione e trasformazione del prodotto edibile. Il prodotto/progetto dovrà rientrare nella categoria complementi per la tavola (es. piatti, piatti da portata, vassoi, alzate, accessori per la tavola, accessori per aperitivo etc.) e potrà essere realizzato in: pietra acrilica naturale (Solid Surfaces|Corian), metacrilato, legno massello, legno multistrato, pannelli Medium Density (MDF), metalli (acciaio, ferro, alluminio, composito) utilizzati da soli o combinati tra loro. I premi, grazie ad i partenariati attivati con le istituzioni, con l’università e con aziende di produzione e commercializzazione design oriented, consisteranno in somme in denaro, nella realizzazione di multipli di design dei progetti presentati e nella presenza gratuita dei prodotti su una piattaforma e-commerce dedicata alla promozione ed alla vendita di serie limitate di design. Tutte le informazioni potranno essere raccolte visitando i siti web:

www.na.archiworld.it

resarchitettura.wixsite.com/resarchitettura

www.oxalab.com

Di seguito il programma della presentazione del 15/12/2016 presso l’Ordine degli Architetti di Napoli:
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UNA PORTA PER L’UMBRIA – intervista ai progettisti del nuovo P.I.T. di Terni

19 novembre 2016

Il Comune di Terni ha promosso un’opera strategica per il futuro assetto della città e dell’Umbria del sud: una passerella pedonale sopra la stazione ferroviaria che, mettendo in comunicazione aree destinate a parcheggi e aree per nuove attività strategiche con il centro città, diventerà la nuova spina dorsale dell’espansione ternana. Amate l’Architettura ha seguito fin dall’inizio questa interessante iniziativa e ha incontrato questa estate – in cantiere – i progettisti: l’architetto Renato Benedetti, vincitore del concorso internazionale indetto da Comune e l’ing. Loris Manfroni, che ha progettato le strutture.

Un nome italiano ma un accento inglese, come mai?

Benedetti: Io sono italo-canadese, nato in Canada. I miei genitori sono italiani.

Genesi di questo progetto: come lo avete affrontato?

Benedetti: Era un concorso internazionale, landmark per Terni, sia per l’Umbria che fosse sia una porta di accesso per le colline retrostanti, ma anche che aprisse Terni verso Roma.

L’idea è stata di trovare un nuovo tipo d’identità con una corrispondenza pratica, una connessione rigenerante tra il centro cittadino e la stazione.

 

Formazione canadese ed esperienza anglosassone. Già due ponti realizzati. Qui, tuttavia, siamo in un contesto diverso, un contesto internazionale. Ha influito tutto ciò nel progetto?

Benedetti: Il modo con cui abbiamo approcciato il progetto è sicuramente internazionale, dato che sono di origine italiana, sono infatti nato in Canada e ho sviluppato l’esperienza lavorativa in Inghilterra, infatti Benedetti Architects è a Londra.

Al principio abbiamo lavorato con Arup di Londra e in seguito abbiamo collaborato con un ingegnere strutturista italiano (Manfroni Engineering Workshop ndr). E’ stata realmente una collaborazione internazionale. Non abbiamo avuto un approccio come quello dell’architetto che ha una soluzione e poi qualcun altro si occupa della parte ingegneristica. Gli ingegneri, gli architetti, l’idea, sono complementari. Inoltre, sopra a tutto, c’è stata l’idea urbana: noi abbiamo realizzato un’infrastruttura per la città, non solo per la stazione ferroviaria. Un posto dove stare che diventa un’idea urbana più ampia.

Abbiamo imparato, partendo dal contesto inglese, che costruire in Italia è completamente differente. Come stranieri, abbiamo la libertà di conoscere un nuovo posto da vicino senza pregiudizi .

Infatti, come straniero, all’inizio non conosci nulla di Terni prima di arrivarci, e ti concentri sullo scoprire esattamente di che cosa Terni ha bisogno.

Anche l’approccio collaborativo con il Committente, in questo caso con Roberto Meloni (Responsabile Unico del procedimento per il Comune di Terni ndr) è stato fondamentale per trovare le soluzioni per il ponte e per questa città.

 

Avete visitato Terni durante il concorso?

Benedetti: Certamente, noi non potevamo partire – ed è impossibile per noi – senza vedere il sito ed il contesto reale. Non abbiamo avuto un approccio astratto al progetto.

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Entriamo ora nel dettaglio dell’argomento. Noi vorremmo conoscere quali sono state le innovazioni tecnologiche introdotte in questo progetto.

Benedetti: All’inizio abbiamo lavorato insieme per trovare l’idea, che avesse una valenza architettonica e urbanistica insieme, di lettura del contesto, di cosa volevamo tentare di fare. In quel momento è impossibile fare un “salto in avanti” e fare partecipare gli ingegneri al confronto. L’innovazione tecnologica, che vi sarà descritta più in dettaglio da Loris (Manfroni ndr), è legata ai vincoli dati dal contesto ferroviario, quali il passaggio dei treni, i binari che definiscono in modo preciso le zone per gli appoggi e la conseguente lunghezza delle campate del ponte, ma anche dal punto di vista scultoreo, da come potevamo avere una infrastruttura di 80 metri con una “espressione” ingegneristica che fosse anche un oggetto che avesse una valenza di nuovo landmark, di nuovo simbolo dove gli anelli – sembrano aureole di angeli – che tengono i cavi a sorreggere la struttura, fossero qualcosa di “molto leggero”.

La presenza di questi cerchi nel tripode nasce da una esigenza formale, di rendere unico questo landmark, o da una esigenza strutturale?

Benedetti: entrambe.

Manfroni: La scelta iniziale architettonica è stata decisiva anche per un aspetto strutturale. Di fatto gli anelli hanno funzioni strutturali importanti: servono per raccogliere tutte le funi che dovranno sorreggere l’impalcato. Questa funzione strutturale è diventata significativa fin dal momento in cui abbiamo cominciato ad analizzare il ponte. Tra l’altro essi servono anche per collegare strutturalmente i tre elementi verticali da cui è nato il nome iniziale, il tripode. Quindi hanno costituito un rinforzo, dal punto di vista strutturale, estremamente significativo e, direi, indispensabile.

