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Un’Architettura di Roma in Una Parola a Settimana

22 novembre 2017

Il progetto ha lo scopo innanzitutto egoistico di spronarmi a uscire in maniera costante per Roma a conoscere nuove architetture o approfondire quelle già viste. La macchina fotografica è lo strumento per “congelare” quello che vedo osservando le architetture. Quando scatto uso il punto di vista, l’inquadratura, la tecnica che più penso possa rappresentare quel volume (o porzione di città). Anche in fase di postproduzione con i programmi di fotoritocco mi concentro su questo. La parola, infine, che appongo “in filigrana” sull’immagine, è davvero la prima che mi è venuta in mente sul luogo mentre ho scattato. Va da sé che lo scopo successivo, ma non secondario, è la comunicazione e la diffusione degli scatti così predisposti, per avvicinare i non addetti al settore dell’architettura e per un’occasione di riflessione con i colleghi architetti. Direi che, se dovesse esserci un preambolo al titolo del progetto, questo sarebbe proprio: “amate l’architettura!”.

Ogni settimana sarà aggiunta una nuova foto. La prima pubblicazione è stata fatta il 20 marzo 2017.

 

FOTO 46 – Stazione FS Tiburtina

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I ponti uniscono separazioni, come una stretta di mano unisce due persone.

I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze.

(Mauro Corona)

FOTO 45 – Villa Giulia

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L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare
(Giorgio Armani)

 

 

FOTO 44 – Murales Piazza della Marina

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C’è un qualche scarto fra quello che profondamente siamo e quello che semplicemente pensavamo pensiamo d’essere. Ed è lì che si insinua, in quelle crepe in quelle fessure, tutto ciò che non è libertà. (Friedrich Nietzsche)

FOTO 43 – Chiesa di San Valentino al Villaggio Olimpico

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Alto e largo quanto un uomo con le braccia aperte, il quadrato sta, nelle più antiche strutture e nelle immagini rupestri dei primi uomini, a significare l’idea di recinto, di casa, di paese

(Bruno Munari)

 

 

FOTO 42 – Museo Ara Pacis

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Il destino è uno scrigno come altri non ne esistono, aperto e contemporaneamente chiuso, si guarda dentro e si può vedere quanto è successo, la vita passata, destino ormai compiuto, ma di quanto dovrà accadere non si ottiene niente, solo qualche presentimento, qualche intuizione
(Jose Saramago)

 

41 – Museo MAXXI

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La gente pensa che l’edificio più appropriato abbia forma di rettangolo… Ma il mondo non è un rettangolo. (Zaha Hadid)

 

 

FOTO 40 – Ponte della Musica

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Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua
(Giuseppe Ungaretti)

 

 

FOTO 39 – Murales Via Decio Murie

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Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé. (Pablo Neruda)

 

 

FOTO 38 – Macro Via Nizza

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Il talento è la diversità, l’unicità. Non è facile individuarla e spesso viene sottovalutata.
(Claudia Mori)

 

 

FOTO 37 – Murales in Via Arceia e via Treia

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… le città vivaci, diverse, intense contengono i semi della loro rigenerazione, con l’energia sufficiente a portare i problemi fuori da se stesse. (Jane Jacobs)

 

 

FOTO 36 – Chiesa Dio Padre Misericordioso

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D’altra parte io stesso, fin dall’inizio, ho cercato di ricreare uno spazio che fosse mistico invitando proprio a guardare il cielo. (Richard Meier)

 

 

FOTO 35 – Chiesa del Santo Volto del Gesù

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Nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva. (Paulo Coelho)

 

 

FOTO 34 – Ponte dell’Industria

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Muoversi, vivere, non pensare!
(Luigi Pirandello)

 

 

FOTO 33 – Murales edificio direzione ATAC

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Alcune persone vogliono rendere il mondo un posto migliore. Io voglio solo rendere il mondo un posto più bello. Se non ti piace, puoi dipingerci sopra! (Bansky)

 

 

FOTO 32 – Chiesa di San Gaspare del Bufalo

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La nave dormiva.
Il mare si stendeva lontano,
immenso e caliginoso,
come l’immagine della vita,
con la superficie scintillante
e le profondità senza luce.
(Joseph Conrad)

 

 

FOTO 31 – Basilica di S. Andrea della Valle

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Guardare il mondo dalla Cupola è indescrivibile. Si ha il senso di fragilità del pianeta Terra, con la sua atmosfera sottilissima, e dell’incredibile bellezza di questo gioiello sospeso nel velluto nero dello spazio. (Luca Parmitano)

