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Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.

Alcune proposte per una nuova urbanistica a Roma.

Dopo anni in cui le passate giunte capitoline proponevano per la città solo grandi interventi puntuali di grande risonanza e limitavano la riflessione architettonica alla città storica (lasciando campo libero in periferia alla lobby dei costruttori), la nuova giunta Alemanno si lancia in proposte per la periferia.

Tralasciando le prime proposte di sapore elettorale (la possibilità di costruire case popolari in terreni agricoli, di dimensioni limitate, ad una distanza massima da infrastrutture di trasporto su ferro, in deroga al piano) le prime idee arrivarono in occasione del workshop internazionale di architettura e urbanistica del 09/04/2010 all’auditorium: si crescerà “in verticale” nelle nuove periferie, per non consumare più l’agro romano.

Egli dichiarò: «fino a che punto si può arrivare con la densificazione? come si può conciliare la verticalità, i grattacieli, in periferia e soprattutto con la tutela dell’ambiente?» e inoltre: «Ci sono troppi centri commerciali, siamo arrivati oltre il limite. Quindi nei cambi di destinazione d’uso per il piano casa azzereremo tutte le cubature che riguardano queste strutture».

Queste dichiarazioni perciò possiamo considerarle come il punto di partenza della politica urbanistica della nuova giunta capitolina.

Ora nell’inconsueto periodo agostano, il sindaco propone la demolizione delle torri di Tor Bella Monaca, causa principale, a sua detta, del degrado del quartiere.

A questa prima dichiarazione risponde il gotha dell’architettura romana: gli architetti Portoghesi Fuksas e Cesare Valle jr con posizioni differenti tra loro, propongono l’abbattimento delle torri (per Fuksas in modo più puntuale insieme a integrazioni), mentre secondo Renato Nicolini un quartiere si può recuperare costruendo e non demolendo.

Purtroppo, seguendo una pessima tradizione degli ultimi vent’anni di politica, in una successiva dichiarazione il sindaco Alemanno ci fa capire che era una boutade e la butta in caciara. In agosto ai politici è permesso di dire tutto e il contrario di tutto.

Dovremo aspettare ottobre, pare, per vedere delle proposte concrete.

In tutti i casi il sindaco è da ringraziare per almeno due motivi: pone l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione e offre spunto per una riflessione sullo sviluppo della città e del territorio.

A differenza dell’acredine di Teodoro Bontempo per Corviale, che sembra più di origine ideologica, l’esternazione di Alemanno su Tor Bella Monaca, sembra più pragmatica, anche se non è sostenuta da un pensiero sistematico.

Quando parla (seriamente) dice cose vere: la politica dei suoli in Italia è fallita: l’esproprio dei terreni (per l’edilizia popolare) costa troppo; ci sono dei quartieri 167 (popolari) che sono delle vere cisti urbane. Per non parlare dello stato di molti di questi edifici che, frutto della prefabbricazione spinta (e della mancata manutenzione) cascano a pezzi.

Alle dichiarazioni frettolose dei notabili vorremmo aggiungere un nostra un poco più articolata.

Partiamo dalla definizione di quartiere-ghetto. E’ vero. Quartieri come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono un ghetto. Lo sono perché sono stati costruiti come un ghetto e perché sono stati popolati come un ghetto.

Se si costruisce un quartiere senza l’idea di mescolare classi sociali, funzioni residenziali e servizi, senza collegarlo decentemente al resto della città, si crea un ghetto.

Abbiamo perciò individuato una priorità sociale per una eventuale linea di azione della giunta comunale.

Inoltre, partendo dall’indiscutibilità del degrado dei suddetti edifici, aggiungiamo che, quando non siano fatiscenti (Corviale), questi non corrispondono più ai criteri di efficienza energetica richiesta attualmente. Ecco una seconda priorità.

Un terzo spunto importante riguarda l’utilizzo dei premi di cubatura ai costruttori. Alemanno dichiara: “puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubatura da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale.”

