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Emergenza Covid-19. E’ il momento di progettare! facciamo lavorare i professionisti!

 

 

In questo periodo di Lock Down, mentre la curva dei contagi e dei decessi sembrerebbe essersi avviata verso un lento, estenuante ma progressivo, abbassamento, cominciano a farsi sempre più forti le proposte politiche che mirano alla riapertura delle attività produttive.

Lo stesso Conte durante la conferenza stampa del 10 aprile (quella contestatissima per le polemiche sul MES) ha annunciato l’istituzione di una Task Force, con a capo Vittorio Colao, con il compito di guidare la riapertura delle attività nella Fase 2.

“Agli esperti toccherà il compito di dedicarsi alla ricostruzione del Paese dopo il conoravirus, producendo proposte capaci di modificare «la qualità della vita», «ripensare modelli di vita sociale» e della organizzazione del lavoro.”

Si tratta di un’ operazione di non facile esecuzione. Bisogna contemperare le esigenze sanitarie, legate soprattutto al rischio di non generare una seconda ondata di contagio (che avrebbe effetti economici ben più disastrosi di quelli già causati) con l’esigenza non secondaria di rimettere in moto l’economia.

Bisognerà immaginare un modo per ritornare a lavorare in sicurezza, limitando quindi fortemente anche l’operatività delle stesse attività che saranno riaperte. Sembra evidente che non si potrà pensare ad una ripresa accelerata delle attività, piuttosto assisteremo ad una apertura graduale.

Anche successivamente, se verrà mantenuto l’intento dichiarato, quello che sarà messo in discussione è il modello di “vita sociale”.

Pane per il lavoro degli architetti.

Quelli che vorrebbero uno shock economico rimarranno probabilmente delusi. Riattivare le attività produttive con una accelerazione improvvisa iniettando denaro nel sistema senza controllo o senza una gestione programmatica (magari derogando dai molti vincoli normativi) potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia, non solo per il rischio sanitario, ma anche perché una distribuzione a pioggia, associata ad una ripresa incontrollata della produzione, rischierebbe di disperdere le risorse verso attività inutili (cosa non auspicabile visto il livello di indebitamento dello stato) e controproducenti.

Per fare un esempio recente, nel 2008 l’immissione di denaro nel sistema economico europeo finì in larga maggioranza a sostenere le banche, le quali prima di trasferire queste risorse verso l’economica reale, hanno preferito reinvestire su attività speculative, alimentando la stessa distorsione che aveva generato la crisi.

Allo stesso modo si sollevano da più parti dubbi che alla base della diffusione dell’epidemia, e della crisi sanitaria generatasi, ci sia un modello di gestione dell’economia che dovrà essere completamente ripensato.

Si pensi alle inefficienze che si sono rivelate nella gestione privatizzata della sanità pubblica, ma anche alle tematiche ambientaliste che puntano il dito sulla urbanizzazione incontrollata come causa della pandemia, oppure alle analisi (tutte da verificare) che stanno emergendo sulla correlazione tra mortalità e livelli di inquinamento.

 

Con una logica simile i nostri governi degli ultimi 20 anni, hanno spesso preferito dirottare le poche risorse economiche verso misure a pioggia, poco generatrici di sviluppo, in grado di dare un supporto immediato verso categorie molto delimitate, ma con uno scarso effetto di volano e con limitati benefici in termini di sviluppo.

E’ interessante leggere questo articolo di Mariana Mazzuccato, uno degli esperti coinvolti nella Task Force.

“… un settore economico fin troppo “finanziarizzato” ha sottratto valore all’economia premiando gli azionisti tramite il riacquisto di azioni proprie, invece di consolidare una crescita a lungo termine con investimenti in ricerca e sviluppo, salari e formazione dei lavoratori. Di conseguenza, le famiglie sono state private degli ammortizzatori finanziari, rendendo così più difficile il loro accesso a beni primari quali alloggio e istruzione.”

“La cattiva notizia è che la crisi legata al COVID-19 sta esacerbando tutti questi problemi. Quella buona, invece, è che possiamo sfruttare l’attuale stato di emergenza per cominciare a costruire un’economia più inclusiva e sostenibile. Non si tratta di posticipare o bloccare gli aiuti statali, bensì di strutturarli nel modo giusto. Dobbiamo evitare gli errori commessi dopo il 2008, quando, terminata la crisi, i salvataggi consentirono alle multinazionali di ottenere profitti perfino maggiori, ma non riuscirono a gettare le basi per una ripresa solida e inclusiva. “

Secondo la Mazzuccato per superare la crisi occorre istituire un forte governance da parte delle istituzioni pubbliche.

“Stavolta, le misure di salvataggio dovranno assolutamente essere accompagnate da alcune condizioni. Ora che lo stato è tornato ad assumere un ruolo guida, dovrà fare la parte dell’eroe, non del burattino, il che significa fornire soluzioni immediate ma concepite per servire l’interesse pubblico nel lungo termine.”

e ancora

“Abbiamo un disperato bisogno di stati “imprenditoriali” che investano di più nell’innovazione – dall’intelligenza artificiale alla salute pubblica, fino alle energie rinnovabili. Ma, come questa crisi ci ricorda, abbiamo anche bisogno di stati capaci di negoziare affinché i benefici derivanti dagli investimenti pubblici ricadano sulla collettività.”

Su una linea d’onda differente sembrerebbe posizionarsi la proposta di Renzi espressa in una intervista al Sole24ore. Renzi propone di sbloccare 120 miliardi per aprire cantieri e ristrutturare scuole e strade sfruttando la finestra del lock down.

