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Ordini professionali come Servizio civile

30 settembre 2017

[nota degli amministratori, abbiamo ricevuto da Christian Rocchi questa risposta al nostro articolo Fuori di Lista, una risposta che pubblichiamo molto volentieri]

Cari colleghi,

chiedo in anticipo venia per la quantità di parole che seguono, ma queste pagine sono state sempre occasione di riflessione ed approfondimento interessante e cosi’ ne approfitto.

Tempo fa avevamo scritto, proprio su Amatelarchitettura, su cosa dovesse essere il sistema ordinistico.

(mi scuso per l’autoreferenzialità, ma ho trovato questo di link).

Penso si possa concordare che un ordine non dovrebbe essere espressione distaccata da cosa pensiamo la nostra società debba essere. La società, oggi, dovrebbe definire ogni singolo suo componente e soprattutto chiarirsi le idee sul concetto di cittadino/consumatore.

A mio avviso gli ultimi tragici anni, dal punto di vista economico e lavorativo, hanno delineato un’Italia che a pochi di noi appartiene. I diritti del consumatore hanno prevalso sui diritti di cittadino. Le problematiche già presenti ante crisi si sono acuite e i temi di un liberismo senza regole certe al contorno, una su tutte il diritto ad avere giustizia, hanno privilegiato non la qualità delle persone, non il miglioramento spirituale dei cittadini a cui aspirava la filosofia liberale crociana, ma i gruppi di potere economico.

Il liberismo con Croce è stato definito come uno strumento di attuazione e di raggiungimento di obiettivi “filosofici” liberali: quelli di miglioramento dello stato spirituale della società per intenderci. Croce criticava, però, la cieca fiducia nei mercati ed il liberismo identificato con la teoria del “laissez-faire” dell’economista francese Frédéric Bastiat. Con Monti lo strumento è diventato lo stesso fine con buona pace dell’obiettivo filosofico del miglioramento etico della società, e con una fiducia illimitata sul potere di miglioramento sociale, quasi taumaturgico, del libero mercato.

Tra questi due opposti (ma simili perché procedenti da posizioni idealiste), tra il filosofo puro e l’economista fine a se stesso, si inserisce la visione pragmatica di Einaudi: non spetta all’economista fissare gli obiettivi da raggiungere, spetta al politico/filosofo, all’economista spetta il compito di realizzare la visione posta dal politico con lo strumento che riterrà più opportuno.

Quindi la ricetta pragmatica di Einaudi è: la cosa pubblica detta gli indirizzi per un miglioramento delle condizioni comuni, ma è manifesto dell’eticità delle singole persone. Ovvero: lo Stato, la cosa pubblica, non è padrona delle sorti dei suoi cittadini, non si impone come si imponeva il fascismo, per capirci, ma ne inspira il miglioramento attraverso, si, la libera iniziativa ed autodeterminazione, ma non escludendo a priori l’intervento regolatore dello Stato.

Non credo nelle idee che non mettano gambe e piedi e che non camminino nella realtà. Credo che debbano essere fonte di ispirazione, idee a cui tendere, ma sapendo bene che la perfezione delle idee esiste solo come concetto e che la realtà sia un’altra cosa. Da questa visione pragmatica la necessità dell’intervento regolatore del pubblico e di sistemi di controllo, disinteressati, scollegati da qualsiasi fine economico ed indirizzati al solo al conseguimento del miglioramento della società.

A questo dovrebbe servire un ordine e tale servizio dovrebbe essere operato da persone disinteressate, ovvero interessate unicamente a mantenere esclusivamente sul piano di sicurezza e qualitativo la resa dei servizi dei propri iscritti.

La conduzione degli ordini dovrebbe essere considerato da tutti un servizio civile espletato a favore della società. Va da se che in nessun modo dovrebbe essere considerato opportunità di crescita economica personale diretta ed indiretta, ma, utilizzando lo stesso pragmatismo einaudiano, in una società superficiale com’è quella in cui viviamo, dove troppo spesso è l’abito che fa il monaco, la stella sul petto diventa occasione anche di visibilità e tornaconto indiretto.

Per questo credo che sia giusto il confine dei due mandati espresso, senza alcun dubbio, dalla legge.

Troppo spesso nella storia degli ultimi anni della nostra istituzione pubblica, l’Ordine degli architetti di Roma e provincia a cui appartengo, si è anteposto l’io all’assemblea, l’egoismo di una persona ai fini istituzionali dell’ente pubblico.
Per questo, anche e soprattutto, non ho accettato la richiesta di alcuni del mio gruppo di candidarmi presidente. Alcune volte c’e’ necessità di vivere le idee, in cui si crede, sulla propria pelle.

