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Embodied Cognition Design – L’Architettura al servizio della società: la collaborazione tra Ordine degli Architetti, Università e scuola in un progetto di rinnovamento

10 giugno 2018

Può l’Architettura influire positivamente o negativamente sulle persone? Si può migliorare la società intervenendo sull’Architettura? Sono relazionabili, e in quale rapporto stanno fra loro, la percezione degli spazi abitativi interni ed esterni rispetto ai vari edifici nei quali si svolge la vita dell’uomo? In altre parole lo spazio abitativo interno agisce sul singolo individuo in modo tale da influenzarne la percezione e dunque il comportamento anche all’esterno, nella società?

Il rapporto fra comportamento umano e spazio è stato indagato a partire dagli inizi del ‘900 nell’ambito di diverse discipline, ne forniscono un esempio la psicogeografia o la psicologia ambientale, la Scuola di Chicago con lo studio della relazione fra spazio urbano e sviluppo della criminalità, sempre su scala urbana in architettura gli studi di Kevin Lynch, e poi ancora esperimenti e osservazioni che hanno condotto in sociologia, più vicino a noi nel tempo alla “Broken Windows Theory”. Mentre per quanto riguarda la capacità, indagata in numerosi studi, dello spazio architettonico interno di esercitare la sua influenza sulla sfera emozionale delle persone attraverso le sue qualità (forma, colore, materiali, disposizione degli elementi spaziali, ecc.), non sono da trascurare alcune modificazioni apportate recentemente interessato gli spazi nei quali l’uomo svolge la gran parte della sua vita, quindi delle azioni che alimentano la vita sociale globale, primi fra tutti gli spazi di lavoro. Grandi colossi come Facebook, Apple o Pixar che con le loro attività influenzano pesantemente dall’andamento dei mercati su scala mondiale alla vita privata dei singoli individui nella sfera del loro quotidiano, hanno predisposto per i loro dipendenti aree destinate al relax e che favoriscono il loro benessere pisco-fisico al fine di migliorarne le prestazioni lavorative.

Quale è però uno spazio abitativo che può considerarsi come un “gancio” fra gli spazi esterni urbani e gli spazi interni privati o di lavoro? Probabilmente l‘ambiente abitativo della scuola, ovvero il luogo dove si accompagna l’individuo nella crescita e nella formazione della sua personalità dall’infanzia fino all’età adulta.

Ed è proprio in relazione agli ambienti scolastici che da qualche anno si è delineato un filone di ricerca incentrato su una pedagogia di tipo sperimentale che connette fra loro cognizione corporea e spazio architettonico: Embodied Cognition Design.

 

Scuole innovative: Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici” è il titolo di un interessante convegno che si è tenuto lo scorso 30 maggio al Liceo Classico Giambattista Vico di Napoli. Il convegno è stata la tappa finale di un progetto promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P. e C. di Napoli e Provincia in collaborazione con il prof. Filippo Gomez Paloma dell’Università di Salerno e con il liceo ospitante, che si è sviluppato attraverso un corso di formazione a docenti di scuola primaria e secondaria di I e II grado di una ventina di scuole di Napoli e provincia e un workshop nel quale gli attori coinvolti (dirigenti scolastici, insegnanti e in alcuni casi gli allievi stessi) hanno ripensato e rielaborato attraverso progetti di architettura di interni, gli spazi delle proprie scuole secondo il paradigma scientifico “Embodied Cognition”.