“le sembra normale che dopo aver bloccato le scuole fino a settembre non si consentano i lavori per la sicurezza dei plessi scolastici? Se mettiamo due miliardi in lavori di manutenzione scolastica sono due miliardi che garantiscono la sicurezza dei nostri figli, aiutano un settore in crisi come l’edilizia, “ritornano” subito come Pil, sfruttiamo una finestra temporale che non ricapiterà. Le aziende edili devono lavorare almeno nelle scuole, negli hotel da ristrutturare, nelle strade deserte. Ci sono 120 miliardi pronti per essere spesi: ora o mai più.”

Un proposta anche encomiabile, ma si tratta evidentemente proprio dell’errore da cui la Mazzucato vorrebbe metterci in guardia: ovvero soldi a pioggia, senza criterio, senza un programma che indirizzi le risorse verso iniziative che possano farsi portatrici di uno sviluppo solido e duraturo.

 

Per fare un esempio che gli architetti conoscono bene, la proposta di Renzi è l’equivalente di una romanella (per chi non è di Roma, una “romanella” è una mano di pittura superficiale data alla buona) fatta su una parete completamente ammuffita. Pochi mesi e la muffa ritorna lì, i soldi per quanto pochi saranno stati sprecati, il tempo impiegato anche, e il problema della muffa sarà ancora li da risolvere.

Pensiamo alle scuole. Da qui a settembre, quando per ora è prevista la riapertura, realisticamente quali lavori si pensa che possano essere messi in campo? Tinteggiature, sistemazioni superficiali, forse le impermeabilizzazioni: tutte cose anche importanti certo, ma consideriamo che il problema strutturale delle nostre scuole è la sicurezza (statica, sanitaria, antincendio).

Tralasciamo anche la colossale inadeguatezza degli spazi scolastici. Le scuole oggi sono inadeguate a rispondere ai modelli scolastici passati figuriamoci se lo saranno a garantire lo svolgimento delle lezioni in condizioni di “distanziamento sociale” (una condizione che sarà altamente probabile da qui ai prossimi anni).Rimanendo  alle questioni strutturali che sono quelle più diffuse nel patrimonio scolastico:

“I problemi delle strutture sono sia interni che esterni. E a risentirne sono tutte le dimensioni: la sicurezza, la sostenibilità ambientale e la didattica. Per quanto riguarda i fattori esterni, in ben 4.572 istituti (il 13%) si rilevano fattori di insicurezza nell’ambiente circostante. Poi ci sono le strutture, con scuole considerate fragili e insicure. Non costruite seguendo criteri antisismici e spesso utilizzando materiali scadenti. Le scuole, inoltre, non sono sostenibili dal punto di vista energetico, con la mancanza di doppi vetri o dell’isolamento delle pareti esterne. Mancano, inoltre, i pannelli solari, presenti solo su un quarto delle strutture. Ancora, non sono state abbattute le barriere architettoniche in moltissimi casi e gli spazi per la didattica rispecchiano un approccio tradizionale, penalizzando eventuali innovazioni di qualsiasi tipo.”

Pensate che per risolvere i problemi strutturali degli edifici scolastici siano sufficienti tre-quattro mesi scarsi di lavori? Senza nemmeno un progetto che certifichi la correttezza degli interventi?

Sempre restando alla metafora della romanella, per capire come risolvere il problema della muffa, prima di qualsiasi intervento è necessario fare delle analisi, capire come è costruito il muro e perché si forma la muffa (c’è la barriera a vapore? da dove viene l’umidità?), tutte azioni che richiedono tempo. Tempo necessario a capire il problema e per scegliere la soluzione migliore. Tempo però che non sarà sprecato se sapremo impiegarlo per avviare un programma forte e sostanzioso di incarichi di progettazione.

Ecco, per chi conosce i tempi tecnici di una progettazione seria (tralasciando i tempi burocratici che in questo caso sarebbero nel bene o nel male, accorciati) la proposta di Renzi, per come è riportata, appare decisamente improponibile. Una proposta forse capace di drogare l’economia sul breve periodo ma con la conseguenza di consegnarci subito dopo un patrimonio edilizio ancora più ingestibile.

Per questo noi di Amate l’Architettura proponiamo una cosa diversa. Restiamo al tema scuola, ma il concetto è riproducibile a tutti i campi delle infrastrutture.

1 – Istituire subito una linea guida generale sulle priorità e sulle filosofie di intervento (con una governance forte del governo tramite la Task Force e il supporto del ministero dell’Istruzione).

2 – Consentire agli organi locali l’affidamento immediato di tutti gli incarichi di progettazione delle opere (con procedure ristrette ma che garantiscano la trasparenza).

3 – Avviare le attività di indagine e rilievo sul patrimonio edilizio scolastico (dove non c’è nulla, dove c’è già ovviamente metterlo a disposizione dei progettisti).

4 – Far lavorare subito i professionisti (prevedendo un anticipo sulle prestazioni professionali), favorendo uno scambio interattivo tra linee di indirizzo generali e soluzioni progettuali locali.

5 – Programmare gli interventi su un periodo più lungo di qualche mese tenendo conto delle esigenze operative delle scuole, che presumibilmente saranno utilizzate con tempi diversi da quelli tradizionali e tenuto conto del distanziamento sociale (classi ridotte? presenza in classe limitata e integrata dalle lezioni online?)

