Archivi per la categoria ‘articoli’

Coppelia: la Cattedrale del gelato

12 Marzo 2020

L’Avana. Nel quartiere borghese del Vedado, caratterizzato da un lato da alberghi, ristoranti, cinema, negozi e ministeri, dall’altra da piccole case con portici coloniali e giardini lussureggianti, passeggiando dal Malecón (lungomare) verso la Calle 23, che i cubani chiamano “La Rampa”, all’intersezione con la Calle L, ci si imbatte in un parco al centro del quale si erge Coppelia: la cattedrale del gelato.

Come spesso accade nella storia, anche quest’edificio nasce dal capriccio di un leader politico: Fidel Castro. Sembrerebbe infatti che il rivoluzionario, oltre a essere appassionato di sigari e di baseball, fosse anche goloso di frappè e di gelato: questa sua fissazione gastronomica avrebbe non solo plasmato la storia economica e culturale dell’isola ma sarebbe stata anche motivo di sperimentazione architettonica e medica oltre che espediente per il suo fallito avvelenamento.

Procediamo con ordine: nel 1959, dopo aver sconfitto il dittatore Batista, Fidel e i suoi fecero dell’Hotel Habana Libre (che si trova proprio davanti a Coppelia) il loro quartier generale. A partire dagli anni ’60 del Novecento i rapporti con gli Stati Uniti si inasprirono tanto da arrivare nel 1962 all’adozione di un embargo completo. Fidel, che non poteva rinunciare alla sua passione, convinse l’ambasciatore canadese a spedirgli ventotto container di gelato Howard Johnson, di cui era ghiotto. Nel 1963, la CIA, sfruttando questa debolezza del rivoluzionario tentò di avvelenarlo proprio all’Hotel Havana Libre, ove Fidel era solito consumare frappè: pare però che la pillola di veleno, che doveva essere “fatta scivolare” nella bevanda, rimase incastrata nel frigo e spezzandosi riversò a terra il veleno.

Ignaro di tutto questo, Castro decise di trovare una soluzione all’importazione di latte, burro, formaggio (e ovviamente gelato) dagli Stati Uniti, rendendo Cuba indipendente nella produzione di prodotti caseari. In un paese in cui i bovini erano solo “Zebù”, specie inadatta alla produzione di latte, Castro decise di chiedere finanziamenti all’Unione Sovietica per importare dal Canada le cosiddette vacche frisone e dalla Svezia e Paesi Bassi i macchinari per produrre il gelato. Nel 1972 nacque perciò un programma sperimentale e d’ibridazione volto a creare una nuova specie di bovino denominato “Ubre Blanca” che non solo avrebbe prodotto latte in grande quantità ma sarebbe diventata l’eroina di Castro, tanto che alla sua morte, venne impagliata ed esposta in una teca di vetro in una casa fuori l’Avana.

Con in testa lo slogan “Helado por el pueblo”, Castro mise all’opera, oltre agli scienziati, anche compañeros e architetti per creare un luogo dove i suoi connazionali potessero gustare il gelato. Fidel decise di affidare il progetto di Coppelia, la “Cattedrale del gelato”, all’architetto Mario Girona Fernández (Manzanillo 13 Gennaio 1924 – L’Avana 26 Agosto 2008) sotto la supervisione della sua fidata consigliera Celia Sánchez, alla quale venne dedicato il nome e il logo della gelateria che rimandano, il primo, al balletto preferito della donna, il secondo, appunto, alle gambe di una ballerina.

L’edificio, costruito nel 1966, sorge nell’area dove fino al 1954 si trovava il Reìna Mercedes Hospital; a seguito dell’abbattimento della struttura si susseguirono diversi progetti che prevedevano dapprima la costruzione di un altro ospedale, poi un grattacielo di cinquanta piani, un padiglione turistico, infine un centro di intrattenimento notturno. Tutti i progetti furono abbandonati per lasciare il posto a Coppelia.

A primo impatto, ammirando la “Cattedrale del gelato” sembra di vedere un’architettura di Nervi: una grande calotta in cemento armato posta a copertura di sale circolari vetrate, che si dirama verso l’esterno attraverso pilastri a Y rigirati collegati tra loro da tendoni blu e bianchi. Se l’architettura di Nervi, però, assomiglia a “un’enorme medusa per effetto del guscio ondulato e dei cavalletti a Y che sembrano tentacoli” (B. Zevi) [1], Coppelia sembra più un ufo atterrato nella città e circondato da alberi Banyan.

Passeggiando intorno alla struttura circolare, nel parco, si incontrano banchi del gelato e tavolini all’aperto dove poter consumare le cosiddette Ensaladas (coppette di plastica ove possono essere disposte fino cinque palline di gelato); salendo invece dalla scala elicoidale centrale della “cattedrale” fino a raggiungere la copertura, ci si addentra in altre sale circolari divise l’una con l’altra da pannelli lignei e vetri colorati.

Se negli anni Ottanta del Novecento Coppelia divenne il punto di ritrovo degli habaneros e i gusti proposti arrivarono a essere circa una cinquantina, all’inizio degli anni Novanta, a causa della riunificazione della Germania e della perdita dei finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica, la “cattedrale del gelato” andò in declino, finendo per restringere i gusti o addirittura “allungare” il gelato con l’acqua.

Il successo di Coppelia negli anni Sessanta, portò tuttavia alla costruzione di altre “filiali”: all’architetto Mario Girona Fernández venne affidato anche il progetto per il Varadero, località di mare a due ore circa da L’Avana; all’architetto José Cortiñas quello per Santa Clara. Il primo edificio fu concepito come un luogo di ritrovo per i bagnanti: circolare e interrato, si snoda attorno a  un giardino. La seconda costruzione, di stampo brutalista, inaugurata nel 1967, occupa un intero isolato ove anticamente sorgeva un mercato agricolo: è costituita da un piano pilotis sormontato da una massiccia copertura in cemento armato dal quale fuoriescono “schegge”.

Attualmente Coppelia è un luogo frequentato sia da cubani che da turisti: i primi, “che ancora vivono di beni razionati, possono godere della rara esperienza di poter ordinare quanto vogliono di qualcosa” (Anderson), i secondi, più che dal gelato e dalle lunghe attese che si fanno per acquistarlo, sono attratti dalle “vibrazioni positive” che il luogo e la gente che lo frequenta trasmettono.

