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A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?

18 luglio 2017

Sollecitato a fornire una risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura? Santo Marra, dello studio Sudarch, nonché attivo collaboratore di Amate l’Architettura, mi ha inviato una breve riflessione su un lavoro che sta sviluppando.

Al netto dell’architettura autoreferenziale, fuori da giudizi di valore, è necessario capire qual è oggi la sua missione: è uno striscione per turisti? È un privilegio dei benestanti? O uno strumento per migliorare la qualità della vita?
Convogliando l’architettura e i processi di significazione che porta con sé in quelle aree che ne rappresentano la periferia tanto urbana quanto sociale, economica?

Da qualche tempo lavoro a un progetto che riguarda la periferia nord di Reggio Calabria: Arghillà. Un quartiere ideato, progettato, realizzato come ghetto, in un’operazione certo anacronistica, eppure incontrastata. Governa la criminalità diffusa, l’abusivismo, il commercio di droghe e affini: è luogo di discariche urbane. Ad Arghillà nessuno conosce la parola architettura.
Il lavoro che stiamo facendo sul territorio – con l’aiuto della parte sana che non ci sta – è principalmente di comprensione, al fine di calibrare delle proposte che coniughino le nostre sensibilità (piccole o grandi) architettoniche e la riqualificazione (ambientale, sociale, funzionale, ecc.) dell’area, nella consapevolezza che non ci possa essere legalità senza qualità urbana (architettura compresa) e viceversa.
Purtroppo il tema dell’architettura, per l’appunto, lo stiamo ponendo noi, non è richiesto né dal comune, né dai cittadini, non interessa alla città.

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Quindi?

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?
Nella sfida ipotetica di spiegarglielo provo a dire loro che l’architettura è un “bene comune”.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per i cosiddetti “beni comuni”: coinvolge tecnici, politici e soprattutto cittadini, con interpretazioni molto varie. Ma cosa sono i “beni comuni”, non sono forse quei beni che migliorano la qualità della vita dei cittadini e arricchiscono la comunità? Sono i beni ambientali come l’aria, la terra, i boschi, l’acqua, la salute quindi la sanità, i servizi sociali, il lavoro, ma anche la legalità, la sicurezza, l’istruzione, la conoscenza… certo il patrimonio culturale e artistico. Perciò anche l’architettura.

Nel linguaggio corrente i beni comuni sono spesso ricevuti in una dimensione non concreta, ma concettuale. Nei laboratori di quartiere avviene il contrario: la dimensione percepita è la concretezza, a partire da questioni d’emergenza, quali degrado e abbandono, rifiuti e inquinamento, criminalità e sicurezza. Facile comprendere come l’architettura appaia tutt’altro che una volontà primaria. Però, proseguendo per lo stesso ragionamento, è possibile affermare che la mancanza di architettura, cioè la bruttezza delle città, rientra tra le questioni prioritarie da affrontare per la riconquista della bellezza come “bene comune”.
L’architettura allora si configura come uno dei possibili strumenti, forse l’unico in grado di risolvere l’emergenza in una rieducazione della città: dispositivo di intervento a partire sia da un concreto che da un astratto al fine di realizzare la piena disponibilità dei beni comuni, educare alla totalità associativa dei vari termini.

 

In allegato la foto di un masterplan partecipato, dove poniamo ai cittadini questioni architettoniche non come fine ma come mezzo e metodo per governare il processo di rigenerazione.

Green StratUp TAV SINTETICA

A cosa serve l’Architettura? – Il riepilogo

17 luglio 2017

Riporto qui la lista degli articoli della serie.

Le regole del gioco, disattese dai più, sono semplici.

  • Rispondere alla domanda: “a cosa serve l’Architettura?”
  • Farlo utilizzando non più di 30 parole.
  • Aggiungere (almeno) una immagine, una foto o un disegno che esemplifichi il pensiero.

Di seguito la lista, che sarà aggiornata di volta in volta, di tutti i contributi.

Santo Marra, la disponibilità del bene comune.

Gianluca Adami, la forma.

Aldo Canepone, la tensione dialogica.

Giulio Paolo Calcaprina, la coerenza.