 

 

FOTO 30 – Palazzo Spada

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La magia è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile.
E imparare le lezioni di entrambi i mondi.
(Paulo Coelho)

 

 

FOTO 29 – Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio

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Quando si considera un’esistenza come quella di Roma, vecchia di oltre duemila anni e più, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura (…) ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino.
(Goethe)

 

 

FOTO 28 – Complesso monumentale di S. Agnese fuori le mura

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Anime semplici abitano talvolta corpi complessi
(Ennio Flaiano)

 

 

FOTO 27 – Stazione S. Giovanni Linea C

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Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche.
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 26 – Chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane

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Unite gli estremi, e avrete il vero centro.
(Friedrich Schlegel)

 

 

FOTO 25 – Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza

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Ricordati che ovunque tu vada sei sempre al centro del cielo.
(Petronio Attico)

 

 

FOTO 24 – Chiesa Ortodossa Santa Caterina di Alessandria

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Le mie città nascono da incontri: il mio con un angolo della terra, quello dei miei piani imperiali con gli incidenti della mia esistenza d’uomo….
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 23 – Palazzo della Civiltà Italiana

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Creare irrealtà che confermano il carattere allucinatorio del mondo, come è dottrina presso tutti gli idealisti. (Jorges Luis Borges)

 

 

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Tutti i popoli sono bambini di fronte agli egizi e, di conseguenza, tutta la storia è nata in Egitto. Ma i figli ingrati, hanno dimenticato il proprio Padre.
(Vasilij Vasil’ evic Rozanov)

 

 

FOTO 21 – Radisson Blu Es Hotel

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O che stazione molto importante:

udite la voce dell’altoparlante?

Dal marciapiede numero nove

parte il rapido per Ognidove.

(Gianni Rodari)

 

 

FOTO 20 – Complesso parrocchiale San Pio da Pietralcina

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Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”. (Vangelo di Luca)

 

 

FOTO 19 – Agenzia Spaziale Italiana

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E finalmente io ti domando, oh uomo sciocco: Comprendi tu con l’immaginazione quella grandezza dell’universo, la quale tu giudichi poi essere troppo vasta?
(Galileo Galilei)

 

 

FOTO 18 – Chiostro Lateranense

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Dolci colonne, dai
Capelli fasciati di luce,
Ornati d’uccelli veri
Che camminano intorno,

Dolci colonne, o
L’orchestra dei fusi!
Ognuno immola il
Silenzio all’unisono.
(Paul Valéry)

 

 

FOTO 17 – Villa Gordiani

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Roma caput mundi regit orbis frena rotundi
(Federico Barbarossa)

 

 

FOTO 16 – Istituto per la Cultura Giapponese

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Una grossa lucciola
in vibrante tremolio
s’allontana – penetrante
(Issa)
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Il termine “sostanza” designa sia la materia (che è potenza), sia la forma (che è atto perfetto), sia il composto dell’una e dell’altra.(Aristotele)

 

 

FOTO 14 – Battistero Lateranense

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In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
(Bibbia – Genesi)

 

 

FOTO 13 – Basilica di S.Agostino

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E così acconcio se n’andò nella piazza nuova di Santa Maria Novella. E cominciò a saltabellare e a fare un nabissare grandissimo su per la piazza, e a sufolare e ad urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse.
(Giovanni Boccaccio)

 

 

FOTO 12 – Villino Ximenes

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Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
(Eugenio Montale)

 

 

FOTO 11 – Nuova Fiera di Roma

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Fà delle due braccia
due ali d’angelo
e porta anche a me un pò di pace
e il giocattolo del sogno.
(Alda Merini)

 

 

FOTO 10 –Tempietto di San Pietro in Montorio

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Potrei vivere nel guscio di una noce, e sentirmi re dello spazio infinito.
(William Shakespeare)

 

 

FOTO 9 – Basilica di S. Maria in Cosmedin

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Tu che inclinasti i cieli nell’ineffabile tua incarnazione;
io bacerò i tuoi piedi incontaminati
e di nuovo li detergerò con i capelli del mio capo
(Cassia)

 

 

FOTO 8 – Casa dell’Architettura (ex Acquario Romano)

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L’arte del decorare consiste nel fare nelle case altrui quello che non si sognerebbe mai di fare nella propria. (Le Corbusier)