6 – Coinvolgere in maniera pro-attiva le strutture tecniche degli enti interessati. Fare in modo che gli enti burocratici si mobilitino per supportare i professionisti nel loro lavoro, abbandonando la logica del veto e della carta bollata. Occorre che i progetti siano corretti dal punto di vista della regolarità, ma se vogliamo velocizzare il processo occorre un cambio di mentalità totale da parte delle amministrazioni pubbliche.

In questa maniera si darebbe una mano immediata ad una delle categorie più in crisi (i liberi professionisti), utilizzandone le competenze e le capacità; e visto che l’attività professionale può svolgersi a casa o in studio in tutta sicurezza si tratterebbe di attività con rischio contagio zero.

Si può fare nel tempo reso disponibile dal Lock Down. C’è il tempo per fare le selezioni dei professionisti senza derogare troppo dai criteri di trasparenza, c’è il tempo per fare le indagini e le analisi necessarie, c’è il tempo per fare la progettazione delle opere. Ci sarà infine anche il tempo di avviare i nuovi cantieri, ma sarà in tutta sicurezza e avendo ben chiaro quale sia il progetto che vogliamo sviluppare.

Al momento della ripartenza, avremmo assicurati progetti, fatti seriamente, per attivare il volano dell’edilizia. A quel punto saranno però progetti utili, necessari e mirati a a realizzare interventi duraturi.

Abbiamo una massa di professionisti che potrebbero dare il loro contributo attivo. Piuttosto che dargli mancette da 600 € diamogli incarichi di progettazione!

 

Credits.

Il grafico dell’andamento ufficiale dei positivi da Covid-19 è tratto dal sito della Protezione Civile aggiornato al 13 aprile 2020.

La foto di M. Mazzuccato è tratta dal sito Libertà e Giustizia.

L’immagine del crollo della scuola di Sangiuliano di Puglia è tratta da Metoweb

 

Lettera aperta al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma per uso distorto della rappresentanza degli iscritti.

Amate l’Architettura, associazione nata per la tutela dell’Architettura nella sua accezione più ampia, ha inviato al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, Flavio Mangione una lettera aperta di diffida e di richiesta di rettifica circa le sue recenti dichiarazioni di sostegno alle politiche di Inarcassa, avvenute durante il periodo elettorale della cassa e mantenendo una posizione di conflitto di interessi generata dal suo essere delegato Inarcassa e dall’avere come tesoriere e membro del Consiglio dell’Ordine di Roma l’arch. Marco Alcaro, che è anche membro del CDA di Inarcassa.
La carica di presidente richiede una terzietà che qui è palesemente negata. Per questo Amate l’Architettura ha inviato all’Ordine una lettera aperta, qui riportata, per informare i propri lettori di una situazione così opaca.

Egregio Presidente, con riferimento al comunicato stampa del 14 marzo 2020 e al successivo articolo del 16/03 sulla testata web “Ingenio” nel quale appoggi senza riserve le decisioni prese da Consiglio di Amministrazione di Inarcassa, ti ricordo che la tua funzione di Presidente dell’Ordine richiede una posizione di terzietà rispetto alla cassa degli architetti. Tale mancanza di terzietà è aggravata dal fatto che pur essendo stato nominato Presidente dell’Ordine, non hai mai dato le dimissioni da Delegato Inarcassa e che nella compagine che attualmente presiede il Consiglio dell’Ordine, la lista Pro Architettura, che ti ha eletto presidente) c’è un membro del Consiglio di Amministrazione di Inarcassa, Marco Alcaro, che è anche tesoriere dell’Ordine, figura assai contigua alla presidenza.

La tua esternazione, uscita nei giorni di campagna elettorale, è uno sfacciato sostegno alla politica dell’attuale amministrazione, perciò anche al candidato Alcaro.
Tale contraddizione non la vedo solo io, tanto che è stata sottolineata anche in un commento ad un altro articolo di Ingenio, sempre sul tema di Inarcassa, del 17/03/2020, di cui riporto uno screenshot.

E’ una azione palesemente presa in conflitto di interesse che fa seguito allo sconcertante incontro del 22/01/2020 presso la Casa dell’Architettura con il rappresentante di Inarcassa, anche questo organizzato con una chiara modalità propagandistica.
Ti diffido pertanto a continuare a sostenere la politica di Inarcassa in qualità di presidente dell’Ordine perché è fuori dal tuo mandato e perché non puoi rappresentare me, in quanto iscritto all’Ordine di Roma e presidente di una associazione che promuove e tutela l’architettura nella sua accezione più ampia, su questo argomento, specie se in una conclamata posizione di conflitto di interessi.

Conseguentemente ti chiedo di rettificare le tue dichiarazioni sull’argomento in modo da palesare che sono state espresse a titolo personale o in qualità di delegato Inarcassa.

Distinti saluti.

Arch. Giulio Paolo Calcaprina

Presidente di Amate l’ArchitetturaMovimento per l’Architettura Contemporanea

Qui la lettera  in originale inviata al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma

Il segno del terremoto – Memorie – Dialogo con Anna Marzoli

4 Febbraio 2018

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Intervistiamo l’arch. Anna Marzoli, appartenente, da sempre, alla co-munità di Castelsantangelo sul Nera.
“Ci troviamo sulle pendici del Monte Cardosa”, ci racconta visibilmente commossa, “che collega la parte di Norcia, Visso e Castelsantangelo. La faglia si trova sul Monte Vettore, il rilievo montuoso più alto del massiccio dei Monti Sibillini, situato al confine tra Umbria e Marche. Castelsantangelo sul Nera è il Comune nell’epicentro del sisma più danneggiato del Cratere, insieme a Ussita ed a Visso. Secondo i rilievi eseguiti, il 95% delle case è inagibile e vi è un’altissima percentuale di crolli totali e danni so-stanziali. Le case si sono polverizzate e dalle demolizioni non si può recuperare assolutamente nulla. L’amministrazione comunale sta avviando le messe in sicurezza delle strade per eliminare le situazioni di pericolo imminente, che sono dovute sia ai crolli per le continue scosse sia alle piogge. L’unico rumore che si sente da mesi il rumore dei cingoli”.
I primi containers si incontrano nella Piazza del Mercato, Piazzale Piccinini. Sono stati sede del Comune, chi vi lavorava ha operato, da Ottobre fino a Luglio 2017 in condizioni di disagio totale, freddo, gelo, caldo, pioggia.
Ed è qui che Anna ci racconta dei moduli doccia per i residenti accanto alla scrivania del Sindaco e a pochi altri funzionari del Comune.
Ci informa, inoltre, che, attualmente, sono aumentate le coppie di anziani tornate ai loro paesi di origine terminata la disponibilità di accoglienza degli alberghi sulla costa, sopraggiunta la stagione turistica.
Nel momento in cui dovevano riprendere una nuova abitazione hanno preferito farsi questi mesi estivi in roulotte perché ancora in attesa delle casette provvisorie.
La messa in opera dell’area Sae di Castelsantangelo sul Nera ha avuto numerosi problemi. All’inizio non era situata in questo luogo ma in un altro, successivamente ha subìto vari spostamenti ed ad oggi non è stata ancora completata.
La consegna è prevista a fine anno. Tra i residenti ci sono due architetti, proprietari del B&B Fonte dell’Angelo, che era un’antica dimora di fine ‘700 in parte crollata perché la struttura è implosa.
Da dentro si vede la parete interna con le macerie che arrivano fino alle finestre. Loro hanno scelto di rimanere, costruendosi da soli moduli abitativi per la loro vita privata, per lo studio, per l’operaio che li aiuta, rinunciando così alla SAE. Qui, ancora più che a Visso, la situazione di pietre non squadrate, arrotondate senza nessun legante, era ancora più diffusa.
Questo Comune aveva circa trecento abitanti anche se il fatto della presenza degli stabilimenti, quale ad esempio quello di Nerea, faceva sì che ci fosse una buona percentuale di giovani.
Durante la scossa del 30 Ottobre 2016 non vi era quasi nessuno, a differenza del 26 ottobre in cui c’erano tutti, radunati nel piazzale sottostante, ex sede del Comune.
Castelsantangelo sul Nera conta varie frazioni sui Monti, tra cui Gualdo, Vallinfante, Nocelleto, Rapegna, Nocria , Macchie, Spina di Gualdo. Tutti paesini minuscoli, piccoli borghi quasi disabitati; a Macchie viveva solo una coppia di anziani;a Gualdo una trentina di persone.
La maggior parte abitava a Castelsantangelo. La norcineria Alto Nera, altra attività economica di Castelsantangelo, con negozio verso la strada e le abitazioni ai piani superiori e dietro i laboratori, si è trasferita a Osimo e sta attendendo di ritornare in paese, perché la lavorazione della carne al mare non dà lo stesso standard qualitativo.
Le attività commerciali ,che torneranno nel piazzale a valle del Comune, saranno l’albergo Dal Navigante, situato nella frazione di Nocelleto, i due Bar che erano all’entrata del centro e la Norcineria Alto Nera. La deloca
lizzazione delle attività commerciali fa sì che questo sia un caso in cui il tessuto insediativo debba essere ripensato e ridisegnato, nonostante il tessuto urbanistico, composto da strade e volumi, sia ancora visibile. Attualmente le proposte di delocalizzazione sono al vaglio attraverso l’accettazione del Piano Attuativo.
La speranza resta quella di non ripetere gli errori del 1997, in cui le case ristrutturate, dove sono ancora visibili le piastre, si sono completamente sbriciolate nonostante si presumesse fossero state state messe in opera in maniera antisismica.

 

Foto di Monja Zoppi

 

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Il segno del terremoto – Introduzione

3 Febbraio 2018

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Ci sono tanti modi per approcciarsi ad un viaggio, viaggio che non è solo sinonimo di partenza, spostamento ed arrivo.
Il viaggio è anche un percorso fatto di passi, suoni, profumi, sensazioni, impressioni.
Impressioni di una gior-nata estiva, iniziata all’alba.
Si parte in macchina da Roma verso alcune delle zone terremotate delle Marche, nello specifico Castelsantangelo sul Nera.

Il tempo è variabile, perfettamente in linea con la mutevolezza delle sensazioni che si hanno nell’ascoltare la voce narrante della memoria, Anna Marzoli, architetta di professione ed appartenente, da sempre, alla comunità che stiamo per incontrare.
“La nostra è un’Architettura molto povera”, ci racconta, “la cosa più importante, ora, non è la ricostruzione ma la ripopolazione.
Vi sono persone disperse. Siamo cresciuti con i terremoti, ma nessuno di noi ne rammenta uno così forte”
Disorientamento.
Forse è questo il sentimento più forte che si respira sentendo parlare Anna; ed è lo stesso che si prova entrando nella Zona Rossa di Visso, presidiata dall’esercito, lo stesso che trasuda dalle parole delle persone che incontriamo lungo il nostro cammino; persone che hanno deciso di rimanere e di rinunciare alla possibilità di essere trasferite lungo la costa Adriatica.

