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LETTERA APERTA AGLI ARCHITETTI CANDIDATI NELLA LISTA “NOI ARCHITETTI” PER LE ELEZIONI DELL’ORDINE DI ROMA DEL 2017.

23 settembre 2017

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Stimatissimi colleghi, con la pubblicazione della vostra lista per elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma, abbiamo appreso che si candiderà anche quest’anno l’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente della passata consiliatura.

Siete tutti noti ed affermati architetti ed è evidente che la vostra candidatura è espressione di uno spirito di servizio per questa istituzione e non di una ricerca di un tornaconto personale.

Per questa ragione riteniamo che vi sia sfuggito il fatto che i sensi dell’ art.2, comma 4, del DPR 169/2005 e dell’art.2, comma 4-septies, DL N.225/2010, che stabiliscono un limite massimo di 3 consiliature consecutive se in già in carica al 27/02/2011, l’arch. Ridolfi non sia più candidabile in quanto è consigliere dell’Ordine di Roma ininterrottamente dal 1999.

In questi anni ha ricoperto la carica di tesoriere per 12 anni, poi di vice presidente e, successivamente, di presidente, oltre ad altri incarichi minori.

Una persona che ha ricoperto per così tanti anni incarichi di rilievo non può non sapere che la sua candidatura è in palese violazione con il dettato di legge, voi, probabilmente, non ne siete a conoscenza.

Perciò, in virtù di quanto vi abbiamo esposto vi chiediamo di sollecitare l’arch. Ridolfi a ritirare la propria candidatura a consigliere dell’Ordine o, in caso di un suo diniego, a ritirare la vostra candidatura e quindi il vostro sostegno ad un collega che vìola apertamente le regole democratiche su cui si basa il nostro Ordine, già ridicolizzato, a causa sua, con l’attuale surroga (un commissariamento di fatto) a causa della mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.

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Minimi tariffari. Perché non sia una battaglia di retroguardia

12 maggio 2017

(..) Città e paesaggio incarnano valori collettivi essenziali per la democrazia. Formano un orizzonte di diritti a cui deve rispondere la responsabilità dell’architetto, perché il suo lavoro incide sull’ambiente e sul tessuto urbano, determina la qualità della vita quotidiana, modifica le dinamiche della società (..) scrive  Salvatore Settis nel suo ultimo  “Architettura e democrazia”.

La manifestazione programmata il 13 maggio a Roma, che vede in piazza i liberi professionisti e gli Ordini professionali italiani per il ripristino dei minimi tariffari aboliti dalla legge “Bersani” del 2006 (n. 248/2006), ha il grande merito di riportare all’attenzione pubblica il tema del ruolo sociale delle categorie professionali, devastate negli ultimi anni da una crisi non solo di mercato ma anche di identità.

La verità è che gli ultimi 20 anni hanno trovato impreparate, complici le nostre fallimentari Università, intere categorie professionali precedentemente tutelate da un sistema culturale e sociale che garantiva loro un mercato protetto e selettivo. E così, anche crogiolandosi nel comodo equivoco e nella presunzione di dover essere categoria culturale prima che professionale, queste categorie non hanno retto l’onda d’urto di un mercato, non solo del lavoro ma anche della conoscenza, sempre più globale e orizzontale.

Queste categorie, innanzitutto quella dell’architetto, continuano a ricoprire tuttavia un ruolo primario all’interno dei processi di trasformazione dei nostri territori antropizzati o meno che siano; ma lo fanno purtroppo privi di qualsiasi riconosciuta autorevolezza e di qualsiasi potere contrattuale.

E’ evidente come il ripristino per legge dei minimi tariffari, che questa manifestazione promuove, rappresenti un tentativo di ricostruire questo svanito potere contrattuale, tradendo tuttavia una visione limitata della questione e rischiando di passare, con evidente effetto boomerang, per un tentativo di tutelare solamente gli interessi di categoria. La questione merita invece un approccio più ampio e argomentato soprattutto perché è in ballo non solo la tutela professionale e sociale di una categoria ma la stessa dignità del lavoro.

Allora bisogna premettere che la scelta di liberalizzare le professioni aveva un intento lodevole, quello di scardinare un mercato monopolizzato, spesso dalla solite figure professionali, che si aggiudicavano, in materia pubblica, a parità di compenso professionale qualsiasi appalto/gara sulla base di valutazioni tecniche spesso opinabili; l’eliminazione delle tariffe minime avrebbe garantito l’immissione nel mercato di forze nuove capaci di competere, oltre che sul piano professionale, anche su quello economico, secondo un principio di libero mercato.