 

Normalmente un ponte strallato ha dei piloni che reggono gli stralli qui non abbiamo dei piloni bensì un tripode che ha degli elementi circolari e questi servono…

Manfroni: l’elemento fondamentale è il tripode che è anche un grande pilone centrale costituito, nella sostanza, da tre elementi distinti, e che in questo modo è stato alleggerito moltissimo rispetto ad un più tradizionale pilone unico che sarebbe stato decisamente molto più grande e di maggior impatto estetico. Esso non segue la tradizione delle costruzioni di questo tipo che generalmente vediamo attorno a noi, cioè quello di avere degli elementi regolari posti alle estremità del ponte e poi degli stralli, cioè delle funi, che arrivano all’interno del ponte. In questo caso il tripode è diventato un elemento veramente significativo dal punto di vista iconografico ed è diventato anche l’elemento fondamentale nella decisione delle scelte strutturali, perché oltretutto non potevamo avere altre posizioni dove inserirlo: sotto i nostri piedi (eravamo sulla passerella, sopra i binari ndr) non c’era la possibilità di introdurre altri elementi per la presenza dei binari.

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In qualche modo era quasi una scelta obbligata.

Manfroni: E’ diventata quasi subito una scelta obbligata, poi è diventata un mix di estetica architettonica e di scelte strutturali.

Benedetti: La forma, realmente, è una espressione scultorea dell’esigenza strutturale, del modo con cui i fruitori vivono un’esperienza con essa e l’organizzazione dei cavi è un dispositivo formale unificante.

Manfroni: la scelta architettonica iniziale non ha imposto una soluzione, uno schema precostituito per sorreggere il ponte, ma ha sfruttato questa idea che nel tempo è diventata un’icona ma anche l’elemento fondamentale per il ponte.

Benedetti: vorrei aggiungere una cosa: c’è un aspetto dinamico tra i tre elementi verticali del tripode, i due anelli che reggono i cavi e la curvatura del ponte. Non si ha mai la stessa vista. La struttura è in continuo mutamento. In effetti le parti dell’infrastruttura sono un intervento dinamico nella città perché, per gli utenti, la visuale cambia continuamente. Ecco perché si hanno delle curve. E’ un approccio dinamico, non statico.

E’ un’idea strettamente intrecciata di architettura, ingegneria ed urbanistica nel voler realizzare un’opera dinamica.

Vorremmo parlare di un tema importante per l’Italia: le modalità di realizzazione del progetto e del rispetto dei costi. Noi vogliamo capire se siete riusciti a rispettare il progetto nella fase realizzativa e se ci sono state delle varianti che hanno fatto aumentare sensibilmente i costi. Vorremmo anche capire come è stato il rapporto con l’amministrazione.

Benedetti: non posso parlare delle realizzazioni in Italia perché questo è il nostro primo progetto in Italia. Noi abbiamo lavorato in altri paesi, specialmente nel Regno Unito. Fin dal nostro primissimo incontro, che abbiamo avuto a Terni con l’amministrazione dopo che abbiamo vinto il concorso, in una o due settimane abbiamo avuto il contratto e abbiamo potuto leggere molto chiaramente i termini del contratto. La negoziazione non ci ha preso molto tempo e abbiamo avuto una fiducia immediata nell’amministrazione che è stata speciale, anche paragonata ad esperienze avute da noi in passato dal Regno Unito. Siamo andati “avanti, avanti, avanti” (in italiano ndr) perché gli amministratori sono stati molto professionali e chiari nei nostri confronti. Ci hanno sempre fatto avere fiducia nel fatto che il progetto sarebbe stato realizzato nel modo giusto

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Perciò l’amministrazione vi ha aiutato nello sviluppo del progetto?

Benedetti: Noi abbiamo presentato un progetto ma non conoscevamo ancora il Committente, non si ha modo di conoscerlo in un concorso. Loro ci hanno detto: “partite!”. Io vorrei dire che il Comune di Terni e Roberto Meloni in particolare, che è stato incaricato dal Comune (il Responsabile Unico del Procedimento ndr), è stato estremamente efficiente e chiaro fin dall’inizio e sempre coerente.

Il progetto non si è fermato mai, è andato sempre avanti nel modo corretto.

Per i costi, noi abbiamo espresso dei costi all’inizio e abbiamo ora dei costi a ponte costruito e, più o meno, stiamo all’interno dei costi previsti. Il lieve incremento dei costi è dovuto solo a problemi reali, come la difficoltà di lavorare di notte o con i treni che passano. C’è stato un incremento di costi ma contenuto entro una percentuale estremamente ridotta.

 

Una semplice domanda. Pensate che sia un ponte costoso o poco costoso?

Benedetti: Questo ponte è al di sotto della media dei costi di ponti di questo tipo in Europa. E’ nella fascia bassa. Noi abbiamo avuto inoltre la complicazione di venire a lavorare direttamente dentro la stazione. Normalmente nella realizzazione di un ponte si va tra due punti e non si hanno strutture esistenti con cui avere a che fare. In questo caso è stata una complicazione il fatto che il ponte arrivava direttamente nella stazione ma, nonostante questo, siamo al di sotto della media dei costi europei per ponti di questo tipo. Credo che questo sia perché noi abbiamo progettato il ponte per essere economico e “scremato” sin dall’inizio. E’ molto leggero perché ogni sua parte fa il suo lavoro e questo è quello che dona eleganza all’ingegneria. Gli ingegneri hanno ridotto al minimo ogni cosa, ecco perché lo definisco metaforicamente “scremato”. Questo è importante perché ha rassicurato il comune di Terni che ogni cosa sarebbe andata avanti nei tempi programmati e soprattutto all’interno dei costi programmati. E’ una bella sicurezza, anche per la città, perché questa parte di infrastruttura è stata progettata pensando ad altre fasi, in quanto potrebbe esserci uno sviluppo ulteriore intorno alla stazione e un miglioramento pubblico, nel quale il ponte potrebbe essere come un sasso nello stagno che, dopo l’ingresso nell’acqua, provoca delle onde che si allargano progressivamente e che quindi potrebbero portare maggiore sviluppo grazie a questo investimento iniziale.

 

Lei, ingegnere, vuole aggiungere qualcosa?

Manfroni: Potrei sottolineare che la qualità di un prodotto finale dipende moltissimo da com’è il progetto iniziale. Ora qui ci sono due aspetti, due fasi sequenziali: il progetto che è andato in gara, che abbiamo curato assieme all’architetto, ed il progetto in fase esecutiva che è stato curato dall’impresa e dai suoi tecnici per poterlo realizzare. Onestamente i progetti sono praticamente identici, non ci sono stati variazioni sostanziali successive al progetto iniziale. Questo fa ben pensare: il progetto iniziale, che è andato in gara, aveva già tutte le condizioni per essere realizzato adeguatamente, compreso il costo, e ha tenuto conto di tutti gli aspetti di cui si è parlato ora e che oggi troviamo sul posto e che sono dei vincoli, in sostanza, che lo hanno condizionato fin dall’inizio.