E’ vero che il premio di cubatura è una leva importantissima (e forse l’unica nel panorama attuale), ma attenzione a come la si usa. Vogliamo soffermarci un attimo sui quartieri di recentissima costruzione: Ponte di Nona, Bufalotta, ecc. Questi “gioielli” sono esclusivamente opera dei grandi costruttori/speculatori romani, nel senso che sono stati costruiti nella totale assenza di pianificazione da parte dell’amministrazione comunale, in deroga o nelle falle dell’appena approvato PRG, viatico per il nuovo Sacco di Roma.

( vedi il link della trasmissione Report )

Non sono composti da case popolari, ci abitano tutti quelli che non si possono permettere case più centrali (in massima parte famiglie giovani). Ma vivono bene lì? Sono ben serviti?

(si veda l’inchiesta di Amate l’Architettura su You Tube:  parte 1 parte 2 )

Paradossalmente questi quartieri sono ancora più privi di servizi di Tor Bella Monaca e degli altri ghetti. L’unica differenza che non li fa connotare come ghetti è di tipo sociale.

Ponte di Nona e simili sono abitati dalla piccola borghesia e dai lavoratori non proletari (ci si perdoni questa distinzione un po’ manichea) mentre, come sappiamo, gli altri addensano classi sociali disagiate.

Proporre, come fa Alemanno, lo “spostamento” degli abitanti delle torri in case nuove limitrofe non crediamo possa risolvere i problemi del quartiere. Come anche fornire finalmente di decoro e servizi il quartiere (ma anche semplicemente manutenerlo), come propone l’urbanista Pier Paolo Balbo, può migliorare la situazione ma non risolverla. Neanche dare iniezioni di cultura come sostiene Asor Rosa risolve. Aiuta, semmai.

A Tor Bella Monaca, con grandi difficoltà, opera da anni un teatro e coraggiose compagnie. Ma il degrado resta.

Ecco allora il nostro piccolo contributo al dibattito con alcune proposte schematiche:

1) Priorità sociale: mescolare le classi sociali in tutta la città. Utilizzare strumenti come i premi di cubatura e altro per dotare il Comune di un consistente patrimonio edilizio anche in zone centrali e semicentrali come si fa nel Comune di Parigi. Queste case potrebbero essere affittate non solo a persone disagiate ma a qualsiasi tipo di lavoratore, giovani soprattutto, che lavorino nelle zone centrali con canoni proporzionati al reddito. In caso ci sia ancora del patrimonio pubblico che non sia stato dismesso, questo dovrebbe essere preservato.

2) Priorità energetica/manutentiva: monitorare il patrimonio di edilizia pubblica e valutare la convenienza della demolizione/ricostruzione o del restauro e dell’adeguamento. La convenienza dell’operazione sarà nella maggiore economicità della gestione negli anni a venire. Si può pensare anche di fare una convenzione con società private a fronte di concessioni ventennali o trentennali.

3) Affrontare finalmente il problema del controllo delle graduatorie e della regolarità degli occupanti delle case popolari. Questa è l’unica azione politica forte che nessuna giunta ha avuto il coraggio di fare.

4) Approntare dei nuovi piani di densificazione dei quartieri periferici (non solo i 167), con il contributo eventuale delle associazioni di quartiere e dei privati e la regìa di urbanisti assoldati dalla pubblica amministrazione.

5) Sia per i nuovi quartieri che per la densificazione degli esistenti le risorse ricavate devono prioritariamente andare a servizi di trasporto su ferro. Anzi le nuove edificazioni devono essere subordinate ad una realizzazione delle infrastrutture.

6) Riprendendo la proposta del Presidente della Provincia Zingaretti è necessario creare un coordinamento tra Comune, Provincia e Regione per le espansioni edilizie nella logica della città metropolitana. L’espansione incontrollata delle città satelliti dell’hinterland romano non può pesare e mettere in ginocchio, come avviene ora, la viabilità della capitale.