Davide Vargas, la responsabilità.

Pietro Carlo Pellegrini, il regalo.

Domenico Fornarelli, il Geme.

Giorgio Mirabelli, il sangue che ci costa.

Roberto Malfatti, la Mezquita.

Luigi Prestinenza Puglisi, la Speranza.

Diego Terna, la ricerca.

Alfredo Giacomini, l’urgenza dell’Architettura.

Cristina Senatore, la consapevolezza.

Vilma Torselli, l’ipertesto.

Guido Incerti, la guida.

Vita Cofano, la sinteticità.

Emmanuele Jonathan Pilia, atti vandalici.

Stefano Nicita, la spiritualità.

Cristina Donati, spazio pubblico vs privato.

Raffaele Cutillo, il tradimento.

FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – MATTEO THUN & Partners

16 luglio 2017

27. MATTEO THUN & Partners, Nuria Nature Resort, Sutri, 2003-2009.
Architetto, nato a Bolzano il 17 giugno 1952, ha studiato all’Accademia di Salisburgo con Oskar Kokoschka e presso l’Università di Firenze. Dopo l’incontro con Ettore Sottsass diventa cofondatore del gruppo ‘Memphis’ a Milano e partner di Sottsass Associati dal 1980 al 1984. È professore della cattedra di design all’Università di Arti Applicate a Vienna (Hochschule für Angewandte Kunst, Wien) dal 1983 al 2000. Nel 1984 apre il proprio studio a Milano e diventa Art Director per Swatch dal 1990 al 1993. Dal 2003, Antonio Rodriguez collabora con Matteo Thun. L’essenzialità, la semplificazione formale, la funzionalità e l’utilizzo di materiali caldi e naturali caratterizzano la poetica di Matteo Thun. Sostiene che è necessario mettere al centro della nostra attenzione l’individualità e non l’individuo, ossia il modo in cui ognuno si rapporta con profondo rispetto al luogo in cui vive e in cui costruisce preferendo l’eco nel vero senso della parola anziché l’ego del linguaggio architettonico, linguaggio che, secondo l’architetto, oggi si appoggia spesso ad archetipi.
Il complesso residenziale di Sutri, completato da anni, è ancora oggi inutilizzato per la paura, probabilmente, della contemporaneità e per l’assenza di forme rassicuranti e vernacolari.

 

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Nuvole, distanze di rispetto e DM 1444. Un approfondimento

Luisa Benato su Twitter ci ha posto una questione a partire da una osservazione sulla nuvola di Fuksas che, come tutti sanno, è da anni al centro di polemiche relative alla sua realizzaizone; non ultima la questione dello spostamento di 2 m.

La questione posta da Luisa è relativa al rispetto dei parametri del DM 1444/68.

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@amarchitettura.Mi chiedevo perchè il DM del ’68, i cui parametri sono obbligatori per le nuove costruzioni, non è stato nel caso applicato

Incuriositi, gli abbiamo chiesto di specificare meglio a cosa si riferisse.

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Ne è seguita una piccola discussione, interna ad Amate, sui limiti di imposizione degli standard stabiliti dal DM 1444/68.

Margherita Aledda ci ha fornito il suo parere illuminandoci sulla questione, che riguarda applicazioni più ampie.

“L’art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444 del 02.04.1968 individua le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, e stabilisce che per i nuovi edifici ricadenti in zone diverse dalla zona A, è prescritta “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.

Disposizione che, pur se contenuta in un Decreto Ministeriale, ha natura di norma primaria, atteso che trova la sua fonte nell’art. 41 quinquies della Legge n. 1150 del 1942 (Legge Urbanistica), il quale, dopo aver previsto che nei Comuni debbono essere osservati “limiti inderogabili” di distanza tra i fabbricati, dispone che tali limiti debbano essere stabiliti con decreto del Ministero per i lavori pubblici di concerto con quello per l’interno, sentito il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il principio espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14953 del 2011, ha affermato che il D.M. 1444/68, essendo stato emanato su delega dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, ha efficacia di legge dello Stato, ne deriva che le sue disposizioni in tema di limiti di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

Dalla lettura dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, e dalla natura di norma primaria attribuita all’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, discende, dunque, che sono inderogabili i limiti minimi di distanza tra fabbricati in quest’ultimo stabiliti.