 

Foto 1: Castro mangia gelato allo zoo del Bronx di N.Y., 1959. Foto: Meyer Liebowitz/Getty images

Foto 2: Ubre blanca impagliata nella teca di vetro. Foto: str/afp/Getty images

Foto 3,4,5,6: Giulia Gandin

Foto 7,8: https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Fonti:

[1] Cronache di Architettura, Bari , Laterza, 1970

https://www.vice.com/it/article/mbkje8/mangiare-gelato-a-cuba

https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Helados revolucionarios: Coppelia y la arquitectura líquida de La Habana

Verso un corpo gassoso

L’idea della città e dell’architettura, come le abbiamo sempre pensate – nella loro concezione spaziale di luogo determinato, pianificato e programmato – sembrano non rispondere più alle strutture sociali verso cui la società si sta oggi evolvendo.

Le risposte della postmodernità ai problemi urbani formulati dalla modernità, non si sono esaurite né nei vari modelli teorici, né nelle realizzazioni concrete che queste hanno ispirato, sviluppando sempre nuove formule e proposte. La condizione urbana e sociale sia industriale che post-industriale è rimasta critica. Pur trovando nelle varie proposte delle alternative teoriche interessanti, difatti le produzioni che si sono sviluppate in architettura dal dopoguerra, ad oggi sono riconducibili ad una lenta e diffusa ristrutturazione della città moderna, che potremmo leggere come il progetto di una continua operazione di aggiornamento di una moderna “Renovatio Uribis”[1].  In tal senso, come ci fa notare Edward Docx, potremmo leggere il postmoderno come “il tardivo sbocciare del seme più vecchio della modernità[2], già presente negli anni Venti e Trenta, nei lavori dei dadaisti e di altre correnti.

Dalla fine degli anni ‘90 ad oggi vari studiosi, come Carlo Bordoni, Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Yves Michaud[3], Manuel Gausa, Daniele Vazquez e tanti altri, hanno introdotto nuove prospettive filosofiche, sociali, antropologiche, estetiche ed urbane che ci mostrano le debolezze della postmodernità, proponendo nuove prospettive che abbandonano il postmoderno.

Si può essere concordi o no con queste posizioni, ma in ogni caso queste mettono in evidenza la presa d’atto del fallimento delle promesse postmoderne, decretando se non la fine quantomeno la crisi del postmoderno, mettendo in evidenza una sua evoluzione e trasformazione verso una nuova condizione ancora da definire. Quel che sembra certo è che alla fine della modernità, oggi si è affiancata anche la crisi del postmoderno.

Se scegliamo quindi di usare la felice metafora di Zygmunt Bauman che lega la modernità, e ciò che la precede, ad una condizione solida, e la postmodernità ad una condizione liquida di un mondo liquefatto[4], sempre alla ricerca di una nuova condizione di stasi, potremmo dire che la crisi-evoluzione del postmoderno segna un ulteriore passaggio di stato, da quello liquido a quello gassoso.

La tendenza che oggi prevale è quella della smaterializzare di ogni possibile legame, tra gli individui, tra i luoghi o il territorio, esaltandone la volatilità e la continua trasformazione delle relazioni. Oggi il luogo è ovunque, liberato dal limite definito del territorio geografico, è sempre mobile, aperto, pronto alla condivisione. Da una società del luogo siamo passati alla network society[5].

Nell’era contemporanea l’individuo, pur rimanendo parte di una comunità, è diventato perennemente erratico, un nomade tecnologico dissociato da un luogo fisico determinato. In questa realtà si rispecchia quel sentimento nel quale l’uomo contemporaneo si pone nell’inguaribile utopica volontà di essere dappertutto e perciò in nessun luogo, galleggiando tra il tempo e l’eternità.  Sotto questa ottica si sovrappone all’uomo del “luogo”, la figura del “vagabondo”, che fa del vagare una esperienza necessaria.

Da creatori di forme-oggetto stiamo quindi passando sempre più a produttori di esperienze[6], risultato di un continuo processo in atto che non si instaura nel territorio, ma che lo attraversa senza volerne lasciare traccia. Le nostre “solide” certezze che erano il fondamento della realtà come l’abbiamo sempre conosciuta, sono state sostitute in tal modo da dispositivi e procedure. La materia, resa ormai gassosa, non necessita più di stampi in cui versarla, come all’epoca dello stato liquido, ma essendo ormai gassosa, si insinua in qualsiasi struttura di pensiero, invadendo ogni possibile frattura ed interstizio. I limiti che la vorrebbero racchiudere, risultano essere sempre fragili e pronti ad rompersi, nulla può trattenerla. Ogni condizione riconducibile ad una forma stabile è finzione, è una triste costrizione pronta ad esplodere come un palloncino pieno di gas.

La stessa materia urbana e sociale che compone questa nostra realtà si è frammentata e scomposta in particelle ed atomi di densità programmatiche poste in rete tra loro. Essere in rete non significa però parlare o comunicare, ma piuttosto essere inseriti in una catena di stimoli e reazioni di attrazione e repulsione che strutturano un continuo processo dialettico. Il loro rapporto con lo spazio e col tempo non è più solido e stanziale, ma sempre volatile, temporaneo, “gassoso”.

Bisogna partire quindi da un preciso postulato: la misura concreta della città contemporanea non può più essere la sua forma. Questa infatti non solo, non è più in grado di decifrare i sistemi urbani contemporanei, ma è diventata uno strumento descrittivo delle reti infrastrutturali[7], divenendo questa l’unica forma riconoscibile per un possibile orientamento all’interno dello spazio urbano. La dialettica tra le sue singolarità e le molteplicità situazioniste, trasporta l’idea stessa della città verso la natura di una forma-intelligibile, non più riconoscibile in un’unica forma-oggetto, ma semplicemente attraverso un logos di connessione, che assume così carattere fondativo e propulsore dello stesso fenomeno urbano.

Oggi quindi, qualsiasi tentativo di rappresentare il territorio urbano come forma pensabile nella sua interezza e nei termini precisi di un progetto di città chiaramente fondato, è un processo superato. È indubbio, che per la complessità e le contraddizioni dell’attuale sviluppo urbano, non siamo più in grado di costruire un modello di città che abbia un carattere continuo e identitario. È proprio della città contemporanea la disintegrazione del principio stesso di identità, in un universo di singolarità molecolari che vogliono essere temporanee. È la relazione tra le sue molecole a costruire un corpo materico in continua mutazione, instabile, mobile, rarefatto. Queste, perfettamente visibili, sono come granuli che vibrano, frammenti di un corpo dissolto, gassoso, in cui  in ogni molecola ritroviamo la formula dialettica del frammento urbano[8].

Infondo è nella tautologia stessa del frammento, in quel suo essere “parte” che si necessita il bisogno di appartenenza, da un lato ad un corpo, e dall’altro a quel suo essere soggetto universale e anonimo indipendente.

