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La casa che non si sposta e la città malleabile

15 Marzo 2013

Leggo che in Cina ha fatto notizia il caso di un proprietario che si è rifiutato di cedere la propria abitazione per fare passare una nuova autostrada. I tecnici cinesi la strada l’hanno fatta lo stesso, indifferenti alla presenza dell’abitazione. Non si sono nemmeno deegnati ripensare il tracciato; non una curva, non un adattamento. Adesso la casa resta li, inamovibile, incastrata nell’autostrada; simbolo eloquente di come a volte la caparbietà (specie se contrapposta ad una equivalente) finisce con il generare mostri. Così come sono entrambe, la casa e l’autostrada sono inutilizzabili.

Da una parte la cosa mi colpisce un po’, visto che siamo abituati a pensare alla Cina come a un luogo governato con estrema autorità e fermezza da un regime dittatoriale; riesce difficile pensare a una qualunque forma di contestazione, ancorchè passiva. Mi sarei aspettato uno sgombero coatto, un arresto del singolo cittadino colpevole di ostacolare lo sviluppo della collettività; invece il proprietario non si è mosso e nessuno lo ha costretto ad andare via, per la semplice ragione che il compenso economico offerto non sembra adeguato al valore della casa. 

Si sa’ che siamo spesso vittime di preconcetti.

Dall’altra parte questa storia mi consola: tutto il mondo è paese. Anche nella remota Cina ogni tanto devono arrendersi alla volontà dell’individuo. La Cina comunista si ferma di fronte a una questione di indennizzo economico. Una rigidezza in ogni caso poco conosciuta dalle nostre latitudini.

Sarà perchè da noi il potere di veto è talmente radicato che abbiamo imparato ad aggirarlo, sarà perchè per noi la mediazione e il compromesso sono elementi bene radicati nel nostro DNA, ma qui da noi una soluzione si trova, sempre (prima o poi). 

Così per fare un semplice giochino provo qui a ricordare alcuni esempi di casi simili dei quali ho notizia (mi limito al caso romano). Casi diversi, sia per la natura degli interessi di cui sono portatori, sia per i risultati. Tutti casi che comunque denunciano le complesse dinamiche che incidono sulle trasformazioni urbane. Tutti casi dove invece alla fine l’opposizione di interessi contrapposti ha generato discontinuità. Discontinuità che oggi fanno parte integrante della forma urbana, senza che nessuno più ne ravvisi le incongruenze.

Chi ha letto Insolera conosce bene il caso del curvone della tangenziale Ovest. Qui non si tratta di singoli eroi contrapposti alla dittatura del governo centrale. Qui si tratta di una storia di manipolazione dello sviluppo urbano pilotata dalla speculazione edilizia che, se da una parte ha fatto in modo di far passare un’autostrada in mezzo a una delle più importanti ville storiche di Roma (Villa Pamphili), dall’altra ne ha letteralmente piegato il tracciato, salvaguardando l’edificabilità di un’area di proprietà dell’allora onnipresente Generale Immobiliare. Oggi il curvone della tangenziale (la vecchia Olimpica) è il paradiso dei motociclisti romani che si cimentano (con alterne fortune) nella piega in stile Max Biagi. Da sperimentare il tracciato nei giorni di pioggia. Quasi un genuis loci della mobilità romana.

La villa invece resta tagliata in due, solo dopo anni ricucita grazie ad un unico ponte pedonale.

immagine_villa-pamphili

Non dissimile la storia che ha interessato il terzo anello del GRA (Grande Raccordo Anulare). Il Raccordo, questo archetipo del confine, luogo immaginario con il quale i romani misurano la distanza dal centro. Un baluardo immaginifico che resiste alla crescente dispersione urbana, ponendosi come ultimo segnale significante della dimensione geografica della città.

Dove abiti?
In centro o in periferia?
Dentro il Raccordo o fuori dal Raccordo?
Una autostrada che si è nel tempo sostituita alle antiche mura. Si è arrivati a Roma quando si oltrepassa questo confine. Persino le tariffe dei taxi (e dei pony express) tendono a misurare il costo dei loro servizi in base al Raccordo. Eppure questo baluardo si è piegato alla logica dei singoli. Questa volta non più la logica speculativa che con la sua forza di Lobbying ha saputo indirizzare le scelte di governo. Semplicemente un gruppo di fabbricati prevalentemente abusivi, negozi di arredamento e showroom, che con gli anni hanno incrostato i confini del GRA, costringendo i progettisti delle opere del terzo anello a studiare tracciati alternativi. Anche qui l’abuso genera mostri; sacche di resistenza fondate sulla prevaricazione dell’abuso a danno dell’interesse generale. Una moderna isola sospesa nel flusso autostradale. Una traccia indelebile di presenza umana che segnerà per sempre il raccordo. 

