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FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – Giorgio Grimaldi

22 maggio 2017

28. GIORGIO GRIMALDI (Civita Castellana Vt 10.05.1964)
Consegue la laurea con una tesi in Assetto del Paesaggio con l’architetto Lidia Soprani presso la Facoltà di Architettura dell’ Università “La Sapienza” di Roma.
Nel 1995 con Sorin Sergentu e Alfredo Giacomini fonda lo Studio di Architettura AREA.
Partecipa a vari concorsi nazionali ed internazionali d’architettura, nel 1995 è vincitore del concorso per il recupero dell’ex mattatoio di Montalto di Castro e nel 1998 riceve una menzione per la sistemazione del “belvedere attrezzato” di Orvieto.
La frammentazione, ricorrente nelle sue composizioni, è una condizione imprescindibile e per nulla gratuita, è un elemento essenziale del progetto e del fare quotidiano.

 

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Quando l’Architettura è tradimento, nel senso di trasmissione

20 maggio 2017

ipertesto [i-per-tès-to] s.m. inform.

Insieme strutturato di informazioni, costituito da testi, note, illustrazioni, tabelle ecc., collegate fra loro da rimandi e collegamenti logici

Vilma Torselli è un architetto che mi è capitato di incontrare nei diversi blog che animano la critica architettonica.

Non solo. Vilma è animatrice, e responsabile, del blog artonweb; un sito che spazia, e il termine spazia è eufemistico, in tutti gli ambiti dell’arte. Trovo che i suoi articoli (e commenti) siano sempre molto calzanti, sempre dei piccoli saggi esemplari, brevi citazioni, spunti di riflessione che rimandano ad altre riflessioni. Avete presente il muble mumble? quella condizione di pensieroso rimuginare che ti capita quando leggi una cosa che ti dà da pensare, quella cosa che hai letto e ne hai colto un primo significato, ma già da subito capisci che c’è qualcos’altro, che quello spunto riguarda altre cose, che ora non cogli, ma dopo, magari in un momento in cui ti eri scordato tutto, ricollegherai ogni cosa.

Leggere un articolo di Vilma è come ritrovarsi al centro di un groviglio di pensieri collegati tra loro. Leggere un suo articolo, o un commento ad un altro articolo, è una esperienza in tutto e per tutto ipertestuale…..

Quindi che ne dici? Ti va di rispondere alla domanda: A cosa serve l’architettura?

– Serve a significare, a dare senso, al nuovo come al vecchio, a ciò che già esiste come a ciò che ancora attende un progetto, e fornirci una mappa con infinite visioni del mondo con la quale esplorare uno spazio-tempo fisico e mentale dai confini labili ed incerti, diversi per ciascuno di noi, a seconda che siamo norvegesi o fiamminghi o inglesi o lapponi. E pur sapendo che “la mappa non è il territorio”, quella mappa ci orienta sulle tracce di altri luoghi, altri tempi, altri uomini, altri destini, attraverso necessari tradimenti (‘tràdere’, radice etimologica anche del vocabolo ‘tradimento’, vuol dire ‘consegnare’, ‘trasmettere’) ed inevitabili abbandoni.
E se ‘fare architettura’ significa un ‘fare’ che ha la propria essenza nel suo stesso farsi, lungo un percorso poetico (o poietico) che, suggerisce l’aggettivo, è letteralmente una vera e propria poiesis, identificabile nella inesauribile spinta umana all’azione, allora la domanda sottende, a monte, un’altra domanda, “Cos’è l’architettura?”
Per la risposta voglio prendere a prestito la sintesi mirabile che ne fa Adolf Loos in 37 parole profondamente umane e commoventi: “Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”

 

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La foto è tratta dall’edizione della biennale di Venezia del 2014 curata da Rem Koolhaas, “Fundamentals”, “una Biennale sull’architettura, non sugli architetti [……] una panoramica globale dell’evoluzione dell’architettura verso un’unica estetica moderna”. Mi è sembrato che questa infilata di finestre di varie epoche e di vari stili, un simbolico ‘scavo’ fino alle fondamenta dell’architettura in una ricerca introspettiva su sé stessa, potesse in qualche modo rappresentare il ‘fare’ degli uomini di tutti i tempi attorno ad un’architettura che riparta dal grado zero ed esprima “il potere collettivo dell’architettura”.
Capisco che sia criptico il legame con il mio commento, dove, alla fine, intendevo dire che l’architettura è il prodotto del fare, non è né privata né pubblica, né antica né moderna, né bella né brutta, ricordando Umberto Galimberti quando dice “Architettura è una parola greca, e quindi non ignora la complessità. Essa rinvia al tecnico (tékton) che dà avvio, dà inizio, incomincia (árcho) qualcosa. La temporalità è già nella radice della parola. Dare inizio a qualcosa significa infatti immettersi nella trama del tempo”.

