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A proposito della Maddalena, l’importanza di dire no

29 aprile 2010

I no non detti pesano come macigni sulla professione di architetto.

La vicenda sarda è una delle tante storie prodotte da un sistema corroso dall’avidità. Forse risulta essere più deflagrante per i nomi coinvolti nella storia, ma ha la stessa radice di altre vicende.
L’appiattimento di politica, impresa e tecnici fa si …che non ci sia più differenza tra controllore e controllato. Tutte le parti tendono al profitto a scapito della società.

Gli architetti si piegano al volere di politici ed imprese: cessiamo di essere garanti del processo edilizio per ricoprire ruoli di spalla ad un sistema che non persegue gli interessi pubblici. Una commistione deleteria che ha degli effetti dirompenti sull’edificato; spesso ce ne accorgiamo solo in occasione dei terremoti e, in rarissimi casi, in sede di collaudo.
Va ristabilità la centralità dell’interesse pubblico all’interno del processo edilizio (e non solo in questo ambito direi) e gli architetti ritroveranno la loro ragion d’essere, il loro ruolo sociale di garanzia.
Rimangono ancora domande che ronzano nel cervello.
Se noi tecnici (architetti, ingegneri) avessimo più frequentemente detto NO a proposte indecenti?
Se ci fossimo comportati da vera categoria compatta e affrontato con il pugno di ferro le alterazioni del sistema professionale?
Se si avesse avuto il coraggio di fronteggiare le collusioni politico/imprenditoriali?
Se avessimo avuto più coscenza del nostro ruolo?
Se solo avessimo avuto più orgoglio e stima della nostra professionalità?… avremmo, sicuramente, guadagnato meno denaro,ma…….. quanto vale la dignità di un professionista?

per approfondimenti guarda l’intervista a Boeri

Il terremoto e la comunicazione sui mas-media

17 aprile 2009

Buongiorno,

mi occupo di edificazione e consolidamento di strutture in muratura (centro storico) e in Cemento armato.
Ho sentito un’intervista oggi  all’ architetto Loris Rossi. Queste sono alcune precisazioni in merito derivanti dalla pratica e non dalla teoria sui massimi sistemi molto spesso lontani dalla realtà del fare professione.

Il libretto del fabbricato è nato come pratica utile, perchè dava di fatto la stato di salute dell’edificio, si è trasformato in una pratica burocratica inutile perchè  per sapere il reale stato di salute dell’edificio bisognerebbe fare dei saggi invasivi  che richiedono comunque soldi che i privati non vogliono tirar fuori. Il libretto del fabbricato di cui parlava Loris Rossi fu proposto come strumento di prevenzione al Comune di Roma dallo Studio di Ingegneria Michetti-Perfetti  chiamati a dare una consulenza dal Comune di Roma a seguito del crollo della palazzina di Vigna Jacobini in Roma. Questo documento era un documento che lo stesso studio usava redigere a posteriori degli interventi che realizzavano sugli edifici. Una specie di cartella clinica del paziente attraverso il quale vederne la storia delle sue patologie e delle cure effettuate. Strumento formidabile per un tecnico che dovendo intervenire su un paziente sa, avendo a disposizione la sua storia clinica, come e dove intervenire.

Oggi la pratica libretto del fabbricato così come fatto non serve a niente.

Parliamo per favore di problemi veri come quelli che i tecnici che lavorano sul campo incontrano e non di problemi che magari un professore qual’è loris rossi, uomo di teoria, ha solo recepito solo di spalla.

Lavoro come consolidatore di murature antiche e vi dico che la situazione dei palazzi storici romani non è affatto buona. Spesso il legante delle murature, la calce, diventa con il passaggio del tempo completamente disidratata riducendo drasticamente la connessione tra i mattoni (se va bene) o tra il pietrame (se va male). Gli edifici in muratura non sono attrezzati normalmente a funzionare alle sollecitazione dei terremoti. Proprio perchè i terremoti danno sollecitazioni sia di compressione che di trazione. La bestia nera degli edifici in muratura è la trazione. Perciò c’è necessità in tutti gli edifici in muratura di supplire con elementi in acciaio che aiutino a rispondere alle sollecitazioni indesiderate.