Come costantemente affermato dalla Giurisprudenza Amministrativa, la disposizione contenuta nell’art. 9 del D.M. 1444/68 prevale sia sulla podestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla podestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per la loro natura igienico-sanitaria, non sono nella disponibilità delle parti.

La norma è preordinata, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, atteso che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, si è posta il problema di verificare se possano considerarsi o meno legittime le previsioni regolamentari locali (ad esempio le N.T.A. dei P.R.G.) che, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, consentano la costruzione di edifici a distanze diverse rispetto a quella di 10 metri ivi prevista. Il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa insegna che l’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 integra con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, quindi la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti – predeterminata con carattere cogente, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza – vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici. Ne deriva che, ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo di 10 metri è illegittima, essendo consentita alla Pubblica Amministrazione solo la fissazione di distanze superiori.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa è condiviso dalla Corte di Cassazione che rileva la prevalenza dei precetti contenuti nel Decreto Ministeriale sulle norme regolamentari locali, ove queste prevedano distanza inferiori rispetto a quella di 10 metri prevista dal D.M. Ove, invece, le norme regolamentari prescrivano una distanza fra edifici maggiore di quella minima di 10 metri, questa può essere applicata. Infatti, se la finalità dell’art. 9 del D.M. è da ravvisarsi nell’intento di evitare la formazione tra edifici frontisti di intercapedini nocive, con la prescrizione di una distanza “minima” inderogabile, non è impedito ai Comuni di adottare, nella formazione dei piani regolatori generali e dei regolamenti edilizi locali regole più rigorose, sulla base di valutazioni discrezionali degli interessi pubblici da tutelare.

Sulla base di tale principio dunque, se da un lato ai Comuni è inibita la possibilità di prevedere nei propri strumenti urbanistici la possibilità di costruzione tra i fabbricati a distanze inferiori rispetto a quella minima di 10 metri prevista dall’art. 9. del D. M., dall’altro essi potranno legittimamente determinare la fissazione di distanze maggiori.”

Se poi la “Nubbe de Fuksas” rispetti questi vincoli e se e come eventualmente dovessero essere stati derogati non lo sappiamo. Grazie comunque a Luisa Benato per averci dato questo spunto.

 

 

 

La responsabilità dell’Architettura

3 luglio 2017

Non me ne voglia Davide Vargas, ma prima di sapere che era un ottimo architetto, lo ho scoperto come un ottimo scrittore.

Scoperta fatta oltretutto sul sito Nazione Indiana, ovvero fuori dal giro degli architetti, dove mi è capitato di leggere un suo racconto dedicato al Flaminio.

Agli architetti, a molti di loro, piace scrivere; il che è un paradosso perché la nostra formazione dovrebbe essere di natura figurativa; il significante per noi è una forma, un’immagine, al limite un disegno, qualcosa che si spiega con un colpo d’occhio, mentre la parola scritta è sequenziale, impone una gerarchia, un inizio e una fine. Non è un caso che in molti corsi di composizione si pretenda dagli studenti che “i disegni parlino da soli”.

Questo non vuol dire che la parola scritta non sia idonea a descrivere l’architettura, o che spesso sia funzionale a chiarirne il senso, proprio perché impone una diversa codifica; la parola scritta è un diverso punto di vista rispetto all’immagine, complementare, divulgativo e al tempo stesso erudito. Parole semplici e slogan, per convincere il pubblico, contorsioni lessicali e retorica per affascinare l’accademia; poi spesso se si guarda il risultato compositivo si scopre che parole simili sono prese a prestito per giustificare architetture diversissime. Quante opere diversissime tra loro potremmo realizzare dietro alla fascinazione del “rammendo”? quante architetture altrettanto diverse si realizzano in nome del contesto? o della modernità?