L’idea a cui si deve tendere non è un ordine fatto da 1, ma è un ordine aperto a tutti e ho i miei forti dubbi che la pensi in questo modo il consiglio uscente, dal quale circa due anni fa, dopo le elezioni al Consiglio Nazionale degli Architetti (ogni volta deleterio per la nostra istituzione) ho preso le distanze.

Le liste formalmente non esistono ed è vero, ma esistono modi diversi per arrivare a comporle: quella di collezionare la lista della spesa per cercare di raccattare più’ voti possibili, e spesso create nel vuoto delle idee, e quelle nate invece da un confronto anche serrato e duro sui temi di nostro interesse. Due cose completamente diverse. Non condividevo e non condivido quindi fare miscellanea di persone, anche eterogenee, perché’ ha significato in precedenza e significherebbe anche ora mischiare persone con percorsi diversi.

Supportando PRO cerco di dare una mano alla costruzione di un ordine di tutti, un ordine fondato grandi su pilastri di legalità e rispetto per l’istituzione pubblica, un ordine chiaramente dove il presidente non sia il padrone e non si senta al di sopra delle leggi, ma sia uno dei 20000 iscritti.

Questa penso nel complesso che possa essere l’idea a cui tendere.

qui trovate la replica di Cecilia Anselmi e di Massimo Cardone

L’Ordine che vorrei secondo Rocchi

15 dicembre 2012

L’Ordine che vorrei!

L’ordine che vorrei é strettamente legato alla societá che vorrei. Se dobbiamo parlare in funzione ipotetica allora la mia societá ha come obiettivo centrale il benessere dei suoi cittadini: benessere intellettivo e fisico.

Tutto dovrebbe girare intorno al concetto di uguaglianza, meritocrazia ed eguali possibilitá di accesso ai servizi a prescindere dalle possibilitá economiche.

Il liberismo sarebbe ben accetto solamente vincolandolo ai criteri sopradescritti. Non accettabile in questo tipo di societá alcuna furberia o raccomandazione o peggio malvessazione. In caso di malvessazione la mia societá sarebbe in grado di dare risposte veloci, attraverso una giustizia agile, snella, ed inflessibilmente giusta. Tolleranza zero per coloro che tenteno di aggirare le regole.

In una societá cosí fatta non avrebbe senso parlare di come dovrebbe essere un ordine, perché questo avrebbe un solo modo di essere. Sarebbe una garanzia sociale. La societá chiederebbe agli ordini di garantire la sicurezza degli immobili costruiti secondo i servizi resi dagli iscritti all’albo.
La competizione dunque si sposterebbe dal piano prettamente economico a quello tecnico/qualitativo. La serietá del professionista, il suo comportamento, il suo credo deontologico sarebbero un valori irrimediabilmente necessari per poter progettare e/o dirigere opere pubbliche e private.

Questo in un pensiero ipotetico.

Ora però facciamo i conti con la realtá.

La nostra societá ha dimenticato quale sia la funzione degli ordini professionali, e con loro ha dimenticato la valenza prima che i servizi tecnici dovrebbero garantire.

Il punto centrale é questo: la societá ci ha dimenticati. Ricordo come le parcelle minime inderogabili nel privato fossero solo un riferimento giá prima del decreto Bersani. La concorrenza sleale, della scontistica da mercato delle vacche, imperava. Nessun problema per il committente se poi i lavori costavano di piú: obiettivo principale risparmiare sui costi diretti dei servizi tecnici. Per prendere poi soldi da tutti i fornitori e dalle imprese ed avere alla fine dei manufatti solo sulla carta rispondenti alle normative.

I fabbricati poi crollavano, e crollano, e la colpa é dei terremoti o delle commissioni rischio sismico.

Ipocrisia!

La politica ha deciso di far sua questa visuale buttando nel mercato della vacche i servizi tecnici, ed il benessere dei suoi cittadini nel cesso!

Arrivano i terremoti e a crollare stavolta non sono solo case private, ma anche gli edifici pubblici. Sotto quegli edifici pubblici MUOIONO PERSONE: bambini, insegnanti, studenti, ospedalizzati!

Gli edifici pubblici che per loro natura dovrebbero essere i più sicuri, su questi si basano i piani di emergenza della protezione civile, diventano i più cedevoli, i più insicuri.
I livelli di sicurezza sia in fase di cantiere sia post cantiere si assottigliano notevolmente.

I politici vanno ai funerali!

Ipocrisia!

