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IL TEMA DELLA CICLABILITA’ NELLA CAPITALE. [Post Covid-19]

19 Maggio 2020

Il tema della mobilità ciclabile nella capitale è stato uno dei cavalli di battaglia della fase amministrativa che si succedette a Roma a partire dalla fine degli anni ’80.
La prima infrastruttura di questo tipo ad alto valore trasportistico fu la cosiddetta “Regina Ciclorum”, l’asse ciclopedonale che attualmente si snoda sulla sponda destra del Tevere, compreso nel Grande Raccordo Anulare, tra Labaro e Mezzocamino.

Realizzato per gli eventi dei mondiali del 1990, la pista si è poi dimostrata importante nel suo tratto urbano all’interno della città, per gli spostamenti da parte dei cittadini che hanno scelto questa forma di trasporto ecosostenibile.
Il tema, successivamente, comincia ad avere carattere di maggiore impegno politico a partire dagli anni ’90 in concomitanza con l’elezione diretta del Sindaco. il sindaco Francesco Rutelli porrà infatti la mobilità ciclabile all’interno dei primi punti della sua agenda di governo. Questo impegno, durante i due mandati, vedrà la realizzazione di due importanti piste ciclabili, nel quartiere Prati: la ciclabile lungo Viale Angelico e quella su Viale delle Milizie, fino a Piazza Cavour.

Dal punto di vista architettonico-progettuale, ci interessano perché queste infrastrutture sono, ad oggi, quelle progettate con maggiori dettagli e in linea con le caratteristiche che dovrebbero avere tali infrastrutture, ovvero:
Sede propria riservata alle sole biciclette, non in comunione con i pedoni
Delimitazioni fisiche della pista attraverso l’uso di cordoli divisori fissi, realizzati in materiale durevole.
Presenza di fondo apposito, assenza di caditoie e tombini lungo il percorso.
Progettazione strutturata per le bici, con assi rettilinei e raggi di curvature appositamente elaborati.
Impostazione atta a creare una “rete” di ciclabilità interconnessa, la volontà di arrivare in punti sensibili del nodo trasportistico locale (esempio, la fermata metro di Ottaviano della Linea A).
Questa premessa avrebbe potuto essere la base per un effetto a ragnatela in grado di poter, gradualmente, aumentare la portata delle infrastrutture ciclabili al fine di avere una realtà similare a quella di altre capitali o città europee.
Nel corso degli ultimi anni, infatti, diverse municipalità, non solo dell’Europa occidentale, si sono iniziate a dotare di infrastrutture per la cosiddetta “mobilità dolce”.


Gli effetti positivi di questa mobilità sono da ricercarsi in una maggiore velocità di spostamento, soprattutto nelle aree centrali della città, connessa ad una corretta attività fisica che permette alla popolazione di mantenersi attiva e senza dover ricorrere, nel lungo periodo, all’assistenza da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Con evidenti vantaggi da parte dello Stato Centrale.

All’attualità, però, la situazione ciclabile di Roma non versa in condizioni ottimali. Al momento dell’insediatura dell’attuale amministrazione presieduta dal Sindaco Virginia Raggi, infatti, la città era provvista di una rete ciclabile stimata in circa 260 Km (fonte: sito comune di Roma Capitale), tale dimensione, comunque, era costituita in gran parte di percorsi all’interno di aree verdi e parchi, non strutturati per essere degli assi trasportistici di mobilità urbana vera e propria.


All’interno del mandato sin qui fatto (4 anni a giugno), la giunta ha eseguito in forma compiuta soltanto tre interventi: il sottopasso di Santa Bibiana (0,2km), la ciclabile Nomentana (circa 4Km), la ciclabile Tuscolana (circa 5Km divisi in due tronchi di 2,5Km lato strada) e la ciclabile Prenestina per altri 2,5Km circa. Per un totale di appena 12 km.
Alcune cose sono indubbiamente positive, ma andrebbe implementata la progettazione, poiché allo stato attuale la realizzazione avviene (anche nella fase di sperimentazione delle c.d. “ciclabili transitorie”), attraverso interventi spot e non collegati tra loro ed in assenza di un vero progetto unitario, seppur questo avanzato dalla popolazione attraverso il PUMS. Il Piano della Mobilità Sostenibile.

Adesso, a seguito dell’emergenza Covid19, il Municipio (dietro richiesta del Ministero dell’Interno) si è dotato di un Piano Strategico per la ciclabilità che ha espresso l’intenzione di realizzare, entro l’anno, circa 150Km di nuove ciclabili di emergenza, in forma di bike lane a bordo strada.


Immediatamente sono state appaltate circa 25Km, iniziate con la nuova bike lane in che per 3,8km si snoda da piazza Cina a viale Egeo. Una prima valutazione di questo asse, però, denota una serie di criticità che non sono nuove nel tema delle politiche urbane su questo tema, la nuova bike lane, infatti:
Non parte e non arriva in nessun punto strategico a livello trasportistico (è vero che se ne aggiungeranno altre, ma non subito e perché cominciare da questa?).
Non attraversa nessun ufficio pubblico o municipio, eccezion fatta per una sede ACI.
L’unico punto trasportisticamente rilevante è la vicinanza con la fermata Tor di Valle, alla quale connettersi per andare eventualmente in centro ma non sembrerebbe oggetto di una connessione. Le fermate della linea B sono lontane e bisogna arrivarci poi in situazioni di pericolo.
Per la popolazione residente al Torrino che volesse recarsi al lavoro in bici e andare con la metro ciò non è agevole, in quanto manca una connessione con la metro B (Eur Magliana o Eur Palasport).
Al netto delle buone intenzioni, è da domandarsi chi si metterà davvero in questa ciclabile? Per andare dove? Gli altri assi non sono diversi da tali impostazioni, ad ogni modo non dobbiamo essere disfattisti, aspettiamo di vedere gli altri 146Km promessi e poi faremo una valutazione magari più approfondita.