Questi sono piccoli Borghi, piccole realtà sovrastate dalla presenza, tanto protettiva quanto imponente, dei Monti Sibillini che li circondano.
“Queste sono persone di montagna”, dice Anna, “e chi nasce e vive nella montagna, non la abbandona” Eppure questi luoghi sono abbandonati, quasi totalmente.
E’ un deserto di macerie, di crolli, di oggetti rimasti bloccati in un contesto che non esiste più, che non ha più forma.
La natura sembra essere l’unica compagna: il rumore dell’acqua, il canto degli uccelli, il vento, i chiaroscuri delle nuvole che si infrangono sui tagli dei muri crollati.
Allora ti fermi.
Ti fermi a pensare che se la natura non cessa di vivere e di essere presente è perché sta parlando e sta dicendo che la vita di questi centri deve tornare al suo splendore. Deve per tante ragioni.
In primo luogo per chi è rimasto a difesa del territorio e per lottare.
“E’ troppo facile andare via”, dice un ragazzo del luogo, “che ci si mette! Basterebbe così poco.
Ma posso farlo? Posso abbandonare le persone che ancora vivono qui? Che hanno deciso di non andare via? No. Io non me la sento.”
Mi chiedo da cosa nasca la spinta così forte che anima queste parole.
Mi chiedo che nome abbia questo sentimento così assoluto che non lascia spazio a niente altro.
E’ senza dubbio la dignità di persone che vivono da un anno dentro una roulotte, che condividono tutto: il cibo, la quotidianità e la loro vita da quel 24 agosto 2016, giorno della prima scossa.
Paradossalmente giorno oggetto di ringraziamento perché ha permesso una prima evacuazione dai centri urbani e ha fatto sì che il 30 ottobre, alle ore 7.30 del mattino, le mura che sono definitivamente crollate, non abbiano travolto persone al loro interno.
“Qui non ci sono stati morti”, dice Andrea, un volontario che da un anno fa avanti e indietro da Roma per portare viveri e necessità di primo soccorso agli abitanti rimasti, “Nelle altre zone del cratere si piangono i morti, qui fanno paura i vivi”
“Perché?”, chiedo io, “Perché i vivi hanno voce ed hanno delle richieste ben specifiche da fare”, risponde immediatamente lui.
I vivi hanno voce.
E’ vero. Indiscutibile.
Di primo acchito non riesco a capire perché la voce dei vivi sia “scomoda” ma bastano poche altre parole e tutto diventa più chiaro, comincia ad avere un senso.
Il disorientamento che, nel frattempo, non ha smesso di accompagnarci, alla base di tutti i discorsi che ascolto, non è altro che il frutto del disorientamento delle istituzioni.
Non si sa ancora nulla in merito a cosa accadrà in futuro.
“Qualsiasi progetto si deciderà di fare, dovrà rientrare in un Piano di Recupero, come è accaduto per il terremoto del 1997 ”, ci racconta Anna, “tuttavia mancano ancora le perimetrazioni del cratere e forse ci vorranno almeno tre anni perché si possa parlare di un qualsiasi tipo di intervento”.
Quindi, un Piano di Recupero, ma non è sicuro. Deciso e volto a cosa? Non si sa. Ci saranno demolizioni e successive ricostruzioni? Non è dato saperlo.
Ma almeno si sa se verranno stanziati dei soldi? Probabile. Vengo a sapere che una parte del finanziamento è già arrivata.
Per far fronte a cosa nello specifico? Per gli alloggi temporanei.
Temporanei.
Altro termine che suscita disorientamento ed, allo stesso tempo, paura che sia tutt’altro che temporaneo.
L’unico appiglio che ho per non cadere anche io nel disorientamento più totale, sono le parole delle persone che intervisto.
Parole che hanno la stessa forza della voce della Natura che tiene ancora vivi questi luoghi.
Parole che anelano alla vita. Parole di dignità, di etica, di forte dolore ma anche di tanta speranza.
Loro sono il loro stesso punto fermo, il cardine da cui si potrà muovere tutto. Le parole dei vivi.

Grazie a tutti voi vivi. Grazie ad Anna, Fabio, Gianfranco, Renato, Marino, Andrea, Angelo e a tutte le persone vive di cui non conosco il nome ma che sono parte attiva della comunità.

Foto di Monja Zoppi

Catanzaro – la burocrazia e le nozze con i fichi secchi

13 Ottobre 2017

Per gli amici la norma si interpreta per i nemici si applica. (anonimo)

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Quanto scalpore per una sentenza!

Il consiglio di Stato ha decretato che si, è possibile appaltare un incarico pubblico a titolo gratuito. Ancora meglio, il vantaggio immateriale, quello derivante dall’arricchimento del curriculum, può essere a tutti gli effetti considerato un compenso.

Una affermazione aberrante e inaccettabile, va detto chiaramente. Lo stato, le istituzioni che dovrebbero tutelare l’esercizio professionale, una tutela garantita costituzionalmente, hanno elevato al rango di prestazione il “disegnetto della signora mia” e hanno stabilito che il lavoro può tranquillamente non essere pagato; né più né meno del privato cittadino quando chiama l’architetto: “che cé vo’? basta ‘n idea”. E si noti che non stiamo parlando di una prestazione come potrebbe essere uno stage formativo; stiamo parlando di un prodotto per il quale si richiede una elevata competenza ed esperienza.

Si chiede a un professionista esperto di lavorare ad un progetto estremamente impegnativo, sostenendo che il suo compenso possa essere l’esperienza. Piove sempre sul bagnato, a quanto pare.