I politici rimediano al danno procurato ai loro cittadini? Certo chiedendo un’assicurazione obbligatoria a coloro che progettano e dirigono la costruzione di edifici. Così sono manlevati. Come se avere soldi potesse tacitare il dolore immenso di una perdita di un caro.

Ipocrisia massima!

In una società così fatta, a cosa serve un sistema ordinistico? A niente!

Devono esser chiusi?

Si, se ci rassegnamo a vivere nella società in cui viviamo.

NO, se si ha intenzione di rivendicare il nostro ruolo in una società che deve essere trasformata.

Non credo che i sindacati siano la soluzione giusta per gli architetti.
Avere bisogno di un sindacato è come dichiarare di aver fallito.

Questa società in cui viviamo fa schifo e deve essere detto a viva voce. Devono cambiare i pilastri su cui è fondata. Oppure è destinata a marcire per sempre nell’ipocrisia.

Don Quijote, The lord of La Mancha!

13 giugno 2012

1° parte

Sapete quanto sia duro oggi vivere da architetti in Italia!   Ce n’è abbastanza per uscire pazzi.

Siamo tra l’incudine di un lavoro, solo in Italia così poco definito: ti puoi trovare a realizzare  dal docfa per un accatastamento, alla perizia per il tribunale, alla definizione di un condono, cose per le quali effettivamente è estremamente necessaria una serrata formazione di architetto.

Peró non finisce qui!

Se fosse solo questo forse gli architetti dopotutto potrebbero mettersi l’anima in pace.

httpv://www.youtube.com/watch?v=TMH7qkgViVs&feature=relmfu

Ma la tortura italiana è cosa più complessa e sofisticata. Una goccia cinese. Una di quelle cosè da cui non se ne esce mai, quelle domande con risposte che generano di nuovo la stessa domanda e così via nell’inferno della demenza!

Ecco dicevamo che se non bastasse lavorare su cose per le quali forse non valeva la pena neanche studiare, arriva a martellare con incessante cadenza e con straordinaria frequenza un accadimento, o meglio un accanimento, che fa riaccendere la gastrite all’architetto. Un incarico diretto dato dal pubblico, un restauro di un palazzo storico di un ingegnere, un centro commerciale con annesse residenze progettato da un geometra, un’assicurazione professionale, perchè effettivamente questi architetti ormai i lavori li prendono al 80% di ribasso e forse si rischia troppo ora, un politico che dichiara che la soluzione per un quartiere degradato sia la sua distruzione e in luogo di esso un bel paesotto di plastica, un aumento dei costi previdenziali minimi mentre si cerca di sopravvivere e allora per aiutarti ti tirano una ciambella di piombo, gli ordini professionali che si attrezzano a farti pagare la formazione continua mentre già si fatica a pagare lo stesso ordine, una proposta di legge per ampliare le competenze dei geometri (relatore un architetto).

Ma la ciliegia sulla torta, l’accadimento che fa scattare l’applauso e a far scadere tutto finalmente nella ridicola farsa è l’intervista post terremoto al politico. Con il terremoto si evidenziano le criticità dei sistemi costruttivi edificati al massimo ribasso e controllati da tecnici che di fatto sono stati esautorati dal sistema di produzione architettonica, tecnici a cui si affidano la direzione dei lavori di imprese che lavorano al 40% di ribasso d’asta. Impossibile dirigerle per il verso giusto. Viene il terremoto e crollano scuole, ospedali, convitti pubblici la colpa non è del sistema penoso che ha generato quegli edifici, ma del fatto (questa l’idea geniale del politico) che lo stato non deve essere responsabile. E perció ecco l’assicurazione contro le calamità naturali!!!

Stavolta lo stomaco non ce la fa!!!  Dallo stomaco passa al cervello. E lo shock è notevole. Un elettro-shock ! E vai al tappeto.

Eppure quando tutto intorno diventa incolore, quando la realtà parla solo di interesse privato, quando tutto ciò che vediamo è un vomitevole arricchirsi e un incentrare tutta la propria vita intorno all’avere e non all’essenza delle cose…allora proprio allora sorge forte nell’animo di chi ha a cuore l’essere e non l’avere, per chi ha a cuore il percorso e non il punto d’arrivo, per chi crede che si possa fondare una nuova società basata sul bene comune e non sul proprio, per chi crede che tendere una mano sia un valore, per chi crede nella forza delle idee, per chi crede che seguire una stella non sia tempo perso, anche quando le tue gambe non ce la fanno più, non è importante quanto sia lontana quella stella, non ‘e importante se irrangiungibile, l’importante è il l’idea, allora si ha il DOVERE DI SOGNARE DI STAR MEGLIO…IL DOVERE E L’OBBLIGO DI SOGNARE

Ed io allora inizio a sognare e dico che si può fare, che la democrazia deve essere possibile e che forse c’è la possibilità di cambiare la nostra situazione, che è un dovere seguire quel forse, non importa il risultato della nostra azione importa averci provato e aver fatto ciò che andava fatto anche se si sapeva che la stella fosse irrangiugibile, anche se si sapeva di combattere contro i mulini a vento.