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In un progetto così tecnico, che cosa ha contribuito ad una realizzazione così aderente al progetto? Per esempio il ruolo della Direzione dei Lavori, qui ricoperto dall’ing. Leonardo Donati, è stato determinante per controllare l’esecuzione ed il rispetto del progetto?

Manfroni: Assolutamente si. Il progetto, alla fine, viene trasformato in documenti cartacei, che tengono contodi tutte le condizioni, da quelle di progetto a quelle realizzative. La Direzione Lavori è fondamentale in questo caso. La capacità e la maestria dell’impresa, la capacità dei tecnici che hanno seguito passo passo l’evolversi dell’opera, ma fondamentale è la collaborazione, il legame tra tutte queste figure professionali.

 

 

 

Quindi anche con la pubblica amministrazione?

Manfroni: Si, perché se non ci fosse un coordinamento tra tutte queste persone, la macchina non funzionerebbe.

Benedetti: noi architetti non possiamo fare un buon progetto senza un buon committente.

 

Sappiamo che la realizzazione è a cura di una ATI capitanata dal Consorzio Research e che una buona parte del lavoro è stato realizzato da una impresa consorziata, la COBAR spa. Le imprese sono state adeguate rispetto alle necessità della realizzazione? Si è innescato qualche rapporto particolare con loro?

Benedetti: Uno degli obblighi più difficili nel progetto è stato quello di essere sicuri che noi trasmettessimo le informazioni appropriate e la comprensione delle differenze tra il “progetto definitivo” e il “progetto esecutivo” (entrambi in italiano ndr). Abbiamo consegnato un progetto più dettagliato di quanto si faccia solitamente perché volevamo ridurre i rischi e perché è meglio trasmetterne più informazioni anziché meno. .

Noi (architetti ed ingegneri) eravamo certi che con la trasmissione di queste informazioni, l’impresa sarebbe stata in grado di realizzare esattamente quello che avevamo progettato. Con l’ingegnere progettista dell’impresa, Marco Peroni, abbiamo avuto ottimi incontri nel suo ufficio romano e abbiamo collaborato molto bene con lui.

Manfroni: La collaborazione è stata ottima. Quello che conta è la comunicazione e la collaborazione, soprattutto la disponibilità dell’impresa a collaborare.

 

Perciò in questo caso l’impresa è stata disponibile, anche in relazione alle difficoltà che avete avuto. Quali sono state le difficoltà particolari in senso realizzativo, come avete lavorato o quando?

Manfroni: Assemblare un ponte come questo vuol dire lavorare fondamentalmente di notte.

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Perché non passavano i treni?

Manfroni: Di notte perché c’è una finestra temporale entro la quale è possibile lavorare, quando cioè non passano i treni: ovviamente questo è legato alla sicurezza della stazione. Con una grande gru, infatti, i pezzi sono stati trasportati dal luogo dove sono stati assemblati fino in questo posto. Quindi anche questo processo costruttivo implica una considerazione progettuale: l’opera deve essere assemblata e riassemblata sul posto. Questa è una difficoltà che è stata affrontata strada facendo.

Sin dall’inizio abbiamo pensato a questo ed il progetto che è andato in gara, ovviamente, conteneva tutti questi aspetti; l’impresa è stata poi disponibile a discutere con noi tutti questi “piccoli” dettagli, che poi sono diventati fondamentali, perché rispetto al progetto fatto, dovevano essere perfezionati.

 

L’impresa perciò ha dato un grosso contributo alla “cantierabilità”, la visione di come doveva essere realizzato.

Benedetti: E’ molto importante questo aspetto e perciò noi abbiamo trasmesso informazioni supplementari perché sapevamo che erano importanti soprattutto per i costi. Perciò quello che voi vedete oggi è esattamente quello che abbiamo progettato e più o meno è costato esattamente quanto avevamo previsto.

 

Allora, quando finiamo questo progetto?

Benedetti:Alla fine dell’anno, prima della fine dell’anno.

 

CREDITS:
INTERVISTA A CURA DI:
Raffaella Matocci, Cristina Donati, Giulio Paolo Calcaprina
FOTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO: Raffaella Matocci
TESTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO EDITING E MONTAGGIO: Giulio Pascali
L’intervista è stata effettuata il giorno 1° agosto 2016 nel cantiere del P.I.T. di Terni. Si ringrazia l’arch. Roberto Meloni per la preziosa collaborazione

 

P.I.T – TERNI – GALLERIA FOTOGRAFICA DEL CANTIERE (01/08/2016)

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Ruolo/Fase Credits
Struttura titolare del progetto Comune di Terni – Assessorato ai LLPP: Assessore Stefano Bucari

Comune di Terni – Progetto Speciale Dipartimentale riqualificazione del territorio e sistemi urbani – Dirigente Arch. Carla Comello

Responsabilità del Procedimento Responsabile Unico del Procedimento:

Arch. Roberto Meloni – Comune di Terni

Contatti:

tel.: 0744/549971 – 3396366497

mail: roberto.meloni@comune.terni.it

skype: rob.meloni

Collaborazione e supporto al RUP per le varie fasi della procedura:

Geom. Mauro Passalacqua – Comune di Terni

Geom. Guido Cianfoni – Comune di Terni

Geom. Giampiero Petrelli – Comune di Terni

Arch. Antonio Aino – Comune di Terni

Ing. Matteo Bongarzone – Comune di Terni

M.A. Giuliana Marconi – Comune di Terni

Geom. Marco Cannata – Comune di Terni

Sig.ra Emanuela Marucci – Comune di Terni

Supporto al RUP in fase di realizzazione:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) 

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop 

Concorso di progettazione Progettisti prima fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Maria Federica Ottone

ARUP

Progettisti seconda fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Manfroni Engineering Workshop

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Stefania Gruosso 

SMT Architetti Associati

Progetto definitivo Progettisti:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) – Capogruppo ATI

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop – ATI

Arch. Lorenzo Pignatti 

Arch. Stefania Gruosso – ATI

Computi:

Arch. Andrea Calo’ 

Consulenza e progetto illuminotecnico:

Cirrus Lighting – Viabizzuno

Verifiche della progettazione definitiva e esecutiva Supporto al RUP per le verifiche strutturali:

Ing. Marco Serini – Provincia di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate alla sicurezza:

Geom. Claudio Berretti – Comune di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate agli aspetti idrogeologici:

Geol. Paolo Paccara – Comune di Terni

Verifiche comportamento aeroelastico:

Galleria del Vento presso CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) di Prato – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Appalto integrato- progetto esecutivo Progettazione architettonica e strutturale:

Studio Tecnico Peroni

Ing. Marco Peroni

Collaborazione alla progettazione architettonica:

Arch. Filippo M. Martines

Progettazione esecutiva impianti elettrici e speciali:

Reconsult S.r.l.