NB – Sull’Architettura come tradimento vi rimando alla definizione di Raffaele Cutillo, sulla contrapposizione tra Pubblico e Privato vi rimando a quella di Cristina Donati.

 

Architettura come scuola guida

16 maggio 2017

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

(inferno canto V)

Il testo che segue è la riproposizione di un dialogo avvenuto tra me e Guido Incerti in rete, con pochissime correzioni mirate a rendere il testo più leggibile. Ne è venuto fuori un discorso un po’ estemporaneo sulla funzione dell’architetto (tra scuola guida e pene dell’inferno). La domanda era sempre la stessa:

A cosa serve l’Architettura?

siamo finiti a parlare della funzione dell’Architetto, che poi è la stessa cosa da un diverso punto di vista. Giriamo sempre intorno alla stessa cosa.

– Ciao Guido, ho letto il tuo post su FB: “Un giorno, qualcuno capirà che molti di quelli che oggi declamiamo come architetti, archistar, in realtà erano ben altro. Non avendo avuto il tempo, reale, per fare il mestiere dell’architetto.” Colgo quindi lo spunto per chiederti se ti va di rispondere a una domanda che sto facendo ai miei contatti in rete che ha a che fare con il mestiere dell’architetto: a cose serve l’Architettura? Immagina di doverlo spiegare ad un committente per convincerlo che vale la pena pagarti per questo. Spiegalo in Max 30 parole più una immagine o una foto.

Fare l’architetto è fare conoscere alle persone una dimensione nuova, usando lo “spazio”. Una dimensione e un valore di cui non afferrano pienamente l’esistenza. In termini semplici la coppia di un 8 cilindri rispetto ad un 4. Si apre un mondo. Valore anche economico intendo. Di spesa e guadagno.

– Uhm ok. Spiegami meglio. Possiamo rigirare la cosa dicendo che l’Architettura serve come processo di conoscenza? Ma come lo intendi, più simile ad una ricerca scientifica, una esplorazione geografica oppure un processo di scrittura.
Inoltre mi incuriosisce l’espressione “di cui non afferrano pienamente”.
Si intuisce lo scoramento dell’architetto di fronte alla beata ignoranza del committente. C’è poco da fare, gli architetti, quelli bravi, sono una élite, sono i sacerdoti dello svelamento di questa dimensione…. credo….??

– No, non è scoramento. È la semplice verità. Un committente generalmente non può conoscere la tecnica necessaria per progettare architettonicamente. Poi c’è logicamente la dimensione dell’architetto stesso che spesso non è solo tecnica ma anche sensibile. Non comprende bene la cosa. Perché è difficile. Legata a sensazioni che scopri solo una volta a bordo.
Ma mentre tu (l’Architetto ndr) hai idea chiaramente di quello che sarà – perché sei padrone più o meno di quella tecnica – lui no.
Vale per la musica, la cucina, andare in moto.
Guidare non è pilotare.
E lo comprendi solo se ti applichi.
Ad un committente devi insegnare alcune basi di pilotaggio. Quando di base guida.
Gli architetti, quelli bravi spesso hanno bravi committenti (anche se non lo dicono).

– Mi viene in mente una figura dantesca. Minosse che all’ingresso dell’inferno assegna i gironi ai dannati. Loro sanno già di avere peccato, sono all’inferno, ma tocca a lui svelare, far conoscere l’esatto destino.

– Più spesso hanno l’abilità di fare business attraverso il loro lavoro. E non lo dicono ugualmente. Tutto qui.
Nei confronti dei committenti tu stai già facendo ragionamenti troppo avanti. Io non direi mai una cosa così al committente.

– In effetti non credo che al committente gli si possano prospettare le pene dell’inferno. Meglio la scuola guida.

– Mah. Dipende. A volte invece è giusto prospettarle.
Quando vai a scuola guida mica ti dicono che potrai anche schiantarti. Anche se lo sai.
La dimensione passionale dell’architettura è dell’architetto, quasi mai del committente.

– Qui però introduci un altro tema, la partecipazione. Da una parte spesso, il committente é convinto di saper pilotare, dall’altra se vuole andare a sbattere intenzionalmente, cosa fai?

– Prendi il volante e sterzi! Logico che c’è partecipazione, ma fare architettura è spesso un processo violento.
Nei suoi e nei tuoi confronti.
Ci si trova e magari si ha sintonia; ma la violenza c’è sempre, ed è quasi necessaria.
Puó essere soft o strong ma c’è. Da ambo le parti.
A volte con il medesimo committente ho fatto cene super easy con la matita in mano, altre abbiamo urlato come dei pazzi in faccia l’uno all’altro. Ma deve sempre essere chiaro l’obiettivo finale.
A volte vinci a volte perdi.
E li serve la dialettica.
Ma senza mostrare la superiorità.
Nella dialettica.
Sei come l’istruttore di scuola guida.
Comunque è sempre una dimensione di svelamento.