Così, con il curriculum arricchito di questa esperienza potrà ottenere altri incarichi….. gratuiti ma portatori di esperienze.

Come si dice? L’esperienza è la somma delle fregature. Ah, ora è chiaro.

In fondo cosa ci si può aspettare da un sistema culturale  dove l’architetto viene coinvolto per farsi “fare un disegnino”, o “giusto per avere un’idea”; dove “per risparmiare” si rinuncia a pagare il professionista e si chiama direttamente l’impresa chiedendogli anche il progetto (che è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono….).

Cosa ci si può aspettare se lo stesso presidente di un Ordine Professionale invita i professionisti a inviare disegnetti?  cosa ci si può aspettare se nel centro di Roma la sistemazione di uno di luoghi più importanti e nevralgici del centro storico (piazza San Silvestro) viene affidata a titolo gratuito?  Cosa ci si può aspettare se poi avviene lo stesso con 7 noti progettisti che si prestano senza battere ciglio alla gratuità della prestazione per Via Giulia (intervento che poi guarda caso è rimasto lettera morta….)? e se lo stesso metodo viene seguito dal progettista più famoso di tutti? se persino Renzo Piano viene preso in considerazione per incarichi gratuiti? Tutto senza che nessuno sollevi alcuna obiezione…..

In fondo lo ha detto chiaro e tondo il Consiglio di Stato.

L'”aspirante contraente” può, secondo la sentenza, trovare convenienza “non già da un’utilità economica, ma solo da un’utilità finanziaria: perché l’utilità economica si sposta su leciti elementi immateriali inerenti il fatto stesso del divenire ed apparire esecutore”.

C’è da dire che questa sentenza ha un aspetto positivo. La sentenza non è ripetibile; non si tratta di un parere che potrà essere applicato anche ai prossimi bandi.

Fortunatamente il caso di Catanzaro costituisce un Unicum.

Lo stesso Capocchin, nel micidiale botta e risposta con il dirigente del Comune di Catanzaro (arch Lonetti) ha chiarito che si tratta di una sentenza non generalizzabile. La sentenza si riferisce all’applicazione di una norma antecedente a quanto previsto dall’attuale Codice degli Appalti.

Dal sito Lavori Pubblici:

la sentenza fa riferimento ad un caso pre-correttivo al Codice dei contratti. Il D.Lgs. n. 56/2017 (c.d. Decreto correttivo) modificando l’art. 24, comma 8 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) obbliga, di fatto, le stazioni appaltanti all’utilizzo dei corrispettivi previsti dal D.M. 17/06/2016 come base di riferimento ai fini dell’individuazione dell’importo a porre a base di gara dell’affidamento.”

Insomma si tratta dell’applicazione di una norma ormai superata.

Una situazione paradossale, se si pensa che in queste ore si stanno mobilitando tutte le istituzioni rappresentative degli Architetti (dall’Ordine di Catanzaro al CNA fino ai sindacati e Inarcassa). Una mobilitazione che mai si era vista prima; un coro unanime di protesta.

“mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta” (cit. famoso cantautore genovese)

Una protesta che può sembrare eccessiva, quindi?

Il fatto è che questa storia non ha evidenziato un problema normativo, ma un problema culturale.

Ha messo nero su bianco la metodologia diffusa con cui sono amministrate le nostre città: un metodo che privilegia la visione burocratica e meramente contabile e lascia sistematicamnete in secondo piano la visione complessiva del sistema urbano.

Su questo sono illuminanti le parole dell’arch Lonetti.

“Sin dall’inizio non ho avuto alcun dubbio sulla legittimità del procedimento portato avanti nel ruolo di dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Catanzaro insieme al collega architetto Fregola. Nel nostro ruolo di funzionari della Pubblica Amministrazione, abbiamo approfondito la normativa vigente soprattutto con riferimento al principio di concorrenza e libertà di mercato, principio cardine dell’Unione Europea. Il procedimento è stato gestito con la massima trasparenza e correttezza amministrativa nell’assoluto perseguimento dell’interesse pubblico, infatti, per garantire ulteriormente l’amministrazione comunale, abbiamo ritenuto, prima di indire il bando,  di chiedere specifico parere alla Corte dei Conti incidendo tale procedimento sul contenimento della spesa pubblica […]”

La posizione è chiara. Traspare l’orgoglio del burocrate, il funzionario pubblico che conosce alla perfezione le procedure e sa come muoversi all’interno del sistema burocratico. Sa che la legge è complessa per definizione, sa che in bando di gara non c’è nemico peggiore di un banale ricorso al TAR; sa anche bene che questo bando è portatore di possibili contestazioni, quindi si tutela, chiede il parere preliminare, si preoccupa di scrivere un bando che sia inattaccabile sotto ogni punto di vista legale, ecc.

Infatti alla fine il Consiglio di Stato gli da ragione. Non avevamo dubbi. E’ il problema che denunciamo tutti da sempre. La professione, ovunque si eserciti (da professionista o da funzionario pubblico) è diventata una sterile sequenza di adempimenti normativi e burocratici.

Privilegiamo la forma (burocratica) rinunciando a dare una forma (urbana) alla città.

Ma la qualità urbana non si misura con la carta bollata. Purtroppo, come si vede, siamo nel mezzo di un conflitto tra chi vorrebbe che le città fossero amministrate secondo un pensiero organico e chi, sostanzialmente, se ne frega: basta che le carte siano a posto.

Stanno vincendo loro.