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2ªparte:

dove un attore mette in scena un vecchio nobiluomo spagnolo Don Alonso Quijano. La sua indignazione per ciò che vedeva della sua realtà fatta di traditori, ladri, profittatori, assassini, lo porta alla fine a perdere la ragione  e alla fine a compiere i più strani progetti mai immaginati, a diventare un cavaliere errante e andare in giro per il mondo a cercare avventura e il suo nome e’…..

DON QUIJOTE DE LA MANCHA!!!!!

httpv://www.youtube.com/watch?v=BSRhLuf4h0E&feature=relmfu

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C’è un solo modo di dar senso alle nostre vite ed è quello di avere capacità di sognare, avere capacità di vedere più in là del proprio orizzonte. In fondo noi architetti non siamo stati formati proprio per avere la capacità di vedere oltre? E oggi noi non dobbiamo smettere di sognare. Sognare è cosa che dà molto fastidio alla realtà, perché essa potrebbe essere cambiata e forse in meglio. La paura dei sani che per questo odiano i pazzi, i visionari. Ma le visioni aiutano a vivere la tristezza della realtà e ne diventano l’alternativa pura, l’essenza dell’uomo, la sola cosa per cui valga veramente, VERAMENTE, la pena di vivere.

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To dream the impossible dream

httpv://www.youtube.com/watch?v=QnRK8eho8IE&feature=related

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Ed è per questo che decidiamo di firmare la petizione per un’assemblea straordinaria, decidiamo di essere vicino al Don Quijote de La Mancha. Scegliamo il sogno della democrazia, scegliamo il sogno, scegliamo il debole al prepotente, scegliamo di combattere una battaglia che sappiamo già essere persa, scegliamo la stella che sappiamo di non poter raggiungere mai, scegliamo di combattere per i diritti, non importa se tutto questo sia senza speranza, non importa quanto sia senza speranza..scegliamo di accompagnare i Don Quijote fino alla fine dei nostri giorni.

I Sancho Panza—–> Alessandro  Ridolfi e  Christian Rocchi

CONSIGLIERI DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI ROMA E PROVINCIA

Sette fischi brevi e uno lungo

19 febbraio 2012

Possono queste riforme, liberalizzazioni, esser state pensate per favorire i giovani?

Per favorire i giovani si sarebbe potuto cambiare la legge che governa gli appalti di servizi: per esempio scorporando il progetto preliminare e definitivo dall’esecutivo e direzione lavori. Dando la possibilita’ ai giovani di partecipare a concorsi anche essendo al primo esercizio contabile e non avendo i fatturati assurdi che le leggi vigenti chiedono per progettare anche un chiosco.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto metter mano ai contratti che regolamentano le prestazioni professionali all’interno degli studi.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto caldeggiare una riforma profonda del sistema universitario che li forma e che li fa uscire impreparati al mondo del lavoro, e non sara’ un tirocinio professionale fatto negli ultimi anni di facolta’ a favorirne l’ingresso nella professione.

Per favorire i giovani si sarebbero dovuti imputare alcuni capitoli di bilancio per incentivare la loro formazione  per esempio con l’internazionalizzazione.

Infine per favorire i giovani avrebbero dovuto fare in modo che restare a lavorare ancora in Italia avesse un senso.

Il brain draining con queste riforme economiche, da liberista del nuovo millennio, non si fermerà e i nostri migliori elementi continueranno a scappare dall’Italia degli economisti, capaci solo di alzare tasse e di rendere ancora piu`invivibile questo paese. Non si intravedono ancora le vere riforme strutturali, quelle indirizzate a dare una vera sterzata non solo alla questione economica, che forse potrà anche essere normalizzata, ma soprattutto a quella  culturale e di indirizzo del paese, allo stato attuale completamente assente. Qual’è il fine? E cosa vogliamo che l’Italia sia domani?

L’economia non può avere come suo fine se stessa. L’economia deve essere uno strumento al servizio di una visione più ampia. Una visione di indirizzo culturale e morale. Come puó interessarmi sapere che domani avrò raddrizzato la situazione economica, quando avrò creato un popolo che ha come unico suo valore il profitto a tutti i costi e fine a se stesso?

