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LA RIAPERTURA DEI RISTORANTI [Post Covid-19]

19 Aprile 2020

Stiamo sempre di più prendendo consapevolezza che dovremo, per un periodo di tempo, convivere con la presenza di questo virus. Non sappiamo, perché nessuno ha in proposito dati certi, quanto questa situazione durerà. Possiamo però ragionevolmente prevedere che per alcuni mesi di sicuro il virus ci accompagnerà, ed è possibile che questo periodo possa arrivare ad un anno o superarlo.

In ogni caso, senza entrare eccessivamente nel merito delle previsioni, si tratta di un periodo di tempo consistente, tale da comportare la riorganizzazione di alcune attività produttive. Mi riferisco a tutte le attività che prevedono la presenza di un pubblico, la sua permanenza in uno spazio delimitato e la fruizione di un servizio. Analizziamo il caso dei servizi di ristorazione fra cui ristoranti, bar, pub, gelaterie e pasticcerie.

Nel momento in cui scrivo, sono entrambi chiusi per decreto. O meglio, è consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto. La loro riapertura non è ancora stata calendarizzata con precisione, ma probabilmente potranno riaprire fra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Il dibattito sulle modalità con le quali potranno gestire la riapertura è già ampiamente in corso sui giornali, a partire dalle richieste degli operatori del settore e dalle prime confuse risposte dei politici. Si spera che sia proficuamente in corso anche all’interno delle varie commissioni preposte a fornire delle valide linee guida per la ripartenza.

 

Foto: Hong Kong, Cina, 29 Marzo 2020. Clienti mangiano in un ristorante a distanza di sicurezza ©Anthony Kwan/ Getty Images

I principi generali saranno gli stessi per tutti gli esercizi commerciali: distanziamento fra le persone, limitazione delle presenze, alternanza e distribuzione della fruizione su un arco di tempo maggiore; si dovrà offrire la possibilità di lavarsi e/o igienizzarsi le mani, garantire il ricambio dell’aria negli ambienti chiusi e favorire la possibilità di fare ordini e pagamenti limitando il contatto con il personale e il passaggio fisico di denaro (https://www.corriere.it/cronache/20_aprile_11/coronavirus-nuove-regole-negozi-aziende-che-riaprono-vademecum-f4fed61e-7b6e-11ea-afc6-fad772b88c99.shtml?refresh_ce-cp). A breve però dovranno essere fornite specifiche linee guida per ogni tipologia di esercizio.

Attualmente è già consentito effettuare interventi di manutenzione e di eventuali modifiche finalizzate alla gestione di questa emergenza. Gli esercenti però ancora non sanno in che direzione con precisione muoversi. Anche perché è facile immaginare che saranno necessari degli investimenti per mettere in pratica le misure precauzionali necessarie alla riapertura e l’accesso al credito, per quanto possa essere agevolato in termini di tassi e procedure, in questo momento spaventa per le prospettive di una riduzione degli incassi.

Le linee guida specifiche per i servizi di ristorazione è presumibile che prevedano quanto meno: una distanza tra i tavoli di almeno due metri (per permettere il passaggio in sicurezza del cameriere), una maggiore distanza al bancone fra operatore e cliente e una distanza fissa fra clienti al bancone. Oltre a questo all’interno delle cucine dovranno essere rispettate le distanze di sicurezza fra i dipendenti, fissate le postazioni di lavoro, dovranno essere ridotti i turni di lavoro e si dovrà cercare di organizzare su una fascia di tempo più ampia la fase di preparazione degli alimenti. Nei casi, che andranno ad incrementarsi, di consegna a domicilio, sarà necessaria una netta separazione fra i locali di preparazione e quelli destinati al ritiro da parte dei fattorini.

 

Foto: Trattoria da Nennella, Napoli, Italia. Fonte: web.

Anche immaginando di riuscire a mettere in pratica tutte queste misure in spazi che non sono predisposti, il risultato credo che non sarebbe particolarmente attrattivo. Immaginiamo la piccola trattoria a conduzione familiare di un qualsiasi centro storico, oppure una delle tante pizzeria in cui si faceva lo slalom tra i tavoli per raggiungere il proprio posto, il bancone del bar celebre, di fronte al quale ci si accalcava per chiedere un caffè. E’ possibile che le trasformazioni interne rendano insostenibile il precedente modello di gestione, basato su un rapporto consolidato fra costi di gestione e numero di clienti.

Le prime soluzioni progettuali che cominciano ad essere proposte e a circolare, non sembrano convincenti. Nel caso dei ristoranti circolano immagini di tavoli con elementi divisori in vetro che comunicano un grande senso di tristezza. Non possiamo infatti sottovalutare il fatto che la fruizione di uno spazio collettivo è finalizzata al piacere della condivisione. La dinamica dell’ottenimento del piacere, e quindi della piacevolezza del luogo, è basilare. Non se ne può prescindere.

Oltretutto queste soluzioni non sembrano garantire la sicurezza personale, perché uno dei problemi che si sta finalmente focalizzando, è la diffusione del virus nell’aria negli ambienti chiusi. Il problema del tempo prolungato di permanenza e della diffusione nell’aria delle micro gocce di saliva, all’interno della sala di un ristorante è difficilmente risolvibile. Sarebbe necessario quindi un netto potenziamento degli impianti di areazione, che per essere efficace comporterebbe costi notevoli. Cenare in ambienti chiusi, di conseguenza, difficilmente potrà ispirare fiducia ai clienti, anche se il locale adottasse tutte le precauzioni a cui abbiamo fatto riferimento.

Come pure risulterà molto problematico gestire la convivialità, che pure è spesso alla base della scelta di consumare i pasti in un ristorante. Al di là della stretta osservanza delle linee guida sanitarie, che prima o poi saranno rese note, il tema centrale sarà comunque prettamente architettonico. Il successo dei servizi di ristorazione, come sempre, è strettamente connesso alla piacevolezza nella fruizione dell’ambiente. E’ inutile riorganizzare questo tipo di esercizi commerciali secondo parametri strettamente sanitari se non si riesce parallelamente ad assicurare il piacere della permanenza, perché da un punto di vista economico potrebbe risultare un investimento insostenibile. La conseguenza potrebbe essere una diminuzione della domanda maggiore di quella già prevedibile per ragioni congiunturali.

Sembra un problema insolubile, ma probabilmente in termini assoluti non lo è. Come spesso succede, di fronte a problemi che appaiono irrisolvibili, è opportuno innescare un cambio di paradigma. Un rovesciamento del punto di vista e delle condizioni “al contorno”. Per garantire la sopravvivenza di queste due tipologie di esercizio commerciale, sempre che questo sia un obiettivo condiviso dal governo in quanto finalizzato al preservare l’occupazione nel settore, servono nuovi concept e soprattutto una burocrazia agile che permetta di metterli in pratica in tempi rapidissimi.

Sono molte le riflessioni che gli esercenti sono chiamati a fare in vista della riapertura delle attività di ristorazione. Non è il caso di tentare inutili sovrapposizioni con i professionisti del settore, per cui rimando all’interessante articolo di Vincenzo Pagano su Scatti di Gusto del 12 aprile, di cui in particolare mi ha colpito una frase: “bisogna considerare anche la strada come una sala e la porta di casa del cliente come il bordo del tavolo” (https://www.scattidigusto.it/2020/04/12/coronavirus-riapertura-cosa-devono-fare-ristoranti-e-pizzerie-a-maggio/).

 

Foto: Ristorante nel parco sotto le tende. Fonte: web.

Le cucine in questo prossimo futuro dovranno probabilmente uscire dagli spazi ridotti dei ristoranti per ricollocarsi negli spazi aperti, privati o pubblici. In luoghi in cui il contagio non faccia paura, in cui i metri quadrati non abbia un costo alto e in cui la distanza e la circolazione dell’aria sostituiscano le tristi barriere di plexiglass.

Per fare questo però è necessario derogare in molti casi dalle normative esistenti, per permettere la collocazione in aree aperte di prefabbricati ad uso cucina con titoli edilizi semplificati, su terreni privati o pubblici dati in concessione, mettendo a punto forme prestabilite e rapidamente attuabili di convenzioni con limiti temporali e di utilizzo molto ben definiti.

Questo processo va messo in atto con una normativa snella, ma nello stesso tempo rigorosa. Il rischio infatti in un paese come il nostro è evidente. E’ necessario infatti evitare che misure temporanee, di sostegno ad un’emergenza, non si tramutino poi in occupazioni abusive e durature di beni collettivi. L’esperienza insegna che qualsiasi semplificazione burocratica, soprattutto nelle fasi di emergenza, ha potenzialmente come rovescio della medaglia la diminuzione dei filtri che proteggono la collettività da un uso insano delle risorse collettive.