immagine_raccordo-anulare

L’ultimo caso infine. Il solo nel quale si intravede un barlume di lucidà e coscienza civica: la Torre Salaria. In questo caso la presenza della torre archeologica ha bloccato (forse per sempre) qualsiasi possibilità di realizzare alcune infrastrutture. Da una parte la strettoia in uscita da Prati Fiscali continua ad essere una croce per tutti gli abitanti del IV° municipio (400.000 abitanti e praticamente due sole uscite stradali verso il centro); dall’altra la mancata chiusura dell’anello ferroviario (promessa non mantenuta sin dal primo mandato di Rutelli). La viabilità quindi sottomessa alla salvaguardia di un bene superiore: il valore della storia finalmente tutelato (per fortuna e giustamente). Così ben tutelato che oggi dentro alla torre ci hanno ricavato un ristorante. Il cittadino romano (che si abitua a tutto, ma non alla mancanza della buona cucina) ringrazia e si incanala nel traffico: “ahoo te movi? che ciò er pranzo der battesimo de la fijia de mi cognatoooo!”

immagine_torre-salaria

C’è da dire che ognuno di questi casi ci racconta la storia di una città (che può essere Roma, come tante altre) la cui forma è da sempre il risultato di strane e imperscrutabili dinamiche. Si dice che la città sia assimilabile ad un organismo; città come Roma sono organismi difficilmente controllabili.  Citta che sfuggono ad una definizione, perchè frutto di continue sovrapposizioni. Una dinamica che non appartiene solo alla storia, quando Papi e Imperatori rimescolavano di continuo le carte della città costruita, ma che può riscontrarsi anche in casi meno aulici come questi.

Per chi la vive sulla propria pelle, scontandone costi e vivibilità, questa perdita di controllo è insopportabile. Per chi osserva le trasformazioni territoriali in una prospettiva più dinamica non può sfuggire come queste discontinuità che affiorano e incrostano le forme urbane, sono alla lunga il luogo dove maggiormente l’esperienza umana ha la possibilità di manifestarsi. Nel caso cinese la strada è stata costruita comunque, indifferente alla presenza dell’abitazione (segno evidente di una fiducia granitica nel fatto che la casa verrà abbattuta, prima o poi). I casi che ho riportato sono invece il segnale di una diversa malleabilità; una debolezza nella cultura di governo del territorio, certamente, ma insieme un modello di pensiero che è poi lo stesso che ci guida da millenni e che caratterizza il nostro modo di sviluppare il territorio. Un modello che ormai appare sempre più difficile da sostenere; fatto di spinte troppo forti e distruttive per consentirne indefinitamente la manifestazione. Un modello con cui però bisogna sempre fare i conti quando si vuole ragionare sulle trasformazioni complesse del territorio.

La città, la sua forma, alla fine non è che il riflesso in negativo della presenza dell’azione umana. 

Sta a noi imparare a rendere questo riflesso uno strumento per non generare mostri.

Il caso Peluffo i professionisti in cattedra e la Sachertorte (una favola contemporanea).

1 Febbraio 2013

Ha fatto un certo scalpore la sanzione comminata dall’università di Genova all’arch Peluffo, colpevole di avere esercitato la professione in contrasto con la normativa che vieta di svolgere incarichi esterni all’Università nel periodo in cui sono considerati in prova.

Qui riportiamo la nostra versione (semiseria) dei fatti.

“il Barone e Cheff Peluff”

C’era una volta il Barone Mario, signore del paese di Architonia, che voleva dare un importante ricevimento in onore del Re del regno di Miur.

Mario ci teneva proprio a fare una bella figura e ad organizzare un ricevimento con i contro fiocchi: un ricevimento che insegnasse a tutto il mondo di quali meraviglie era capace il suo paese. Preoccupato di non riuscire a ottenere i favori del Re, Mario decise di consultarsi con la maga Maria Stella: “Una Sachertorte!” sentenziò la maga, “per rendere felici i tuoi ospiti dovrai preparare una Sachertorte!”.

Mario invitò quindi a palazzo i più famosi cheff del mondo e li fece esaminare da Maria Stella. Tra loro la maga scelse Cheff Peluff: “Egli ha grande esperienza in torte e dimostra di sapere tutto delle Sachertorte”.

Maria Stella si raccomandò al Barone: “perché la magia abbia effetto, Cheff Peluff dovrà stare tre anni senza fare altro che la Sachertorte, altrimenti tutti i tuoi ospiti, compreso il re, saranno tramutati in asini!”

Peluff accettò l’incarico; si sarebbe rinchiuso un una stanza del palazzo per preparare la magica Sachertorte; si mise subito al lavoro e per il primo anno si occupò esclusivamente della Sacher con grande soddisfazione di Mario che già pregustava il suo successo.

Il Barone aveva già annunciato il ricevimento presso tutto il reame, tra gli invitati c’era anche Don Ugo, il Camerlengo del Re, membro dell’Accademia del cioccolato fondente. Mario contava in una sua buona parola per ottenere il feudo di Urbania su cui aveva messo gli occhi.

Mario aveva già spedito gli inviti con il menù e stava facendo preparare dei piatti da dessert con disegni tirolesi intonati con la famosa torta. Una schiera di sarti lavorava per ricamare le tovaglie con disegni di Sachertorte con panna. Il famoso pittore Boerius venne incaricato di dipingere un “Ritratto di Re con Torta”.

Insomma l’intero reame si aspettava una grandiosa Sachertorte.

Peluff, ignaro di tante aspettative, restava chiuso nella sua cucina ma dopo il primo anno in segregazione stava lentamente perdendo il senno; la sola vista della cioccolata cominciava a dargli la nausea e si era convinto che le Sachertorte fossero un’invenzione del demonio.