Dov’è il perfezionamento morale e la tendenza alla comunione sempre più intima e vasta fra tutti i membri della famiglia umana che si predicava di raggiungere con il liberalismo (mazziniano prima e crociano dopo)? Come si pensa di raggiungerlo?

Se per raggiungerlo si pensa di dover passare attraverso la guerra dei poveri, attraverso i ribassi da “pane oggi per fame domani” allora l’Italia continua ad essere per i professionisti onesti (e non solo professionisti) un paese dove non conviene stare e lavorare, perchè sopravviveranno a questa politica cieca solo pochi forti gruppi di società con capacità di spesa.

Disarmante anche la tecnica di screditamento del dissenso, espressa dalle varie “corporazioni”, messa in atto dal governo. Il messaggio che passa è quello che il dissenso è normale che ci sia poichè “abbiamo toccato interessi incrostazioni” del mercato. Un dissenso quindi di matrice reazionaria indirizzato a proteggere i grandi interessi economici acquisiti. Nel nostro caso quali sono? I minimi tariffari? Non ci sono mai stati nel privato e nel pubblico erano l’unico baluardo, necessario, ma non sufficiente (se guardiamo alle strutture pubbliche crollate a L’Aquila), ancora esistente per far si che gli edifici pubblici si costruissero con serietà.

Al contrario questa casta di privilegiati degli architetti li vuole e li invoca i cambiamenti come via di salvezza dall’estinzione dell’architettura sul suolo italiano, ma vuole cambiamenti che abbiano veramente la loro efficacia, che siano in grado di smuovere veramente la situazione e che non siano le ennesime manovrine di facciata.

Manovrine che in un contesto sociale degradato come è quello attuale, avranno come unico risultato quello di arricchire ancora di più i furbi. La “casta” degli architetti chiede riforme più radicali. Riforme più coraggiose e democratiche. Rivendica la pretesa che  possa esistere una giustizia che ponga un freno all’accaparramento del lavoro per vie traverse legalmente inaccettabili, rivendica la pretesa che le gare possano essere esperite su base meritocratica e non sulla base di una competizione economica, data a forza di remunerazioni che non coprono neanche i costi di produzione, e che poco hanno a che vedere con il sistema meritocratico teorizzato da liberalisti e liberisti.

Da anni assistiamo inermi al degrado culturale delle nostre città costruite allo stesso modo, con gli stessi criteri, da destra e sinistra. Da anni assistiamo allo stupro dei nostri territori occupati da quartieri senza anima, specchio del degrado culturale in cui la nostra società versa governata da politici, incolore, dove l’architettura, la visione dello spazio e financo la sicurezza stessa degli edifici si piegano sotto il peso della speculazione economica.

Progetti di quartieri che vengono tirati fuori dai cassetti degli imprenditori, sempre uguali e ripetibili all’infinito fino a far traboccare le loro tasche di soldi. Non importa che poi tali quartieri manchino in infrastrutture o creino disagio sociale, l’importante è il profitto a tutti i costi.

I sette fischi brevi e l’ultimo lungo sono già suonati per molti di noi quando ancora studenti, ci accorgevamo dell’arretratezza culturale in cui versava la nostra facoltà e le nostre cittá vernacolari e uguali. Molti se ne sono andati a lavorare fuori e molti altri continueranno ad andarsene finchè le riforme serie non daranno reali possibilità di lavoro per giovani e non più giovani, finchè l’Italia non tornerà ad essere fonte di cultura, finchè l’Italia non sarà più preda degli speculatori finanziari, finchè la dignità non tornerà ad essere di nuovo un valore, finchè quei fischi non smetteranno di dare il loro amaro, triste, e desolante messaggio di abbandono!

Christian Rocchi – professionista e architetto

da 13 anni 5 volte responsabile per l’ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia di progetti, che godono di finanziamento europeo, che permettono agli architetti sotto i 35 anni di abbandonare l’Italia!

A proposito della Maddalena, l’importanza di dire no

29 aprile 2010

I no non detti pesano come macigni sulla professione di architetto.

La vicenda sarda è una delle tante storie prodotte da un sistema corroso dall’avidità. Forse risulta essere più deflagrante per i nomi coinvolti nella storia, ma ha la stessa radice di altre vicende.
L’appiattimento di politica, impresa e tecnici fa si …che non ci sia più differenza tra controllore e controllato. Tutte le parti tendono al profitto a scapito della società.