Ma evidentemente qualche cosa non ha funzionato, e per un duplice motivo.
Il primo è che, ovviamente, la libera competizione produce apertura del mercato e benefici sociali solo laddove esiste un mercato veramente libero e competitivo. In Italia il libero mercato paga indiscutibilmente e storicamente (soprattutto culturalmente) la presenza di centri di potere diffusi, monopolistici e clientelari, che, a seguito della liberazione delle tariffe, hanno opposto una forte resistenza e lavorato a costruire maglie sempre più strette e opache nella gestione degli appalti, complice la crisi storica che stiamo vivendo.
Il secondo motivo è riconducibile al ritardo culturale della categoria (e qui ci sarebbe da rincarare la dose sulla formazione innanzitutto universitaria), che non ha mai abbandonato la visione e la gestione oserei dire romantica dell’attività, e che ha messo a nudo una generazione di professionisti nella stragrande maggioranza incapace di essere realmente competitiva in un mercato globale, limitando quella dimensione innovativa che tale rivoluzione liberista doveva alimentare e potenziare; è successo invece che il micro tessuto degli studi professionali, a fronte di una calo sostanziale della committenza pubblica, si è trovato disarmato e debole di fronte ai colossi che oggi gestiscono il mercato dell’immobiliare privato, dai fondi immobiliari ai mercati del retail o del facility services, e non hanno potuto imporre, in situazioni di crisi e di competizione selvaggia, la propria qualità professionale.

E’ per questo che sono convinto che tale rivendicazione del ruolo sociale della categoria e del ripristino della dignità del lavoro professionale, incentrata solamente sul tema del ripristino delle minimi tariffari intesi come prima del 2006, non solo rappresenti una battaglia di retroguardia che non porterebbero nessun beneficio ne di condizione lavorativa degli architetti e degli ingegneri ne di ricaduta nella collettività, ma nasconda, come già detto, un effetto boomerang devastante che affosserebbe ulteriormente (se fosse mai possibile) una categoria già pubblicamente squalificata e delegittimata.
Ma allora come affrontare l’evidente urgenza di dover ricostruire l’immagine e la legittimazione delle figure professionali, passando per la loro valorizzazione come attori principali della tutela e della valorizzazione del territorio del nostro paese e come evidente investimento su uno dei patrimoni più importanti che l’Italia possiede, quello delle proprie città e del proprio paesaggio naturale?

Per questo i fronti da affrontare sono diversi e più ampi, riconducibili essenzialmente a 3 punti.
1.    Una riforma profonda delle professioni che metta ordine alle competenze, riporti su un binario corretto la deriva della formazione professionale, agevoli – anche fiscalmente – l’aggregazione professionale a vantaggio di strutture complesse in grado di acquisire potere negoziale e di competere nel mercato globale
2.    Una riforma fiscale, soprattutto dei regimi IVA professionali, che segni la differenza tra economia professionale e economia d’impresa.
3.    Una riforma profonda della normativa di settore a partire dalla Legge Urbanistica nazionale che dopo 75 anni mostra limiti enormi che solo parzialmente possono essere superati dalla normativa regionale; una riforma che aggiorni i principi della pianificazione e dello sviluppo territoriale e che allo stesso tempo affronti decisamente il tema della certezza delle procedure e della semplificazione amministrativa.