Dai punti che abbiamo elencato si evince come sia da giocare una partita tutta politica nel senso alto del termine. Politici che abbiano il coraggio di mettersi a tavolino e confrontarsi con altre giunte o poteri, anche di altro schieramento politico, per mettere in atto delle vere strategie i gestione del territorio darebbero finalmente un segnale di rinnovamento che Roma (ma il criterio è applicabile anche ad altre metropoli) attende da decenni.

C’è un elettorato numeroso, tra cui il sottoscritto, che è pronto ad appoggiare chi riesce a non prostituirsi ai nuovi “re di Roma”, come li definì la Gabanelli e che è lo stesso che ha affondato la vecchia giunta.

Un viaggio nel cuore dell’Europa…

11 agosto 2010

Ricordo quando, più di dieci anni fa, ancora all’Università, andai con l’Associazione Culturale Zingari a Berlino, che era diventata, all’indomani del crollo del muro nell’89, il cuore del rinnovamento culturale ed architettonico europeo.

Ricordo i progetti di Renzo Piano per la Potsdamer Plats, il progetto di Peter Eisenmann per il Chekpoint Charlie, il progetto di Jean Nouvel per Les magazines Lafayette, il progetto di Philip Jonhson per il  Philip Jonhson Building o il progetto di Daniel Libeskind per il Jewisch Museum che avevo studiato prima di partire e che vidi in parte realizzati, in parte ancora sulle carte, in parte in corso di realizzazione…..

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Sono capitato per caso a Bruxelles, e mi sono recato nel quartiere della Commissione Europea, dove, sebbene l’aria fosse un po’ diversa, intrisa dell’atmosfera borghese della diplomazia internazionale, sono riuscito a cogliere le stesse sensazioni…oggi, anche se stiamo attraversando una forte crisi economica, Bruxelles mi è sembrata in qualche modo la Berlino di allora: Rue de La Loi come Friedrichstrasse, allora? Non proprio:  vediamo perché.

Sicuramente dietro al programma di edificazione del quartiere leopoldino c’è lo stesso intento di creare un volano allo sviluppo economico del nuovo soggetto politico nato dall’allargamento dell’Unione Europea e dall’apertura ad Est, con il passaggio dai 12 stati membri originari ai 25 attuali…..ma nel caso di Potsdamer Platz ricordo che il sito era tutto un cantiere: le gru giravano senza mai fermarsi; le luci brillavano anche di notte per illuminare il protrarsi dei lavori: a Bruxelles invece si respirava un aria più tranquilla: si vedevano ovunque diplomatici internazionali visitare affascinati il palazzo Baylermont, sede della Commissione Europea, il cosiddetto “Palais Charlemagne”, il palazzo Altiero Spinelli, sede del parlamento europeo, il cosiddetto “Caprice de Dieu”, oppure la sede della commissione delle finanze, il palazzo Jacques Delort. Mi sono soffermato in particolare su questa costruzione: si tratta di un nuovo edificio con il fronte sulla Rue Belliard, con la parete vetrata sorretta da  travi in legno lamellare, collegato alla vecchia costruzione, sull’altro lato della strada, tramite un ponte in cemento con interessanti travi in ferro e legno stile Art Nouveau. Ecco, la differenza principale che ho colto tra la Berlino di allora e la Bruxelles di oggi è che mentre la capitale tedesca cominciava un programma di ricostruzione, dopo la caduta del muro e l’unione dell’Est con l’Ovest, in cui ad edifici di carattere pubblico, quali la sede del Reichstag di Sir Norman Foster si alternavano edifici a carattere commerciale, quali il centro commerciale Lafayette di Jean Nouvel, ad edifici di carattere residenziale, quali lo Schutzenstrasse di Aldo Rossi, la capitale dell’Europa Unita sta dando un volto nuovo alla sua vecchia immagine, a dieci anni dall’entrata in vigore della moneta unica, costruendo edifici all’avanguardia nel campo dell’architettura mondiale…