 

Foto: Pic- nic in un parco. Fonte: web.

La ricollocazione delle attività di ristorazione esistenti all’aria aperta, potrebbe essere la prima e più efficace risposta per una riapertura in tempi brevi e in sicurezza. Ovviamente non può essere l’unica risposta, ed è un concetto che va adattato e modulato in relazione ai singoli casi. Ad esempio, per evitare i costi di allestimento di cucine mobili, la strategia potrebbe essere quella di mantenere la cucina all’interno delle strutture esistenti e di permettere di derogare invece dalle normative relative all’occupazione di suolo pubblico.

In ogni caso però, per risolvere il problema, è necessario intervenire sul complesso di norme e vincoli che costituisce il contesto nel quale si colloca l’attività imprenditoriale della ristorazione. Bisogna farlo velocemente, ma “cum grano salis”, consapevoli tanto dei rischi di un liberismo sfrenato, quanto del rischio di perdita di occupazione nel comparto.

La riflessione è aperta e noi di Amate l’Architettura chiediamo a tutti di offrire il proprio contributo.

 

 

IL RUOLO DELL’ARCHITETTURA [Post Covid-19]

16 Aprile 2020

A seguito della pubblicazione delle nostre linee programmatiche per il post-Covid-19 rilanciamo questo interessante articolo di Raffaella Matocci pubblicato il 15 aprile 2020 su Diatomea.

Copertina: Visiera protettiva ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners

Da tempo il ruolo dell’architettura si è andato man mano restringendo verso direzioni considerate poco credibili se non, addirittura, superflue. Schiacciata dalla continua pressione economica, la categoria professionale degli architetti sta soffrendo un depauperamento del proprio ruolo in un contesto così ampio che va dal design di interni alla progettazione urbana a grande scala.

Perché sia accaduto questo non è chiaro. Si potrebbe pensare alla continua e silenziosa perdita di idee in chiave progettuale o anche all’estrema velocità del tempo di trasmissione dei dati che fa sì che un prodotto diventi obsoleto dopo soli due anni e che si vadano sempre ricercando isolati fenomeni spettacolari a discapito di un’architettura intesa come organizzazione umana, come capacità di fruizione da parte del cittadino, come dialogo, come supporto alle condizioni di vita e di lavoro dei singoli.

Il tema dell’ultima Biennale di Architettura 2018 è stato Freespace e, dalla visita dei Padiglioni, è emerso chiaramente che la tendenza dell’architettura oggi sia quella di concentrare l’attenzione sulla qualità dello spazio generato da opere costruite o non costruite, materiali o immateriali, tutte, comunque, rivolte a riconsiderare l’Oggetto costruito non più come una scatola chiusa bensì come uno sfondo che regola ed agisce sulla dimensione urbana in cui si inserisce. Basti pensare a City Life a Milano in cui gli “Oggetti” vanno al di là del progetto stesso che li ha generati e fanno da sfondo alla partecipazione attiva della comunità promuovendo l’incontro e definendo la forma del luogo in cui sono inseriti. Penso alle parole dell’architetto Gio Ponti che, nel suo libro Amate l’Architettura, parla dei grattacieli di Mies van der Rohe a Chicaco (che lui chiama “blocchi”) come dei “meravigliosi cristalli ad elementi ripetuti che possono essere sublime ingegneria. L’architettura è nella loro composizione che determina una figura finita, immodificabile”


Mies van der Rohe, Lake Shore Drive Apartment Buildings, Chicago © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York / VG Bild-Kunst, Bonn. Fonte www.MoMA.org

Sembra fuori contesto in questo momento storico parlare di Freespace, di luoghi di incontro, di invito alla socializzazione, di immodificabilità della forma, di promozione dell’interconnessione tra le persone. In una certa misura lo è, e lo è in quella in cui forse è arrivato il momento di capire che noi professionisti dobbiamo rientrare nell’Oggetto e dobbiamo rioccuparci dell’Architettura con un approccio che “aderisca alla legge del mutamento e privilegi gli spazi interni” come ci insegna Bruno Zevi, dove un approccio inorganico e classicista che parte da schemi e volumetrie prefissate, lasci il posto a una visione dell’Architettura che “rispettando e potenziando l’individuo, stimoli il pluralismo”.

Perché, se da una parte è insindacabile che l’architettura si occupi di dare forma ai luoghi in cui viviamo, è altrettanto certo che sia essa stessa uno strumento sociale, un mezzo che si interpone tra l’agire privato e le relative conseguenze pubbliche e lo fa a cominciare dall’Oggetto stesso che, per primo, deve rispondere alle necessità del singolo e della collettività.

RITROVARE IL PROPRIO RUOLO

Gli architetti, ma non solo, tutti i professionisti che hanno a che fare con la progettazione sono chiamati in questo momento storico di emergenza pandemica a ritrovare il proprio ruolo e a riflettere su quello che sta accadendo. Se c’è un aspetto fondamentale, in questa situazione di emergenza e di isolamento in cui il mondo intero versa in questi mesi, è quello di saper cogliere quanto ci si debba mettere in discussione e quanto si possa fare per dare al progetto la capacità di affrontare in maniera seria i problemi logistici a cui ci siamo trovati di fronte. In questo senso il ruolo dell’architettura ha modo di riacquistare il valore che ha sempre avuto e cioè quello di delineare e regolare il complesso rapporto tra l’idea e l’etica, tra la bellezza e la funzionalità, tra la forma e lo spazio, tra la struttura e la funzione. Leggo molti articoli riguardanti il lavoro dell’architetto ai tempi della quarantena ma, al di là di tutto, ricordiamoci che siamo inseriti in un mondo in cui la digitalizzazione ha mosso i suoi passi ormai più di venti anni fa e nel quale ci siamo piegati prima, e adattati dopo, nello sfruttamento massimo dei sistemi di aggiornamento. Io direi di cominciare a parlare di quello che sarà il lavoro dell’architetto post Covid-19, di quanto cambieranno le abitudini delle persone e di quanto sarà necessario leggere, in prospettiva, le odierne attuazioni che non solo tarderanno a scomparire, ma regoleranno le future interconnessioni sociali.

Quello di cui parlo è ripensare alle diverse forma di socialità e di controllo della stessa, al rapporto che cambierà tra il pubblico e il privato, alla scoperta, ri-scoperta e ri-adattabilità degli spazi. Le dinamiche degli spazi comuni cambiano quando il contatto tra le persone è negato e la realtà a cui siamo sottoposti richiederà un ripensamento della rigenerazione dei luoghi sia sotto il profilo urbano sia sotto quello di fruizione dell’Oggetto. Partendo dalla condizione di isolamento, la prima casa, il luogo che per molti di noi ha avuto un ruolo di appoggio quasi fugace dopo intere giornate passate fuori al lavoro, in linea con questi anni di accelerazione ed estrema mobilità, assumerà una nuova attenzione in termini di vivibilità degli spazi che per molti diventeranno multiuso grazie allo sviluppo dello smart working. I servizi scolastici necessiteranno di nuovi investimenti per le infrastrutture digitali in modo da rendere possibile un adattamento in accessibilità. Molte delle strutture monofunzionali dovranno essere ripensate e riutilizzate in vista di un approccio alla funzione che sia mutevole e mutante. Le strutture ristorative, quali bar, ristoranti e tutte quelle di aggregazione sociale, lì dove la “shut-in-economy” (ossia l’economia al chiuso) non sarà sufficiente a garantire un volume di affari proporzionato ai costi di gestione del locale e del personale, vedranno una riprogettazione dello spazio pubblico pensato per un numero limitato di persone   e saranno regolate da norme igienico-sanitarie più restrittive che dovranno tenere conto di zone filtro tra quelle di servizio e quelle dei clienti. Il fermo della mobilità ci ha posto di fronte alla riappropriazione da parte della natura di luoghi che le erano stati negati dall’uomo; di contro, sta dimostrando che non è influente sul tasso di inquinamento che ancora si sta registrando nelle principali città, come Roma e Milano, e che a fare la differenza sono le temperature ancora basse che richiedono l’utilizzo degli impianti di riscaldamento. Non solo, consideriamo che gli stessi edifici rappresentano un potenziale elevatissimo nel raggiungimento degli obiettivi di contrasto al cambiamento climatico, è bene che una volta per tutte sia chiaro che l’architettura ha una grande responsabilità in merito e che è arrivato il momento che gli investimenti siano rivolti all’utilizzo di materiali e tecnologie adeguate al raggiungimento dell’abbattimento delle emissioni di CO2 .