 

 

 

 

 

Credts

Tutte le foto sono di  Carlo Ragaglini:

Foto 1: tratto della ciclabile di Roma in Viale delle Milizie, stato della manutenzione.
Foto 2: piste realizzate dall’amministrazione Raggi (fonte Salvaciclisti Roma)
Foto 3: piste da realizzarsi nel primo intervento post Covid19 (fonte Salvaciclisti Roma)
Foto 4-5: città di Sofia (BULGARIA) nuovi stalli in metropolitana per le biciclette e tratto di ciclabile all’interno del centro cittadino
Foto 6: città di Bucarest (ROMANIA) nuova pista ciclabile in Calea Victorei.
Foto 7: rastrelliere nel centro cittadino
Foto 8: città di San Sebastian (SPAGNA) pista all’interno della città

Regno Unito, architetti e architettura ai tempi del Covid-19 – UK, architects and architecture during Covid-19 pandemic

16 Maggio 2020

Un recente studio condotto dal RIBA, l’Istituto Reale degli Architetti Britannici, frutto di un sondaggio chiuso il 30 Marzo e pubblicato il 6 Aprile, ha rivelato che le misure necessarie a rallentare la diffusione del nuovo Coronavirus stanno avendo un rilevante impatto sulla professione di architetto anche nel Regno Unito. Da qualche giorno è partito anche il secondo sondaggio, quindi a breve avremo a disposizione una situazione aggiornata. Di seguito intanto una tabella con i risultati più interessanti del primo.

01 – TABELLA SONDAGGIO RIBA

Il Governo Inglese sta facendo molto per aiutare subito e meglio possibile i lavoratori e le aziende. Vediamo nel dettaglio cosa questo significa anche per gli architetti.

02 – TABELLA DEGLI AIUTI DEL GOVERNO INGLESE

Inoltre il RIBA è costantemente presente a supporto dei suoi iscritti – persone singole e studi professionali – con vari strumenti.

03 – TABELLA DEGLI AIUTI DEL RIBA

Un’altra forma singolare di “supporto” viene dalle agenzie di reclutamento che tramite LinkedIn, i rispettivi siti web e le newsletter elargiscono regolarmente consigli su smart working, salute mentale e persino video colloqui e rinnovo del CV ai tempi del Covid-19. Le offerte di lavoro infatti, seppure calate drasticamente, ci sono ancora e puntano ad assoldare soprattutto lavoratori a contratto e esperti del BIM.

Molti studi, come sopra detto hanno, messo in cassa integrazione i loro dipendenti e quindi hanno momentaneamente sospeso l’attività approfittando dell’occasione del CJRS offerta dal Governo per limitare le perdite, altri hanno ridotto gli orari di lavoro, altri ancora lo stipendio.

Tutti gli altri si stanno semplicemente attrezzando in vario modi per portare avanti il loro business:

  • grazie alla collaborazione tra RIBA e Governo quelli dotati di stampanti 3D si sono convertiti alla produzione di ventilatori e dispositivi di protezione personale, ossia mascherine e visiere (Es. HOK, HTA, Perkins and Will, Penoyre & Prasad, Grimshaw);
  • alcuni stanno partecipando alla conversione di edifici in ospedali (Es. BDP);
  • altri stanno mettendo a disposizione dei clienti strumenti per collaborare online (Es. E2 Architecture+Interiors).

04 – FOTO STRALCIO ARTICOLO RIVISTA RIBA SULLA PROGETTAZIONE DEGLI OSPEDALI DI EMERGENZA AI TEMPI DEL COVID-19

In generale sui social i dibattiti che gli architetti stanno portando avanti sono soprattutto correlati alla gestione dei team di lavoro a distanza.

Gli studi di architettura del Regno Unito fanno parte di un’industria molto consolidata e hanno alle spalle un istituto, il RIBA, che si fa promotore delle loro istanze. Questo è decisamente un vantaggio. Come pure il fatto che siano più avvezzi che in altre nazioni alla collaborazione on line, vuoi perché molti hanno progetti all’estero o perché hanno sedi in diverse città del Regno Unito o del Mondo. Tuttavia i cantieri si fanno dal vivo. “Va tutto bene e funziona bene su Zoom e Skype, possiamo lavorare da casa e sugli schermi ma la catena di approvvigionamento è più ampia e il personale dei cantieri ciò di cui dobbiamo preoccuparci “, ha detto a metà Marzo in un’intervista Ewen Miller, managing director di Calderpeel Architects. “Stiamo ancora cercando di capire quali saranno le implicazioni. L’industria delle costruzioni è ciclica e potremmo arrivare alla fine di un ciclo.”

*dati sul sondaggio da sito RIBA

 

A recent study conducted by RIBA, the Royal Institute of British Architects, summary of a survey closed on March 30 and published on April 6, revealed that the measures needed to slow the spread of the new Coronavirus are having a great impact on architects in the UK as well. The second survey started a few days ago, so we will shortly have an updated picture. Meanwhile, below is a table with the most interesting results of the first.

01 – RIBA SURVEY TABLE

UK government is doing a lot to help workers and companies immediately and as well as possible. Let’s see in detail what this means for architects.

02 – TABLE OF ECONOMIC AID ENGLISH GOVERNMENT

Furthermore, RIBA is constantly present to support members – single people and professional firms – with various tools.

03 – RIBA AID TABLE

Another “support” comes from the recruiting agencies that on LinkedIn, their websites and newsletters regularly give advice on remote working, mental health and even video interviews and CVs at the time of Covid-19. In fact, job offers, although dramatically dropped , are still there and aim to hire mainly contract workers and BIM experts.

As mentioned above many practices have put their employees into layoffs and therefore temporarily suspended their activities by taking advantage of the CJRS opportunity offered by the Government to limit losses. Others have reduced working hours or wages.
All the other practices still working are gearing up in various ways to carry on their business:
– thanks to the collaboration between RIBA and the Government, those equipped with 3D printers have converted to the production of fans and PPE (Personal Protective Eqipement), masks and visors – HOK, HTA, Perkins and Will, Penoyre & Prasad, Grimshaw;
– some are participating in the conversion of buildings into hospitals – BDP;
– others are making tools available to customers to collaborate online – Architecture + Interiors.

04 – EXCERPT FROM AN ARTICLE IN THE RIBA MAGAZINE ON THE DESIGN OF EMERGENCY HOSPITALS DURING COVID-19

Generally, discussions that are taking place on social media are mainly related to understanding how to manage remote work teams.

The UK architectural practices are part of a well-established industry and have behind them an institution, RIBA, promoting their requests. This is definitely an advantage. As well as the fact that they are more accustomed to online collaboration than in other countries, either because many have projects abroad or because they have offices in different cities in the UK or in the world. However, the construction sites go live. “It is all well and good working off Zoom and Skype, we can work from home and on screens, but it is the wider supply chain and site staff we have to worry about,” he said. “We are still trying to understand what the implications will be. The construction industry is cyclical and we may be reaching the end of a cycle.”