Il progetto è nato con l’intento di riportare l’attenzione di dirigenti ed insegnanti sulla necessità di attualizzare il sistema educativo allineandolo alle profonde trasformazioni che hanno interessato e stanno interessando la società e di consentire loro di esplorare la possibilità di farlo “attraverso un intervento di rigenerazione e rifunzionalizzazione progettuale per rendere pedagogicamente funzionali le strutture secondo i moderni modelli di apprendimento, di educazione, di formazione e di benessere”¹

 

Dal panorama di esempi offerto dalle scuole intervenute al convegno è emerso uno scenario variegato all’interno del quale tuttavia si possono rintracciare caratteristiche e macro-problemi che interessano la scuola pubblica italiana. Ciò che è saltato immediatamente ai miei occhi di osservatore esterno, è la fatica e la lentezza con le quali la scuola in Italia evolve al suo interno rispetto alle mutazioni del mondo ad essa esterno. Ad incidere su tale divario sono innanzitutto problemi di ordine economico e pratico. La mancanza di risorse economiche adeguate, infatti, se talvolta rende ancora possibile alla scuola l’acquisto di strumenti innovativi, le impedisce di fare fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria, rendendo inefficienti e insicuri gli edifici scolastici. Di conseguenza la mancata sicurezza degli edifici, che dovrebbe essere invece garantita, si pone giustamente in testa alla lista delle priorità dei dirigenti scolastici, costituendo una zavorra rispetto al formarsi di ragionamenti in ambito pedagogico e in termini di innovazione ed offerta formativa.

Comune punto di partenza per quasi tutte le scuole intervenute era una pianta architettonica caratterizzata dalla rigidità distributiva degli spazi, rispecchiante un altrettanto utilizzo ingessato degli stessi. Nei progetti elaborati si è agito su tale rigidità attraverso la rimodulazione degli spazi, l’utilizzo del colore e l’impiego di nuovi arredi in favore di una maggiore fluidità, per favorire il benessere psico-fisico degli allievi e il loro sviluppo cognitivo, così come suggerisce l’ “Embodied Cognition” . Il ripensare agli spazi ha chiamato a sé l’individuazione di nuove funzioni, di nuove possibilità di aggregazione e scambio da offrire agli studenti, e viceversa, là dove la scuola aveva già sentito di avvicinarsi a nuove pratiche, sono stati adeguati gli spazi. Sale di lettura, laboratori, Fab-Lab non sono solo apparsi come spazi innovativi, fortemente incentivanti per lo sviluppo della creatività degli studenti e per l’elaborazione di percorsi interdisciplinari talvolta inediti, ma anche come occasioni per aprire la scuola alla collettività. La scuola infatti, attraverso questa opportunità di ripensamento di se stessa, si è riproposta alla comunità con un ruolo sociale fortificato, dandosi o ri-dandosi ad essa come spazio aperto di formazione, arricchimento e scambio culturale fruibile da tutti. In tal senso è da notare che quasi tutte le scuole hanno sentito l’esigenza di riappropriarsi e rifunzionalizzare anche i propri spazi esterni con la previsione di aule all’aperto, spazi dedicati allo sport o ad orti che hanno visto (in progetti anche già realizzati) la collaborazione dei cittadini.
È stato arricchente, commuovente e incoraggiante, vedere l’impegno di tanti docenti che con grinta e tenacia, in alcuni casi rispolverando la laurea in architettura e le antiche passioni personali, si sono alternati ad immaginare una scuola migliore e a raccontare una scuola che con ogni sforzo si è già mossa in questa direzione ottenendo ottimi risultati soprattutto in quartieri mortificati dalla povertà e dal degrado. Si è insomma delineato uno scenario povero di mezzi, ma ricco di passione, di creatività, energie mentali, buona volontà e determinazione.

L’esperienza ha mostrato quanto sia importante il dialogo e la cooperazione dei vari attori ricoprenti un ruolo politico e sociale, agenti sullo stesso territorio e operanti in settori diversi, e quanto questa cooperazione possa migliorare la qualità di vita del cittadino: l’importanza dell’Università nel guidare e diffondere la ricerca orientata all’analisi e al rinnovamento, l’Ordine degli Architetti nell’individuare i problemi sul territorio di competenza e svolgere l’importante funzione di connessione fra le varie forze, promuovere gli effetti della ricaduta dell’architettura sul comportamento delle persone, e infine la scuola, attore protagonista nella formazione degli individui che si pone alla base della società.

