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Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea – L’Oculus di Santiago Calatrava 

24 febbraio 2018

image © hufton + crow

Si può amare un’architettura anche quando è controversa la sua storia?
In foto: World Trade Center Transportation Hub, conosciuto come Oculus (2004-2016) – Santiago Calatrava.
La struttura avrebbe dovuto aprire nel 2015. I lavori sono durati quasi 12 anni e sono costati – ironia del nome – un occhio della testa, 3,9 miliardi di dollari, il doppio rispetto alle stime iniziali.
Costruito dove si trovava il centro commerciale distrutto dagli attentati dell’11 settembre, sostituisce il sistema ferroviario originale, noto come “Port Authority Trans-Hudson” (PATH). Questi ha riaperto, seppure in maniera ancora parziale, il 4 marzo 2016, ponendosi quale piattaforma logistica dei trasporti rispetto al complesso cittadino del “World Trade Center”.
Il progetto è composto da una struttura con due grandi ali di acciaio alta circa 50 metri da terra e con una parte interrata. All’opera sono tributati gli onori previsti dalla sua missione simbolica, “una dimensione spirituale come una cattedrale”, officiante della riqualificazione dello spazio pubblico dilaniato dal terribile ricordo dei fatti di inizio millennio. Causa dei ritardi – riportano alcune note – infiltrazioni d’acqua nel cantiere vicino e una serie di problemi dovuti alla complessità del progetto: si è reso necessario incrementare il numero delle costolature metalliche, a scapito della leggerezza, guadagnando una maggiore presenza strutturale.

La foto è tratta da un progetto fotografico ottobre 2016 del premiato studio Hufton+Crow che si dedica all’architettura contemporanea

http://www.huftonandcrow.com/projects/gallery/oculus-world-trade-centre-transportation-hub/

 

Editing: Daniela Maruotti

Solai ammalorati, mal comune nessun gaudio!

8 febbraio 2018

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Sempre più spesso nel recente passato ho sentito conoscenti parlare di episodi in cui sono stati coinvolti nel distacco improvviso di una porzione di intonaco mentre, per loro fortuna, non si trovavano nei paraggi. Ascoltavo le descrizioni ma tutto finiva lì, fino a quando qualche mese fa questo argomento non mi ha riguardata direttamente visto che, mentre ero al computer nel soggiorno, si è sollevata una nube di polvere. Solo dopo qualche istante ho realizzato che, proprio affianco a me, era crollato ca. 1 mq di intonaco dello spessore di ca. 3 cm. L’unico danno è stato alla stampante, ma per un caso fortuito.

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Così ho studiato il fenomeno e ho provato a riassumere di seguito le informazioni raccolte in questi mesi sia dalla manualistica, che dal confronto con operai e colleghi ingegneri.

Spero possa essere una sorta di campanello di allarme rispetto ad una questione forse poco dibattuta ma di una spaventosa attualità!

 

Descrizione del fenomeno

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Casi di crollo in Italia: 200/anno circa;

edifici con principio di fenomeno: 8/10 (casi dichiarati);

destinazioni d’uso interessate: abitazioni, ospedali e scuole;

nome del fenomeno: “sfondellamento” (per solai in latero-cemento);

manifestazioni del fenomeno: distacco e crollo dell’intonaco e, successivamente, distacco e caduta della parte inferiore delle pignatte;

carichi interessati: ca. 35kg/mq con intonaco di 1 cm e  ca. 75kg/mq con intonaco di 3cm e oltre;

effetti del fenomeno: danni di varia entità a persone e cose (arredi, impianti, apparecchi tecnologici come TV, schermi, computer);

cause del fenomeno:

  • Scarsa qualità dei materiali e della costruzione dei manufatti.
  • Periodo storico anni 1940-1970 (anni del boom economico).
  • Sovrappeso dovuto ad impianti appesi e alcune destinazioni d’uso con conseguente determinazione di tensioni, compressioni o dilatazioni che sollecitano i solai e comportano crepe, incrinature e fessurazioni.
  • Infiltrazioni, ossia l’acqua bagna prima la soletta, poi scende fino a determinare la dilatazione e di conseguenza la compressione tra laterizio e travetti in c.a.. L’acqua inoltre incide sui ferri d’armatura dei travetti accelerando l’insorgere della “ruggine” che, a sua volta, influisce sulla base delle pignatte e talvolta sulla rigidezza stessa dell’impalcato.
  • Sali nell’aria, quando c’è la vicinanza al mare.
  • Errato disegno delle pignatte. Si verifica quando c’è lo sfalsamento in orizzontale dei setti interni delle pignatte con conseguente rottura dei setti verticali dovuta alla concentrazione di sforzi nei nodi che non sono in grado di trasmettere da un lato all’altro, lungo i setti orizzontali, gli sforzi di compressione.
  • Difetti di progettazione strutturale. Luci di solaio particolarmente diverse tra loro creano porzioni di solaio interamente compressi. Luci delle travi simili alle luci dei solai determinano “effetti piastra”. Dilatazioni termiche, dilatazioni igrometriche impedite, ritiro differenziale dei componenti del solaio.
  • Cattivo riempimento dei travetti. Le barre d’acciaio sono poggiate sul fondo del travetto a contatto del laterizio e non vengono smosse/sollevate durante il getto, per cui non si forma copriferro. La granulometria del calcestruzzo è eccessivamente elevata (diametro degli inerti maggiore di 40 mm) rispetto alle dimensioni del travetto. La mancata vibratura del getto.