– Ecco, mi piace questa immagine maieutica, però siamo finiti a parlare dell’architetto, non dell’architettura.
In finale, a cosa serve questo svelamento? Ci fa stare meglio? Ci rende felici? Ci dà potere? Ricchezza?

– Mixxa insieme le ultime cose e hai la risposta. L’Architettura è una pura mediazione di tutte queste cose. A volte puoi avere un po’ più di una e meno dell’altra e viceversa. Ma alla fine la dimensione totale è questa con l’aggiunta di una dose di “percezione” o “propriocezione” legata al puro spazio che è inspiegabile al committente. Anche perché non è quantificabile.
Metti anche una buona dose di funzionalità.
La differenza con l’edilizia è che questa offre molte meno soluzioni per arrivare a questo risultato. La base è la stessa ma meno “ricca” di significati e soluzioni. Specie dei primi. Ma anche dei secondi.
Poi ci scordiamo la bravura nel contenere dentro anche tutte le norme. Che sono parte integrante del processo.
E dell’architettura. Le sue regole (oltre a quelle dei trattati).

– Ok, per le trenta parole uso il testo iniziale, sono 40, l’immagine la scelgo io……

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PS – In realtà avevo scelto un’altra cosa, poi Guido mi ha chiesto di mettere Pinocchio: “Pinocchio è il risultato di tutto. E allo stesso tempo racconta le bugie. Realtà e immagine allo stesso tempo. Poi ha anche la fata turchina… Qualcuno che ogni tanto ti da una mano…”  Gli ho proposto alcune immagini tratte dal Pinocchio di Enzo D’Alò con le illustrazioni di Lorenzo Matotti.

Dov’è l’Architettura, ma soprattutto, a cosa serve?

5 maggio 2017

Quando si cominciano a nominare bene le cose si diminuisce il disordine e la sofferenza che c’è nel mondo.

(A. Camus)

Stefano Nicita è un Architetto ideatore e fondatore di un blog molto interessante dal nome emblematico: dov’è l’architettura italiana?

Con un titolo così non potevo non chiedere anche a lui di rispondere alla mia domanda fondamentale: a cosa serve l’Architettura?

Tanto più che Stefano, tra le tante qualità, ha anche il merito di essere un assiduo frequentatore del nostro gruppo su Linkedin (ebbene si, abbiamo anche un gruppo su Linkedin, e una pagina).

Ma la cosa che trovo più interessante di Nicita, che è il motivo per cui avevo inserito il suo nome nella lista dei miei possibili candidati, prima che lui proponesse spontaneamente la sua risposta, è il suo modo di raccontare l’architettura: semplice ed efficace, tendente al didattico.

Di una didatticità che fa pensare a un maestro di paese, di quelli che non ti dicono mai “guarda quell’albero”, ma ti sanno citare direttamente il nome: “guarda quel Faggio” o “quel Nocciolo”, “guarda l’infiorescenza a pannocchia di quel fiore di Lillà”, e con questo semplice nominare le cose, insegnartele.

Una esplorazione che non disdegna la forza oggettiva dei numeri o la rilettura dei testi. Senza contare questo articolo dedicato al Genius Loci che sembra fatto apposta per la mia ricerca, sia come metodo (una riorganizzazione di suggestioni e stimoli precedentemente raccolte sui social) sia per il tema in sé, che tratta della funzione dell’Architettura su un piano metafunzionale.

Quindi eccovi le vostre parole (31).

L’architettura serve a organizzare e disegnare gli spazi di vita delle persone per renderli dei veri luoghi esistenziali, allo stesso tempo significativi e consueti, protettivi e stimolanti, esclusivi e accoglienti.

"Ti allego anche una foto recente scattata da me a Piazza di Spagna da un punto di vista forse un po' insolito e poco canonico, ma fondamentale per capire precisamente il senso di luogo creato grazie all'architettura a cui mi riferisco nella definizione."

“Ti allego anche una foto recente scattata da me a Piazza di Spagna da un punto di vista forse un po’ insolito e poco canonico, ma fondamentale per capire precisamente il senso di luogo creato grazie all’architettura a cui mi riferisco nella definizione.”

 

A cosa serve l’Architettura secondo Cristina Donati

2 maggio 2017

Persino il parroco che non disprezza/fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza/la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila/e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese/l’amore sacro e l’amor profano.

(De Andrè)

L’Architettura si sa che è il pane dell’Architetto. Quella materia che gli da da mangiare. Quel valore aggiunto che giustifica la fatica (e il compenso) degli Architetti. Ma in cosa consiste realmente questo compenso. Perché un committente dovrebbe mettere mano al portafogli e il più delle volte affrontare difficoltà (burocratiche e tecniche) pur di poter fare di una banale costruzione una Architettura? Ho deciso quindi di cominciare a chiederlo a gli Architetti:

“A cosa serve l’Architettura?”