È il corpo della città contemporanea: un corpo che rende effettivo questo concetto di pluralità. Uno spazio gassoso, del verosimile critico[9] e delle pratiche urbane, uno spazio dove vagare e ricordare, uno spazio libero, uno spazio della memoria affettiva, uno spazio non più simbolico, ma esistenziale.

 

Parte dell’articolo è già stato pubblicato anche nel n° 35 della rivista AND a pag. 63,65.

 

[1] Cfr. Bernardo Secchi, Prima lezione di urbanistica, ed. Laterza, Bari 2000, capitolo 2 e 5.

[2] Edward Docx, Addio postmoderno, benvenuti nell’era dell’autenticità, “la Repubblica”, 3 settembre 2011, temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/

[3]La modernità è finita due o tre decenni fa. Postmodernismo era solo un nome conveniente per rendere accettabile il cambiamento e la fine della modernità, come se la morte non fosse la morte e la vita continuata nell’immediato futuro. E’ ora di riconoscere che viviamo in un mondo nuovo”. Yves Michaud, L’Art à l’état gazeux : essai sur le triomphe de l’esthétique, Èditions Stock, 2003, (trad. italiana, Yves Michaud, L’arte allo stato gassoso, ed. Ita. Idea, 2007), pag. 16.

[4] Cfr. Zygmunt Bauman, Liquid Modernity, Polity Press, 2000, (trad. italiana, Zygmunt Bauman, Modernità liquida, ed. Laterza, 2002),

[5] Cfr. Manuel Castells, The Rise of the Network Society, The Information Age: Economy, Society and Culture, Vol. I. Cambridge, MA; Oxford, UK. Blackwell, 1996, (trad. Ita. Manuel Castells, La nascita della società in rete, Università Bocconi Editore, 2014)

[6] Cfr. Yves Michaud, op. cit.

[7] Basti pensare alle mappe delle metropolitane e dei trasporti di superficie.

[8] Cfr. Emmanuele Lo Giudice, Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico, prima ed. 2018.

[9] “Il verosimile non corrisponde a fatalmente a quanto è stato […] né a quanto deve essere […], ma semplicemente a quanto il pubblico crede possibile e che può essere del tutto differente dalla realtà storica o dalla possibilità scientifica”. (Roland Barthes, Critica e Verità, [1966], Einaudi, 1969. Pag. 18-19).

 

Immagini dell’articolo

Tutti i disegni inseriti nell’articolo, fanno parte del libro: Emmanuele Lo Giudice, Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico, 2018.

 

 

Architettura criminogena e disagio sociale – alcuni esempi

5 Marzo 2020

Da qualche tempo assistiamo a tentativi sempre più marcati di infondere nell’opinione pubblica una nuova convinzione, uno slogan, ovvero l’identificazione dell’esistenza di una cosiddetta “architettura criminogena“. Il voler pensare che determinati problemi sociali, di emarginazione, microcriminalità, presenti nelle realtà più periferiche e povere delle città italiane siano dovuti in modo esclusivo nell’aver adottato progetti architettonici invivibili e spersonalizzanti che hanno oppresso in maniera irreversibile gli abitanti che sono dovuti andare a vivere li.

 

Tale critica potrebbe anche avere (parzialmente) delle motivazioni nel caso di alcuni emblematici quartieri realizzati a cavallo degli anni ’70 e ‘80 in Italia (vi è da dire che comunque tali progetti rappresentano un numero di interventi limitato, estendibile ad una ventina al massimo di progetti su tutto il territorio nazionale, per un numero di alloggi assai minoritario rispetto al costruito dello Stato in tema di edilizia popolare[1]), non è lo stesso per altri quartieri dove il “tema di vicinato” era il centro della progettazione urbana.

Uno di questi quartieri dove tali teorie progettuali è stato applicato è Quartaccio, nella periferia Ovest della Capitale. Esso venne progettato negli anni ’80 come contrapposizione alle “megastrutture” realizzate fino ad allora a Roma (Corviale, Laurentino, etc.) da un gruppo di giovani architetti che vollero riproporre il cosiddetto “Borgo di vicinato”, sul modello dei paesi italiani adagiati sui crinali delle colline (come era orograficamente la zona dove si doveva edificare quel comparto di edilizia economica e popolare). In esso non ci troviamo “palazzoni” o mega condomini: sono tutte case a 3-4 piani, disposte in modo vasto, con ampi spazi tra loro e con giardini. Se guardassimo solo dal punto di vista architettonico sono tipologicamente abitazioni anche migliori di quelle della maggioranza dei romani, che vivono spesso in palazzi di 6-8 piani attaccati e senza spazi pubblici e di parcheggio. Invece la situazione che c’è li è agghiacciante, come viene testimoniato ultimamente da un video presente sulla piattaforma “YouTube”, dove viene intervistata dal canale web “Noisey Italia” la cantante Elodie, originaria del quartiere; nel video immagini ed interviste a le persone che vivono li rappresentano una realtà nella quale la popolazione si sente abbandonata da tutti ed esclusa.

Appare pertanto importante affermare che in tali situazioni l’architettura non c’entra nulla perché i veri problemi sono creati da altre situazioni, politiche e gestionali e che determinano un c.d. “abbandono sociale”.

Per capire questo è utile fare un piccolo confronto con due realtà totalmente antitetiche dal punto di vista sociologico ma molto simili da quello architettonico. Ovvero due complessi edilizi, realizzati all’inizio degli anni ’60 con approcci architettonici ed urbanistici simili, ma portatori di effetti totalmente diversi, però.

Il primo è il complesso realizzato a Villeneuve Loubet, sulla baia degli angeli, esso venne realizzato dall’imprenditore Jean Marchand che chiamò nel 1960 l’architetto André Minangoy a bonificare una zona paludosa e insalubre realizzando 4 edifici a vela di grandi dimensioni. Oggi questo complesso, sempre ben tenuto e “a la page” con affitti e costi a mq di svariate migliaia di euro è stato dichiarato dallo Stato Francese “Patrimonio del XX Secolo” e visitato da turisti ogni anno.

Il secondo è il famigerato quartiere di Scampia a Napoli, progettato dall’architetto Francesco “Franz” di Salvo nel 1962, che prese spunto anche dal progetto francese. Additato come edificio simbolo di questa sedicente “architettura criminogena” oggi è stato, a seguito di diversi interventi coadiuvati da altrettante campagne mediatiche contrarie, quasi interamente demolito (è rimasta integra solo una delle 4 megastrutture a vela progettate dall’architetto Di Salvo). Ma occorre dire che sono altre scelte che esulano dall’architettura che hanno determinato quelle situazioni di forte degrado, esse ricadono in determinate gestioni del patrimonio immobiliare dello Stato e sulla definizione di “quartieri popolari”, ovvero quello di aver realizzato soltanto dei contenitori di appartamenti a basso costo, senza quelle necessarie connessioni sociali e di “cucitura” alla città che sono necessarie ed imprescindibili se si vuole concretamente realizzare un apparato vivibile.