L’architettura dovrà far fronte a tutte queste necessità, dovrà rivedere le priorità e ripensare alle soluzioni.

IL TEMA DELLA CITTÀ. UNA NUOVA GESTIONE DEI PROGETTI TERRITORIALI

Se da una parte è vero che viviamo in ambienti più ricchi di “dati aperti”, i cosiddetti data urban, frutto di una tendenza all’urbanizzazione sempre più diffusa nel mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, come l’Africa e l’Asia, è altrettanto vero che “la città che dopo mezzo secolo di accuse e critiche era stata rivalutata come luogo primario della nostra evoluzione, sembra non essere più il contenitore adatto per la gestione strategica di progetti territoriali complessi” – dice Giacomo Biraghi, esperto internazionale di strategie urbane. La città andrà ripensata non solo sulla base delle visualizzazioni interattive, che rivelano come le metropoli si comportano e come le persone interagiscono con l’ambiente urbano in cui vivono, o del concetto di “Smart City”, incentrato sull’efficienza e le prestazioni ottimali legate ad essa, perché le azioni umane non sempre sono quantificabili e prevedibili; senza alcuna demonizzazione in merito, ritengo che nessuna tecnologia intelligente sia in grado di valutare gli effetti sociali della cultura e della politica, né valutare l’importanza dell’impegno civico ed etico delle persone, tantomeno in questo momento, in cui l’effetto sociale della pandemia cambierà in maniera importante il modo del vivere comune. Quello che si dovrà progettare nel potenziamento, invece, sono le aree esterne alle città, di cui molte, ad oggi, non dispongono neanche di una connessione Wi-Fi stabile.

La gestione dei progetti territoriali dovrà interessare soprattutto la mobilità, il monitoraggio e il ripristino di tutte le infrastrutture a supporto della stessa, magari studiata per appoggiarsi maggiormente alle fonti rinnovabili”- dice Stefano Boeri.

Tirana Green City, proposta dal gruppo composto da Stefano Boeri Architetti, UNLAB e IND; TR030 si compone di tre contenitori: un Affresco metropolitano fondato su dieci grandi temi (biodiversità, policentrismo, sapere diffuso, mobilità, acqua, geopolitica, turismo, accessibilità, agricoltura, energia); un Atlante composto da tredici progetti strategici concretamente collocati nel territorio; una Carta di regole elaborate intorno a cinque sistemi metabolici (natura, infrastruttura, città, agricoltura, acqua). Fonte www.abitare.it

Le statistiche degli ultimi giorni dicono che nell’immediato post coronavirus, quando la quarantena sarà finita, non ci sarà una repentina ripresa delle attività legate al tempo libero e, dal punto di vista economico, questo sarà un problema per le imprese. Solo il 3% degli intervistati ritiene plausibile l’idea di viaggiare all’Estero a breve termine, se non costretti dal lavoro, e questo in prospettiva potrà essere letto come una possibilità di potenziamento della rete di collegamento tra le varie Regioni d’Italia, delle loro strutture ricettive, degli interventi integrati per la crescita e l’interconnessione tra esse. Dedichiamoci a ricostruire i territori, ripartiamo da lì.

LA PROGETTAZIONE DEGLI EDIFICI

Gli edifici sono responsabili del 36% di tutte le emissioni, del 40% di energia, del 50% di estrazione di materie prime nelle Ue, del 21% del consumo di acqua”, dichiara la GBC Green Building Council Italia nel cui Manifesto pone in evidenza il peso che il settore delle costruzioni ha nelle emissioni di CO2 . Dal momento che l’Europa è impegnata concretamente a rendere l’impatto ambientale pari a zero, è bene che il New Green Deal, il nuovo patto verde, sia il punto di partenza per fare in modo che gli obiettivi energetico-ambientali si integrino con quelli economici-sociali. In Italia abbiamo bisogno di monitorare le prestazioni degli edifici e di adottare un protocollo energetico ambientale che detti delle regole e che sia assolutamente alla base delle nuove progettazioni e del riutilizzo delle esistenti. L’architettura ha bisogno di potenziare la cultura dell’efficienza, della sostenibilità, della gestione circolare dei materiali, dei componenti, del cambiamento e delle trasformazioni climatiche.
L’architettura ha un ruolo sociale e sociologico e quando l’architettura crea l’Oggetto, disegna il luogo, dà un contributo all’ambiente e fa contemporaneamente qualcosa per le persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Racconta David Chipperfield, nuovo Guest Editor di Domus per l’anno 2020, dopo aver incontrato Renzo Piano nel suo studio a Parigi: “L’interesse per le prestazioni, la tecnologia e la costruzione non è fine a se stesso. Piano ha sempre considerato il ruolo sociale dell’architettura come sua ragione d’essere”.

Fare architettura significa costruire edifici che respirano, che non consumano troppa energia, anzi, che vivono in simbiosi con l’ambiente. Siamo di fronte ad una nuova frontiera espressiva del progetto. Fatta di leggerezza, trasparenza e sensibilità” – dice lo stesso Renzo Piano in un’intervista al Corriere della Sera.

RIENTRARE NELL’OGGETTO

Tanti sono gli edifici di cui si potrebbe parlare, ma visto il momento che stiamo vivendo, parto dal tema della sanità e nello specifico dal tema degli ospedali. In questi giorni sono state tante le persone a cui ho sentito dire che il problema più grande dell’emergenza sanitaria è costituita dagli enormi tagli alla sanità che il Governo ha fatto negli ultimi venti anni. È innegabile che sia così ma non credo che sia questo il problema del collasso delle strutture sanitarie. Nessuno poteva prevedere una pandemia del genere e nessun Paese sarà in grado di gestire dei numeri così alti con le sole forze che hanno regolato, fino ad oggi, le dinamiche quotidiane in fase di “normalità”. Quello che può cambiare, invece, in assenza di un numero elevato di terapie intensive, è la riorganizzazione interna dello spazio ospedaliero in cui le sale possano assurgere a diversi tipi di trattamento in base alle necessità.

Converto in idee progettuali un’interessante intervista che Mario Cucinella ha rilasciato al Sole 24ore: gli spazi delle sale operatorie devono rispondere al cambiamento di utilizzo così da essere agevolmente spostate, così come gli spazi delle sale delle degenze, in modo da potersi adattare facilmente alla necessità del cambiamento delle cure in fase di emergenza; la flessibilità nella riconversione dei reparti è fondamentale per la gestione da parte del personale sanitario e di conseguenza per la gestione ottimale del paziente; quando un Pronto Soccorso si sviluppa tutto su un piano, al piano terra, chi entra è accolto in base alla gravità della situazione e trova subito cura perché l’intero piano è dotato delle svariate specialità di emergenza, si rende il lavoro di gestione più fluido e si fa un dono del “tempo” al paziente, che a volte si traduce in secondi e non in minuti o ore; le entrate e le uscite devono avere percorsi separati in modo da non far entrare in contatto le persone malate con quelle sane, questo riduce di gran lunga le possibilità di contagio.


Città della Salute e della Ricerca, progetto di Mario Cucinella Architects, Sesto San Giovanni (MI), 2015 (in corso); “L’obiettivo della realizzazione è progettare i luoghi di cura pensando alla cura dei luoghi. Ovvero avendo un’attenzione al dettaglio e alla qualità degli spazi nella gestione della complessità di un luogo di cura concepito per essere una grande “macchina pensante”. Il progetto ripercorre l’idea del luogo dell’ospitalità, del prendersi cura delle persone nell’antica accezione dell’Ospitale”. Fonte www.mcarchitect.it

Questi sono solo alcuni degli aspetti che un progettista deve prendere in considerazione e forse rientrano anche in quelli più banali ma quello a cui voglio arrivare è che, ancora una volta, ci troviamo di fronte al concetto che quando l’architettura crea l’Oggetto o ne ridisegna il contenuto agendo contemporaneamente anche sulla fruizione da parte delle persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Una buona progettazione può favorire la gestione delle grandi emergenze? La risposta è sì.
La flessibilità è una questione morale, non un solo un fatto tecnico”. R.P.