A questo link trovate la risposta di Raffaele Cutillo che mi ha dato una definizione molto suggestiva, poetica. “L’architettura serve al tradimento”, dice Cutillo, “che non avresti mai commesso”. Una definizione che ti lascia un po’ in sospeso, di quelle su cui rimuginare sopra nell’attesa di una epifania rivelatrice. Di primo acchito, confesso, ho pensato all’Architettura come una puttana; in fondo non stiamo parlando del secondo mestiere più antico del mondo? ma la proposta di Cutillo è molto più raffinata, allude al processo del tradimento, a quel gioco proibito, allo strumento che ti consente di affrontare quel desiderio nascosto e che ti da la forza di accettare mille bugie e contraddizioni che si nascondono dentro una Architettura. Non saprei se Raffaele poi ha provato a ripetere queste parole accompagnandole a una sua lettera di offerta, ma gli auguro che le sue parcelle siano sempre compensatrici di fantastiche scappatelle amorose con la luce e con la materia.

A richiamarmi immediatamente all’ordine del rigore professionale e al significato politico e sociale dell’Architettura ci ha pensato, sentendo la mia domanda, Cristina Donati.

“Bella la domanda! Io comincerei dicendo che esistono tante architetture.”

E’ un grande modo di procedere questo, che ho sempre trovato di estrema intelligenza, per ogni domanda c’è sempre una sola risposta: “dipende”. Non che Cristina mi abbia risposto proprio così ma il senso è quello, così continua:

“Ad esempio quella pubblica e quella privata con finalità diverse. Una sociale, l’altra più rivolta ai bisogni individuali …
Giulio naturalmente considero che con la parola architettura tu non intenda il generale atto del costruire, dico bene?”

Ora immaginate che queste conversazioni avvengono in rete, sarebbe bello descrivervi delle amabili conversazioni seduti sorseggiando Moscow Mule in un locale alla moda lungo i navigli milanesi, ma io sono una povero padre di famiglia, inoltre vivo a Roma mentre Cristina è di Firenze, così tutto avviene in un social, con un testo scritto, e quando leggo “dico bene?” nella mia mente si figura uno sguardo inquisitorio, di quelli che potevi provare in prima liceo quando la professoressa ti chiedeva se avevi fatto la versione: ehm no professoré, ieri mi si è allagata casa, a mia sorella gli è preso il ciclo, mentre mio nonno ha creduto di essere tornato giovanotto quando militava nella decima MAS, così ha cominciato a dare di matto mentre attaccava la sveglia sul frigo pensando di affondare la Viribus Unitis….

Insomma era chiaro che non avevo studiato, mi ero avventurato nei territori sconosciuti della mia domanda senza essermi minimamente preparato, mentre un dico bene scritto così richiedeva una riposta chiara e decisa. Ci ho provato rispondendo che tutto parte in realtà dalla domanda più ampia, cosa è l’Architettura, che cosa distingue quello che gli architetti identificano con Architettura (con la A maiuscola) e che in fin dei conti è la materia della loro professione. Di qui l’esigenza di provare a ribaltare la questione con una domanda diversa.

Questa breve riflessione poi è diventata l’incipit dell’articolo precedente, grazie Cristina!

Comunque a questo punto ero curioso di capire. L’Architettura dunque avrebbe una funzione diversa se parliamo di sfera pubblica e se parliamo di sfera privata? Per capirlo meglio ecco le trenta parole di Cristina (32 per l’esattezza)

“L’Architettura è sempre politica. L’Architettura ‘pubblica‘ dovrebbe servire al ‘bene comune‘, cioè alla creazione della civitas. Quella ‘privata‘ servirà invece a promuovere o soddisfare le ambizioni personali di un patrono”

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Il Centro Civico di Scandicci (Firenze) di Richard Rogers. Tentativo di realizzare un’architettura generatrice di uno spazio pubblico per la gente

 

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La Facoltà di architettura di Oxford (progetto di Design Engine). L’atrio aperto al pubblico

 

London City. Modern skyline of business district.

London City. Modern skyline of business district, espressione emblematica di architettura al servizio di interessi privati

 

Lo skyline di Dubai

Lo skyline di Dubai

 

A cosa serve l’Architettura?

27 aprile 2017

Se vuoi trasformare un uomo in una nullità non devi fare altro che ritenere inutile il suo lavoro. (Fëdor Dostoevskij)

Tutto è cominciato con una domanda, di quelle fondamentali che amiamo farci noi architetti e sulle quali finiamo spesso per accapigliarci, il più delle volte senza concludere alcunché, il più delle volte ancora rimanendo in un alveo di autoreferenzialità tra addetti ai lavori.

La domanda era: “cosa è Architettura?”

