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Hotellerie – progetti per il futuro[Post Covid-19]

“Ci sono cose per le quali non possiamo fare nulla. Possiamo, però, decidere come reagire…”

Ho esordito così in uno degli ultimi articoli del mio blog in cui ho affrontato il pesante problema che, oggi, affligge un settore ricettivo completamente paralizzato.

L’hôtellerie è in ginocchio. Potremmo scegliere tra mille problematiche che ne causano una crisi senza precedenti. Eppure, tra quelle economiche, di personale, di ospiti e di soggiorni cancellati o di assenza di prospettive, quella peggiore è  la mancanza diffusa di proattività.

“Quando la vita ti mette in ginocchio, fai finta di allacciarti le scarpe” – Michela Rabino

Non possiamo evitare ciò che sta succedendo nel mondo, ma abbiamo la possibilità di scegliere come rispondere a queste difficoltà e come riuscirle a trasformare in opportunità.

E riguardo al comparto ricettivo, ci troviamo di fronte ad un’hôtellerie che, prima del blocco delle attività, già si trovava ad inseguire un mercato che, malgrado le immense risorse del nostro Paese – storiche, paesaggistiche, naturalistiche, ecc. – era in difficoltà rispetto al panorama internazionale.

Tutti siamo consapevoli dell’urgenza di riqualificare il patrimonio alberghiero italiano: si moltiplicano gli incontri e i confronti su questo tema ma, concretamente, si rimane fermi al palo. E il mercato sfugge verso i competitors internazionali, ai quali non abbiamo nulla da invidiare salvo la capacità di rispondere concretamente alle rinnovate esigenze degli ospiti.

Qualche mese fa ho avuto modo di confrontarmi con progettisti che lavorano a livello internazionale, da Adam Tihany a Teresa Sapey, a Corinna Kretscmar e Peter Johenk di Joi Design e mi ha colpito che ciò che in Italia, oggi, si considera futuro dell’hôtellerie, all’estero è dato ormai per scontato ed assodato: esperienza, autenticità, sostenibilità, tecnologia, differenziazione, identità…sono la base per un’attività che deve rivolgersi agli ospiti del 2020, non un punto di partenza.

Parlo di attività, del modo di fare-albergo da parte dell’imprenditore o dell’operatore ma coinvolgo nel problema anche il progetto che, nel bene e nel male, ho sempre considerato parte attiva e, nello specifico, corresponsabile di un concezione anacronistica di hotel.

E che ne sarà ora che ci troviamo ad affrontare nuove sfide?

Non corre buon sangue tra architetti e albergatori e soffro quotidianamente questa situazione nella mia professione, specializzata in progettazione alberghiera. Mi rendo conto che sono due mondi che spesso parlano lingue diverse, tanto che l’albergatore ha perso fiducia nel professionista e si è chiuso in una presunzione che non consente dialoghi.

Il fatto è che l’hotel è un microcosmo con dinamiche complesse che non si limita allo sviluppo di un progetto elaborato – come spesso succede – conoscendo soltanto la parte della “macchina” visibile agli ospiti.

A sottolineare l’importanza di un lavoro a 360°, qualche anno fa ho introdotto nel settore il ruolo dell’Hotel Stylist, che ha un compito che va ben oltre quello tecnico per essere un valido supporto per l’imprenditore che cerca un approccio diverso e non convenzionale. Si tratta di approfondire aspetti legati alla percezione dell’ospite, al marketing, entrare nelle modalità di vendita di un hotel, nei protocolli operativi, capirne e orientarne la comunicazione, oltre a sviluppare un progetto che parta da un’idea e la traduca in una visione, in equilibrio costante tra funzionalità e immagine.

Oggi, abbiamo l’opportunità di riconciliare il divario tra l’hôtellerie e la nostra professione.

Questa crisi, infatti, pone il mondo alberghiero di fronte una realtà spietata: dopo aver indugiato per anni, si tratta di decidere su due piedi quale strada seguire! Sedersi e aspettare che la marea passi, oppure abbracciare finalmente quella che traguarda il futuro?