Ing. Giancarlo Sfarra

Appalto integrato-esecuzione lavori

Aggiudicatario Research Consorzio Stabile Scarl in Associazione temporanea con l’Impresa Ferone Pietro & C. S.r.l.

Impresa consorziata esecutrice Costruzioni Barozzi SpA (Cobar SpA).

Direzione Lavori Direttore Lavori:

Ing. Leonardo Donati

Ufficio Direzione Lavori

Direttore operativo – Geom. Fabrizio Sabatini – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – Geom. Maurizio Mezzasalma – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – P.I. Emiliano Lenticchia – Comune di Terni

Coordinamento sicurezza Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione:

Arch. Danilo Ricucci – componente ATI titolare progetto definitivo

Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione:

Ing. Lorenzo Catraro

Collaudi Collaudo statico:

Ing. Antonio Turco

Identificazione dinamica e relative misurazioni:

CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Prof. Massimiliano Gioffré – Università degli Studi di Perugia

Collaudo amministrativo:

Arch. Cinzia Mattoli – Comune di Terni

concorsi subprime

27 dicembre 2015

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E’ uscito da alcuni giorni un concorso di idee denominato “Lighthouse sea hotel” gestito da YAC, che sta per Young Architect Competitions, un società che promuove concorsi di progettazione ed architettura, rivolti a giovani progettisti, neolaureati o ancora studenti.

Non è la prima volta che ci arrivano da YAC segnalazioni di concorsi e già in passato ne abbiamo dato notizia.

Stavolta abbiamo voluto approfondire il contenuto di questa competizione per verificare il valore della proposta. Siamo rimasti interdetti e vi proponiamo i risultati delle nostre analisi.

Il tema del concorso internazionale è la proposizione di una struttura turistico-alberghiera nell’area del faro del Capo Murro di Porco, a Siracusa.

La prima cosa (senz’altro la meno importante) che ci lascia perplessi è la presentazione del concorso: al breve testo delle “regole” sono accompagnati fotomontaggi di realizzazioni famose in contesti analoghi. E’ una operazione assimilabile ad una persuasione occulta della tipologia delle proposte desiderate. Forse é una svista ma suscita perplessità sotto l’aspetto della professionalità di YAC.

Leggendo le “regole”, dopo poche sommarie notizie storiche, il bando incentra l’attenzione sulla regione Sicilia, analizzando il contesto in sottocapitoli: sistema territoriale, sistema naturale, sistema di rete, sistema vincolistico.
La descrizione di quest’ultimo ci ha fato scattare un campanello d’allarme. Il sito riporta: “
pur nella tutela dei valori di ricerca propri del concorso, a motivo della rara qualità architettonica e paesistica espressa dal faro e dal proprio contesto, di seguito si riporta un elenco del genere di operazioni ammesse o vietate in seno alla competizione”. Segue poi un elenco di ciò che si può o non si può fare. Sinteticamente è ammessa l’edificazione ad un piano per 3000 mq massimo, all’interno del sito, che garantisca un disegno armonico con il paesaggio.

Il bando dà anche indicazioni su quattro possibili tipologie ricettive: il resort, il landscape hotel (per amanti della natura), il sea center, orientato a sport acquatici, ricerca e didattica sul mare e l’art hotel. Il tema del bando è sulla proposta del mix ricettivo unitamente a quella architettonica.

La domanda che ci siamo posti, leggendo il bando, è questa: se è un sistema di rara qualità architettonica e paesistica, possibile che non sia vincolato?

Facendo una semplice ricerca abbiamo scoperto che tutto il Plemmirio, la penisola in cui è compreso il faro è area marina protetta dal 2004.

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Nell’area proposta dallo YAC la riserva marina è di tipo “A”, cioè integrale. Per capirci, in una riserva integrale non è consentita neanche la balneazione o la navigazione a remi. Si possono solo fare escursioni subacquee, con personale autorizzato, in rapporto non superiore 1/5.

Non si può fare quindi (giustamente) nulla.

Tuttavia YAC scrive che: “è ammessa la realizzazione di strutture galleggianti sulla costa, ed un eventuale collegamento fra il livello del mare e quello del faro”, anzi si spinge oltre: “Eleganti suite mimetizzate nel territorio, un prestigioso ristorante ed un raffinato attracco con incantevoli passeggiate panoramiche, sono solo alcune delle possibili suggestioni allineate con detta vision.” (attenzione vision non è un errore di battitura, questa gente scrive così).

Insomma in un concorso di idee, a quanto pare, si può proporre di tutto, fregandosene del contesto.
Ma che senso ha?

Vediamo di cucire insieme una serie di informazioni rilevabili dal web.

Su Wikipedia, alla voce “area marina protetta Plemmirio”, al paragrafo criticità, troviamo scritto: “Negli ultimi anni è sorta una polemica a causa del progetto, di una società svizzera, di costruire un villaggio turistico all’interno della Area marina Protetta. Il luogo dove dovrebbe sorgere la struttura è la cosiddetta “Pillirina” o Punta della Mola, oggetto di manifestazioni e comitati in difesa del territorio. La vicenda potrà dirsi totalmente chiusa solo se verrà istituita anche la riserva terrestre che bloccherebbe di fatto qualsiasi nuovo insediamento.

Inoltre, ed è il fatto più eclatante, quasi contemporaneamente è stato indetto un bando di gara per la concessione di 11 fari, tra cui Murro di Porco, nell’ambito di Valore Paese – Fari, una iniziativa promossa dall’Agenzia del Demanio.

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Il bando (15_10_12_1_lotto-4_information-memorandum;15_10_12_2_lotto-4_allegati-information-memorandum), indetto il 5/10/2015 con scadenza il 12/01/2016, è volto alla valorizzazione delle strutture esistenti attraverso “offerte più vantaggiose” che si concretizzeranno in una concessione da 6 a 50 anni, accompagnate da elaborati attestanti la validità del programma di valorizzazione, da un piano di gestione, e da un cronoprogramma, uniti ad un progetto architettonico di recupero, restauro e ristrutturazione, con un dettaglio fino alla scala 1:200.