 

Poiché mi sembra interessante spostare lo sguardo dall’esterno all’interno del progetto, per comprenderlo da più angolazioni ho pensato di rivolgere alcune domande agli architetti Marco Borrelli e Paola Lista, entrambi ex consiglieri dell’Ordine APPC di Napoli, che sono stati referenti dell’Ordine all’interno del progetto.

Marco raccontaci, come è nata questa iniziativa in cui l’Ordine è stato protagonista?
M. B.: Allora, avendo già da circa sei mesi intrapreso un’esperienza in un gruppo di lavoro operativo sui temi della “qualità dell’architettura” sulla “cultura architettonica” e sui “grandi eventi per l’architettura” al CNAPPC (Consiglio Nazionale) ho cercato di trasporre i valori definiti all’interno di questa mia esperienza in esempi operativi in cui la valenza del sistema delle relazioni di una comunità possa diventare il perno centrale intorno a cui si muove il progetto di architettura.
Nel caso specifico improntato alla riorganizzazione e rifunzionalizzazione degli interni architettonici dei luoghi dell’istruzione, gli architetti hanno incontrato le comunità scolastiche per individuare le criticità degli spazi della relazione docente/discente così da favorire la definizione di nuovi concept condivisi sul modello di partecipazione “bottom up”. L’Ordine, in quanto ente che rappresenta l’attività dei professionisti progettisti sul territorio, vuole convergere con le esigenze delle varie comunità urbane entrando in forte sintonia nei processi di rigenerazione urbana, rispettando l’identità, i valori e la qualità ad essi associata. Dopo gli eventi nei tribunali, nelle scuole, e negli studi professionali con gli Open-Studiaperti 2018 si conferma la presenza attiva degli architetti all’interno della definizione della nuova scena urbana definita da un’architettura social-oriented e human centered.

Paola come è stato accolto dalle scuole? È stato difficile coordinare Università, Ordine e scuole? Che fine faranno i progetti a cui si è arrivati e che sono stati presentati nel convegno finale? Verranno realizzati o resteranno utopici?
P. L.: Cara Cristina, innanzitutto grazie per queste domande, poter finalmente parlare a tutti, ossia parlare di cose belle, divulgarle e farle conoscere è importante perché solo parlando, dando anche esempi di positività e lavoro vero sul campo, gli stessi alunni delle scuole, insieme ai loro docenti, condurranno “buone pratiche” e la famigerata cittadinanza attiva entrerà in azione!
La parola “difficile” fa parte del mestiere dell’insegnante: difficile è insegnare, ma è la sfida del liberare un ragionamento e farlo diventare da difficile, semplice.
Per cui, si è la mia risposta: è stato difficile coordinare l’Ordine degli Architetti, le scuole e l’Università, ma l’ho fatto con grande piacere, perché vedere dei colleghi docenti confrontarsi tra loro, volendo a tutti i costi progettare spazi più piacevoli, luoghi dove l’apprendimento diventi un sentire piacevole, allora tutto ciò mi ha dato molta carica.
Alcuni dei progetti che sono stati presentati al convegno finale già sono esempi di ambienti di apprendimento esistenti all’interno di strutture scolastiche presenti sul territorio della provincia di Napoli e della stessa città di Napoli. Altri progetti sono in divenire, e spero davvero che l’aver coinvolto i dirigenti scolastici e l’ufficio scolastico regionale dia e sia prova della voglia reale di modificare in meglio le scuole.
Si è pensato di creare nuovi “spazi-cerniera”, attrezzati per accogliere attività di partenariato con le comunità locali e gli organismi culturali e produttivi presenti sul territorio. In proposito, sono state sviluppate linee di collaborazione tra scuola ed extra scuola, nella prospettiva di un sistema formativo integrato.
L’idea pedagogica della didattica laboratoriale, già utilmente attiva nella prassi didattica di molte istituzioni scolastiche va estesa, realizzando “la scuola dei laboratori”. La congettura di Franco Frabboni della scuola dei laboratori, intesi come “officina di metodo”, capace di attivare stimolanti dinamiche di apprendimento con un’intensa “aggregazione-disaggregazione-riaggregazione” degli allievi, va attuata trasformando le aule in luoghi d’interazione tra il pensabile e il possibile, veri luoghi della creatività a tutto campo!
Credo fermamente in tutto ciò e lavoro perché questo si attui, almeno iniziando dalla cultura, dall’approccio culturale e poi passeremo a quello sostanziale, della vera e propria realizzazione progettuale.