 

 

FOTO 7 – Casina delle Civette

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Ogni volta che qualcuno dice “Io non credo nelle fate” da qualche parte c’è una fata che cade morta. (Peter Pan)

 

 

FOTO 6 – Complesso Edilizio Città del Sole

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Il ritmo è qualcosa che si ha o non si ha, ma quando lo avrete, avrete tutto. (Elvis Presley)

 

 

FOTO 5 – Terme Diocleziane e Chiesa di S. Maria degli Angeli

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Roma… è una somma di almeno sette città con anime diverse. (Gigi Proietti)

 

 

FOTO 4 – Autorimessa e Mercato Metronio

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Tutte queste costruzioni devono avere requisiti di solidità, utilità e bellezza (Vitruvio)

 

 

FOTO 3 – Grande Moschea di Roma

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Egli vede nel deserto desolato il più amico degli amici, e cammina per la sua via, là dove cammina sul suo capo la Madre degli astri risplendenti a grappoli per il cielo. (Abu I-Faraj al-Isfahani)

 

 

FOTO 2 – Via Bernardo Celentano

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Giorno di primavera: si perde lo sguardo in un giardino largo tre piedi. (Masaoka Shiki)

 

 

FOTO 1 – S’Andrea al Quirinale

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Quello che mi attira è la linea curva, libera e sensuale. La linea curva che ritrovo nelle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna amata. L’universo intero è fatto di curve. (Oscar Niemeyer)

 

 

 

#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.

un ricordo di Manfredi Nicoletti

30 ottobre 2017

Santo Marra, membro di Amate l’Architettura, che ha conosciuto personalmente il prof. Manfredi Nicoletti, esprime, a nome di tutto il nostro Movimento, il cordoglio per la sua scomparsa attraverso un ricordo della sua figura di architetto, professore e uomo perbene.

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Ieri ci ha lasciati a 87 anni il Prof. Manfredi Nicoletti. La notizia mi ha rattristato molto ma allo stesso tempo mi sono tornati in mente momenti felici, quando, a fine anni ’90, ho avuto la fortuna e il piacere di frequentare per qualche tempo il suo studio.
Lo ricordo come una persona elegante, dall’energia esplosiva. Ricordo lo studio pieno di giovani architetti, tanti progetti contemporaneamente, ma soprattutto tanti concorsi. Era il periodo in cui lo vedevo discutere con forza per cercare di difendere le sorti del progetto per il Nuovo Museo dell’Acropoli di Atene di cui era risultato vincitore qualche anno prima, insieme a Lucio Passarelli (scomparso lo scorso anno), a seguito di Concorso internazionale fra oltre 400 partecipanti, poi purtroppo bloccato e annullato. Era soprattutto il periodo in cui aveva appena consegnato il Concorso internazionale per L’ampliamento del Museo del Prado di Madrid e stava per iniziare il Concorso ad inviti per La sistemazione architettonica di Piazzale della Farnesina al Foro Italico a Roma. Parliamo degli anni 1996-98. Quindi, contemporaneamente si partecipava al concorso per il Nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria, che mi ha visto impegnato direttamente, concorso vinto, cantiere avviato, infinito, ancora in corso.
Al Suo Studio di progetti se ne sono disegnati a decine, la presentazione dei concorsi si curava nei minimi dettagli. È stato un pioniere della progettazione bioclimatica, integrando buone pratiche dell’edilizia sostenibile con criteri innovativi di funzionalità e risultato estetico. E’ stato ancora attivo per molto tempo dopo, realizzando importanti opere in Italia e all’estero. È stato un maestro, un anticipatore, un visionario.
Questo mio piccolo personale saluto è in segno di affetto e riconoscenza. Mi unisco al cordoglio ed esprimo vicinanza ai familiari.
R.i.P. Prof.
Santo Marra

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(In foto, L’ARCA 125 del 1998, che custodisco gelosamente.)

Ordini professionali come Servizio civile

30 settembre 2017

[nota degli amministratori, abbiamo ricevuto da Christian Rocchi questa risposta al nostro articolo Fuori di Lista, una risposta che pubblichiamo molto volentieri]

Cari colleghi,

chiedo in anticipo venia per la quantità di parole che seguono, ma queste pagine sono state sempre occasione di riflessione ed approfondimento interessante e cosi’ ne approfitto.