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Volevo titolare questa nota: Bruxelles 2009, un ponte tra passato e futuro, ed il paragone con la Berlino dopo muro: una  breccia verso il domani: a Bruxelles la crisi tuttavia non permette la realizzazione della nuova sede del consiglio europeo dello studio Valle, vincitrice di un concorso internazionale che ha avuto grosse ripercussioni sulla fama dell’architettura italiana nel mondo, che in realtà speravo di vedere in parte realizzato, o almeno  in fase di realizzazione, a giudicare dalle notizie presenti sul sito web dello studio: speravo di riuscire ad osservare il cantiere, ma pazienza! A Berlino, nel ‘97 era appena iniziata, dopo una lunga fase di gestazione, la costruzione del Museo Ebraico di Libeskind, di cui tuttavia riuscimmo a vedere lo scheletro in cemento armato, entrando di nascosto, allora si, all’interno del cantiere; mentre non si era ancora passati alla fase realizzativa della Potsdamer Platz………

La riqualificazione del quartiere della Commissione Europea, tutto intorno a Leopold Park tuttavia procede a ritmi serrati, tanto che intorno al palazzo del parlamento sono sorti una serie di edifici residenziali di qualità medio-alta che riprendono le linee dell’Architettura Art Nouveau, caratteristica della capitale belga. Certo, si è esaurito il fermento del momento iniziale, quando Bruxelles era tutto un cantiere…come probabilmente è stato all’inizio di questa nuova avventura europea, ma ancora oggi le foto allegate documentano una consistente attività edificatoria, e sono convinto che il paragone con la Berlino del ’97 sia sensato, per la somiglianza tra i due programmi, le due storie, le due culture, che tutte hanno a che vedere con la crescita dell’Europa Unita…

Carlo Aymonino ed il Gallaratese di Milano: una serie di equivoci

19 luglio 2010

Lo spunto per parlare di architettura mi è venuto questa volta dalla risposta sul web ad un mio commento sulla pagina Facebook di Amate l’Architettura, in merito alla scomparsa del prof. Carlo Aymonino. Un primo commento alla notizia della sua morte lo celebrava come uno dei maestri dell’Architettura italiana dell’ultimo trentennio del secolo scorso, al che io rispondevo con una domanda, se effettivamente Carlo Aymonino, con la sua opera, abbia plasmato, soprattutto attraverso la costruzione del Gallaratese di Milano, l’architettura italiana. I commenti seguenti specificavano che l’influenza di Aymonino sarebbe arrivata in Spagna: Renato Nicolini, citato in uno dei post, faceva addirittura riferimento ad alcune opere di Oriol Bohigas, che prenderebbero spunto dalle opere del maestro italiano. Io, chiamato in causa dai sostenitori della tesi che l’Architetto abbia plasmato le generazioni successive, mi limitavo a rispondere che la forza espressiva del lavoro di Carlo Aymonino stava più che altro negli schizzi che elaborò durante la sua esperienza di assessore capitolino.

Ricordo quando, nel 2001, insieme ad alcuni amici, Barbara Bulli ed Alessandro De Santis, vinsi un concorso indetto dal Rotary club Roma Parioli, sulla sistemazione dell’Arsenale Papale a Porta Portese. Allora il Rotary mi fece omaggio di una pubblicazione che raccoglieva tutto il suo lavoro al Comune di Roma, dalla quale si colgono la potenza del segno, la perfezione dei rapporti nella rappresentazione della figura umana, l’esattezza delle proporzioni, e da cui emergono, attraverso gli appunti sempre presenti a lato degli schizzi, ragionamenti e processi mentali che solo un grande Architetto, o un grande artista può fare. Ecco, un grande artista, ed un bravo profesisonista: questo secondo me era il professor Aymonino, più che un Architetto che lasciò la sua influenza nel mondo…