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Arch. Marco Borrelli: Ricercatore Universitario di Architettura d’Interni ed Allestimento presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Arch. Paola Lista: insegnante di “Disegno e Storia dell’Arte” presso Scuola Secondaria di Secondo Grado.
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NOTE

¹ Filippo Gomez Paloma (Università degli Studi di Salerno), Marina Calò (I.C. Savio-Alfieri di Napoli) Marco Borrelli (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”) Domenico Tafuri (Università degli Studi di Napoli Parthenope), Embodied Cognition Design. Experimental pedagogy between embodied cognition and architectural space, Giornale Italiano della Ricerca Educativa – Italian Journal of Educational Research © Pensa MultiMedia Editore srl – ISSN 2038-9736 (print) – ISSN 2038-9744 (on line) – (http://ojs.pensamultimedia.it/index.php/sird/article/viewFile/2544/2272 )

alcuni testi di riferimento:
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, Torino
Lars Spuybroek, L’architettura del continuo, a cura di E.J.Pilia, Deleyva Editore, Roma
Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari
Wassilly Kandinsky, Punto, Linea, Superficie, Adelphi, Milano
Zani B. (a cura di), Sentirsi in/sicuri in città, il Mulino, Bologna

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Design per le strade di Clerkenwell a Londra, una tre giorni internazionale da imitare!

4 giugno 2018

Alcuni giorni fa, 22-24 Maggio, si è svolta a Londra la 9a edizione della Clerkenwell Design Week https://www.clerkenwelldesignweek.com/.

Coloro che si sono registrati hanno potuto accedere gratuitamente ad uno tra i più chiacchierati ed attesi eventi annuali di design del mondo. E questo perché non ci si trovano “soltanto” le più innovative soluzioni di designhttps://www.dezeen.com/design/ ma si può assistere anche a incontri con prestigiosi relatori e installazioni appositamente realizzate.

Il design – https://it.wikipedia.org/wiki/Disegno_industriale, lungi dall’essere un settore di nicchia e/o per addetti ai lavori, è vita quotidiana. Ogni momento usiamo oggetti che costituiscono l’arredo della nostra casa o del luogo di lavoro. La loro usabilità ed il loro aspetto, sebbene a volte inconsciamente, condiziona le 24 ore di ogni nostra giornata. Per questo il design è un argomento vivo e di interesse per tutti.

Ho fatto un giro per la CDW ascoltando le testimonianze di alcuni venditori, uno in particolare veniva da New York, e “provando” alcune delle installazioni. Di seguito ho cercato di fornire una dettagliata descrizione del festival, con l’aiuto della guida e della mappa che vengono rilasciate a tutti i visitatori. Lo scopo è la divulgazione di una realtà che, per quanto apparentemente possa sembrare semplice, è un indotto di cultura e di economia che potremmo replicare in qualche modo efficacemente in Italia.