Tempo fa avevamo scritto, proprio su Amatelarchitettura, su cosa dovesse essere il sistema ordinistico.

(mi scuso per l’autoreferenzialità, ma ho trovato questo di link).

Penso si possa concordare che un ordine non dovrebbe essere espressione distaccata da cosa pensiamo la nostra società debba essere. La società, oggi, dovrebbe definire ogni singolo suo componente e soprattutto chiarirsi le idee sul concetto di cittadino/consumatore.

A mio avviso gli ultimi tragici anni, dal punto di vista economico e lavorativo, hanno delineato un’Italia che a pochi di noi appartiene. I diritti del consumatore hanno prevalso sui diritti di cittadino. Le problematiche già presenti ante crisi si sono acuite e i temi di un liberismo senza regole certe al contorno, una su tutte il diritto ad avere giustizia, hanno privilegiato non la qualità delle persone, non il miglioramento spirituale dei cittadini a cui aspirava la filosofia liberale crociana, ma i gruppi di potere economico.

Il liberismo con Croce è stato definito come uno strumento di attuazione e di raggiungimento di obiettivi “filosofici” liberali: quelli di miglioramento dello stato spirituale della società per intenderci. Croce criticava, però, la cieca fiducia nei mercati ed il liberismo identificato con la teoria del “laissez-faire” dell’economista francese Frédéric Bastiat. Con Monti lo strumento è diventato lo stesso fine con buona pace dell’obiettivo filosofico del miglioramento etico della società, e con una fiducia illimitata sul potere di miglioramento sociale, quasi taumaturgico, del libero mercato.

Tra questi due opposti (ma simili perché procedenti da posizioni idealiste), tra il filosofo puro e l’economista fine a se stesso, si inserisce la visione pragmatica di Einaudi: non spetta all’economista fissare gli obiettivi da raggiungere, spetta al politico/filosofo, all’economista spetta il compito di realizzare la visione posta dal politico con lo strumento che riterrà più opportuno.

Quindi la ricetta pragmatica di Einaudi è: la cosa pubblica detta gli indirizzi per un miglioramento delle condizioni comuni, ma è manifesto dell’eticità delle singole persone. Ovvero: lo Stato, la cosa pubblica, non è padrona delle sorti dei suoi cittadini, non si impone come si imponeva il fascismo, per capirci, ma ne inspira il miglioramento attraverso, si, la libera iniziativa ed autodeterminazione, ma non escludendo a priori l’intervento regolatore dello Stato.

Non credo nelle idee che non mettano gambe e piedi e che non camminino nella realtà. Credo che debbano essere fonte di ispirazione, idee a cui tendere, ma sapendo bene che la perfezione delle idee esiste solo come concetto e che la realtà sia un’altra cosa. Da questa visione pragmatica la necessità dell’intervento regolatore del pubblico e di sistemi di controllo, disinteressati, scollegati da qualsiasi fine economico ed indirizzati al solo al conseguimento del miglioramento della società.

A questo dovrebbe servire un ordine e tale servizio dovrebbe essere operato da persone disinteressate, ovvero interessate unicamente a mantenere esclusivamente sul piano di sicurezza e qualitativo la resa dei servizi dei propri iscritti.

La conduzione degli ordini dovrebbe essere considerato da tutti un servizio civile espletato a favore della società. Va da se che in nessun modo dovrebbe essere considerato opportunità di crescita economica personale diretta ed indiretta, ma, utilizzando lo stesso pragmatismo einaudiano, in una società superficiale com’è quella in cui viviamo, dove troppo spesso è l’abito che fa il monaco, la stella sul petto diventa occasione anche di visibilità e tornaconto indiretto.

Per questo credo che sia giusto il confine dei due mandati espresso, senza alcun dubbio, dalla legge.

Troppo spesso nella storia degli ultimi anni della nostra istituzione pubblica, l’Ordine degli architetti di Roma e provincia a cui appartengo, si è anteposto l’io all’assemblea, l’egoismo di una persona ai fini istituzionali dell’ente pubblico.
Per questo, anche e soprattutto, non ho accettato la richiesta di alcuni del mio gruppo di candidarmi presidente. Alcune volte c’e’ necessità di vivere le idee, in cui si crede, sulla propria pelle.

L’idea a cui si deve tendere non è un ordine fatto da 1, ma è un ordine aperto a tutti e ho i miei forti dubbi che la pensi in questo modo il consiglio uscente, dal quale circa due anni fa, dopo le elezioni al Consiglio Nazionale degli Architetti (ogni volta deleterio per la nostra istituzione) ho preso le distanze.