Attenzione però, nel bando del Demanio c’è un grimaldello che è il seguente: “Qualora la proposta di valorizzazione comporti una variante, si dovranno indicare le funzioni di progetto, esplicitando l’iter di adeguamento urbanistico previsto”.

Tiriamo allora una sintesi di tutto il ragionamento:

ad ottobre 2015 esce un bando di valorizzazione dei fari (dell’Agenzia del Demanio), con scadenza gennaio 2016, il bando prevede la valorizzazione di 11 fari lasciandosi uno spiraglio per varianti urbanistiche;
il 23 novembre 2015 YAC ci comunica il concorso di idee, con un’idea ben diversa riguardo alla valorizzazione, con scadenza 29/01/2016.
Tuttavia l’Agenzia del Demanio è presente in entrambi i bandi: nel primo come promotore, nel secondo come ente collaboratore e patrocinatore, avendo anche un suo membro in giuria.

Che senso ha promuovere due bandi quasi contemporanei, ma di impostazione così diversa, sullo stesso tema?

Per aiutare i giovani architetti? No.

Mentre le norme del concorso del demanio richiedono una comprovata esperienza (non è per giovani quindi), le regole del bando dello YAC prevedono che: “I partecipanti possono essere studenti, laureati, liberi professionisti; non è necessario essere esperti di discipline architettoniche o iscritti ad albi professionali.” L’importante è che ogni gruppo ospiti almeno un giovane tra i 18 e i 35 anni.
Se c’è già un bando finalizzato alla realizzazione di un’opera, a cosa serve il bando dello YAC, a giocare? A fornire un’alta occasione di riflessione sull’architettura?
Potrebbe essere così, se non fosse richiesta una tassa di iscrizione al concorso, fatto non scontato, che, messo insieme alla possibilità di partecipare tutti, anche agli studenti diciottenni di una scuola per estetisti di Hong Kong, fa assomigliare questa iniziativa ad una riffa.

Lo YAC è una società privata che ha tutto il diritto di promuovere queste iniziative, che sono, lo diciamo chiaramente, assolutamente legali. Quello che ci sconcerta è che a questi è stato dato il patrocinio del Demanio, del ConsiglioNazionale degli Architetti (che dovrebbe valorizzare la professione di architetto), dell’Ordine degli Architetti di Siracusa, delle Università La Sapienza di Roma, di Bologna e del Politecnico di Milano, tutti Enti volti allo sviluppo del patrimonio umano e dei giovani architetti italiani.

Può inoltre un concorso, patrocinato anche dall’area marina del Plemmirio non tenere conto dei vincoli di una riserva integrale, seppure per un concorso di idee?

Un ultimo dubbio infine. Non sarà che attraverso questo concorso, sostenuto, ricordiamolo da Riminifiera e patrocinato da Federalberghi, si vogliano cercare idee eclatanti da integrare al concorso per la valorizzazioni dei fari? E magari produrre una variante urbanistica?

Tante domande, nessuna risposta. Una sola cosa è certa: “cca dii picciotti ‘un ci nni futti nenti” (Qui non ci interessano i giovani).

Concorso area ex Caserme Flaminio: si è mosso l’Ordine degli Architetti

13 febbraio 2015

La vicenda del concorso dell’area cosiddetta “ex caserme” al quartiere Flaminio di Roma, un’area, lo ricordiamo ai nostri lettori, di 5,1 ettari in una zona centralissima e perciò strategica, è paradigmatica della prassi che si è instaurata nella Pubblica Amministrazione, progressivamente, da circa venti anni.

Ce ne siamo già occupati in una lettera aperta all’Assessore Caudo (Assessore alla Trasformazione Urbana del Comune di Roma) del 6 novembre 2014 e in un articolo del 19 gennaio 2015.

La logica è questa: Io (P.A.) devo agire e per questo motivo mi riservo, a mio insindacabile giudizio, di decidere chi dovrà progettare. Ovvero non privilegio il progetto migliore bensì il progettista che ritengo più idoneo secondo un mio imperscrutabile criterio di valutazione, ergo devo avere le mani libere da tutti i lacci della procedura pubblica. Questo è quello che è accaduto nel caso in questione: è stata acquisita un’area demaniale (soldi pubblici) da un organismo di natura giuridica privata (Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr), di cui tuttavia l’azionista di maggioranza (CDP) è una s.p.a. ed è pubblico; è stata promossa dal comune un procedimento di progettazione partecipata con la popolazione residente (soldi pubblici), ma quest’Ente si rifiuta di mettere in atto una procedura concorsuale aderente a quella prevista per gli appalti pubblici.

Qual è il problema? Alcuni colleghi faticano a capire il perché della nostra levata di scudi, altri, addirittura, ne sono infastiditi.

Il problema nasce dal fatto che è stata messa in atto una procedura concorsuale – palese e non anonima – nella quale i termini di valutazione non sono definiti (si sono chiesti, nella prima fase curricula e progettini senza spiegare quale sarà il criterio decisionale), i componenti della commissione giudicatrice slittano da una fase del processo all’altra (fatto assai irrituale!), il Documento di Progettazione Partecipata, che dovrebbe essere alla base del Concorso non è ancora pubblico ma intanto questo stato indetto.

Forti di queste argomentazioni e di altre, ci siamo rivolti all’istituzione territoriale preposta al controllo di queste procedure: l’Ordine degli Architetti di Roma.

L’Ordine, con apprezzabile solerzia, ha valutato anche la nostra segnalazione e ha immediatamente scritto a Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr (e in copia al Comune di Roma ed al CNA) invitandola ad “attivare una procedura ad evidenza pubblica secondo quanto stabilito dall’attuale normativa”.

C.D.P.I sgr, il 28 gennaio 2015, ha risposto che la sua natura giuridica è privatistica “non rientrando, sotto alcun profilo, nella nozione di “amministrazione aggiudicatrice” (cioè non si sentono sottoposti all’obbligo del rispetto dei bandi pubblici), ma che, per graziosa concessione, “ha comunque deciso di procedere ai fini dell’affidamento della progettazione del masterplan dell’Area, a un concorso internazionale di progettazione, caratterizzato dalla massima trasparenza e apertura alla concorrenza” (sic!).

Perciò l’Ordine il 6 febbraio 2015, preso atto della volontà di CDPI sgr di procedere ad “un concorso internazionale di progettazione” chiede che questo venga organizzato come previsto dalla legge. Vero (aggiungiamo noi) e non finto.

