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SUPERBONUS 110 – Circolare dell’Agenzia delle Entrate dell’8 agosto 2020, n. 24/e – Sconto in fattura e cessione del Bonus edilizio in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione

12 Agosto 2020

Il legislatore tributario con l’art. 121 del d.l. n. 34/2020 [1] ha previsto la possibilità di detrarre le spese sostenute per gli interventi eseguiti sugli immobili nel corso degli anni 2020 e 2021 optando [2] – in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione in abbattimento del proprio carico fiscale – per un contributo, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto, fino all’importo massimo del corrispettivo stesso, anticipato dai fornitori che hanno eseguito gli interventi e da questi ultimi recuperato sotto forma di credito d’imposta, con facoltà di successiva cessione del credito ad altri soggetti, compresi gli istituti di credito e altri intermediari finanziari; ovvero, per la cessione della detrazione, anche parziale, di un credito d’imposta di pari ammontare alla detrazione, con facoltà, per il cessionario, di cederlo a sua volta successivamente ad altri soggetti, compresi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari.
Il credito d’imposta è utilizzabile a partire dal giorno dieci del mese successivo alla corretta ricezione della comunicazione e comunque non prima del primo gennaio dell’anno successivo a quello durante il quale siano state sostenute le spese.
La quota del credito non utilizzata entro il trentuno dicembre dell’anno di riferimento non potrà essere detratta negli anni successivi, né potrà esserne praticato il rimborso ovvero l’ulteriore cessione.
Quindi, il beneficiario/contribuente avrà alternativamente una triplice opzione:
– usufruire dell’utilizzo diretto della detrazione in abbattimento del proprio carico fiscale;
– ottenere uno sconto in fattura sul corrispettivo dovuto al fornitore;
– trasformare la detrazione in un credito d’imposta, da utilizzare in compensazione [3] , con facoltà di cedere il predetto credito ad altri soggetti.
Con l’art. 121 del d.l. n. 34/2020 (c.d. Decreto Rilancio), il legislatore della riforma tributaria ha ampliato gli interventi cedibili (e, quindi, le c.d. detrazioni trasferibili), ricomprendendo i lavori riguardanti il risparmio energetico [4] , il recupero del patrimonio edilizio [5] , le misure antisismiche [6] , il rifacimento (recupero e rifacimento) delle facciate (c.d. bonus facciate [7] ) [8] , l’installazione degli impianti solari fotovoltaici [9] , le colonnine per la ricarica elettrica dei veicoli elettrici [10].

La ratio della norma che introduce il Superbonus sta nella finalità, da una parte, di ridurre l’inquinamento che arriva dalle nostre case, rendendole efficienti sul piano energetico, con effetti positivi di riduzione delle bollette; dall’altra, di creare una domanda che sia maggiore dell’offerta, attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro nell’edilizia, in una chiave sostenibile.
Importante sottolineare come il diritto di opzione per la cessione del credito ovvero dello sconto in fattura, potrà essere esercitato dal beneficiario/contribuente anche in relazione a ciascuno stato di avanzamento lavori, senza che sia necessario aspettare il fine lavori. Il legislatore tributario ha tuttavia richiesto che siano rispettati due limiti: gli stati di avanzamento non potranno essere più di due per ciascun intervento complessivo (tenendo conto dei due stati di avanzamento e del saldo); ciascuno stato di avanzamento dovrà riferirsi come minimo al 30% dell’importo complessivo dei lavori.
Saranno di competenza dell’Agenzia delle Entrate, il controllo e le verifiche documentali: qualora sia accertata la mancanza, anche parziale, dei requisiti che diano diritto alla detrazione, l’Amministrazione finanziaria recupererà dal beneficiario/contribuente il totale dell’importo, maggiorato di interessi e sanzioni. Ciò anche nel caso in cui quest’ultimo abbia optato per la cessione o lo sconto in fattura. Resta ferma la responsabilità solidale fra il beneficiario/contribuente e il fornitore che abbia applicato lo sconto e sempre fra il beneficiario/contribuente e il cessionario del credito, in relazione al pagamento dell’importo e dei relativi interessi, laddove sia accertato il concorso nella violazione ex art. 121, comma 5.
I fornitori e i soggetti cessionari risponderanno solo per l’eventuale utilizzo del credito d’imposta in modo irregolare o in misura maggiore rispetto allo sconto praticato o al credito ricevuto (l’art. 121, comma 4, d.l. n. 34/2020).
La circolare dell’Agenzia delle Entrate dell’8 agosto 2020, n. 24/E stabilisce che la comunicazione per l’esercizio dell’opzione potrà essere inviata telematicamente a partire dalla data del 15 ottobre 2020 [11] e non oltre la data del 16 marzo dell’anno successivo a quello in cui siano state sostenute le spese che danno diritto alla detrazione.
La data del 15 ottobre 2020 non osta a che i beneficiari/contribuenti possano avviare gli interventi ovvero possano prendere contatti e accordi con le imprese e/o con terzi per lo sconto in fattura o la cessione del credito.
La comunicazione in formato digitale potrà essere inviata anche da un intermediario all’uopo incaricato dal beneficiario/contribuente ovvero dall’Amministratore di condominio per gli interventi eseguiti su parti comuni.
Nel caso in cui si tratti di lavori aventi ad oggetto opere dirette a ridurre il rischio sismico, ovvero riguardanti il risparmio termico, la comunicazione all’Agenzia delle Entrate dovrà esclusivamente essere effettuata dal soggetto che rilasci il visto di conformità ovvero dall’Amministratore di condominio, anche avvalendosi dell’aiuto di un intermediario.
Nel caso di interventi aventi ad oggetto la riqualificazione energetica, la comunicazione dovrà essere inviata a decorrere dal quinto giorno successivo al rilascio, da parte dell’Enea, della ricevuta di avvenuta trasmissione.
L’opzione potrà essere annullata dal beneficiario/contribuente fino al quinto giorno successivo a quello di invio; parimenti, entro lo stesso giorno, il beneficiario/contribuente potrà inviare una comunicazione in rettifica a quella inviata, che sostituirà quella precedente.
Circa il percorso da seguire per conseguire le detrazioni al 110% si rinvia a quanto detto nel mio precedente articolo su Formalità e controlli: applicazioni delle sanzioni per inosservanza della disciplina contenuta nel d.l. 34/2020 (c.d. decreto rilancio).

[1] Convertito con legge n. 77 del 17 luglio 2020, con decorrenza dal 19 luglio 2020. Ad ogni buon fine e per quanto occorra si precisa che l’art. 121 d.l. n. 34/2020 si riferisce a spese sostenute negli anni 2020-2021, dove si prevede che il Superbonus del 110% possa essere riconosciuto a tutti gli interventi di riqualificazione energetica.
Per le spese sostenute dal 1° gennaio 2018 la normativa di riferimento – per ciò che concerne le detrazioni cedibili – è quella prevista nell’art. 14, d.l. n. 63/2013 (modificato dal comma 1 dell’art. 4-bis del d.l. 24 aprile 2017, n. 5,
convertito con legge n. 96/2017 ) per tutti gli interventi di riqualificazione energetica eseguiti sia sulle parti comuni degli edifici condominiali, sia sulle singole unità familiari. Secondo la predetta normativa, è possibile cedere la
detrazione dell’80% o dell’85% spettante, nel caso si tratti di interventi su parti comuni condominiali finalizzati congiuntamente alla riduzione del rischio sismico e alla riqualificazione energetica di cui all’art. 14, comma 2- quater, d.l. n. 63/2013.
[2] La scelta che i beneficiari del bonus potranno fare in luogo della detrazione diretta è “alternativa” e non cumulativa.
[3] Ex art. 17, d.lgs. n. 241/1997, la compensazione avviene sulla base delle rate residue di detrazione non fruite; il credito d’imposta dovrà essere applicato con la stessa ripartizione in quote annuali che avrebbe legittimato l’utilizzo della relativa detrazione fiscale. Le quote di credito d’imposta non compensate nell’anno, non potranno essere utilizzate negli anni successivi e non potrà essere richiesto il rimborso.
[4] Art. 14 del d.l. n. 63/2013, convertito nella l. n. 90/2013, ai quali si aggiungono gli interventi di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 119 del d.l. n. 34/2020 per i quali è prevista la detrazione nella misura del 110%.
[5] Art. 16-bis, comma 1, lettere a) e b), del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR).
[6] Art. 16, commi da 1-bis a 1-septies, d.l. n. 63/2013, convertito nella l. n. 90/2013, ai quali si aggiungono gli interventi di cui al comma 4 dell’art. 119 del d.l. n. 34/2020.
[7] Ci si riferisce anche agli interventi di sola pulitura o tinteggiatura esterna.
[8] Art. 1, commi da 219 a 223, l. n. 160/2019.
[9] Art. 16-bis, comma 1, lettera h), del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR); ai quali si aggiungono gli interventi di cui ai commi 5 e 6 dell’art. 119 del d.l. n. 34/2020 per i quali è prevista la detrazione nella misura del 110%.
[10] Art. 16-ter del d.l. n. 63/2013, convertito nella l. n. 90/2013, ai quali si aggiungono gli interventi di cui al comma 8 dell’art. 119 del d.l. n. 34/2020 per i quali è prevista la detrazione nella misura del 110%.
[11] La data del 15 ottobre 2020 è stata indicata dal legislatore tributario per consentire alla Sogei di apprestare la piattaforma per la corretta gestione del bonus e relative cessioni.

