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CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Alberta Benedetti

3 Agosto 2020

 

Spero che nel post-covid l’architetto ritorni ad immaginare e a sognare. Il progettista non è infatti colui che conferisce forma al sogno?
Sono nata e cresciuta a Venezia e visto che gli architetti sono riusciti a creare tale meraviglia, raggiungendo quasi la bellezza della natura, mi fa sperare per il futuro. L’architetto di oggi deve creare la bellezza in un mondo sostenibile, dove la natura ne diventa elemento fondamentale e l’architettura deve coesistere con essa per cambiare il mondo e renderlo migliore.

 

Testo: Alberta Benedetti
Immagine: Alberta Benedetti, back to nature

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Benhamza Fatimi

3 Agosto 2020

 

Questa pandemia é sicuramente un opportunità per l’architetto di reinventare il suo ruolo nel fare la città. Ripensarlo, ricordandosi di avere delle responsabilità : verso l’umano, verso la città, verso la natura. Con questa nuova coscienza che la città è un sistema collegato, che se un pezzo viene contaminato, tutto il resto ne patisce, la mappatura della città risulterebbe con paradigmi differenti : La secolare dicotomia tra il collettivo e l’individuo verrebbe annullata. Una città non piu di edifici isolati, ma di comunità, relazione e dialogo.

 

Testo: Benhamza Fatim

Immagine: Benhamza Fatim,  Isolated city – System city

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Eleonora Mauri

3 Agosto 2020

In questi mesi abbiamo visto immagini di città, di luoghi di incontro, di scenari di tutte le attività quotidiane, immersi in un silenzio assordante, a tratti drammatico, testimonianza del fatto che non potrà mai esistere città senza cittadino, spazio pubblico senza socialità; per questo l’architetto di domani deve essere in grado di includere gli spazi propri di cui ogni città è custode da sempre, con le nuove e mutate esigenze della popolazione.
Conciliare gli spazi pubblici con una nuova idea di socialità vuol dire anche riscoprire il patrimonio già presente nelle città, valorizzando quei luoghi, troppo spesso abbandonati che possono rappresentare, oggi più che mai, il motore della ripartenza sociale.

Testo: Eleonora Mauri
Immagine: Eleonora Mauri,  Tutto ciò che serve,è tutto ciò che abbiamo

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Alberto Di Forte

2 Agosto 2020

ll post Covid19 per l’architetto è una sfida con un grande peso sociale.
Si avrà la necessità di riconcepire gli spazi della socialità delle città, dei condomini e delle nostre case.
Lo spazio sociale dovrà ricostruire i legami relazionali tra la gente, dovrà essere iniettore di fiducia, resiliente e dialogante con il mondo naturale.
Ho in mente 6 punti:
1) Ristabilire il rapporto tra uomo e natura
2) Interconnessione degli spazi, spazio flessibile
3) Recupero del patrimonio esistente e confinamento della crescita urbana
4) Impronta ecologica urbana – la città come organismo vivente
5) Contagio culturale
6) Restituire l’architettura agli architetti

Testo: Alberto Di Forte
Immagine: Alberto Di Forte,  Archigate for freedom

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Alessia De Vita

2 Agosto 2020

L’architettura non può ignorare l’insegnamento che la pandemia ci ha dato in questi mesi; il concetto di confine geografico non è altro che un nostro limite mentale, che rende l’architetto in Italia, nello stesso tempo e spazio, architetto del mondo. Questo ci obbliga a pensare ad un’architettura globale, che superi il concetto di società liquida e si muova verso un sistema “gassoso” e dinamico, fisico e virtuale. L’interconnessione tra questi sistemi, accresce la responsabilità del ruolo dell’architetto che, servendosi di un supporto multidisciplinare, avrà il dovere di ridare qualità agli spazi.
Qualità agli spazi dell’abitare, affinché cerchino di venir incontro alla mancanza della città, rassicurando, portando luce, dilatandosi, reinventandosi.
Qualità agli spazi della socialità, che oltre ai nostri balconi, ai tetti degli edifici e ai cortili, possa tornare a contentarsi nelle piazze e lungo le strade. 