Sarebbe importante pertanto che la manifestazione del 13 maggio a Roma affrontasse soprattutto queste priorità, evitando che questa giornata si riduca ad una battaglia di retroguardia dannosa per la categoria e tutto sommato inutile: che vittoria di Pirro sarebbe infatti ripristinare le tariffe minime in un sistema professionale e di mercato senza garanzie di lavoro?
Personalmente parteciperò nell’ottica di dare un piccolo contributo all’importantissima costruzione di una coscienza e consapevolezza collettiva, perché la dignità del lavoro professionale passa indiscutibilmente anche per un principio di compenso minimo. E, in maniera provocatoria proprio verso quei Consigli Nazionali degli Ordini Professionali, che poco hanno fatto negli ultimi anni per migliorare la condizione lavorativa della nostra professione, e che oggi sono tutti, opportunamente, in prima linea nell’organizzazione della manifestazione, mi chiedo: perché non modificare il Codice Deontologico, al cui rispetto siamo tenuti, inserendo il concetto di effort minimo delle prestazioni professionali al di sotto dei quali l’impossibilità di garantire minimi salariali compatibili con la dignità professionale, possa configurarsi come illecito ideologico e/o concorrenza sleale? Potremmo arginare la deriva al ribasso di gare e appalti sanzionando deontologicamente attraversi i propri Consigli di Disciplina, anche con sospensione dall’Albo, eccessi di ribasso a tutela della categoria e dei nostri committenti. Non sarebbe, come detto, una soluzione ma servirebbe a migliorare, senza necessariamente passare per posizioni facilmente populistiche, la nostra condizione lavorativa e a garantire migliori servizi professionali ai nostri clienti.

Ripensare la Formazione Continua Obbligatoria degli Architetti: l’esperienza di Playchef® Design#Contest

19 gennaio 2017

L’ associazione RES Architettura e l’Ordine degli Architetti p.p.c. di Napoli hanno promosso un concorso di design nell’ambito del food design. La formula innovativa del concorso (la creazione di una filiera ideatore-consumatore), l’attenzione formativa verso i partecipanti (viene fornito uno starter kit ai partecipanti per formare sulle tecnologie a disposizione per la creazione dei prototipi) e l’apertura ad un campo di applicazione del progetto meno frequentato dagli architetti, soprattutto al sud, ha motivato il nostro patrocinio ed una attiva partecipazione ad esso, anche in fase ideativa. Il riscontro che sta avendo la conferenza di presentazione del contest, valida anche come corso di formazione in streaming, con crediti formativi (450 download in 1 settimana!), ci ha dato conferma della validità dell’azione intrapresa. Questa esperienza ci apre a riflessioni sulla qualità e sulle modalità della Formazione Continua Obbligatoria, spesso ridotta al ruolo di avvilenti “marchette” sia da alcuni Ordini Professionali sia da altri operatori del settore. Abbiamo chiesto all’arch. Laura Palazzo, di RES Architettura, di illustrarci sinteticamente la filosofia dell’iniziativa.

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Il concorso|corso playchef® design#contest , rivolto ad architetti, designer e studenti di architettura e design, ideato da RES Architettura e promosso dall’Ordine degli Architetti P.P.C. di Napoli è anche un modulo formativo innovativo ed articolato.

playchef® nasce con l’intento di essere, prima di tutto, una operazione culturale: promuove conoscenza e approfondimento in un settore specifico, il Food Design, affronta e crea una filiera nell’ambito del design autoprodotto, ideatore – artigiano/realizzatore – piattaforma “equa” di vendita” ed è anche un modello, una modus operandi innovativo, che nella cooperazione e nel confronto trova la sua modalità esplicativa nonché il suo fine, didascalico. Il seminario di lancio, arricchito da un importante focus su brevetti e suggestivi video che raccontano le filosofie aziendali e le modalità produttive delle aziende partner di concorso, è una opportunità formativa gratuita, scaricabile sulla piattaforma im@teria con il codice ARNA22122016155433T03CFP00300, accreditata dal cna con 3 cfp e resa possibile grazie all’impegno ed all’intuizione del giovanissimo Dipartimento Formazione dell’OAPPC di Napoli, istituito a giugno 2016.
In pochi mesi l’OAPPC di Napoli, con l’obiettivo di consentire il completamento del fabbisogno formativo dell’intero triennio gratuitamente on line, raggiunge traguardi importanti dimostrando che anche le
criticità, l’obbligo di aggiornamento professionale, possono con l’impegno essere trasformate in opportunità.

Si sta portando avanti un modello formativo innovativo, accessibile e facilmente fruibile per consentire agli architetti di acquisire crediti necessari e contemporaneamente trovare occasioni di approfondimento e spunti di riflessione per la professione.


Fin da subito è stato chiaro che playchef “poteva” rappresentare un forte stimolo e generare interesse. Grazie ad ottime sinergie già collaudate tra Ordine Architetti ed associazionismo professionale in cui, con un forte lavoro inclusivo, sono confluite importanti energie sia produttive, che progettuali , che divulgative, oggi iniziamo a raccogliere i primi
riscontri.