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In Copertina Visiera protettiva ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners
“Anche il mondo dell’architettura e del design si mobilita per fronteggiare la pandemia da coronavirus.
Numerosi studi di progettazione si sono infatti improvvisamente trasformati in centri di produzione per la realizzazione di visiere protettive e mascherine dimostrando che l’arma vincente in questa situazione di emergenza che non vede confini geografici, è il potere della collaborazione e della condivisione per cui talvolta il sapere e la tecnica di un singolo diventano strumento di ulteriore approfondimento per molti. È il caso di due big dell’architettura come lo studio BIG di Bjarke Ingelse lo studio Foster+Partners fondato da Sir. Norman Foster, che hanno studiato dei prototipi di visiere protettive per poi decidere di divulgare schemi e modelli sul web per chiunque, da ogni parte del mondo, avesse mezzi o creatività per reiterarli partecipando a questa grande realizzazione collettiva”. Fonte: Archiportale articolo del 10/04/2020

Emergenza Covid-19. E’ il momento di progettare! facciamo lavorare i professionisti!

 

 

In questo periodo di Lock Down, mentre la curva dei contagi e dei decessi sembrerebbe essersi avviata verso un lento, estenuante ma progressivo, abbassamento, cominciano a farsi sempre più forti le proposte politiche che mirano alla riapertura delle attività produttive.

Lo stesso Conte durante la conferenza stampa del 10 aprile (quella contestatissima per le polemiche sul MES) ha annunciato l’istituzione di una Task Force, con a capo Vittorio Colao, con il compito di guidare la riapertura delle attività nella Fase 2.

“Agli esperti toccherà il compito di dedicarsi alla ricostruzione del Paese dopo il conoravirus, producendo proposte capaci di modificare «la qualità della vita», «ripensare modelli di vita sociale» e della organizzazione del lavoro.”

Si tratta di un’ operazione di non facile esecuzione. Bisogna contemperare le esigenze sanitarie, legate soprattutto al rischio di non generare una seconda ondata di contagio (che avrebbe effetti economici ben più disastrosi di quelli già causati) con l’esigenza non secondaria di rimettere in moto l’economia.

Bisognerà immaginare un modo per ritornare a lavorare in sicurezza, limitando quindi fortemente anche l’operatività delle stesse attività che saranno riaperte. Sembra evidente che non si potrà pensare ad una ripresa accelerata delle attività, piuttosto assisteremo ad una apertura graduale.

Anche successivamente, se verrà mantenuto l’intento dichiarato, quello che sarà messo in discussione è il modello di “vita sociale”.

Pane per il lavoro degli architetti.

Quelli che vorrebbero uno shock economico rimarranno probabilmente delusi. Riattivare le attività produttive con una accelerazione improvvisa iniettando denaro nel sistema senza controllo o senza una gestione programmatica (magari derogando dai molti vincoli normativi) potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia, non solo per il rischio sanitario, ma anche perché una distribuzione a pioggia, associata ad una ripresa incontrollata della produzione, rischierebbe di disperdere le risorse verso attività inutili (cosa non auspicabile visto il livello di indebitamento dello stato) e controproducenti.

Per fare un esempio recente, nel 2008 l’immissione di denaro nel sistema economico europeo finì in larga maggioranza a sostenere le banche, le quali prima di trasferire queste risorse verso l’economica reale, hanno preferito reinvestire su attività speculative, alimentando la stessa distorsione che aveva generato la crisi.

Allo stesso modo si sollevano da più parti dubbi che alla base della diffusione dell’epidemia, e della crisi sanitaria generatasi, ci sia un modello di gestione dell’economia che dovrà essere completamente ripensato.

Si pensi alle inefficienze che si sono rivelate nella gestione privatizzata della sanità pubblica, ma anche alle tematiche ambientaliste che puntano il dito sulla urbanizzazione incontrollata come causa della pandemia, oppure alle analisi (tutte da verificare) che stanno emergendo sulla correlazione tra mortalità e livelli di inquinamento.

 

Con una logica simile i nostri governi degli ultimi 20 anni, hanno spesso preferito dirottare le poche risorse economiche verso misure a pioggia, poco generatrici di sviluppo, in grado di dare un supporto immediato verso categorie molto delimitate, ma con uno scarso effetto di volano e con limitati benefici in termini di sviluppo.

E’ interessante leggere questo articolo di Mariana Mazzuccato, uno degli esperti coinvolti nella Task Force.

“… un settore economico fin troppo “finanziarizzato” ha sottratto valore all’economia premiando gli azionisti tramite il riacquisto di azioni proprie, invece di consolidare una crescita a lungo termine con investimenti in ricerca e sviluppo, salari e formazione dei lavoratori. Di conseguenza, le famiglie sono state private degli ammortizzatori finanziari, rendendo così più difficile il loro accesso a beni primari quali alloggio e istruzione.”

“La cattiva notizia è che la crisi legata al COVID-19 sta esacerbando tutti questi problemi. Quella buona, invece, è che possiamo sfruttare l’attuale stato di emergenza per cominciare a costruire un’economia più inclusiva e sostenibile. Non si tratta di posticipare o bloccare gli aiuti statali, bensì di strutturarli nel modo giusto. Dobbiamo evitare gli errori commessi dopo il 2008, quando, terminata la crisi, i salvataggi consentirono alle multinazionali di ottenere profitti perfino maggiori, ma non riuscirono a gettare le basi per una ripresa solida e inclusiva. “

Secondo la Mazzuccato per superare la crisi occorre istituire un forte governance da parte delle istituzioni pubbliche.

“Stavolta, le misure di salvataggio dovranno assolutamente essere accompagnate da alcune condizioni. Ora che lo stato è tornato ad assumere un ruolo guida, dovrà fare la parte dell’eroe, non del burattino, il che significa fornire soluzioni immediate ma concepite per servire l’interesse pubblico nel lungo termine.”

e ancora

“Abbiamo un disperato bisogno di stati “imprenditoriali” che investano di più nell’innovazione – dall’intelligenza artificiale alla salute pubblica, fino alle energie rinnovabili. Ma, come questa crisi ci ricorda, abbiamo anche bisogno di stati capaci di negoziare affinché i benefici derivanti dagli investimenti pubblici ricadano sulla collettività.”

Su una linea d’onda differente sembrerebbe posizionarsi la proposta di Renzi espressa in una intervista al Sole24ore. Renzi propone di sbloccare 120 miliardi per aprire cantieri e ristrutturare scuole e strade sfruttando la finestra del lock down.

“le sembra normale che dopo aver bloccato le scuole fino a settembre non si consentano i lavori per la sicurezza dei plessi scolastici? Se mettiamo due miliardi in lavori di manutenzione scolastica sono due miliardi che garantiscono la sicurezza dei nostri figli, aiutano un settore in crisi come l’edilizia, “ritornano” subito come Pil, sfruttiamo una finestra temporale che non ricapiterà. Le aziende edili devono lavorare almeno nelle scuole, negli hotel da ristrutturare, nelle strade deserte. Ci sono 120 miliardi pronti per essere spesi: ora o mai più.”

Un proposta anche encomiabile, ma si tratta evidentemente proprio dell’errore da cui la Mazzucato vorrebbe metterci in guardia: ovvero soldi a pioggia, senza criterio, senza un programma che indirizzi le risorse verso iniziative che possano farsi portatrici di uno sviluppo solido e duraturo.

 

Per fare un esempio che gli architetti conoscono bene, la proposta di Renzi è l’equivalente di una romanella (per chi non è di Roma, una “romanella” è una mano di pittura superficiale data alla buona) fatta su una parete completamente ammuffita. Pochi mesi e la muffa ritorna lì, i soldi per quanto pochi saranno stati sprecati, il tempo impiegato anche, e il problema della muffa sarà ancora li da risolvere.

Pensiamo alle scuole. Da qui a settembre, quando per ora è prevista la riapertura, realisticamente quali lavori si pensa che possano essere messi in campo? Tinteggiature, sistemazioni superficiali, forse le impermeabilizzazioni: tutte cose anche importanti certo, ma consideriamo che il problema strutturale delle nostre scuole è la sicurezza (statica, sanitaria, antincendio).

Tralasciamo anche la colossale inadeguatezza degli spazi scolastici. Le scuole oggi sono inadeguate a rispondere ai modelli scolastici passati figuriamoci se lo saranno a garantire lo svolgimento delle lezioni in condizioni di “distanziamento sociale” (una condizione che sarà altamente probabile da qui ai prossimi anni).Rimanendo  alle questioni strutturali che sono quelle più diffuse nel patrimonio scolastico:

“I problemi delle strutture sono sia interni che esterni. E a risentirne sono tutte le dimensioni: la sicurezza, la sostenibilità ambientale e la didattica. Per quanto riguarda i fattori esterni, in ben 4.572 istituti (il 13%) si rilevano fattori di insicurezza nell’ambiente circostante. Poi ci sono le strutture, con scuole considerate fragili e insicure. Non costruite seguendo criteri antisismici e spesso utilizzando materiali scadenti. Le scuole, inoltre, non sono sostenibili dal punto di vista energetico, con la mancanza di doppi vetri o dell’isolamento delle pareti esterne. Mancano, inoltre, i pannelli solari, presenti solo su un quarto delle strutture. Ancora, non sono state abbattute le barriere architettoniche in moltissimi casi e gli spazi per la didattica rispecchiano un approccio tradizionale, penalizzando eventuali innovazioni di qualsiasi tipo.”