Non dite che non vi è capitato di chiedervelo. Si usa il termine Architettura (rigorosamente con la A maiuscola) per distinguerla dalla massa informe di opere che chiamiamo edilizia e che tendiamo a ritenere prive di quel valore aggiunto, quel plus di illuminazione, che invece permea una costruzione quando è Architettura.

Dare una risposta o una definizione non è facile, così come non è facile dare una definizione di Arte. E’ come avere a che fare con un traguardo che si sposta sempre più in la; quando credi di aver trovato una definizione più o meno universale ecco che salta fuori un’opera, un segno urbano, che ne mette in crisi i fondamenti e ti fa riconsiderare la cosa da zero.

Le definizioni stesse tendono a evolvere, anche se guardiamo le stesse Architetture.

In genere è più facile citare degli esempi. E’ più facile dire caso per caso se una certa opera si può considerare Architettura; si finisce con il riconoscere che definiremmo Architettura opere profondamente diverse tra loro.

Inoltre c’è il tema della soggettività.

L’Architettura non è una scienza esatta; si appoggia su fenomeni concreti, scientifici, come il calcolo strutturale e la tecnologia dei materiali; ma per dire che un’opera costruita è Architettura occorre che quell’opera sia permeata di quel valore aggiunto che vorremmo definire Architettura e che indubbiamente trascende il fenomeno scientifico.

Volendo entrare nel merito professionale della questione, il compito dell’Architetto dovrebbe essere propriamente quello di fare Architettura. Per quanto ci possiamo accapigliare (di nuovo) con i nostri concorrenti professionisti (dagli ingegneri ai geometri) è evidente che, semmai dovessimo (finalmente) arrivare ad una chiara distinzione dei ruoli, all’Architetto spetterebbe proprio la gestione di questo valore aggiunto che definiamo Architettura.

In altre parole gli architetti si dovrebbero far pagare per fare Architettura. Sembra banale, eppure non è sempre così chiaro; capita spesso che gli architetti, che si lamentano moltissimo quando gli altri professionisti sconfinano nell’ambito dell’Architettura, non si facciano alcuna remora nell’attribuirsi competenze (e incarichi) che invece sarebbe più appropriato fare svolgere ad altri tecnici. Sto divagando, lo so, e so anche quanto questa affermazione sia generatrice di discussioni. Passiamo oltre.

Se possiamo ammettere che l’Architettura è un valore aggiunto possiamo immaginare che questo valore derivi da una qualche forma di utilità. Una utilità per la quale ci sono state e ci saranno sempre persone disposte a pagare un prezzo, sia esso dovuto al compenso dell’Architetto o al maggior costo delle opere, oppure semplicemente per l’impegno che comporta il processo generativo dell’Architettura: quante discussioni, quanta fatica si portano dietro anche dei semplici dettagli?

La questione che voglio fare emergere é che in fondo per arrivare a capire cosa è Architettura possiamo provare a cambiare il punto di vista e domandarci, in maniera più prosaica:

“a cosa serve l’Architettura?”

così ho cominciato a lanciare una piccola sfida agli Architetti.

Immaginate di spiegare ad un committente, usando al massimo 30 parole, a cosa serve l’Architettura.

Immaginate che da questa spiegazione dipenda l’assegnazione del vostro incarico.

Questa è la prima definizione che ho ricevuto da Raffaele Cutillo.

30 parole esatte, un vero professionista.

“Serve al tradimento che altrimenti non avresti mai commesso, sovrapposto alla memoria. Al desiderio nascosto, oltre il necessario che pur contiene. Segno condiviso di spazio, luce, protettiva reazione materica, bellezza.”

 

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Disegno di Raffaele Cutillo. “La casa la voglio sospesa sul mare”. Omaggio a Malaparte, Gennaio 2016

 

 

 

 

Storie parallele: dal mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese al mulino Ducco & Valle di Roma

23 febbraio 2017

Premessa

Il gruppo di ricerca dell’Ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese propone ai lettori di “Amate l’Architettura” una storia parallela che accomuna due notevoli mulini, separati da una distanza di oltre seicento km ma emblematicamente contigui per le vicende storiche e proto-industriali che li videro protagonisti: il mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese e il mulino Ducco e Valle di Roma. Il primo, ancora esistente, è stato trasformato in sede ecomuseale; il secondo, da tempo scomparso, intreccia gli ultimi anni della sua storia con il più noto pastificio Pantanella.

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Apparentemente marginali, queste storie sin dal loro inizio ben rappresentano le complessità, le stratificazioni e le criticità di una nazione in formazione i cui nodi gordiani, mai recisi, ne ipotecheranno i successivi centocinquanta anni.

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Notevoli simmetrie legano le vicende storiche dei “nostri” rispettivi mulini: inizialmente si collocano agli albori del capitalismo sia torinese sia romano; successivamente, concluso il loro ciclo produttivo, i loro contenitori, dopo un periodo di decadenza (caratteristico di un periodo storico che non attribuiva valore alcuno al patrimonio industriale) diventano spazi urbani recuperati. Ambedue hanno precedenti storici di tradizione secolare fortemente simbolici: i mulini natanti (peraltro apparsi per la prima volta nella storia della nazione presso l’isola Tiberina), le bannalità feudali, l’insistenza, a Roma, del nuovo impianto molitorio sul sedime tombale del panificatore Virgilio Eurisace. Per ultima, l’innovazione tecnologica che vide l’affermazione di una nuova tipologia di mulino in grado di compiere la trasformazione della molitura da pratica artigianale a pratica industriale.

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Sin da metà ‘800 Settimo ha rappresentato, con il coevo e più noto mulino di Collegno (punto d’origine di questa tecnologia in Piemonte e del suo sistema d’impresa, in cui Cavour era direttamente coinvolto), uno dei “laboratori” in cui testare i nuovi macchinari, i diagrammi di produzione e di approvvigionamento energetico portati dai nuovi mulini “all’Americana”. Inoltre, il mulino di Settimo è un perfetto “marcatore” di come l’apparato di corte, i bancari, i faccendieri e gli industriali intraprendenti legati alla corte sabauda seguano pedestremente il trasferimento dei centri di potere da Torino a Roma. Per Roma, il passaggio nel 1883 dai proprietari storici al Banco di Roma, lega indissolubilmente il destino dei nuovi impianti molitori al degrado finanziario che sfocerà nel ben noto scandalo della Banca Romana (e al sistema finanziario del giovane stato in generale, prodromo di un trend che è tutt’ora vitale/mortale per il nostro paese).

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I due impianti si fondano sulla tecnologia al tempo nota come “Anglo-Americana”: si tratta di un sistema di macinazione altamente automatizzato messo a punto dall’americano Oliver Evans nel decennio 1780. Passata ben presto nel Regno Unito, verrà ulteriormente implementata ricorrendo alla ghisa nella parte meccanica e utilizzando vapore come forza motrice. Ne fu incubatore il leggendario Albion mill, presso Blackfriars a Londra, di cui ne furono artefici Boulton e Watt. Distrutto ben presto da un incendio, la breve parentesi in cui operò (1784-91) fu tuttavia determinante per l’affermazione del nuovo sistema a scala planetaria. In Piemonte si affaccerà nel decennio 1840, portato da Bordeaux dai fratelli Fourrat, mercanti di cereali e speculatori finanziari, e subito sostenuto dal conte di Cavour per la sua alta valenza innovativa.

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Conosciuto localmente come mulino Nuovo, venne costruito ex-novo nel 1851-52 in contiguità ad un preesistente impianto molitorio risalente al 1806, realizzato dagli ingegneri del corpo imperiale dei Ponts et Chausées del napoleonico Departement du Po, di cui era direttore Joseph-Claude La Ramée Pertinchamp, costruttore del primo “ponte in pietra” della capitale sabauda (l’attuale ponte Vittorio Emanuele I, tutt’ora in esercizio).


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Artefici di questa radicale trasformazione furono due investitori di provenienza esterna al chiuso mondo settimese del tempo: Pietro Ducco, imprenditore, e Francesco Chiariglione, avvocato, che ne affidarono la progettazione all’ingegner Severino Grattoni, a quei tempi all’inizio della sua brillante carriera professionale che lo porterà, vent’anni più tardi, a condividere insieme al Grandis e al Sommeiller, l’innovativa esperienza del traforo del Frejus per la quale ottennero notorietà universale. Grattoni risolse brillantemente i gravosi problemi idraulici che il nuovo insediamento poneva e che altri ingegneri prima di lui declinarono, dotandolo, sin dall’origine, di una delle prime turbine moderne (probabilmente di tipo Jonval o della più efficiente sua variante Girard, appena inventata): “Furono pure opera dell’ingegnere Grattoni il molino anglo-americano di Settimo Torinese (1851-52), quello del Mussotto presso Alba, ordinatogli dal Marchese Alfieri di Sostegno (1852-53), il molino Pila presso Asti, e molti altri molini minori. Fu nell’impianto di codesti stabilimenti dove si cominciò ad usare tra noi come motori le turbini fra cui è meritevole di essere particolarmente notata quella messa in opera al Molino di Settimo, ed uscita dall’officina dei fratelli Orlando di Genova…” (1)


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Si trattò della prima impresa capitalistica mai apparsa in zona; interrompendo il secolare rapporto di autosussistenza con la comunità, il mulino utilizzava cereali di provenienza danubiana anziché locale, sostenendo, al contempo, una politica fortemente aggressiva verso i preesistenti impianti molitori del territorio, subordinandoli al suo regime produttivo. In uno di questi impianti (ancora di pertinenza feudale) operava come gestore quel Francesco Valle che, vent’anni più tardi, affiancherà Pietro Ducco nell’avventura romana.

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Trasferita la corte a Roma, i soci Pietro Ducco e gli eredi Chiariglione venderanno l’impianto al possidente Stefano Roggeri. Correva l’anno 1873; Pietro Ducco, insieme ai figli Giovanbattista e Alberto, e il tecnico molitorio Francesco Valle partiranno immediatamente per la nuova capitale del Regno d’Italia dove, sin dal 1871, già avevano avviato una intensa attività di acquisizione terreni e di progettazione del nuovo impianto molitorio al Prenestino, allora in via di formazione. Come già per Settimo, il mulino sarà il modello trainante per l’industrializzazione in chiave marcatamente capitalistica del quartiere e uno dei riferimenti imprenditoriali per l’intera città.

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Il mulino Ducco e Valle_Roma

Sin dai tardi mesi del 1871 Pietro Ducco e Francesco Valle, che iniziano a farsi conoscere negli ambienti imprenditoriali capitolini come intraprendenti mercanti piemontesi di granaglie (e, abbiamo modo di ritenere, con un solido sostegno nei palazzi di governo), iniziano ad acquistare terreni nelle immediate adiacenze di Porta Maggiore, favoriti dalle mire speculative indotte dall’eversione dell’Asse Ecclesiastico (letteralmente: soppressione del patrimonio ecclesiastico, decretato da due distinte leggi dello stato, la 3036 del 1866 e la 2987 del successivo). Nello stesso anno sottopongono al municipio di Roma il progetto, ben presto accordato, per la realizzazione di un mulino a vapore da venti macine per una forza complessiva di 80 Hp, a firma degli ingg. Filippo Fiancati per la parte produttiva e Vincenzo Pelami per la palazzina uffici. L’area occupata dall’impianto sin dal 1872, di poco superiore ad un ettaro, è attualmente identificabile nel triangolo compreso tra le vie Casilina e Prenestina, principianti da Porta Maggiore, e viale Castrense. In breve tempo il nuovo mulino si affermerà come una delle principali imprese molitorie operanti sul territorio dell’Urbe, seconda sola al mulino e pastificio di Michele Pantanella. Conserverà tuttavia il primato di primo stabilimento mosso esclusivamente dal vapore, poiché il Pantanella vi ricorrerà solo dal 1879, allo scopo di alimentare i nuovi forni a vapore Perkins appena introdotti nel suo pastificio.

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La scelta della forza motrice termica operata da Ducco e Valle desta senz’altro un largo interesse, tanto da essere citata nell’edizione 1874 della “Guida Monaci”. Si tratta di una innovazione tecnologica destinata a indirizzare sensibilmente le scelte coeve e future degli industriali romani, più volte portata ad esempio come modello di efficienza: “…al dì d’oggi vediamo in Roma la più parte delle industrie attivate colla sola forza del vapore e queste prosperano tutte e giungono persino a vincere la concorrenza di altre industrie consimili attivate con motori ad acqua. Cito ad esempio il grandioso stabilimento impiantato dai signori Ducco e Valle a porta Maggiore per la molitura dei cereali”(2).

Degno d’attenzione è soprattutto quanto riportato nelle pagine del bollettino della “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, sempre del 1876: ”Nel giorno 11 aprile venne effettuata una escursione al molino dei signori Ducco e Valle fuori di Porta Maggiore. Gli allievi esaminarono le caldaie e le macchine a vapore del sistema Woolf, assistendo pure al rilevamento dei diagrammi nei due cilindri…” (3) .

Trattandosi di macchinari Woolf abbiamo ragione di ritenere che i generatori di vapore fossero del tipo “french boiler” (noti anche come “elephant boiler”), inventati e adottati da Arthur Woolf in Gran Bretagna sin dai primi decenni di quel secolo e successivamente esportati nell’Europa continentale.

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Sin dall’anno della sua costituzione (1880), in previsione di una imminente e rapida crescita demografica della città, il Banco di Roma inizia una serie di trattative per acquisire i principali mulini operanti in città, sicura fonte di reddito a breve termine. Scartato il pastificio Pantanella per l’onerosità della richiesta, la scelta cade sul mulino dei soci Ducco e Valle, che lo cederanno a decorrere dal primo gennaio del 1883 per la somma di oltre un milione e mezzo di lire. Cesserà pertanto di esistere la società dei due piemontesi e prenderà vita la “Società Molini e Magazzini Generali”, totalmente controllata dalla Santa Sede e da esponenti capitolini della finanza latifondista, alto-borghese e aristocratica legata al Vaticano. Pietro Ducco entrerà nel consiglio d’amministrazione della società, mentre Francesco Valle assumerà la direzione tecnica dello stabilimento.

A partire dal 1889, con la crisi finanziaria che attanaglia la città per i contraccolpi dello scandalo della Banca Romana, il Banco di Roma e le sue società partecipate, fra cui la “Società Molini e Magazzini Generali” risulteranno progressivamente in passivo; verranno salvate dal fallimento grazie al drastico intervento della Santa Sede (1892), che ne appianerà i bilanci e realizzerà la fusione con la società Pantanella, pesantemente provata dal distruttivo incendio dello stabilimento di via dei Cerchi (che si suppone doloso) e dal tracollo finanziario della famiglia conseguente allo scandalo della stessa Banca Romana, in cui i Pantanella avevano massicciamente investito i loro capitali. Nel 1896 viene pertanto decretata la fusione fra le due principali società molitorie, che assumeranno la denominazione di “Magazzini Generali e Pastificio Pantanella”, senza che peraltro alcun membro della famiglia entri a farne parte. La Santa Sede realizzerà in tal modo il totale controllo dei principali stabilimenti di panificazione industriale della città già delineati quindici anni prima; con l’ulteriore acquisizione di grandi impianti molitori nell’anconetano e nel napoletano, la società controllata dal Banco di Roma divenne una delle principali aziende di macinazione del centro-sud

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Lo stabilimento di via dei Cerchi funzionò sino alla fine degli anni ’20 del ‘900; dal 1929 l’area venne espropriata per ricavarne la sede del Governatorato e dei “Musei di Roma” (chiusi un decennio più tardi e convertiti in uffici, l’intero isolato è attualmente sede del “Dipartimento Sviluppo Economico Attività produttive e Agricoltura”); di conseguenza la sede della produzione venne trasferita all’inizio della via Casilina, in stretta vicinanza con l’area un tempo occupata dal mulino Ducco e Valle dove, sin dal 1915, la soc. Pantanella vi aveva eretto dei silos granari. Il cerchio dell’esperienza capitolina di Ducco e Valle tornava così a chiudersi, là dov’era iniziata, oltre quarant’anni prima. L’area subirà un ulteriore incremento nel 1926, con la costruzione di una autorimessa a firma dell’ing. Alberto Naldini, prontamente accorpata all’impianto molitorio dopo che una delibera del comune ne interdiva l’originaria destinazione. Ampiamente ricostruito nel dopoguerra, lo stabilimento chiuderà la produzione nel corso degli anni ’70. Precipitato in uno stato di profondo degrado, fra il 1998 e il 2001 veniva acquisito dalla Pia Società Acqua Marcia per essere recuperato a residenze di prestigio su progetto dell’ing. Bruno Moauro.

Negli stessi anni, a seicento chilometri di distanza, si compiva il recupero a edificio di pregio della città di Settimo Torinese dello storico mulino Nuovo, l’impianto molitorio da cui ebbe inizio l’avventura -prima torinese e poi romana- dei mercanti piemontesi di granaglie Ducco e Valle, centocinquant’anni prima.

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Note:

1) in: “L’Ingegneria Civile e le Arti Industriali”, anno II, n° 5, 1 Maggio 1876, “Necrologia”, pagg. 79-80;

2) V. Cerasoli: “La 2^ e3^ zona dell’Esquilino”, in: “La Giovane Roma” , anno 1, vol.1, 1876, pag.40;

3) “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, 1876.

Bibliografia:

per le vicende settimesi:

V. A. LUPO, Ecomuseo del Freidano: sintesi del progetto, in: Scuolaofficina n°1, Bologna, 1999;

V. A. LUPO, La fabbrica dei colori. La Paramatti e l’industria settimese ai tempi delle ciminiere, Settimo T.se, 2005;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Mulini e riserie del capitalismo agrario. Un itinerario fra Piemonte e Emilia Romagna, in: Scuolaofficina n°2, Bologna, 2011;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Settimo oltre Settimo. Guida per leggere la città e il territorio, Savigliano, 2012;

per le vicende romane:

F. AMENDOLAGINE (a cura di), Mulino Pantanella. Il recupero di una archeologia industriale romana, Marsilio, Venezia, 1996;

C.G.SEVERINO, Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore, Gangemi, Roma, 2005;

D. CIALONI, Le industrie romane dall’occupazione francese all’avvento del fascismo, Bollettino della Unione Storia ed Arte, 2011, n.6, pp. 55/71;

http://www.treccani.it/enciclopedia/michelangelo-pantanella_(Dizionario-Biografico)/

(Vito Antonio Lupo, Marianna Sasanelli, gennaio 2017)

Gli autori Vito Antonio Lupo, ricercatore di archeologia industriale, e Marianna Sasanelli, architetto, lavorano per la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana di Settimo Torinese sin dalla sua istituzione. Sono coordinatori dei progetti di “Ecomuseo del Freidano” e “Ecotempo”e referenti per il Piemonte di AIAMS_Ass. Italiana Amici Mulini storici www.aiams.eu.

Maggiori info:wwww.ecomuseodelfreidano.it; info@ecomuseodelfreidano.it