L’obiettivo è stimolare il dibattito culturale intorno alla professione di Architetto e realizzare oggetti|progetti che possano arricchire e contribuire a sistematizzare la disciplina del Food Design.

COMUNICATO

3 settembre 2016

 

Gentili lettori e colleghi architetti, il 26/08/2016 il presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, Alessandro Ridolfi, ha intrapreso una iniziativa di solidarietà alle popolazioni terremotate pubblicando in un comunicato una richiesta generica di invio progetti e proposte per i luoghi colpiti da sisma, specificandone le modalità di invio.
Amate l’Architettura ritiene questa iniziativa lesiva della dignità degli architetti e delle popolazioni interessate perché contraria ad ogni buona regola progettuale, in quanto mancante di una opportuna analisi preventiva dei luoghi, ed in quanto non espressamente richiesta, in questi termini, dalle popolazioni sinistrate.
Per questo motivo, il 30 agosto, abbiamo inviato una PEC al Presidente ed ai Consiglieri, chiedendone l’immediata rinuncia all’iniziativa ed la rimozione dal sito della comunicazione, nonché la dovuta informazione agli iscritti, riservandosi azioni nelle opportune sedi se tutto ciò non sarebbe avvenuto entro 48 ore.
Per tutta risposta l’Ordine ha integrato inizialmente il testo dell’annuncio con una specifica che non rettificava, nella sostanza, l’iniziativa, ma ha ingenerato ulteriore confusione. Poi, a 5 giorni di distanza dall’annuncio, è stata ulteriormente modificata la comunicazione, togliendo i riferimenti diretti ai “progetti da inviare”, senza tuttavia comunicare la rettifica ai 20.000 iscritti.
In queste ore molti architetti stanno inviando un esposto alla Commissione deontologica dell’Ordine di Roma perché tale iniziativa potrebbe avere violato ben 12 articoli del codice deontologico degli Architetti, ma ancora di più ha violato il rispetto dei morti del sisma dando adito a critiche di opportunismo levatesi da moltissimi colleghi e testate specializzate.
Nel tempo a venire vi terremo informati sull’esito della vicenda.
Se qualche collega architetto, indignato come noi, intendesse condividere il nostro operato, ci contatti sulla pagina Facebook o all’indirizzo info@amatelarchitettura.com

 

#MERCATIERRANTI

29 settembre 2015

In occasione della conferenza “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” che si terrà il 7 ottobre 2015 presso il Padiglione dell’Unione Europea di EXPO 2015, Amate L’Architettura collaborerà con il CNR Expo Lab nella gestione del live tweeting #MercatiErranti.

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Amate l’Architettura dedicherà i suoi contributi per evidenziare come i mercati agroalimentari contribuiscano a “NUTRIRE” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro.
Partendo dal titolo, “NUTRIRE” preso in prestito da quello dell’EXPO, già rilanciato in occasione della nostra ultima azione con Carte in Regola, cercheremo di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo stesso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano ad estendere il significato del verbo “NUTRIRE”, che in un’accezione più ampia include la “nutrizione culturale e sociale”, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale e/o cosiddetto di “quartiere”.
E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali), affinché i mercati agroalimentari italiani possano continuare ad essere luoghi di preservazione e diffusione nel tempo delle culture e delle abitudini alimentari”.
Al fine di rappresentare casi in cui questa funzione complessiva del “mercato” inteso come luogo di acquisizione di beni ma anche di interscambio tra culture differenti, assolutamente in sintonia con il tema del convegno “su popoli e piante che si muovono”, si è pensato a tre luoghi che possiamo definire “storici” della città di Roma da dove inviare i nostri contributi. Tre Mercati che, pur con caratteristiche diverse, con un diverso sviluppo nel corso delle loro storia e con le ovvie differenze tipiche di altre localizzazioni geografiche, hanno tutti i requisiti per rappresentare e soprattutto testimoniare in modo paradigmatico la validità della tesi qui sopra sostenuta.
I mercati scelti sono a Roma e sono il Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio, il Mercato Metronio e quello di Campo dei fiori.

Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio (Via Principe Amedeo, 184)
Questa realtà nasceva con una localizzazione all’aperto (al centro della piazza) come complemento di un quartiere che era nato come luogo di elezione della burocrazia post unitaria. Di ciò ne è testimonianza evidente la tipologia di architettura prescelta mutuata, quasi pedissequamente, da quella tipica della città di Torino e di molte realtà ad essa riconducibili.  Pur con tutte le limitazioni insiste nei “parallelismi” tra epoche storiche differenti si potrebbe sostenere che come, alle sue origini il quartiere ha ospitato una comunità non propriamente autoctona anche ora, a seguito della massiccia immissione di più comunità provenienti da numerosi paesi extraeuropei il mercato Esquilino può essere considerato, tutt’ora l’emblema dell’interscambio culturale attuato attraverso l’esigenza di reperimento di merci di ogni tipo per il soddisfacimento delle quotidiane esigenze.
Dal 2001 il mercato sia ortofrutticolo che di abbigliamento occupa l’area della ex caserma Sani.
Interviste e foto

Mercato Metronio (Via Magna Grecia, 1956 -1957)
E’ forse l’unico mercato che ha il valore aggiunto di essere stato progettato negli anni 50 dall’Ing.  Ric-cardo Morandi con la finalità di dotare la zona di S. Giovanni di luoghi di aggregazione e di parcheggi. Attualmente la struttura è ancora in uso, sarebbe necessaria una completa riorganizzazione degli spazi, sia al piano terra che a livello ballatoio, anche con l’inserimento di altre realtà per poter ottimizzare la struttura che risulta sottoutilizzata.
Interviste e foto

Mercato di “Campo dei fiori”
Questa realtà, ha subito, soprattutto ad opera delle rappresentazioni cinematografiche e della letteratura, un processo di “mitizzazione” che ha contribuito ad evidenziarla come luogo tipico del “sentire romano”. Si potrebbe quasi sostenere che essa debba, rappresentare pur con le doverose differenze, uno dei tanti monumenti la cui visita sia obbligatoria per chiunque voglia conoscere veramente lo spirito della città. Questa caratteristica, nella quale prevalgono però, le ragioni del “mito” impedisce una visione oggettiva di questa realtà che appare, invece assolutamente allineata agli stilemi ormai comuni che prevedono una caotica commistione di realtà commerciali non propriamente orientate al soddisfacimento dei bisogni quotidiani del quartiere bensì agli onnivori desiderata della clientela turistica per la quale l’unico argomento è, tranne rare eccezioni, che l’oggetto acquistato provenga dal luogo in questione.

A questo link è possibile scaricare il programma.

Seguiteci e rilanciate i vostri contenuti utilizzando l’hashtag #mercatierranti.

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Nutrire il quartiere

L’intervento di Amate l’Architettura al convegno organizzato da CarteinregolaUn mercato non è solo un mercato” è stato impostato per fornire al pubblico una rapida panoramica delle esperienze internazionali in materia di recupero e gestione dei mercati coperti. Partendo dal titolo (preso in prestito da quello dell’EXPO’) abbiamo cercato di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo steso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano a “nutrire” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro. Dove naturalmente il verbo “NUTRIRE” in un’accezione più ampia include la “nutrizione” culturale e sociale, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale. E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali).
Da un punto di vista della rappresentazione abbiamo preferito dare rilevanza alle suggestioni comunicative delle immagini riservandoci di fornire dati di dettaglio in una sede successiva. Questa scelta è stata fatta anche in previsione che gli altri interventi avrebbero concentrato le loro esposizioni su aspetti fortemente documentari e nozionistici, come è in effetti avvenuto e quindi il nostro intervento voleva essere una sorta di esposizione complementare ai ragionamenti tecnici dei colleghi partecipanti al crdvonvegno.

La presentazione realizzata con Prezi è visibile a questo link.