 

 

Analoga sorte è capitata ai quartieri realizzati nella Capitale, ma i dati i dati che emergono è che a guidare le classifiche dei quartieri più pericolosi di Roma sono realtà come San Basilio[2], un modello abitativo realizzato prima dall’UNRRA (guarda caso una delle prime opere di Mario Fiorentino, autore poi del Corviale) e poi dall’INA Casa negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con presenza di case basse e numerose aree verdi. Forse l’esperienza di Corviale, additato anch’esso da molti come esempio di “architettura criminogena”, ma al centro negli ultimi anni di una serie di iniziative culturali e mediatiche che hanno puntato riflettori sopra questa architettura, facendone una parte del vissuto della città di Roma, come testimoniano film come “Scusate se esisto” o videoclip musicali girati come sfondo l’edificio in questione.

Note

[1] V. Metamorfosi quaderni di architettura n°1 – 2016
[2] Franco Gabrielli – “audizione nella Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie.”

Credits

La foto di Scampia è di Raffaella Matocci.

La foto di Corviale è di Carlo Ragaglini

L’immagine delle Vele di Villeneuve Loubet sono tratte da Radio Colonna:

Cosa faresti con 50 milioni di dollari? L’utilità dell’Utopia

29 Febbraio 2020

 

 

La domanda nel titolo è stata posta da Larry Page (CEO di Google) in occasione di uno SCI FOO CAMP organizzato presso i quartieri generali di GOOGLE, da O’Reilly Media, Digital Science, Nature Publishing Group e Google Inc..

Se vi state chiedendo cosa è un FOO CAMP non vi preoccupate, neanche io ne ero molto al corrente prima di scrivere questo articolo.

I FOO CAMP sono degli incontri (a cui si partecipa solo su invito) a carattere informale per discutere di diversi temi legati alla comunità degli hacker.

Letteralmente FOO sta per “Friends of O’Reilly”. I primi FOO CAMP sono stati organizzati infatti da Tim O’Reilly ed hanno una struttura organizzativa molto aperta, nessuna agenda preorganizzata, nessun tema prefissato, i partecipanti sono inviati a scrivere (e se necessario sovrascrivere) sul momento il programma dell’incontro e gli argomenti di discussione; si definisce questo tipo di evento una NONCONFERENZA.

Sulla stessa falsariga alcuni partecipanti ai FOO CAMP hanno poi sviluppato l’idea organizzando i BAR CAMP (a cui si partecipa senza invito), nome forse più familiare che serve per capire di cosa stiamo parlando.

Se adesso ve lo state chiedendo, la risposta è si, molte delle iniziative lanciate da Casaleggio e Grillo nella prima fase del M5S sono mutuate da questo genere di approccio.

Sulla scia di questo modello non convenzionale sono stati organizzati altri FOO CAMP più tematici, con la stessa formula aperta ma circoscritti ad un determinato campo; uno di questi è appunto lo SCI FOO CAMP organizzato in collaborazione con Google e dedicato in maniera specifica all’innovazione tecnologica.

La formula delle discussioni è aperta per cui è naturale che, per stimolare i diversi punti di vista, ai Camp vengano invitate personalità delle discipline più diverse, non è quindi strano che ad uno di questi incontri sia stato invitato anche un architetto.

C’è da sperare anche che il singolare evento di invitare un architetto ad una convention dedicata all’innovazione tecnologica avvenga un po’ più frequentemente di quanto appaia; questo però è il solo caso di cui ho letto un articolo e quindi mi è sembrato importante segnalarlo.

Oltretutto l’architetto “infiltrato” non è proprio un architetto ordinario: Sean Lally è un architetto che ha al suo attivo una intensa attività di ricerca sulla capacità delle fonti energetiche (elettromagnetiche, termodinamiche, chimiche, ecc.) di influire e generare spazi architettonici.

Le sue idee sono espresse nel suo libro The Air from Other Planets: A Brief History of Architecture to Come (titolo che è già un programma).

Insomma per essere invitati ai FOO CAMP di Google essere esperti di pratiche catastali e villette in stile neocoloniale non basta…..

L’altra cosa degna di nota è anche la risposta che l’infiltrato Lally ha fornito, e che descrive in un articolo apparso sul sito del The Canadian Centre for Architecture.

La situazione descritta da Lally è quella di un professionista la cui formazione è prevalentemente umanistica, capitato in mezzo ad un capannello di super tecnici, scienziati esperti di materie avveniristiche.

In mezzo a questi capita, quasi per caso, Larry Page (non è un caso come si capisce dall’articolo, l’evento è organizzato da Google, e Larry gira in mezzo ai partecipanti come farebbe una sposa tra i tavoli degli invitati) ponendo a tutti la sua domanda:

“If you had $50 million, what would you spend it on? Tell me what we should be doing.”

Se avessi 50 milioni di dollari, per che cosa li spendereste? Ditemi cosa dovremmo farci?.

La domanda è chiara se la inquadri nel contesto in cui viene fatta. Larry Page è uno degli uomini più ricchi del mondo ed è Amministratore Delegato di Google. Non ti sta facendo una domanda oziosa del tipo “se vincessi alla lotteria come spenderesti la vincita”, Larry ha la concreta possibilità di spendere quei soldi e la convention è organizzata fondamentalmente perché vuole capire quali sono i percorsi di sviluppo e ricerca più interessanti, quelli più promettenti per il futuro, su cui varrebbe la pena investire per continuare a mantenere Google in una posizione dominante nel mondo.

Oltre agli aspetti commerciali ed economici Sean Lally ritiene che la domanda dovesse contenere anche una interpretazione più etica e positivista:

“We at Google have the resources to tackle big problems affecting this world, and there’s no shortage of those problems, so tell me what you’re currently working on and maybe we can throw our weight behind your efforts.”

Noi di Google abbiamo le risorse per affrontare i grandi problemi che affliggono questo mondo, e di certo i problemi non mancano, quindi ditemi su cosa state lavorando e forse possiamo sostenere i vostri sforzi.

Non male vero? avete la soluzione per la fame nel mondo? sapete come fermare il riscaldamento globale? ditelo a Larry che vi finanzia l’impresa. Sembra facile; c’è da chiedersi come mai, viste le possibilità economiche e comunicative di Google, queste soluzioni non siano già state messe in atto.