Pensate che per risolvere i problemi strutturali degli edifici scolastici siano sufficienti tre-quattro mesi scarsi di lavori? Senza nemmeno un progetto che certifichi la correttezza degli interventi?

Sempre restando alla metafora della romanella, per capire come risolvere il problema della muffa, prima di qualsiasi intervento è necessario fare delle analisi, capire come è costruito il muro e perché si forma la muffa (c’è la barriera a vapore? da dove viene l’umidità?), tutte azioni che richiedono tempo. Tempo necessario a capire il problema e per scegliere la soluzione migliore. Tempo però che non sarà sprecato se sapremo impiegarlo per avviare un programma forte e sostanzioso di incarichi di progettazione.

Ecco, per chi conosce i tempi tecnici di una progettazione seria (tralasciando i tempi burocratici che in questo caso sarebbero nel bene o nel male, accorciati) la proposta di Renzi, per come è riportata, appare decisamente improponibile. Una proposta forse capace di drogare l’economia sul breve periodo ma con la conseguenza di consegnarci subito dopo un patrimonio edilizio ancora più ingestibile.

Per questo noi di Amate l’Architettura proponiamo una cosa diversa. Restiamo al tema scuola, ma il concetto è riproducibile a tutti i campi delle infrastrutture.

1 – Istituire subito una linea guida generale sulle priorità e sulle filosofie di intervento (con una governance forte del governo tramite la Task Force e il supporto del ministero dell’Istruzione).

2 – Consentire agli organi locali l’affidamento immediato di tutti gli incarichi di progettazione delle opere (con procedure ristrette ma che garantiscano la trasparenza).

3 – Avviare le attività di indagine e rilievo sul patrimonio edilizio scolastico (dove non c’è nulla, dove c’è già ovviamente metterlo a disposizione dei progettisti).

4 – Far lavorare subito i professionisti (prevedendo un anticipo sulle prestazioni professionali), favorendo uno scambio interattivo tra linee di indirizzo generali e soluzioni progettuali locali.

5 – Programmare gli interventi su un periodo più lungo di qualche mese tenendo conto delle esigenze operative delle scuole, che presumibilmente saranno utilizzate con tempi diversi da quelli tradizionali e tenuto conto del distanziamento sociale (classi ridotte? presenza in classe limitata e integrata dalle lezioni online?)

6 – Coinvolgere in maniera pro-attiva le strutture tecniche degli enti interessati. Fare in modo che gli enti burocratici si mobilitino per supportare i professionisti nel loro lavoro, abbandonando la logica del veto e della carta bollata. Occorre che i progetti siano corretti dal punto di vista della regolarità, ma se vogliamo velocizzare il processo occorre un cambio di mentalità totale da parte delle amministrazioni pubbliche.

In questa maniera si darebbe una mano immediata ad una delle categorie più in crisi (i liberi professionisti), utilizzandone le competenze e le capacità; e visto che l’attività professionale può svolgersi a casa o in studio in tutta sicurezza si tratterebbe di attività con rischio contagio zero.

Si può fare nel tempo reso disponibile dal Lock Down. C’è il tempo per fare le selezioni dei professionisti senza derogare troppo dai criteri di trasparenza, c’è il tempo per fare le indagini e le analisi necessarie, c’è il tempo per fare la progettazione delle opere. Ci sarà infine anche il tempo di avviare i nuovi cantieri, ma sarà in tutta sicurezza e avendo ben chiaro quale sia il progetto che vogliamo sviluppare.

Al momento della ripartenza, avremmo assicurati progetti, fatti seriamente, per attivare il volano dell’edilizia. A quel punto saranno però progetti utili, necessari e mirati a a realizzare interventi duraturi.

Abbiamo una massa di professionisti che potrebbero dare il loro contributo attivo. Piuttosto che dargli mancette da 600 € diamogli incarichi di progettazione!

 

Credits.

Il grafico dell’andamento ufficiale dei positivi da Covid-19 è tratto dal sito della Protezione Civile aggiornato al 13 aprile 2020.

La foto di M. Mazzuccato è tratta dal sito Libertà e Giustizia.

L’immagine del crollo della scuola di Sangiuliano di Puglia è tratta da Metoweb

 

WINTER LIGHTS: installazioni luminose e arte interattiva a Londra (WINTER LIGHTS: light installations and interactive art in London)

9 Aprile 2020

“ Uno show abbagliante nel quartiere degli affari di Canary Wharf”, Timeout London

(“The business district’s dazzling Winter Lights show”, Timeout London)

Per il sesto anno consecutivo si è svolto a Londra lo scorso 16-25 Gennaio 2020 un festival a dir poco singolare che arriva a dare un po’ di luce e “colore” alle buie sere invernali. Questa però è anche l’occasione per mostrare le opere di artisti specializzati nel campo della “light art” provenienti da tutto il mondo.

(A singular festival took place this year on January 16 to January 25 for the sixth consecutive year in London. It gives some light and “color” to the dark winter evenings. However, this is also an opportunity to show works of artists specialized in the “light art” field from all over the world.)

Nella penisola del quartiere di Canary Wharf sono state ubicate 25 opere d’arte scintillanti, installazioni e esperienze interattive con un piacevole contorno di furgoncini per il cibo e le bevande – Winter Light Bites – e di un’area con la brace dove arrostire i marshmallow appena acquistati.

(25 sparkling works of art, interactive installations and experiences with a pleasant outline of vans for food and drinks – Winter Light Bites – and an area with embers to roast marshmallows just purchased have been located on the Canary Wharf district peninsula.)

In un’area di circa 1,5 km2 la mostra ha presentato sia pezzi che possono essere ammirati da lontano che quelli che permettono alle persone di avvicinarsi e interagire con loro.

(An area of approximately 1.5 square km, the exhibition presented both pieces that can be admired from afar and those that allow people to approach and interact with them.)

Vediamo insieme una panoramica delle opere più interessanti.

(Here is an overview of the most interesting works.)

“Mi-e dor de tine”. “Mi manchi” in italiano, si riferisce a un significato più profondo del desiderio o della mancanza di qualcuno.  E’ pezzo che fa parte di uno scambio culturale con il festival della luce “Lights On” in Romania.

(“Mi-e dor de tine”. “I miss you” in English, it refers to a deeper meaning of someone’s desire or lack. This piece is part of a cultural exchange with the “Lights On” light festival in Romania.)

“Bit.Fall”. Dalla Germania una cascata in continua evoluzione di parole create da migliaia di gocce d’acqua illuminate che cadono e che derivano da una serie di fonti di notizie in diretta tra cui The Times, The Guardian e BBC News.

(“Bit.Fall”. From Germany a constantly evolving waterfall of words created by thousands of illuminated drops of water that fall and derive from a series of live news sources including The Times, The Guardian and BBC News.)

The Clew”. Realizzato da 100 cerchi di luce rossa, questa è una bellissima struttura portoghese creata attorno al Cubitt Steps Bridge.

(“The Clew”. Made from 100 circles of red light, this is a beautiful Portuguese structure created around the Cubitt Steps Bridge.)

Absorbed by Light”. Le tre figure progettate dal britannico Gali May Lucas ed eseguite dalla scultrice berlinese Karoline Hinz sono state un invito ad accomodarsi in panchina per percepire che sebbene i loro corpi siano fisicamente presenti, le loro menti sono altrove in quanto mostrano i tratti standard degli utenti di smartphone: testa piegata, dita che digitano e strisciano, i loro volti illuminati dagli schermi del telefono.

(“Absorbed by Light”. The three figures designed by the British Gali May Lucas and performed by the Berlin sculptor Karoline Hinz were an invitation to sit on the bench to perceive that although their bodies are physically present, their minds are elsewhere. They show off the standard features of smartphone users : bent over head, fingers typing and crawling, faces illuminated by phone screens.)

“Shish-Ka-Buoy”. Questa divertente installazione, costituita da boe marine in polietilene completamente riciclabili, durante le ore diurne assorbe la luce e emette un bagliore magico ma di sera migliaia di LED all’interno creano un vortice di colori e sfumature.