*survey data from RIBA website

Testo: ©Vita Cofano
Foto: ©Vita Cofano
Editing: Vita Cofano e Giulio Paolo Calcaprina

Post-covid e architettura: il rischio di una falsa coscienza collettiva, la necessità della coscienza individuale. [Post Covid-19]

12 Maggio 2020

Amate l’Architettura ha già avviato una serie di approfondimenti sul tema della risposta degli architetti alle esigenze emerse in seguito alla pandemia di covid 19, con questo articolo si vuole portare a conoscenza di chi legge la risposta di un gruppo di architetti napoletani che, in difesa di alcuni principi e di una determinata concezione urbanistica, ha costituito una associazione che sta raccogliendo molte adesioni anche fuori dalla Campania: l’Air, Architetti in Rete .

Tale loro risposta in realtà suona come un allarme basato su preoccupazioni fondate, legate al territorio campano e soprattutto all’area metropolitana di Napoli, ma che potrebbero essere estese all’Italia intera e perciò sollecitano importanti riflessioni.

La pandemia di corona virus è un accadimento straordinario che ha generato a livello planetario conseguenze eccezionali in tutti i campi dell’esistenza non solo umana: ha unito i popoli suscitando in essi nello stesso momento sentimenti profondi e simili come paura, angoscia, dolore e disorientamento ma anche solidarietà e compassione; ha scombussolato i mercati; influito sull’inquinamento globale; fermato le guerre; modificato il comportamento degli animali. Come un’onda si è propagato a tutti i livelli e in tutte le direzioni raggiungendo i luoghi più reconditi della terra e della società. Soprattutto ha costretto tutti a vivere una specie di appendice temporale imprevista, dove è saltato ogni piano.

Un tempo abbastanza lungo da imporre riflessioni di ogni genere, tanto nel singolo individuo quanto nella collettività.

Le due anime, quella collettiva e quella individuale, sono rimaste per un po’ in silenzio ad osservarsi. Sono emersi o riemersi bisogni che nella fretta e nel trambusto quotidiani tendiamo a mettere da parte, a cui non abbiamo il tempo di pensare e dai quali spesso veniamo deviati da “programmi di intrattenimento” studiati da chi ci governa, in modo che nella nostra distrazione possa agire indisturbato verso i suoi fini.

Il covid ha prodotto un certo silenzio dentro e fuori le persone, ha reso mute le città, ci ha costretti in casa a vivere diversamente gli spazi che costituiscono la base della nostra quotidianità e perciò della nostra vita. Ci siamo dovuti interrogare sulla nostra dimensione virtuale che si è imposta su quella reale. Mai come adesso ci siamo resi conto di come la tecnologia alteri la percezione dello spazio abitativo, mai lo stargate, la finestra sul mondo di cui sono dotate le nostre case ha avuto l’importanza che ha avuto in questi giorni (e qui mi viene in mente un bellissimo articolo scritto di recente dalla mia amica arch Cecilia Anselmi che considera nelle aperture dello spazio domestico verso l’esterno non solo quelle fisiche nelle varie tipologie ma anche la finestra virtuale sul web .

Preminenti temi sociali così come grandi contraddizioni si sono imposti alla nostra attenzione: dalle carenze del sistema sanitario alla inadeguatezza tecnologica della scuola e di altri istituti pubblici, dalla sofferenza economica delle famiglie a quella delle aziende, dal lavoro nero alla presenza irregolare e allo stesso tempo vitale per la nostra agricoltura ed economia degli immigrati, dal sovraffollamento al problema casa per tanti che non ce l’hanno, fino all’inquinamento delle nostre città, al soffocamento della natura che nel nostro rallentamento forzato torna a respirare. Tali evidenze smascherano l’inefficienza o la completa assenza di risposte e soluzioni da parte di tutta la politica che di certi temi fa un pennacchio in campagna elettorale.

Ed è sul bisogno della politica di ricreare la sua credibilità e sui tanti bisogni reali delle persone che si innestano nella fase di ripresa, di post-covid, delle narrazioni fuorvianti e pericolose. E’ necessario che l’attenzione sia perciò alta e che l’esigenza di riprendere le nostre attività e di riconquistare le libertà perse non ci faccia ragionare frettolosamente. La pandemia è avvenuta e sta passando non senza lasciarsi dietro una quantità di dolore da smaltire, ma bisogna restare lucidi, vigili e critici perché ciò che essendo accaduto non può essere modificato, potrebbe invece costituire una importante e forse irripetibile occasione per ripensare al modo in cui sono organizzate le nostre società e le nostre città, i nostri spazi privati, le nostre relazioni con gli altri, la scala di valori che usiamo per misurare e ordinare le cose, per migliorare, riprogettandola, la qualità della vita. E veniamo qui all’allarme lanciato dall’Associazione AIR con la sua risposta.

Il 15 aprile 2020 il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha invitato con una nota ufficiale  le forze politiche, istituzionali, sociali e imprenditoriali a dare il proprio contributo inviando una proposta per affrontare la cosiddetta “Fase 2”: l’Air risponde elencando quei principi in difesa dei quali si è costituita associazione e chiede, sottolineandone l’urgenza, la salvaguardia:

  • del capitale naturale, con immediato arresto del consumo di suolo;
  • del capitale immobiliare del patrimonio storico-architettonico e territoriale attraverso il recupero, la ristrutturazione, il restauro e il risanamento conservativo del patrimonio immobiliare ed infrastrutturale esistente;
  • del capitale umano della comunità insediata attivando processi di rigenerazione urbana e di riequilibrio ambientale da ottenersi: fissando il parametro urbanistico della sostenibilità ambientale all’impatto antropico; definendo e rispettando la densità territoriale media col parametro che deve tendere progressivamente a 500 ab/kmq, omogeneamente distribuiti sul territorio; attraverso azioni finalizzate al decentramento in alternativa alla densificazione urbana, in aree comunque già infrastrutturate, o dove i nuovi collegamenti possano essere realizzati senza nuovo consumo di suolo ma con il recupero di aree già consumate ( tenendo conto che circa l’80% del consumo di suolo dipende dalle infrastrutture).

L’Air sostiene che: al distanziamento sociale – posto come requisito indispensabile nella fase 2 – debba corrispondere il distanziamento urbanistico; che vadano recuperate le aree interne della regione Campania (ma si può ragionare nello stesso modo su tutto il territorio nazionale italiano); che al diradamento della “edilizia spazzatura” che affolla l’area metropolitana di Napoli, corrisponda un ripopolamento dei borghi storici in stato di decadimento e abbandono, anche attraverso il recupero dei sistemi interni di collegamento ferroviario.