Credo che il Gallaratese di Milano, come il Corviale di Fiorentino a Roma, o il quartiere Zen a Palermo, come veniva giustamente osservato nei commenti seguenti di Amate l’Architettura, parta dall’equivoco di fondo che il concetto dell’Unité d’Habitation di Marsiglia di Le Corbusier si possa applicare dovunque e comunque. Le megastrutture portano sempre con sé una serie di problematiche che non possono essere calate in qualsiasi ambiente: Lambertucci al prenestino ha creato una stecca di trecento metri che funziona, e Marrucci e Cao hanno realizzato le torri del Laurentino 38, che funzionano: perché? Ora, io sono d’accordo che l’Architettura è figlia del proprio tempo e che produce una sintesi della cultura dominante, da cui il palazzo lungo un chilometro, ma allora Mario Fiorentino si doveva fermare al palazzo di giustizia, dove il pavimento è fatto di sampietrini ed evoca la suggestione di un esterno, senza arrivare a promuovere un Architettura avulsa dal contesto.

E l’Urbanistica? L’urbanistica è altro: sono convinto che se non si fanno studi a priori, se non si esamina il territorio con le sue specificità e la sua morfologia e non da ultimo il tessuto sociale con le sue esigenze, si rischia di commettere degli errori, o di generare “mostri”, come forse il Gallaratese di Milano, o il Corviale di Roma, o lo Zen a Palermo…ricordo il prof. Fausto Ermanno Leschiutta, che progettò trent’anni fa una scuola per circa duecento bambini, che fu costruita vent’anni dopo, quando la scuola non serviva più e fu modificata la sua destinazione d’uso.  Bene!

L’architettura, dicevamo, è figlia del proprio tempo, ma se poi le opere realizzate, come nel caso del palazzo di giustizia di Firenze, dello studio Ricci, vengono realizate 20 anni dopo la loro progettazione, si perde il contatto con il contesto, si rischia di creare un architettura autoreferenziata, che celebra un dato momento storico, passato, e non è più neanche figlia del proprio tempo. Bene. E l’urbanistica? Secondo me, in Italia non esiste: d’altronde, in mancanza di urbanistica, si rischia di affidarsi ad un grande del passato, come Kenzo Tange, per elaborare il planovolumetrico del Centro Direzionale a Napoli, che lo studio ti spedisce da Tokio, insieme ai plastici ed ai disegni, e si rischia che l’area venga competamente rasa al suolo e ridisegnata secondo assi e percorsi che mai possono avere forti relazioni con il contesto, altro che Piacentini a Roma con la spina dei Borghi: almeno lì c’è il collegamento visuale con S. Pietro che gli dà un senso!!!

A Napoli no! Bene.

Non volevo però dilungarmi sugli errori dell’urbanistica italiana, quanto piuttosto cercare un confronto con il modo di operare olandese, più rilassato, più cauto ma assai più acuto: ho partecipato al laboratorio Home Made, il n. 9 di una serie di ricerche nell’ambito dell’iniziativa “Nederland Wordt Anders”, che vuol dire l’Olanda diventa altro, promossa dal ministero della ricerca urbanistica e da altri enti olandesi, per trovare nuove soluzioni al problema abitativo, dato che il mercato è fermo.

Home Made ha studiato, in particolare, la pratica del Po e del Cpo, cioè l’iniziativa privata volta a favorire lo spazio collettivo, come soluzione per la crisi, ed è giunto alla conclusione che costruire insieme è il futuro.

Siamo infatti partiti, qui si, dalla considerazione propria del movimento moderno, che le condizioni per un’elevata qualità della vita siano lavorare, abitare ed impiegare il proprio tempo libero. Una volta individuate queste condizoni, abbiamo studiato tutte le implicazioni socio-culturali che intervengono a modificare il costo del suolo, e solo in un secondo momento siamo passati all’individuazione delle matrici concettuali, per adattarle al territorio di Oosterwold, un’area a Nord-Est della nuova città di Almere, nata negli anni ’70 come sbocco di Amsterdam, dove non c’era più terreno edificabile a disposizione. Le matrici concettuali sono state calate sul territorio combinando lo spazio collettivo con le varie tipologie, in maniera da avere un’infinità di combinazioni.