Le liste formalmente non esistono ed è vero, ma esistono modi diversi per arrivare a comporle: quella di collezionare la lista della spesa per cercare di raccattare più’ voti possibili, e spesso create nel vuoto delle idee, e quelle nate invece da un confronto anche serrato e duro sui temi di nostro interesse. Due cose completamente diverse. Non condividevo e non condivido quindi fare miscellanea di persone, anche eterogenee, perché’ ha significato in precedenza e significherebbe anche ora mischiare persone con percorsi diversi.

Supportando PRO cerco di dare una mano alla costruzione di un ordine di tutti, un ordine fondato grandi su pilastri di legalità e rispetto per l’istituzione pubblica, un ordine chiaramente dove il presidente non sia il padrone e non si senta al di sopra delle leggi, ma sia uno dei 20000 iscritti.

Questa penso nel complesso che possa essere l’idea a cui tendere.

qui trovate la replica di Cecilia Anselmi e di Massimo Cardone

Il voto trasversale non funziona, e perché

30 settembre 2017

Dare senso al voto è il primo passo per fare una scelta politica.
La posizione ufficiale di Amate l’Architettura nel tenere un profilo neutrale e super partes la comprendo e apprezzo molto. Vorrei però replicare al post sul voto “Fuori di Lista” uscito su A l’A il 28 Settembre scorso.
Il voto è qualcosa che ognuno inevitabilmente dovrà fare singolarmente secondo coscienza. Per questo è “segreto” e nessuno chiede di dichiararlo in pubblico. A meno che qualcuno non si senta liberamente per sua scelta di fare l’endorsement ai propri beniamini.
In questo periodo però, ciò su cui sto cercando di far riflettere le persone che incontro e con cui parlo di questi argomenti è: pensate molto bene non solo a ”chi” mandate dentro al consiglio, ma anche alla ”composizione” del gruppo.
Si possono votare 15 persone. Questo vuol dire che ogni votante può scegliere la propria ideale formazione del consiglio. Ora, capisco che il sentimento comune più diffuso e anche il più legittimo sia che ognuno voglia sentirsi libero di dare il voto alle persone di cui ci si fida e che reputa le più competenti e (anche) oneste. E che queste persone vi siano in ogni lista.

Ma noi candidati non siamo monadi. Se ci siamo messi in gioco è perché siamo inseriti, come singoli individui dotati di proprie specificità, in una ”rete relazionale” che, nel caso specifico del gruppo di cui faccio parte (forse meno per gli altri), è sostanza stessa della nostra scelta di candidarci!

Sto apprezzando molto e mi riempie d’orgoglio, sapere che tanti colleghi vorranno darmi la fiducia ma io da sola posso fare ben poco. Non ha senso per me (come per molte delle persone che hanno scelto di candidarsi), entrare in un consiglio con gente con cui non posso mettermi al tavolo per tentare di attuare il programma che ho definito assieme ai miei compagni di lista e che per me è l’unica road map degna di dare senso a quel consiglio e all’OAR negli anni a venire.

Sono interessata a fare un lavoro serio. Non sono interessata ad avere a che fare con burocrati d’apparato o a scaldare una poltrona all’interno di un’arida istituzione che funga solo da organismo di controllo.
Vorrei ricordare a tutti che io appartengo al popolo (assai numeroso) degli scettici. Di coloro che hanno mille perplessità e perduto ogni speranza in relazione alla possibilità di un cambiamento di questa istituzione e di altre. Se ho deciso di imbarcarmi in questa avventura e scommettere in questa sfida, è anche grazie alle persone con cui sto facendo squadra e con cui ho grandissimo affiatamento. Credo che questo sia aspetto da non sottovalutare, un plus, soprattutto una garanzia, per un elettorato altrettanto scettico, confuso e poco consapevole!