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Prevenzione e indagine propedeutica all’intervento

  • Battitura manuale da effettuarsi con il manico di un martello da muratore (la mazzetta) o con altri attrezzi idonei che, però, rimane una valutazione soggettiva anche se eseguita dal migliore dei tecnici e che non riesce a fornire tutte le informazioni necessarie.
  • Termocamera ad infrarosso con cui si riescono ad individuare lo scheletro strutturale, l’orditura dei solai e la presenza o meno dei travetti rompitratta; la sensibilità di misurazione permette di rilevare la presenza di infiltrazioni, umidità e stati ammalorati e si riescono ad individuare i punti in cui procedere alla successiva analisi costruttiva, é quindi perciò un metodo strumentale d’indagine non distruttivo e più oggettivo;
  • Piccole demolizioni localizzate nel solaio servono a definire la tipologia dei solai e constatare le geometrie dei manufatti: curvature sui setti, impurità nell’impasto o colorazioni particolari, consistenza dell’intonaco ed il relativo spessore;
  • Carotaggi e prove di estrazione (pull out), ossia un’indagine non distruttiva attraverso l’inserimento e la successiva estrazione di tasselli metallici ad espansione.

Soluzioni costruttive

  • Intervento sostitutivo (=demolizione e ricostruzione)

La demolizione e la successiva nuova costruzione è la soluzione più sicura se, a fronte delle opportune indagini preliminari, risulta che il solaio è irrecuperabile.

 

  • Intervento riparativo (=consolidamento)

Fasi

  1. Determinazione della classe di rischio. Si determina calcolando il carico di sfondellamento a metro quadro che si può potenzialmente distaccare. La messa in sicurezza deve garantire il contenimento di un peso almeno 2,5 volte superiore a questo peso.
  2. Impermeabilizzazione dell’estradosso del solaio di copertura.
  3. Rimozione fondelli in laterizio e cemento in cui erano annegati i ferri.
  4. Verifica presenza di ferri spezzati e di parti dove la sezione resistente è diminuita, come nelle  vicinanze degli appoggi.
  5. Spazzolatura/idrosabbiatura dei ferri e applicazione di sostanze, i passivanti o la malta idraulica, che aumentano la resistenza alla corrosione.
  6. Affiancamento o sostituzione dei ferri deteriorati con pezzi nuovi adeguatamente saldati.
  7. Applicazione malta strutturale o di ripristino alla base dei travetti. Utilizzo di tessuti in fibra di carbonio applicati all’intradosso del solaio come rinforzo flessionale.
  8. Riempimento degli spazi vuoti lasciati dai forati con del polistirolo.
  9. Ripristino dell’intonaco e nuova finitura del soffitto.

 

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Foto: Vita Cofano
Editing: Daniela Maruotti