Lally chiarisce infatti come la stessa Google abbia già provato a investire risorse in ricerca e sviluppo per trovare “soluzioni ai problemi del mondo”: ad esempio sviluppando sistemi che consentissero di ridurre la produzione di CO2 e mitigassero gli effetti dei cambiamento climatici.

Il risultato di questi investimenti, sostiene Lally, sono stati che la stessa iniziativa di ricerca si è dovuta arrendere di fronte alla difficoltà di convincere un intero sistema economico ad abbandonare le tecnologie prevalenti (basate sul consumo di idrocarburi); il modello attuale prevalente è quello sviluppato nell’arco di un intero secolo ed è così profondamente radicato nella cultura generale contemporanea e globale che è estremamente difficile pensare di invertire la rotta semplicemente imponendo nuovi modelli economici. Nonostante la confluenza di ricerche tecnologiche, nuove idee politiche e risorse economiche, non si è finora riusciti ad invertire la tendenza generale che provoca il cambiamento climatico, che appare a questo punto inevitabile. Le nazioni e le società civili, nonostante i proclami e le buone intenzioni, continuano a preferire i modelli di sviluppo novecenteschi.

A questo punto la proposta di Lally è quella di lavorare sull’educazione o meglio sullo sviluppo di una visione utopistica da offrire alla società come indirizzo per stimolare proattivamente il perseguimento della risoluzione dei problemi. Per innescare un significativo cambio di rotta, Lally propone quindi di lavorare sulla visione del futuro.

Tutte le politiche di innovazione sperimentate sino ad ora si sono basate su visioni apocalittiche del futuro e hanno provato a innescare il cambiamento “spingendo il cambiamento”; imponendo modelli basati su innovazione tecnologica che però, evidentemente, non è stata in grado di stimolare l’immaginazione del pubblico a cui si rivolgeva.

Quello che propone Lally è sostanzialmente una inversione della prospettiva: nelle transizioni tra modelli energetici occorre fare distinzione tra i meccanismi di traino e quelli di spinta (“a distinction between ‘pulling’ and ‘pushing’ these transitions”).

Occorre fare in modo che la società veda le potenzialità dei cambiamenti energetici e le persegua non perché sono il frutto di un obbligo morale, ma perché se ne intravedono i miglioramenti concreti nella vita quotidiana.

Per fare questo c’è bisogno di una visione utopica.

Quindi la proposta di Lally a mr Google è di investire i 50 milioni finanziando 500 progetti di design che illustrino come potrebbe essere il futuro grazie all’impiego di tecnologie più rispettose dell’ambiente, e mostrando al mondo i risultati di queste ricerche (luoghi fisici da visitare, storie da leggere, film da vedere, ecc.).

“Take the $50 million and fund five hundred design projects that show a future that takes into account environmental change and all that goes along with it—climate change, the bioengineering of our bodies, new uses for energy—and then get them in front of the general public. These designs could be physical spaces people visit, stories people can read, movies people can watch. I’m not talking about dystopian warnings or guilt trips about lessons we should have learned in the past. I’m talking about providing images that stimulate and prepare people for the future ahead. Tomorrow isn’t going to look like yesterday, and as long as we continue to judge its success and appeal based on a belief that it will, we’re in for disappointment.”

Quello che propone Lally non è niente di più che dare nuovo impulso alla ricerca teorica e utopistica. Dopotutto non è difficile comprendere il contributo reale che le utopie e le visioni futuristiche sviluppate nella storia hanno avuto per determinare il successo delle rivoluzioni industriali ed economiche. Basterebbe citare Sant’elia, Fourier,  Boulée, oppure le più recenti visioni di Cedric Price e il suo Fun Palace (citato da Lally nel suo articolo).

Non esiste in fondo niente di più concreto di una sana Utopia.

Non c’è che dire, se Larry dovesse accogliere la proposta di Lally, noi architetti siamo ben disposti ad abbandonare le pratiche catastali……

Nel frattempo provo a rilanciare alcune delle più famose Visioni che in un modo o nell’altro hanno contribuito a modificare la realtà che si è sviluppata in seguito.

Yona Friedman

 

 

F.L. Wright

 

Ancora F.L. Wright

 

Étienne-Louis Boullée

 

Sant’Elia

 

Anonimo dell’Italia centrale

 

 

Leggi l’articolo di Sean Lally su CCA.

Leggi anche il nostro ricordo di Friedman.

Credits

Le immagini nel testo sono le seguenti.

Cenotaffio. Di Étienne-Louis Boullée – Own scan from: “Klassizismus und Romantik. 1750-1848”, Hrsg. Rolf Toman, Verlag Ullmann und Könemann, Sonderausgabe, ISBN 978-3-8331-3555-2, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2139341

Cedric Price Fun Palace for Joan Littlewood Project, Stratford East, London, England (Perspective) 1959–1961. https://www.moma.org/collection/works/842

 

 

 

Ciao Yona!

25 Febbraio 2020

Il 20 febbraio all’età di 96 Yona Friedman se n’è andato, lasciandoci un vuoto enorme. Friedman era l’ultimo dei grandi maestri, capace di influenzare con le sue idee il lavoro di intere generazioni di architetti ed artisti in tutto il mondo.

Nato a Budapest il 5 giugno del 1923 da una famiglia ebraica e scampato miracolosamente ai rastrellamenti nazisti, giunge in Israele come emigrato clandestino per trasferirsi a Parigi, a partire dal 1957, dove trascorrerà il resto della sua vita prendendone la cittadinanza. Divenuto famoso tra gli anni 60 e 70, fin dal suo manifesto dell’Architettura Mobile, presentato per la prima volta al X CIAM del 1956, Friedman ha sempre posto al centro l’uomo, con le sue fragilità e problematiche, propendo un’architettura, dinamica, flessibile e trasformabile.

Finita la breve epopea delle avanguardie, viene presto dimenticato etichettato come architetto utopico, per essere riscoperto solo a partire dalla fine degli anni 90. Questi lunghi anni di esilio, sono stati per Friedman di grande importanza, portando la sua ricerca verso ambiti di una sperimentazione personale di notevole interesse. La sua attenzione verso gli ultimi, lo ha portato a lavorare per l’ONU e per le popolazioni più povere in Asia e in Africa, promuovendo l’auto costruzione e un’architettura di qualità per tutti, aperta, sostenibile e con l’uso di materiali poveri e riciclati.