Votare me, deve significare votare il più possibile un gruppo di persone con le quali posso intraprendere un lavoro che sarà duro e difficile. Persone che hanno affinità tra loro, che sono convinte e solidali sul “come farlo”, e non solo sull’esserci. Innanzitutto riconoscendo un presidente, competente, autorevole e presentabile come portavoce di tutto questo. E secondo me Francesco Orofino, tra tutti i candidati, è l’unico credibile in tal senso.
Io vi chiedo, come lo sto chiedendo a tutti, di riflettere bene sulle cose che scrivo.
Sono fondamentali in generale, non solo per il mio gruppo. Mandare al consiglio 3 persone di una lista, 2 di un’altra, 1 di un’altra ancora, cioè contribuire alla composizione di un consiglio troppo misto, eterogeneo e disgregato, significa contribuire alla disgregazione e alla neutralizzazione delle potenzialità reali di effettuare un cambiamento. Quindi significa contribuire indirettamente al mantenimento dello status quo. Allora però non stiamo più a lamentarci. Teniamoci le cose come sono e rimaniamo in silenzio.

NON ILLUDETEVI CHE IL CAMBIAMENTO NON DIPENDA ANCHE DA VOI e dalla scelta che farete con il voto, il primo strumento che avrete in mano per attuarlo.

Un ringraziamento sentito a Al’A, per avermi dato voce, nonostante la divergenza di opinioni sul tema. La dialettica è l’anima della democrazia. Sempre.

qui trovate la replica di Christian Rocchi e di Massimo Cardone

Fuori di Lista

28 settembre 2017

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Carissimi architetti,

prossimi ed entusiasti elettori per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine APPC di Roma,

noi di Amate l’Architettura siamo qui per svelarvi una scioccante verità…….

LE LISTE NON ESISTONO!

Ebbene si, sembra strano da dire ma le liste dei candidati per le elezioni del Consiglio non esistono.
Non esiste alcuna norma che le prevede, non esiste alcun obbligo di presentarle più o meno formalmente, non esiste la necessità di comporre e mettere insieme 15 nominativi per proporli in un unico “santino” da consegnare appena fuori dal seggio elettorale.

Non ci credete?

Eppure è così.
Il DPR 8 luglio 2005, n. 169 all’articolo 3 comma 11 dice testualmente che:
“l’elettore vota in segreto, scrivendo sulle righe della scheda il nome ed il cognome del candidato o dei candidati per i quali intende votare …..”

Leggendo il resto della norma non si trova traccia di liste.
Si dice, quello si, che un Consiglio come quello di Roma, che ha più di 17.000 iscritti, è formato da 14 consiglieri senior e 1 junior e che quindi il numero massimo di preferenze che può esprimere un elettore senior è 14.

Ancora più inesistente è la necessità di presentare un programma, che infatti, da almeno 20 anni si somigliano un po’ tutti (diteci chi è che non propone di promuovere una legge per l’architettura…..) e che sostanzialmente serve a mascherare la necessità di dare una veste ideologica comune a candidati che nella realtà non hanno nulla in comune, se non il fatto di aspirare ad essere eletti.

In un Ordine come quello di Roma, per avere la speranza di essere eletto, un candidato deve raccogliere un numero di preferenze vicino a 2.000. Alle ultime elezioni l’ultimo degli eletti (Tamburini) prese 1.270 voti, il più votato (Sacchi) ne prese 1.458 (l’8,3% degli iscritti).Ai tempi d’oro Schiattarella superava le 3.000 preferenze ma partiva dal vantaggio di essere il presidente uscente; nella primissima elezione del 1999 (quando si candidò insieme a Ridolfi) si aggirava su numeri comparabili con quelli di Sacchi (ci pare 1.700).

Nessun singolo candidato da solo è in grado di raccogliere tanti voti, quindi, se si vuole avere serie speranze di vincere, diventa praticamente obbligatorio apparentarsi tra diversi gruppi di potere in maniera da mettere insieme i potenziali elettori. Questo apparentamento è quindi il risultato di faticose trattative, accordi e compromessi che si fanno tra candidati. Oltre al bagaglio di voti conta spesso la composizione: almeno un professore universitario, un esponente delle PA, un giovane, un anziano, un architetto famoso, uno che sa di cultura, uno che bazzica in periferia e perché no? Anche un precario sottopagato aiuta il pluralismo.

Quindi ci ritroviamo 15 architetti che fino a pochi mesi fa nemmeno si conoscevano e che all’improvviso ci vogliono fare credere di essere graniticamente uniti da un programma.