Il compito principale di questo laboratorio era infatti quello di studiare un sistema per abassare i costi delle abitazioni e far ripartire il mercato. Il risultato è chiaro: costrure insieme significa coinvolgere gli abitanti nel processo produttivo, creando cataloghi e sistemi per abbreviare i tempi ed ridurre i costi. Bene.

Ora, io non dico che bisogna prendere esempio dalla città di Almere, uno dei laboratori più all’avanguardia del mondo, e neanche dall’esperienza di Oosterwoold, perché sarebbe veramente troppo arguto, ma forse prendere esempio dall’Urbanistica della piatta Olanda per generare anche in Italia meno mostri e commettere meno errori, questo si…

Il Ponte sullo Stretto. Rischi, dubbi, danni e verità nascoste

Si è tenuto a Villa San Giovanni presso il Teatro sullo Stretto dell’emittente televisiva RTV il giorno 5 u.s. l’incontro dibattito Il Ponte sullo Stretto. Rischi, dubbi, danni e verità nascoste patrocinato dalla Fondazione Cultura Libera Sapere Aude Onlus, rappresentata dall’avv. Francesco Idone, da Antonio Giordano e dall’arch. Salvatore Ciccone.

Il titolo del convegno prende spunto dall’omonimo libro da poco pubblicato a cura di Carlo Mancosu. In occasione dell’incontro, moderato dall’editore Eduardo Lamberti Castronuovo, si sono riuniti al tavolo professionisti, docenti universitari e studiosi del tema per affrontare la questione della sostenibilità, oltre che dell’utilità di questa opera di cui spesso si parla come se fosse una struttura avulsa dal territorio in cui dovrebbe essere costruita e dalle reali esigenze dei cittadini che vivono quella particolare realtà.

Al convegno hanno preso parte, oltre ai due Presidenti degli Ordini degli Architetti P.P.C. e degli Ingegneri di Reggio Calabria: Paolo Malara e Francis Cirianni, il Sindaco di Villa San Giovanni Rocco La Valle, l’ex ministro Alessandro Bianchi, il geologo Alessandro Guerricchio, l’urbanista Alberto Ziparo e il sociologo Osvaldo Pieroni. In sala erano presenti alcuni Sindaci dei comuni limitrofi all’area dello Stretto, vari docenti dell’Università e la cittadinanza.

L’incontro, durato oltre tre ore, ha messo in luce tutti gli aspetti delicati sui quali il progetto risulta carente: strutturali, ambientali, geologi e sismici, economici e sociali.

L’analisi dei vari punti ha prodotto una conclusione unanime da parte dei partecipanti: il progetto così pensato e portato avanti rischia di pesare sulla nazione sia in termini di costi che di immagine.

L’invito alla riflessione formulato da tutti i partecipanti rappresenta  un elemento di forte saggezza che prescinde da schieramenti contrapposti e da posizioni preconcette. È emersa invece, in quella sede, la necessità di ripensare a progetti alternativi che offrano certezza dell’investimento, sviluppo del territorio e continuità occupazionale.

In particolare il prof. Alessandro Bianchi ha sottolineato l’importanza che assume in questo momento un soggetto culturale come quello dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Ha chiesto apertamente che non vengano istituiti accordi economici tra la stessa e la Società che gestisce il progetto del Ponte di Messina poichè questo comporterebbe un inquinamento irreparabile nello svolgimento dell’attività di ricerca. Quest’ultima infatti, perderebbe il carattere fondamentale su cui da sempre si basa che è l’autonomia e l’autorevolezza. Particolari e interessanti proposte sono giunte inoltre dal Presidente Paolo Malara che ha rimarcato la necessità di offrire al territorio un’azione condivisa di rilancio dell’economia dello Stretto che si fondi su valori storici e culturali del territorio sottolineando la necessità di un’informazione capillare sull’iter progettuale che coinvolga tutta la popolazione oltre che gli operatori. In linea generale è emersa da parte di tutti la richiesta di maggiore informazione e trasparenza su tutti quegli aspetti da sempre sottaciuti da parte della Società Stretto di Messina (oggi Anas) ma che vengono dettagliatamente presentati nel volume di Carlo Mancosu relativo alla dibattuta mega opera, ai rischi, ai dubbi, ai danni e alle verità nascoste che ad essa sono riconducibili.