Tale risposta dell’Air costituisce un allarme se si considera che nella lettera di risposta dell’Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti Conservatori di Napoli e Provincia alla stessa richiesta del Presidente De Luca, si legge che

“a sostegno delle economie locali” della zona rossa del Vesuvio si debba “prevedere la possibilità di un adeguamento del patrimonio edilizio esistente con aumenti volumetrici/funzionali del tipo igienico sanitario, con l’applicazione del c.d. piano casa in deroga alla legge regionale n.21/2003, previa abrogazione dell’articolo 3 lettera G) della legge regionale n.19/2009, e definizione di tutte le pratiche di condono pendenti nei Comuni della zona rossa, affinché l’abrogazione dell’art. 3 lettera G) della L.R. 19/2009 possa sortire i suoi effetti anche su quell’edilizia che da molti anni aspetta di essere “sanata” e diventare anch’essa volano di ripresa delle economie. I Comuni dovrebbero dare seguito alle conferenze di servizi con le Sovrintendenze e gli altri Enti preposti al rilascio dei pareri sulle pratiche ferme. Per migliorare la sicurezza e la qualità di tutto il patrimonio edilizio esistente, permettendo ai cittadini di attivare il sisma bonus e l’eco bonus”.

Quanto strida questa richiesta con il bene della città e dei cittadini, essendo nota in tutto il mondo la pericolosità del Vesuvio e la già pesante e contraddittoria congestione delle aree vesuviane, è facile capirlo. Inoltre si consideri che attraverso i PUA, Piani Urbanistici Attuativi, il Comune di Napoli acconsentirà alla costruzione di circa 3 milioni di metri cubi di nuova edificazione nell’area cittadina.

Gli architetti dell’Air avvertono a tali propositi che la parte intellettuale e politica che da anni sostiene la “teoria” della densificazione urbana, ora, davanti al covid, a quanto esso abbia fatto emergere in termini di necessità di ripensamento della vivibilità urbana, di rapporto con l’ambiente e alle nuove esigenze di distanziamento sociale non ha cambiato prospettiva e anzi cerca di sfruttare l’emergenza sanitaria, nonché la relativa urgenza di semplificare le procedure burocratiche, in favore degli immutati intenti di cementificazione, pur sapendo che un ulteriore addensamento della città non farebbe altro che aggravare la sua già alta esposizione al rischio sismico, bradisismico, vulcanico ed ora anche epidemiologico!

Sicuramente una delle leve su cui viene fatta pressione è l’attuale disperata esigenza di riattivare la vita economica del Paese, ma – fanno presente gli architetti dell’AIR – la sana industria delle costruzioni potrebbe aver importanti risorse economiche anche occupandosi di quelle azioni di risanamento, restauro e recupero del patrimonio esistente ed abbandonato di cui si è parlato sopra, orientando in questo modo lo sviluppo economico nella direzione del benessere della collettività.

La riflessione dell’Air, così come la speculazione edilizia, non si ferma ovviamente alla sola scala urbana ma interessa anche le singole abitazioni e dunque il modo di abitare dei cittadini. Al fine di sfruttare al massimo gli spazi disponibili, si è ridotta infatti l’edilizia a poche tipologie abitative caratterizzate da una forte contrazione degli spazi di relazione collettiva o interfamiliare.

L’Air fa notare come invece una qualità di vita migliore sia legata (anche) ad uno spazio abitativo qualitativamente migliore, in questo il ruolo sociale dell’architetto e l’importanza di aumentare la partecipazione ai temi dell’architettura, in quanto un abitante felice e sereno è portato ad essere un cittadino migliore. In conclusione la pandemia ci ha dimostrato che un ambiente salubre consente il benessere delle persone e una mitigazione del rischio di esposizione alle epidemie, tale salubrità è da cercare in un nuovo equilibrio tra l’uomo e l’ambiente, che è possibile con un cambio di prospettiva rispetto alla concezione urbanistica e attraverso una revisione della scala dei valori con i quali concepiamo lo spazio e lo abitiamo, al primo posto della quale, adesso, come negli ultimi quarant’anni sul nostro territorio, vi è il profitto. Il compito di vigilare su questa trasformazione, di chiederla e di ottenerla è di tutti, di ogni singolo individuo.

 

Credits

La Mappa della probabilità del passaggio del flusso piroclastico (nube ardente) in caso di eruzione pliniana è tratta da Il Giornale della Protezione Civile  (Per gentile concessione della Dott.ssa Pappalardo, INGV, Osservatorio Vesuviano – sezione di Napoli)

Le due ortopanoramiche sono tratte da googlemaps.

La foto con la vista del Vesuvio dai monti Lattari è di Cristina Senatore.

Hotellerie – progetti per il futuro[Post Covid-19]

“Ci sono cose per le quali non possiamo fare nulla. Possiamo, però, decidere come reagire…”

Ho esordito così in uno degli ultimi articoli del mio blog in cui ho affrontato il pesante problema che, oggi, affligge un settore ricettivo completamente paralizzato.

L’hôtellerie è in ginocchio. Potremmo scegliere tra mille problematiche che ne causano una crisi senza precedenti. Eppure, tra quelle economiche, di personale, di ospiti e di soggiorni cancellati o di assenza di prospettive, quella peggiore è  la mancanza diffusa di proattività.

“Quando la vita ti mette in ginocchio, fai finta di allacciarti le scarpe” – Michela Rabino

Non possiamo evitare ciò che sta succedendo nel mondo, ma abbiamo la possibilità di scegliere come rispondere a queste difficoltà e come riuscirle a trasformare in opportunità.

E riguardo al comparto ricettivo, ci troviamo di fronte ad un’hôtellerie che, prima del blocco delle attività, già si trovava ad inseguire un mercato che, malgrado le immense risorse del nostro Paese – storiche, paesaggistiche, naturalistiche, ecc. – era in difficoltà rispetto al panorama internazionale.

Tutti siamo consapevoli dell’urgenza di riqualificare il patrimonio alberghiero italiano: si moltiplicano gli incontri e i confronti su questo tema ma, concretamente, si rimane fermi al palo. E il mercato sfugge verso i competitors internazionali, ai quali non abbiamo nulla da invidiare salvo la capacità di rispondere concretamente alle rinnovate esigenze degli ospiti.