È interessante contestualizzare la differenza del lavoro di ricerca dell’architetto francese rispetto ai suoi colleghi. Basti pensare che quando Friedman nel 1987, realizzava il suo Museum of Simple Technology, costruito in bambo e con altri materiali poveri e riciclati, secondo le teorie dell’autocostruzione e dello sharing. Tre anni dopo, nel 1991, veniva indetto un bando per il Guggenheim Museum di Bilbao, vinto da Frank O. Gehry con un edificio realizzato con l’uso di 33.000 lamine in titanio, un materiale usato principalmente nell’industria aeronautica e aerospaziale: uno splendido gioiello o gingillo architettonico per la città basca.

Queste due operazioni sono il risultato di due diverse filosofie di concepire il mondo. L’operazione di Frank Gehry, è il risultato di un’idea di città e di progresso legato associato ad un’operazione di una crescita continua che ritrova nelle pareti in titanio del Guggenheim, la sua espressione politica più espressiva e rappresentativa. L’operazione di Friedman, si muove invece su tutt’altra direzione. Nessuna idea di progresso inteso come corsa sfrenata o di consumo indiscriminato, ma un uso consapevole dello spazio per costruire una migliore qualità della vita. Riguardando oggi l’opera di Friedman ci rendiamo conto che dovremmo imparare a leggere il suo lavoro in maniera completamente diversa da come è stato fatto in passato, rileggendo i suoi disegni come un invito ad un nuovo programma politico per una diversa maniera di percepire e interpretare il mondo, l’architettura e la città.

Per capire e studiare l’opera di Friedman noi di Amate l’Architettura nel 2017 abbiamo tenuto un laboratorio di studio, aperto anche ai bambini, insieme all’architetto Emmanuele Lo Giudice nostro socio, che ha frequentato Friedman per diversi anni, studiandone l’opera e organizzando mostre e convegni arrivando a realizzare anche i suoi unici oggetti di design. Questo ci ha dato l’opportunità di analizzare e di far comprendere a tutti, le complessità spaziali dell’architetto francese, realizzando dei modelli di studio di alcuni suoi Space Chain sia con l’uso di braccialetti colorati, che con degli anelli in metallo da 1,20 mt.

Gli Space Chain, non sono solo una struttura spaziale, ma una vera e propria tecnica costruttiva usata da Friedman per modellare lo spazio e dar vita alla sua idea di architettura.Una delle applicazioni più frequenti è legata al tema del museo, che come in un articolo di Lo Giudice del 2017 sono delle vere e proprie

 “macchine” espositive che, nella loro essenza strutturale, si comportano come il “software di un sistema” per nuovi musei effimeri densi di messaggi per una attiva politica urbana. Formule interattive di architetture “sovversive” con carattere performativo. https://www.archphoto.it/archives/4998

Noi tutti di Amate l’Architettura lo vogliamo ricordare proprio omaggiandolo con le foto di quelle giornate di studio.

Ciao Yona un abbraccio da tutti noi

 

 

Le grandi città si mangiano tutto?

22 Febbraio 2020

“Nella storia, però, non è mai esistita una città ricca senza una campagna altrettanto florida”.

In un articolo apparso su Il Post a firma Davide De Luca si prova a fare il punto sul divario, sempre più evidente nelle società contemporanee, che si sta creando tra l’economia, sempre più in crescita, di poche grandi città fortemente attrattive, rispetto al resto del territorio.

Si tratta di un fenomeno esteso e osservabile in tutte le società avanzante.

Milano (con Roma distanziata) in Italia né è un esempio, ma anche negli USA New York e Los Angeles, in spagna Barcellona e Madrid, in UK Londra, sono solo alcuni esempi che possono essere portati per esemplificare il gap di sviluppo che si sta creando tra il centro e la periferia.

In Italia siamo abituati a considerare questo genere di problema quando ci riferiamo al divario Nord e Sud, la “Questione meridionale” è stata al centro del dibattito politico per tutto il secondo dopoguerra; oggi emerge con grande evidenza anche la distanza economica e sociale tra i centri urbani e le periferie; una distanza ancora più marcata quando ci si riferisce alle cosiddette “aree interne”.

Il problema di fondo è che le grandi città come Milano sono attrattive perché riescono a generare delle forti economie di scala; giustamente si riconosce loro la capacità di essere degli esempi positivi (delle best practices come direbbero i milanesi stessi) nello sviluppo dei sistemi economici territoriali; il rovescio della medaglia è che questi centri di attrazione sembrano essere carenti nella capacità di restituire al territorio (o alla nazione) di riferimento parte di quello sviluppo.

Scrive De Luca.

“Concentrando tante persone in un luogo, le città producono le idee e le tecnologie che migliorano la produttività e permettono la crescita economica. Avere città sempre più grandi e di successo, con maggiore capacità di attrazione, è considerato un obiettivo a cui tendere. Presto o tardi, le innovazioni prodotte nelle città raggiungeranno anche i centri più lontani e tutti ne beneficeranno. Nel frattempo chi non è soddisfatto della sua condizione ha una scelta molto semplice per migliorare le cose: spostarsi in città, dove gli stipendi sono più alti e la qualità della vita migliore.”

Se da una parte è un bene avere una o due città simbolo che rappresentino la punta di diamante di un sistema nazionale, che sappiano funzionare da catalizzatore di innovazione e sviluppo (economico ma anche culturale), questa prerogativa perde di senso se si interrompe la cinghia di trasmissione che redistribuisce lo sviluppo anche verso le aree più periferiche.

Come già accennato, in Italia il fenomeno è ben chiaro da anni perché studiato e analizzato nella Questione Meridionale, e sappiamo bene per esperienza quanto sia difficile correggere questo divario; accanto allo storico divario Nord Sud, emerge però in maniera preponderante anche un analogo divario tra aree urbanizzate e aree rurali.

“Lo spillover, l’effetto redistributivo dei benefici prodotti dalla crescita generata dalle grandi città […] sembra aver esaurito il suo effetto. Non solo negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche sono tornate ad aumentare in tutto il mondo sviluppato, ma hanno assunto sempre più una dimensione territoriale. Secondo un recente rapporto del Parlamento europeo, mentre le economie degli stati membri complessivamente si stanno avvicinando, con i paesi dell’Est che crescono più rapidamente di quelli occidentali, la distanza tra le regioni dinamiche e le aree rimaste indietro si sta allargando. E nel frattempo, la gente non si sposta. O meglio, non si sposta abbastanza.”