Il segno del terremoto – Memorie – Dialogo con Anna Marzoli

4 febbraio 2018

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Intervistiamo l’arch. Anna Marzoli, appartenente, da sempre, alla co-munità di Castelsantangelo sul Nera.
“Ci troviamo sulle pendici del Monte Cardosa”, ci racconta visibilmente commossa, “che collega la parte di Norcia, Visso e Castelsantangelo. La faglia si trova sul Monte Vettore, il rilievo montuoso più alto del massiccio dei Monti Sibillini, situato al confine tra Umbria e Marche. Castelsantangelo sul Nera è il Comune nell’epicentro del sisma più danneggiato del Cratere, insieme a Ussita ed a Visso. Secondo i rilievi eseguiti, il 95% delle case è inagibile e vi è un’altissima percentuale di crolli totali e danni so-stanziali. Le case si sono polverizzate e dalle demolizioni non si può recuperare assolutamente nulla. L’amministrazione comunale sta avviando le messe in sicurezza delle strade per eliminare le situazioni di pericolo imminente, che sono dovute sia ai crolli per le continue scosse sia alle piogge. L’unico rumore che si sente da mesi il rumore dei cingoli”.
I primi containers si incontrano nella Piazza del Mercato, Piazzale Piccinini. Sono stati sede del Comune, chi vi lavorava ha operato, da Ottobre fino a Luglio 2017 in condizioni di disagio totale, freddo, gelo, caldo, pioggia.
Ed è qui che Anna ci racconta dei moduli doccia per i residenti accanto alla scrivania del Sindaco e a pochi altri funzionari del Comune.
Ci informa, inoltre, che, attualmente, sono aumentate le coppie di anziani tornate ai loro paesi di origine terminata la disponibilità di accoglienza degli alberghi sulla costa, sopraggiunta la stagione turistica.
Nel momento in cui dovevano riprendere una nuova abitazione hanno preferito farsi questi mesi estivi in roulotte perché ancora in attesa delle casette provvisorie.
La messa in opera dell’area Sae di Castelsantangelo sul Nera ha avuto numerosi problemi. All’inizio non era situata in questo luogo ma in un altro, successivamente ha subìto vari spostamenti ed ad oggi non è stata ancora completata.
La consegna è prevista a fine anno. Tra i residenti ci sono due architetti, proprietari del B&B Fonte dell’Angelo, che era un’antica dimora di fine ‘700 in parte crollata perché la struttura è implosa.
Da dentro si vede la parete interna con le macerie che arrivano fino alle finestre. Loro hanno scelto di rimanere, costruendosi da soli moduli abitativi per la loro vita privata, per lo studio, per l’operaio che li aiuta, rinunciando così alla SAE. Qui, ancora più che a Visso, la situazione di pietre non squadrate, arrotondate senza nessun legante, era ancora più diffusa.
Questo Comune aveva circa trecento abitanti anche se il fatto della presenza degli stabilimenti, quale ad esempio quello di Nerea, faceva sì che ci fosse una buona percentuale di giovani.
Durante la scossa del 30 Ottobre 2016 non vi era quasi nessuno, a differenza del 26 ottobre in cui c’erano tutti, radunati nel piazzale sottostante, ex sede del Comune.
Castelsantangelo sul Nera conta varie frazioni sui Monti, tra cui Gualdo, Vallinfante, Nocelleto, Rapegna, Nocria , Macchie, Spina di Gualdo. Tutti paesini minuscoli, piccoli borghi quasi disabitati; a Macchie viveva solo una coppia di anziani;a Gualdo una trentina di persone.
La maggior parte abitava a Castelsantangelo. La norcineria Alto Nera, altra attività economica di Castelsantangelo, con negozio verso la strada e le abitazioni ai piani superiori e dietro i laboratori, si è trasferita a Osimo e sta attendendo di ritornare in paese, perché la lavorazione della carne al mare non dà lo stesso standard qualitativo.
Le attività commerciali ,che torneranno nel piazzale a valle del Comune, saranno l’albergo Dal Navigante, situato nella frazione di Nocelleto, i due Bar che erano all’entrata del centro e la Norcineria Alto Nera. La deloca
lizzazione delle attività commerciali fa sì che questo sia un caso in cui il tessuto insediativo debba essere ripensato e ridisegnato, nonostante il tessuto urbanistico, composto da strade e volumi, sia ancora visibile. Attualmente le proposte di delocalizzazione sono al vaglio attraverso l’accettazione del Piano Attuativo.
La speranza resta quella di non ripetere gli errori del 1997, in cui le case ristrutturate, dove sono ancora visibili le piastre, si sono completamente sbriciolate nonostante si presumesse fossero state state messe in opera in maniera antisismica.

 

Foto di Monja Zoppi

 

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Il segno del terremoto – Introduzione

3 febbraio 2018

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Ci sono tanti modi per approcciarsi ad un viaggio, viaggio che non è solo sinonimo di partenza, spostamento ed arrivo.
Il viaggio è anche un percorso fatto di passi, suoni, profumi, sensazioni, impressioni.
Impressioni di una gior-nata estiva, iniziata all’alba.
Si parte in macchina da Roma verso alcune delle zone terremotate delle Marche, nello specifico Castelsantangelo sul Nera.

Il tempo è variabile, perfettamente in linea con la mutevolezza delle sensazioni che si hanno nell’ascoltare la voce narrante della memoria, Anna Marzoli, architetta di professione ed appartenente, da sempre, alla comunità che stiamo per incontrare.
“La nostra è un’Architettura molto povera”, ci racconta, “la cosa più importante, ora, non è la ricostruzione ma la ripopolazione.
Vi sono persone disperse. Siamo cresciuti con i terremoti, ma nessuno di noi ne rammenta uno così forte”
Disorientamento.
Forse è questo il sentimento più forte che si respira sentendo parlare Anna; ed è lo stesso che si prova entrando nella Zona Rossa di Visso, presidiata dall’esercito, lo stesso che trasuda dalle parole delle persone che incontriamo lungo il nostro cammino; persone che hanno deciso di rimanere e di rinunciare alla possibilità di essere trasferite lungo la costa Adriatica.