Qualche mese fa ho avuto modo di confrontarmi con progettisti che lavorano a livello internazionale, da Adam Tihany a Teresa Sapey, a Corinna Kretscmar e Peter Johenk di Joi Design e mi ha colpito che ciò che in Italia, oggi, si considera futuro dell’hôtellerie, all’estero è dato ormai per scontato ed assodato: esperienza, autenticità, sostenibilità, tecnologia, differenziazione, identità…sono la base per un’attività che deve rivolgersi agli ospiti del 2020, non un punto di partenza.

Parlo di attività, del modo di fare-albergo da parte dell’imprenditore o dell’operatore ma coinvolgo nel problema anche il progetto che, nel bene e nel male, ho sempre considerato parte attiva e, nello specifico, corresponsabile di un concezione anacronistica di hotel.

E che ne sarà ora che ci troviamo ad affrontare nuove sfide?

Non corre buon sangue tra architetti e albergatori e soffro quotidianamente questa situazione nella mia professione, specializzata in progettazione alberghiera. Mi rendo conto che sono due mondi che spesso parlano lingue diverse, tanto che l’albergatore ha perso fiducia nel professionista e si è chiuso in una presunzione che non consente dialoghi.

Il fatto è che l’hotel è un microcosmo con dinamiche complesse che non si limita allo sviluppo di un progetto elaborato – come spesso succede – conoscendo soltanto la parte della “macchina” visibile agli ospiti.

A sottolineare l’importanza di un lavoro a 360°, qualche anno fa ho introdotto nel settore il ruolo dell’Hotel Stylist, che ha un compito che va ben oltre quello tecnico per essere un valido supporto per l’imprenditore che cerca un approccio diverso e non convenzionale. Si tratta di approfondire aspetti legati alla percezione dell’ospite, al marketing, entrare nelle modalità di vendita di un hotel, nei protocolli operativi, capirne e orientarne la comunicazione, oltre a sviluppare un progetto che parta da un’idea e la traduca in una visione, in equilibrio costante tra funzionalità e immagine.

Oggi, abbiamo l’opportunità di riconciliare il divario tra l’hôtellerie e la nostra professione.

Questa crisi, infatti, pone il mondo alberghiero di fronte una realtà spietata: dopo aver indugiato per anni, si tratta di decidere su due piedi quale strada seguire! Sedersi e aspettare che la marea passi, oppure abbracciare finalmente quella che traguarda il futuro?

L’unico modo per uscire da questa crisi, anche nelle more di certezze di ciò che sarà domani – letteralmente parlando – è sgravarsi degli schemi mentali costruiti con l’esperienza vissuta finora.

Che il mondo sia inevitabilmente cambiato è evidente a tutti. Per fare fronte a questo cambiamento, non possiamo far altro che fornire risposte diverse dal solito.

Think out of the box,  pensare fuori dagli schemi è un imperativo assoluto e chi meglio è preposto a farlo se non chi mastica quotidianamente idee, lavora con creatività, estro e fantasia e sa essere inaspettato come l’architetto?

Sta arrivando il momento di adeguare gli hotel per permetterne un nuovo corso, che avrà come imperativo la sicurezza degli ospiti, degli operatori e del personale. Siamo chiamati a trovare nuove soluzioni che possano integrarsi in modo congruente con le caratteristiche degli alberghi. Ancora prima, è il momento per supportare le strutture che ancora non hanno un’identità forte, affinché possano trovare la loro caratteristica differenziante senza la quale sarà preclusa qualsiasi possibile competizione sul mercato odierno.

Professionalità e competenza devono permetterci di evitare quei risultati ridicoli che in questi giorni sono stati sotto gli occhi di tutti, soluzioni per la sistemazione di spiagge, ristoranti o alberghi che, per decenza, non cito neanche, bieca storpiatura del concetto di “ragionare fuori dagli schemi”

Il nostro lavoro può essere fondamentale perché tutto sia fatto con estrema coerenza, abituati a comporre il quadro del progetto sui nostri fogli di carta affinché i vari elementi in gioco parlino la stessa lingua, prima di realizzarlo.

È l’occasione per valorizzare il lavoro di squadra, ognuno con le proprie competenze, a garanzia di una qualità troppo spesso latitante.

È quella che definisco “risposta proattiva”, la migliore per trasformare il momento di difficoltà in nuove opportunità per il futuro, quello dell’hôtellerie e quello della nostra professione.

E concretamente cosa possiamo fare? Non c’è una risposta univoca da poter dare ma è possibile fare le domande giuste che ci permettano, caso per caso, di risolvere le sfide progettuali che ci si pongono davanti. E si può stabilire il criterio alla base di tutto: la sicurezza!

Come conciliare la sicurezza personale dell’ospite con l’aspirazione di relazionarsi alle altre persone?

Come garantire il distanziamento preservando la qualità di servizi come la colazione o la ristorazione?

Come gestire i flussi di persone che non dovrebbero incrociarsi più di tanto?

Che materiali siamo chiamati ad usare per rendere gli ambienti facilmente sanificabili? E in camera?

Sono solo spunti progettuali, così come altrettanti ne troviamo se vogliamo entrare nel merito del design, dove la creatività ci permetterà di dare una risposta elegante e funzionale alle necessità di avere dispenser per i disinfettanti in giro per l’hotel, di eliminare il tovagliato nel ristorante, di avere elementi di separazione che possano integrarsi nell’immagine dell’albergo, ecc.

Solo se le risposte a queste ed altre domande a cui siamo chiamati non saranno fini a sé stesse – tanto per fare le cose belle – riprenderemo un ruolo attivo come valido supporto operativo per l’imprenditore, frecce al suo arco, per rispondere insieme, a colpi di qualità, alle difficoltà che l’hôtellerie è chiamata a superare.

50 ANNI DI CINEMA PER CASA PAPANICE

In occasione del 50°anniversario dell’uscita del film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)” di Ettore Scola, ambientato all’interno di Casa Papanice a Roma, attuale sede dell’Ambasciata del Regno Hascemita di Giordania, Amate l’Architettura vuole ricordare questo simbolo dell’architettura post-moderna e del cinema italiano anni ’70.