Più avanti il pensiero dell’arch Lonetti diventa ancora più esplicito, laddove secondo la sua opinione questa gara:

“garantirà un risparmio di almeno seicentomila euro al Comune di Catanzaro; risparmio da cui trarrà beneficio la comunità catanzarese in quanto le ridotte risorse economiche disponibili, considerata la nota carenza finanziaria di tutti i comuni, saranno utilizzate per interventi urgenti di messa in sicurezza delle scuole, delle strade o di un miglioramento del decoro urbano.”

Ed ecco a voi sintetizzato il pensiero burocratico/contabile che guida la gestione del territorio di un comune come Catanzaro. Nessuna visione complessiva, nessuna prospettiva, nessuna capacità di andare oltre il semplice calcoletto contabile.

Il Comune di Catanzaro avrà rispramiato seicentomila euro per fare un nuovo asilo nido o una strada, ma quanti ne spenderà l’amministrazione se la posizione di quell’asilo, o di quella strada (individuati da un piano regolatore) sarà sbagliata?

Quanto danno economico subirà la comunità catanzarese se le scelte di questo piano saranno dettate da motivazioni diverse da quelle del bene collettivo?

Quali garanzie può dare un fornitore che vende sotto costo i propri prodotti con azioni che si configurano come tipiche del Dumping?

Quale vantaggio ha il Comune di Catanzaro a richiedere ai propri professionisti una esposizione economica così sproporzionata (rinunciare, ovvero secondo la logica del Comune, investire seicentomila euro nella speranza di ottenere in futuro altri incarichi più remunerativi)? Quale tipo di professionista può permettersi di rinunciare a un simile compenso? quale tipo di professionista ha la convenienza a svolgere un lavoro così complesso rinunciando ad un compenso?

Il Comune di Catanzaro, come ritiene di poter garantire la partecipazione al bando dei migliori professionisti, ovvero quelli che hanno già molta esperienza e competenza, se il compenso previsto è basato principalmente sulla possibilità di fare esperienza?

Quali garanzie ha il Comune di Catanzaro per preservarsi dal fatto che il professionista che offre le sue prestazioni a titolo gratuito non sia maggiormente esposto alle pressioni economico finanziarie che inevitabilmente caratterizzano questo genere di incarichi?

Sono tutte domande che non hanno una risposta semplice; nè si può sostenere in maniera aprioristica che i colleghi che si sono aggiudicati la gara (guarda caso unici partecipanti, alla faccia della concorrenza) non svolgeranno in maniera ineccepibile il loro incarico. E’ tuttavia chiaro che le modalità con cui è stato impostato questo bando mettono in evidenza l’ingenuità culturale, la stolta furbizia, di chi pensa di poter ottenere un risultato o un prodotto di qualità senza attribuirgli il giusto valore.

Insomma sembra proprio che l’Amministrazione comunale di Catanzaro si sia convinta di poter fare “le nozze con i fichi secchi…..”

Fuori di Lista

28 Settembre 2017

the-wild-bunch

Carissimi architetti,

prossimi ed entusiasti elettori per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine APPC di Roma,

noi di Amate l’Architettura siamo qui per svelarvi una scioccante verità…….

LE LISTE NON ESISTONO!

Ebbene si, sembra strano da dire ma le liste dei candidati per le elezioni del Consiglio non esistono.
Non esiste alcuna norma che le prevede, non esiste alcun obbligo di presentarle più o meno formalmente, non esiste la necessità di comporre e mettere insieme 15 nominativi per proporli in un unico “santino” da consegnare appena fuori dal seggio elettorale.

Non ci credete?

Eppure è così.
Il DPR 8 luglio 2005, n. 169 all’articolo 3 comma 11 dice testualmente che:
“l’elettore vota in segreto, scrivendo sulle righe della scheda il nome ed il cognome del candidato o dei candidati per i quali intende votare …..”

Leggendo il resto della norma non si trova traccia di liste.
Si dice, quello si, che un Consiglio come quello di Roma, che ha più di 17.000 iscritti, è formato da 14 consiglieri senior e 1 junior e che quindi il numero massimo di preferenze che può esprimere un elettore senior è 14.

Ancora più inesistente è la necessità di presentare un programma, che infatti, da almeno 20 anni si somigliano un po’ tutti (diteci chi è che non propone di promuovere una legge per l’architettura…..) e che sostanzialmente serve a mascherare la necessità di dare una veste ideologica comune a candidati che nella realtà non hanno nulla in comune, se non il fatto di aspirare ad essere eletti.

In un Ordine come quello di Roma, per avere la speranza di essere eletto, un candidato deve raccogliere un numero di preferenze vicino a 2.000. Alle ultime elezioni l’ultimo degli eletti (Tamburini) prese 1.270 voti, il più votato (Sacchi) ne prese 1.458 (l’8,3% degli iscritti).Ai tempi d’oro Schiattarella superava le 3.000 preferenze ma partiva dal vantaggio di essere il presidente uscente; nella primissima elezione del 1999 (quando si candidò insieme a Ridolfi) si aggirava su numeri comparabili con quelli di Sacchi (ci pare 1.700).

Nessun singolo candidato da solo è in grado di raccogliere tanti voti, quindi, se si vuole avere serie speranze di vincere, diventa praticamente obbligatorio apparentarsi tra diversi gruppi di potere in maniera da mettere insieme i potenziali elettori. Questo apparentamento è quindi il risultato di faticose trattative, accordi e compromessi che si fanno tra candidati. Oltre al bagaglio di voti conta spesso la composizione: almeno un professore universitario, un esponente delle PA, un giovane, un anziano, un architetto famoso, uno che sa di cultura, uno che bazzica in periferia e perché no? Anche un precario sottopagato aiuta il pluralismo.