Il primo aspetto su cui ci siamo focalizzati è stato sul valore aggiunto che deriva dalla presenza dei mercati nelle città. L’idea di fondo è quella di provare ad invertire la scala di valori con la quale tipicamente ci si approccia al tema del recupero dei mercati. Infatti la domanda tipica con cui le amministrazioni affrontano il problema dei mercati è: Dove e come troviamo le risorse per valorizzare il mercato ?. Dalla osservazione dei mercati nel mondo è possibile, almeno concettualmente, invertire il tema: sono i mercati che danno alla città (e al quartiere) il valore aggiunto necessario per consentirne il recupero. Se si guarda alle realtà più famose si osserva come nella fascia mediterranea il mercato è un elemento caratterizzante del paesaggio urbano. Il luogo mercato è uno spazio talmente forte e attrattivo da essere l’elemento trainante non solo del paesaggio urbano ma anche dell’immaginario turistico culturale della città. Citiamo innanzitutto il Mercato Egizio a Istanbul (mercato delle Spezie), secondo mercato cittadino dopo il Gran Bazar; il Suk di Marrakech e la rete di mercati popolari che caratterizzano Palermo (Ballarò, Vucciria, Capo). In tutti questi casi la tradizione del mercato agroalimentare è connaturata con la cultura e con il territorio e l’elemento mercato costituisce l’ossatura portante della vita urbana. Rimanendo in area mediterranea ma in epoca più recente abbiamo individuato alcuni esempi ottocenteschi di mercati coperti, che indipendentemente dalle modalità di gestione costituiscono esempi di “architetture” fortemente caratterizzanti della struttura urbana. Dalla variegata esperienza iberica citiamo il Mercado Central di Valencia e il Mercado Bolhao di Oporto; entrambi mercati storici pienamente attivi e molto frequentati anche da turisti. Allo stesso modo il mercato Les Halles di Narbonne si caratterizza pere essere un centro nevralgico in una città altrimenti povera di altre emergenze architettoniche significative.
Abbandonando la fascia mediterranea, tipicamente legata a tradizioni agroalimentari molto forti, scopriamo come anche nelle regioni scandinave e anglosassoni, dalle quali ci si aspetterebbe meno attenzione a questa tipologia urbana, si registrano esperienze nelle quali la destinazione d’uso agroalimentare viene fortemente valorizzata e sostenuta. È il caso dei due mercati di Saluhall a Stoccolma e di Kauppahalli a Helsinki. Un discorso leggermente separato che vale la pena citare è il caso del Covent Garden a Londra dove le attività turistico culturali hanno progressivamente soppiantato il vecchio mercato (attivo fino al 1974); di cui oggi restano solo poche bancarelle.
Al di fuori delle esperienze europee abbiamo ritenuto opportuno inserire due esempi diametralmente opposti. Da una parte nel solco della tradizione occidentale vale la pena citare il Chelsea market a New York, dove non a caso Giovanni Rana ha previsto uno dei suoi cinque ristoranti aperti in tutto il mondo; segno evidente che l’ambiente del mercato è internazionalmente riconosciuto come un luogo di attrattiva. Dall’altra, spostandoci in oriente abbiamo voluto citare il mercato Ben Thanh di Ho Chi Minh City realizzato in epoca coeva alla realizzazione delle poste attribuite a G. Eiffel; il mercato mantiene quello spirito ingegneristico. è interessante notare come la struttura nasca dall’esigenza ottocentesca (e coloniale) di dare alle zone di mercato preesistenti una organizzazione che ne consenta la gestione urbanistica e ne favorisca il controllo sociale; i cittadini vietnamiti hanno tuttavia saputo appropriarsi nel tempo dello spazio e tuttora costituisce uno dei luoghi più interessanti e visitati della città.
Da questa prima carrellata appare evidente come il luogo mercato sia di per se un luogo universalmente riconosciuto come luogo di attrazione. In generale una tipologia di spazio che conferisce valore all’ambiente urbano. Non è quindi puramente retorico affermare che la rete dei mercati rionali romana contenga al suo interno già ampie potenzialità di valorizzazione in grado di fare leva principalmente sulla destinazione d’uso agroalimentare. Da questo punto di vista riteniamo estremamente interessanti sia gli interventi di natura storica (Do.co.mo.mo. e altri) che quello del dipartimento Risorse per Roma che hanno ben evidenziato quanto sia ricca estesa e radicata la rete mercatale. È tuttavia evidente che per estrarre questo potenziale è necessario prevedere una trasformazione delle modalità di fruizione dei mercati che ne stimolino da una parte la frequentazione anche in orari diversificati e dall’altra consentano l’ottimizzazione degli spazi consentendo utilizzi e destinazioni d’uso diversificate.
La panoramica prosegue quindi riportando esempi di strutture europee che hanno come elemento caratteristico la diversificazione e l’efficientamento dell’offerta (o al contrario per alcuni casi limite la loro estrema specializzazione), sia introducendo nuove funzioni e sia attuando nuove politiche di orario. Si parte di nuovo dall’esperienza iberica citando la Bouqueria di Barcellona che oltre ad essere il fulcro della Rambla è famosa per la possibilità di consumare pasti a pranzo; il mercato ospita inoltre una scuola di cucina molto attiva. A Lisbona merita di essere citato il Mercado da Ribeira completamente ristrutturato e destinato per metà ad ospitare banconi per la consumazione dei pasti e negozi. Tornando in Spagna a Madrid il Mercado de San Miguel, dichiarato Bien de Interés Cultural, è stato recuperato con un intervento finanziato da privati e riaperto al pubblico nel 2007; dove al suo interno sono ospitati, oltre al mercato, anche diversi negozi e ristoranti. Con lo stesso spirito risultano degni di attenzione il Mercato Centrale Nagycsarnok a Budapest, il Borough Market a Londra e il Central Market Hall di Sofia. Completano questa sequenza l’Arminius Marketkhalle di Berlino, recuperato grazie ad una azione popolare che si è opposta alla sua demolizione, e il Mercato centrale di San Lorenzo a Firenze, recuperato su progetto di Archea.