IL PARERE DELL’AVVOCATO: Controlli e sanzioni per i professionisti nel Superbonus del Decreto Rilancio.

5 Agosto 2020

Amate l’Architettura, con questo articolo, inizia una collaborazione con lo Studio Legale Cagnazzo Preite, uno dei più prestigiosi studi legali italiani, con sede a Roma e a Milano.
L’avvocato Filippo Preite, in una rubrica dedicata, analizzerà le questioni legali riguardanti i tecnici professionisti operanti nell’ambito della progettazione architettonica e ingegneristica. Sananno inoltre affrontate le tematiche legate alle discipline urbanistiche e ai contenziosi legali nel processo edilizio, di interesse per un pubblico più vasto di proprietari di immobili e committenti, che lavorano con professionisti e imprese.

 

FORMALITÀ E CONTROLLI: APPLICAZIONI DELLE SANZIONI PER INOSSERVANZA DELLA DISCIPLINA CONTENUTA NEL D.L. 34/2020 (c.d. Decreto Rilancio)

Sommario: 1. Il miglioramento della classe energetica. – 2. Il visto di conformità. – 3. Sanzioni e controlli.

  1. Il miglioramento della classe energetica

La disciplina contenuta nel d.lgs. 19 maggio 2020, n. 34, – coordinato con la legge di conversione del 17 luglio 2020, n. 77 recante “Misure urgenti un materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, che introduce le norme sulla cessione e sconto sul corrispettivo delle varie detrazioni di cui all’art. 121 dello stesso decreto rubricato “Opzione per la cessione o per lo sconto in luogo delle detrazioni fiscali”- regolamenta il controllo e l’applicazione delle sanzioni per i casi di mancato rispetto della disciplina stessa.

Per accedere alla detrazione (art. 119, comma 3, d.l. n. 34/2020), gli interventi descritti dai commi 1 e 2 dell’art. 119 devono rispettare i requisiti minimi previsti dai decreti di cui al comma 3-ter dell’art. 14 d.l. 4 giugno 2013, n. 63[1]. È dunque richiesto che sia attestato un miglioramento con riguardo come minimo a due classi energetiche dell’edificio[2] oppure, ove ciò non sia possibile, il conseguimento della classe  energetica più alta, da dimostrare mediante l’A.P.E.[3] (art. 6 d.lgs. 19 agosto 2005, n. 192), ante e post intervento, rilasciata da un tecnico abilitato (ingegnere, architetto, geometra) nella forma della dichiarazione asseverata.

Oggetto della verifica di conformità e di congruità dovrà anche essere il totale delle spese sostenute.

Ai fini dell’opzione per la cessione o per lo sconto di cui all’art. 121, il contribuente richiederà il visto di conformità dei dati relativi alla documentazione che attesti la sussistenza dei presupposti che consentano d’invocare il diritto alla detrazione d’imposta per gli interventi menzionati nell’art. 119 dello stesso decreto.

Il comma 13, art. 119, d.l. n. 34/2020 richiede – ai fini della detrazione del 110% e dell’opzione per la cessione o per lo sconto di cui all’art. 121 – che i tecnici abilitati asseverino il rispetto dei requisiti richiesti e la corrispondente congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati. Una copia dell’asseverazione dovrà essere trasmessa esclusivamente per via telematica all’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA).

Per ciò che concerne gli interventi antisismici, l’efficacia degli stessi per la riduzione del relativo rischio è certificata dai tecnici incaricati della progettazione strutturale, della direzione dei lavori e del collaudo statico, i quali dovranno anche attestare i requisiti tecnici del progetto, l’effettiva sua realizzazione, secondo le rispettive competenze professionali. I professionisti incaricati verificheranno, altresì, la corrispondente congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati e l’eventuale presenza di concessioni e/o autorizzazioni comunali, prima di iniziare i lavori, proprio per scongiurare abusi edilizi che rappresenterebbero certamente un elemento ostativo alla fruibilità del bonus.

Il tecnico abilitato dovrà allegare, pena l’invalidità dell’asseverazione, copia dell’Assicurazione, il cui massimale non potrà essere inferiore a euro 500.000,00 e copia del documento di riconoscimento, entrambi parti integranti dell’asseverazione medesima.

Infine, con specifico riferimento alla congruità delle spese sostenute, il tecnico abilitato dovrà fare riferimento ai prezziari individuati dal MISE e, nelle more dei decreti attuativi, detta congruità verrà accertata con riferimento ai prezziari predisposti dalle Regioni e dalle Province autonome, ai listini ufficiali o ai listini delle locali camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura ovvero, in mancanza, sarà determinata sulla base dei prezzi correnti di mercato, tenendo conto del luogo ove i detti interventi verranno eseguiti.

  1. Il visto di conformità

Il tecnico abilitato, oltre all’asseverazione relativa al rispetto dei requisiti previsti per godere dell’agevolazione e alla corrispondente congruità delle spese sostenute, è tenuto a rilasciare il visto di conformità dei dati relativi alla documentazione che attesti la sussistenza dei presupposti che consentiranno l’esercizio del diritto alla detrazione.

Il visto di conformità rappresenta uno strumento di controllo svolto dal professionista sulla corretta e puntuale applicazione delle norme tributarie[4] demandato o ai professionisti iscritti negli albi[5], ovvero ai responsabili dei centri di assistenza fiscale[6]; di fatto, il legislatore della riforma ha individuato come soggetti legittimati a rilasciare il visto di conformità, persone che siano estranee all’Agenzia delle Entrate.

Il visto di conformità è obbligatorio in caso di:

  • Presentazione del Modello 730;
  • Compensazione orizzontale dei crediti IVA con importo superiore a 5.000,00 euro;
  • Compensazione dei crediti relativi alle imposte sui redditi, addizionali, ritenute alla fonte, imposte sostitutive IRAP per importi superiori a 5.000,00 euro;
  • Esecuzione del rimborso di un credito IVA superiore a 30.000,00.

La comunicazione dei dati deve essere fatta telematicamente, secondo le modalità di trasmissione individuate con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate; quindi, i professionisti legittimati a rilasciare il visto di conformità dovranno conseguire l’abilitazione alla trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali, rilasciata dall’Agenzia delle entrate.

Possono essere abilitate alla trasmissione telematica delle dichiarazioni: le associazioni professionali, le società semplici, le società commerciali di servizi contabili (art. 1, comma 1, D.M. 18 febbraio 1999), le S.T.P.

I professionisti e i certificatori che rilasciano il visto di conformità hanno l’obbligo di stipulare una polizza assicurativa per responsabilità civile (art. 22 “Garanzie”, comma 1, D.M. n. 164/1999) con un massimale adeguato al numero dei contribuenti che assistono e al numero dei visti di conformità rilasciati, delle asseverazioni e delle certificazioni tributarie rilasciati (art. 119, comma 14, d.l. n. 34/2020). Ad ogni buon conto, la polizza non può avere un massimale inferiore a 3.000.000,00 di euro[7] (Circolare Agenzia delle Entrate n. 28/E/2014, § 4) , al fine di garantire ai propri clienti il risarcimento dei danni eventualmente provocati dall’attività prestata nel periodo di validità della polizza, nonché il risarcimento del danno denunciato, nei cinque anni successivi alla scadenza del contratto.

  1. Sanzioni e controlli

Secondo quanto prevede il Decreto rilancio, ferma l’applicazione delle sanzioni penali (si pensi anche all’illecito penale che integra l’art. 483 c.p. nel caso in cui l’asseverazione abbia contenuto mendace) ove il fatto costituisca reato, ai soggetti che rilascino attestazioni e asseverazioni infedeli si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.000,00 ad euro 15.000,00 per ciascuna attestazione o asseverazione infedele resa (art. 119, comma 14, d.l. n. 34/2020).

I decreti attuativi dovranno coordinare la disposizione contenuta nell’art. 119 Decreto Rilancio con l’art. 39, comma 1, lett. a) del d.lgs. n. 472/1997[8], che prevede, per i casi di ripetute violazioni ovvero di violazioni gravi, la sospensione del professionista che non sarà più abilitato al rilascio del visto di conformità per un tempo determinato. La stessa norma statuisce che, al professionista cui sia già stata irrogata la sanzione della sospensione e che continui a commettere la medesima infrazione, dopo il periodo della sospensione, verrà privato dell’abilitazione al rilascio del visto di conformità.

La Circolare dell’Agenzia delle Entrate dovrà fare chiarezza sul punto e coordinare normativamente la materia.

La non veridicità delle attestazioni o asseverazioni comporta, peraltro, la decadenza dal beneficio.

Altre sanzioni sono previste nei confronti di coloro che non sono in regola con i requisiti richiesti ex lege per beneficiare del Superbonus del 110%. I commi 4 e 5 dell’art. 121 stabiliscono che, per ciò che concerne i fornitori e i cessionari che utilizzino il credito d’imposta ricevuto, questi ultimi ne risponderanno nei limiti dell’utilizzo irregolare ovvero in misura maggiore rispetto al bonus ricevuto.

Diversamente, nel caso in cui si faccia istanza per beneficiare del bonus, senza essere in possesso dei requisiti richiesti dalla legge, sarà l’Agenzia delle Entrate a verificarlo attraverso la sua funzione di controllo. Quando perciò emerga detta mancanza dei presupposti, anche parziale, per beneficiare del Superbonus del 110%, l’Agenzia delle Entrate procederà al recupero dell’importo delle detrazioni concesse.

L’importo della detrazione, oggetto del recupero, sarà maggiorato degli interessi (art. 20 D.P.R. n. 602/ 1973) e delle sanzioni (art. 13, d.lgs. n. 471/1997), nei confronti del soggetto beneficiario.

Infine, nel caso di concorso nella violazione (esempio, responsabilità in solido del fornitore che ha applicato lo sconto e dei cessionari), sarà irrogata una sola sanzione e il pagamento eseguito da uno dei responsabili libererà tutti gli altri, salvo il diritto di regresso (art. 9, comma 1, d.lgs. n. 472/1997).

[1] Convertito, con modificazioni, dalla l. 3 agosto 2013, n. 90.

[2] Ovvero, delle unità immobiliari situate all’interno di edifici plurifamiliari le quali siano funzionalmente indipendenti e dispongano di uno o più accessori autonomi all’esterno.

[3] L’Attestato di prestazione energetica (A.P.E) – le cui “Linee guida” sono contenute nel D.M. del 26 giugno 2015 del Ministero  dello Sviluppo Economico (MISE) – viene redatto dal certificatore energetico che, nella maggior parte dei casi, è un tecnico abilitato alla progettazione di edifici ed impianti. Potrà essere dunque un Architetto, un Ingegnere, un Geometra, o altro professionista ai sensi del D.P.R. 16 aprile 2013, n. 75. Le successive modificazioni di cui all’art. 6 del d.lgs.19 agosto 2005, n. 192 (entrato in vigore l’8 ottobre 2005 in attuazione della Direttiva comunitaria 2002/91/CE) sono state apportate dal d.l. 63/2013 che introduce  l’Attestato di Prestazione Energetica (A.P.E.) in luogo dell’Attestato di Certificazione Energetica (A.C.E.).

L’A.P.E. (detta anche nella prassi tecnica “pagella energetica”) è un documento richiesto nella compravendita di immobili, nei trasferimenti immobiliari a titolo gratuito oppure nelle nuove locazioni di immobili o unità immobiliari, sempre che questi ultimi non ne siano già dotati.

È dato precisare che il Centro Studi del Notariato (Studio n. 657-2013/C) si è interessato della problematica afferente i casi in cui non è obbligatorio allegare l’A.P.E. nei contratti e negli atti. Per completezza espositiva e per agevolare il lettore, si riporta di seguito l’elenco completo: edifici adibiti a luoghi di culto; i fabbricati agricoli non adibiti a residenza e sprovvisti di impianti di climatizzazione, manufatti che non possono essere riconducibili alla definizione di “edificio” (ad esempio: piscine, gazebo, etc.); i fabbricati privi di parti dell’involucro edilizio (c.d. “scheletro strutturale”); i fabbricati allo stato rustico (ovverosia privi di serramenti e di impianti e rifiniture); i fabbricati isolati con una superficie utile inferiore a 50mq; i fabbricati collabenti, i ruderi e quelli abbandonati; i garage, le autorimesse e deposti auto; i fabbricati che non devono garantire confort abitativi in quanto considerati di servizio e non destinati a permanenza prolungata di persone quali: stalle, depositi, cantine, locali caldaie, locali tecnici, garage; i fabbricati industriali e artigianali particolari che vengono riscaldati per esigenze permanenti (esempio: serre) o climatizzati tramite la combustione di reflui del processo produttivo che, altrimenti, non potrebbero essere impiegati in altro modo.

A norma dell’art. 4., co 4, del D.M. 26 giugno 2015 del MISE, l’A.P.E. deve riportare obbligatoriamente, per edificio o per unità immobiliare, a pena l’invalidità: la prestazione energetica globale sia in termini di energia primaria totale che energia primaria non rinnovabile, attraverso i rispettivi indici; la classe energetica determinata attraverso l’indice di prestazione energetica globale, espresso in energia primaria non rinnovabile; la qualità energetica del fabbricato ai fini del contenimento dei consumi energetici per il riscaldamento e il raffreddamento, attraverso gli indici di prestazione termica utile per la climatizzazione invernale ed estiva dell’edificio; i valori di riferimento, quali i requisiti minimi di efficienza energetica vigenti a norma di legge; le emissioni di anidride carbonica; l’energia esportata; le raccomandazioni per il miglioramento dell’efficienza energetica cin le proposte degli interventi più significativi ed economicamente convenienti, distinguendo gli interventi di ristrutturazione importanti da quelli di riqualificazione energetica.

Ogni A.P.E. deve riportare, inoltre, le informazioni correlate al miglioramento della prestazione energetica, quali gli incentivi di carattere finanziario e l’opportunità di eseguire diagnosi energetiche.

Infine, l’art. 6, co. 5, d.lgs. n. 192/2005 stabilisce che, l’attestato di prestazione energetica ha una validità massima di dieci anni a partire dal suo rilascio ed è aggiornato a ogni intervento di ristrutturazione o riqualificazione che modifichi la classe  energetica dell’edificio o dell’unità immobiliare.

[4] Conformità della dichiarazione dei redditi alla documentazione o alle scritture contabili.

[5] Gli iscritti agli albi dei dottori commercialisti e degli esperti contabili; dei consulenti del lavoro; ovvero i periti ed esperti che lavorano nelle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, inquadrati nel settore tributi, la cui iscrizione risulti alla data del 30 settembre 1993 e che siano in possesso del diploma di laurea in giurisprudenza, economia e commercio, diploma di ragioneria o equipollenti.

[6] Centri di assistenza fiscale (C.A.F.) e Responsabili dell’assistenza fiscale (R.A.F.), di cui all’art. 32 d.lgs. 241/1997.

[7] Importo maggiorato rispetto ai 1.032.913,80 euro previsti dalla lett. b), comma 2, art. 6, d.lgs. n. 175/2014.

[8] Si prevede che il rilascio di un visto di conformità infedele (ferma restando l’applicazione della specifica sanzione legata alla violazione commessa dal contribuente) viene sanzionato con l’applicazione di una sanzione amministrativa, da un minimo di 258,00 euro ad un massimo di 2.582,00 euro.

In caso di violazioni particolarmente gravi o ripetute, è prevista la sospensione dell’autorizzazione ad apporre il visto per un periodo da 1 a 3 anni.

Ove persistano ripetute violazioni, successive al periodo di sospensione, l’Amministrazione finanziaria può inibire il rilascio del visto.

La predetta sanzione è soggetta alle disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, in quanto compatibili.

Competente ad irrogare la sanzione è la Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate competente, in ragione del domicilio fiscale del professionista.

In base al principio di colpevolezza (art. 5. d.lgs. n. 472/97) le sanzioni a carico dei professionisti si applicheranno solo nei casi in cui, in sede di controllo, emerga una discordanza che avrebbe dovuto essere riscontrata, effettuando opportunamente i controlli in sede di rilascio del visto di conformità.

 

Testo dell’avvocato Filippo Preite
Foto e Editing: Amate l’Architettura

Intervista a Stefano Pujatti: “come architetti abbiamo una grande responsabilità”

25 Luglio 2020

Da ormai un paio di anni vivo in provincia di Torino, precisamente Settimo Torinese.
Come capita, penso a tutti gli architetti, ogni volta che mi muovo finisco sempre con l’essere distratto dalle più svariate, e improponibili, curiosità architettoniche.
Ricerco segnali di fumo, tracce di architettura lasciate a volte intenzionalmente, a volte per puro caso, a volte imitazioni acritiche di modelli stereotipati. A volte sono particolari che denunciano una sensibilità architettonica, magari grezza, altre volte sono precise scritture chiaramente leggibili.
A volte basta poco, una ringhiera, una soluzione d’angolo, una finestra dalla forma più originale, oppure qualche richiamo preciso: una finestra d’angolo è sempre una aperta dichiarazione di intenti per dire.

Così in una delle prime passeggiate in città, mi imbatto in una facciata fatta di mattoni.
La parete è in mattoni rossi, tipici della zona, di quelli con cui si fanno i muri di recinzione delle cascine. Tradizione, contesto, continuità a manetta.
Solo che questa parete è decisamente moderna. La facciata nel suo complesso ha un disegno molto forte, compositivamente astratto, plasticamente mosso dalla presenza di un unico aggetto costituito dal parallelepipedo del bow-window del primo piano, su cui si stende come un foglio piegato una vetrata a tutta altezza.
Se già il disegno dei pieni e dei vuoti è degno di attenzione la cosa più notevole è il trattamento di facciata.
L’architetto ha disposto i mattoni sfalsandoli in maniera casuale e diffusa lungo la superficie della facciata. L’effetto è quello di una trama uniforme, continua ma vibrante.
Per farla breve, mi sono incuriosito.
Sono andato a vedere chi era il progettista. Stefano Pujatti (ElasticoFarm).

Ho scoperto che in zona ha realizzato altre cose altrettanto interessanti.

Un altro intervento sempre a Settimo, La Casa degli Scapoli, un recupero di un fabbricato esistente (la leggenda vuole che sia attribuito a Giò Ponti), dei villini a schiera a Gassino, un Atelier Fleuriste a Chieri.
L’ho contattato, l’ho raggiunto in un casolare sperduto nella campagna intorno a Chieri e questa è l’intervista.

GP – La prima cosa che mi incuriosisce del lavoro che hai fatto a Settimo è il fatto che tu sia stato coinvolto direttamente da una impresa edile: un’impresa “illuminata” che ha saputo scegliere un architetto non ordinario.
SP – Si loro sono brave persone con cui ho costruito molto; i Rosso una famiglia con diverse anime con cui ho operato a Settimo e nei dintorni.  ICG è una delle anime di questa famiglia, uno dei due soci è il geometra Bono, da loro è nata la richiesta di ristrutturare questa abitazione.
Avevamo ovviamente dei limiti economici definiti, quindi senza possibilità di “strafare” e dovevamo confrontarci con la mentalità di gente abituata a costruire, con tutti i pregiudizi che possono esserci sulla costruzione.
La lotta contro i pregiudizi è la mia lotta di sempre. Soprattutto quando devi confrontarti con della gente che ha avuto successo proprio sapendo costruire bene. Per cui quando vuoi provare a cambiagli le carte in tavola è chiaro che sei costretto ad affrontare qualche difficoltà. Però essendo gente intelligente e con una mentalità elastica, alla fine i problemi da questo punto di vista sono stati tutto sommato limitati.
GP – Però quando ti hanno chiamato sapevano già chi eri e cosa facevi.
SP – Si avevo già lavorato per loro, per lavori dello stesso livello o anche qualcosa di meno importante. Avevamo fatto un altro intervento a San Benigno sul Canavese ed era venuto un bel lavoro; di cui eravamo entrambi soddisfatti; quindi ci hanno chiesto di ripetere l’esperienza e siamo riusciti a salire un gradino più in su fino a fare il progetto di Via Italia; infine come conseguenza è nato il progetto della Casa degli Scapoli sempre a Settimo; un intervento in cui abbiamo semplicemente mantenuto la struttura esistente e rafforzato l’esterno.
GP – Tornando su Via Italia, il fatto di mantenere la facciata originaria sulla via principale è stata una imposizione amministrativa o una scelta progettuale?
SP – Non abbiamo nemmeno provato a proporre qualcosa di diverso, la casa era in condizioni abbastanza buone, per cui non c’era nessun motivo per andare a buttarla giù e abbiamo fatto un intervento di conservazione. Io non sono contrario a mantenere il preesistente, è una facciata che funziona con il resto del quartiere quindi non l’abbiamo proprio toccata. Non abbiamo aggiunto né tolto finestre, l’abbiamo lasciata esattamente come era. Ci siamo accontentati di lavorare sul corpo interno, il cortile e la facciata retrostante.
Anche nel cortile ci sono cose che sono riuscite e altre che sono riuscite meno. Non è sempre facile ottenere tutto quello che si vuole. È anche un lavoro che ha ormai sicuramente più di quindici anni (l’intervento è stato completato del 2005 ndr).
Tante cose sono cambiate e da lì come studio siamo cresciuti.
Abbiamo imparato molte cose ma non rinnego quello che è stato fatto allora. È un’esperienza che secondo me va bene.
GP – È un lavoro in cui ti ci riconosci.
SP – Non è un lavoro che non riconosco.
Il concetto di fondo è che la committenza, la tipologia di progetto da fare, cioè un edificio di appartamenti da vendere, sono stati tutti fattori da mettere assieme e secondo me è andata bene così, non rinnego quel progetto, se lo rifacessi adesso magari lo farei diverso, però penso che sia un livello di buona qualità.
GP – È un ottimo livello.
SP – Mi fa piacere che tu dica di ottimo, non so se sia ottimo o meno. Ci sono alcune cose che sono state dei piccoli esperimenti che poi sono diventate cose più importanti in altri lavori, mentre altre cose sono state prese da lavori precedenti e riportate in questo intervento.
Ogni progetto è una tappa di un percorso che è ben più lungo.
Rinnegare i passaggi è sbagliato, si impara sempre da queste esperienze.
GP – Possiamo parlare più di un processo di maturazione.
SP – Non ci sono progetti che rinnego però ci sono progetti nei quali non siamo riusciti ad ottenere quello che volevamo. Magari ci sono stati errori di tipo relazionale piuttosto che architettonico.
Sono tutte cose che in qualche modo fanno parte dell’esperienza ma allo stesso tempo non ci tengo a considerare mie, se non come errori da cui abbiamo imparato qualche cosa.
Se uno mi chiama e mi dice so che hai fatto quell’opera, non mi dispiace riconoscerlo, ecco.


GP – La Casa degli scapoli, sempre a Settimo, è già un intervento più pulito in effetti.
SP – La Casa degli scapoli, intanto, viene dopo quella di via Italia, e in seguito ad altri lavori. Nei rapporti con le committenze succede così, soprattutto nei rapporti con un impresario, un costruttore, parte e comincia con un rapporto di fiducia. Comincia e si fida di te se sei onesto e lavori bene; si fida sempre più di te; la casa degli scapoli è l’ultima che abbiamo fatto con ICG; si fidavano di più; poi c’è stata la crisi del 2008, loro non hanno più costruito di persona, o hanno fatto cose minori, o cose in cui c’erano altri progettisti, per cui non abbiamo più avuto occasione di lavorare con loro. Casa degli scapoli è forse venuta meglio di Via Italia, ha delle cose che sono anche più azzardate , ad esempio l’uso del materiale è un po’ più libero; credo che se ne avessimo fatta un’altra sarebbe venuta ancora meglio.
GP – È chiaro che c’è sempre un’evoluzione.
SP – C’è una evoluzione nei rapporti, poi invecchi anche tu e impari.
GP – Su via Italia la cosa che salta all’occhio è proprio questo uso che hai fatto del mattone.
SP – Si, era un materiale quasi imposto. Li c’era un problema di soprintendenza, c’erano tanti piccoli problemi legati tra loro, ma devo dire che si sono tutti infilati abbastanza bene.
GP – Devo dire che tu normalmente gli elementi architettonici più archetipi, più tradizionali, li utilizzi, anche bene, magari li cambi di scala o li utilizzi in maniera originale.
SP – Io non ho pregiudizi sui materiali. Per dire, adesso ho lavorato da poco con il granito sardo; il granito sardo normalmente viene associano agli scalini o alle tombe; in realtà se tu lo usi in un altro modo diventa una cosa diversa per esempio il Pantheon ha le colonne fatte in granito sardo.
Non credo che il materiale abbia colpa per come noi lo usiamo. Il materiale se tu lo usi in modo diverso diventa un altro materiale; inventi un nuovo materiale. Quindi usarlo in modo non convenzionale vuol dire usare un materiale nuovo
GP – Tante volte il materiale ha una sua naturale destinazione.
SP – Si, sono d’accordo, però tante volte questa naturale inclinazione del materiale è dovuta ad un tempo storico in cui la tecnologia era arrivata fin ad un certo punto. Quello stesso materiale cambia, quando la tecnologia si sviluppa in modo diverso, o quando i presupposti di utilizzo diventano diversi,.
Mi è capitato di usare le foratine da interno, spaccate e scalpellate, messe all’esterno (si tratta dell’Atelier Fleuriste a Chieri ndr); tutti mi dicevano “si sciolgono”, “si rovinano”, perché questo è quello che si crede in modo generico; ma non è sempre vero perché dipende da dove le metti, da come le metti e da cosa ti aspetti che succeda.
GP – C’è anche un atteggiamento culturale, per cui la società vede le cose in un certo modo finché tutti riconoscono che un dato oggetto va bene per un determinato uso.
SP – Molte volte la risposta che viene data per risolvere il problema (è di tipo tecnologico): “ah non si può!”
GP – “Si è sempre fatto così”.
SP – “Non si fa perché si è sempre fatto così”, ecco, questa cosa qua mi ha sempre dato un po’ fastidio; in realtà si può, bisogna solo pensare a tutto quello che gli va attorno. Va capito qual è il problema e va risolto il problema, non va data la risposta ……
Dare la risposta è la cosa più semplice, risolvere il problema è la cosa più difficile.
GP – O meglio, pensare di avere già la risposta prima ancora di avere posto la domanda. Perché alle volte parti già dal presupposto che la risposta è quella giusta.
SP – Il mattone da interno esposto all’esterno si rovina; e io dico “e se a me piace che si rovini?” Abbiamo risolto il problema: “mi piace che si rovini!”
Una volta il jeans che si scoloriva era un problema, oggi li compri già scoloriti. È cambiato il mondo.
Nel mondo delle costruzioni una volta un ferro ruggine era un problema, oggi si fanno le case in Corten.
GP – Cambia il gusto, cambia l’approccio al progetto, però c’è sempre qualcuno che in qualche maniera lo scarto lo fa una prima volta.
SP – Si.


GP – vorrei tornare al discorso sulla identità architettonica di una città come Settimo.
SP – Ma qual è l’identità di Settimo?
GP – Non c’è, però si può costruire.
SP – Sei io fossi il sindaco di settimo tenterei di capire cosa c’è da fare a settimo e come si può andare a fare questa cosa. Qual è la miglior risposta per Settimo, non per il resto del mondo. Settimo è un posto ben definito, geograficamente, climaticamente e quant’altro. Qual è la risposta che funziona per Settimo, e qual è l’esigenza di Settimo. Ci sono risposte che non sono risposte che arrivano continuando a fare quello che si è sempre fatto o andando a pescare quello che si è fatto in altri posti. Settimo può avere una sua identità. Quale? Io non lo so, non conosco la risposta, forse ancora manca una vera domanda.
GP – Quindi più che una risposta un sindaco dovrebbe dire qual è la domanda; e un architetto dovrebbe trovare la risposta.
SP – Magari; sarebbe un sindaco già molto illuminato. Comunque il sindaco di Settimo saprà benissimo cosa fare, non ha certo bisogno del mio consiglio.
GP – Non voglio entrare nel merito specifico di Settimo ma parlando di Settimo è interessante fare un ragionamento più ampio.
SP – La pubblica amministrazione ha una grande responsabilità. Purtroppo una normativa italiana abbastanza complicata e nata dall’idea che il politico non debba avere responsabilità di scelta, questa deve essere affidata ai tecnici. Ciò ha fatto in modo che non si possano fare scelte di tipo architettonico; e le scelte vengono fatte in modo pseudoscientifico, cioè ci si affida esclusivamente ai numeri. Se puoi vantare nel curriculum di avere realizzato mille metri cubi allora vali qualcosa; se ne hai fatti solo tre ma bene, allora non vali niente. E questo dovrebbe produrre delle scelte oggettive? Ovvero la gente pensa davvero che questa sia una scelta di tipo scientifico?
GP – Di tipo Quantitativo.
SP – Di tipo tecnico quantitativo che porta alla fine abbastanza poco, oggi le gare pubbliche vengono vinte in gran parte dalle società di ingegneria, o se uno ha fatto una scuola continua a fare scuole, se uno ha fatto cimiteri continua a fare cimiteri; e non c’è niente di più deleterio per l’architettura.
GP – Premiano chi ha già quella esperienza li.
SP – È un tema che conosco bene perché un po’ di lavori pubblici li facciamo.
GP – Tu partecipi a bani di gara?
SP – Si.
GP – Come concorsi di idee o anche come incarichi.
SP – Come incarichi anche, abbiamo finito da poco a Torino il laboratorio dell’Istituto di Fisica Nucleare. Noi abbiamo cominciato lavorando per i lavori pubblici: abbiamo cominciato facendo cimiteri. Ma la cosa che mi spaventa è che uno che inizia a fare cimiteri debba fare cimiteri tutta la vita. Uno che comincia a fare scuole debba fare scuole tutta la vita; quando sappiamo benissimo che proprio dal portare l’esperienza della scuola all’interno del cimitero, e l’esperienza del cimitero all’interno della scuola si possono provocare reazioni e produrre cose più interessanti.
E parlo di due estremi, perché quando ti occupi di cimiteri parli di paesaggio e la scuola avrebbe bisogno di parlare di paesaggio invece di parlare di muri, e magari un cimitero potrebbe, in altro modo, attivare un discorso didattico simile a quello di una scuola.
GP – Si come dicevi, il sistema legislativo porta le amministrazioni ad assumersi delle responsabilità che poi di fatto non vogliono prendersi.
SP – I sindaci demandano ai tecnici, i tecnici alla fine non hanno voglia di decidere; non hanno voglia di rischiare, per cui si fanno i numeri e si tirano le somme….
Insomma io penso che le amministrazioni comunali abbiano delle grosse responsabilità, potrebbero prendere in mano la situazione, potrebbero gestire lo sviluppo delle città. Lo potrebbero fare attraverso scelte anche rischiose: ma senza scelte non si hanno risultati.
Non è che si può pretendere che da sola una città diventi una bella città.
Soprattutto in questo periodo storico.
Mille anni fa la città diventava, quello che oggi sono i nostri borghi medioevali, per un semplice motivo, si creava omogeneità; la tecnologia era cosi limitata che, a parte i grandi palazzi e i monumenti, che non appartengono alla città diffusa, i borghi che ci piacciono tanto sono costruiti con pochi materiali locali e con tecnologie che variano poco. Si usava ciò che c’era, con delle maestranze che padroneggiavano le tecniche costruttive del luogo. Questo ha definito il carattere del nostro patrimonio costruito.
Oggi possiamo avere materiali diversi, esperienze diverse, capacità diverse, forme diverse, ottenere quello che vogliamo; è molto più difficile controllare la forma di una città.
GP – Ma è così necessario?
SP – Controllare la forma di una città? no, però fare delle scelte e mostrare delle direzioni, si.

GP – Cioè, tu hai fatto un bell’edificio, a Settimo; ma alla fine, il singolo cittadino, anche quello più “illuminato” che capisce l’estetica di una casa, vive veramente meglio in una casa progettata da Pujatti o da un grande architetto?
SP – Se parli con le mie figlie ti dicono “per l’amor di dio!” si vive meglio in una casa progettata dal geometra locale. Però non è questo il problema, la città non vive di questo. Io credo che l’uomo sia capacissimo di adattarsi a tutti i difetti delle cose che gli piacciono e che lo emozionano (la Ferrari non è un’auto comoda ma in molti la vogliono anche se ci sono i limiti di velocità).
GP – ……….. ?
SP – Il gusto si evolve e va coltivato!
Adesso all’interno di un paese come Settimo, è chiaro che l’80-90 % delle persone ti diranno “che schifo quella casa li di Settimo”, che ha fatto Pujatti; però il fatto che tu mi chiami, e che sei un architetto e che hai studiato architettura, e che mi abbiano chiamato molti altri per quella casa, vuol dire che forse ha seminato qualcosa nel paese. Quindi da una parte la risposta della gente è una risposta importante. Però se tutti mi dicessero “che bella la casa di Via Italia!” io mi comincerei a preoccupare; inizierei a preoccuparmi molto seriamente, perché a quel punto potrei pensare di aver risposto al tema senza mettere in discussione niente, dando alla gente solo quello che la gente voleva.
GP – Se te lo dicono dopo dieci anni è diverso rispetto a dirtelo dopo due giorni.
SP – Se te lo dicono dopo dieci anni e meglio. Se te lo dicono dopo due giorni è preoccupante. Quando l’abbiamo fatta c’erano molti che protestavano. Niente di particolare, era anche un intervento meno rilevante rispetto ad altri. Dopo dieci anni pare che a qualcuno interessi un po’ di più.
Abbiamo una responsabilità come architetti, e come noi ce l’hanno anche gli amministratori. Però gli architetti hanno il 90% della responsabilità.
GP – Dici? Secondo me, come stai dicendo anche adesso, la committenza è veramente un elemento fondamentale per ottenere buona architettura.
SP – Si però la committenza va educata ed addestrata. La committenza sa che può trovare sul mercato gente che dice sempre “va bene”.
GP – Parli sempre di amministrazioni?
SP – No, no, parlo anche e soprattutto di privati. Il privato, come l’amministratore, non ha voglia di rotture di balle.
GP – Quindi ci vuole un committente che abbia voglia di cambiare. Non è che è una novità di questo periodo storico.
SP – Certo, ci vuole un committente che abbia voglia di cambiare; ma ci vuole anche un committente che quando comincia a fare quella cosa, nel percorso si lasci educare a fare ciò che magari non si aspettava.
GP – Questo che dici tu assomiglia a una cosa che si sente spesso tra gli architetti, ovvero l’architetto che si lamenta del fatto che il mondo circostante non riconosce il suo valore. Non voglio metterti in bocca questo atteggiamento, però sai che è una posizione molto diffusa tra i professionisti.
SP – Ma no! Io sono un ottimista.
GP – E questo traspare dai lavori.
SP –A me quello che pensano gli altri interessa poco. Ma davvero! Io tento di fare il meglio per le mie possibilità. Che cosa interessi agli altri non lo so.
So che chi ha costruito con me edifici residenziali e commerciali generalmente ha venduto, come mi era stato richiesto. Ho messo i miei committenti nelle condizioni di farlo e in più ho fatto delle cose che io penso che funzionino bene nel tempo.
La casa di Settimo non si è sciolta ancora. Non sono venuti giù i coppi, non sono venuti giù i mattoni.
Le persone che ci abitano dentro ne sono abbastanza orgogliosi.
l’impresario è abbastanza orgoglioso personalmente, ci ha messo la sede dentro e mi ha dato un lavoro dopo.
GP – Ed è la dimostrazione provata che il lavoro ha funzionato.
SP – Questo ero chiamato a fare e questo ho fatto. Ci è andata così in molti altri casi.
È chiaro che se io fossi andato da quel committente e avessi fatto un lavoro meno “questioning”, più omologato, probabilmente andava bene lo stesso, non gli cambiava più di tanto, a lui interessava vendere; però forse dopo non ci avrebbe messo la sede dell’impresa. Avrebbe semplicemente venduto.
GP – C’è un po’ un’idea di casualità. Cioè, io sono uno che non conosce niente di architettura, mi imbatto in Pujatti, ottengo un lavoro di un certo tipo, magari manco mi piace mentre lo faccio, mi sta antipatico Pujatti perché mi rompe le palle. Poi però alla fine sono soddisfatto.
SP – Noi siamo dei professionisti. Non vai da un medico per sentirti dire quello che sai già, o se vai da un avvocato vai perché ti risolva un problema; con un architetto vai con un tuo problema una tua volontà e tenti di esprimerla. Puoi avere alcuni strumenti per ottenere ciò che pensi di volere, ma non per esprimere a pieno il potenziale di ciò che tenti di ottenere, come non puoi avere tutti gli strumenti  per risolvere un problema di tipo legale.
Io credo che noi architetti essendo dei professionisti, in questo campo ne sappiamo più degli altri. Questo è il nostro mestiere.
Non è modesta come affermazione? No, non lo è. Io penso di sapere più di architettura di molte altre persone che non sono architetti. Penso che gli architetti sappiano più di architettura di quelli che non sono architetti. Per cui se fossi un committente, mi fiderei di un architetto, non del mio gusto personale.
GP – Se io vado dal medico, solo io so dove mi fa male.
SP – Si però non sai che malattia hai, e non sai che medicina devi prendere. Se tu vieni da me e mi dici “io ho un problema perché voglio costruire questo edificio in questo posto, e so esattamente cosa voglio fare”, è come andare dal medico e dirgli “ho male alla gamba, dammi l’Aulin”; il medico dice, proviamo a capire se è proprio l’Aulin quello di cui hai bisogno o se magari serve qualcos’altro. Magari è un problema diverso, più grave o meno grave.
GP – Devi anche saper scegliere il medico bravo.
SP – Oggi come oggi se uno vuole informarsi lo può fare. Tu hai visto quella roba e mi hai trovato.
GP – Io sono un architetto.
SP – Però una persona che vende un edificio, un investitore, avrebbe il dovere di dire, mi piace questo lavoro, cerco chi l’ha fatto, chiamo chi l’ha fatto, e chiedo un consiglio a chi l’ha fatto. È un grande sforzo? Per fare una qualsiasi costruzione si spendono milioni di euro; perdere due ore ad andare a chiedere chi ha fatto una cosa che mi piace, non costa niente; però per pigrizia, non si fa così.
Non voglio sembrare polemico, la mia visione è che l’architettura sia anche questo, questa battaglia continua per tentare di fare una cosa che secondo noi è importante e che altri reputano non necessaria o indifferente. Noi invece sappiamo per certo essere fondamentale.

(Interlocuzione. Facciamo per salutarci. Parliamo delle conferenze on line organizzate da Luigi Prestinenza Puglisi, la settimana successiva Pujatti parteciperà ad una di queste. La settimana scorsa c’è stato Servino, e Ratti. A questo punto sono curioso di sapere cosa pensa di Ratti.)

SP – È un personaggio che suscita molte critiche. Non riesco a giudicarlo sul piano dell’architettura perché ho una visione dell’architettura che è costruita. Forse la mia è una visione banale. La mia idea è che l’architettura sia fatta di materia, anche di altre cose, però la materia è una cosa fondamentale. Può sembrare contraddittorio, ma credo che uno come Beniamino Servino influenzi molto l’architettura anche se non costruisce; perché produce delle cose che appartengono al mondo dell’architettura. Ratti produce delle cose che appartengono al mondo della tecnologia, usa delle cose che appartengono al mondo della tecnologia provando a portarle all’interno dell’architettura, ma quasi a supplire una assenza di architettura. La tecnologia va a riempire il buco che c’è nella capacità di gestire l’architettura come spazio e materia. Perciò, non trovo cose che appartengono al mio mondo.
Detto ciò, io sono contento che ci sia un personaggio così nel nostro mondo, perché offre un punto di vista completamente diverso.
GP – Secondo me è uno che non può essere giudicato con i parametri dell’architettura.
SP – Mi è difficile dire “mi piacciono i lavori di Ratti”. Quello che ho visto non mi interessa. Mi intriga la ricerca che c’è dietro, quella si. Assolutamente. Potrebbe avere la possibilità di sfociare in architettura interessante. Contribuire a fare architettura interessante. Ma per ora lo capisco solo come un contributo all’architettura.
GP – Potrebbe essere la chiave, il grimaldello che scardina quella cosa che dicevamo che è l’assenza di interesse nei riguardi dell’architettura. Dal punto di vista suo, le aziende, i committenti, oggi sembrano essere interessati più a suoi temi. I temi esplorati da Ratti sono temi dove la gente guarda.
SP – Ratti è un uomo di questo momento. E funziona bene devo dire. Parla il linguaggio che la gente vuole sentire, che va benissimo, potrebbe essere un ottimo risultato se ne usciranno dei progetti meravigliosi.
Io sono sempre ottimista, poi penso che per un architetto è sufficiente che faccia anche solo un buon progetto nella vita.
Moshe Safdie ha fatto un solo buon progetto. Gli altri sono tra l’inguardabile e l’orrendo. Ma ne ha fatto uno che ha cambiato il mondo dell’architettura, della percezione dell’architettura, ed è un progetto emozionante. Dentro Habitat c’è tutto quello che uno vorrebbe che ci fosse nell’architettura contemporanea; eppure ne ha fatto solo uno di quel livello. Quindi, è possibile che Ratti a un certo punto faccia un progetto di architettura. Con tutto il back ground che ha, speriamo che riesca a fare quel progetto capace di aprire le porte del paradiso a tutti quanti.
E io ci spero.

17 giugno 2020 Chieri, sede ELASTICOFarm.

Credits.

La foto dell’Atelier Fleuriste è presa del sito ufficiale di Elasticofarm, il Flower Pavillon è tratto da Artribune.
La foto del Cimitero di Borgaretto è tratta da Zeroundicipiu.
Le altre foto sono di Giulio Pascali (cioè io….).

A cosa servono le isole pedonali

20 Luglio 2020

Rilancio su Amate l’Architettura una articolo che ho pubblicato sul “La Voce di Settimo”, un giornale locale legato alla periferia torinese. Lo spunto per la riflessione che segue deriva dal fatto che l’amministrazione comunale, con una mossa tutto sommato coraggiosa, ha deciso di avviare la pedonalizzazione di due aree in continuità con quella esistente, facendola precedere da un periodo di azioni partecipative ispirate a criteri di urbanismo tattico.

Una prima riflessione l’avevo scritta qui.

L’Articolo che segue lo trovate anche qui.

Come era prevedibile la notizia della estensione dell’area pedonale di Via Italia verso nord e verso sud ha scatenato immediatamente il flame delle proteste e specularmente, le reazioni dei difensori dell’intervento.

Il fatto è che si tende a discutere della questione come se ci trovassimo come Neo in Matrix costretti a scegliere tra la pillola rossa e quella blu.
È una distorsione tipica dei nostri tempi, dove il dialogo sui social assume immediatamente il carattere di uno scontro tra bande rivali.
Non è così, non si tratta di uno scontro tra tifosi. Si tratta di noi, delle nostre città; di opportunità. Occasioni da non perdere che tuttavia si portano dietro una serie di difficoltà e problemi delle quali non si può non tenere conto.
Vorrei provare a togliere di mezzo la fantascienza e mettere in linea alcune cose.

Si tratta di una cosa non nuova. Si pedonalizzano pezzi di città sin dai primi anni del secolo scorso. Nel nord Europa intere città sono pedonalizzate. Dovunque sono state fatte, le pedonalizzazioni hanno portato miglioramenti sia in termini economici che in termini di qualità e vivibilità della città.

Una cosa ormai del tutto consolidata.

  • Il traffico diminuisce, quindi diminuisce in parte l’inquinamento (questo non è così scontato, ma ci arrivo), diminuiscono i rischi di incidente; sembra persino ovvio ricordarlo.
  • Aumentano i pedoni (si parla di un aumento del flusso pedonale che va dal 20 al 40%) che possono godere di un pezzo di città in tutta sicurezza (i bambini possono andare in bicicletta senza che i genitori debbano stare ad inseguirli con il cardiopalma).
  • Se aumentano i pedoni aumentano gli introiti per il commercio. Anche questa è una cosa consolidata, dopo un periodo di difficoltà che coincide più o meno con i lavori, quando la zona è definitivamente avviata, i benefici per il commercio sono evidenti e tangibili (si stimano aumenti degli introiti tra il 10% e il 20%).
    Negli USA storicamente gli interventi di pedonalizzazione sono stati avviati proprio con l’obbiettivo di contrastare il dilagare dei grandi centri commerciali favorendo il commercio urbano locale.
  • Migliorano i rendimenti delle case. Si stima un aumento del valore immobiliare intorno al 20%.
  • Migliora in generale l’attrattività della città rispetto all’esterno.
    Settimo non ha una grande tradizione di monumenti che possano attrarre turisti, però è di sicuro un luogo di riferimento per il territorio circostante sia per le attività produttive che per gli abitanti in generale.
    Sapersi rinnovare con operazioni di riqualificazione è segno di vitalità e migliora l’attrattiva di una città sotto tutti i fronti.

Fin qui tutto bene, solo cose positive.
Ma è così?
Assolutamente no.
Perché anche tenendo conto dei benefici che ho appena elencato, tutto dipende sempre da come e in che tempi si fanno queste operazioni.

Le difficoltà a cui si va incontro sono evidenti, e molti abitanti, in genere commercianti, le hanno puntualmente ricordate.

 

Provo a riassumerle.

Commercio.
Il rischio di perdere clientela anche dopo che si sono conclusi i lavori è concreto. Non si tratta di un banale capriccio dei commercianti; gli stessi studi che dimostrano i benefici delle pedonalizzazioni mettono in guardia dal rischio concreto di espulsione dalle zone, da parte dei piccoli commercianti tradizionali a favore di un generale impoverimento della varietà dei negozi.
Il rischio concreto è quello di trasformare la zona in una brutta copia dei grossi centri commerciali. Ne beneficiano sicuramente negozi di abbigliamento e grandi catene commerciali, perdono i piccoli negozi; quelli che però contribuiscono a caratterizzare il centro.

Prezzi delle case.
Se i proprietari sorridono, lo stesso non vale per chi è in affitto (molti commercianti). L’aumento del prezzo delle case porta disuguaglianza, allontana materialmente gli strati sociali più poveri, il centro si svuota e le abitazioni vengono occupate da uffici. Anche in questo caso l’effetto finale è quello di un impoverimento generale della qualità sociale del centro.

Effetto isola.
Se l’area pedonale attrae utenza, il rischio è che questa attrattiva si eserciti a discapito delle aree limitrofe (che diventano luoghi da attraversare sbrigativamente) o di altri quartieri della città (si pensi ai problemi di Borgonuovo o Arcipelago). Bisogna evitare di lasciare indietro altri pezzi di città.

Viabilità.
Una delle cose più delicate, quella che crea più mal di pancia.
Io sono dell’idea che le città, soprattutto nei centri storici che non sono nati per questo, debbano essere radicalmente ripensate per essere liberate dallo strapotere del traffico veicolare. Però è indubbio che il problema ci sarà. Anche perché si tratta del tema dove si concentra la maggiore resistenza al cambiamento.
Senza contare che liberando spazio per i pedoni, il rischio concreto è quello di trasferire il carico della viabilità sulle aree limitrofe, aumentando di nuovo il divario tra l’area pedonale e le zone limitrofe congestionate dal traffico.

Insomma il problema concreto da affrontare è quello di evitare che i benefici della pedonalizzazione diventino esclusivi di pochi a discapito di altre aree urbane.

 

Quindi.

I benefici generali per la città sono dimostrati ed evidenti.

La sfida per l’amministrazione sta nel saper fare in modo che questi benefici siano opportunamente distribuiti a tutti i livelli sociali.

“CONSIGLI PER GLI ACQUISTI”
Sia l’amministrazione che i cittadini di Settimo hanno l’intelligenza e la capacità di sapere benissimo cosa sia meglio fare per loro o per le cose che amministrano. Mi limito solo a dare qualche spunto di riflessione.

Destinazioni d’uso.
Favorire e stimolare le attività non strettamente legate allo shopping.
Ho già scritto in un mio precedente post di quanto sia importante approfittare di questa riqualificazione per dare alla città una identità culturale ed estetica. Può sembrare un capriccio da architetto, ma una caratterizzazione dell’intervento che vada oltre una semplice pedonalizzazione, sarebbe uno dei maggiori strumenti per creare identità e diversificare l’offerta della città.
Facciamo in modo che le aree pedonali diventino un luogo dove si possano svolgere attività ad alto valore sociale. Concerti, teatro, cultura, eventi, devono trovare casa nel centro in maniera da consolidare un uso dello spazio pubblico che non diventi esclusivo dello shopping; ne beneficeranno anche i commercianti.
Facciamo in modo che questa destinazione d’uso sia accompagnata da una idea architettonica forte.

Dialogo con il commercio
Dialogare con i commercianti per gestire al meglio sia il periodo dei lavori sia la trasformazione successiva. Soprattutto i piccoli non devono essere lasciati soli. Non è cosa da poco. Bisogna evitare di trasformare il centro in una copia povera dell’Outlet; bisogna tenere in vita il piccolo commercio, la chiave per rendere peculiare questa operazione.

Ragionare in termini di sistema urbano.
Se ne è accennato nella presentazione del 9 luglio, ma non ho visto documenti concreti.
Occorre progettare e ragionare attentamente su cosa succede nelle aree limitrofe. Se la pedonalizzazione sarà un fatto impermeabile e perimetrato ai soli due tratti di Via Italia, si sarà persa la possibilità di ottenere uno sviluppo più integrato. Come ci si avvicina all’area pedonale? Dove si parcheggia? Quali sono i percorsi? È possibile modificare alcune sedi stradali anche nelle vie circostanti? C’è la possibilità di individuare strade con pedonalizzazione ibrida? Oppure perché non prevedere le cosiddette zone 30, strade con limiti di velocità a 30 che non impediscono il traffico veicolare ma migliorano sensibilmente la sicurezza? si possono mettere in connessione alcuni giardini?
Se il processo di partecipazione deve avere un senso questo è proprio nella definizione di cosa succede dietro l’angolo.

Curare le tempistiche
È possibile in prospettiva pensare a simili interventi anche in altri quartieri?
Sembrerebbe di si. Lo chiedono i cittadini, lo impongono esigenze di equità urbana.
Se il sistema funziona è importante ragionare prevedendo interventi simili anche in altre aree urbane.
In questi casi la tempistica è fondamentale. Pensare subito cosa e come fare e avviarne l’attuazione consente di mitigare l’effetto isola; la polarizzazione del centro a discapito della periferia; se si lascia andare troppo avanti lo sviluppo del centro e si dimentica la periferia dopo riagganciare le cose diventa molto più complicato.
Facciamo in modo che questa operazione diventi un volano per lo sviluppo di tutta la città e non solo per il centro.

Partecipazione
Un ultima riflessione che mi permetto di fare ai cittadini che vedono in maniera negativa questa iniziativa.
L’amministrazione si sta impegnando ad adottare un percorso di partecipazione.
Approfittatene!
Rompete le palle!
Quando mai vi è capitato di poter avere una finestra così diretta per dire la vostra; una che non sia il solito canale social, buono per acchiappare qualche like o come sfogatoio di lamentele.
Il comune sta chiedendo il vostro parere, accontentatelo. Prendetevi cura della vostra città.

Per chi volesse approfondire vi suggerisco questo testo di Francesco Vescovi disponibile on line.

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?”- Riflessioni di Carla Iuliano

26 Maggio 2020

Copertina: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? – Paul Gauguin, 1897,  MFA di Boston.

Nel mondo pre-covid dai balconi ci affacciavamo e spesso quello che vedevamo era una distesa di cemento. Nel mondo pre-covid molte persone morivano per i fumi tossici, la fame mondiale aumentava sempre più, il cambiamento climatico metteva in ginocchio le economie più povere e costringeva molte persone ad aggrapparsi alla speranza. Nel mondo pre-covid, io scrivevo da una città la cui speculazione edilizia degli anni 70-80, era stata incurante del benessere cittadino.

Cosa è cambiato? Nulla, però qualcosa è successo: se mi affaccio dal balcone, posso vedere le facce delle persone che si cercano e che tentano, con i propri gesti, di avere cura di sé e degli altri. L’architettura deve essere architettura della cura. Che senso ha desiderare un mondo che sia “guarito” dal covid, ma sia poi ancora afflitto da tutti i mali che hanno segnato il nostro passato? Desiderare un mondo che sia solo post-covid è un lusso che non ci possiamo permettere.

L’architettura post-covid, deve essere post-insostenibilità, post-ineguaglianze, post-velocità speculativa, deve essere inclusiva, occasione per confrontarci sui nostri modi di vivere. L’architettura può essere un modello che rifiuta l’inefficienza della velocità consumistica, della speculazione, del successo. La meditazione sullo spazio non deve riguardare più solo grandi edifici posti ai pubblici riflettori in nome di un linguaggio tutto autoreferenziale. L’architetto ha il compito di portare avanti una riflessione che si soffermi sulla percezione degli spazi cittadini, su come noi tutti – in quanto società, senza lasciare nessuno indietro- li viviamo, su come ci muoviamo in essi, su come essi influenzino il nostro benessere, su cosa essi ci trasmettono. Questo significherebbe progettare davvero un mondo più sano, più umano.

Testo di: Carla Iuliano
Immagine suggerita da: Carla Iuliano
Editing: Giulia Gandin

 

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?”

26 Maggio 2020

“L’avenir, tu n’as pas à le prévoir, mais à le permettre” (il futuro non devi prevederlo, ma permetterlo). Antoine de Saint-Exupery.

“COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?”

Inviateci 100 e una immagine per descrivere come immaginate la vostra professione e l’architettura nel prossimo futuro.

 

L’attuale crisi legata alla pandemia del Covid è l’ultima delle crisi che stiamo vivendo e non sarà l’ultima, come ci dicono Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni, quello che stiamo vivendo in questi ultimi decenni è uno stato di crisi perpetuo, che ci mostra la necessità di un cambiamento e di una trasformazione del nostro modo di vivere e relazionarci. La supermarket city, che ci ha lasciato la modernità e la postmodernità, deve trasformarsi e dar forma a una nuova città e architettura.

Cosa farà l’architetto post-pandemico?

Quale sarà l’architettura e la città del nostro “mondo nuovo”?

Immaginate l’architettura, raccontateci le vostre idee con 100 parole e un’immagine.

Le proposte dovranno essere inviate entro domenica 7 Giugno.

Selezioneremo le più interessanti e le pubblicheremo.

IL TEMA DELLA CICLABILITA’ NELLA CAPITALE. [Post Covid-19]

19 Maggio 2020

Il tema della mobilità ciclabile nella capitale è stato uno dei cavalli di battaglia della fase amministrativa che si succedette a Roma a partire dalla fine degli anni ’80.
La prima infrastruttura di questo tipo ad alto valore trasportistico fu la cosiddetta “Regina Ciclorum”, l’asse ciclopedonale che attualmente si snoda sulla sponda destra del Tevere, compreso nel Grande Raccordo Anulare, tra Labaro e Mezzocamino.

Realizzato per gli eventi dei mondiali del 1990, la pista si è poi dimostrata importante nel suo tratto urbano all’interno della città, per gli spostamenti da parte dei cittadini che hanno scelto questa forma di trasporto ecosostenibile.
Il tema, successivamente, comincia ad avere carattere di maggiore impegno politico a partire dagli anni ’90 in concomitanza con l’elezione diretta del Sindaco. il sindaco Francesco Rutelli porrà infatti la mobilità ciclabile all’interno dei primi punti della sua agenda di governo. Questo impegno, durante i due mandati, vedrà la realizzazione di due importanti piste ciclabili, nel quartiere Prati: la ciclabile lungo Viale Angelico e quella su Viale delle Milizie, fino a Piazza Cavour.

Dal punto di vista architettonico-progettuale, ci interessano perché queste infrastrutture sono, ad oggi, quelle progettate con maggiori dettagli e in linea con le caratteristiche che dovrebbero avere tali infrastrutture, ovvero:
Sede propria riservata alle sole biciclette, non in comunione con i pedoni
Delimitazioni fisiche della pista attraverso l’uso di cordoli divisori fissi, realizzati in materiale durevole.
Presenza di fondo apposito, assenza di caditoie e tombini lungo il percorso.
Progettazione strutturata per le bici, con assi rettilinei e raggi di curvature appositamente elaborati.
Impostazione atta a creare una “rete” di ciclabilità interconnessa, la volontà di arrivare in punti sensibili del nodo trasportistico locale (esempio, la fermata metro di Ottaviano della Linea A).
Questa premessa avrebbe potuto essere la base per un effetto a ragnatela in grado di poter, gradualmente, aumentare la portata delle infrastrutture ciclabili al fine di avere una realtà similare a quella di altre capitali o città europee.
Nel corso degli ultimi anni, infatti, diverse municipalità, non solo dell’Europa occidentale, si sono iniziate a dotare di infrastrutture per la cosiddetta “mobilità dolce”.


Gli effetti positivi di questa mobilità sono da ricercarsi in una maggiore velocità di spostamento, soprattutto nelle aree centrali della città, connessa ad una corretta attività fisica che permette alla popolazione di mantenersi attiva e senza dover ricorrere, nel lungo periodo, all’assistenza da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Con evidenti vantaggi da parte dello Stato Centrale.

All’attualità, però, la situazione ciclabile di Roma non versa in condizioni ottimali. Al momento dell’insediatura dell’attuale amministrazione presieduta dal Sindaco Virginia Raggi, infatti, la città era provvista di una rete ciclabile stimata in circa 260 Km (fonte: sito comune di Roma Capitale), tale dimensione, comunque, era costituita in gran parte di percorsi all’interno di aree verdi e parchi, non strutturati per essere degli assi trasportistici di mobilità urbana vera e propria.


All’interno del mandato sin qui fatto (4 anni a giugno), la giunta ha eseguito in forma compiuta soltanto tre interventi: il sottopasso di Santa Bibiana (0,2km), la ciclabile Nomentana (circa 4Km), la ciclabile Tuscolana (circa 5Km divisi in due tronchi di 2,5Km lato strada) e la ciclabile Prenestina per altri 2,5Km circa. Per un totale di appena 12 km.
Alcune cose sono indubbiamente positive, ma andrebbe implementata la progettazione, poiché allo stato attuale la realizzazione avviene (anche nella fase di sperimentazione delle c.d. “ciclabili transitorie”), attraverso interventi spot e non collegati tra loro ed in assenza di un vero progetto unitario, seppur questo avanzato dalla popolazione attraverso il PUMS. Il Piano della Mobilità Sostenibile.

Adesso, a seguito dell’emergenza Covid19, il Municipio (dietro richiesta del Ministero dell’Interno) si è dotato di un Piano Strategico per la ciclabilità che ha espresso l’intenzione di realizzare, entro l’anno, circa 150Km di nuove ciclabili di emergenza, in forma di bike lane a bordo strada.


Immediatamente sono state appaltate circa 25Km, iniziate con la nuova bike lane in che per 3,8km si snoda da piazza Cina a viale Egeo. Una prima valutazione di questo asse, però, denota una serie di criticità che non sono nuove nel tema delle politiche urbane su questo tema, la nuova bike lane, infatti:
Non parte e non arriva in nessun punto strategico a livello trasportistico (è vero che se ne aggiungeranno altre, ma non subito e perché cominciare da questa?).
Non attraversa nessun ufficio pubblico o municipio, eccezion fatta per una sede ACI.
L’unico punto trasportisticamente rilevante è la vicinanza con la fermata Tor di Valle, alla quale connettersi per andare eventualmente in centro ma non sembrerebbe oggetto di una connessione. Le fermate della linea B sono lontane e bisogna arrivarci poi in situazioni di pericolo.
Per la popolazione residente al Torrino che volesse recarsi al lavoro in bici e andare con la metro ciò non è agevole, in quanto manca una connessione con la metro B (Eur Magliana o Eur Palasport).
Al netto delle buone intenzioni, è da domandarsi chi si metterà davvero in questa ciclabile? Per andare dove? Gli altri assi non sono diversi da tali impostazioni, ad ogni modo non dobbiamo essere disfattisti, aspettiamo di vedere gli altri 146Km promessi e poi faremo una valutazione magari più approfondita.

 

 

 

 

 

Credts

Tutte le foto sono di  Carlo Ragaglini:

Foto 1: tratto della ciclabile di Roma in Viale delle Milizie, stato della manutenzione.
Foto 2: piste realizzate dall’amministrazione Raggi (fonte Salvaciclisti Roma)
Foto 3: piste da realizzarsi nel primo intervento post Covid19 (fonte Salvaciclisti Roma)
Foto 4-5: città di Sofia (BULGARIA) nuovi stalli in metropolitana per le biciclette e tratto di ciclabile all’interno del centro cittadino
Foto 6: città di Bucarest (ROMANIA) nuova pista ciclabile in Calea Victorei.
Foto 7: rastrelliere nel centro cittadino
Foto 8: città di San Sebastian (SPAGNA) pista all’interno della città