Per ciò che riguarda i terremoti quello che non si dice è che ogni terremoto viaggia sulla base di onde che hanno una loro frequenza. Ogni terremoto ha una sua frequenza d’onda. Così come gli edifici hanno una frequenza propria cosi`detta di risonanza data essenzialmente dal rapporto che c’è tra le loro dimensioni.

Nel caso in cui gli edifici siano costruiti secondo i crismi dell’antisismica se il terremoto arriva e viaggia con una frequenza x si danno tre casi:

  1. gli edifici con la stessa frequenza vengono distrutti;
  2. gli edifici con una frequenza più bassa si salvano;
  3. gli edifici con una frequenza più alta riportano danni, ma si salva.

Quindi deve esser detto che anche se un edificio è costruito con i criteri dell’antisismica se il terremoto viaggia con una stessa frequenza d’onda dell’edificio l’edificio è destinato a crollare per l’effetto  di risonanza.
Questo e`l’effetto della risonanza:
http://www.youtube.com/watch?v=H-E4ou5_J6o&feature=related

questo è un link utile per saperne di più:
http://fisicaondemusica.unimore.it/Risonanza_negli_edifici.html

Forse il secondo link è un pochino difficile da leggersi per i non addetti ai lavori, ma da il polso di come male si stia procedendo nell’informare la popolazione. Ho sentito che persone che abitavano in edifici così detti antisismici sentendo le oscillazioni del terremoto sia rimasto nell’edificio perchè sicuro che non sarebbe crollato.

Questo e`ciò che è successo a Kobe la maggior parte degli edifici erano antisismici.
http://www.youtube.com/watch?v=MLUmslHxBgw&feature=related

Insomma come al solito le cose in Italia si fanno sempre con poca professionalità e si procede a posteriori facendo leggi che dovrebbero fare prevenzione, ma alla fine diventano solo una ulteriore spesa burocratica inutile.

I terremoti in Italia torneranno purtroppo a far danni enormi rispetto alle loro modeste intensità: speriamo in qualcuno che sappia effettivamente ascoltare tecnici che fanno della professione una pratica seria.

Buon lavoro e complimenti per la vostra trasmissione che seguo da anni con grande passione e spero un giorno o l’altro di poter ambire a guadagnare una vostra maglietta.

A presto

Christian Rocchi

CH+VL

Città con identità ed identiche città

3 febbraio 2009

Politiche d’amministrazione territoriale.

roma

ico_flickr1 Vedi il set di immagini su Flickr

La trasformazione delle città con l’organizzazione degli spazi vuoti e costruiti, le loro relazioni, e il conseguente sviluppo sono questioni che usualmente si tenta di indirizzare attraverso gli strumenti urbanistici della programmazione ed attuazione.

Nel caso della maggior parte delle città italiane tali strumenti hanno raccolto il dato di fatto edificatorio risultato di costruzioni molteplici e successive, antiche e recenti, di pregio e della peggiore specie edificatoria.

Ogni città in espansione si è data, fin dagli anni Sessanta, una pianificazione territoriale in funzione della necessità abitativa ed economica stabilendo le regole di trasformazione del territorio destinate a gestire il consolidamento della città storica, il recupero urbano e la nuova edificazione.

Agli strumenti classici di controllo territoriale come i piani regolatori generali e i piani particolareggiati, si sono man mano associati altri strumenti di trasformazione territoriale più confacenti ai tempi odierni perché più adatti alle città metropolitane che sono in stretto contatto con la loro provincia e al recupero delle loro parti degradate.

Le prime periferie costruite tra gli anni ’70 e ’90 in regime di edilizia economica e popolare o sorte in aggregazioni abusive si sono rivelate terreno fertile per il proliferare di gravi problematiche sociali.

Interi quartieri, destinati a ceti meno abbienti, in zone residuali del territorio comunale, in assenza di adeguati servizi ed infrastrutture, sono stati costruiti con materiali dalla durevolezza irrisoria e posti in opera in maniera non conforme alla salubrità degli spazi interni: il danno sociale per l’intera città e per la totalità della cittadinanza è stato e continua ad essere enorme.