Questi sono piccoli Borghi, piccole realtà sovrastate dalla presenza, tanto protettiva quanto imponente, dei Monti Sibillini che li circondano.
“Queste sono persone di montagna”, dice Anna, “e chi nasce e vive nella montagna, non la abbandona” Eppure questi luoghi sono abbandonati, quasi totalmente.
E’ un deserto di macerie, di crolli, di oggetti rimasti bloccati in un contesto che non esiste più, che non ha più forma.
La natura sembra essere l’unica compagna: il rumore dell’acqua, il canto degli uccelli, il vento, i chiaroscuri delle nuvole che si infrangono sui tagli dei muri crollati.
Allora ti fermi.
Ti fermi a pensare che se la natura non cessa di vivere e di essere presente è perché sta parlando e sta dicendo che la vita di questi centri deve tornare al suo splendore. Deve per tante ragioni.
In primo luogo per chi è rimasto a difesa del territorio e per lottare.
“E’ troppo facile andare via”, dice un ragazzo del luogo, “che ci si mette! Basterebbe così poco.
Ma posso farlo? Posso abbandonare le persone che ancora vivono qui? Che hanno deciso di non andare via? No. Io non me la sento.”
Mi chiedo da cosa nasca la spinta così forte che anima queste parole.
Mi chiedo che nome abbia questo sentimento così assoluto che non lascia spazio a niente altro.
E’ senza dubbio la dignità di persone che vivono da un anno dentro una roulotte, che condividono tutto: il cibo, la quotidianità e la loro vita da quel 24 agosto 2016, giorno della prima scossa.
Paradossalmente giorno oggetto di ringraziamento perché ha permesso una prima evacuazione dai centri urbani e ha fatto sì che il 30 ottobre, alle ore 7.30 del mattino, le mura che sono definitivamente crollate, non abbiano travolto persone al loro interno.
“Qui non ci sono stati morti”, dice Andrea, un volontario che da un anno fa avanti e indietro da Roma per portare viveri e necessità di primo soccorso agli abitanti rimasti, “Nelle altre zone del cratere si piangono i morti, qui fanno paura i vivi”
“Perché?”, chiedo io, “Perché i vivi hanno voce ed hanno delle richieste ben specifiche da fare”, risponde immediatamente lui.
I vivi hanno voce.
E’ vero. Indiscutibile.
Di primo acchito non riesco a capire perché la voce dei vivi sia “scomoda” ma bastano poche altre parole e tutto diventa più chiaro, comincia ad avere un senso.
Il disorientamento che, nel frattempo, non ha smesso di accompagnarci, alla base di tutti i discorsi che ascolto, non è altro che il frutto del disorientamento delle istituzioni.
Non si sa ancora nulla in merito a cosa accadrà in futuro.
“Qualsiasi progetto si deciderà di fare, dovrà rientrare in un Piano di Recupero, come è accaduto per il terremoto del 1997 ”, ci racconta Anna, “tuttavia mancano ancora le perimetrazioni del cratere e forse ci vorranno almeno tre anni perché si possa parlare di un qualsiasi tipo di intervento”.
Quindi, un Piano di Recupero, ma non è sicuro. Deciso e volto a cosa? Non si sa. Ci saranno demolizioni e successive ricostruzioni? Non è dato saperlo.
Ma almeno si sa se verranno stanziati dei soldi? Probabile. Vengo a sapere che una parte del finanziamento è già arrivata.
Per far fronte a cosa nello specifico? Per gli alloggi temporanei.
Temporanei.
Altro termine che suscita disorientamento ed, allo stesso tempo, paura che sia tutt’altro che temporaneo.
L’unico appiglio che ho per non cadere anche io nel disorientamento più totale, sono le parole delle persone che intervisto.
Parole che hanno la stessa forza della voce della Natura che tiene ancora vivi questi luoghi.
Parole che anelano alla vita. Parole di dignità, di etica, di forte dolore ma anche di tanta speranza.
Loro sono il loro stesso punto fermo, il cardine da cui si potrà muovere tutto. Le parole dei vivi.

Grazie a tutti voi vivi. Grazie ad Anna, Fabio, Gianfranco, Renato, Marino, Andrea, Angelo e a tutte le persone vive di cui non conosco il nome ma che sono parte attiva della comunità.

Foto di Monja Zoppi

Il Villino Ximenes, notevole esempio del primo Liberty romano.