D’altra parte il progetto di architettura, quello che poi va all’ufficio tecnico per essere approvato, o all’impresa per essere appaltato, non sarebbe completo senza la sua parte di testo (dalla relazione tecnica al capitolato) che ne descriva a parole le modalità di esecuzione; nei concorsi, i più furbi riempiono i disegni di testo, per dire.

Segno che evidentemente i disegni, da soli, non bastano.

Certo, in quel caso si tratta di una funzione tecnica, burocratica, “necessaria”, mentre il “Racconto di architettura” agisce sul limite del non necessario, sull’emozione, sul ridondante, che è poi l’ingrediente principale dell’esperienza.

Fatto sta che la parola scritta, quella narrativa, affascina gli architetti.

Nella mia ricerca non poteva mancare quindi uno che stesse a pieno titolo nel mestiere di scrivere.

Nel caso di Vargas mi è rimasto l’imprinting iniziale e tendo a considerarlo uno Scrittore-Architetto invece che un Architetto-Scrittore; sottigliezze; roba da polemica politica interna al PD.

Questa è la sua risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura?

L’opera di architettura [l’architettura non esiste…L.I.Kahn] si assume la responsabilità di costruire ambienti dove il pensiero umano si fa libero e oltrepassa gli orizzonti di civiltà già fissati.

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A cosa serve l’Architettura? – chiedere a chi fa domande

14 giugno 2017

Domenico Fornarelli non è un architetto, non studia nemmeno architettura, ma ingegneria civile[trattino]architettura, che poi andrebbe bene lo stesso, sempre di quel mestiere si tratta, ma sai com’è, dietro l’angolo c’è sempre il puntiglioso pronto a puntigliosare, quindi bisogna essere precisi: mi dispiace Domenico, sempre studente di Ingegneria resti.

Detto tra noi chissenefrega.

Domenico è uno studente; il che quindi, va bene, per una ricerca come si deve bisogna diversificare, sentire le diverse opinioni, garantire pluralità.

Fin’ora con l’equità di genere sono un po’ scarso. Solo 4 donne coinvolte, ma comunque non zero. I giovani in effetti mancano all’appello.

Domenico sicuramente è anche un fotografo. Qui trovate alcuni suoi scatti.

“E i giovani? chi ci pensa ai giovani? vogliamo dare uno spazio anche a loro?”

(questa è la voce della mia coscienza che parla)

Si, si, va bene, penserò ai giovani, però non è questo il punto.

Il punto è questo:

Domenico fa domande.

Domande semplici, tipo:

Cos’è un modello?

Cos’è una nota?

Cos’è un valore?

Cos’è un’autentica?

 

Le pone semplicemente e lascia che i suoi contatti rispondano. Le risposte arrivano.

Per una volta ho voluto fargliela io la domanda.

A cosa serve l’Architettura?

L’Architettura serve l’Uomo
come la Terra il Geme:
proteggono la Vita,
che genera Futuro.

A cosa serve l'Architettura

 

Architettura: “nessuno sa quanto sangue ci costa”

13 giugno 2017

Giulio,
mi sembra che la domanda che tu poni “a cosa serve l’architettura?”, dopo le tue premesse, sia per certi versi un po’ retorica, in quanto solletica, probabilmente, la risposta che ti piacerebbe sentire, a conforto di quello che tu pensi; e cioè che l’architettura non serve a nulla. Lo sai che sono totalmente in disaccordo con te su questa teoria. Così come sull’ipotetico Committente che dovrebbe decidere di affidarmi un incarico in base alla risposta che gli darò sempre sulla stessa domanda. Lo so che è un gioco, ma più che una risposta su “a cosa serve l’architettura?” un Committente che si rispetti e che vuole affidarmi un incarico, magari andrebbe prima di tutto a dare un’occhiata a quei pochi e decenti lavori che ho fatto o anche solo ai miei progetti e su questo dovrebbe basare la sua scelta, nella speranza che il mio modo di interpretare e realizzare un certo tipo di architettura si avvicini a quelli che sono i suoi desideri e le sue speranze. Ma aldilà di questo la domanda più importante, a mio modesto avviso, non è “a cosa serve l’architettura”?, che in fin dei conti ne presuppone già l’esistenza. Forse la domanda è: se esiste, perché esiste? Quindi prima di tutto: Che cosa è l’architettura? Per essere più convincente ho chiesto aiuto a due cari colleghi che purtroppo non ci sono più. Il primo è un certo Signor Rossi, per niente anonimo come il cognome farebbe pensare, anzi, a mio modesto avviso uno dei più grandi del “900”, il primo architetto italiano a vincere il Premio Pritzker per l’architettura nel 1990, seguito poi solo nel 1998 da Renzo Piano.