L’ultimo capitolo della nosstra carrellata si concentra sulle esperienze che si caratterizzano per una maggiore presenza architettonica contemporanea. un primo esempio tutto itlaiano è caratterizzato dall’intervento di risistemaizone di Porta Palazzo a Torino, uno dei più grandi mercati all’aperto d’europa, fulcro di un piano più ampio di recupero del Quadrilatero; oltre alla sistemaizone e alla riorganizzazione delle strutture esistenti l’intervento si caratterizza anche per l’edificio di supporto logistico progettato da Fuksas. Il progetto per il recupero del Mercato di Santa Caterina a Barcellona, dello studio Miralles Tagliabue, si caratterizza per la il grande impatto architettonico della copertura, al tempo stesso estremamente moderna ma, grazie all’uso delle piastrelle policrome di rivestimento, anche molto bene inserita nel contesto.
Per richiamare di nuovo una esperienza extraeuropea vale la pena citare, per l’equilibrio formale e materico, il mercato di Yusuhara progettato da Kengo Kuma.
Concludiamo questo “viaggio nei sogni” con il progetto  per il Markthall a Rotterdam di MVRDV. Un intervento di recupero urbano per il quale il Comune di Rotterdam ha lanciato un bando di concorso tra cinque diversi svuluppatori di Real Estate; l’idea finale prevede un edificio multifunzione (residenziale, commerciale, sociale) centrato appunto sulla presenza al suo interno di un mercato agroalimentare.

Un cenno a parte è stato fatto sulla possiblità dei mercati di fare rete. Soprattutto a Roma, che vanta una diffusione capillare degli spazi in tutto il territorio urbano, varrebbe la pena sfruttare questa capillarità, anche seguendo il modello delle mappe digitali parigine, per diventare fulcro di relazione delle amministrazioni con il territorio. una tecnologia facilemtne impiegabile è quella di iBeacons, già adesso utilizzata ad esempio per EXPO2015.

Concludendo l’intervento abbiamo focalizzato le principali caratteristiche dei mercati analizzati:
– Centralità del mercato,
– Multifunzionalità,
– Differenziazione dell’offerta,
– Politica degli orari,
– Partecipazione,
– Attività sociali ed artigianali

Qui di seguito riportiamo il video realizzato appositamente per l’evento da Tiziana Amicuzi con fotografie di Giulio Paolo Calcaprina e di di Giorgio Mirabelli, musiche di Francesco Ornielli.

Gruppo di lavoro di Amate l’Architettura: Tiziana Amicuzi, Lucilla Brignola, Giulio Paolo Calcaprina, Ilaria Delfini,  Giorgio Mirabelli, Giulio Pascali

Concorso area ex Caserme Flaminio: si è mosso l’Ordine degli Architetti

13 febbraio 2015

La vicenda del concorso dell’area cosiddetta “ex caserme” al quartiere Flaminio di Roma, un’area, lo ricordiamo ai nostri lettori, di 5,1 ettari in una zona centralissima e perciò strategica, è paradigmatica della prassi che si è instaurata nella Pubblica Amministrazione, progressivamente, da circa venti anni.

Ce ne siamo già occupati in una lettera aperta all’Assessore Caudo (Assessore alla Trasformazione Urbana del Comune di Roma) del 6 novembre 2014 e in un articolo del 19 gennaio 2015.