(“Shish-Ka-Buoy”. This fun installation is made up of fully recyclable polyethylene marine buoys. During the daytime it absorbs the light and issues a magical glow, but in the evening thousands of LEDs inside create a whirlwind of colours and shades.)

Lactolight”. 7.344 bottiglie di latte in plastica riciclata diventano singoli pixel in un gigantesco schermo video a bassa risoluzione dove la luce programmata e le sonorità vogliono aiutare a diffondere la consapevolezza della plastica monouso.

(“Lactolight”. 7,344 recycled plastic milk bottles become single pixels in a huge low resolution video screen where programmed light and sounds want to help spread awareness of disposable plastic.)

Luma Paint Light Graffiti”. Un muro comune diventa una una tela di pittura vivente grazie al  software di pittura leggera in tempo reale di Lichtfaktor e alla leggenda tedesca dei graffiti Helge “Bomber” Steinmann.

(“Luma Paint Light Graffiti”. A common wall becomes a living painting canvas thanks to Lichtfaktor’s light painting software in real time and the German graffiti legend Helge “Bomber” Steinmann.)

Desire”. Il desiderio è un design giocoso e sensuale, che a prima vista sembra labbra rosse giganti ma poi si vede un battito cardiaco che ambisce ai desideri più forti, con 1.500 luci rosse rappresentanti le migliaia di terminazioni nervose nelle labbra umane e i segnali che inviano al cervello quando attivati, forse, da un bacio.

(“Desire”. Desire is a playful and sensual design, which at first glance looks like giant red lips. Then you see a heartbeat that aspires to the strongest desires, with 1,500 red lights representing thousands of nerve endings in human lips and signals they send to the brain when activated, perhaps, by a kiss.)

Constellations”. Joanie Lemercier offre un viaggio nello spazio in 3D con elementi visivi proiettati su uno schermo gigante con paesaggi sonori elettronici del produttore Paul Jebanasam.

(“Constellations”. Joanie Lemercier offers a 3D space trip with visual elements projected on a giant screen with electronic soundscapes by the producer Paul Jebanasam.)

“The Bra Tree”. Traendo ispirazione da una tradizione sulle piste da sci americane di lanciare il reggiseno su un albero, questo albero ha lo scopo di suscitare un sorriso ma anche di accettare fondi per il cancro al seno.

(“The Bra Tree”. Drawing inspiration from a tradition on the American ski runs of throwing a bra on a tree, this tree aims to arouse a smile but also to accept funds for breast cancer.)

“Squiggle”. Dalla Nuova Zelanda una massa sinuosa di 450 metri di tubi al neon digitali che si torcono e ruotano per riempire il Jubilee Park è anche un singolare viaggio sensoriale come un riflesso astratto di questo mondo molto multiculturale in cui viviamo.

(“Squiggle”. A 450-meter long winding mass of  digital neon tubes from New Zealand that twist and rotate to fill Jubilee Park. It is also a singular sensory journey representing an abstract reflection of this very multicultural world in which we live.)

Per tutta l’Europa si svolgono ogni anno almeno 10 Festival delle luci in città come a Berlino, Praga, Amsterdam e persino Brescia e Salerno ma questo Winter Lights Festival di Londra si distingue da tutti gli altri perché ha luogo in un pezzo di città singolare, un quartiere fatto sopratutto di uffici nei grattacieli e che di sera si svuota, un’alternanza di terraferma e canali d’acqua, una linea metropolitana, la DLR, che viaggia sospesa senza conducente. Insomma un evento surreale giustamente ambientato in un contesto surreale da gioire in maniera multisensoriale.

(Every year, at least 10 Light Festivals are held throughout Europe in cities such as Berlin, Prague, Amsterdam and even Brescia and Salerno. But this Winter Lights Festival in London stands out from all the others because it takes place in a unique piece of city, a district mainly made up of offices in skyscrapers and which empties in the evening, an alternation of mainland and water channels, a subway line, the DLR, which travels suspended without a driver. In short, a surreal event rightly set in a dreamy context to rejoice in a multisensory way.)

Altre opere esposte durante Winter Lights 2020.

(Other works exhibited during Winter Lights 2020.)

Mountain of light

The seed of life

Lightbench

Affinity

Pools of the light

Neon tree

 

 

 

Testi di: Vita Cofano (© 2020)
Fotografie e video di: Vita Cofano (© 2020)
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Coppelia: la Cattedrale del gelato

12 Marzo 2020

L’Avana. Nel quartiere borghese del Vedado, caratterizzato da un lato da alberghi, ristoranti, cinema, negozi e ministeri, dall’altra da piccole case con portici coloniali e giardini lussureggianti, passeggiando dal Malecón (lungomare) verso la Calle 23, che i cubani chiamano “La Rampa”, all’intersezione con la Calle L, ci si imbatte in un parco al centro del quale si erge Coppelia: la cattedrale del gelato.

Come spesso accade nella storia, anche quest’edificio nasce dal capriccio di un leader politico: Fidel Castro. Sembrerebbe infatti che il rivoluzionario, oltre a essere appassionato di sigari e di baseball, fosse anche goloso di frappè e di gelato: questa sua fissazione gastronomica avrebbe non solo plasmato la storia economica e culturale dell’isola ma sarebbe stata anche motivo di sperimentazione architettonica e medica oltre che espediente per il suo fallito avvelenamento.

Procediamo con ordine: nel 1959, dopo aver sconfitto il dittatore Batista, Fidel e i suoi fecero dell’Hotel Habana Libre (che si trova proprio davanti a Coppelia) il loro quartier generale. A partire dagli anni ’60 del Novecento i rapporti con gli Stati Uniti si inasprirono tanto da arrivare nel 1962 all’adozione di un embargo completo. Fidel, che non poteva rinunciare alla sua passione, convinse l’ambasciatore canadese a spedirgli ventotto container di gelato Howard Johnson, di cui era ghiotto. Nel 1963, la CIA, sfruttando questa debolezza del rivoluzionario tentò di avvelenarlo proprio all’Hotel Havana Libre, ove Fidel era solito consumare frappè: pare però che la pillola di veleno, che doveva essere “fatta scivolare” nella bevanda, rimase incastrata nel frigo e spezzandosi riversò a terra il veleno.

Ignaro di tutto questo, Castro decise di trovare una soluzione all’importazione di latte, burro, formaggio (e ovviamente gelato) dagli Stati Uniti, rendendo Cuba indipendente nella produzione di prodotti caseari. In un paese in cui i bovini erano solo “Zebù”, specie inadatta alla produzione di latte, Castro decise di chiedere finanziamenti all’Unione Sovietica per importare dal Canada le cosiddette vacche frisone e dalla Svezia e Paesi Bassi i macchinari per produrre il gelato. Nel 1972 nacque perciò un programma sperimentale e d’ibridazione volto a creare una nuova specie di bovino denominato “Ubre Blanca” che non solo avrebbe prodotto latte in grande quantità ma sarebbe diventata l’eroina di Castro, tanto che alla sua morte, venne impagliata ed esposta in una teca di vetro in una casa fuori l’Avana.

Con in testa lo slogan “Helado por el pueblo”, Castro mise all’opera, oltre agli scienziati, anche compañeros e architetti per creare un luogo dove i suoi connazionali potessero gustare il gelato. Fidel decise di affidare il progetto di Coppelia, la “Cattedrale del gelato”, all’architetto Mario Girona Fernández (Manzanillo 13 Gennaio 1924 – L’Avana 26 Agosto 2008) sotto la supervisione della sua fidata consigliera Celia Sánchez, alla quale venne dedicato il nome e il logo della gelateria che rimandano, il primo, al balletto preferito della donna, il secondo, appunto, alle gambe di una ballerina.

L’edificio, costruito nel 1966, sorge nell’area dove fino al 1954 si trovava il Reìna Mercedes Hospital; a seguito dell’abbattimento della struttura si susseguirono diversi progetti che prevedevano dapprima la costruzione di un altro ospedale, poi un grattacielo di cinquanta piani, un padiglione turistico, infine un centro di intrattenimento notturno. Tutti i progetti furono abbandonati per lasciare il posto a Coppelia.

A primo impatto, ammirando la “Cattedrale del gelato” sembra di vedere un’architettura di Nervi: una grande calotta in cemento armato posta a copertura di sale circolari vetrate, che si dirama verso l’esterno attraverso pilastri a Y rigirati collegati tra loro da tendoni blu e bianchi. Se l’architettura di Nervi, però, assomiglia a “un’enorme medusa per effetto del guscio ondulato e dei cavalletti a Y che sembrano tentacoli” (B. Zevi) [1], Coppelia sembra più un ufo atterrato nella città e circondato da alberi Banyan.