16 dicembre 2017

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Curiosando un giorno su internet, mi sono imbattuta casualmente sul sito di un’associazione culturale che organizzava una visita guidata presso il villino liberty Ximenes: non conoscevo minimamente quest’opera, non l’avevo nemmeno mai sentita nominare, eppure cliccando su “immagini di google” mi sono resa conto che c’ero passata davanti mille volte senza degnarla dell’attenzione che invece avrebbe meritato.
Così ho deciso di mandare una mail alla suddetta associazione, iscrivermi e prenotare la visita.
Insieme a una decina di curiosi come me, appassionati d’arte e d’architettura, ci siamo ritrovati un martedì mattina all’angolo tra Piazza Galeno e Via Celso, luogo in cui si trova il villino.
La guida, una storica dell’arte di mezza età, sorridente ed energica, citofona al civico 1 di Via Celso e si fa aprire da una suora laica dell’Ordine delle Teresiane, ente a cui il villino appartiene dal 1930 circa.
Iniziamo la visita dal giardino per ammirare l’esterno dell’edificio (che avevamo già in parte osservato da Piazza Galeno) e le modifiche che nel corso degli anni sono state eseguite per necessità dai numerosi abitanti che si sono succeduti.
La guida ci spiega che il villino Ximenes, prende il nome dal primo proprietario, lo scultore palermitano d’origine spagnola Ettore Ximenes, il quale commissiona al coetaneo e amico Ernesto Basile la progettazione e la realizzazione di questa sua abitazione-atelier. Il villino, del 1902, è il primo in stile liberty edificato a Roma e soprattutto il primo di una serie di villini che saranno costruiti nella zona di Via Nomentana (zona, all’inizio del Novecento, ancora poco popolata e non urbanizzata).
Esternamente il villino si presenta compatto e massiccio, costituito da blocchetti di tufo di colore bruno in stile prettamente siculo; in particolar modo, sulla facciata principale verso piazza Galeno, è alleggerito dalla decorazione in maioliche colorate sotto il cornicione e da elementi in stucco che si ritrovano sia nelle aperture, sia nell’alto fregio che divide il piano terra dal piano primo sia nella loggia centrale e infine nella balaustra a coronamento dell’edificio.

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In particolare, nel fregio, proprio sotto la loggia, è scolpita l’Ara Artium, l’altare fiammeggiante delle Arti, a cui tutti gli uomini portano tributi; la loggia “racchiusa” da due foglie di palma, contiene una raffigurazione di una Madonna con bambino della pittrice Rosanna Lancia (l’affresco  non originario, è stato commissionato  successivamente dall’Ordine delle Teresiane).

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Sul lato destro dell’edificio, quello che guarda verso il giardino, si può ammirare una grande apertura ad arco che permette l’accesso a un grazioso balconcino il cui parapetto è decorato con motivi floreali tipici dell’Art Nouveau. Questo balconcino è l’affaccio della Sala da Pranzo, la cosiddetta Sala dei Pavoni, recentemente restaurata e unica sala del villino rimasta inalterata nel tempo sia per quanto riguarda gli arredi sia per quanto riguarda le pitture, i rivestimenti e i pavimenti.

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Continuando a girare intorno all’edificio, alzando lo sguardo, ci soffermiamo davanti a due pilastri “specchiati” , due “sentinelle” incise e ancora sagomate con profili di figura femminile, le cui teste si innalzano oltre il livello della copertura come se dovessero scrutare l’orizzonte: la guida ci spiega che questi due pilastri, in origine, facevano parte dell’ingresso principale dell’atelier di Ximenes (“Galleria delle Statue”), un grande arco attraverso il quale lo scultore trasportava i materiali necessari per le sue opere. Oggi tutta quest’ala del villino appare profondamente alterata e trasformata per far fronte alle necessità delle attuali inquiline: il grande arco centrale d’ingresso è stato tamponato, al suo posto sono state aperte delle semplici bucature quadrate e sono stati creati internamente vari ambienti di servizio (cucine, lavanderia etc).

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Dopo osservato tutto l’esterno, saliamo finalmente qualche gradino per entrare nel cuore della casa. Ci troviamo in un ampio atrio voltato di forma rettangolare: davanti a noi tre arcate (da una di queste si accede al piano superiore attualmente adibito a stanze per le studentesse universitarie), ai lati due porte   decorate con inserti in vetro colorato; alle nostre spalle, accanto alla porta d’ingresso, la Sala dei Pavoni.

Le pareti dell’atrio sono, dal punto di vista decorativo,  divise in tre fasce: la parte inferiore è completamente rivestita in doghettato ligneo  e sono presenti delle panche (anch’esse in legno) collocate tra le arcate e agli angoli della stanza; la parte centrale è rivestita con un tessuto recante motivi floreali, infine la parte superiore, la volta, è riccamente affrescata con soggetti medievali (dame, cavalieri) che rimarcano l’apprezzamento per il Medioevo fiabesco di Basile.

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Dopo aver visitato la Sala dei Pavoni, entriamo sulla sinistra in un piccolo fumoire, che introduce al grande salone e allo studio.

Il soffitto del fumoire è purtroppo ridotto non in ottime condizioni (si  notano immediatamente delle macchie dovute a infiltrazioni d’acqua) e anche la carta da parati color avorio in alcuni punti si sta scollando.