La logica è questa: Io (P.A.) devo agire e per questo motivo mi riservo, a mio insindacabile giudizio, di decidere chi dovrà progettare. Ovvero non privilegio il progetto migliore bensì il progettista che ritengo più idoneo secondo un mio imperscrutabile criterio di valutazione, ergo devo avere le mani libere da tutti i lacci della procedura pubblica. Questo è quello che è accaduto nel caso in questione: è stata acquisita un’area demaniale (soldi pubblici) da un organismo di natura giuridica privata (Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr), di cui tuttavia l’azionista di maggioranza (CDP) è una s.p.a. ed è pubblico; è stata promossa dal comune un procedimento di progettazione partecipata con la popolazione residente (soldi pubblici), ma quest’Ente si rifiuta di mettere in atto una procedura concorsuale aderente a quella prevista per gli appalti pubblici.

Qual è il problema? Alcuni colleghi faticano a capire il perché della nostra levata di scudi, altri, addirittura, ne sono infastiditi.

Il problema nasce dal fatto che è stata messa in atto una procedura concorsuale – palese e non anonima – nella quale i termini di valutazione non sono definiti (si sono chiesti, nella prima fase curricula e progettini senza spiegare quale sarà il criterio decisionale), i componenti della commissione giudicatrice slittano da una fase del processo all’altra (fatto assai irrituale!), il Documento di Progettazione Partecipata, che dovrebbe essere alla base del Concorso non è ancora pubblico ma intanto questo stato indetto.

Forti di queste argomentazioni e di altre, ci siamo rivolti all’istituzione territoriale preposta al controllo di queste procedure: l’Ordine degli Architetti di Roma.

L’Ordine, con apprezzabile solerzia, ha valutato anche la nostra segnalazione e ha immediatamente scritto a Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr (e in copia al Comune di Roma ed al CNA) invitandola ad “attivare una procedura ad evidenza pubblica secondo quanto stabilito dall’attuale normativa”.

C.D.P.I sgr, il 28 gennaio 2015, ha risposto che la sua natura giuridica è privatistica “non rientrando, sotto alcun profilo, nella nozione di “amministrazione aggiudicatrice” (cioè non si sentono sottoposti all’obbligo del rispetto dei bandi pubblici), ma che, per graziosa concessione, “ha comunque deciso di procedere ai fini dell’affidamento della progettazione del masterplan dell’Area, a un concorso internazionale di progettazione, caratterizzato dalla massima trasparenza e apertura alla concorrenza” (sic!).

Perciò l’Ordine il 6 febbraio 2015, preso atto della volontà di CDPI sgr di procedere ad “un concorso internazionale di progettazione” chiede che questo venga organizzato come previsto dalla legge. Vero (aggiungiamo noi) e non finto.

Contestualmente (seconda nota di merito per il suo operato), l’Ordine segnala all’A.N.A.C., l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone, tutta la vicenda riassumendone il contesto e le motivazioni per le quali è stato indotto a prendere posizione.

Sono tre le considerazione che desideriamo evidenziare al termine di questa esposizione:
la prima: se l’Ordine di Roma ha valutato questo procedimento come noi vuol dire che proprio infondate le nostre osservazioni non erano. Questo aspetto lo abbiamo messo in evidenza già dallo scorso maggio 2014, nel corso del laboratorio di Partecipazione, chiedendo già allora che venisse approntato un concorso pubblico sul modello di quello del Guggenheim di Helsinki.
La seconda: attenzione, cari colleghi, a partecipare a questo bando, così strutturato, perché rischiate di perdere il vostro lavoro.
La terza: attendiamo la valutazione dell’A.N.A.C. Se questa Autorità decidesse che CDPI sgr non è tenuta al rispetto di una procedura pubblica per un’area demaniale che nelle previsioni sarà per 27.000 mq privata con residenze e attività turistico-ricettive-commerciali, ma sarà anche pubblica per 24.000 mq, con servizi, spazi pubblici ed un Museo della Scienza allora vuol dire che c’è un gigantesco vulnus legislativo che va colmato quanto prima possibile.

ALLEGATI:

qui la PEC da noi spedita all’Ordine: carteggio Amate l’Architettura – Ordine Architetti Roma

qui tutto il rimanente carteggio sintetizzato nel nostro articolo: carteggio Ordine Architetti – CDP – ANAC