Si approntano piani di recupero urbano che intendono colmare il vuoto culturale attorno al quale si sono addensate molte periferie. Alcune vengono recuperate e inglobate nell’espansione accentratrice del nucleo economico principale della città (spesso coincidente con il centro storico): godono dei servizi culturali e terziari della zona centrale.

Altre zone marginali, meno fortunate, si devono accontentare di micro interventi, perché affrontare alla radice il problema sarebbe un onere troppo pesante per le amministrazioni e una battaglia politica non conveniente da affrontare.

Il panorama dell’espansione urbana odierna continua ad essere desolante e, pur rimanendo le infrastrutture delle grandi città fortemente inadeguate a sorreggere la mole del traffico urbano, continuano a crescere quartieri (milioni di metri cubi) in zone già altamente congestionate.

A questo che è un nuovo problema per le grandi città italiane se ne aggiunge uno già conosciuto in precedenza: la mancanza di identità. Sebbene la storia della città attribuisca proprio all’Italia l’invenzione della forma urbana con spazi dall’identità irripetibile, con le piazze più belle del mondo, con i centri urbani strutturati in maniera ideale o conformi ai dettami geografici del territorio, oggi sembra che abbiamo disimparato a pensare e progettare la città.

La politica di museificazione dei centri storici come Roma, Firenze, Venezia, fa sì che non ci sia possibilità di aggiungere lo strato del contemporaneo alla sovrapposizione delle epoche storiche, attira i turisti orientali e americani e respinge gli abitanti ai margini, costringendoli ad un pendolarismo spesso difficile per le condizioni del traffico.

Le zone di espansione vengono oggi identificate con i vari centri commerciali: edifici residenziali dalla identità incerta e omogenea si accorpano attorno a polarità di scarso valore urbano e civile come i centri commerciali di questa o quella catena multinazionale.

Anche gli spazi pubblici aperti raramente riescono ad essere poco più che parco giochi (prefabbricato) per bambini ed aiuola da non calpestare: si fanno progetti di parchi urbani e piazze che hanno difficoltà ad essere realizzati, perché esulano dalla logica del profitto di quei sistemi per il consumo.

Invece la qualità dello spazio pubblico potrebbe contribuire in maniera determinante nella valorizzazione di identità precipue di ogni luogo ed incentivare aggregazioni sociali importanti per il benessere della gente.

L’uguale città, quella dei centri commerciali e degli edifici residenziali perimetrali, costituisce la più grande occasione urbanistica e architettonica persa di poter creare la tanto teorizzata città policentrica, destinata a defaticare il centro cittadino, e insieme rappresenta, con la sua vacuità intellettuale, il più grande esproprio d’anima del territorio urbano ridotto a territorio di conquista del commercio delle grandi imprese multinazionali.

Con questo non si intende minare la funzione economica della città, visto che senza di essa verrebbe a mancare un presupposto fondamentale della ragion d’essere di ogni aggregato urbano, ma sarebbe auspicabile rifocalizzare la politica delle amministrazioni puntando, attraverso l’ausilio di strumenti di managerialità territoriale, così poco praticata in Italia, alla valorizzazione di ogni singolo comparto territoriale dotandolo di un cuore culturalmente riconoscibile e assolutamente unico: qualcosa attorno alla quale gli abitanti di quel centro periferico possano catalizzare una propria originale identità.

Questo è il fondamento viscerale attorno al quale le città policentriche possono funzionare, ogni altra soluzione che non faccia presa sulle anime delle persone è destinata a generare malessere e cattiva educazione civica.

Non vogliamo essere cittadini di città impersonali, uguali, piramidali, sclerotizzate dal mancato pensiero, progettate da tecnici impreparati ad affrontare problematiche complesse che sottendono alla generazione di città vivibili. E ancora non vogliamo essere cittadini-ingranaggio di meccanismi economici sballati.

Un’alternativa auspicabile a questo sistema potrebbe essere quella descritta dall’Arch. Massimiliano Fuksas sulle pagine del periodico italiano “L’espresso”: Fuksas propone che i tecnici consiglieri degli amministratori comunali e delle alte cariche dello stato dovrebbero essere in carica per un tempo limitato con la speranza che prima o poi un tecnico capace possa indirizzare le questioni dell’espansione territoriale secondo equilibri economici e culturali adeguati prescindendo da qualsiasi pressione di parte.