Ciascuno di noi che ha votato in passato lo può confermare: conosciamo a malapena quattro o cinque (se va bene) dei componenti delle quattordicine che ci vengono proposte; noi di Amate abbiamo provato a fare questo esercizio e, su 113 candidati, non siamo riusciti a mettere insieme più di 10 nomi che, conoscendoli, ci convincessero. Spesso proprio perché li conosciamo eviteremmo volentieri di votarli. Spesso ci stupiamo persino che quel nostro amico si sia apparentato con quell’altro personaggio. C’è poco da stupirsi, è una questione di pragmatismo. Se vuoi avere speranze di essere eletto devi associarti ad una lista; e devi comporla in maniera più eterogenea possibile in maniera da non pescare negli stessi serbatoi di voti.
Una regola tristemente confermata……. Fin’ora.

Adesso finalmente abbiamo la soluzione.

VOTATE FUORI DI LISTA!

Perché votare con la logica delle liste?
Perchè essere costretti a votare con un “santino” in mano da ricopiare diligentemente?

Noi vi invitiamo a rompere questo schema perverso.
Invitiamo a votare solo ed esclusivamente i candidati conosciuti, quelli di cui vi fidate personalmente; e se non avete 14 nomi da scrivere, pazienza, scrivete solo ed esclusivamente quelli che vi convincono direttamente.

Noi di Amate l’Achitettura abbiamo fatto questo esercizio. Abbiamo letto la lista di tutti i candidati e abbiamo selezionato quelli che conosciamo e che per diverse ragioni riteniamo eleggibili. È la nostra lista, non dipende da accordi sottobanco, non abbiamo chiesto niente in cambio, né abbiamo consultato i diretti interessati prima di stilarla.

Vi invitiamo a fare altrettanto. Votate fuori dalle liste scegliendo nella lista dei candidati.

Ecco la nostra FUORI LISTA, ecco i nostri 10 nomi, voi mettete gli altri.

Margherita Aledda

Cecilia Anselmi

Massimiliano Bertoldi

Marco Burrascano

Massimo Cardone

Carla Corrado

Vito Rocco Panetta

Marco Maria Sambo

Margherita Soldo

Christian Rocchi

…………. ……………

 

PS – nel frattempo che riflettete sui nomi vi ricordiamo di sottoscrivere la nostra petizione per sollecitare una decisione del CNA sul rispetto della legge sulla rielegibilità nei consigli degli Ordini degli architetti.

Report from L’Aquila – le New Towns

25 settembre 2017

Accogliendo una nuova sollecitazione degli amici di Amate L’architettura prende forma questo terzo report su L’aquila. Dopo i primi due racconti, sul “cantiere continuo“ del Centro Storico e sul “monumentale” Auditorium del Parco di Renzo Piano, questa volta tocca alle “famigerate” New Towns.

C.A.S.E.-L_Aquila
Parliamo, quindi, del progetto C.A.S.E. (acronimo di Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), 19 insediamenti per gli sfollati del sisma del 6 aprile 2009 costruiti dal Governo Berlusconi attraverso la Protezione Civile. Per la cronaca, nell’articolato del Piano di Emergenza circa 12 mila persone hanno trovato alloggio nelle cosiddette New Towns, circa 2500 nei Moduli Abitativi Provvisori (M.A.P.) e circa 7 mila hanno potuto avere dimora grazie al “contributo di autonoma sistemazione”.
Le polemiche e la cattiva fama delle New Towns, veicolate dai media, riguardano principalmente alcuni aspetti di esecuzione delle opere come per esempio: la presunta scarsa qualità o cattiva installazione degli isolatori sismici; la presunta sconveniente (per l’Ente Pubblico) operazione sui tetti fotovoltaici – tra l’altro – non tutti funzionanti; dimensionamenti sbagliati per quanto riguarda i sistemi di recupero dell’acqua piovana per l’irrigazione delle aree verdi; balconi crollati per la troppa fretta realizzativa. Ci sono anche questioni legate alla gestione comunale degli immobili ereditati dalla Protezione Civile, non tutti utilizzati anche per i requisiti stabiliti per l’assegnazione degli alloggi, come il presunto affitto richiesto agli sfollati a titolo di canone di compartecipazione alle spese di manutenzione. Il destino quindi delle stesse C.A.S.E. costituisce un grande tema cittadino, tant’è che pare che la Giunta Comunale abbia infine stabilito di destinare gli alloggi vuoti a giovani coppie, sportivi e artisti… e forse immigrati? (al 31 luglio 2017 risultano disponibili 177 alloggi del Progetto Case e 47 Map).
Sorte in Inghilterra a partire dal dopoguerra per controllare la crescita preoccupante delle grandi città, le new towns sono ispirate al concetto di città giardino teorizzato già a fine ‘800 da Howard con l’obiettivo di decongestionare le grandi città moderne attraverso il decentramento della popolazione in sobborghi satelliti immersi nel verde della vicina campagna.