  • Informazioni Storiche

Posizione: La scelta di Clerkenwell – https://www.foxtons.co.uk/local-life/clerkenwell/ è dovuta al fatto che in quest’area del quartiere di Islington, a Nord di Londra, pare ci sia la più grande concentrazione di aziende e architetti per miglio quadrato rispetto a qualsiasi altra parte del pianeta, rendendo questo posto uno dei più importanti centri di design al mondo. In passato Clerkenwell è stata associata al movimento Arts and Crafts e nei secoli XVIII e XIX è stata colonizzata da lavoratori immigrati che hanno creato i loro laboratori. Una colonizzazione parallela dell’area da parte dei creativi ha avuto luogo negli anni ’90.

  • Informazioni Utili

Categorie Di Prodotti:

  • mobili

mobili da interni, cucine e bagni, mobili da esterni, arredo contract, arredi d’ufficio, acustica

  • illuminazioni
  • superfici

piastrelle, parquet, moquette

  • accessori

oggettistica, piante e muri verdi

Segnaletica Del Festival: totem (verticale) e strisce continue (orizzontale) di colore fucsia – http://www.archiexpo.it/cat/edifici-pubblici/altri-elementi-segnaletici-AK-345.html

Eventi Correlati: convenzioni con 25 caffè, bar e ristoranti, promozione di prodotti, apertura ai visitatori di agenzie di branding, studi di architettura e di artigiani

  • I Numeri

Estensione: 6,5 kmq

Spazi A Disposizione: circa 100

Eventi: più di 300

Marchi Espositori: più di 300

Visitatori: oltre 30.000

 

  • Cosa Aspettarsi (Esempi)

le sette principali sono state: Campi di Design (Spa Fields); Piattaforma (Casa di Detenzione); Progetto (Giardino della Chiesa di St James –https://www.islington.gov.uk/~/media/sharepoint-lists/public-records/leisureandculture/information/adviceandinformation/20172018/20170717stjamesgardensenhancementsfeasibilitystudy.pdf; Elementi (Piazza di St John – http://www.british-history.ac.uk/survey-london/vol46/pp115-141); Collezione Britannica (Cripta sul verde); Dettaglio (L’Ordine di San Giovanni) e Luce (tessuto notturno)

  • Conversazioni

Il principale festival indipendente del design del Regno Unito è fondamentalmente una mostra dei principali marchi di mobili, illuminazione e superfici di tutto il mondo, oltre che locali. Si potrebbe pensare in Italia, universalmente riconosciuta come patria del buon design, di creare eventi gemelli ugualmente gratuiti che, come già accade per il Fuorisalone del Mobile a Milano e da quest’anno a Forlì, portino il design in città, tra la gente, tra le attività commerciali delle strade e viuzze. Realtà come il distretto della Sedia (Friuli Venezia Giulia) e quello del Mobile imbottito (Puglia e Basilicata) ad esempio dovrebbero dare visibilità e voce ai professionisti del design, promuovere le aziende del settore, collaborare con le scuole, creare sinergie e contaminazioni. Solo così anche queste realtà di design potranno essere “realizzate” al 100%, potenziando il loro nome ma anche quello di chi li circonda e li ospita.

 

Foto: Vita Cofano

Editing: Daniela Maruotti

FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – Edificio Plurifamiliare a Viterbo

30 maggio 2018

Architettura Contemporanea nella Tuscia
91. EDIFICIO PLURIFAMILIARE, Via Vicenza, Viterbo.
La costruzione, con più di cinquanta anni di vita, ha delle soluzioni compositive estremamente efficaci. Una forte e positiva contraddizione è anche il forte contrasto tra il rigido prospetto scalettato su Via Vicenza e la sinuosa purezza del vano scala che ricorda molte formose architetture contemporanee.

 

 

Hotel Mediterraneo, la macchina del tempo

12 maggio 2018

Open House Roma: “interessante!”. L’ho scoperta un paio d’anni fa, quando un amico ha partecipato con un appartamento di cui aveva curato la ristrutturazione.

Un bel “Mi piace” alla pagina facebook, iniziative, aggiornamenti, finché un bel giorno appare la richiesta di volontari per l’edizione 2018. “Sarà per gli studenti”, mi dico, poi leggo i requisiti e non ci sono limiti di età, curioso: a 53 anni mi imbatto continuamente in limiti e divieti, più di quando ne avevo 17!