Gli architetti si piegano al volere di politici ed imprese: cessiamo di essere garanti del processo edilizio per ricoprire ruoli di spalla ad un sistema che non persegue gli interessi pubblici. Una commistione deleteria che ha degli effetti dirompenti sull’edificato; spesso ce ne accorgiamo solo in occasione dei terremoti e, in rarissimi casi, in sede di collaudo.
Va ristabilità la centralità dell’interesse pubblico all’interno del processo edilizio (e non solo in questo ambito direi) e gli architetti ritroveranno la loro ragion d’essere, il loro ruolo sociale di garanzia.
Rimangono ancora domande che ronzano nel cervello.
Se noi tecnici (architetti, ingegneri) avessimo più frequentemente detto NO a proposte indecenti?
Se ci fossimo comportati da vera categoria compatta e affrontato con il pugno di ferro le alterazioni del sistema professionale?
Se si avesse avuto il coraggio di fronteggiare le collusioni politico/imprenditoriali?
Se avessimo avuto più coscenza del nostro ruolo?
Se solo avessimo avuto più orgoglio e stima della nostra professionalità?… avremmo, sicuramente, guadagnato meno denaro,ma…….. quanto vale la dignità di un professionista?

per approfondimenti guarda l’intervista a Boeri

Il terremoto e la comunicazione sui mas-media

17 aprile 2009

Buongiorno,

mi occupo di edificazione e consolidamento di strutture in muratura (centro storico) e in Cemento armato.
Ho sentito un’intervista oggi  all’ architetto Loris Rossi. Queste sono alcune precisazioni in merito derivanti dalla pratica e non dalla teoria sui massimi sistemi molto spesso lontani dalla realtà del fare professione.

Il libretto del fabbricato è nato come pratica utile, perchè dava di fatto la stato di salute dell’edificio, si è trasformato in una pratica burocratica inutile perchè  per sapere il reale stato di salute dell’edificio bisognerebbe fare dei saggi invasivi  che richiedono comunque soldi che i privati non vogliono tirar fuori. Il libretto del fabbricato di cui parlava Loris Rossi fu proposto come strumento di prevenzione al Comune di Roma dallo Studio di Ingegneria Michetti-Perfetti  chiamati a dare una consulenza dal Comune di Roma a seguito del crollo della palazzina di Vigna Jacobini in Roma. Questo documento era un documento che lo stesso studio usava redigere a posteriori degli interventi che realizzavano sugli edifici. Una specie di cartella clinica del paziente attraverso il quale vederne la storia delle sue patologie e delle cure effettuate. Strumento formidabile per un tecnico che dovendo intervenire su un paziente sa, avendo a disposizione la sua storia clinica, come e dove intervenire.

Oggi la pratica libretto del fabbricato così come fatto non serve a niente.

Parliamo per favore di problemi veri come quelli che i tecnici che lavorano sul campo incontrano e non di problemi che magari un professore qual’è loris rossi, uomo di teoria, ha solo recepito solo di spalla.

Lavoro come consolidatore di murature antiche e vi dico che la situazione dei palazzi storici romani non è affatto buona. Spesso il legante delle murature, la calce, diventa con il passaggio del tempo completamente disidratata riducendo drasticamente la connessione tra i mattoni (se va bene) o tra il pietrame (se va male). Gli edifici in muratura non sono attrezzati normalmente a funzionare alle sollecitazione dei terremoti. Proprio perchè i terremoti danno sollecitazioni sia di compressione che di trazione. La bestia nera degli edifici in muratura è la trazione. Perciò c’è necessità in tutti gli edifici in muratura di supplire con elementi in acciaio che aiutino a rispondere alle sollecitazioni indesiderate.

Per ciò che riguarda i terremoti quello che non si dice è che ogni terremoto viaggia sulla base di onde che hanno una loro frequenza. Ogni terremoto ha una sua frequenza d’onda. Così come gli edifici hanno una frequenza propria cosi`detta di risonanza data essenzialmente dal rapporto che c’è tra le loro dimensioni.

Nel caso in cui gli edifici siano costruiti secondo i crismi dell’antisismica se il terremoto arriva e viaggia con una frequenza x si danno tre casi:

  1. gli edifici con la stessa frequenza vengono distrutti;
  2. gli edifici con una frequenza più bassa si salvano;
  3. gli edifici con una frequenza più alta riportano danni, ma si salva.