Il suo collega Alfonso, ansioso di riaverlo a bottega con lui, lo convinse a preparare una millefoglie, con la quale avrebbe liberato il reame dal maleficio della cioccolata.

Cheff Peluff aveva anche un altro problema, si rendeva conto di essere danneggiato da quell’esclusiva: approfittando della sua assenza i suoi rivali stavano prendendo incarichi presso tutte le altre corti del regno. Decise quindi che avrebbe ricominciato a lavorare fuori dal palazzo, di nascosto; approfittando del favore della notte e della complicità di Alfonso, felicissimo di riavere l’aiuto del suo vecchio compagno di cucina.

Don Ugo il Camerlengo era però tuttaltro che entusiasta del ricevimento. Aveva promesso il feudo di Urbania al Conte di Casamonte e il successo della festa di Mario lo avrebbe messo in difficoltà.

Per sorvegliare Peluff, inviò i fedeli Uditori a controllare come procedeva il lavoro.

Il terzo anno Cheff Peluff era sempre più convinto di dover cambiare torta: ormai le Sachertorte erano superate; in tutto il mondo si usavano le millefoglie; e poi diciamocelo, non è che per preparare una Sachertorte come si deve fosse poi necessaria tutta questa dedizione esclusiva. Cheff Peluff lo sapeva bene fin dall’inizio e ora si mangiava le mani per avere accettato quell’incarico: “mannaggia a quella strega di Maria Stella!”

Peluff faceva tutto all’insaputa del Barone; sospettava  che Mario fosse soggiogato da un incantesimo della maga e non voleva rischiare di essere costretto a rispettare le clausole contrattuali all’ultimo momento. Così senza dire nulla, procedeva a modificare il menù: “sarà una sorpresa per tutti! E tutti mi acclameranno come l’uomo che ha cambiato la Sacher in una millefoglie! Salvando il reame dalla schiavitù della cioccolata”

Durante una delle uscite di Peluff gli Uditori interrogarono Alfonso, che si tradì svelando il piano delle millefoglie. Ormai però erano alla vigilia del ricevimento e Don Ugo decise di non rivelare nulla, lasciando che la stoltaggine di Peluff rovinasse definitivamente il Barone: il Re del Miur infatti odiava la millefoglie.

Il fatidico giorno Peluff si presentò con una magnifica torta a dieci strati di sfoglia guarnita di crema pasticcera e fragoline di bosco, lasciando a bocca aperta i commensali che, abituati come erano ad anni di cioccolata, non credevano ai loro occhi: finalmente un sapore nuovo! Finalmente una novità!

Ma il Re non era per niente soddisfatto: “cos’è questa roba immonda? Non ho forse emanato un editto che vieta la sfoglia sul tavolo del re? Chi ha commesso questo reato dovrà pagare!”

Peluff venne quindi afferrato dagli Uditori e portato a giudizio, che il Re decretò seduta stante: “condannatelo a bollire nella cioccolata calda che non ha saputo usare per questi tre anni!”

Il povero Cheff stava per essere portato via tra i sogghigni e le risate della gente (pronta a rimangiarsi l’opinione dopo la reazione del re), quando ecco che la profezia della maga Maria Stella si avverò: scese una cappa grigia intorno al palazzo e tutti i presenti furono trasformati immediatamente in ciucci. Tutti tranne il Barone e Peluff che, inorridito e disgustato, se la diede a gambe scappando dal paese alla ricerca di altri reami.

Tuttora a chi gli chiede di raccontare la sua storia non manca di sottolineare come Architonia sia un paese pieno di asini governato dai baroni.

Da allora nel regno di Miur nessuno prepara più la millefoglie.

(favola di pura invenzione liberamente ispirata ai fatti di cronaca recenti)

Oscar vs Terminator

7 Dicembre 2012

Le macchine infernali stanno combattendo la loro battaglia con gli umani, ma gli umani resistono, non ne vogliono sapere di farsi sterminare, anzi la ribellione si sta facendo sempre più forte ed organizzata. Questo grazie all’azione di Oscar l’Immortale (così detto per la sua longevità che lo ha portato a vivere fino a 104 anni), il temibile capostipite dei ribelli, conosciuti dalle macchine con il nome in codice di Modernisti. I Modernisti sono la chiave di tutto; dall’alleanza dei Modernisti con gli Organicisti (altro gruppo guerrigliero capitanato da Zevius) si sono evoluti i Decostruttivisti, e dai Decostruttivisti sono nati i potenti guerrieri cyborg noti come Archistar. Oscar ha insegnato ai ribelli come usare il Cementacciaio per contaminare il preziosissimo Contesto, la materia prima che fornisce energia alle macchine.

Dopo anni di scontri e devastazioni, la guerra sembra essere arrivata ad un punto di stallo, non si riesce a intravere una fine agli scontri e nessuna delle due parti sembra riuscire a prevalere definitivamente sull’altra. Nonostante i colpi subiti, i guerrieri Zazzà, Fuffas e Calatravius continuano a resistere, forti del Cementacciaio che immettono direttamente dentro il Niurbanism, l’habitat naturale delle macchine.

Carlus Anglicus, il superprocessore che governa simbioticamente le macchine, insieme ai Tetradearchitettonici, i patriarchi Mentat che sovrintendono al governo delle macchine (Krier, Nikos, Petro e EMM la macchina onnisciente), ha studiato un piano diabolico, la soluzione finale: annullare la storia. Abbattere l’origine stessa dei potenti cyborg. Uccidere uno ad uno i padri fondatori del Modernismo negandone la stessa esistenza. Se il modernismo non fosse mai nato, questa è la loro diabolica strategia, automaticamente cesserebbero di esistere tutti i loro discendenti, e il mondo si libererebbe in un colpo solo di tutti i ribelli; le macchine potrebbero quindi imperare dedicandosi alla costruzione del loro mondo perfetto, ciclicamente autorigenerativo, finalmente liberato dalle imprefezioni degli umani; persino il terribile Cementacciaio non esisterebbe più.

Dopo avere eliminato i principali capostipiti ribelli, Le Corbù e Wrietosan, e dopo avere ridotto all’impotenza Zevius e i suoi diretti seguaci, Carlus progetta infine di cancellare l’esistenza anche di Oscar l’Immortale, considerato l’ultimo anello genetico da rimuovere per completare il suo piano.

Carlus ha scelto per la missione il temibile Murator, un simbionte postumano che regna incontrastato nell’Archiwatch, uno spazio cibernetico ciclofluidificato, i cui abitanti sopravvivono autoalimentandosi degli script e dei contenuti digitali da loro stessi generati che Murator raccoglie rielabora e ridistribuisce traendo energia dai processi ciclici che mette in atto.

Murator non ha perso tempo e, approfittando di un momento di cedimento della setta dei modernisti (dovuta alla inaspettata morte dell’Immortale), ha lanciato immediatamente il suo Ciclopost:

OSCAR? … “UN ARCHITETTO MAI NATO”

un pericolosissimo virus spazio temporale reagente a livello empatico che si diffonde sul canale tipo-filologico sfruttando le pieghe degli universi paralleli.

Negando la nascita dell’architetto solo con la enunciazione del Ciclopost (supportatto da variazioni genetiche fantasimpatiche), Murator è convinto che riuscirà a sgretolare le 5 Leggi, i principi fisici stabiliti da Le Corbù che hanno guidato i modernisti nella loro battaglia.

Un duro colpo per i cyborg Archistar, al quale hanno prontamente risposto, e dalla base spaziale di Ravel stanno immettendo nel cyberspazio dosi massicce di Telegatti che contrastano l’azione del virus utilizzando il codice catodico TV:

“Se vi piace chiamatemi Oscar!”

Lo scontro è duro, anche perchè la posta in gioco è la sopravvivenza degli umani, mentre le stesse macchine, pur di negare l’esistenza degli umani capostipiti negando la storia, mettono a rischio la loro stessa natura hyperstorica.

Siamo forse alla fine del mondo così come lo abbiamo conosciuto?

Siamo di fronte alla fine dell’epoca delle macchine e degli umani?

Lontano sullo sfondo un misterioso essere lavora in segreto in attesa che si consumi la devastazione del mondo; esso prepara una nuova società dove una versione del Cementacciaio potrà essere utilizzato senza danneggiare il Contesto e dove la sopravvivenza di una nuova stirpe di esseri metà macchine e metà umani non sarà più legata ne alle 5 Leggi e ne al Contesto.

C’è forse speranza per il futuro del mondo?

L’alba di una nuova era si avvicina!

Architetti 2.0

30 Novembre 2012

Il bell’articolo di Gianluca Andreoletti introduce (oserei dire riporta sul piatto della discussione) il tema centrale del ruolo dell’architetto e rilancia la necessità di affrontare  in maniera decisa l’istituzione di una legge per l’architettura.

L’articolo si iscrive chiaramente nella discussione avviata con gli articoli di Marco Alcaro, Gianluca Adami e Lucio Tellarini che si sono occupati più specificamente della questione dell’Ordine e della sua riforma.

La posizione di Andreoletti è molto condivisibile perchè sostanzialmetne mira a chiarire in maniera netta i compiti da assegnare all’Architetto, per farlo rimanda allo strumento più forte, l’istituzione normativa.

Pur condividendo l’ispirazione di fondo ritengo però che sarebbe stato un articolo perfetto se fosse stato scritto nel secolo scorso, quando ancora non era esplosa la “rivoluzione digitale”, con tutte le trasformazioni culturali che ne stanno derivando.

Non tenere conto oggi del fatto che le condizioni al contorno sono radicalmente cambiate, fa apparire questa rivendicazione come un voler chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Non è colpa degli architetti (che reclamano la definizione del proprio ruolo da molto tempo) ma credo che per fare un discorso credibile all’esterno sia necessario provare a riformulare alcuni paradigmi.

Allo stesso modo anche gli altri articoli citati sembrano muoversi avendo dei modelli di riferimento che non rispecchiano più la realtà delle dinamiche sociali in cui il professionsta deve trovarsi ad operare. In fondo il tema non è se debba esserci un Ordine Professionale e secondo quali normative, ma in che maniera l’Architetto può entrare a far parte sostanziale e non marginale nel processo di controllo e trasformazione del territorio; conseguentemente immaginare il migliore modello istituzionale di controllo per la società in cui si opera.

Nei commenti a Andreoletti ho riportato questa osservazione:

nessuna norma (specie nella terra dell’abuso edilizio) può sperare di essere applicata se non viene calata all’interno di un tessuto sociale disposto ad accoglierne i principi.
Una norma di carattere impositivo, destinata a modificare il comportamento e le consuetudini di una società, per essere accolta deve essere almeno percepita come una norma necessaria.
Ancora più difficile l’imposizione di una norma in un contesto sociale che si stà rapidamente trasformando.”

Già ma come sta cambiando questa società?

Una domanda che deve necessariamente essere posta se si ha l’aspirazione di poter incidere minimamente nei comportamenti sociali, o addirittura promuovere una legge, con l’auspicio che abbia la minima possibilità di essere applicata.

E’ interessante questo articolo su Wittengstein relativo allo sciopero dei giornalisti (che a sua volta richiama un altro articolo di Mario Tedeschini Lalli). Tedeschini riflette sulla trasformazione del ruolo del giornalista; riporto due capoversi sostituendo “architetti” a “giornalisti” e “Ordini” a “FNSI” (tra parentesi le sostituzioni):

(Il sistema degli ordini) appare ancora una volta come un generale che schieri la sua truppa appiedata e trincerata a difesa di uno strategico ponte, ignorando che nel frattempo sono stati inventati gli elicotteri trasporto truppe che consentono di aggirare la postazione e prenderla alle spalle e che, per di più, oltre alla strada che passa su quel ponte ne sono state costruite infinite altre che ti portano a destinazione passeggiando o in automobile, evitando l’incomodo di battagliare.

Le istituzioni professionali (degli architetti) non hanno più la mano sul rubinetto (della progettazione), come peraltro non lo hanno più neppure i governi (…) che pure vorrebbero aprirlo e chiuderlo a piacimento. Le une, certo, lo vorrebbero utilizzare per scopi nobili, gli altri hanno cercato di chiuderlo per biechi scopi di potere, ma la realtà dell’universo digitale rende lo sforzo quasi inutile. Per la semplice ragione ce non c’è più tubo e quindi non c’è più rubinetto.

Per chi non lo avesse ancora capito siamo di fronte a una rivoluzione epocale, della quale sappiamo poco; non sappiamo quanto durerà; non sappiamo cosa ci porterà; ne vediamo i segni evidenti in tutte le manifestazioni del vivere comune; tutti ne siamo colpiti in maniera diversa (dalla scuola, al giornalismo, dalla creatività , alla politica, dalla medicina all’architettura); non possiamo non tenerne conto; per farlo dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione i valori che ci stiamo portando dietro dal secolo scorso; paradossalmente dobbiamo tenerne conto proprio per preservare quei valori.

Un passo indietro.

La rivoluzione industriale ottocentesca ha creato il professionista, o almeno ne ha istituzionalizzato l’importanza all’interno di una società complessa. Il sistema ordinistico ne è una diretta conseguenza.

Il modello è quello accademico che per garantire la qualità e la competenza di un professionista richiede che vi sia a monte un sistema di certificazione (a partire dal conseguimento della laurea); il sistema funziona (ha funzionato) egregiamente in una società dove il costo della verifica sociale era estremamente alto rispetto al risultato da ottenere. Poichè il singolo cittadino non poteva autonomamente (per ignoranza e per inaccessibilità alle informaizoni necessarie) verificare la qualità del lavoro di un professionista, le istituzioni di controllo hanno avuto il compito importante di garantire questo controllo.

Dove è difficile ottenere informazioni su un professionista o verificare se il suo operato è adeguato alle esigenze del committente vi è la necessità di mantenere titoli e istituzioni che garantiscano questa verifica di qualità. Le istituzioni accademiche (come gli ordini) nascono proprio per consentire questa certificazione; l’istituzione accoglie dentro di se solo persone di comprovata capacità e qualifica; il professionista vede riconosciuta la sua capacità in virtù dell’appartenenza.

Le Istituzioni accademiche hanno il limite di tendere a preservare se stesse e hanno poca attitudine ad accogliere l’innovazione culturale; esse inoltre garantiscono l’esclusività elitaria della conoscenza, riservando ai propri componenti l’accesso al sapere esclusivo (non disponibile su vasta scala); sin dal medioevo le corporazioni hanno avuto il ruolo biunivoco di controllo di qualità e garanzia di esclusività.

Ma in una società aperta, dove le informazioni sono disponibili in tempo reale, dove la competenza può essere acquisita anche al di fuori delle istituzioni tradizionali, e le azioni di ciascuno sono sottoposte a verifica sistematica da una massa di “utenti” attivi, l’importanza specifica dei titoli (e degli organismi di controllo) comincia a vacillare, quantomeno a ridimensionarsi; non scompare del tutto la necessità di una specializzazione dei ruoli professionali, ma decade la centralizzazione del potere di controllo.

Già nel novecento lo sviluppo culturale nazionalpopolare ha portato su due fronti paralleliad una convergenza delle competenze.

Da una parte il pubblico è sempre più informato (mediamente più acculturato, anche se appiattito su un livello medio basso) e quindi in grado di recepire informazioni, farsi un’idea autonoma sulla qualità di un prodotto, esprimere un guidizio e determinare la validità di un progetto (e di un professionista) rispetto a parametri e requisiti che possono essere sia di carattere personale che generale.

Sul fronte opposto la facilità di accesso alle lauree (e alla professione) ne ha determinato la massificazione seguendo un processo inverso e convergente di appiattimento culturale.

Alla formazione di utenti mediamente più esigenti e attenti ha corrisposto la moltiplicazione di professionisti mediamente meno capaci.

Sul finire del millennio il fenomeno delle Archistar è il risultato una reazione economica e speculativa a questa erosione della credibilità del sistema, perfettamente coerente con le dinamiche comunicative basate sui Mass Media.

Il potere economico aveva la necessità di garantire i propri investimenti facendo leva sul principio del marchio. Le archistar non hanno bisogno della certificazione formale del loro valore; l’archistar giustifica se stessa in quanto essa stessa è marchio di qualità; operano in funzione della loro reputazione, che non rientra nei criteri accademici.

L’archistar, per il potere che le deriva dalla sua reputazione, consente di facilitare molti processi semplicemente bypassandoli; tutto avviene all’interno dello studio del progettista che decide i requistiti (individuando le esigenze e le priorità di un intervento), elabora le soluzioni (il progetto) senza dover necessariamente rendere conto alle normative correnti (che vengono derogate proprio in virtù del peso mediatico messo in campo), gode di un sistema di valutazione autoreferenziale (sostenuto anche dallo stesso potere speculativo che deve comunque preservare il proprio investimento).

La crisi economica sta mettendo in seria discussione questo meccanismo nelle sue manifestazioni troppo speculative; l’eccesso di esposizione economica che richiede un tipico progetto archistar, espone gli investitori a forti rischi. Contemporaneamente le dinamiche partecipative tipiche del web 2.0 stanno spingendo la società civile verso una maggiore consapevolezza nei suoi diritti e doveri nell’ambito delle trasformazioni urbane; l’archistar è divenuto così la metafora della speculazione edilizia imposta dall’alto.

La rivoluzione digitale ha amplificato a dismisura le possibilità di verifica dal basso dell’opera dei progettisti, anche quando si tratta di Archistar (che anzi sono divenuti i bersagli diretti delle contestazioni di natura partecipativa).

Il singolo professionista, già tagliato fuori dal macrosistema economico, si ritrova però tagliato fuori anche nelle dinamiche “dal basso”; da una parte non garantisce il sistema economico, dall’altra non ha acquisito la sufficiente credibilità per porsi come legittimo portatore delle istanze sociali.

La rivoluzione digitale stà stravolgendo l’intera struttura piramidale alla base dell’organizzazione sociale; non solo la società è oggi composta da cittadini mediamente più “acculturati”, e quindi più confidenti delle loro idee ed aspirazioni, ma la disponibilità di informazioni in tempo reale e la possibilità di condividere altrettanto velocemente queste informazioni e competenze li ha resi sempre meno disposti a subire qualsiasi genere di imposizione dall’alto sia nei rapporti che riguardano il “bene comune” sia nelle relazioni interpersonali con i professionisti.

Il professionista del secolo scorso aveva compiti e ruoli molto ben definiti nel processo della progettazione; operava in scienza e coscienza; rispondeva sostanzialmetne a pochi referenti (sia in ambito pubblico che privato); aveva delle responsabilità che gli derivavano dalla deontologia alle quali in linea teorica si doveva attenere; il controllo sul rispetto di tali responsabilità era demandato a se stesso (o comunque ad una ristreta cerchia di consimili).
Il risultato della sua azione influiva fortemente sulle trasformazioni del territorio incidendo sulla vita dei cittadini senza alcuna loro effettiva possibilità di incidere su questo processo (se non sotto forme molto mediate). La mancanza di coscienza civile diffusa in italia ha esasperato questa “privatizzazione” del controllo territoriale.
L’aspetto principale della professione era che aveva un carattere prevalentemente monodirezionale e sostanzialmente statico nel tempo (un cliente, un requisito, un progetto, in linea di principio sempre immutabili).
Il professionista di questo secolo deve muoversi all’interno di una società “liquida”, ed è sottoposto al controllo ed alla verifica di una infinità di stakeholder (sopratutto in campo pubblico), sui quali non ha alcun controllo diretto ma ai quali bene o male è tenuto a rendere conto. Anche in ambito privato si sperimenta uno spodestamento del professionista come figura depositaria di un sapere, intoccabile e indiscutibile nel suo ruolo. Lo stesso meccanismo comunicativo del progetto (tradizionalmente il disegno su carta) si sta rapidamente evolvendo verso sistemi multipli di espressione, più adatti a interagire con il sistema mediatico transmediale contemporaneo.

Già ormai da tempo il processo della progettazione è sottoposto a spinte e modifiche operanti su più livelli (da quelle burocratiche a quelle economiche) che però sono limitate a competenze specifiche, a nicchie di potere sostanzialmente derivate dal modello precedente.

Oggi a volere prendere in considerazione le nuove esigenze che stanno emergendo possiamo provare a capire il contesto in cui un professionista è (o comunque prima o poi sarà) costretto a muoversi; si tratta delle istanze che l’intera società digitale sta facendo emergere.

Trasparenza del processo. Il professionista come tutti i centri di controllo burocratici ed economici sono tenuti a tenere traccia di tutti i passaggi e i riferimenti normativi che portano alla determinazione di un progetto (e alla realizzazione dell’opera). Chiediamo trasparenza a chi ci governa e ci impone regole burocratiche; siamo tenuti a fornire lo stesso “servizio” in maniera da consentire a chi ci sta commissionando un lavoro, di essere informato sul suo andamento. Si passa dal criterio della consegna (organizzata su più step di approfondimento) al meccanismo della interazione permanente.

Progettazione convergente. Il progetto è il risultato di competenze multidisciplinari su cui possono intervenire competenze altamente specializzate ma anche contributi non professionali. Il modello della cultura convergente di Jenckins applicato al progetto presuppone che scelte e le relative responsabilità siano trasversali e condivise; l’architetto in questa dinamica, pur rimanendo un elemento determinante e sostanziale del processo (il professionista esperto), è costretto a perdere buona parte del controllo sulla progettazione lasciando spazio a competenze non specialistiche; si tratta di una evoluzione cognitiva inarrestabile che sta permeando tutto il mondo contemporaneo; laddove le scelte di progetto sono sotratte al completo controllo del professionista è giusto però che gli si attribuiscano anche minori responsabilità. Il progetto acquisisce sempre di più caratteristiche fluide, in quanto soggetto a continui adattamenti (anche in corso d’opera); questa caratteristica è già una realtà sperimentata quotidianamente in tutti gli appalti alla quale finora si è reagito in maniera schizzofrenica imponendo per legge l’immutabilità del progetto (anche quando questo dura anni). La stessa schizzofrenia di chi pretende che l’Architetto operi in regime di libero mercato mantenendo invariate le responsabilità civili e penali che comportano la titolarità formale di un progetto. La responsabilità deve essere commisurata al compenso.

Open data (e open source). L’architetto opera e progetta in un universo dove le informazioni sono sempre più disponibili su vasta scala, gli strumenti che ha a disposizione sono sempre più aperti (dai data base ai programmi software a basso costo), si tratta di una opportunità per il progettista, ma sul rovescio della medagli la società richiede che esso stesso contribuisca aprendo progressivamente l’acesso alle informazioni che lo riguardano mettendo a disposizione i propri progetti in maniera aperta. Le istituzioni pubbliche per prime dovrebbero iniziare a consentire che tutti i progetti in corso siano liberamente recuperabili nei formati editabili. Si tratta dello stesso tema del copyright, già fortemente messo in discussione su altri piani; l’architeto può essere padrone delle idee, non del supporto su cui queste vengono veicolate; su un altro livello l’opera di architettura, una volta realizzata cessa di essere proprietà del progettista e diviene “bene comune”. resta fondamentale in ogni caso che resti traccia di tutti i contributi ideativi e progettuali all’opera di architettura (comprendendo in questo il riconoscimento chiaro del contributo dei singoli collaboratori).

Formazione permanente e centrata sull’esperienza. Il conseguimento di un titolo o l’acquisizione di una competenza sta diventando sempre meno una garanzia di capacità professionale; il dinamismo globale della società non consente più di mantenere rendite di posizione a tutti i livelli; l’aggiornamento continuo è una necessità (a sua volta facilitato dalla disponibilità di informazioni); paralleleamente la disponibilità di informazioni richiede che il professionista sia più una figura in grado di gestire questo flusso, piuttosto che una competenza iperspecialistica; l’architetto è una figura estremamente predisposta per questo genere di competenza; è inoltre fondamentale che la competenza sia sempre di più centrata sull’esperienza (v. a proposito il mio articolo sulla formazione). Il titolo di studio non può che essere un punto di partenza, ma occorre agire in maniera da valorizzare chi esercita realmente negli anni la professione rispetto a chi non la esercita.

In conclusione.

L’Architettura è un tema che non può prescindere dall’architetto;

la tecnologia ha però aperto al mondo la possibilità di interferire su questa prerogativa.

Su più livelli,

il cittadino comune ha il diritto dovere e la possibilità di verificare l’operato del professionista,

il singolo professionista ha a sua volta il diritto dovere possibilità di tenere sotto controllo l’operato dei colleghi e delle istituzioni che lo rappresentano.

Tutti insieme (cittadini comuni, professionisti e organi di rappresentanza) hanno la possibilità di agire nei confronti delle istituzioni di governo.

Dovendo ragionare su una legge per l’Architettura e su come conseguentemente si debba trasformare il sistema Ordinistico, partirei da qui.

Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu

6 Agosto 2012

Un altro eclatante esempio di come il potere economico e finanziario operi per deturpare il nostro paesaggio storico. Un altro centro storico aggredito da un’opera realizzata assolutamente fuori dal contesto.

La storia è sempre quella: il potere economico e finanziario è alla ricerca di opere che ne celebrino il potere; le archistar di turno hanno capito che in questa civiltà dominata dal culto dell’immagine, costruire senza alcuna regola, in barba a qualsiasi riferimento contestuale, seguendo la semplice regola della spettacolarità autoreferenziale, è la scelta che paga di più.

Questa scelta paga poi di più se calata al centro delle città, dove il valore culturale è massimo e universalmente riconosciuto e dove le loro invenzioni hanno più probabilità di generare clamore.

Così governanti e architetti  se ne vannoa braccetto per le città storiche a cercare sempre nuove occasioni di celebrare il loro onanismo; mostrano i loro muscoli per suscitare l’ammirazione del popolo, e così facendo calpestano e deturpano quell’ecosistema fragile che è il patrimonio dei nostri centri storici.