Gli architetti sapranno aiutare questo mondo ferito, mostrandoci che un altro modo di convivere è possibile. E forse avrà altri ritmi, altri tipi di interazione, la consapevolezza di far parte di un sistema più ampio, in armonia con la natura.

Testo: Alessia De Vita
Immagine: Renato Guttuso, Tetti di Palermo (1985)

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Giuseppina Arena

2 Agosto 2020

 

Cosa farà l’architetto nel post-covid? O cosa invece non farà/non dovrà fare?
Dal mio scetticismo più assoluto parte quest’ultima domanda; dal pensare che se dovrà cambiare qualcosa dovrà cambiare forse quello che non si è pensato di fare fino ad oggi. Cosa significa?
Significa che non dobbiamo aspettare sempre che succeda il finimondo affinché le professioni possano comprendere che qualcosa vada cambiato. Significa che abbiamo bisogno di architetti rivoluzionari, che comprendano a fondo, con le loro capacità e conoscenze, le necessità, presenti e future, di una comunità, aldilà delle mere abitudini di ogni giorno, o di ciò che è accaduto o che, forse, non accadrà mai. Significa che non cambierà mai niente, se si aspetterà sempre l’arrivo di una catastrofe. Perché quando quest’ultima sarà passata, chi potrà ripartirà come ha sempre fatto, adeguandosi ai cambiamenti (ma non cambiando nel profondo), chi non potrà verrà lasciato indietro, in balia del proprio destino.
Si parla di un sostanziale ripensamento degli spazi interni di un’abitazione, oppure dei cambiamenti che dovranno avvenire negli spazi esterni, adesso, solo in relazione alla pandemia. Siamo sicuri che nel pre-covid non avessimo già bisogno di questi cambiamenti? Magari questa nuova realtà, invece, ci dimostra di come eravamo comodi nelle nostre convinzioni, che avevano poco a che vedere con i segnali che provenivano già dal futuro, o semplicemente dai veri bisogni delle persone.
Da parecchio tempo si utilizza l’espressione “cambiamenti climatici”, ad esempio. Si parla di questi cambiamenti che stanno avvenendo nel tempo, quando lentamente, quando velocemente, ma ai quali siamo già in grado di dare una risposta, in relazione a ciò che effettivamente causeranno. Pensiamo a quello che potrà succedere, e agiamo adesso, affinché non accada! Magari una buona soluzione ad un problema, darà sollievo anche ad altri mali che adesso non riusciamo a vedere. L’architetto deve essere in grado di fiutare nell’aria, l’aria di cambiamento, sempre prima che qualcosa lo renda effettivamente e fisicamente necessario, altrimenti niente cambierà interamente nel corpo e nell’anima. Tutto cambierà solo temporaneamente, per poi farci rifiondare, anche se non completamente e magari gradualmente, senza che ce ne accorgiamo, nelle convinzioni di sempre.
Testo: Giuseppina Arena
Immagine: Umberto Boccioni- Stati d’animo (ciclo n. 1) – quelli che vanno

CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Maria Grazia Leonardi

31 Luglio 2020

Alla città post-pandemica servirebbe la sperimentazione. Il progettista e i cittadini pensino al paesaggio e ai suoi “interni urbani” in un modo nuovo. Una progettazione partecipata!

Esperienze positive giungono dal mondo della creatività. In Sicilia oltre all’importante casistica del Farm Cultural Park vi è l’instancabile lavoro di Antonio Presti con la Fondazione Fiumara d’Arte.

Lo spazio è essenzialmente un luogo di relazioni e di socialità, in particolar modo quello scolastico o educativo. Il progettista dovrà quindi innescare processi di partecipazione educando cittadini e amministratori sulle potenzialità dei luoghi, sul patrimonio culturale e paesaggistico e al senso di appartenenza, ri-civilizzando l’urbano.

 

Testo: Mariagrazia Leonardi
Immagine: intervento di Alberonero al Farm Cultural Park di Favara