L’edificio- costruito tra il 1966 e il 1970- fu commissionato dall’imprenditore edile tarantino di origine putignanese Pasquale Papanice all’architetto Paolo Portoghesi, coadiuvato dall’ingegnere Vittorio Gigliotti. Dal punto di vista tipologico, la costruzione può essere assimilata al “villino signorile”, erede della “casa alto- borghese” della seconda metà dell’Ottocento. Si sviluppa su tre livelli, con un alloggio per piano, per terminare con un ampio attico. Il progetto richiama sia all’interno sia all’esterno, il gusto “baroccheggiante” tanto amato dall’architetto, il quale si avvale in quest’opera anche di suggestioni secessioniste e Art Decò. Lo studio di Portoghesi si concentra sulla definizione e la creazione di “poli” (poli di accesso, poli di luce, poli funzionali): il tema del cilindro viene utilizzato e ripetuto in tutte le scale sia all’interno sia all’esterno della villa (pareti, ringhiere, maniglie etc).

Lo spazio interno è articolato in modo “plastico” tramite l’uso di pareti concave e convesse dipinte con fasce colorate orizzontali verdi e azzurre definite dallo stesso Portoghesi come “le principali articolazioni del corpo umano, azzurro per l’uomo e verde per la donna”; i soffitti sono invece definiti da cilindri concentrici che paiono scendere come stalattiti. La tecnica utilizzata da Portoghesi, curvando le pareti, consente di ottenere un’estensione spaziale: il muro inflesso diventa- come lo stesso architetto afferma “l’elemento chiave della soluzione”. La sperimentazione architettonica investe anche il cromatismo organico in cui casa Papanice è avvolta e gli arredi, anch’essi progettati dall’architetto, seguono le curve spaziali e si sposano perfettamente con gli ambienti interni.

L’esterno è rivestito da bande verticali in maiolica, i cui colori pastello rimandano sia agli interni sia agli elementi naturali; i parapetti dei balconi e la recinzione originaria esterna sono oggi stati rimpiazzati da semplici elementi metallici in maglia quadrata, ma all’epoca erano realizzati con canne d’organo in metallo (di nuovo la ripetizione del cilindro).

Sulla scia della mostra itinerante “L’Italia del boom, fra mura d’artista e fotogrammi d’autore”, già inaugurata a ottobre dello scorso anno presso il Castello Aragonese di Taranto e curata dal nipote del committente di Casa Papanice, Edmondo Papanice, nella quale si rendeva omaggio sia alla pellicola di Ettore Scola sia al set del film, rappresentato dalla villa stessa, Amate l’Architettura vuole celebrare nuovamente il forte connubio tra Cinema ed Architettura nel giorno del 50° anniversario dell’uscita di “Dramma della Gelosia (tutti i particolari in cronaca)”.

La nota pellicola anni ’70 che ha come protagonisti Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, rivali in amore per la bellissima Monica Vitti, è la classica “commedia all’italiana” dalle tinte, tuttavia, a tratti amare e nostalgiche e uno stile della narrazione leggero e brillante, con alcune sequenze che sconfinano nel grottesco. Il triangolo amoroso tra Oreste (M.Mastroianni), Adelaide (M.Vitti) e Nello (G.Giannini), viene raccontato dalla stessa protagonista femminile attraverso un anticonvenzionale flash-back che ripercorre a ritroso le burrascose vicende sentimentali dei tre e il “ripiego” della donna verso un terzo uomo: il ricchissimo ma grossolano macellaio Ambleto Di Meo (Hercules Cortes) proprietario di Casa Papanice.

Famosa la scena in cui i due sono affacciati al terrazzo e lei gli domanda: “Ma che so’ tutte ‘ste canne?”, e lui risponde: “E’ una precisa qualificazione geometrica…cosi’ ce stava scritto sul progetto della casa”.

Sebbene il film, non sia considerato tra le punte di diamante della filmografia di Scola, valse a Mastroianni la Palma d’Oro per la miglior interpretazione maschile al 23° Festival di Cannes e viene ancor oggi ricordato come “una pietra miliare” del cinema italiano, in grado di raccontare con passione e realismo un’epoca precisa. La scelta di Casa Papanice come set, inoltre, non poteva essere più azzeccata per fare da sfondo a un “dramma della gelosia”, appassionato e pungente. Scola, che nei suoi film era solito scegliere ambientazioni “reali”, stavolta sceglie una villa dalla conformazione e dall’estetica innovativa. Il nipote di Pasquale Papanice, Edmondo, così dichiarò in un’intervista “Tutto ebbe inizio quando mio nonno aprì le porte a Ettore Scola per le riprese del film. Il regista era un ottimo osservatore delle città e delle sue architetture e a differenza di Federico Fellini, che inventa la sua Roma, Scola preferiva delle scenografie reali dando all’architettura una connotazione ben precisa, storica e sociale. Casa Papanice nel suo film ne è l’esempio”.

Testo di: Amate l’Architettura

Foto 1,2,3 (pianta p.1), 4 tratte da: http://www.archidiap.com/opera/casa-papanice/

Foto 5: © Oscar Savio

Foto 6,7: © Amate l’Architettura

Foto 8,9,10 tratte dal web e riferite al film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)”

Fonti bibliografiche: Paolo Portoghesi, a cura di Giancarlo Priori, 1985, Zanichelli Editore s.p.a.

Fonti web: https://www.corriereditaranto.it/2019/10/27/casa-papanice-set-per-sogni-visionari-di-un-tarantino/?fbclid=IwAR2X130TBulPZkom8KyYE3LGV-CawNicyJq7vrV_2AGJCztTQkcpP6ubwNU

https://www.italpress.com/mostra-itinerante-rende-omaggio-a-dramma-della-gelosia-e-casa-papanice/?fbclid=IwAR3qVEcetH9Z9B02rpmU88_gBtLXMNSGpsQWkdBpwDCJ14Swb34QWWUp5Ho

Editing di: Giulia Gandin

 

 

 

 

 

Ripensare lo spazio abitativo, ORA!

27 Aprile 2020

Probabilmente il Presidente Conte quando ha nominato il Comitato di esperti per progettare la cosiddetta “fase 2” dell’emergenza legata al coronavirus avrà avuto un suo buon motivo per escludere gli architetti. Avrà pensato anche lui fossero troppo impegnati col proprio progetto, a lasciare il segno, a emergere; quando sarebbe più urgente una collaborazione per definire un meta-progetto, cioè una filosofia e una strategia generale.

Gli architetti, nonostante in qualche modo ci siano rimasti male pur senza risentimento, stanno provando a offrire idee e contributi volontari, in ordine sparso, sulle priorità della ricostruzione: perché dalle archistar agli archiebasta, tutti abbiamo un’idea in merito. Per primo è stato Fuksas a reagire, rivolgendosi direttamente a Mattarella per raccomandarsi alla task force per l’abitazione del futuro, un luogo sicuro e autosufficiente, con spazi per lo smart working, il fitness e un modulo di pronto soccorso salvavita.