Anche in questa piccola sala (a eccezione degli arredi) tutto è rimasto com’era. Le porte sono quelle originali, con vetri finemente decorati con motivi floreali (la guida ci svela una chicca: durante i recenti restauri effettuati nella Sala dei Pavoni, i restauratori, smontando gli infissi, hanno scoperto che le lastre di vetro che li compongono, non sono decorate direttamente, ma tra di esse è inserito un foglio dipinto con motivi liberty) e incorniciate da ghirlande e farfalle in stucco dipinto d’oro su fondo rosso; i pavimenti, coloratissimi, creano dei motivi geometrici  dalle forme centriche e romboidali.

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Entriamo poi nel limitrofo studiolo, oggi sala tv delle suore, completamente modificato e ridipinto eccezion fatta per lo splendido soffitto decorato con motivi astratti sui toni del blu e d’oro: a molti di noi i colori e i temi dipinti ricordano il mare e i suoi abitanti (meduse, alghe).

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Concludiamo la visita con il grande salone. Qui lo spazio sembra diviso in due zone, sia per i materiali che lo rivestono, sia per l’arredo ma soprattutto per un grande arco che con il suo intreccio di rami, fiori e ghirlande  “taglia” trasversalmente in due parti l’ambiente. La parte a sinistra dell’ingresso è il vero e proprio salone, luminoso, completamente bianco ma con un bellissimo soffitto ligneo a cassettoni dipinto; la parte a destra, invece, è la sala da pranzo, arredata con tavolo e sedie e credenze con stoviglie; il soffitto da questo lato non è ligneo ma intonacato di bianco e sulle pareti, tutt’intorno, poco al di sotto di questo, corre un alto fregio dipinto in cui sono raffigurati, forse in omaggio a Ximenes, grandi scultori (Donatello e Bernini) ma anche figure ecclesiastiche e politiche (Papa Urbano VIII, Cardinale Mazzarino e Re Luigi XIV).

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Anche qui, come fosse ormai normale amministrazione, la guida ci svela una curiosità che tempo prima le stesse suore le avevano raccontato riguardo alle vetrate delle due ampie finestre del salone: durante un violento temporale, un giorno, alcuni rami degli alberi del giardino, caddero e ruppero i vetri, frammentandoli. Le pazienti suore, consapevoli dell’importantissimo valore di quei frammenti, decisero di raccoglierli uno a uno affidandoli a un vetraio che li avrebbe in seguito incollati nelle nuove vetrate, permettendo così ai futuri visitatori e fruitori del villino ancora un assaggio di quelle che erano le originali creazioni di due importanti artisti dei primi del Novecento.

Foto: Giulia Gandin

Editing: Daniela Maruotti

Via Ticino. Guardarsi intorno…..

12 dicembre 2017

Mentre impazzava la polemica sulla demolizione e ricostruzione della palazzina in Via Ticino a Roma (adiacente al quartiere Coppedé), visto che la questione fondamentale (quella architettonica, non quella legale) si concentra sul tema del contesto, una domenica in cui non avevo granché da fare ho preso il mio motorino e sono andato a vedere e fotografare di cosa stiamo parlando.

(ero in motorino, perdonate la scarsa qualità delle foto)

La mia opininie, lo dico subito così potete fare la tara su quanto scriverò, è la seguente:

  • la querelle tra “conservatoristi” e “innovatoristi” è una discussione tra due opposte ordinarietà; sia la palazzina demolita che quella in via di costruzione non sembrano essere esempi di architettura di particolare valore architettonico. In entrambi i casi si tratta di edifici costruiti senza alcuna originalità di idee. Anzi, volendo si potrebbe individuare una linea di continuità nella precisa volontà costruttiva di realizzare opere sotto tono, pensate più per non disturbare il pubblico che per fare clamore;
  • il riferimento al quartiere Coppedè inteso come “contesto” è del tutto arbitrario; lo stesso Coppedè (il quartiere) è un intervento totalmente decontestualizzato, addirittura dissonante e disarmonico rispetto alla continuità urbanistica del quartiere (laddove se ne riuscisse a indentificare una in maniera univoca);
  • proprio la dissonanza e la diversità diffusa rendono il quartiere un quartiere interessante e degno di nota. Basta osservare con sufficiente onestà intellettuale gli edifici che si incontrano per strada; laddove le scelte di progetto sono state improntate alla regolarità costrutiva i risultati sono sitematicamente deludenti, anonimi, ma non nel senso di una aderenza ad una qualità diffusa più ampia, anonimi e basta. Senza le invenzioni originali che sono disseminate nel quartiere (che siano in stile o moderne) il quartire sarebbe del tutto privo di anima e di valore; se volessimo parlare di “genius loci” potremmo tranquillamente affermare che l’anima del quartire risiede nella diversità.
  • questa diversità, dissonanza, contrapposizione è in effetti il vero contesto romano, la sua peculiarità, la sua anima; lo è sempre stato; lo sarà sempre.