L’unico modo per uscire da questa crisi, anche nelle more di certezze di ciò che sarà domani – letteralmente parlando – è sgravarsi degli schemi mentali costruiti con l’esperienza vissuta finora.

Che il mondo sia inevitabilmente cambiato è evidente a tutti. Per fare fronte a questo cambiamento, non possiamo far altro che fornire risposte diverse dal solito.

Think out of the box,  pensare fuori dagli schemi è un imperativo assoluto e chi meglio è preposto a farlo se non chi mastica quotidianamente idee, lavora con creatività, estro e fantasia e sa essere inaspettato come l’architetto?

Sta arrivando il momento di adeguare gli hotel per permetterne un nuovo corso, che avrà come imperativo la sicurezza degli ospiti, degli operatori e del personale. Siamo chiamati a trovare nuove soluzioni che possano integrarsi in modo congruente con le caratteristiche degli alberghi. Ancora prima, è il momento per supportare le strutture che ancora non hanno un’identità forte, affinché possano trovare la loro caratteristica differenziante senza la quale sarà preclusa qualsiasi possibile competizione sul mercato odierno.

Professionalità e competenza devono permetterci di evitare quei risultati ridicoli che in questi giorni sono stati sotto gli occhi di tutti, soluzioni per la sistemazione di spiagge, ristoranti o alberghi che, per decenza, non cito neanche, bieca storpiatura del concetto di “ragionare fuori dagli schemi”

Il nostro lavoro può essere fondamentale perché tutto sia fatto con estrema coerenza, abituati a comporre il quadro del progetto sui nostri fogli di carta affinché i vari elementi in gioco parlino la stessa lingua, prima di realizzarlo.

È l’occasione per valorizzare il lavoro di squadra, ognuno con le proprie competenze, a garanzia di una qualità troppo spesso latitante.

È quella che definisco “risposta proattiva”, la migliore per trasformare il momento di difficoltà in nuove opportunità per il futuro, quello dell’hôtellerie e quello della nostra professione.

E concretamente cosa possiamo fare? Non c’è una risposta univoca da poter dare ma è possibile fare le domande giuste che ci permettano, caso per caso, di risolvere le sfide progettuali che ci si pongono davanti. E si può stabilire il criterio alla base di tutto: la sicurezza!

Come conciliare la sicurezza personale dell’ospite con l’aspirazione di relazionarsi alle altre persone?

Come garantire il distanziamento preservando la qualità di servizi come la colazione o la ristorazione?

Come gestire i flussi di persone che non dovrebbero incrociarsi più di tanto?

Che materiali siamo chiamati ad usare per rendere gli ambienti facilmente sanificabili? E in camera?

Sono solo spunti progettuali, così come altrettanti ne troviamo se vogliamo entrare nel merito del design, dove la creatività ci permetterà di dare una risposta elegante e funzionale alle necessità di avere dispenser per i disinfettanti in giro per l’hotel, di eliminare il tovagliato nel ristorante, di avere elementi di separazione che possano integrarsi nell’immagine dell’albergo, ecc.

Solo se le risposte a queste ed altre domande a cui siamo chiamati non saranno fini a sé stesse – tanto per fare le cose belle – riprenderemo un ruolo attivo come valido supporto operativo per l’imprenditore, frecce al suo arco, per rispondere insieme, a colpi di qualità, alle difficoltà che l’hôtellerie è chiamata a superare.

Amate l’Architettura! Alla ricerca della passione perduta

Una volta esisteva la matita: l’oggetto più amato per un architetto, lo strumento che, attraverso la mano, permette di tradurre le idee creative in linee e segni che possono poi prendere mille forme, generando lo spazio costruito. Non potevo, e non posso tuttora, andare in giro senza la mia matita: mi sentirei perso e nudo. Eppure, per le nuove generazioni di professionisti sembra essere diventata un oggetto misterioso, che ha speranza di tornare di moda solo per il revival del vintage. vista-generale_bis10Esagero?