Contestualmente (seconda nota di merito per il suo operato), l’Ordine segnala all’A.N.A.C., l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone, tutta la vicenda riassumendone il contesto e le motivazioni per le quali è stato indotto a prendere posizione.

Sono tre le considerazione che desideriamo evidenziare al termine di questa esposizione:
la prima: se l’Ordine di Roma ha valutato questo procedimento come noi vuol dire che proprio infondate le nostre osservazioni non erano. Questo aspetto lo abbiamo messo in evidenza già dallo scorso maggio 2014, nel corso del laboratorio di Partecipazione, chiedendo già allora che venisse approntato un concorso pubblico sul modello di quello del Guggenheim di Helsinki.
La seconda: attenzione, cari colleghi, a partecipare a questo bando, così strutturato, perché rischiate di perdere il vostro lavoro.
La terza: attendiamo la valutazione dell’A.N.A.C. Se questa Autorità decidesse che CDPI sgr non è tenuta al rispetto di una procedura pubblica per un’area demaniale che nelle previsioni sarà per 27.000 mq privata con residenze e attività turistico-ricettive-commerciali, ma sarà anche pubblica per 24.000 mq, con servizi, spazi pubblici ed un Museo della Scienza allora vuol dire che c’è un gigantesco vulnus legislativo che va colmato quanto prima possibile.

ALLEGATI:

qui la PEC da noi spedita all’Ordine: carteggio Amate l’Architettura – Ordine Architetti Roma

qui tutto il rimanente carteggio sintetizzato nel nostro articolo: carteggio Ordine Architetti – CDP – ANAC