E mentre le carenze infrastrutturali, vecchie e nuove, dannano la vita quotidiana di molti cittadini “metropolitani” e le architetture dei nuovi insediamenti urbani dannano l’anima di molti bravi architetti (metropolitani e non), sono da segnalare alcuni interventi di ottima qualità architettonica e politica: la fiera di Milano ( progetto dell’arch. Fuksas) segna indelebilmente, stavolta in positivo, la periferia nord di Milano divenendone centro di sviluppo culturale ed economico; la chiesa del Millennio di Meier a Roma nella zona periferica di Tor Tre Teste anch’esso ormai centro identificativo della zona; Foster restaura un quartiere intero della periferia milanese; Niemeyer progetta un auditorio a Ravello nella regione campana; Renzo Piano realizza l’auditorium di Roma; Zaha Hadid sta realizzando il museo del XXI secolo; Las Casas sta lavorando a Sorrento e ancora tanti altri nomi del firmamento architettonico.

Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicati i concorsi banditi dalle autorità pubbliche (quasi sempre purtroppo vinti da firme internazionalmente riconoscibili) e molti i giovani architetti italiani si fanno conoscere con progetti ben disegnati e ben realizzati.

La battaglia urbanistica per la città metropolitana policentrica per ora sembra compromessa, ma una nuova vitalità architettonica e culturale ci spinge a sperare nel futuro perché quegli interventi che oggi sono così sporadici possano coinvolgere l’intera genesi dello sviluppo urbano.

Arch. Christian Rocchi + Arch. Valeria Caramagno

Un iceberg colpisce il Campidoglio

2 febbraio 2009

La politica residenziale è stata a Roma come l’iceberg è stato al titanic: un disastro!!!! Ma almeno per il titanic l’iceberg e’ stato una sorpresa.

roma

Le nuove periferie, con il loro cuore culturale (i capannoni commerciali), con la loro uguale “qualitá architettonica” (non so se sia possibile parlare di architettura), con la loro mancanza di infrastrutture, con la loro desolazione speculativa, con la loro mancanza di fantasia, sono un disastro annunciato e, in cima, pensato a tavolino.

Lascia stupefatti (per non dire amareggiati) la mancanza totale, da parte dell’amministrazione comunale romana, che ha permesso questo scempio nei dintorni del raccordo anulare, di una progettazione preliminare urbanistica seria, attiva e a livello di marketing, propositiva che avrebbe potuto con poco sforzo intellettivo d’economia urbana (parliamo di somme e non di integrali) portare ad essere le periferie veri centri riconosciuti e definiti da centralitá culturali: alcune amministrazioni estere che sanno tirar di conto (si parla sempre di addizioni e sottrazioni) sono riuscite a realizzare a costo zero poli culturali sfruttando, per esempio, le plusvalenze dei terreni contigui.

Etica e stomaci di ferro

31 gennaio 2009

Bersani e’ solo l’ultimo sgarbo che il politico rifila al ruolo dell’architettura e della professione di architetto.

Di fatto è da 50 anni che subiamo inermi la cementificazione selvaggia delle città, oltraggiate dagli interessi di gruppi politico economici. Siamo passati attraverso i palazzinari degli anni ‘70 a quelli di quest’ultimo decennio.

Cosa e’ cambiato? Le parcelle dei lavori pubblici? No: hanno preso solo forme differenti. In realtà vogliono che gli architetti si comportino come imprese. E l’impresa dopo aver preso il lavoro praticando un ribasso anche del 45%, incomincia a porre problemi di ogni sorta.

Risultato i tempi si allungano a dismisura e il ribasso viene ad essere enormemente più basso.

E’ la mentalità che ci vogliono far cambiare. Non più seri professionisti, ma astute macchine per far soldi a scapito chiaramente della salute pubblica. La storia passata ci dice che chi ci rimetterà sarà sempre il cittadino che abiterà, se possibile, città ancora più invivibili con costi sociali altissimi. Come faranno a sopravvivere gli architetti a questo ultimo colpo vibrato dalla cecità dei nostri legislatori? Rottamando la propria etica professionale per uno stomaco di ferro.