Quindi deve esser detto che anche se un edificio è costruito con i criteri dell’antisismica se il terremoto viaggia con una stessa frequenza d’onda dell’edificio l’edificio è destinato a crollare per l’effetto  di risonanza.
Questo e`l’effetto della risonanza:
http://www.youtube.com/watch?v=H-E4ou5_J6o&feature=related

questo è un link utile per saperne di più:
http://fisicaondemusica.unimore.it/Risonanza_negli_edifici.html

Forse il secondo link è un pochino difficile da leggersi per i non addetti ai lavori, ma da il polso di come male si stia procedendo nell’informare la popolazione. Ho sentito che persone che abitavano in edifici così detti antisismici sentendo le oscillazioni del terremoto sia rimasto nell’edificio perchè sicuro che non sarebbe crollato.

Questo e`ciò che è successo a Kobe la maggior parte degli edifici erano antisismici.
http://www.youtube.com/watch?v=MLUmslHxBgw&feature=related

Insomma come al solito le cose in Italia si fanno sempre con poca professionalità e si procede a posteriori facendo leggi che dovrebbero fare prevenzione, ma alla fine diventano solo una ulteriore spesa burocratica inutile.

I terremoti in Italia torneranno purtroppo a far danni enormi rispetto alle loro modeste intensità: speriamo in qualcuno che sappia effettivamente ascoltare tecnici che fanno della professione una pratica seria.

Buon lavoro e complimenti per la vostra trasmissione che seguo da anni con grande passione e spero un giorno o l’altro di poter ambire a guadagnare una vostra maglietta.

A presto

Christian Rocchi

CH+VL

Città con identità ed identiche città

3 febbraio 2009

Politiche d’amministrazione territoriale.

roma

ico_flickr1 Vedi il set di immagini su Flickr

La trasformazione delle città con l’organizzazione degli spazi vuoti e costruiti, le loro relazioni, e il conseguente sviluppo sono questioni che usualmente si tenta di indirizzare attraverso gli strumenti urbanistici della programmazione ed attuazione.

Nel caso della maggior parte delle città italiane tali strumenti hanno raccolto il dato di fatto edificatorio risultato di costruzioni molteplici e successive, antiche e recenti, di pregio e della peggiore specie edificatoria.

Ogni città in espansione si è data, fin dagli anni Sessanta, una pianificazione territoriale in funzione della necessità abitativa ed economica stabilendo le regole di trasformazione del territorio destinate a gestire il consolidamento della città storica, il recupero urbano e la nuova edificazione.

Agli strumenti classici di controllo territoriale come i piani regolatori generali e i piani particolareggiati, si sono man mano associati altri strumenti di trasformazione territoriale più confacenti ai tempi odierni perché più adatti alle città metropolitane che sono in stretto contatto con la loro provincia e al recupero delle loro parti degradate.

Le prime periferie costruite tra gli anni ’70 e ’90 in regime di edilizia economica e popolare o sorte in aggregazioni abusive si sono rivelate terreno fertile per il proliferare di gravi problematiche sociali.

Interi quartieri, destinati a ceti meno abbienti, in zone residuali del territorio comunale, in assenza di adeguati servizi ed infrastrutture, sono stati costruiti con materiali dalla durevolezza irrisoria e posti in opera in maniera non conforme alla salubrità degli spazi interni: il danno sociale per l’intera città e per la totalità della cittadinanza è stato e continua ad essere enorme.

Si approntano piani di recupero urbano che intendono colmare il vuoto culturale attorno al quale si sono addensate molte periferie. Alcune vengono recuperate e inglobate nell’espansione accentratrice del nucleo economico principale della città (spesso coincidente con il centro storico): godono dei servizi culturali e terziari della zona centrale.

Altre zone marginali, meno fortunate, si devono accontentare di micro interventi, perché affrontare alla radice il problema sarebbe un onere troppo pesante per le amministrazioni e una battaglia politica non conveniente da affrontare.

Il panorama dell’espansione urbana odierna continua ad essere desolante e, pur rimanendo le infrastrutture delle grandi città fortemente inadeguate a sorreggere la mole del traffico urbano, continuano a crescere quartieri (milioni di metri cubi) in zone già altamente congestionate.

A questo che è un nuovo problema per le grandi città italiane se ne aggiunge uno già conosciuto in precedenza: la mancanza di identità. Sebbene la storia della città attribuisca proprio all’Italia l’invenzione della forma urbana con spazi dall’identità irripetibile, con le piazze più belle del mondo, con i centri urbani strutturati in maniera ideale o conformi ai dettami geografici del territorio, oggi sembra che abbiamo disimparato a pensare e progettare la città.