REGALO DI NATALE – come si vanifica il processo partecipativo

19 gennaio 2015

Noi di “amate l’architettura” ci avevamo creduto.
Nella 1a Giunta Marino (siamo già alla 2a dopo qualche sostituzione in “itinere”, dopo il “terremoto” del “Mondo di mezzo” e dopo soli 18 mesi di vita) avevamo salutato favorevolmente l’arrivo dell’Assessore Caudo che, da subito, aveva parlato di trasformazioni urbane all’insegna della “partecipazione” dei cittadini alle scelte dell’Amministrazione Comunale. Di “Laboratori di progettazione partecipata”. Di Concorsi internazionali trasparenti e aperti (“Basta con le Archistar”) per assegnare incarichi di progettazione per opere di riqualificazione di “brani” significativi della città. E noi ad applaudire.
Con riserva naturalmente, “scottati” oramai come siamo dal micidiale “Uno-Due” ricevuto dalle Giunte Veltroni, Alemanno, roba da non potersi più risollevare, di fronte allo “scempio” subito da Roma battezzata “La Capitale del non finito” (Zaira Magliozzi – Il Giornale dell’architettura n.117/2014).
Le “Vele” di Calatrava, la “Nuvola” di Fuksas, la Stazione Tiburtina dello Studio Abdr, gli Impianti per i Mondiali di nuoto, le Torri residenziali di Renzo Piano conosciute oramai come “Beirut”, la Metro C, i “Quartieri dormitorio” di Ponte di Nona e “Bufalotta-Porta di Roma” con gli Accordi di programma del tandem “Veltroni-Morassut”.
Storie che tutti conosciamo a memoria e che come un “mantra” liberatorio ogni tanto ne rinnoviamo il ricordo nell’illusione che non accadano più. Quindi con entusiasmo siamo entrati a far parte del “Laboratorio di progettazione partecipata” per la trasformazione dell’area degli ex Stabilimenti Militari di Via Guido Reni.
Insieme ad altre Associazioni di quartiere, Movimenti e cittadini, con il coordinamento dei Responsabili tecnici dell’Assessorato, per 5 mesi abbiamo lavorato alla stesura di un Documento che avrebbe dovuto far parte delle Linee guida di un “Concorso Internazionale di progettazione” per il Master Plan della Città della scienza.
Usiamo il condizionale perché nessuno ancora conosce il DPP (Documento Preliminare di Progettazione) che, come si legge nel Bando di Concorso pubblicato lo scorso 23 Dicembre 2014, sarà fornito solo ai 6 Progettisti che saranno “scelti” per partecipare alla 2a Fase del Concorso.
Ecco, partiamo proprio da questo punto per esprimere tutta la nostra delusione e contrarietà ad un Bando di Concorso che francamente abbiamo trovato, per alcuni aspetti, disarmante tanto da meritarsi in pieno la valutazione/Rating di 2/10 espressa dal sito “professione architetto”, e cerchiamo di spiegare anche il perché.
a). Il Concorso è a “Procedura ristretta ad inviti” come giustamente lo ha classificato anche il Sito di “Europa concorsi”, quindi è a tutti gli effetti una “Gara” non un Concorso, infatti solo la 1° Fase, che è una selezione basata su curriculum e quantità di progetti elaborati e/o realizzati, è aperta naturalmente a tutti. Ed anche la richiesta di “Una Proposta Planimetrica dell’area con immagine tridimensionale” diventa marginale e quasi irrilevante visto che in questa 1a Fase non viene messo a disposizione dei partecipanti il DPP (Documento Preliminare di Progettazione). “Per non condizionare i partecipanti e lasciargli più libertà” è stata la risposta dell’Assessore Caudo nella conferenza stampa di ieri e pensiamo che si commenti da sola, visto che se avessero voluto raccogliere proposte suggestive anche da chi non possiede curriculum “straordinari”, avrebbero potuto fare un Concorso di idee in 2 Fasi come suggerito da noi. Invece crediamo sia stata una mancanza di “correttezza e sensibilità” nei confronti del “Laboratorio di progettazione partecipata”, ritenere non opportuno palesare quanto del lavoro prodotto dal Laboratorio sia stato recepito e trasferito nel DPP.
Ma soprattutto è stata una scelta precisa per orientare il criterio di selezione solo sui curriculum. Meno informazioni si danno non consegnando il DPP e più semplice sarà la scelta dei 6 Progettisti che saranno “invitati” a partecipare alla 2a Fase. E’ stato così ignorato completamente il nostro suggerimento di “spostare l’attenzione dal progettista al progetto” privilegiando quindi l’idea, come fanno oramai molti paesi europei e come abbiamo documentato con un “Format” di Concorso Internazionale agli atti del “Laboratorio” insieme al Bando di Concorso Internazionale di Helsinki (Finlandia) per il Nuovo Museo Guggenheim.
(Dal Sito della Fondazione Guggenheim) – “Una giuria composta da architetti (tra cui Jeanne Gang di Studio Gang e Yoshiharu Tsukamoto di Atelier Bow-Wow) e rappresentanti della Fondazione, del locale Ordine degli architetti e della Città di Helsinki non sta valutando le proposte presentate da progettisti selezionati invitati a partecipare (come succede in genere), ma sta analizzando le idee presentate in forma anonima da architetti o studi di architettura mondiali esclusivamente sulla base di cinque criteri: approccio architettonico, sostenibilità, inserimento nel contesto urbano, fattibilità e funzionalità. Nessun limite “personale” quindi alla partecipazione, né di fatturato, né di età, né di progetti realizzati, né di fama. Significativi sono anche i riconoscimenti in denaro per i finalisti: 100mila euro per il vincitore e 55mila a testa per ognuno dei selezionati alla fase finale. Ad oggi, sul sito è possibile visionare la gallery dei 1.715 progetti presentati per la 1° Fase, provenienti da 77 nazioni del mondo, tra cui soprattutto gli Stati Uniti, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Cina, India, Germania e Svizzera”.
Prendiamo atto che in questo caso il mantra “ce lo chiede l’Europa” non ha fatto presa sul “Gruppo di esperti” che ha preparato il Bando. Del resto se nell’ultima classifica di Trasparency International, pubblicata proprio lo stesso giorno in cui scoppiava lo scandalo di “Mafia Capitale”, i Paesi Scandinavi sono ai primi posti e noi, insieme a Bulgaria e Grecia, siamo all’ultimo posto, ci sarà pure una ragione. Ed allora quale migliore occasione si poteva presentare come quella di un Concorso Internazionale di progettazione, per cercare di ridimensionare quell’immagine negativa di Roma andata in onda ultimamente?
Un Concorso senza vincoli, né curriculari o di fatturato, trasparente, ma soprattutto aperto a tutti. In particolare ai nostri giovani professionisti la cui maggioranza vive una situazione lavorativa disastrosa e che le statistiche ci dicono arrivano alla soglia dei 40 anni con poche o nessuna esperienza di progettazioni e di realizzazioni. Le cause vengono da lontano e soprattutto dalla cronica mancanza di politiche sulla Scuola e sull’ Università, che non possiamo trattare in questa sede. Oggi il lavoro non c’è più, e quindi a maggior ragione nessuno si dovrebbe permettere di cancellare anche la speranza ed il diritto di sognare.
b). (Dal Sito di CDP). – “Cassa depositi e prestiti (CDP) è una società per azioni a controllo pubblico: il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) detiene l’80,1% del capitale, il 18,4% è posseduto da Fondazioni di origine bancaria, il restante 1,5% in azioni proprie.CDP Investimenti Sgr (CDPI Sgr) è una società di gestione del risparmio. Il capitale di CDPI Sgr è detenuto per il 70% dalla CDP e per il 15% ciascuna dall’ACRI (Ass. di Fond. e di Casse di Risp. Spa) e dall’ABI (Ass. Bancaria Italiana).
Nella nostra “ignoranza” in materia, se dovessimo dare seguito a quanto letto sul sito, sarebbe lecito pensare che se il capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, è detenuto per il 70% da CDP il cui capitale e detenuto per l’80% dal Ministero Economia e Finanze, per la proprietà transitiva (70 x 80 / 100) = il 56% del capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, sarebbe detenuto dal MEF.
Quindi il Soggetto Banditore, dovrebbe essere un investitore a maggioranza di controllo pubblico. Ha acquisito dal Demanio, altro Ente pubblico, un’area militare dismessa ed ha sottoscritto un Protocollo d’intesa con il Comune di Roma, altro Ente pubblico. Ma aldilà di queste considerazioni, è indubbio che l’investimento debba far tornare agli investitori degli utili. Quello che non è assolutamente chiaro invece è il perché la CDPI Sgr è da considerare a tutti gli effetti un investitore privato, come ha sostenuto, nella conferenza stampa, il Direttore Generale di CDPI Sgr Marco Sangiorgio, che ci ha tenuto a sottolineare lo “status” di “ente di diritto privato” che, volendo, avrebbe consentito a CDPI Sgr anche di agire liberamente e senza vincoli.
Ma siccome loro sono “bravi e buoni” hanno voluto condividere il percorso proposto dall’Assessore Caudo e “concedere” al Comune di Roma sia il “Laboratorio di progettazione partecipata” che il “Concorso internazionale di progettazione”. Ma purtroppo, da quanto si è capito nella conferenza stampa, le conclusioni e le proposte del “Laboratorio” non devono essere piaciute all’Assessore Caudo, specialmente quella inerente il Concorso, fatta da “amate l’architettura”.
Ma se fosse veramente così, allora quale è stato il senso di tutto il “Laboratorio”?
E perché il Comune ha impegnato risorse pubbliche in un “Processo di progettazione partecipata” sapendo che poi l’investitore “privato” poteva decidere a suo piacimento?
Serviva forse la” foglia di fico” della “Partecipazione”?
E per quale motivo non si sarebbero potuti ottenere gli stessi risultati con un Concorso aperto a tutti e di vero respiro internazionale?
Quali sono stati gli aspetti che hanno “scoraggiato” l’Amministrazione della Capitale d’Italia e la “Cassa” più antica e solida del nostro paese? Quelli tecnico-economici, quelli organizzativi o cos’altro?
Ecco a queste domande ci piacerebbe avere delle risposte.
Con amarezza e delusione quindi dobbiamo ammettere che Il Concorso disattende le indicazioni del “Laboratorio di progettazione partecipata” puntando soprattutto all’individuazione dei progettisti (come per le Gare) e non del progetto (come avviene invece nei regolari Concorsi). Inoltre appare, a nostro avviso, concepito anche fuori dal Codice degli appalti (Forma palese e non anonima, Numero di 6 invitati anziché 10 alla 2° Fase – Art. 105, 106 e 107). Senza dimenticare l’aspetto “anomalo” del “ruolo” del Gruppo di “esperti” scelti per elaborare il Bando di concorso e nominati paritariamente dal Soggetto banditore e dall’Amministrazione comunale.
Per la cronaca, la richiesta del “Laboratorio” che in questo gruppo ci fosse anche la partecipazione di un rappresentante dei cittadini, non è stata nemmeno presa in considerazione e senza neanche spiegarne il motivo.
Lo stesso Gruppo di esperti formato da 8 membri ora si appresta a “trasformarsi” in Commissione giudicatrice dei partecipanti alla 1a Fase per scegliere i 6 progettisti invitati alla 2° Fase. Ma 2 membri dello stesso Gruppo/Commissione giudicatrice andranno poi a far parte della Giuria che sceglierà il Vincitore.
Questo “sfruttamento” esagerato del Gruppo di esperti, vista la situazione in cui versa il Paese, vogliamo pensare che sia stato motivato sicuramente per un contenimento dei costi del Concorso.
In conclusione è deprimente constatare come in Italia non si riesca mai a seguire uno standard unico e definito per i concorsi. Ogni ente banditore elabora una formula diversa e personalizzata, a discapito della trasparenza e delle pari opportunità per i partecipanti. Tutto questo, purtroppo, non fa altro che alimentare i pregiudizi sulla cattive amministrazioni in particolare e sui concorsi di architettura più in generale. Noi saremo felicissimi di essere smentiti dai fatti.
Il Consiglio Direttivo di “amate l’architettura”
Giulio Paolo Calcaprina (Presidente), Giorgio Mirabelli (Vicepresidente), Lucilla Brignola,