northstowe

La buona norma le vuole ben collegate con la città tramite infrastrutture di trasporto efficienti e provviste di tutti i servizi necessari, generalmente secondo lo schema urbanistico in cui al centro l’area amministrativa-commerciale vede sorgere intorno le residenze con giardino.
Riguardo al modello New Town, oggi le opinioni sono molto discordanti: i favorevoli – quelli più ottimisti che si basano sul concetto teorico – sostengono che le new towns garantiscano un ambiente ideale agli abitanti, perché uniscono le comodità cittadine alla salubrità della campagna. I contrari – quelli che si basano sui numerosi esempi disastrosi (e si fidano sempre meno della capacità di scelta della politica e di conseguenza degli architetti e degli urbanisti chiamati a interpretarle) – sono convinti che le new towns sono dei ghetti con edifici di scarso valore architettonico, soluzioni urbanistiche banali, ampie distese cementificate e mal servite dal trasporto pubblico.
Niente a che vedere con l’intervento a L’Aquila, il cui nome New Town è solo un inglesismo mediatico usato (s)convenientemente nella contingenza e non un modello da replicare.

C.A.S.E.-L_Aquila1
Le New Towns di L’Aquila, su cui provo a dare una modesta opinione personale sulla base delle informazioni acquisite e della visita dei luoghi effettuata, sono assimilabili ad un intervento di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata. Appare chiaro, anche, che questi nuovi piccoli villaggi siano stati interpretati come mera risposta urgente al bisogno di posti letto per gli sfollati, una risposta muscolare della politica al disastro, dove – probabilmente per la stessa necessità mediatica – sono stati sbandierati i requisiti performanti più comprensibili, quali asismicità ed ecosostenibilità, sorvolando invece sulle questioni di concetto, urbanistiche e architettoniche, meno spendibili con il grande pubblico. Infatti, il risultato percepito è l’assenza di un progetto in senso urbano e architettonico. Si tratta di insediamenti dormitorio, in cui la sensazione è di profonda tristezza. L’approccio è dell’accampamento stabile, con isole di stecche uguali come vagoni, semi-prefabbricati, con del legno visibile e un po’ di colore, poggiati (mediante isolatori) su piloties d’acciaio costituenti i piani terra dei garages, come palafitte. Non penso sia stato un problema economico, si parla di cifre spese vicine al miliardo di euro. Come sempre, però, si registra un problema di prospettiva culturale e di approccio alle priorità. Alla fine, su questi nuovi sobborghi dormitorio rimangono tanti dubbi, non solo quelli posti dai media, più o meno strumentalizzati e anticipati sopra (quali la qualità antisismica, l’eco-compatibilità, i problemi di gestione e manutenzione, ecc.), ma anche gli eccessivi costi di costruzione e le procedure poco trasparenti (che con rassegnazione registriamo come insite in tutti gli interventi d’urgenza), e, soprattutto, le questioni legate alla programmazione e alla preparazione all’emergenza, al metodo con cui si affrontano problemi e fragilità che si dovrebbero già conoscere e per cui bisognerebbe già essere pronti o addirittura invulnerabili.

Poggio di Roio_L'Aquila.In alto case centro storico distrutte-in basso le nuoveC.A.S.E

Per le enormi quantità di risorse che si spendono nell’emergenza post-terremoto, una corretta e concreta programmazione dei progetti di prevenzione sismica farebbe risparmiare soldi, vittime e macerie. Analogamente, anche le New Towns sarebbero potute essere una utopia possibile, una soluzione abitativa alternativa e non un rimedio sbrigativo dopo i crolli.
In conclusione, due questioni:

  • le new towns – non gli insediamenti dormitorio – restano ancora un’ambizione possibile, un’utopia da realizzare progressivamente, alla ricerca della città ideale, quale applicazione di un concetto di insediamento urbano il cui disegno riflette criteri di razionalità e tensione filosofica?
  • E in che modo è possibile avviare subito la sostituzione delle città attuali, insicure e vulnerabili, con nuovi concept che interpretano nel modo migliore le conoscenze mature in termini di sicurezza e qualità, capaci di garantire sostenibilità sociale e ambientale, in un clima culturale che si manifesta con l’arte, l’architettura e l’urbanistica?