Aldo Rossi – “L’architettura della città” – CittàStudi/Edizioni – 1966
Intendo l’architettura in senso positivo, come una creazione inscindibile della vita civile e della società in cui si manifesta; essa è per sua natura collettiva. Come i primi uomini si sono costruiti abitazioni e nella loro prima costruzione tendevano a realizzare un ambiente più favorevole alla loro vita, a costruirsi un clima artificiale, così costruirono secondo una intenzionalità estetica. Essi iniziarono l’architettura a un tempo con le prime tracce della città; l’architettura è così connaturata al formarsi della civiltà ed è un fatto permanente, universale e necessario……. Ma per dare forma concreta alla società, ed essendo intimamente connaturata con essa e con la natura, essa è diversa e in modo originale da ogni altra arte e scienza.

Se il “maestro” non è riuscito a convincerti allora, per cercare di “alleviare i tuoi tormenti”, con risposte esaustive su “Cosa è l’architettura? A cosa serve l’architettura? Ma cosa è architettura e cosa è edilizia? E come misurare la loro differenza?”, mi sono rivolto ad un altro “caro collega” che purtroppo anche lui non è più tra noi, ma che con quello che ha detto, e che in alcuni passaggi definirei addirittura “profetico”, forse potrà darti qualche risposta, più convincente e sicuramente più autorevole delle mie.

Dalle carte dell’Archivio Centrale dello Stato “Moretti visto da Moretti”
Uno stralcio del discorso tenuto all’Accademia di S. Luca il 16. Aprile. 1964 da Luigi Moretti su:
SIGNIFICATO ATTUALE DELLA DIZIONE ARCHITETTURA
“……………………Prima di concludere sia lecito affermare che una voce come “Architettura”, per essere intesa nel suo significato attuale, debba non soltanto essere vissuta nell’excursus dei significati precedenti, ma ascoltata nei palpiti che ne annunciano le sue possibili significazioni nell’avvenire; cioè, di intravvedere il futuro di quelle nuove attività di fatto e di pensiero che la voce “Architettura” potrà ancora accogliere. Nel prossimo futuro è da osservare per primo che l’aumento demografico ancora crescente, la valutazione sempre più avanzata e precisa della necessità e della personalità dell’uomo, la discriminazione formale fra le attuali classi sempre meno sensibile, i campi economici ognora più omogenei e ripartiti, porteranno a insediamenti umani nei quali le strutture per abitazione e per servizi non potranno avere laschi di interpretazione che estremamente ridotti. La edilizia si conformerà come la sostanza predominante della architettura.
Per contro sarà definitivamente chiaro che soltanto la numerosità e complessità dei parametri vincolanti determinerà le sfumature e i passaggi tra architettura in senso antico e edilizia, poiché esse costituiscono una unità senza cesure concettuali. L’architettura vivrà ancora nei monumenti (che rimarranno pur sempre necessari perché gli uomini possano affermare qualche cosa oltre l’utile), così come per le strutture dell’edilizia e per il loro ordinamento spaziale. Ordinamento che dovrà seguire parametri funzionali precisi e completi, ivi compresi quelli spirituali. Parametri questi ultimi che potranno dare una nuova “venustas” agli spazi dell’avvenire, risolti con la materia elementare del verde, della Goethiana campagna aperta, del cielo e della luce. Anche l’edilizia cioè, quando sarà produzione industriale in serie, come oggi le auto, potrà avere una sua nuova bellezza. La urbanistica infine dovrà creare nuove strutture per gli insediamenti umani, sostanzialmente diverse da quelle attuali. Poiché le dimensioni del mondo su cui essa sarà chiamata a operare saranno radicalmente mutate e le leggi rigorose e precise dei grandi numeri interverranno definitivamente………….. Abbiamo così esaminato la voce “Architettura” e cercato di intendere i suoi contenuti, così diversi nel tempo, così distanti nelle prospettive future, da quelli che si perdono nella storia lontana. Questa voce rimane pur tuttavia, e rimarrà con un fascino antico e misterioso, con un prestigio magico, che non dovremmo mai scalfire, specialmente nella sua ossatura etica, cioè nella rettitudine e nella decisione del fare e del pensare. Questo obbligo lo abbiamo particolarmente noi, perchè l’architetto rimane sempre un uomo che ha il suo da fare fra i più stimolanti e felici e che sembra avere la benignità degli dei, pure se sappiamo quanto Michelangelo avesse ragione dicendo dell’architettura “nessuno sa quanto sangue ci costa”.
Un abbraccio Giorgio M

 

Giulio ti invio due render di quelli che sono, forse, tra i nostri progetti migliori degli ultimi tempi. Il primo è il progetto per il Concorso del Nuovo Auditorium di Acilia che fu indetto da Alemanno. Naturalmente non abbiamo vinto ma è quello che secondo me si avvicina di più alla “profezia” di Moretti sulla trasformazione dell’architettura per adeguarsi, conformarsi ed essere al passo con i tempi in cui si realizzano le opere. Un atteggiamento che oserei dire “camaleontico”, ma assolutamente necessario per dare continuità al suo ruolo indispensabile.

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Nel Progetto dell’”Auditorium” c’è stata proprio la volontà di nascondere quella che siamo abituati a chiamare l’architettura tradizionale. La struttura dell’Auditorium ha praticamente un solo prospetto, una sola facciata con una Piazza davanti che è l’ingresso principale dell’Auditorium. Tutto il resto, cioè tutte le funzioni e le attività legate all’Auditorum sono coperte da un tetto verde, un Parco che diventa il vero protagonista legando con varie funzioni un’area molto più grande all’interno del quartiere. Io metterei questo progetto , ma ti lascio volentieri l’onere della scelta.

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Il secondo render invece riguarda il progetto di due unità per Alloggi Sociali/Housing, che saranno realizzati il prossimo anno a CastelPorziano nella Lottizzazione che stiamo portando avanti da quasi 10 anni. Siccome per le unità che hanno dato vita a questa lottizzazione, per vari motivi, dai costi, alle prescrizioni del Comune fino alle scelte dei costruttori, non ci è stato permesso di andare oltre una normale progettazione, per queste due unità abbiamo fatto un’ eccezione che sia dal punto di vista formale che da quello distributivo ci è stata concessa. Quindi abbiamo accentuato questa diversità formale/funzionale con il resto della lottizzazione, immaginando che queste due unità di Housing fossero due astronavi che venivano da un altro pianeta. Un “incontri ravvicinati del terzo tipo” de noantri alla romana.

Un’ultima cosa che vorrei dire in generale sull’architettura è che dovremmo finirla tutti di esprimere “giudizi”, come facciamo spesso, su una qualsiasi architettura solamente guardando una foto. E’ un errore di “superficialità” ed è anche una questione di correttezza che noi di “amate,” specialmente, non ci possiamo permettere.
Se riteniamo ancora valido il “Codice vitruviano” della Utilitas, Firmitas e Venustas che una qualsiasi architettura deve avere per essere considerata tale. Non possiamo esprimere giudizi di valore solo guardando una fotografia e quindi esprimendo una valutazione solo sulla “bellezza” che oltretutto è una cosa molto soggettiva e molto difficile da “codificare”.
Se consideriamo l’architettura come un mobile che si regge su tre piedi (Bellezza, Stabilità e Funzionalità), se viene a mancare uno qualsiasi di questi “piedi” il mobile crolla.
Quindi quando descriviamo un’architettura inseriamo anche dei parametri di riferimento su gli elementi costruttivi e strutturali e sulla “ideazione e distribuzione” degli spazi interni. Continuare a parlare solo di Bellezza è fuorviante e secondo me anche superficiale.
Un abbraccio e grazie