Poi Stefano Boeri, proponendo un grande progetto nazionale di riqualificazione di paesi e piccoli centri abbandonati, immaginando (o per stimolare) un controesodo verso stili di vita più naturali. Sempre Boeri si dà appuntamento con Cino Zucchi per ripensare insieme gli spazi di lavoro e di abitazione post Covid-19, per una nuova fruibilità e convivialità. Massimo Alvisi per l’Ordine di Roma immagina città e edifici pubblici post Covid-19 più ecologici e tecnologici, sensibili alle condizioni di salute dei cittadini.

Ci mette un po’ ma arriva anche il commento basito del Consiglio Nazionale: “È quantomeno singolare che gli architetti non vengano coinvolti in una fase drammatica della vita del Paese in cui si riflette sulla ricostruzione di un modo di vivere diverso, in cui la dimensione spaziale della nostra esistenza assume un ruolo prioritario, finanche di sopravvivenza”.

È inaccettabile che gli architetti non abbiamo un ruolo riconosciuto nella delineazione del disegno strategico di quel che è prioritario, giusto e utile fare per il nostro Paese: perché la crisi, la pandemia, la paura si traducano in una possibilità e non rimangano nel nostro tessuto sociale solo come una ferita. Un trauma senza risposta”. E nell’attesa dello sperato confronto con il Governo, cerca di redigere una bozza di linee guida per una rivalutazione del modo di progettare. Di conseguenza, anche gli Ordini provinciali si stanno muovendo liberamente, proponendo ricette alle amministrazioni locali sulla ripartenza post COVID-19.

A mio parere, l’emergenza sanitaria può essere un’occasione unica per cambiare in meglio i nostri stili di vita (avremmo potuto e dovuto farlo prima? Sicuramente); e per agire sullo spazio abitativo, che ha bisogno di un ripensamento o di un alleggerimento, secondo processi di riduzione della densificazione e la dotazione di spazi privati all’aperto, come un sano ritorno alle tipologie del passato con cortili, giardini, terrazze, ecc. Dare la giusta importanza allo spazio pubblico, non solo per la dimensione connessa al distanziamento sociale, sarebbe vitale anche solo per l’emergenza climatica (permeabilità dei suoli e drenaggio, soluzioni per ridurre l’isola di calore e per la compensazione della CO2, ecc.), per la prevenzione sismica e la sicurezza generale delle città, specie dei centri storici ad alta densità edilizia senza vie di fuga – per questo non dobbiamo dimenticare che l’Italia è uno dei paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, a causa della sua particolare posizione geografica, nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica. L’importante è che questa emergenza ci faccia cambiare approccio, impostare il progetto sulla prevenzione e non solo sull’intervento dopo la catastrofe.

Testo di: Santo Marra
Foto di: Giulio Paolo Calcaprina
Editing di: Giulio Paolo Calcaprina

LA RIAPERTURA DEI RISTORANTI [Post Covid-19]

19 Aprile 2020

Stiamo sempre di più prendendo consapevolezza che dovremo, per un periodo di tempo, convivere con la presenza di questo virus. Non sappiamo, perché nessuno ha in proposito dati certi, quanto questa situazione durerà. Possiamo però ragionevolmente prevedere che per alcuni mesi di sicuro il virus ci accompagnerà, ed è possibile che questo periodo possa arrivare ad un anno o superarlo.

In ogni caso, senza entrare eccessivamente nel merito delle previsioni, si tratta di un periodo di tempo consistente, tale da comportare la riorganizzazione di alcune attività produttive. Mi riferisco a tutte le attività che prevedono la presenza di un pubblico, la sua permanenza in uno spazio delimitato e la fruizione di un servizio. Analizziamo il caso dei servizi di ristorazione fra cui ristoranti, bar, pub, gelaterie e pasticcerie.

Nel momento in cui scrivo, sono entrambi chiusi per decreto. O meglio, è consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto. La loro riapertura non è ancora stata calendarizzata con precisione, ma probabilmente potranno riaprire fra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Il dibattito sulle modalità con le quali potranno gestire la riapertura è già ampiamente in corso sui giornali, a partire dalle richieste degli operatori del settore e dalle prime confuse risposte dei politici. Si spera che sia proficuamente in corso anche all’interno delle varie commissioni preposte a fornire delle valide linee guida per la ripartenza.

 

Foto: Hong Kong, Cina, 29 Marzo 2020. Clienti mangiano in un ristorante a distanza di sicurezza ©Anthony Kwan/ Getty Images

I principi generali saranno gli stessi per tutti gli esercizi commerciali: distanziamento fra le persone, limitazione delle presenze, alternanza e distribuzione della fruizione su un arco di tempo maggiore; si dovrà offrire la possibilità di lavarsi e/o igienizzarsi le mani, garantire il ricambio dell’aria negli ambienti chiusi e favorire la possibilità di fare ordini e pagamenti limitando il contatto con il personale e il passaggio fisico di denaro (https://www.corriere.it/cronache/20_aprile_11/coronavirus-nuove-regole-negozi-aziende-che-riaprono-vademecum-f4fed61e-7b6e-11ea-afc6-fad772b88c99.shtml?refresh_ce-cp). A breve però dovranno essere fornite specifiche linee guida per ogni tipologia di esercizio.

Attualmente è già consentito effettuare interventi di manutenzione e di eventuali modifiche finalizzate alla gestione di questa emergenza. Gli esercenti però ancora non sanno in che direzione con precisione muoversi. Anche perché è facile immaginare che saranno necessari degli investimenti per mettere in pratica le misure precauzionali necessarie alla riapertura e l’accesso al credito, per quanto possa essere agevolato in termini di tassi e procedure, in questo momento spaventa per le prospettive di una riduzione degli incassi.

Le linee guida specifiche per i servizi di ristorazione è presumibile che prevedano quanto meno: una distanza tra i tavoli di almeno due metri (per permettere il passaggio in sicurezza del cameriere), una maggiore distanza al bancone fra operatore e cliente e una distanza fissa fra clienti al bancone. Oltre a questo all’interno delle cucine dovranno essere rispettate le distanze di sicurezza fra i dipendenti, fissate le postazioni di lavoro, dovranno essere ridotti i turni di lavoro e si dovrà cercare di organizzare su una fascia di tempo più ampia la fase di preparazione degli alimenti. Nei casi, che andranno ad incrementarsi, di consegna a domicilio, sarà necessaria una netta separazione fra i locali di preparazione e quelli destinati al ritiro da parte dei fattorini.