Ilaria Delfini, Margherita Aledda, Gianluca Adami, Claudia Fano, Santo Marra, Giulio Pascali

Lettera aperta all’Assessore alla Trasformazione Urbana di Roma, Giovanni Caudo

Alla C. A.

di

Giovanni Caudo

Assessore alla Trasformazione Urbana

e pc

Comitati del Flaminio – Villaggio Olimpico

Roma, 4 novembre 2014

Gentile Assessore Caudo,

abbiamo appreso, a margine dell’ultimo incontro nel Laboratorio di Via Guido Reni, che le procedure per l’avvio del Concorso Internazionale per il Progetto del Masterplan dell’area degli ex Stabilimenti Militari, sono già in fase avanzata e che, dopo aver firmato gli accordi con CDP, sono stati “individuati” dall’Assessorato, insieme ad altri soggetti come Ordini degli Architetti ed Università, dei gruppi di progettisti (15 ci sembra di aver capito) da ridurre poi a 6/7. Tutto come nella norma quando si sceglie la procedura ristretta ad inviti.

Alcune delle nostre Associazioni che aderiscono a Carteinregola hanno seguito i lavori del tavolo partecipativo, collaborando alla stesura del documento che farà parte delle linee guida  poste a base del Concorso, soprattutto per sostenere un’iniziativa che inaugurava una nuova stagione della partecipazione della cittadinanza e delle realtà territoriali alle trasformazioni urbane. Infatti abbiamo  considerato il progetto delle “ex caserme” un primo passo significativo e, se vogliamo, anche “simbolico” dello stile della nuova Amministrazione. Per questo, già negli elaborati che abbiamo allegato alle nostre proposte per  le linee guida, avevamo voluto sottolineare l’importanza della trasparenza e dell’impiego di  criteri innovativi e democratici anche nella messa  a punto dei meccanismi di selezione dei partecipanti che sarebbero stati ammessi al Concorso Internazionale di progettazione.

In questa direzione è andato in particolare l’impegno di “Amate l’Architettura” che è un movimento di architetti nato anche per sostenere quelle “buone pratiche”, adottate ormai normalmente in Europa, che offrono a tutti i professionisti della progettazione la possibilità di partecipare e poi di vincere sulla base della competenza e della forza delle idee. Basta andare sul sito di Europaconcorsi per rendersene conto, ma a volte basta anche guardare a realtà più piccole e vicine, come il Molise, che oggi mette a Concorso la progettazione della nuova Sede regionale a Campobasso utilizzando la procedura del Concorso aperto, cambiando metodo rispetto a 4 anni fa quando invece era stato indetto un Concorso ristretto ad inviti, a cui poi non è stato dato nessun seguito. Noi riteniamo importante e significativo, oltre che altamente democratico, che una selezione prima di tutto debba favorire la partecipazione di giovani talenti, visto la drammatica situazione lavorativa che viviamo, e non perpetuare quei meccanismi che troppo spesso più che il merito premiano le capacità di relazione e di visibilità dove spesso trasparenza e correttezza professionale sono purtroppo solo degli “accessori” ininfluenti. Per cui ci preoccupa  la  scelta, seppur corretta dal punto di vista normativo, della procedura ristretta ad inviti, non sappiamo con quali criteri (Curriculum? Fatturati?) e/o in base a quali altri titoli, fatta insieme agli Ordini degli Architetti ed alle Università, ai quali, tra l’altro, da tempo attribuiamo  gestioni poco trasparenti e poco adeguate qualitativamente alle Istituzioni rappresentate. Le chiediamo quindi urgentemente un incontro per presentarLe le nostre  proposte, sperando che ci siano ancora dei margini per far sì che anche questa parte del progetto rifletta lo stesso spirito che abbiamo seguito finora con entusiasmo.

A solo titolo informativo ci teniamo a comunicarLe che per il Concorso Internazionale del Nuovo Museo “Guggenheim” di Helsinki, già da noi citato nei documenti presentati, benchè indetto da una fondazione privata che non era tenuta a fare un Concorso, è stata invece preferita la procedura aperta in due fasi per poter poi scegliere i 6 progetti finali che si contenderanno la vittoria. I progetti che hanno partecipato alla I° Fase appena conclusa sono stati più di 1.700 con un successo di rilievo mondiale non solo organizzativo ma anche di trasparenza e di democrazia. Noi possiamo in questo momento solo immaginare l’importanza, anche dal punto di vista politico, e l’impatto che avrebbe una partecipazione di 300/400 gruppi al Concorso per la Città della Scienza. Probabilmente, la sua più forte obiezione potrebbe essere: “Noi non siamo in grado di gestire organizzativamente, ma soprattutto economicamente, un Concorso di queste dimensioni”.

Noi siamo convinti del contrario e siamo disposti ad aiutarla ed a supportarla anche da un punto di vista organizzativo con lo stesso spirito e lo stesso impegno che abbiamo profuso nel Laboratorio di Via Guido Reni. Per quanto riguarda invece l’aspetto economico, riferito ai costi di un Concorso così impegnativo, Lei ha sempre sostenuto che tutti i costi per il Concorso Internazionale saranno a carico della Cassa Depositi e Prestiti. Quindi sarebbe anche importante che l’Amministrazione Comunale, con operazioni di questo genere, cominciasse ad avere qualche ritorno anche sotto l’aspetto dell’immagine, ultimamente un po’ sbiadita.

Cordialmente

Anna Maria Bianchi Carteinregola

Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola “Amate l’Architettura”