Invio il modulo di partecipazione e me ne dimentico, ma un bel giorno arriva la mail di convocazione, ritrovarsi in un’aula universitaria dopo decenni è strano, all’ex mattatoio poi, evocativo.

Mi assegnano l’Hotel Mediterraneo, ma cosa avrà di interessante questo albergo? Tutto! Una bellissima scoperta.

Oggi quasi tutti gli hotel appartengono a catene internazionali, il Mediterraneo invece è un rarissimo esempio di albergo ancora gestito dalla famiglia, i Bettoja, proprietaria dalle origini, e si nota in ogni dettaglio, in ogni scelta.

E’ una bella mattina di maggio quando varco la soglia dell’imponente edificio razionalista, ed è come attraversare uno stargate: mi trovo all’istante in un’atmosfera fine anni ’30, gli arredi, le poltroncine, le lampade di cristallo, gli imponenti lampadari, tutto è stato disegnato dallo stesso architetto Mario Loreti progettista dell’albergo, costruito nell’ambito del grandioso piano E42, in occasione dell’Esposizione Universale del 1942, che non si tenne mai. Tutto è originale dell’epoca.

A sinistra si trova l’ampia e luminosa Sala delle Mappe, con un’immensa mappa del Mar Mediterraneo a tutta parete, disegnata da Capizzano su decine di pergamene, recentemente restaurate, e girando lo sguardo non si può non notare un originale orologio da tavolo Art Decò. Scandisce regolarmente il tempo da ottant’anni ed è di una modernità impressionante.

Proseguendo nell’esplorazione degli ambienti, noto sulle pareti i pregevoli intarsi in legno con scene di argomento vario, fino ad imbattermi in un rebus, un grande disegno circolare ad intarsio, un vero rebus rimasto sino ad oggi irrisolto.

Giungo alla saletta bar, con il magnifico bancone originale e la copertura in mosaico celeste con stelle dorate, a figurare il cielo notturno. I salottini con tavoli e poltroncine d’epoca perfettamente restaurati.

In questi spazi sono state girate le scene di molti film, tra cui “The young Pope”, la serie “Il paradiso delle signore” e “Paul Getty”: un set cinematografico dal vero.

Di grande interesse architettonico è poi la scala, formata da lastre di marmo calacatta parzialmente sovrapposte l’una all’altra, in una struttura autoportante, con la balaustra di colonnine sagomate in marmo rosso levanto. Nonostante la massiccia presenza del marmo, l’impressione che se ne trae è di grande leggerezza ed eleganza.

Sullo stesso piano si apre la Sala delle Polene che mostra, quasi a reggere il soffitto, una serie di polene in legno tutte diverse una dall’altra; le lampade a muro sono sorrette da piccole raffinate sirene ed infine due grandi lampadari circolari, con decorazioni di argomento marinaro, a ricordare il nome dell’albergo.

La sala ristorante, un tempo ristorante “21” con accesso anche dall’esterno, colpisce immediatamente per il bellissimo mosaico sull’intera parete di fondo, anch’esso ad opera dell’artista Capizzano. Anche qui tutte le lampade, in vetro di Murano lavorato e colorato, sono originali dell’epoca, disegnate da Loreti e prodotte da Fontana Arte.

Originali anche gli arredi delle camere, dove l’innovazione tecnologica e la conservazione degli elementi storici convivono in modo pregevole.

In ultimo non posso non menzionare la terrazza al decimo piano, dalla quale si gode una vista su Roma a 360°, unica, poiché vi ricordo è il palazzo più alto di tutta la zona.

Al momento di lasciare l’edificio ho provato una leggera inquietudine, troverò di nuovo tutto al proprio posto, o si è trattato di una magnifica illusione?