Non dice questo la mia esperienza, fatta di scontri con l’abitudine della progettazione al computer che non permette e non permetterà mai di gestire un processo creativo: questo passa dall’unione di tanti segnacci che, pur apparentemente senza senso, si accendono dando vita ad oggetti coerenti, inizialmente presenti solo nella visione del progettista. Eppure trovo un problema più grande di questo nelle nuove generazioni di professionisti, qualcosa che non riesco a capire è che mi fa avvelenare oltremisura: dov’è l’amore per l’architettura?

Dov’è la voglia di raggiungere i propri obiettivi?spaslab_29 Dov’è la voglia di investire sulla propriavita professionale?Nella mia esperienza ho dovuto superare, come tutti, milioni di difficoltà, primo architetto della mia famiglia, malgrado un cognome prestigioso. Una cosa non è mai venuta meno, pur sbattendo contro mille porte chiuse: la passione! Perché? Perché fare architettura non è mai stato un lavoro, bensì un modo di essere al quale, pur volendo, non sarei riuscito a scappare. Questo è il mio pensiero riguardo all’architettura con la A maiuscola e prescinde dalle opportunità che un professionista riesce ad avere nel proprio percorso lavorativo. Non pretendo di trovare tanto in tutti i giovani professionisti, ognuno può interpretare la propria vita come vuole. Ma, a prescindere da questo, ritengo necessaria la professionalità, che sta nell’approccio al proprio lavoro e che, oggi, trovo drammaticamente apatico.

12432875_10207641708874370_2141961632_o2Mi sento veramente un architetto Matusalemme quando penso che “ai miei tempi” vedevo voglia di fare, voglia di imparare per poter dire la propria, voglia di creatività pura, voglia di investire in sé stessi pur di superare tutti i gap che ci lascia, ahimé, la nostra scuola di architettura. La crisi degli ultimi anni ha lasciato profondi strascichi nella nostra professione: uno sfruttamento tale che, alla fine, ti toglie stimoli di fare qualsiasi cosa e ti porta semplicemente ad essere uno sterile disegnatore.

dscf0186Per questo motivo, posso capire quando i giovani non si sentono per nulla partecipi dei processi progettuali, ma resto basito quando, pur avendone l’opportunità, l’apatia regna sovrana: perché? Non perdevo occasione per cercare di entrare nei progetti in maniera sempre attiva, con l’occhio creativo che, spesso, si “scontrava” con quello più esperto dei colleghi più grandi, con i quali non mi sottraevo mai ad un confronto dal quale scaturivano le idee migliori per ogni situazione. Che belle discussioni, chini per ore sui mega fogli aperti sul tavolo, con le matite in mano alla ricerca della migliore soluzione distributiva o formale. Poi, ognuno disegnava quello che doveva al computer, al quale ho sempre lavorato malgrado il mio amore sviscerato per la matita. Mi sono fatto in otto per trovare il mio primo lavoro personale e quando sono riuscito ad ottenere qualcosa, non è stato importante che, a consuntivo, non ci abbia guadagnato nulla: era mio! Che soddisfazione quando le righe che sporcavano i miei fogli si trasformavano in oggetti veri, quando gli spazi immaginati diventavano reali, passo dopo passo, malgrado gli errori fatti sobbarcandomi i rischi dell’inesperienza, pur di raggiungere i miei amati obiettivi. E oggi? Come si può pretendere di costruire una fruttuosa professione quando non si è disposti a mettersi in gioco? Prendere la professione di architetto come un lavoro impiegatizio non vale assolutamente la pena: una vita di sofferenza (e di poche soddisfazioni, specie economiche) che non trova riscontro se non giustificata da un’inguaribile e inevitabile passione, senza la quale consiglio sempre di cambiare strada.

Immagini: disegni di Stefano Pediconi e fotografie di Giulio Paolo Calcaprina

Editing: Daniela Maruotti