Quindi ci ritroviamo 15 architetti che fino a pochi mesi fa nemmeno si conoscevano e che all’improvviso ci vogliono fare credere di essere graniticamente uniti da un programma.

Ciascuno di noi che ha votato in passato lo può confermare: conosciamo a malapena quattro o cinque (se va bene) dei componenti delle quattordicine che ci vengono proposte; noi di Amate abbiamo provato a fare questo esercizio e, su 113 candidati, non siamo riusciti a mettere insieme più di 10 nomi che, conoscendoli, ci convincessero. Spesso proprio perché li conosciamo eviteremmo volentieri di votarli. Spesso ci stupiamo persino che quel nostro amico si sia apparentato con quell’altro personaggio. C’è poco da stupirsi, è una questione di pragmatismo. Se vuoi avere speranze di essere eletto devi associarti ad una lista; e devi comporla in maniera più eterogenea possibile in maniera da non pescare negli stessi serbatoi di voti.
Una regola tristemente confermata……. Fin’ora.

Adesso finalmente abbiamo la soluzione.

VOTATE FUORI DI LISTA!

Perché votare con la logica delle liste?
Perchè essere costretti a votare con un “santino” in mano da ricopiare diligentemente?

Noi vi invitiamo a rompere questo schema perverso.
Invitiamo a votare solo ed esclusivamente i candidati conosciuti, quelli di cui vi fidate personalmente; e se non avete 14 nomi da scrivere, pazienza, scrivete solo ed esclusivamente quelli che vi convincono direttamente.

Noi di Amate l’Achitettura abbiamo fatto questo esercizio. Abbiamo letto la lista di tutti i candidati e abbiamo selezionato quelli che conosciamo e che per diverse ragioni riteniamo eleggibili. È la nostra lista, non dipende da accordi sottobanco, non abbiamo chiesto niente in cambio, né abbiamo consultato i diretti interessati prima di stilarla.

Vi invitiamo a fare altrettanto. Votate fuori dalle liste scegliendo nella lista dei candidati.

Ecco la nostra FUORI LISTA, ecco i nostri 10 nomi, voi mettete gli altri.

Margherita Aledda

Cecilia Anselmi

Massimiliano Bertoldi

Marco Burrascano

Massimo Cardone

Carla Corrado

Vito Rocco Panetta

Marco Maria Sambo

Margherita Soldo

Christian Rocchi

…………. ……………

 

PS – nel frattempo che riflettete sui nomi vi ricordiamo di sottoscrivere la nostra petizione per sollecitare una decisione del CNA sul rispetto della legge sulla rielegibilità nei consigli degli Ordini degli architetti.

Rispetto della legge sulla rieleggibilità nei consigli degli Ordini degli architetti!

27 Settembre 2017

orwell

Siamo convinti che la candidatura dell’Arch Ridolfi alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio dell Ordine di Roma PPC sia stata presentata in aperta violazione della normativa vigente che limita a 3 il numero massimo di mandati consecutivi.

La nostra lettera aperta ai commponenti della lista Noi-Architetti, a parte un commento sul nostro blog, sembra essere caduta nel vuoto.

Abbiamo quindi deciso di lanciare una petizione da inviare al Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, per solelcitarlo ad esprimersi sulla questione e dichiarare “prima delle elezioni” se l’arch Ridolfi è eleggibile oppure no e a invalidare la sua candidatura.

La petizione è relativa al caso specifico di Roma che conosciamo bene, ma ci risulta che situazioni analoghe si stiano verificando in diversi ordini provinciali; per cui invitiamo anche gli iscritti di altre parti di Italia a sottoscrivere la petizione in maniera da sollecitare una presa di posizione da parte del CNA che possa dire la parola fine a questo genere di abusi.

Questo il testo della petizione.

“Gli Ordini professionali, come altre amministrazioni con funzioni di pubblica utilità, sono governati da Consigli che vengono rinnovati ogni 4 anni tramite elezioni.
Per un principio di trasparenza e democrazia, regolato dall’art. 2, comma 4, del DPR N. 169/2005 e dell’art. 2, comma 4-septies, del DL N. 225/2010, non si può essere eletti per più di 3 mandati consecutivi.
L’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente dell’Ordine degli Architetti p.p.c. di Roma è stato eletto Consigliere, con cariche di tesoriere e, successivamente, di vice presidente ed infine di presidente per 5 mandati consecutivi, fin dal 1999.
 Ora, a seguito dell’entrata in vigore del D.P.R. N. 169/2005, nella corrente tornata elettorale, si è candidato per la sesta volta consecutiva alle elezioni, la quarta dall’entrata in vigore del DPR 169/2005, consapevole della sua ineleggibilità.
Con la presente chiediamo al Consiglio Nazionale degli Architetti p.p.c., massima autorità di controllo degli architetti, di invalidare la candidatura dell’arch. Ridolfi con l’autorità del potere di surroga dato dalla mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.
La candidatura dell’arch. Ridolfi rappresenta un affronto ai principi di alternanza, alla base delle regole democratiche, sottintesi dalla legge. L’eventuale elezione dello stesso, inoltre rappresenterebbe un grave danno per l’Ordine stesso e per tutti i suoi iscritti a causa dei sicuri ricorsi ai tribunali amministrativi che ne scaturirebbero con la conseguenza di una paralisi amministrativa dell’organo e di un molto probabile annullamento delle elezioni con evidente danno erariale.”

Questo è il link alla petizione.