SUGGESTIONI

Le foto sono di Viviana Cammalleri e Giulio Paolo Calcaprina. Tutti i diritti sono riservati.

Storia dell’Architettura per Fotomontaggio – IL METODO DELLA PROVOCAZIONE

4 maggio 2018

Pubblichiamo i risultati del Corso di “Storia dell’Architettura Contemporanea 1” (Docente: Mattia Darò) per l’Anno accademico 2017-2018, presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, corso triennale in Interior Design.

Il corso è stato affrontato in una prima parte attraverso sei lezioni frontali tematiche articolate su 6 diversi temi caratterizzanti la storia dell’architettura contemporanea, dal 1750 a oggi.

IL METODO DELLA PROVOCAZIONE/LA NUVOLA DI FUKSAS

La società mediatica e l’importanza delle avanguardie nella cultura moderna danno vita a una corrente artistica alimentata dalla riflessione e dall’uso della provocazione come metodo: dagli ready-made di Duchamp agli edifici/sculture di Frank Gehry via Robert Venturi.

Dalle avanguardie a oggi la provocazione è l’uso radicale dell’intelligenza per mettere in grande evidenza l’idea nelle discipline artistiche. La “nuvola” di Fuksas oltre ad essere uno dei progetti più contemporanei di Roma, interpreta molto bene questo tema di radicalità dell’idea in questo caso nell’interpretazione formale dell’oggetto stesso: Agrello sostituisce le nuvole di Magritte con quella di Fuksas; Biagini fa apparire la nuvola nel riflesso del casco da astronauta di Samantha Cristoforetti; Gili e Grimaldi rileggono la storia di Pinocchio nel ripensare il ventre della nuvola come quello di una balena.

 

Paola Agrello

 

Giulia Biagini

 

Gian Marco Gili e Giulia Grimaldi

Storia dell’Architettura per Fotomontaggio – LA CITTA’ INDIFFERENZIATA

1 maggio 2018

Pubblichiamo i risultati del Corso di “Storia dell’Architettura Contemporanea 1” (Docente: Mattia Darò) per l’Anno accademico 2017-2018, presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, corso triennale in Interior Design.

Il corso è stato affrontato in una prima parte attraverso sei lezioni frontali tematiche articolate su 6 diversi temi caratterizzanti la storia dell’architettura contemporanea, dal 1750 a oggi.

LA CITTA’ INDIFFERENZIATA (LA CULTURA DELLA METROPOLI)/EUR

La cultura urbana dello sviluppo delle città contemporanee secondo i modelli culturali della modernità affermatisi come idea di un paesaggio metropolitano: dall’autoritarismo del barone Haussman all’esplosione del manhattanismo via il Plan Voisin.

Ossessione dell’architettura è la reiterazione degli elementi della composizione che poi diventano un paesaggio ben preciso. Un chiaro episodio di città indifferenziata romana è l’EUR, quartiere nato per essere un’esposizione mai avvenuta e poi divenuto quartiere direzionale: Abbandonati fa dialogare alcuni edifici simbolo dell’EUR con alcuni progetti di Sant’Elia, così radicati nell’ìmmaginario degli architetti; Biagini immagina la brandizzazione contemporanea del Palazzo della Civiltà Italiana; Di Vito invece ne immagina una katastilosi e quindi una sua “ruderizzazione” per avvicinarlo sempre più al suo riferimento iconico, il Colosseo; Migliaccio e Mucci immaginano e progettano uno skyline del “colosseo quadrato” immerso nel paesaggio archelogico dei fori imperiali; Moroni e Siamanna ridisegnano Piazza Venezia, uno dei luoghi più simbolici di Roma, sostituendo al Vittoriano proprio il Palazzo della Civiltà Italiana.

Filippo Maria Abbandonati

 

Giulia Biagini

 

Messua Di Vito

 

Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci

 

Benedetta Maria Moroni e Serena Sciamanna