Passeggiando intorno alla struttura circolare, nel parco, si incontrano banchi del gelato e tavolini all’aperto dove poter consumare le cosiddette Ensaladas (coppette di plastica ove possono essere disposte fino cinque palline di gelato); salendo invece dalla scala elicoidale centrale della “cattedrale” fino a raggiungere la copertura, ci si addentra in altre sale circolari divise l’una con l’altra da pannelli lignei e vetri colorati.

Se negli anni Ottanta del Novecento Coppelia divenne il punto di ritrovo degli habaneros e i gusti proposti arrivarono a essere circa una cinquantina, all’inizio degli anni Novanta, a causa della riunificazione della Germania e della perdita dei finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica, la “cattedrale del gelato” andò in declino, finendo per restringere i gusti o addirittura “allungare” il gelato con l’acqua.

Il successo di Coppelia negli anni Sessanta, portò tuttavia alla costruzione di altre “filiali”: all’architetto Mario Girona Fernández venne affidato anche il progetto per il Varadero, località di mare a due ore circa da L’Avana; all’architetto José Cortiñas quello per Santa Clara. Il primo edificio fu concepito come un luogo di ritrovo per i bagnanti: circolare e interrato, si snoda attorno a  un giardino. La seconda costruzione, di stampo brutalista, inaugurata nel 1967, occupa un intero isolato ove anticamente sorgeva un mercato agricolo: è costituita da un piano pilotis sormontato da una massiccia copertura in cemento armato dal quale fuoriescono “schegge”.

Attualmente Coppelia è un luogo frequentato sia da cubani che da turisti: i primi, “che ancora vivono di beni razionati, possono godere della rara esperienza di poter ordinare quanto vogliono di qualcosa” (Anderson), i secondi, più che dal gelato e dalle lunghe attese che si fanno per acquistarlo, sono attratti dalle “vibrazioni positive” che il luogo e la gente che lo frequenta trasmettono.

 

Foto 1: Castro mangia gelato allo zoo del Bronx di N.Y., 1959. Foto: Meyer Liebowitz/Getty images

Foto 2: Ubre blanca impagliata nella teca di vetro. Foto: str/afp/Getty images

Foto 3,4,5,6: Giulia Gandin

Foto 7,8: https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Fonti:

[1] Cronache di Architettura, Bari , Laterza, 1970

https://www.vice.com/it/article/mbkje8/mangiare-gelato-a-cuba

https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Helados revolucionarios: Coppelia y la arquitectura líquida de La Habana

Verso un corpo gassoso

L’idea della città e dell’architettura, come le abbiamo sempre pensate – nella loro concezione spaziale di luogo determinato, pianificato e programmato – sembrano non rispondere più alle strutture sociali verso cui la società si sta oggi evolvendo.

Le risposte della postmodernità ai problemi urbani formulati dalla modernità, non si sono esaurite né nei vari modelli teorici, né nelle realizzazioni concrete che queste hanno ispirato, sviluppando sempre nuove formule e proposte. La condizione urbana e sociale sia industriale che post-industriale è rimasta critica. Pur trovando nelle varie proposte delle alternative teoriche interessanti, difatti le produzioni che si sono sviluppate in architettura dal dopoguerra, ad oggi sono riconducibili ad una lenta e diffusa ristrutturazione della città moderna, che potremmo leggere come il progetto di una continua operazione di aggiornamento di una moderna “Renovatio Uribis”[1].  In tal senso, come ci fa notare Edward Docx, potremmo leggere il postmoderno come “il tardivo sbocciare del seme più vecchio della modernità[2], già presente negli anni Venti e Trenta, nei lavori dei dadaisti e di altre correnti.

Dalla fine degli anni ‘90 ad oggi vari studiosi, come Carlo Bordoni, Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Yves Michaud[3], Manuel Gausa, Daniele Vazquez e tanti altri, hanno introdotto nuove prospettive filosofiche, sociali, antropologiche, estetiche ed urbane che ci mostrano le debolezze della postmodernità, proponendo nuove prospettive che abbandonano il postmoderno.

Si può essere concordi o no con queste posizioni, ma in ogni caso queste mettono in evidenza la presa d’atto del fallimento delle promesse postmoderne, decretando se non la fine quantomeno la crisi del postmoderno, mettendo in evidenza una sua evoluzione e trasformazione verso una nuova condizione ancora da definire. Quel che sembra certo è che alla fine della modernità, oggi si è affiancata anche la crisi del postmoderno.

Se scegliamo quindi di usare la felice metafora di Zygmunt Bauman che lega la modernità, e ciò che la precede, ad una condizione solida, e la postmodernità ad una condizione liquida di un mondo liquefatto[4], sempre alla ricerca di una nuova condizione di stasi, potremmo dire che la crisi-evoluzione del postmoderno segna un ulteriore passaggio di stato, da quello liquido a quello gassoso.

La tendenza che oggi prevale è quella della smaterializzare di ogni possibile legame, tra gli individui, tra i luoghi o il territorio, esaltandone la volatilità e la continua trasformazione delle relazioni. Oggi il luogo è ovunque, liberato dal limite definito del territorio geografico, è sempre mobile, aperto, pronto alla condivisione. Da una società del luogo siamo passati alla network society[5].

Nell’era contemporanea l’individuo, pur rimanendo parte di una comunità, è diventato perennemente erratico, un nomade tecnologico dissociato da un luogo fisico determinato. In questa realtà si rispecchia quel sentimento nel quale l’uomo contemporaneo si pone nell’inguaribile utopica volontà di essere dappertutto e perciò in nessun luogo, galleggiando tra il tempo e l’eternità.  Sotto questa ottica si sovrappone all’uomo del “luogo”, la figura del “vagabondo”, che fa del vagare una esperienza necessaria.

Da creatori di forme-oggetto stiamo quindi passando sempre più a produttori di esperienze[6], risultato di un continuo processo in atto che non si instaura nel territorio, ma che lo attraversa senza volerne lasciare traccia. Le nostre “solide” certezze che erano il fondamento della realtà come l’abbiamo sempre conosciuta, sono state sostitute in tal modo da dispositivi e procedure. La materia, resa ormai gassosa, non necessita più di stampi in cui versarla, come all’epoca dello stato liquido, ma essendo ormai gassosa, si insinua in qualsiasi struttura di pensiero, invadendo ogni possibile frattura ed interstizio. I limiti che la vorrebbero racchiudere, risultano essere sempre fragili e pronti ad rompersi, nulla può trattenerla. Ogni condizione riconducibile ad una forma stabile è finzione, è una triste costrizione pronta ad esplodere come un palloncino pieno di gas.

La stessa materia urbana e sociale che compone questa nostra realtà si è frammentata e scomposta in particelle ed atomi di densità programmatiche poste in rete tra loro. Essere in rete non significa però parlare o comunicare, ma piuttosto essere inseriti in una catena di stimoli e reazioni di attrazione e repulsione che strutturano un continuo processo dialettico. Il loro rapporto con lo spazio e col tempo non è più solido e stanziale, ma sempre volatile, temporaneo, “gassoso”.

Bisogna partire quindi da un preciso postulato: la misura concreta della città contemporanea non può più essere la sua forma. Questa infatti non solo, non è più in grado di decifrare i sistemi urbani contemporanei, ma è diventata uno strumento descrittivo delle reti infrastrutturali[7], divenendo questa l’unica forma riconoscibile per un possibile orientamento all’interno dello spazio urbano. La dialettica tra le sue singolarità e le molteplicità situazioniste, trasporta l’idea stessa della città verso la natura di una forma-intelligibile, non più riconoscibile in un’unica forma-oggetto, ma semplicemente attraverso un logos di connessione, che assume così carattere fondativo e propulsore dello stesso fenomeno urbano.

Oggi quindi, qualsiasi tentativo di rappresentare il territorio urbano come forma pensabile nella sua interezza e nei termini precisi di un progetto di città chiaramente fondato, è un processo superato. È indubbio, che per la complessità e le contraddizioni dell’attuale sviluppo urbano, non siamo più in grado di costruire un modello di città che abbia un carattere continuo e identitario. È proprio della città contemporanea la disintegrazione del principio stesso di identità, in un universo di singolarità molecolari che vogliono essere temporanee. È la relazione tra le sue molecole a costruire un corpo materico in continua mutazione, instabile, mobile, rarefatto. Queste, perfettamente visibili, sono come granuli che vibrano, frammenti di un corpo dissolto, gassoso, in cui  in ogni molecola ritroviamo la formula dialettica del frammento urbano[8].