La crisi economica ha finito per accentuare il problema. Le aree rurali sono da anni soggette ad abbandono e spopolamento; se la popolazione si riduce diventa antieconomico garantire i servizi pubblici essenziali (scuole, ospedali, infrastrutture); riducendo i servizi disponibili nelle aree periferiche, queste riducono ulteriormente la loro attrattività generando una spirale negativa a favore dei grandi centri urbani. Questo fenomeno viene osservato a livello globale ed è ancora più difficile da contrastare in situazioni di stagnazione economica.

Per citare un esempio che è sotto gli occhi di tutti si veda lo sviluppo della rete ferroviaria negli ultimi 10 anni che si è fortemente concentrata sulle direttrici di collegamento tra le grandi città, privilegiando l’asse Milano Roma, lasciando indietro le località periferiche.

Si veda a questo proposito il dossier Pendolaria 2018 redatto da Legambiente.

“Grazie a questo continuo aumento nell’offerta e nei servizi si assiste ad un nuovo fenomeno: il boom del pendolarismo tra città collegate dall’alta velocità distanti fra loro e collocate in diverse Regioni. Ad esempio sulla tratta Torino-Milano si contano 1.600 abbonati ed il loro modo di viaggiare che non può sottostare a orari fissi ha messo in crisi l’organizzazione del Frecciarossa, che deve garantire il posto a sedere a tutti i viaggiatori. Si contano poi 2 mila abbonati sulla Roma-Napoli, 650 sulla Bologna-Firenze, 300 sulla Firenze-Roma ed altri 300 sulla Milano-Bologna, a cui vanno aggiunti tra i 3 e i 4 mila abbonati totali di Italo.”

Illuminante uno studio condotto dall’Università Federico II di Napoli che ha messo in relazione l’andamento del PIL nel decennio 2008/2018 evidenziando come le città collegate dall’alta velocità hanno avuto un miglioramento del PIL del 10% contro il 3% delle città che hanno una distanza superiore alle 2 ore da una stazione AV.

Occorre precisare che la stessa Trenitalia ha annunciato recentemente un piano di investimenti che mira ad estendere il sistema ferroviario dell’asse Milano Roma, verso le regioni finora escluse. Questa azione è certamente un esempio positivo di come fare funzionare il sistema, nella misura in cui gli utili generati dallo sviluppo delle attività core (in questo caso l’Alta Velocità) permette in un secondo momento di liberare risorse da investire su programmi di secondo livello (la rete periferica dei pendolari e delle città inizialmente escluse). Strategicamente non è pensabile invertire la sequenza temporale degli investimenti (è in genere più logico ed economico sviluppare prima le iniziative in grado di generare sviluppo più rapidamente), tuttavia è utile riflettere sui tempi in cui è opportuno che questa “integrazione” debba essere messa in atto; allargando il ragionamento a sistemi più complessi, il rischio concreto è quello di spezzare del tutto il legame tra gli estremi; il ritardo con cui le aree periferiche vengono messe in grado di agganciare l’innovazione e lo sviluppo generato dalle centralità, potrebbe essere tale da non consentire più l’annullamento del gap.

Questo tema riguarda direttamente gli architetti e gli urbanisti e non solo perché le grandi stazioni AV sono state al centro di accesi dibattiti sull’architettura.

Quanti di quelli che hanno criticato la stazione AV Napoli Afragola, per il suo essere una “cattedrale nel deserto” si sono soffermati a riflettere sulla natura di quel deserto e sulla necessità non tanto di evitare la cattedrale, quanto di eliminare il deserto?

Quanti nel criticare l’opera come singolo oggetto architettonico hanno considerato invece la potenzialità dell’opera, ovvero la sua capacità di rendere più accessibile un servizio (in questo caso l’alta velocità) da parte di aree normalmente escluse.

Arcipelago Italia”, il progetto del Padiglione Italia della 28a Biennale di Venezia (curato da Mario Cucinella), ha avuto come argomento centrale i territori interni del paese, sviluppando cinque proposte di trasformazione urbana dedicate ad altrettante aree rurali. L’esposizione era strutturata come un viaggio lungo le dorsali alpine e appenniniche alla ricerca delle radici culturali nazionali che sono ben radicate proprio nel territorio rurale montano e nei suoi borghi storici.

Recuperare il rapporto con le are interne, ricercare formule per rivitalizzare i borghi storici che costellano il territorio rurale, è per l’Italia un processo che potrebbe costituire la base di un rilancio generale sia in termini di identità culturale che in termini di modello economico dove riagganciare la cinghia di trasmissione tra centro e periferia.

 

“Arcipelago Italia è un manifesto che vuole indicare possibili strade da percorrere, per dare valore e importanza all’architettura. Questo volume farà conoscere meglio il nostro Paese, quello più invisibile e ferito ma anche quello più ricco di potenzialità e di bellezza. La più estesa riserva di ossigeno dell’Italia, i luoghi dove sono nate le piccole e le grandi città, attraversate da secoli di storie, percorsi, popoli e architetture. Scopriremo le persone e il modo in cui gestiscono gli spazi, la vivacità culturale e lo sforzo di molte comunità per restare nei propri paesi. Infine una domanda: quale futuro per questi territori?”

Alessandro Ambrosino in una serie di articoli dedicati al tema e pubblicati su Pandora Rivista ha approfondito le strategie adottate in Italia, grazie alla SNAI, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata dall’allora ministro per la Coesione Sociale Fabrizio Barca, coordinata dall’Agenzia per la coesione territoriale.

“A fianco di una molteplicità di poli cittadini, il paesaggio italiano mostra i segni di un secolare sfruttamento di acqua, risorse minerarie, boschive ed agricole. Dal Cadore alla Lunigiana, passando per i monti Sibillini fino al Gran Paradiso, in Italia esistono decine di aree “interne”, cioè lontane dai servizi erogati dai centri urbani (salute, istruzione, mobilità), che hanno avuto un peso pari alla città nello sviluppo del Paese. Si tratta di aree diversissime per vicende storiche e culturali ma accomunate dall’aver costituito per secoli l’alternativa alla vita urbana. Non solo di “cultura civica” è fatta l’Italia, dunque, ma anche di una “cultura rurale”, di montagna, centri minori e comunità locali. Un patrimonio di tradizioni, società solidali e modelli economici assolutamente non secondario per il Paese.”

Per quanto riguarda la SNAI.

“la Strategia si prefigge da un lato di implementare l’offerta dei servizi pubblici essenziali per assicurare alle aree interne livelli adeguati di cittadinanza, e dall’altro di sviluppare, con progetti locali che facciano leva sui punti di forza dei diversi territori, le “condizioni di mercato” favorevoli per il loro rilancio economico. La Strategia, inoltre, viene implementata ed indirizzata da un Comitato tecnico, il cui compito è stato dapprima di mappare il territorio nazionale identificando le aree interne, e poi di creare aree sperimentali in cui realizzare i progetti, stimolando una discussione a livello regionale al fine di orientare l’utilizzo dei Fondi Europei in queste aree selezionate.”