cominciamo da Via Po,

incontriamo un’opera di Giulio Magni, Villa Marignoli, realizzata in perfetto stile neogotico. Magni, per chi non lo sapesse è lo stesso architetto del palazzo della Marina, un mastondonte che svetta pesantemente sul lungotevere realizzato in una area dove all’epoca dovevano esserci quasi solo pascoli e qualche acquitrinio, nelle vicinanze di piazza del Popolo. A poca distanza si trovano opere pregevoli come Sant’Andrea del Vignola dalle forme decisamente più contenute, immaginiamo l’effetto che avrà fatto il Ministero all’epoca della sua costruzione; per il villino Magni ha scelto forme più aggraziate, siamo proprio di fronte alle mura aureliane; anche nella enorme varietà di stili che caratterizza la storia urbanistica di Roma si fatica a trovare esempi significativi di architettura gotica, però che ci si vuole fare, all’epoca andava di moda il neogotico; questo è quello ceh proponeva Magni (per fortuna direi). Possiamo comunque affermare che per l’arch. Magni il contesto non fosse proprio una priorità?

Poco più avanti si trova un altro esempio di “goticismo”. Qui l’architetto ha avuto meno coraggio, limitandosi ad una soluzione d’angolo, ma l’inventiva c’è e si vede.

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Proseguendo su via Po comincia a delinearsi lo “stile” romano del quartiere. Le costruzioni si allineano senza soluzione di continuità al perimetro del lotto che viene occupato completamente, i palazzi si alzano e si moltiplica il numero dei piani.

Per chi se lo stesse chiedendo: si, è una questione prevalentemente speculativa. Se hai un lotto a disposizione, per sfuttarne al massimo la cubatura “devi” allinearti al perimetro e crescere in altezza. Non abbiamo dubbi che se il regolamento edilizio lo avesse consentito i costruttori romano/sabaudi della Roma postunitaria non avrebbero esitato a costruire palazzi più alti.

Se devi rendere più economica la costruzione cerchi di non inventarti niente di speciale nelle forme e finisci per limitarti alle decorazioni; il risultato è che predomina lo stile palazzetto finto-rinascimentale che permette di attribuire all’opera la definizione di “signorile” senza spendere capitali in arzigogoli neogotici o liberty.

La media borghesia che cominciava a popolare la città aveva bisogno di riconoscersi in un tipo edilizio che gli desse l’idea di vivere in un palazzo nobiliare. Con la differenza che nel palazzo nobiliare ci viveva il ricco nobile, da solo, in queste palazzine toccava condividere la proprietà con il condominio. Il risultato si vede bene sempre su Via Po: una palazzata senza alcun respiro e senza alcuna particolare invenzione urbanistica. Quando si parla di contesto e di armonia costruttiva del quartiere si fa riferimento a questo?

In fondo è il solito problema degli speculatori, “architè, nun te inventà gnente”. In questo caso dovremmo dirlo con accento piemontese visto che siamo in epoca post unitaria…. ma cambia poco.

Gli esperti sanno (ma spesso omettono di raccontarlo quando si parla di contesto) che il celeberrimo colore romano giallo senape o rosso mattone altri non è che un colore importato nell’ottocento dai costruttori piemontesi; oggi diamo per scontato che questo colore sia tipico del contesto romano, non è così, è una invenzione post unitaria derivante dal minor costo del colore rispetto al giallo canarino al rosa e all’azzurrino che invece venivano uttilizzati nei palazzi dell’aristocrazia romana.

Comunque sia, è qui che cominciamo a trovare un qualcosa di simile a una tipologia.

La forma architettonica che prevede invariabilmente un bugnato a terra e finestre ai piani superiori con timpani; raramente qualcosa di più ardito, un paio di colonne qui e la, un ordine gigante se serve. Parliamo di una forma di architettura che potremmo definire neoclassicismo dei poveri. Talmente anonima che infatti di solito nemmeno si nota. Talmente anonima che poi alla fine tutti, invariabilmente, per difendere l’integrità urbana del quartiere, la sua identità, il suo contesto, fanno riferimento al Coppedé (il quartiere), che è invece la negazione assoluta del tipo.

Ci arriviamo pochi metri più in la, via Po incontra Viale Regina Margherita e diventa Via Tagliamento; qui la palazzata si interrompe: all’improvviso un vuoto. Al posto dei palazzoni si incontra prima una chiesa finto romanica, con tanto di campanile medioevaleggiante; la chiesa è bassa e occupa il lotto atteestandosi sull’angolo dell’incrocio tra via Tagliamento e Viale Rgina Margherita lasciando il lotto vuoto. E la continuità urbana? è andata a farsi benedire (per fortuna, almeno si respira). Però la chiesa è in stile, quindi va tutto bene….. Oggi. Chi ha un minimo di conoscenza della storia dell’architettura dovrebbe sapere (in teoria) della distanza culturale e filologica che passa tra una architettura rinascimentale e una medioevale. Davvero non si riesce a vedere la dissonanza?