Infondo è nella tautologia stessa del frammento, in quel suo essere “parte” che si necessita il bisogno di appartenenza, da un lato ad un corpo, e dall’altro a quel suo essere soggetto universale e anonimo indipendente.

È il corpo della città contemporanea: un corpo che rende effettivo questo concetto di pluralità. Uno spazio gassoso, del verosimile critico[9] e delle pratiche urbane, uno spazio dove vagare e ricordare, uno spazio libero, uno spazio della memoria affettiva, uno spazio non più simbolico, ma esistenziale.

 

Parte dell’articolo è già stato pubblicato anche nel n° 35 della rivista AND a pag. 63,65.

 

[1] Cfr. Bernardo Secchi, Prima lezione di urbanistica, ed. Laterza, Bari 2000, capitolo 2 e 5.

[2] Edward Docx, Addio postmoderno, benvenuti nell’era dell’autenticità, “la Repubblica”, 3 settembre 2011, temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/

[3]La modernità è finita due o tre decenni fa. Postmodernismo era solo un nome conveniente per rendere accettabile il cambiamento e la fine della modernità, come se la morte non fosse la morte e la vita continuata nell’immediato futuro. E’ ora di riconoscere che viviamo in un mondo nuovo”. Yves Michaud, L’Art à l’état gazeux : essai sur le triomphe de l’esthétique, Èditions Stock, 2003, (trad. italiana, Yves Michaud, L’arte allo stato gassoso, ed. Ita. Idea, 2007), pag. 16.

[4] Cfr. Zygmunt Bauman, Liquid Modernity, Polity Press, 2000, (trad. italiana, Zygmunt Bauman, Modernità liquida, ed. Laterza, 2002),

[5] Cfr. Manuel Castells, The Rise of the Network Society, The Information Age: Economy, Society and Culture, Vol. I. Cambridge, MA; Oxford, UK. Blackwell, 1996, (trad. Ita. Manuel Castells, La nascita della società in rete, Università Bocconi Editore, 2014)

[6] Cfr. Yves Michaud, op. cit.

[7] Basti pensare alle mappe delle metropolitane e dei trasporti di superficie.

[8] Cfr. Emmanuele Lo Giudice, Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico, prima ed. 2018.

[9] “Il verosimile non corrisponde a fatalmente a quanto è stato […] né a quanto deve essere […], ma semplicemente a quanto il pubblico crede possibile e che può essere del tutto differente dalla realtà storica o dalla possibilità scientifica”. (Roland Barthes, Critica e Verità, [1966], Einaudi, 1969. Pag. 18-19).

 

Immagini dell’articolo

Tutti i disegni inseriti nell’articolo, fanno parte del libro: Emmanuele Lo Giudice, Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico, 2018.

 

 

Architettura criminogena e disagio sociale – alcuni esempi

5 Marzo 2020

Da qualche tempo assistiamo a tentativi sempre più marcati di infondere nell’opinione pubblica una nuova convinzione, uno slogan, ovvero l’identificazione dell’esistenza di una cosiddetta “architettura criminogena“. Il voler pensare che determinati problemi sociali, di emarginazione, microcriminalità, presenti nelle realtà più periferiche e povere delle città italiane siano dovuti in modo esclusivo nell’aver adottato progetti architettonici invivibili e spersonalizzanti che hanno oppresso in maniera irreversibile gli abitanti che sono dovuti andare a vivere li.

 

Tale critica potrebbe anche avere (parzialmente) delle motivazioni nel caso di alcuni emblematici quartieri realizzati a cavallo degli anni ’70 e ‘80 in Italia (vi è da dire che comunque tali progetti rappresentano un numero di interventi limitato, estendibile ad una ventina al massimo di progetti su tutto il territorio nazionale, per un numero di alloggi assai minoritario rispetto al costruito dello Stato in tema di edilizia popolare[1]), non è lo stesso per altri quartieri dove il “tema di vicinato” era il centro della progettazione urbana.

Uno di questi quartieri dove tali teorie progettuali è stato applicato è Quartaccio, nella periferia Ovest della Capitale. Esso venne progettato negli anni ’80 come contrapposizione alle “megastrutture” realizzate fino ad allora a Roma (Corviale, Laurentino, etc.) da un gruppo di giovani architetti che vollero riproporre il cosiddetto “Borgo di vicinato”, sul modello dei paesi italiani adagiati sui crinali delle colline (come era orograficamente la zona dove si doveva edificare quel comparto di edilizia economica e popolare). In esso non ci troviamo “palazzoni” o mega condomini: sono tutte case a 3-4 piani, disposte in modo vasto, con ampi spazi tra loro e con giardini. Se guardassimo solo dal punto di vista architettonico sono tipologicamente abitazioni anche migliori di quelle della maggioranza dei romani, che vivono spesso in palazzi di 6-8 piani attaccati e senza spazi pubblici e di parcheggio. Invece la situazione che c’è li è agghiacciante, come viene testimoniato ultimamente da un video presente sulla piattaforma “YouTube”, dove viene intervistata dal canale web “Noisey Italia” la cantante Elodie, originaria del quartiere; nel video immagini ed interviste a le persone che vivono li rappresentano una realtà nella quale la popolazione si sente abbandonata da tutti ed esclusa.

Appare pertanto importante affermare che in tali situazioni l’architettura non c’entra nulla perché i veri problemi sono creati da altre situazioni, politiche e gestionali e che determinano un c.d. “abbandono sociale”.

Per capire questo è utile fare un piccolo confronto con due realtà totalmente antitetiche dal punto di vista sociologico ma molto simili da quello architettonico. Ovvero due complessi edilizi, realizzati all’inizio degli anni ’60 con approcci architettonici ed urbanistici simili, ma portatori di effetti totalmente diversi, però.

Il primo è il complesso realizzato a Villeneuve Loubet, sulla baia degli angeli, esso venne realizzato dall’imprenditore Jean Marchand che chiamò nel 1960 l’architetto André Minangoy a bonificare una zona paludosa e insalubre realizzando 4 edifici a vela di grandi dimensioni. Oggi questo complesso, sempre ben tenuto e “a la page” con affitti e costi a mq di svariate migliaia di euro è stato dichiarato dallo Stato Francese “Patrimonio del XX Secolo” e visitato da turisti ogni anno.

Il secondo è il famigerato quartiere di Scampia a Napoli, progettato dall’architetto Francesco “Franz” di Salvo nel 1962, che prese spunto anche dal progetto francese. Additato come edificio simbolo di questa sedicente “architettura criminogena” oggi è stato, a seguito di diversi interventi coadiuvati da altrettante campagne mediatiche contrarie, quasi interamente demolito (è rimasta integra solo una delle 4 megastrutture a vela progettate dall’architetto Di Salvo). Ma occorre dire che sono altre scelte che esulano dall’architettura che hanno determinato quelle situazioni di forte degrado, esse ricadono in determinate gestioni del patrimonio immobiliare dello Stato e sulla definizione di “quartieri popolari”, ovvero quello di aver realizzato soltanto dei contenitori di appartamenti a basso costo, senza quelle necessarie connessioni sociali e di “cucitura” alla città che sono necessarie ed imprescindibili se si vuole concretamente realizzare un apparato vivibile.

 

 

Analoga sorte è capitata ai quartieri realizzati nella Capitale, ma i dati i dati che emergono è che a guidare le classifiche dei quartieri più pericolosi di Roma sono realtà come San Basilio[2], un modello abitativo realizzato prima dall’UNRRA (guarda caso una delle prime opere di Mario Fiorentino, autore poi del Corviale) e poi dall’INA Casa negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con presenza di case basse e numerose aree verdi. Forse l’esperienza di Corviale, additato anch’esso da molti come esempio di “architettura criminogena”, ma al centro negli ultimi anni di una serie di iniziative culturali e mediatiche che hanno puntato riflettori sopra questa architettura, facendone una parte del vissuto della città di Roma, come testimoniano film come “Scusate se esisto” o videoclip musicali girati come sfondo l’edificio in questione.

Note

[1] V. Metamorfosi quaderni di architettura n°1 – 2016
[2] Franco Gabrielli – “audizione nella Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie.”

Credits

La foto di Scampia è di Raffaella Matocci.

La foto di Corviale è di Carlo Ragaglini

L’immagine delle Vele di Villeneuve Loubet sono tratte da Radio Colonna: