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London Design Festival

11 dicembre 2018

Il London Design Festival è celebrazione annuale di tutto ciò che riguarda il design, un festival la cui missione è dimostrare che Londra è la capitale mondiale del design!

 

Londra a Settembre, ogni anno dal 2007, per ben 9 giorni, ha un suo Festival del Design (LDF)

 

Il programma è composto da installazioni, mostre, seminari la maggioranza di essi gratuiti e aventi come protagonisti designers e artisti, aziende, organizzazioni e nazioni.

Il design in tempi insospettabili ha creato soluzioni alle molteplici sfide che ci siamo trovati ad affrontare ed ora c’è bisogno ancora delle abilità e del pensiero innovativo che i designer sanno offrire

Questo Festival è pensato dai suoi organizzatori come un’opportunità unica per scoprire ciò che la comunità internazionale del design sta producendo o ancora sviluppando.

Oltre a poter navigare sul sito è possibile sfogliare la guida cartacea completamente gratuita data in distribuzione presso i principali luoghi espositivi. Come sempre ho cercato di esplorare esempi delle diverse tipologie di evento in modo da avere un’idea completa del festival. Di seguito una pIù dettagliata descrizione al fine di far conoscere una manifestazione che non è solo per addetti ai lavori ma che apre per tutti un mondo di riflessioni sui più disparati argomenti.

 

  • Informazioni Storiche

Fondazione:

Sir John Sorrell e Ben Evans nel 2003 vollero creare un evento per promuovere la creatività della città, attirando pensatori, professionisti, rivenditori e educatori del paese.

Frequenza:

Annuale

Tema 2018:

Gli Stati Emozionali

 

  • Informazioni Utili

Posizione principale:

Il Victoria & Albert Museum è la residenza ufficiale e il fulcro del Festival

Altri luoghi:

11 Distretti del Design (aree della città) partecipano al Festival (es. Bankside, Clerkenwell, Fitzrovia, Marylebone, Mayfair, Regent St e St James, Shoreditch)

4 Rotte del Design

Numeri:

Oltre 450.000 persone da oltre 75 paesi

Circa 400 eventi e mostre organizzati da oltre 300 organizzazioni

Oltre 2.000 aziende internazionali di design

Premi:

Una giuria composta da designer affermati, commentatori del settore e vincitori precedenti sceglie i destinatari della La Celebrazione del Design in Terra Britannica in quattro categorie. Le categorie della London Design Medal

includono:

  • Panerai London Design Medal
  • Medaglia di innovazione del design
  • Medaglia dei talenti emergenti
  • Medaglia di realizzazione a vita

 

  • Organizzazione

Il festival è così suddiviso:

  • London Design Biennale
  • Progetti di riferimento
  • Al Victoria and Albert Museum
  • 100% Design
  • Decorex international
  • Design Junction
  • Focus/18
  • London Design Fair

 

  • Tipi Di Evento (Esempi)
  • Progetti di riferimento
  • Multiply. Waugh Thistleton Architects e ARUP hanno collaborato con il Consiglio di Esportazione di Latifoglie Americane per creare una installazione modulare interattiva che sensibilizza sia sul bisogno di case che sui cambiamenti climatici.
  • Al V&A Museum

Principali

Henrik Vibskow ha creato una struttura luminosa e dinamica fatta di pennelli colorati e “cipolle” di tessuto rosso per creare una forte impressione tattile.

·       Dazzle.

Lo studio Pentagram si è ispirato a un tipo di camouflage sperimentale usato durante la Prima Guerra Mondiale sulle superfici delle navi per confondere il nemico.

Installazioni

Studenti, designer industriali, architetti, urbanisti, artisti, programmatori e il vasto pubblico sono stati chiamati a unire, reimmaginare, violare e hackerare brevetti esistenti su Amazon che sono un sistema chiuso. Soprattutto, le presentazioni sono incoraggiate a pensare a interventi radicali che sfidano l’essenza di Amazon, considerando il ruolo sociale che la tecnologia potrebbe potenzialmente in qualsiasi futuro.

  • Conversazioni, dibattiti e laboratory
  • Destinazioni del Design
  • Distretti del Design
  • Rotte del Design
  • Al Centro
  • A Est
  • A Ovest
  • Portobello Pavilion.

Il curatore Tim Burke questo come uno spazio culturale temporaneo che ospita laboratori e dibattiti.

·       Colour Transfer.

L’artista Liz West ha creato una radiante scultura che copre la parte inferiore del viadotto per sperimentare l’impatto positivo del colore e della luce.

  • A Nord
  • A Sud

Il Festival del design di Londra del 2018 è stata un’occasione per celebrare ulteriormente la creatività e l’innovazione della Capitale UK che continua ad attrarre le migliori aziende e talenti da tutto il mondo a dimostrazione che è aperta al design e a qualsivoglia input dai creativi di tutti i ceti sociali. A dispetto della delicata situazione politica, quindi, Londra rimane inevitabilmente un fulcro attorno a cui continuano a ruotare, attraverso tutti i campi del design, da quello degli ambienti e degli spazi, a quello del prodotto e della comunicazione, le più disparate culture, compreso il design sociale.

Architettura gassosa, un dibattito effervescente all’interno della Biennale

22 novembre 2018

Si è svolto all’interno della Biennale di Architettura di Venezia il workshop “Architettura gassosa”, un evento che fa parte del progetto “Becoming” ideato dalla curatrice Axtu Aman all’interno del Padiglione di Spagna. All’interno di questo progetto “Amate l’Architettura” ha dato il suo sostegno all’iniziativa, per le tematiche innovative presentate che costituiscono un nuovo impulso e arricchimento al dibattito architettonico contemporaneo.  Il laboratorio aperto a tutti, è stato organizzato in collaborazione con lo IUAV di Venezia e con La Universidad de Arquitectura de Xalapa (Veracruz, Messico).

Si tratta di una progetto teorico di Emanuele Lo Giudice sugli orientamenti futuri dell’architettura, in linea con le trasformazioni della società contemporanea e delle sue nuove forme di vita, di lavoro, di relazione e le dinamiche sociali in atto indotte dalla rivoluzione dei sistemi di comunicazione e connessione globale: si potrebbe dire “l’architettura ai tempi del digitale”.

Nella stessa maniera in cui sono cambiate le modalità di relazionarsi passando da una modalità solida (sistema di relazioni regolate da una struttura sociale gerarchica rigida) a una modalità liquida (relazioni rese fluide da una società orientata non più secondo una struttura una ma secondo dinamiche economiche e di mercato), siamo ora giunti ad una modalità gassosa, nella quale la contemporaneità delle connessioni e delle comunicazioni, la sincronicità degli eventi resa possibile dalle connessioni digitali, ha fatto esplodere i legami, creando un sistema complesso di reti intersecanti, attraverso le quali la comunicazione viaggia trasversalmente seguendo un percorso non più lineare ma caotico, che può essere assimilato al moto disordinato delle particelle di un gas.L’architettura, che per sua natura prende forma dai legami sociali e dalle sue dinamiche, si configura non più come un sistema più o meno ordinato secondo leggi di composizione o scomposizione e radicato in un luogo preciso, ma si frammenta come un insieme di elementi funzionali ed esplode proiettandosi in diverse possibilità di collocazione: viene superata quindi la relazione fra luogo ed edificio che ha sempre caratterizzato l’architettura.

In questo lavoro teorico Emanuele Lo Giudice ipotizza nuovi scenari architettonici che si prefigurano immaginando uno dei futuri possibili ed il workshop si è posto come esplorazione delle nuove dinamiche, partendo dall’ambito circoscritto di un frammento di museo gassoso. Il museo oggi infatti, è una delle tipologie architettoniche più rappresentative del vivere contemporaneo, luogo di aggregazione ed incontro di flussi di persone, scambio di informazioni, fruizione di spazi che cambiano e contengono oggetti e temi diversi.

Creare un allestimento di un prodotto artistico secondo un’idea gassosa diventa un mezzo di analisi e penetrazione di una nuova modalità di costruire un museo, uscendo dalla concezione classica di spazio espositivo statico per entrare in una visione dinamica, dove gli allestimenti viaggiano nel mondo insieme agli spazi che li contengono, non più come oggetti contenuti in un contenitore, ma come un’unità espositiva autonoma costituita da spazio-oggetto. Attualmente il museo risulta un sistema di aggregazione di spazi secondo una data configurazione e secondo legami che tengono unite e collegano le parti, nel museo gassoso i legami non sono più statici e definiti una volta per tutte, ma temporanei e modificabili nel tempo, gli elementi che lo costituiscono possono essere scomposti e ricomposti secondo un nuovo ordine, essere spostati in
un altro posto e prendere una nuova configurazione, si potrebbe parlare di cellule espositive che viaggiano insieme alle mostre in luoghi e tempi diversi.

La domanda che ha contrassegnato il laboratorio di Venezia è riferita a come va concepito e come si configura un allestimento all’interno di un museo gassoso, questa domanda non poteva essere posta solamente agli architetti, ma andava a coinvolgere un insieme eterogeneo di competenze che ruotano intorno al tema: prima di tutto gli artisti stessi e poi altre figure come direttori di musei, esperti in semiotica…..ecc.

Il workshop quindi è stato concepito seguendo due impostazioni parallele: da un lato il dibattito teorico degli esperti chiamati ad argomentare sul tema e dall’altro un laboratorio costituito da un insieme di tavoli di lavoro guidati da un artista che proponeva un’opera o processo creativo, di cui un gruppo di studenti doveva immaginare l’allestimento, affiancati da un tutor-architetto (fra cui la sottoscritta membro di Amate l’Architettura), con il compito di sostenere e seguire lo sviluppo del tema.

Fra gli intervenuti nel dibattito: Giorgio De Finis, direttore artistico del Macro di Roma, Maria Rosa Jijon, attivista e segretario culturale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano), Agostino De Rosa, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia, Tiziana Migliore, docente di semiotica presso l’Università di Tor Vergata di Roma, Renato Bocchi, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia

Fra gli artisti che hanno condotto i laboratori: Massimo Mazzone, scultore e docente presso l’Accademia di Brera di Milano, Clemencia Labin, artista visuale venezuelana, Daniele Scarpa Kos, artista veneziano e Eleonora Gugliotta, giovane performer milanese.

Fra gli attori del dibattito, ritengo che sia stato particolarmente interessante, al fine di individuare le tendenze attuali nella gestione e configurazione dell’idea di museo contemporaneo, l’intervento di Giorgio De Finis, in qualità di direttore artistico del Macro, dove sta conducendo un esperimento di “Museo Asilo”, ovvero di museo contenitore indifferenziato e omni-accogliente della produzione artistica del presente. Questa esperienza si colloca all’interno di una concezione di museo aperto o museo contenitore neutro, che si propone di rappresentare attraverso l’abbandono di ogni intenzione interpretativa, uno spaccato dell’arte in progress. Questa idea di museo si configura molto vicina all’idea di museo gassoso, che perde le caratteristiche di monumento stabile e diventa un processo dinamico in grado di seguire le trasformazioni ed evoluzioni del modo di fare museo.

Altro contributo particolarmente pertinente è stato quello di Maria Rosa Jijon, che come promotrice culturale, ha descritto un progetto attualmente in corso in Sud America di “Museo Nomada”, cioè di museo senza museo, di un insieme di opere senza contenitore e quindi in grado di spostarsi ed essere ospitate in qualsiasi sede dislocata in qualsiasi posto, quindi la frantumazione del concetto di museo e la sua scomposizione in diverse realtà contemporanee.

Nei tavoli di lavoro del laboratorio sono stati elaborati diversi tipi di allestimento, dall’idea di Clemencia Labin di creare un ambito dedicato ad ospitare un quadro vivente, tipico della sua colorata e folklorica produzione vicina alla santeria sud americana, al processo creativo proposto da Daniele Scarpa Kos, come scomposizione e ricomposizione di tale processo in uno spazio pensato per far vivere al fruitore un frammento della creazione di un’opera.

La conclusione del workshop, che si è inevitabilmente configurato anche lui stesso come gassoso, apre la parola a nuovi scenari di interpretazione e ha rappresentato una piccola o grande provocazione che si propone di riattivare la capacità di immaginare il futuro come esercizio di pensiero.

L’evento è stato patrocinato da: “Amate l’Architettura” che ha contribuito anche in modo attivo con la partecipazione di alcuni membri dell’associazione; IUAV di Venezia, Ambasciata del Messico; Ambasciata Spagnola; Istituto Cervantes; Università di Architettura di Xalapa (Vera Cruz – Messico); Ordine degli Architetti di Roma; Ordine degli Architetti di Venezia.

 

Foto: Emmanuele Lo Giudice e Elena Padovani

Editing: Daniela Maruotti

IL SEGNO DEL TERREMOTO I vuoti urbani del Cratere MEMORIE SILENTI Castelsantangelo sul Nera (MC)

27 ottobre 2018

©MjZ

 

Il progetto “IL SEGNO DEL TERREMOTO. I vuoti urbani del Cratere” è nato dalla collaborazione tra le Associazioni Onlus Diatomea e Amate l’Architettura, in occasione del Convegno “SISMA UN ANNO DOPO. Analisi, valutazioni e prospettive”, promosso dal Comune di Castelsantangelo sul Nera (MC), tenutosi presso la struttura polivalente, sede provvisoria del Comune, il giorno 11 novembre 2017.

Lo scopo del progetto è quello di raccontare la situazione ad un anno dal Sisma che ha colpito il Centro Italia, ed, in particolare, di farlo attraverso le parole della Comunità che era presente al momento delle forti scosse, avvenute il 26 ed il 30 ottobre 2016, e delle persone che, come atto di solidarietà, hanno cercato, sin da subito, di prestare i primi soccorsi.
Le suggestioni personali e le interviste rilasciate tra le persone sono state raccolte nel Quaderno “MEMORIE SILENTI. Castelsantangelo sul Nera”, distribuito alla Comunità e a tutti coloro che hanno partecipato al convegno, gratuitamente, e di cui vi proponiamo la lettura digitale.

https://issuu.com/diatomea.net/docs/a4dossier_terremoto_pa_memorie_sile

Grazie alla collaborazione dell’arch. Anna Marzoli, abbiamo ottenuto i permessi per entrare nella “Zona Rossa” del Comune di Castelsantangelo sul Nera e delle sue frazioni ed, attraverso lo sguardo della fotografa Monja Zoppi, abbiamo realizzato un reportage fotografico che è stato raccolto in un Video, trasmesso durante il convegno, che descrive, attraverso i segni ed i vuoti generati, la devastazione lasciata dal sisma.

“La fragilità è, di per sé,
attesa di speranza e
capacità di comprendere
i bisogni dell’altro.

Per questo la cellula germinale
della comunità non può che risiedere
nell’avvertire l’appartenenza
ad una comunità di destino.” 

 

VIDEO
https://www.youtube.com/watch?v=fME4-alNEyQ

Video realizzato da Raffaella Matocci; photo di Monja Zoppi  ©MjZ

 

Le Associazioni onlus Diatomea e Amate l’Architettura, da sempre impegnate nel sociale, sono e saranno presenti sul territorio per continuare a contribuire nella divulgazione della situazione post-terremoto nei Comuni e nelle frazioni delle Marche.

 

Ringraziamenti speciali.

Si ringrazia per la collaborazione e per il contributo documentario:
Mauro Falcucci, Sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Anna Marzoli, Fabio Facciaroni, Gianfranco Mancini, Enzo Capasso, Maurizio Pittana, Renato Taschini, Andrea Di Franco, Angelo Cristiani e tutti gli abitanti di Castelsantangelo sul Nera per la loro disponibilità e gentilezza.

Per il quaderno “MEMORIE SILENTI. Castelsantangelo sul Nera”:
Tutti i testi e tutte le immagini sono coperte dal diritto d’autore.
© Per i testi e le interviste: Raffaella Matocci
© Per tutte le immagini: Monja Zoppi – ©MjZ
Durante la realizzazione del presente Quaderno ci si è premurati di chiedere l’autorizzazione ai diretti interessati per l’utilizzo delle interviste rilasciate.
Nessuna parte di questo Quaderno può essere riprodotta con alcun mezzo senza l’autorizzazione delle associazioni Diatomea ed Amate l’Architettura.

Per il video “IL SEGNO DEL TERREMOTO”:
Tutte le immagini sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ

 

Diatomea – Quaderno di Arte, Architettura, Fotografia, Cinema, Musica, Letteratura

Diatomea.net è una piattaforma che nasce con l’intento di divulgare e promuovere l’Arte in ogni sua forma e contenuto, intesa “come espressione estetica dell’interiorità e dell’animo umano”. Vuole essere una finestra sul significato profondo che le espressioni artistiche e le attività svolte sul sociale hanno nella vita di ognuno di noi attraverso le nostre attività, svolte singolarmente o collettivamente. Gli ambiti in cui volge il nostro lavoro toccano le Arti visive, figurative e performative, e ci facciamo portavoce di esperienze, reportage e dossier che hanno avuto luogo attraverso il nostro lavoro, le nostre passioni e i nostri interessi.

 

Roma a 4000K

Dopo circa un anno e mezzo (aprile 2017) dall’inizio delle sostituzioni delle vecchie lampade al sodio, nel centro storico di Roma, con nuove lampade a LED e dopo la levata di scudi di associazioni (culminata con una lettera pubblica di protesta al Ministro Franceschini), comitati, uomini e donne di cultura e semplici cittadini, dopo che, spinto dalla pressione delle associazioni, l’assessore all’urbanistica e lavori pubblici Montuori ha convocato con ACEA e Università, pur non invitando associazioni e comitati firmatari (ma che concezione vecchia e chiusa della gestione della cosa pubblica!!!), prospettando una collaborazione con le Università per la revisione del piano (precisamente con il master in lighting design della sapienza ed il laboratorio di illuminotecnica ed acustica di Roma Tre), il risultato che ne è derivato è un nulla di fatto.
Evidentemente ai componenti di questo tavolo di lavoro il non-progetto della sostituzione della tecnologia della pubblica illuminazione del centro storico andava bene così.
Anzi, se possibile, ne è risultato che c’è margine per fare peggio, come la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio stanno a testimoniare.

Dunque, è il momento opportuno per imbastire un ragionamento su quali potrebbero/dovrebbero essere le linee guida, gli spunti, per la progettazione della luce nella città storica di Roma. Questo articolo è volto quindi ad aprire una discussione su questo tema.

Illuminazione notturna del foro di TraianoA Roma non si pianifica più da quasi trent’anni. L’ennesima riprova di questo assioma è stato uno scellerato cambio di tecnologia della pubblica illuminazione, avvenuto all’inizio del 2017.

Perfino alcuni autorevoli quotidiani stranieri hanno parlato dell’effetto di questo cambiamento sulla percezione degli spazi pubblici del centro storico e della prevedibile reazione dei romani.

Cosa è successo esattamente? A partire da circa l’inizio del 2017, nel centro storico, sono state cambiate le lampadine al sodio, tecnologia presente da almeno una trentina d’anni nella Capitale, con lampade o piastre a LED, tenendo come unico parametro una luminanza di 20 lux (è un valore da me supposto, ma forse non ho sbagliato più di tanto) al metro sulla strada e una temperatura di colore di 4000 gradi Kelvin, che dà una luce fredda, tendente all’azzurro/verde.

Chi ha concepito questo cambio? Dal risultato si direbbe nessuno, vale a dire che non c’è un progetto illuminotecnico dietro questa operazione.

Il Comune, probabilmente, ha dato incarico ad ACEA, il gestore della pubblica illuminazione, di presentare una proposta e, come è costume delle partecipate romane e non solo, costoro, pieni di bravi elettricisti, hanno pensato che sapere avvitare e svitare una lampadina fosse sufficiente per cambiare la luce ad una città come Roma.

Il Comune, infatti, ha saputo snocciolare solo i dati relativi al risparmio energetico ed economico, come se i cittadini non avessero gli occhi per vedere.

Cominciamo ad affermare che non necessariamente la luce gialla prodotta da un lampada al sodio sia meglio di quella prodotta da una lampada a LED. Una lampada al sodio ha una resa cromatica (il Color Rendering Index o CRI, ci dice in che modo una sorgente è in grado di riprodurre il colore di un oggetto da essa illuminato) pari a 20, mentre le nuove lampade installate a Roma hanno un CRI 70. Nella foto che segue, si può vedere come, con la luce gialla, spariscano molti dettagli della facciata dell’edificio, confrontati con la facciata al LED. La luce gialla tende ad appiattire i piani prospettici, ma piace perché avvolge tutto un un alone di “mistero”.

piazza Cairoli

Per essere corretti, abbiamo dubbi anche su questo dato (il CRI 70), dichiarato dal Comune. Se si gira per la città, come abbiamo fatto noi, non è difficile scorgere a occhio palesi differenze di dominante della luce tra zone e zone. Per esempio tra il Lungotevere dei Vallati, che ha una dominante grigio-azzurra e Porta Cavalleggeri, che ha una dominante verde. Il colore della dominante si scorge soprattutto vedendo la sorgente luminosa con una visione laterale.

Lungotevere dei Vallati

Molti monumenti romani, già da tempo, sfruttano una sorgente di luce bianca per valorizzarne l’Architettura anche di notte.

Altare della Patria e illuminazione stradale di piazza Venezia

Anche i Fori Imperiali sono stati illuminati (non senza critiche degli addetti ai lavori) da Vittorio Storaro con questa tecnologia, non con le lampade al sodio

Il foro di Augusto illuminato da Vittorio Storaro

Il nodo del problema è che Roma, particolarmente nelle zone centrali e storiche non è una città come le altre. A Roma la gente va per sognare e, a detta dei più, le nuove lampade a LED a 4000°K restituiscono una luce da obitorio.

Porta Cavalleggeri

Allo stato delle cose è evidente la mancanza di un progetto di lighting design, fatto da progettisti specializzati in questa disciplina, che contempli le molteplici necessità del centro storico più grande d’Europa.

Per esempio: in un contesto urbano possono esserci delle gerarchie, le vie, i piani prospettici degli scorci, i monumenti con maggiore o minore rilevanza.

illuminazione monumentale: ponte Vittorio Emanuele II e Castel s.Angelo sullo sfondo

Finora si è optato per la differenziazione delle lampade delle vie pubbliche con quelle dei monumenti puntando a differenziarli visivamente, ad uno stacco tra loro, ma non è per nulla assodato che tale scelta sia pregevole.

Nel caso di Roma, massimamente rivestita di travertini e intonaci (dai bianchi del ‘500 al “colore del cielo” del ‘600, fino all’ocra del 700) potrebbe essere una scelta vincente quella che i colori dei palazzi monumentali siano valorizzati, anche in una visione notturna.

illuminazione a LED dei travertini di ponte Sisto

illuminazione del colore di Roma: Sodio vs LED a s. Andrea delle Fratte

Va inoltre pianificato il grado di illuminazione delle vie, una per una, rispettando, ovviamente, i parametri per contenere l’inquinamento luminoso. Può darsi il caso, infatti, che ci siano vie con facciate meno interessanti, che possono tenere una illuminazione bassa o vie delimitate da quinte urbane che vanno illuminate maggiormente. Anche questo va deciso in un piano della luce.

Si guardi per esempio l’immagine successiva che ritrae via Margutta, una delle vie più celebrate dai pittori del ‘900. L’illuminazione è bassa. Delle facciate si scorge ben poco.

via Margutta

Nel caso specifico, oltre l’altezza va definita anche l’ampiezza della curva fotometrica che emette il lampione. Si guardi la differenza tra la lampada a LED e quelle al sodio di una via del Rione Monti.

comparazione del risultato dell’illuminazione con diverse curve fotometriche al Rione Monti

Questo ultimo aspetto apre il discorso all’errore più grave che è stato commesso: pur avendo una commissione di proporzioni gigantesche, non è stato fatto alcun tipo di ricerca relativamente ai sistemi più idonei per adattare le sorgenti a LED ai vecchi lampioni. Adducendo problemi di riflessi , sono stati rimossi i vetri dagli storici lampioni fissati sulle pareti degli edifici ed è stata sbrigativamente fissata una piastra con LED sulla cupola metallica posta nella parte superiore del lampione.

i nuovi lampioni a LED senza vetri, con la sorgente luminosa sulla cupola della lampada

i vecchi lampioni con lampade al sodio con vetri e sorgente luminosa centrale

La luce risultante è quindi molto concentrata ed è stata creata una perfetta casa per i piccioni che infestano tutto il centro. In poco tempo, dunque, i lampioni sono lordati dagli escrementi degli uccelli. Sollecitati dalle associazioni dei cittadini sono corsi ai ripari rimettendo in alcuni casi, i vetri.

Perché la luce al sodio “fa sognare”? Perché restituisce meno informazioni, meno dettagli delle superfici che illumina. E’ questo probabilmente il secondo aspetto più rilevante, assieme a quello del colore, su cui un progettista della luce dovrebbe ragionare. Sia chiaro, avere più o meno dettagli visibili non è “meglio” o “peggio”, è semplicemente una scelta progettuale da operare in un ampio contesto di scelte.

Sodio vs LED: via degli Annibaldi

sodio vs LED: ponte Cavour

sodio vs LED: via Panisperna

Era questo inoltre il momento di affrontare una stratificazione dei corpi illuminanti avvenuta per più di 100 anni. Ai vecchi lampioni, derivati da quelli a gas, si sono affiancati altri lampioni alti dal disegno caratteristico (soprattutto nelle piazze ottocentesche) e i “campanoni” (le cosiddette lanterne modello “Roma” del 1925) sospesi con cavi d’acciaio tra i palazzi. Queste lampade storiche hanno, con la loro luce definita e con la loro forma storicizzata, caratterizzato le notti romane.

stratificazione e confusione delle tipologie di lampade nel centro storico: Lungotevere in Augusta

Un’ultima considerazione, riguardo ad un piano luce delle zone storiche di Roma, va fatta per il rapporto tra illuminazione privata e contesto pubblico.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di edifici con una propria illuminazione di facciata, di qualità e non, completamente avulsa dal contesto. Sono edifici di proprietà uniche, come hotel e grandi magazzini. Anche in questo caso si rischia di perdere una gerarchia dei segni, dei punti di vista, che sono una caratteristica precipua dell’urbanistica del centro di Roma. Un edificio isolato illuminato, infatti, può disturbare una vista prospettica che contenga monumenti pubblici e fondali importanti; più edifici illuminati in uno stesso contesto possono produrre l’effetto “Las Vegas”. Non ultima andrebbe affrontata, come si è fatto per insegne e cappottine, anche l’illuminazione dei negozi.

illuminazione di edifici privati a via Milano

piazza di Spagna: illuminazione dell’ambasciata di Spagna. Si noti il cornicione.

Un esempio dell’illuminazione non regolamentata dei negozi: via Frattina

Non è sempre necessario illuminare un edificio pubblico, con un valore storico-artistico. Non è sempre necessario evidenziarlo con una luce diversa. Certe volte è bene illuminarne solo alcune parti per restituire le suggestioni di una città unica come Roma, come ci mostra questa foto presa a piazza S. Silvestro, con la delicata illuminazione della chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni.

piazza s. Silvestro: a sinistra la chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni con la sola illuminazione della cupola, della lanterna e del campanile, accompagnata da una delicata illuminazione della facciata.

E’ Disneyland quello che vogliamo? Dobbiamo chiedercelo e fare, anche in questo caso, delle scelte.

L’amministrazione capitolina, attuale e passata, ha operato nella più totale insipienza. Anche di recente ha realizzato progetti, questa volta con il Dipartimento SIMU con la solita nefasta collaborazione di ACEA (Areti spa, del gruppo ACEA), che hanno prodotto risultati devastanti. Non ultima la ferita nel cuore pulsante di Roma: la nuova illuminazione di piazza del Campidoglio, (qui la galleria fotografica) dove l’ordine gigante michelangiolesco dei palazzi dei Conservatori e dei Musei, studiato in tutti i testi di storia dell’Architettura, viene tagliato in due e la gerarchia della facciata (le concavità del portico, l’ordine gigante, il cornicione di coronamento) viene annullata da uno “spezzatino luminoso”.

la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio.

Vogliamo, da architetti e da romani, che qualcuno affronti il tema del progetto complessivo della luce di Roma e si accolli la responsabilità delle sue scelte, compresa la Sovrintendenza, che da tempo sembra latitante.

 

Regesto di articoli pubblicati sull’argomento:

Trastevere, candele alle finestre contro le luci a led – Corriere

Nuova illuminazione di Roma_ l’ Interrogazione delle associazioni alla Sindaca _

Fermate subito la nuova illuminazione, è un attentato alla Bellezza di Roma – Emergenza Cultura

Roma Capitale e Università per nuova illuminazione della città. Piano LED al via i sopralluoghi.

Illuminazione: sopralluoghi per il piano LED: “lavorare per il bene della città”

Roma a LED, l’assessore accelera sul piano: “Entro l’anno luci nuove in tutta la città”.

Alcuni articoli tratti dal sito “Carteinregola” riportanti notizie sulle azioni principali messe in atto dai comitati per sollevare il problema:

Piano Led: questa non è una battaglia radical chic

Il Mibact fermi il piano LED: appello al Ministro

Piano LED: chi decide la qualità della città

Al Tavolo per la revisione del Piano LED non sono invitati i comitati

 

 

Tutte le foto dell’articolo sono dell’autore (© Giulio Paolo Calcaprina), con eccezione dell’ultima presa dal sito “il metropolitano.it”

500 eventi e un mese di architettura a Londra, un festival che diverte e fa riflettere!

13 settembre 2018

Anche quest’anno si è svolto a Londra, per tutto Giugno, il Festival Dell’architettura (FDA) https://www.londonfestivalofarchitecture.org/ , arrivato alla sua 11a edizione.

Oltre 500 eventi si sono svolti per tutta la città, la maggioranza di essi gratuiti e aventi per tema l’identità http://designstudioarchitects.co.uk/what-is-architectural-identity-part-i/.

Il maggiore festival di architettura annuale del mondo ha  avuto circa 500 mila partecipanti che si sono divisi tra mostre e installazioni, conferenze e dibattiti, studi aperti, tour, attività familiari, proiezioni di film, spettacoli per studenti e serate di architettura sull’importanza dell’architettura e del design a Londra oggi.

L’architettura  https://www.archdaily.com/773971/architecture-is-121-definitions-of-architecture “è  l’arte e la scienza di assicurarsi che le nostre città e edifici in realtà si adattino al modo in cui vogliamo vivere le nostre vite”. Si dice che una buona pianificazione e architettura dovrebbero permettere alle persone di prosperare, di imprimere il proprio carattere nel loro vicinato. Non dovrebbe controllare, definire o imporre determinati stili di vita.

Dopo aver navigato adeguatamente sul sito e studiato le tante opzioni a disposizione, ho cercato di visitare eventi di diverse tipologie, in modo da avere un’idea d’assieme del festival. Di seguito ho cercato di fornirne una dettagliata descrizione al fine di divulgare una manifestazione che, per quanto possa sembrare ludica e di nicchia, è un momento culturale importante per la comprensione delle tendenze in architettura e dei vincoli sociali, storici, politici che sono alla sua base.

  • Informazioni Storiche

Fondazione:

Peter Murray https://www.petermurraylondon.com/about.html

 

Frequenza:

Nato nel 2004 come biennale, visto l’enorme successo, il festival ha dal 2012 una frequenza annuale

 

Temi:

  • 2004 – Gentrificazione e Rigenerazione https://www.che-fare.com/percorso/rigenerazione-urbana/
  • 2006 – Cambiamento (transitorietà e coerenza, paesaggio rurale e urbano)
  • 2008 – FRESCO (pensieri freschi, idee fresche, talento fresco, collaborazioni e culture fresche come possibilità future)
  • 2010 – La Citta’ Accogliente (esplorare tre aree chiave di Londra)
  • 2012 – La Citta’ Giocosa (come i Giochi Olimpici stavano cambiando la città) https://www.dezeen.com/tag/london-2012-olympic-architecture/
  • 2013 – Un Tempo Per L’architettura (focalizzarsi sull’intera città)
  • 2014 – Capitale (esplorare i punti di riferimento dell’architettura storica e moderna della città)
  • 2015 – Work In Progress (uno sguardo al futuro di una città in costante stato di cambiamento e rigenerazione)
  • 2016 – Comunita’ (in concomitanza col referendum sulla Brexit)
  • 2017 – Memoria (di persone, edifici, luoghi e esperienze)
  • 2018 – Identità

 

  • Informazioni Utili

Posizione:

L’ubicazione del festival è “trasversale alla città” e riguarda soprattutto le zone centrali ma anche le periferie.

Media Partner Ufficiali:

The Architects’ Journal, Dezeen

 

  • Organizzazione

Il festival è suddiviso in tre categorie principali:

  • Punti salienti
  • Nucleo
  • Frangia

 

I 6 architetti finalisti del concorso di design per migliorare un triangolo pedonale fuori dalla stazione di London Bridge spiegano le loro idee di progetto. Lo scopo del concorso di design è quello di migliorare esteticamente lo spazio fuori dalla London Bridge Station e anche migliorare il wayfinding in quest’area in cui può essere difficile muoversi. Lo scopo dell’evento è di ascoltare ciò che la comunità locale pensa dei progetti e  ciò che pensa sia importante migliorare nel panorama stradale.

  • Passeggiate e tour

Il Festival dell’architettura di Londra del 2018  è stata un’occasione per sottolineare la sua storia frammentata, fatta da  gruppi culturali distinti, ma con un’identità collettiva (di persone, edifici, luoghi ed esperienze). La sua storia è viva ovunque: dal muro romano della City ai vecchi toponimi e al modello di strada medievale ,sempre della City, alle influenze di secoli di immigrazione e multiculturalità. Il risultato è una bellissima e peculiare fusione. Questo potrebbe essere un monito ed un esempio per l’Italia dove l’identità storica e culturale del passato è molto forte e coerente ma dove non si può dire lo stesso del presente. Con l’aiuto degli architetti si potrebbe pensare di facilitare l’integrazione dei nuovi gruppi di emigrati la cui presenza è ormai ineludibile consolidata.

 

Photo: Vita Cofano
Editing: Daniela Maruotti

Se crolla un tetto è perché fa acqua il sistema.

1 settembre 2018

Quando crolla un manufatto, in Italia, specie se importante, è prassi ricorrere ad una liturgia ormai ben canonizzata.

Il primo passo è mosso da chi ha eseguito i lavori, l’appaltatore e/o il committente, che dichiara che è stato eseguito regolarmente tutto quanto era previsto dall’appalto/contratto/convenzione.

Il secondo passo, che con un linguaggio contemporaneo potremmo nominarlo “disclaimer”, consiste nel dichiarare che il crollo è dovuto a parti che era difficile/impossibile diagnosticare.

In alcuni casi, quando non si ha timore di spararla grossa ci si appella a difetti di progettazione, come è accaduto per il crollo del ponte Morandi, che è durato – con i suoi difetti di progettazione – esattamente 50 anni, con un utilizzo indiscriminato.

Questa premessa, necessaria, ci apre ad alcune considerazioni a caldo che vorremmo fare con i nostri lettori circa il crollo del tetto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, a Roma.

Ovviamente nulla è possibile sapere delle dinamiche del crollo, non abbiamo documentazione puntuale dei lavori svolti, perciò l’unica cosa che possiamo fare è mettere in ordine una serie di dati che abbiamo raccolto.

1) L’oggetto dell’appalto dichiarato sul sito della Progetto BEMA srls, la società incaricata della progettazione, era di restauro restauro conservativo della chiesa di S. Giuseppe dei falegnami, comprensivo di rilievo scientifico, progetto di restauro e coordinamento della sicurezza, per un importo di circa € 748.000. Si sta parlando, visti i termini dichiarati, di un restauro completo, non parziale. Gli stessi disegni presenti sul sito della società riproducono un rilievo completo della chiesa.

2) L’impresa esecutrice che ha eseguito il restauro è la Aspera s.p.a., una impresa già al centro di violentissime polemiche perché è la stessa impresa – guardacaso – che ha eseguito il restauro delle facciate del Colosseo, uno dei peggiori restauri possibili a detta di molti esperti (tranne la sovrintendente Maria Rosa Barbera) eseguito sul bene culturale più iconico italiano, per le tecniche invasive utilizzate e per il risultato estremamente disomogeneo della pulitura delle polveri e incrostazioni dalle facciate.

3) La stessa impresa appaltante è una una società che si avvale di una SOA (società organismo di attestazione –ASPERA_SOA ) OG2 (una SOA generale di lavori edili su edifici storici) ma non ha SOA specialistiche (OS2) sul restauro, requisiti che dovrebbero essere a base di gara per monumenti di tal fatta (il Colosseo!) ma che, a quanto pare, non sembravano necessari ha chi ha bandito le gare d’appalto: il Mibact per il Colosseo e il Vicariato di Roma, sotto la supervisione del Ministero, per S. Giuseppe dei falegnami. La Aspera s.p.a. ha condotto una politica aggressiva di acquisizioni di altre società per attestarsi in una posizione dominante nel settore ma al contempo sta schivando le responsabilità connesse alle acquisizioni e alle esecuzioni dei lavori.

4) “la trave che ha ceduto era inaccessibile” si è affrettato a dichiarare il MIBACT. “Il lavoro era ben fatto”. E’ la dichiarazione che lascia le maggiori perplessità, specie se fatta da chi rivestiva il ruolo di controllore.
In un restauro completo di un tetto, come ci mostra una foto presa dal sito della Progetto BEMA, il lavoro avviene dall’alto, ovvero rimuovendo le tegole e i correnti a sostegno del tetto. Le capriate rimangono libere (e perciò visibili) e anche le catene di queste, lignee o metalliche, sono accessibili rimuovendo il palancato ligneo visibile nella foto sottostante (presa dal sito della BEMA).


Nei casi di un restauro di un tetto, in genere si monta un tetto provvisorio, specie quando rimuovendo un tetto si lascia senza riparo un controsoffitto di pregio, proprio per avere tempo di effettuare una diagnostica più approfondita, soprattutto quando non è possibile eseguirla prima di smontare il tetto stesso. Nella foto riprodotta qui sotto (presa dal sito della BEMA) questo tetto provvisorio non c’è. Indice che nel restauro c’era la volontà di correre e non di approfondire. Forse non è un caso che la Direzione dei Lavori, che dovrebbe essere sempre terza in un opera, sia stata affidata all’Ufficio Tecnico del Vicariato. E’ il caso di committente che dirige i suoi lavori.

5) Il restauro della chiesa è stato finito nel 2015. Un tetto rifatto da tre anni non può crollare per fatalità. Colpisce il fatto che sia crollato estesamente nella sua parte centrale, come se ci fosse stata una reazione a catena tra le capriate

6) Sia nel caso del ponte Morandi, come nel caso del Colosseo e della chiesa di S. Giuseppe, c’è un rapporto tra istituzione pubblica, che può essere solo supervisore o committente, a seconda dei casi, e privato (Autostrade s.p.a., Della Valle, Vicariato) che non funziona. In questi tre esempi la pubblica amministrazione non ha controllato/appaltato a dovere, con i risultati che si sono visti.

Dobbiamo chiederci perché.

Forse potremmo azzardare alcune ipotesi:
a) le strutture pubbliche e i loro uffici tecnici negli ultimi venti anni sono stati impoveriti di risorse, di competenze tecniche, di snellezza decisionale;
b) le strutture pubbliche, per esempio le sovrintendenze, sono state caricate inutilmente di gravami burocratici su questioni di infima importanza: avete mai provato voi a modificare il finestrino di una soffitta, non visibile dalla strada, in centro storico di Roma? Avete mai provato a rendere conforme la preesistenza (come chiede la legge) di un appartamento nel centro storico di Roma per poterlo vendere? Se vi fate una passeggiata a via di S. Michele 17 a Roma, sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, nell’unica mattina di apertura della settimana (cogli l’attimo!), potrete vedere eroici funzionari questionare di pratiche di tutti i generi, anche di infimo ordine, dietro scrivanie sommerse di pratiche e altrettanto eroici architetti e tecnici vari aspettare, in piedi, per ore, da ben prima delle 8 di mattina, per potere essere ricevuti.

Dunque se le risorse sono poche e la cavillosità della legge è elevatissima, non potremmo stabilire una priorità dell’attenzione degli interventi, semplificando quelli di ordine minore?

Dunque ecco le tracce di riflessione per chi vuole comprendere come migliorare le cose:

  1. Nonostante i codici degli appalti continuamente rivisti in questi anni, la selezione di chi deve operare non funziona. Il sospetto è che non ci sia volontà di applicare correttamente i criteri selettivi.
  2. La pubblica amministrazione ha fallito nella sua funzione di controllo e committenza; mentre 30 anni fa era più efficiente. Segno che nel frattempo è avvenuto qualcosa a cui bisogna porre riparo.
  3. Gli adempimenti burocratici sono cresciuti a dismisura negli ultimi venti anni mentre l’efficienza dei controlli e la qualità delle opere è diminuita. E’ segno che la qualità non risiede nella ipertrofia burocratica, che tra l’altro è una delle maggiori cause dell’immobilismo del paese. Anche a questo andrebbe posto riparo.

Dato che è passato un po’ di tempo, vi riportiamo qui sotto i link di alcuni articoli di critica ai lavori del Colosseo, buona lettura.
Il Giornale dell’Arte
Arte Magazine
Il Fatto Quotidiano
Il Corriere della Sera – Roma
Il Manifesto

Infine, riportiamo la lettera aperta scritta dall’Associazione senza scopo di lucro “Restauratori senza frontiere”, in occasione dei restauri del Colosseo, che, magari di parte, dà tuttavia uno spaccato impietoso sulla qualità e le modalità di affidamento dei lavori di restauro del Colosseo.

 

Conoscere e cooperare per potere dire veramente “Buona Scuola”! L’Embodied Cognition spiegata dai ricercatori e applicata sul campo dai docenti, intervengono la prof.ssa E. Buondonno, il prof. F. Gomez Paloma e l’arch., docente L. Vaccaro.

30 giugno 2018

Accingendomi a scrivere questo testo mi accorgo che prendo mentalmente a canticchiare il geniale brano di Elio e le Storie tese “La terra dei Cachi” (1996). Il titolo di questa canzone mi fa da sempre pensare ad un passo dell’Iliade (libro IX, vv 83-103) nel quale si narra dell’approdo di Ulisse e dei suoi alla terra dei Lotofagi. Tale popolo si nutriva esclusivamente del “dolce frutto del loto” (popolarmente detto anche “caco”), il quale aveva la caratteristica di gettare la mente di chi lo mangiasse nell’oblio, di far perdere la memoria, motivo che spinse Ulisse a ricondurre con la forza i suoi uomini sulle navi allorché mangiato il frutto stavano per dimenticare la patria e abbandonare il viaggio verso di essa!

In questa nostra Italia fortemente burocratizzata, afflitta da corruzione e abitudini difficili da estirpare tra vincere un concorso e vedersi affidato l’incarico, tra l’inizio dei lavori e la fine degli stessi, passano anni segnati da inchieste, commissariamenti, vertenze, disguidi di vario genere per cui il progetto che nel momento del suo concepimento aveva caratteri innovativi diventa obsoleto nel momento della sua realizzazione (quando questa va a buon fine), in tal modo il Paese non è mai al passo e si arretra. Leggi entusiasmanti ed encomiabili sulla carta si risolvono in un nulla di fatto. Talvolta i rallentamenti sono dovuti a contraddizioni rilevate in ritardo, a concorso in fase di svolgimento o già svolto. È il caso del concorso “Scuole Innovative”, arenatosi nelle incongruenze notificate dall’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) con delibera n. 185/2018 al MIUR (Ministero Istruzione Università e Ricerca). Restano perciò ancora bloccati i fondi stanziati dalla legge “Buona Scuola” (Legge 107/2015) in base ai quali era stato indetto il concorso per la realizzazione di scuole innovative tanto dal punto di vista strutturale della costruzione, dei materiali e degli impianti quanto dal punto di vista degli interni architettonici perciò degli ambienti di apprendimento. Di tali innovazioni si è maturato il bisogno per migliorare le prestazioni della nostra scuola adeguandola a modelli più all’avanguardia già in uso in altre parti d’Europa e del mondo.

In un Paese, dunque, dove sovente si verificano situazioni come queste, dove tutti i tempi di attesa sono dilatati, gli atti ufficiali giacciono ammonticchiati in pile negli uffici pubblici in attesa di essere trascritti definitivamente nei pubblici registri, i reati, anche quelli gravi, cadono in prescrizione, sembra che gli italiani siano destinati a smarrire la memoria delle loro speranze, dei loro investimenti di tempo, delle aspettative riposte nei governi eletti, delle promesse dei politici e debbano rassegnarsi a smettere di andare verso la realizzazione dei propri progetti. Sembra che la memoria degli italiani venga messa a mollo in uno stato di sospensione e di distrazione per allentare la pressione di chi aspetta su chi deve fornire risposte, riscontri, soluzioni. Chi può fare la parte di Ulisse, scuoterci con forza e riportarci a riprendere diritti il nostro cammino? Nessuno se non noi stessi attraverso la nostra coscienza civica. Ognuno ha il dovere di non lasciarsi assuefare e la responsabilità civile di sostenere per se stessi e per la comunità il valore dei progetti, di alimentarli e portarli avanti, di non lasciarsi stancare, di vegliare, di chiedere, di pretendere che le cose si facciano, di dare voce in ogni modo ai disagi, ai bisogni, di tenere in piedi il confronto e nutrire il senso critico. Ognuno deve operare in funzione del bene proprio e di tutti impegnandosi come può e incarnando un esempio positivo! Ecco perché la passione e la tenacia degli insegnanti, degli architetti, dei dirigenti scolastici (unita a quella di allievi, genitori e cittadini) che investono le loro personali energie per migliorare la scuola, impegnandosi oltre i confini dei compiti a loro formalmente spettanti, costituiscono un esempio virtuoso da tenere in conto, valorizzare e diffondere. Ed è per questo che avendo potuto osservare uno di questi esempi attraverso il convegno “Scuole innovative: Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici” , tenutosi lo scorso 31 maggio al Liceo Classico G. Vico di Napoli, ho pensato di scriverne per onorare certi valori e principi in cui credo, anche da cittadina. In un precedente post ho presentato il progetto nei suoi tratti generali, mentre in questa seconda occasione, accogliendo alcune richieste di approfondimento, sono felice di entrare più nel dettaglio del tema e dei progetti che sono stati illustrati al convegno da una ventina di scuole di Napoli e provincia i cui docenti hanno avuto la possibilità di partecipare ad un corso di formazione volto all’acquisizione di strumenti per la progettazione di nuovi spazi scolastici, promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P. e C. di Napoli e Provincia in collaborazione con il liceo ospitante, sotto il coordinamento della Prof. Emma Buondonno (Università Federico II) e la guida scientifica del prof. Filippo Gomez Paloma (Università degli Studi di Salerno).

Ci conducono più addentro al progetto: la prof. Buondonno, il prof. Gomez Paloma, l’arch. Vaccaro a cui ho rivolto qualche domanda.

La prof. Emma Buondonno, che ha aderito all’organizzazione del Corso di Formazione sull’ Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici per le Scuole Innovative soprattutto per consolidare il processo di cooperazione istituzionale tra i soggetti e gli enti coinvolti, conduce e coordina un gruppo di ricerca di progettazione architettonica e ambientale e di urbanistica i cui risultati sono periodicamente pubblicati sulla collana da lei diretta giunta ormai al 20° numero. Un ambito degli studi riguarda la progettazione partecipata con i bambini e le bambine in cooperazione con il Laboratorio Regionale della Città dei Bambini e delle Bambine di San Giorgio a Cremano e con le scuole di Napoli e provincia. In questo campo ha promosso numerosi laboratori interdisciplinari con agronomi e architetti tra i quali “Il giardino della mia scuola sarà pieno di fiori”, “Germogli”, “Un albero per ogni bambino nato o adottato” per le scuole di Melito di Napoli e di Calvi Risorta e il “Piano delle aree di gioco urbane”.

C.S.: Prof.ssa Buondonno, nell’ambito del progetto che stiamo esplorando, lei si è occupata del coordinamento tra i diversi attori intervenuti, aspetto particolarmente delicato in un progetto sperimentale, interdisciplinare e complesso come questo. Può tracciare per noi lo scenario architettonico, sociale e normativo che si delinea intorno alla scuola italiana in questo momento storico, per capire qual è il punto di partenza nel progetto?

E. B. : Prima di tutto desidero rivolgere due grandi e sinceri ringraziamenti, il primo, al prof. Filippo Gomez Paloma che ha generosamente coinvolto gli architetti in questo percorso scientifico interdisciplinare che ha molti traguardi da raggiungere e, il secondo, a te Cristina per esserti fermata ad approfondire ed indagare le ragioni che hanno spinto un team di architetti e ricercatori ad offrire un contributo per il dibattito aperto sul mondo della scuola e dei giovani tra disfunzioni attuali e proiezioni verso il futuro.

Questi primi decenni del nuovo secolo sono attraversati da dilemmi umanitari di portata epocale e globale. La grande crisi energetica degli anni ’70, la grande crisi politica dei paesi social-comunisti e maoisti alla fine degli anni ‘80 e la grande crisi finanziaria del 2008 hanno messo in luce i punti di debolezza dei sistemi politici ed economici iperliberisti e neocapitalisti.
Nell’architettura e nell’urbanistica si riflettono direttamente gli effetti di questi tre principali fattori che conducono alla crisi umanitaria dei nostri giorni e al divario sempre più incolmabile tra concentrazioni di ricchezze in poche mani e allargamento delle fasce a impoverimento progressivo fino alla povertà assoluta. Sovrappopolazione e sovra-urbanizzazione sono gli aspetti complementari della stessa medaglia i rischi ambientali del pianeta e di sopravvivenza delle specie viventi.

Da tale consapevolezza nasce la necessità di codificare i nuovi paradigmi dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee:

1. Consumo di suolo zero/Bio-remedation;

2. Costruire sul costruito lasciando alla natura il tempo di reagire;

3. Architettura bioclimatica che produce energia piuttosto che consumarla;

4. Architettura e Natura, architettura come protesi della natura;

5. Cooperazione tra costellazioni di città in antitesi alla competizione tra metropoli – decentramento contro densificazione/desertificazione;

6. Flessibilità e reversibilità dell’Architettura con impiego di materiali riciclabili – Riuso e Recupero prudente;

7. Nuova etica dell’Architettura.

Se dovessimo sviluppare il settimo paradigma andrebbe declinato proprio nella logica dell’Embodied Cognition e nella sintesi delle relazioni tra il corpo dell’architettura e il “corpo” della comunità.
La sperimentazione progettuale non può più prescindere da tale considerazione se si intende concretamente “umanizzare” edilizia e quartieri che in molte città metropolitane amplificano invece di ridurre il disagio sociale e le condizioni di diffusione di patologie, fino a quelle neurodegenerative. Proprio in quest’ultimo campo scientifico si stanno promuovendo importanti studi per stabilire l’influenza dell’organizzazione spaziale dei quartieri e dell’asemanticità degli edifici sia pubblici che privati che conducono all’isolamento degli anziani e all’alienazione sociale dei gruppi di diverse etnie sempre più esposti alle patologie neurodegenerative. L’incremento delle patologie neurodegenerative genera a sua volta l’incremento della spesa sanitaria a carico dello Stato e quindi migliorare le condizioni di vita e di salute dei cittadini si traduce in politiche di prevenzione e di cura piuttosto che di intervento sanitario certamente più costoso. Gli strumenti conoscitivi e delle competenze ingegneristiche ed architettoniche non sono più adeguati rispetto alle problematiche attuali e in particolare proprio l’architettura scolastica e dei luoghi dell’istruzione e della formazione risentono del conflitto crescente tra finanziarizzazione dell’edilizia e scopo virtuoso dell’industria delle costruzioni.
Non si deve dimenticare, inoltre, l’evoluzione normativa in materia di edilizia scolastica come l’adeguamento antisismico, l’eliminazione delle barriere architettoniche per le diverse abilità, il sistema di controllo e di risparmio energetico, il controllo dell’efficienza impiantistica e tecnologica e il rispetto normativo dei rapporti illuminanti, di esposizione e di disposizione degli arredi. Normalizzazione ed efficientamento che tendono alla standardizzazione e all’asemanticità dei luoghi preposti all’apprendimento e, dunque, che allontanano piuttosto che fare incontrare le esigenze ed i fabbisogni di bambini e di adolescenti nelle loro attività di sviluppo conoscitivo.

Gli ordinamenti didattici, in più, devono adeguarsi ed aggiornarsi in edifici scolastici progettati e realizzati nel tempo con funzioni ed ordinamenti diversi dagli attuali; si evidenziano, quindi, due ordini di problemi, da un lato il patrimonio architettonico che ereditiamo dal passato con la necessità di adeguarlo alle normative in materia di sicurezza e, dall’altro lato, la spinta verso forme contemporanee di organizzazione didattica molto spesso costretta in edifici non rispondenti alle nuove istanze dell’apprendimento.
Analizzando il primo aspetto del problema bisogna precisare che il patrimonio scolastico che ereditiamo dal passato può essere diviso in tre distinte categorie:

1. Gli edifici scolastici costruiti prima della seconda guerra mondiale che rappresentano il patrimonio d’interesse storico ed anche le scuole dove una data comunità si riconosce; per questi edifici, per i quali non sempre è possibile garantire i livelli di adeguamento alle nuove normative, è opportuno il restauro ed il risanamento conservativo con la destinazione d’uso più adeguata come ad esempio “casa della cultura e dell’istruzione” e memoria storica delle scuole di una città o di un paese. In questo caso prevale la “ragione storica” ed è principalmente questa a dover essere salvaguardata.

2. Gli edifici scolastici costruiti tra il 1950 ed il 1970, cioè antecedenti alla prima legge antisismica. Generalmente si tratta di edilizia priva di qualità architettonica, obsoleta dal punto di vista impiantistico, tecnologico, a rischio sismico, energivora ed avulsa dai contesti urbanistici poiché generalmente le scuole di tale periodo sono state edificate nelle aree verdi dei centri storici o nei quartieri di espansione urbana. Questo patrimonio edilizio è quello che certamente deve essere destinato alla “rottamazione edilizia” poiché i costi del recupero anziché della ristrutturazione edilizia ed urbanistica sarebbero certamente superiori alla costruzione ex-novo con tecniche all’avanguardia per il risparmio energetico e rispondenti alle esigenze didattiche attuali.

3. Gli edifici scolastici costruiti successivamente all’entrata in vigore della prima legge antisismica e in particolare l’edilizia post sisma ’80 che in Campania ha visto la realizzazione dei comparti della legge 219 con quartieri del programma straordinario di edilizia residenziale pubblica e le relative scuole. In questo caso le costruzioni sono state del tipo della prefabbricazione con un tempo di ciclo di vita previsto di circa trent’anni, dunque si tratta di edilizia già senescente con pochi margini di recupero ed anche in questo caso è opportuno prevedere la sostituzione edilizia ex-novo.

Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto del problema è maturo il tempo di una congruenza a livello europeo degli ordinamenti didattici e percorsi formativi internazionali in scuole adeguate alle future esigenze.
In sostanza si è di fronte ad una stagione fondamentale possiamo dare gambe al progetto di costruzione della comunità europea partendo proprio dalle ‘generazioni erasmus’ che si sono formate attraverso gli scambi di studenti tra le scuole e le università europee; adesso però tocca alla costruzione di scuole europee ed internazionali all’altezza delle richieste per le future generazioni. Si deve portare l’Europa fisicamente con le nuove architetture nei territori, nelle città, nei paesi dell’Italia. La sfida è tra rafforzare i principi democratici di scuole pubbliche aperte ai territori di aiuto alle comunità per essere capaci di crescere culturalmente, socialmente ed economicamente insieme o far prevalere paure e pregiudizi sulle nuove povertà globali. Certamente non è possibile vincere questa sfida senza la cooperazione istituzionale del mondo della scuola come del mondo dei comuni e delle province e degli architetti e dell’università.

Nel corso di formazione per le Scuole Innovative alla luce dell’Emboided Cognition Design come nuovo paradigma degli spazi scolastici si è inteso sperimentare con dirigenti scolastici e docenti le possibilità di flessibilità e di adeguamento dell’architettura alle nuove istanze dell’EC stesso.

L’architettura è il risultato dell’integrazione di elementi di natura empatica come l’idea originaria del progetto, lo scopo e i significati e di elementi fisici come i materiali, le tecniche costruttive, la struttura portante di un edificio e le sue funzioni.

Dalla composizione delle due sfere, degli elementi di natura empatica e degli elementi di natura fisica, si possono decodificare i quattro poli dell’architettura: forma/scopo da un lato e struttura/funzione dall’altro. Nella storia dell’architettura di volta in volta le poetiche moderne e contemporanee si sono misurate con questi quattro poli e, in particolare, l’Emboided Cognition coinvolge la sfera con i due poli di Forma e Scopo e di come questi interagiscono con la percezione da parte del corpo umano dello spazio architettonico reale.
Il corso ha rappresentato un primo tassello di congiunzione tra la sperimentazione scientifica interdisciplinare da un lato e la pratica applicativa con le scuole dall’altro. La strada da percorrere è ancora in fase sperimentale ma lo scopo di ampliare l’idea di progettare nuove scuole che aiutino docenti e studenti a lavorare sempre meglio insieme per sé stessi e per gli altri forse potrebbe apparire ingenuo e debole alla luce di quanto leggiamo quotidianamente sui giornali di casi di bullismo giovanile contro studenti e docenti o di vandalizzazione e distruzione di scuole predate di attrezzature innovative che lasciano un profondo segno di violazione nei luoghi destinati proprio ai bambini e ai ragazzi. In realtà il percorso intrapreso è rivolto ad affermare l’importanza di ripensare alla scuola partendo da tutti i soggetti effettivamente coinvolti e non con modelli precostituiti e imposti che schiacciano l’intero corpo del mondo della scuola e dell’università e l’umanità che tali mondi generano.

Delineato il quadro generale nel quale è nato e si e sviluppato il progetto, lasciamoci condurre al cuore del tema sul quale esso è imperniato dal prof. Gomez Paloma che conduce e coordina un gruppo di ricerca sull’Embodied Cognition orientata all’applicazione in ambito pedagogico, il quale vede la partecipazione di due docenti di Università campane, Prof. Marco Borrelli dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e Prof. Domenico Tafuri dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope, nonché dell’architetto Marina Calò nella veste di docente di Arte e Immagine presso l’I. C. Savio – Alfieri.

C.S.: Prof. Gomez Paloma cosa è l’“Embodied Cognition”, la “Cognizione Corporea”, e quali discipline coinvolge il suo studio e la sua definizione?

F.G.P.: Gentile Cristina, innanzitutto grazie per avermi interpellato su un tema a me tanto caro. L’Embodied Cognition (EC) è un paradigma interdisciplinare, a carattere internazionale, sorto intorno agli anni ‘80 che accomuna più teorie, di matrice umanistica e scientifica, finalizzate alla valorizzazione del corpo nei processi cognitivi dell’essere umano. Si spazia dalla Filosofia alle Neuroscienze, dalla Biologia alle Scienze dell’Educazione, dalla Psicologia all’Antropologia: in tutte queste discipline le energie euristiche sull’EC confluiscono sul significativo ruolo del corpo nei processi cognitivi. Sia ben chiaro, per processi cognitivi non intendiamo solo meccanismi relativi all’apprendimento, ma anche tutto ciò che si esprime nei comportamenti attraverso e grazie ai pensieri e alle emozioni di tutti i giorni. Cognizione ed emozione, infatti, sono oggi intese come un “tessuto epigenetico” a carattere bio-psico-sociale, all’interno del quale la corporeità riveste un ruolo di collante di percezione e azione.

C.S.: L’Architettura e l’uomo sono entrambi dotati di un “corpo”, in che relazione stanno fra loro questi due corpi? Può quello dell’Architettura essere considerato un ampliamento del corpo umano nello spazio?

F.G.P.: È proprio così, lo spazio architettonico, inteso come ambiente percettivo e interattivo del e per l’essere umano, rappresenta sicuramente un’estensione del corpo umano. Non per niente le ricerche sull’EC confermano che gli stimoli ambientali, che derivano anche dallo spazio architettonico, incidono sulla mente del soggetto che lo vive, modificando strutturalmente, a livello anatomico e fisiologico, gli stessi neuroni e le stesse sinapsi del vivente, predisponendo circuiti nuovi e funzionali a soddisfare l’ambiente. Corpo architettonico, quindi, inteso come modulatore del cervello biologico dell’uomo. Dal momento che l’apprendimento umano avviene in risposta ad un adattamento cerebrale sollecitato dall’ambiente, si comprende facilmente come lo spazio architettonico possa giocare un ruolo primario a livello percettivo e di benessere (a livello embodied appunto) per tutte le “funzionalità” cognitive dell’essere che lo vive.

C.S.: Lo spazio definito dall’architettura può considerarsi come il tessuto connettivo che tiene insieme gli uomini, ha un peso sulle loro relazioni, le può indurre, modificare, qualificare?

F.G.P.: La storia e la sua evoluzione ci hanno insegnato da sempre che spazio e relazioni umane hanno avuto ed avranno sempre un grande nesso. La logica vorrebbe che il divenire culturale e sociale dell’uomo, nell’evolvere continuo delle dinamiche relazionali di cui si nutre, orienti l’architettura ad adattare l’allestimento dello spazio alle esigenze dei viventi. Credo invece che oggi possa accadere anche l’inverso: lo spazio architettonico, nella sua implicita connotazione specifica, a seconda di come è configurato, può modellare e qualificare (nel bene e nel male) le modalità di conduzione e di relazione sociale dei soggetti che lo vivono. Questo accade proprio perché il corpo, quale entità percettiva dell’ambiente, assorbe sollecitazioni che inducono la mente ad elaborare processi comportamentali consoni e funzionali alla configurazione dello spazio circostante. Va specificato, però, che il grado di tale assorbimento dipende dal filtro percettivo con cui l’essere vivente si pone, filtro che varia la sua larghezza delle “maglie” a seconda dei modelli sociali a cui afferisce e dell’esperienza di vita personale condotta.

C.S.: I criteri dell’Embodied Cognition sono concretamente applicabili a tutti i tipi di scuole che possono riscontrarsi sul territorio italiano di cui ha avuto modo di analizzarne con il suo lavoro numerosi esempi? Oppure costituiscono un deterrente all’applicazione del paradigma le condizioni economiche, le caratteristiche fisiche della struttura / architettura di partenza?

F.G.P.: Il fatto che l’EC non rappresenti un protocollo vincolante e dogmatico, con specifici veti o postulati tali da giustificarne l’esistenza e la sua significazione, ci consente di calibrarne il costrutto e di modularne l’applicabilità. Questo significa che non è detto che esistano due categorie di scuole: con e senza principi dell’EC. Piuttosto esistono vari principi dell’EC, alcuni applicabili in talune scuole, altri consoni ad altre tipologie di istituzioni scolastiche. Questo perché i principi dell’EC afferiscono non solo a variabili architettoniche, ma anche a variabili umane legate a competenze professionali dei docenti, dei dirigenti, delle famiglie, a sensibilità degli EE.LL. (economia giustappunto), a politiche del territorio (piano regolatore ad esempio). Certo, qualora la struttura scolastica fosse storica, toccherà lavorare sì sull’allestimento degli spazi già esistenti (riqualificazione), ma sarà fondamentale intervenire sulla formazione culturale e professionale dei docenti affinché gli stessi attori valorizzino e non reprimano tale riqualificazione. Nel caso di una scuola da ristrutturare, o costruire ex novo, saranno le configurazioni degli spazi secondo i principi dell’Embodied Cognition Design (ECD) che indurranno docenti, dirigenti e famiglie a riformulare la didattica secondo innovazioni metodologiche. In entrambi i casi si tratta di valorizzare il paradigma dell’EC inquadrandolo come approccio sistemico. È proprio così che è nato il filone dell’ECD, approccio la cui genesi è frutto del forte contributo, motivazionale e professionale, dell’architetto docente Marina Calò, con la quale si è deciso di lanciare questo indirizzo di ricerca partendo appunto dalla pratica di coloro che vivono tutti i giorni le emergenti problematiche della scuola.

C.S.: La formulazione di nuovi spazi se da un lato nasce dal bisogno di rispondere a nuove esigenze abitative e relazionali dall’altro spinge anche verso nuovi modelli, li suggerisce, come vengono messe in equilibrio fra loro queste due “forze”?

F.G.P.: È un po’ come dire: è nato prima l’uovo o la gallina? È la didattica che guida l’organizzazione (anche degli spazi) della scuola o quest’ultima ad orientare la progettazione didattica e la metodologia di apprendimento? Credo che il miglior modo di approcciare al problema è quello di non standardizzare una formula specifica o lineare di successo, ma consentire di far adottare alle scuole modelli plurali scegliendo, a seconda delle caratteristiche del sistema scuola, se intervenire sulla formulazione di nuovi spazi per rispondere a nuove esigenze metodologiche, se predisporre ambienti di apprendimento innovativi per spingere a formulazioni didattiche più funzionali e pregnanti o se, sarebbe l’ideale, intervenire su entrambi i fronti. È proprio questo equilibrio tra queste due forze propulsive – Architettonica e Pedagogica – che, combinato e adattato a quella peculiare condizione di sistema scolastico, può portare al successo dei ragazzi e alla svolta sociale del valore istituzionale della scuola. Ci tengo a sottolineare che questo connubio scientifico e culturale è stato possibile implementarlo durante il corso di formazione tenuto al Liceo G.B. Vico di Napoli anche grazie alla grande professionalità accademica della Prof.ssa Emma Buondonno, stimata docente di Progettazione architettonica dell’Università di Napoli Federico II.

C.S.: Che ruolo hanno nella sua ricerca i diversi attori che agiscono all’interno dell’ambiente scolastico, dai DS agli allievi, dagli insegnanti ai genitori?

F.G.P.: Essenziale! Il contenitore scuola può essere modificato e ri-configurato secondo paradigmi progettuali innovativi e pedagogicamente avanzati (ECD), ma senza la predisposizione degli attori tutti alla valorizzazione del ruolo degli ambienti di apprendimento è possibile fare poco. Sì, l’ambiente condiziona il comportamento di chi lo vive, ma ciò che modifica il vero statuto pedagogico della scuola è la professionalità dei protagonisti della vita scolastica, frutto specialmente della formazione sulla persona. Ognuno di noi nella vita può essere sapiente e competente sulle discipline e sulle metodologie più innovative, ma resta l’ESSER dirigente, l’ESSER docente, l’ESSER alunno, l’ESSER genitore la chiave del successo. Ciascun ESSERE, a prescindere dai ruoli e dalle funzioni, è legato alla propria personalità, alla modalità di relazione, alla percezione dei fenomeni della vita e degli eventi che si presentano nell’ambiente circostante. Ed è proprio questa delicata e dinamica relazione soggetto/ambiente che rappresenta la chiave universale sulla quale lavorare, per la quale vale veramente la pena di mettersi in discussione. Solo così sarà possibile tornare alla centralità dell’educazione e della scuola per riconquistare la nostra legittima serenità del vivere civile.

Infine, volendo fornire al lettore una restituzione del progetto anche dal punto di vista degli effetti ottenuti sulle scuole attraverso il corso di formazione menzionato in questo articolo e l’applicazione ad esse del concetto di Embodied Cognition, ho pensato di fare intervenire uno dei docenti di scuola che ha seguìto il corso per conto del suo Istituto. Ho scelto fra i vari progetti presentati al convegno quello presentato dai docenti arch. Donato Maria La Pegna e arch. Luigi Vaccaro per conto dell‘Istituto I.C. Socrate – Mallardo, di Marano di Napoli (DS Teresa Formichella), poiché ho trovato interessante come questo progetto dimostrasse che pur rispettando la rigidità della pianta iniziale e dei numerosi vincoli (caratteristiche comuni a quasi tutte le scuole) si possano modificare gli interni di una scuola in modo da restituirla ai suoi utenti, agli studenti innanzitutto, completamente rinnovata nelle possibilità di fruizione. Pertanto risponde a qualche domanda l’arch. Luigi Vaccaro, docente di tenoclogia.

CS.: Arch. Vaccaro so che l’edificio nel quale alloggia la sua scuola è stato costruito negli anni ’80 ed è caratterizzato da una pianta con una rigida distribuzione degli spazi. Come è stato possibile applicare ad essa il paradigma dell’Embodied Cognition, avete riscontrato delle difficoltà e se si quali?


L.V.: Cristina, grazie per queste domande che mi consentono di illustrare più nel dettaglio il progetto sviluppato relativamente alla scuola nella quale insegno. Innanzitutto preciso che il progetto/esperimento ha interessato solo una parte della scuola che è molto grande (oltre 4.500 mq. nel totale). Abbiamo lavorato su un corpo basso che ospita 6 aule, aggiunto all’edificio centrale in un secondo momento, e sulla corte aperta che esso stesso contribuisce a definire. Il primo limite di cui abbiamo dovuto tenere conto è l’esiguo spazio a nostra disposizione, infatti il rapporto “mq per le attività didattiche / alunni” è solo di 2.6, il che rende impossibile adottare la soluzione dell’Open Space che è quella più indicata a soddisfare le esigenze della nuova didattica, avremmo avuto diversi problemi come interferenza fra gli alunni e inquinamento sonoro. Perciò, esclusa l’ipotesi del superamento dell’aula in quanto tale, abbiamo dovuto lavorare sulla ridefinizione dei suoi confini e sull’asse connettivo che unisce fra loro le diverse aule. Abbiamo dunque ricercato una permeabilità tra le varie parti architettoniche e l’abbiamo ottenuta trasformando i muri divisori in diaframmi leggeri con l’impiego di asole di vetro, sistemi oscuranti, pannelli fonoassorbenti, arredi versatili e multifunzionali.

 

Anche grazie all’impiego dei nuovi arredi, abbiamo rifunzionalizzato l’asse connettivo: non più solo luogo di congiunzione e passaggio, ma luogo di sosta, di scambio e di aggregazione dotato di una lavagna-bacheca, di una libreria, di mobili contenitori oltre che di spazi espositivi e di un box del pensiero che oltre ad avere una sua funzione propria, può unire fra loro due ambienti dando luogo ad unico grande laboratorio attraverso un semplice sistema legato agli infissi. Infine abbiamo recuperato lo spazio esterno della corte trasformandolo in un’aula all’aperto.

CS: Ha condiviso con i suoi colleghi e con i suoi allievi il progetto? Come è stato accolto all’interno della scuola?

LV: Certo, ho condiviso il progetto con alcuni colleghi che hanno molto apprezzato e condiviso le scelte progettuali. Per quanto riguarda i ragazzi li ho resi partecipi non solo mostrando loro come può essere la loro scuola, attivando discussioni in aula, ma anche mi sono avvalso della testimonianza di una allieva che grazie al gemellaggio fra il nostro Istituto e la Scuola Podstawowa di Kolobrezeg (Polonia) ha riportato la sua esperienza di una scuola estera dove vi è una particolare attenzione per la comunicazione grafica e la scelta degli arredi. Sotto la spinta di questi input i ragazzi si sono molto entusiasmati e hanno incominciato a sognare e a desiderare la nuova scuola. Del progetto sono rimasti colpiti in particolare dalle lavagne orizzontali che recuperano l’attitudine ancestrale a incidere segni sul suolo. Sono due: una ricopre il pavimento nel “box del pensiero” e l’altra definisce lo spazio dell’aula all’aperto. I ragazzi hanno bisogno e voglia di spazi nuovi e questa nuova scuola risponde ai loro bisogni quanto alle loro nuove abitudini relazionali! La Dirigente Scolastica è rimasta così positivamente impressionata che ha deciso di cercare sponsor per la realizzazione dell’aula all’aperto, sono fiducioso che riusciremo a realizzarla in tempi brevi!

CS: Arch. Vaccaro in qualità di docente che vi ha preso parte come destinatario, ritiene dunque che sia stato utile il corso di formazione organizzato dall’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia sull’Embodied Cognition Design?

LV: Assolutamente si! Ci sono state fornite preziose informazioni e consigli pratici. L‘approccio multidisciplinare è stato molto importante per affrontare l’argomento sotto molti punti di vista.Un progetto rilevante: utile al mondo scolastico, al mondo professionale ma soprattutto al progresso sociale! Il gruppo dei docenti è stato tutto prezioso e disponibile, ma devo ringraziare in modo particolare il prof. arch. Marco Borrelli, che con il suo gruppo di lavoro formato da giovani allievi architetti e designer ci ha consentito di rappresentare nel modo più efficace il nostro progetto attraverso tavole esplicative e render con i quali abbiamo potuto mostrare a tutti il nostro lavoro nel giorno del convegno.

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Prof.ssa Emma Buondonno: Architetto, Professore Associato di Progettazione Architettonica e Urbana con Abilitazione Scientifica Nazionale a Professore Ordinario, Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Vicepresidente del Coordinamento Napoletano Donne nella Scienza e del Coordinamento Nazionale dei Professori Associati. È stata responsabile scientifico del programma di scambi internazionali con l’Argentina per la progettazione delle scuole bilingue e biculturali Italo-Argentine e progettista della Scuola di San Francisco nel Consolato Generale Italiano di Cordoba. Progettista nel 2000 del complesso scolastico di Roccaraso (AQ).

Prof. Filippo Gomez Paloma: (PhD) National Scientific Qualification as Full Professor of Didactics, Special Pedagogy and Educational Research; Department of Human, Philosophical and Education Sciences; Scientific Coordinator of National Research EDUFIBES; Laboratory of Handicap, University of Salerno (Italy) 

Arch. Luigi Vaccaro: docente di tecnologia presso Istituto I.C. Socrate – Mallardo, di Marano di Napoli

NOTE:

Il gruppo degli architetti formatori tutto si è prodigato nell’affiancare gli allievi docenti nel progetto e nell’applicazione delle nuove metodiche dell’ECD con dei collaboratori: giovani creativi architetti, designer, laureati e laureandi. Nello specifico del progetto qui esposto nel dettaglio, relativo all’I.C. Socrate – Mallardo di Marano di Napoli, vanno in particolare ringraziati i giovani: Carmine Ugon, allievo architetto / Giuseppe Castaldo, allievo architetto / Francesca Panzariello, designer / Stefano Iervolino, designer / Francesca Ferrara, allieva designer / Luigi Tarantino, allievo designer.

È doveroso da parte mia ringraziare tutti i Professori intervenuti per la disponibilità che mi hanno dimostrato e rivolgere un particolare ringraziamento al prof. arch. Marco Borrelli attraverso il quale sono venuta in contatto con questo suo straordinario gruppo di lavoro e il loro appassionante progetto.


FONTI:

Delibera n. 185 del 21 febbraio 2018 dell’ANAC: QUI

Legge 13 Luglio 2015, n. 107: QUI

https://labuonascuola.gov.it/scuole

http://www.scuoleinnovative.it/