Tra i vari aspetti controversi il Prof. Ziparo ha fatto riflettere anche su quello che maggiormente tocca i cittadini dell’intera nazione: il dato economico riferito a una spesa inenarrabile già solo nella fase preliminare per giungere oggi ad una dimensione mediatica e propagandistica che supera di gran lunga la dimensione di fattibilità e di concretezza.

Chiudiamo con alcune considerazioni e molte domande che Anna Foti, giornalista, presente in sala la sera del convegno pone: «La domanda emersa è, dunque, per quale ragione si pensa al Ponte per realizzare un sistema di attraversamento efficace dello Stretto e di rilancio dell’economia e del turismo? Perché si tralasciano tutta una serie di aspetti tecnici che ancora non hanno avuto risposta per prediligere slogan che rendono questa opera necessaria? In molti hanno invece evidenziato che l’area dello Stretto ha un indubbio bisogno di essere valorizzata, meglio servita dai trasporti per persone e merci, ha bisogno di essere resa all’altezza della posizione strategica che nel Mediterraneo assume.

Ma tutto ciò deve essere perseguito necessariamente attraverso un’opera che non garantisce gli standard di sicurezza e già costata centinaia di miliardi di vecchie lire e che comprometterà a vita la dimensione scenografica del mare e delle coste con un impatto ambientale di cui i tecnici finora non si sono occupati? Un’opera che ha una serie di controindicazioni fatta di numeri – dovrebbe essere lungo oltre 3.300 metri laddove il più lungo finora costruito in una zona meno sismica e meno esposta a venti e correnti, non arriva ai 1.500 – la domanda è: non esistono altre forme di rilancio dell’economia che siano fondate su cantieri e altre possibilità di miglioramento dei trasporti che non scardinino gli equilibri geodinamici di tutta l’area?

La risposta non è difficile e, come si intuisce, la stessa risposta reca in sé una serie di argomentazioni tutt’altro che ideologiche per dire che il Ponte, un’opera avveniristica di notevole valore, in realtà non serva in questa area e a questo territorio. E allora a chi serve? Su quali altari si sacrificheranno le esigenze reali di questi luoghi?».

PER INFORMAZIONI SUL VOLUME  : info@mancosueditore.it

Finding Flaminio ospite di Performing Media Lounge

Il 12 giugno h 19,00 presso La Pelanda (ex Mattatoio Roma)

FINDING FLAMINIO sarà ospite all’interno dell’ambiente interattivo di PERFORMING MEDIA LOUNGE nell’area screen della Festa dell’Architettura di Roma, organizzato da Urban Experience www.urbanexperience.it .

Il Performing Media Lounge è un altro evento collaterale della Festa dell’Architettura, organizzato da Urban Experience, il free social network artigianale che promuove un nuovo ambito di progettazione culturale, rivolta all’interazione tra web e territorio, secondo le linee di ricerca del performing media, ideato da Carlo Infante.

Esso “svolgerà una funzione di “luogo di sosta e di senso” all’interno de La Pelanda con attività costante di crowdsourcing: conversazioni e azioni nei social media (twitter in particolare).

Il 12.06 dopo l’incontro sulle Città Digitali, alle ore 19 si svolgerà Urban Experience screening con una navigazione guidata nel geoblog, una presentazione del progetto Finding Flaminio promosso dal movimento Amate l’Architettura e del video In Video Veritas realizzato nell’ambito di Performing Roma, l’opening del cantiere di Urban Experience.”

All’interno del nel geoblog saranno tracciate le sei tappe del concorso.

Luogo: La Pelanda

Via: piazza Orazio Giustiniani 4

Città: roma

Telefono: 3393669717

Organizzato da: Urban Experience