Uno dei punti di forza della SNAI è stato quello di promuovere il dialogo con gli enti locali, evitando di far cadere a pioggia interventi generalisti decisi da strutture centrali che non hanno alcuna connessione con il territorio. Il risultato del dialogo è quello di individuare specifici progetti di sviluppo con il contributo e la collaborazione delle strutture che operano nel territorio e che quindi ne conoscono i reali punti di forza e le potenzialità.

Secondo Ambrosino in Italia è necessario riallacciare il rapporto con le aree rurali interne innanzitutto operando una inversione di prospettiva.

“Pienamente inserita nelle dinamiche globali che attraversano il mondo al giorno d’oggi, l’Italia trae certamente alcuni vantaggi dalla cosiddetta globalizzazione. Tuttavia, a causa di peculiari questioni storico-geografiche e politico-economiche, ne soffre anche in maniera accentuata le principali contraddizioni. Una su tutte: il costante aumento delle disuguaglianze territoriali. Il nostro pianeta è pieno di “luoghi lasciati indietro” – the places left behind, come vengono definiti ormai da molti studiosi a livello internazionale – le cui popolazioni stanno manifestando segnali di forte malessere sociale (intolleranza, rifiuto del sapere scientifico, desiderio di comunità chiuse ecc.) perché si auto-percepiscono come gli sconfitti del sistema globale rispetto agli abitanti dei (pochi) poli di ricchezza e benessere”

Sempre Ambrosino in una intervista a Filippo Tantillo (ricercatore territorialista che lavora da più di 15 anni con Istituti di ricerca e università italiane ed europee, coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne), traccia un primo consuntivo dei risultati dell’attività della SNAI.

(È) “necessario ricucire lo strappo che si è creato fra due componenti della nostra nazione che non hanno senso l’una senza l’altra. La rugosità dell’Italia è ciò che rende parzialmente diverso il nostro Paese dagli altri Stati europei e ciò si rivela non solo dal punto di vista geomorfologico, ma anche nella biodiversità agricola, dove capita che nello stesso terreno si possano coltivare fragole e papaya come in Sicilia, climatica e, volendo, anche “umana”, con tutti i dialetti e le lingue che vi si parlano. Questa diversità è la nostra ricchezza, ma fuori dalla retorica la verità è che, per le finanze pubbliche, tutto ciò che non è città è percepito come un costo. Invertire lo sguardo significa ricomporre un disegno nazionale che integri ciò che è stato lasciato in disparte in maniera né emergenziale né contemplativa, ma, al contrario, concepirlo come un unicum da cui trarre anche un certo orgoglio. Tale ricucitura è certamente complessa, ma è forse l’unica che ci può preparare alle sfide del futuro.”

In conclusione sembrerebbe un tema di elevatissimo interesse per la categoria degli architetti, che hanno le competenze e le capacità necessarie per fornire risposte alle criticità evidenziate, sia in termini di analisi del fenomeno, sia in termini di elaborazione di proposte che sappiano mettere in connessione le esigenze di tutela del territorio con la necessità di aprire anche queste aree allo sviluppo economico e culturale.

Eppure, fatta eccezione per il meritorio tentativo di Arcipelago Italia, il tema non sembra essere al centro del dibattito tra i professionisti dell’Architettura, se non occasionalmente e sull’onda emotiva di qualche polemica mediatica legata a singole opere.

Se ci si interroga su quale possa essere un ruolo per la professione, questa potrebbe essere una risposta.

Dove sono quindi le idee? Dov’è l’Architettura?

 

Credits

Le foto riportate sono parte del progetto fotografico del 2011, “Irpinia d’Oriente” di Mario Ferrara a cui mando un ringraziamento particolare per avermi consentito di utilizzare le sue splendide foto (e un grazie a Raffaele Cutillo per avermelo segnalato).

La foto “Arcipelago Italia” è tratta da Professione Architetto.

Le mappe riportate sono state tratte da Legambiente e Agriregioni Europa.

 

Vivere su Marte

17 Febbraio 2020

Il 2 aprile scorso il direttore generale della NASA ha annunciato di stare progettando una missione su Marte entro il 2033. In uno dei suoi sconclusionati annunci il Presidente USA ha sollecitato la stessa agenzia a concentrarsi sull’obbiettivo della missione marziana. L’anno scorso persino Putin ha annunciato l’intenzione di avviare un programma spaziale per andare sulla Luna e, ovviamente, anche su Marte.

Insomma ci sono serie probabilità che le nuove generazioni possano essere le prime ad essere testimoni di una missione umana su Marte.

Oltre alla necessità di risolvere i problemi tecnici di organizzare la missione e fare arrivare i primi umani sani e salvi, questa sfida epocale si porta dietro però anche la necessità di organizzare, da zero tutti gli aspetti della vita quotidiana. Per chi dovrà vivere sul pianeta rosso, dovrà essere previsto e organizzato ogni dettaglio della giornata. Una sfida sicuramente molto intrigante anche per architetti e designer.

Certo da qui al 2033 c’è ancora un po’ di tempo e non è detto che i tempi non subiscano slittamenti; intanto che aspettate però potete sperimentare la vita un umano-marziano andando a visitare questa mostra al Design Museum di Londra allestita fino al 23 febbraio, che vi porterà letteralmente in un altro mondo.

Per gli architetti che volessero intraprendere la professione di Space Designer invece occorre guardare all’esempio di Daniele Bedini, “autore della prima tesi di laurea in Europa in space architecture in collaborazione con la NASA” oppure seguire le orme di Philippe Stark che ha progettato il primo locale nello spazio dedicato al commercio.

Sostiene Bedini.

Nello spazio hai la possibilità di progettare a 360° sferici perché l’alto e il basso non esistono più. Devi avere un codice di orientamento, soprattutto per le situazioni di emergenza quando bisogna sapere rapidamente in quale direzione dirigersi, ma puoi mettere il letto sul soffitto. E poi, lavorando in team con esperti di altre discipline, acquisisci un background molto più ampio rispetto a quando lavori nel design terrestre

Insomma per i giovani architetti è il caso di dire che c’è ancora spazio da esplorare.

Per maggiori sulla mostra info visita il sito del Design Museum.

Oppure leggi l’articolo su Abitare.

 

Testo di Giulio Pascali

Foto e immagini tratte da Meteoweb dal sito del Design Museum  e da Dezeen