 

Foto: Trattoria da Nennella, Napoli, Italia. Fonte: web.

Anche immaginando di riuscire a mettere in pratica tutte queste misure in spazi che non sono predisposti, il risultato credo che non sarebbe particolarmente attrattivo. Immaginiamo la piccola trattoria a conduzione familiare di un qualsiasi centro storico, oppure una delle tante pizzeria in cui si faceva lo slalom tra i tavoli per raggiungere il proprio posto, il bancone del bar celebre, di fronte al quale ci si accalcava per chiedere un caffè. E’ possibile che le trasformazioni interne rendano insostenibile il precedente modello di gestione, basato su un rapporto consolidato fra costi di gestione e numero di clienti.

Le prime soluzioni progettuali che cominciano ad essere proposte e a circolare, non sembrano convincenti. Nel caso dei ristoranti circolano immagini di tavoli con elementi divisori in vetro che comunicano un grande senso di tristezza. Non possiamo infatti sottovalutare il fatto che la fruizione di uno spazio collettivo è finalizzata al piacere della condivisione. La dinamica dell’ottenimento del piacere, e quindi della piacevolezza del luogo, è basilare. Non se ne può prescindere.

Oltretutto queste soluzioni non sembrano garantire la sicurezza personale, perché uno dei problemi che si sta finalmente focalizzando, è la diffusione del virus nell’aria negli ambienti chiusi. Il problema del tempo prolungato di permanenza e della diffusione nell’aria delle micro gocce di saliva, all’interno della sala di un ristorante è difficilmente risolvibile. Sarebbe necessario quindi un netto potenziamento degli impianti di areazione, che per essere efficace comporterebbe costi notevoli. Cenare in ambienti chiusi, di conseguenza, difficilmente potrà ispirare fiducia ai clienti, anche se il locale adottasse tutte le precauzioni a cui abbiamo fatto riferimento.

Come pure risulterà molto problematico gestire la convivialità, che pure è spesso alla base della scelta di consumare i pasti in un ristorante. Al di là della stretta osservanza delle linee guida sanitarie, che prima o poi saranno rese note, il tema centrale sarà comunque prettamente architettonico. Il successo dei servizi di ristorazione, come sempre, è strettamente connesso alla piacevolezza nella fruizione dell’ambiente. E’ inutile riorganizzare questo tipo di esercizi commerciali secondo parametri strettamente sanitari se non si riesce parallelamente ad assicurare il piacere della permanenza, perché da un punto di vista economico potrebbe risultare un investimento insostenibile. La conseguenza potrebbe essere una diminuzione della domanda maggiore di quella già prevedibile per ragioni congiunturali.

Sembra un problema insolubile, ma probabilmente in termini assoluti non lo è. Come spesso succede, di fronte a problemi che appaiono irrisolvibili, è opportuno innescare un cambio di paradigma. Un rovesciamento del punto di vista e delle condizioni “al contorno”. Per garantire la sopravvivenza di queste due tipologie di esercizio commerciale, sempre che questo sia un obiettivo condiviso dal governo in quanto finalizzato al preservare l’occupazione nel settore, servono nuovi concept e soprattutto una burocrazia agile che permetta di metterli in pratica in tempi rapidissimi.

Sono molte le riflessioni che gli esercenti sono chiamati a fare in vista della riapertura delle attività di ristorazione. Non è il caso di tentare inutili sovrapposizioni con i professionisti del settore, per cui rimando all’interessante articolo di Vincenzo Pagano su Scatti di Gusto del 12 aprile, di cui in particolare mi ha colpito una frase: “bisogna considerare anche la strada come una sala e la porta di casa del cliente come il bordo del tavolo” (https://www.scattidigusto.it/2020/04/12/coronavirus-riapertura-cosa-devono-fare-ristoranti-e-pizzerie-a-maggio/).

 

Foto: Ristorante nel parco sotto le tende. Fonte: web.

Le cucine in questo prossimo futuro dovranno probabilmente uscire dagli spazi ridotti dei ristoranti per ricollocarsi negli spazi aperti, privati o pubblici. In luoghi in cui il contagio non faccia paura, in cui i metri quadrati non abbia un costo alto e in cui la distanza e la circolazione dell’aria sostituiscano le tristi barriere di plexiglass.

Per fare questo però è necessario derogare in molti casi dalle normative esistenti, per permettere la collocazione in aree aperte di prefabbricati ad uso cucina con titoli edilizi semplificati, su terreni privati o pubblici dati in concessione, mettendo a punto forme prestabilite e rapidamente attuabili di convenzioni con limiti temporali e di utilizzo molto ben definiti.

Questo processo va messo in atto con una normativa snella, ma nello stesso tempo rigorosa. Il rischio infatti in un paese come il nostro è evidente. E’ necessario infatti evitare che misure temporanee, di sostegno ad un’emergenza, non si tramutino poi in occupazioni abusive e durature di beni collettivi. L’esperienza insegna che qualsiasi semplificazione burocratica, soprattutto nelle fasi di emergenza, ha potenzialmente come rovescio della medaglia la diminuzione dei filtri che proteggono la collettività da un uso insano delle risorse collettive.

 

Foto: Pic- nic in un parco. Fonte: web.

La ricollocazione delle attività di ristorazione esistenti all’aria aperta, potrebbe essere la prima e più efficace risposta per una riapertura in tempi brevi e in sicurezza. Ovviamente non può essere l’unica risposta, ed è un concetto che va adattato e modulato in relazione ai singoli casi. Ad esempio, per evitare i costi di allestimento di cucine mobili, la strategia potrebbe essere quella di mantenere la cucina all’interno delle strutture esistenti e di permettere di derogare invece dalle normative relative all’occupazione di suolo pubblico.

In ogni caso però, per risolvere il problema, è necessario intervenire sul complesso di norme e vincoli che costituisce il contesto nel quale si colloca l’attività imprenditoriale della ristorazione. Bisogna farlo velocemente, ma “cum grano salis”, consapevoli tanto dei rischi di un liberismo sfrenato, quanto del rischio di perdita di occupazione nel comparto.

La riflessione è aperta e noi di Amate l’Architettura chiediamo a tutti di offrire il proprio contributo.