La politica di museificazione dei centri storici come Roma, Firenze, Venezia, fa sì che non ci sia possibilità di aggiungere lo strato del contemporaneo alla sovrapposizione delle epoche storiche, attira i turisti orientali e americani e respinge gli abitanti ai margini, costringendoli ad un pendolarismo spesso difficile per le condizioni del traffico.

Le zone di espansione vengono oggi identificate con i vari centri commerciali: edifici residenziali dalla identità incerta e omogenea si accorpano attorno a polarità di scarso valore urbano e civile come i centri commerciali di questa o quella catena multinazionale.

Anche gli spazi pubblici aperti raramente riescono ad essere poco più che parco giochi (prefabbricato) per bambini ed aiuola da non calpestare: si fanno progetti di parchi urbani e piazze che hanno difficoltà ad essere realizzati, perché esulano dalla logica del profitto di quei sistemi per il consumo.

Invece la qualità dello spazio pubblico potrebbe contribuire in maniera determinante nella valorizzazione di identità precipue di ogni luogo ed incentivare aggregazioni sociali importanti per il benessere della gente.

L’uguale città, quella dei centri commerciali e degli edifici residenziali perimetrali, costituisce la più grande occasione urbanistica e architettonica persa di poter creare la tanto teorizzata città policentrica, destinata a defaticare il centro cittadino, e insieme rappresenta, con la sua vacuità intellettuale, il più grande esproprio d’anima del territorio urbano ridotto a territorio di conquista del commercio delle grandi imprese multinazionali.

Con questo non si intende minare la funzione economica della città, visto che senza di essa verrebbe a mancare un presupposto fondamentale della ragion d’essere di ogni aggregato urbano, ma sarebbe auspicabile rifocalizzare la politica delle amministrazioni puntando, attraverso l’ausilio di strumenti di managerialità territoriale, così poco praticata in Italia, alla valorizzazione di ogni singolo comparto territoriale dotandolo di un cuore culturalmente riconoscibile e assolutamente unico: qualcosa attorno alla quale gli abitanti di quel centro periferico possano catalizzare una propria originale identità.

Questo è il fondamento viscerale attorno al quale le città policentriche possono funzionare, ogni altra soluzione che non faccia presa sulle anime delle persone è destinata a generare malessere e cattiva educazione civica.

Non vogliamo essere cittadini di città impersonali, uguali, piramidali, sclerotizzate dal mancato pensiero, progettate da tecnici impreparati ad affrontare problematiche complesse che sottendono alla generazione di città vivibili. E ancora non vogliamo essere cittadini-ingranaggio di meccanismi economici sballati.

Un’alternativa auspicabile a questo sistema potrebbe essere quella descritta dall’Arch. Massimiliano Fuksas sulle pagine del periodico italiano “L’espresso”: Fuksas propone che i tecnici consiglieri degli amministratori comunali e delle alte cariche dello stato dovrebbero essere in carica per un tempo limitato con la speranza che prima o poi un tecnico capace possa indirizzare le questioni dell’espansione territoriale secondo equilibri economici e culturali adeguati prescindendo da qualsiasi pressione di parte.

E mentre le carenze infrastrutturali, vecchie e nuove, dannano la vita quotidiana di molti cittadini “metropolitani” e le architetture dei nuovi insediamenti urbani dannano l’anima di molti bravi architetti (metropolitani e non), sono da segnalare alcuni interventi di ottima qualità architettonica e politica: la fiera di Milano ( progetto dell’arch. Fuksas) segna indelebilmente, stavolta in positivo, la periferia nord di Milano divenendone centro di sviluppo culturale ed economico; la chiesa del Millennio di Meier a Roma nella zona periferica di Tor Tre Teste anch’esso ormai centro identificativo della zona; Foster restaura un quartiere intero della periferia milanese; Niemeyer progetta un auditorio a Ravello nella regione campana; Renzo Piano realizza l’auditorium di Roma; Zaha Hadid sta realizzando il museo del XXI secolo; Las Casas sta lavorando a Sorrento e ancora tanti altri nomi del firmamento architettonico.

Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicati i concorsi banditi dalle autorità pubbliche (quasi sempre purtroppo vinti da firme internazionalmente riconoscibili) e molti i giovani architetti italiani si fanno conoscere con progetti ben disegnati e ben realizzati.

La battaglia urbanistica per la città metropolitana policentrica per ora sembra compromessa, ma una nuova vitalità architettonica e culturale ci spinge a sperare nel futuro perché quegli interventi che oggi sono così sporadici possano coinvolgere l’intera genesi dello sviluppo urbano.

Arch. Christian Rocchi + Arch. Valeria Caramagno