Subito dopo il vuoto eccolo li, il Coppedè. Che ci accoglie con un grandioso scarto urbano, un arco poliforme che ci invita ad entrare. Venghino signori venghino, più gente entra più bestie si vedono!

Infatti entrare nel quartiere Coppedè è un po’ come entrare nel regno delle fate, fantastico; non a caso Dario Argento lo ha scelto come location dei suoi film (Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo). Però nulla a che vedere con l’armonia e l’equilibrio signorile di pochi metri prima. Basta mettere i due palazzi adiacenti su via Tagliamento a confronto; come se fossimo nella Settimana Enigmistica. A destra Coppedè, a sinista il solito palazzetto. Aguzzate la vista…… insomma non parliamo proprio dello stesso stile architettonico…..

Internamente troviamo villini decisamente originali; forme e volumi frammentati, eclettismo e manierismo spinti al limite estremo: dov’è in questo quartiere l’armonia? dov’è il rispetto del contesto?

Non a caso l’opera di Coppedè veniva criticata all’epoca proprio per il suo anticlassicismo.

Via Ticino è immediatamente alle spalle. Già che ci siamo possiamo provare a dare un’occhiata.

Quando ho fatto questo giro eravamo in fase di demolizione avanzata. Oggi dovrebbero aver finito.

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Una cosa che ho trovato singolare, ma forse è solo un caso, è la scelta delle inquadrature nelle immagini che circolano sulla vecchia palazzina. Se si percorre via Ticino provenendo dal quartiere Coppedè si passa da una zona a bassa densità costruttiva (palazzine monofamiliari di 2 max 3 piani) a una zona molto più densa. Se fotografi la palazzina con le spalle al Coppedé ti trovi sullo sfondo una città densa, compatta, in continuità stilistica con la palazzina demolita. Ma se fai il percorso inverso, proprio accanto alla palazzina c’è un villino monofamiliare (due piani con annessa torretta); antica dimora del tenore Beniamino Gigli. Questo qui che vedete in foto. Ancora un accostamento ardito tra villini monofamiliari di due piani con torretta che richiamano a forma e stili medioevaleggianti messi a confronto con architetture di respiro più ordinariamente classico (la palazzina demolita).

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Sul sito di Italia Nostra si dice che “Per intanto, demolizione e nuova costruzione avrebbero l’effetto di alterare la percezione d’insieme e di modificare irreversibilmente uno dei quartieri storici più belli della Capitale.”

Per intanto” la percezione dell’insieme non è una percezione unitaria. In ogni caso, anche a voler richiamare la Carta della Qualità come è stato fatto, si capisce chiaramente che la perimatrazione del quartiere Coppedè esclude la palazzina incriminata (che invece è stata fortografata e riportata nella guida come esempio di una tipologia morfologica).

Per concludere vi lascio con una carrellata di immagini di architetture prese nel quartiere mentre giravo allamaniera di Nanni Moretti in Caro Diario: “mi piacerebbe un film fatto di sole facciate di case”.

Come è faciel constatare nel quartire c’è veramente di tutto. E’ un quartiere vivo, sorprendente sia nelle opere più “passatiste” (per usare un temrine caro a Zevi) sia negli inserti moderni. Le parti peggiori sono proprio quelle che più di tutte si sono allineate al concetto di armonia, vi dio’ due esempi: Piazza Verbano e Piazza Buenos Aires. In entrambi i casi abbiamo quattro fronti regolari, simmetrici e perfettamente coordinati nello stile. In entrambi i casi gli architetti hanno rispettato l’armonia generale del contesto secondo il pensiero mainstream che si attribuisce alla parola contesto. In entrambi i casi non stiamo parlando di architetture particolarmente memorabili.

Con la stessa modalità mi sento di fare un richiamo a chi ha determinato le scelte del progetto di ricostruzione. E’ sempre difficile propore nuove architetture, specie se non si è una archistar. Nel nostro caso comunque si trattava dell’architetto che ricopriva il ruolo di Presidente dell’Ordine di Roma. La scelta del progettista, che presumiamo sia stata anche molto indirizzato dal costruttore nelle scelte, è stata quella di una forte semplicità compositiva: pochi volumi semplici e regolari. traspare la volontà di “non inventarsi gnente” da parte di chi ha investito sull’operazione. Infatti non traspare nessuna invenzione particolare. Considerato che si tratta di una zona estremamente benestante e che gli appartamenti si vendono come extralusso, forse qualcosa di più dal punto di vista delle scelte architettoniche si sarebbe potuto osare.

Nella carrellata che segue non mancano esempi significativi a cui ispirarsi.

 

bdr

 

 

#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.