Se mai ci voleva un ulteriore esempio di come il delirio di onnipotenza di chi governa le città e degli architetti che danno forma a questo delirio, ecco un ulteriore caso.

Ecco quindi nel bel mezzo di uno dei più straordinari centri storici italiani, l’ennesimo edificio eretto a celebrere il potere istituzionale: il Palazzo dei Consoli a Gubbio (progetto di Angelo da Orvieto).

Esso svetta come un macigno per almeno 50 metri sopra la città, rendendosi visibile in tutta la sua imponenza da ogni parte del bogo eugubino; una massa bianca, un cubo astratto calato dall’alto, noncurante della trama urbana che lo circonda.

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Come se non bastasse questo cubo bianco (slegato dal contesto anche per l’uso dei materiali) è stato poggiato su una piazza aperta che l’architetto ha pensato bene di realizzare sui tetti delle case limitrofe. Un altro schiaffo al Genius Loci urbano, in omaggio al demiurgo di turno che, pur di dare ai frequentatori della piazza la possibilità di godere del panorama sottostante, non ha esitato a lasciare un segno indelebile nella città. Una ferita che difficilmente il tempo o la storia potranno rimarginare.

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Non possiamo inoltre tacere i colossali errori di progettazione dovuti al dislivello tra il piano della piazza e l’accesso al palazzo, che ha reso necesario aggiungere una scala di accesso (e i disabili?), divenuta subito un pretesto per aggiungere scempio su scempio; un inutile vezzo artistico e creativo, velleitario nella forma (pura gestualità fine a se stessa), realizzato a spese dei contribuenti.

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Come recita un proverbio siciliano “Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu” (chi nasce tondo non può morire quadrato), una saggezza popolare che è sembrata sfuggire a chi ha realizzato il Palazzo dei Consoli a Gubbio. I danni e le ferite al tessuto urbano della città sono ancora oggi ben visibili e hanno condizionato il paesaggio in maniera indelebile.

Non resta che augurarci che le future amministrazioni si rivelino più sagge e abbiano il coraggio di demolire questa opera, restituendo al continuum storico la primitiva dignità.

Ultimora!

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Dobbiamo tristemente constatare che anche le nuove generazioni sembrano piegarsi alle logiche conformiste del potere e della speculazione; ecco infatti un esempio di come questo modo di progettare la città stia già facendo proseliti in altre parti del mondo.

Ecco infatti un altro cubo spaziale che Koolhaas ha fatto cadere dallo spazio in quella meravigliosa città che è Porto (tra l’altro patrimonio dell’Unesco). Non nascondiamo le affinitità formali: un cubo immerso in una larga piazza, noncurante del contesto; c’è persino la scalinata di accesso esterna…..

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Formazione, un giro d’affari da 34 milioni… usiamoli per formare professionisti

17 Luglio 2012

Dalla lettura della bozza di regolamento sulla formazione che sta circolando, pur nella consapevolezza che si tratta di una bozza ampiamente emendabile, possiamo cominciare a farci una idea di cosa comporterà per gli iscritti l’obbligo di formazione previsto dalla riforma e tentare delle proposte di miglioramento.

Dalla bozza leggiamo che: “L’unità di misura dell’attività di ASPC è il credito formativo professionale (CFP) che corrisponde, se non diversamente specificato, ad un’ora di formazione. (…) L’iscritto ha l’obbligo di (…) acquisire annualmente 30 CFP” (in alternativa troviamo 90 CFP per triennio, ma la sostanza non cambia); anche se le modalità di acquisizione dei CFP potranno essere varie, indicativamente si considera che 1 CFP equivalga a 1 ora di formazione; quindi ogni iscritto sarà tenuto a svolgere annualmente un equivalente di 30 ore di lezione. A naso sembrerebbe un ordine di grandezza ragionevole; si parla di una settimana all’anno che ciascun professionista dovrebbe dedicare alla formazione. Occorre inoltre tenere presente che per attività definite “abilitanti” (ovvero quelle che già oggi richiedono una formazione obbligatoria o un aggiornamento periodico) si ipotizza un rapporto di 1 CFP per ogni 8 ore; questa formazione però conferisce una abilitazione specifica integrativa già ad oggi esistente (i professionisti sono già oggi tenuti a svolgere questo genere di formazione) e quindi la considero ininfluente rispetto alle mie considerazioni.

Considero quindi ragionevole ipotizzare 30 h di formazione annua per ciascun iscritto.

Questo dato ci consente di delineare l’ordine di grandezza economico degli aspetti formativi. Prendiamo ad esempio i corsi di formazione di carattere professionalizzante promossi dall’Ordine, troviamo corsi sul catasto a 200€ per 16 ore di  lezione, corsi sulla prevenzione incendi a 380 € per 40 ore di lezione, corsi per CTU a 300 € per 28 ore, corsi per Coordinatori della Sicurezza nei cantieri a 300 € per 40 ore di lezione. In media questi corsi erogano formazione ad un costo pari a circa 9,5 €/h. L’Ordine di Roma, come noto, ha deliberato l’istituzione di una Fondazione che ha tra i suoi scopi dichiarati quello di offrire agli iscritti una formazione a costi calmierati; quindi ipotizzo una riduzione del 20% ed ottengo un costo orario medio pari a 7,6 €/h, che moltiplicate per 30 fanno 228 € all’anno.

A partire dall’anno prossimo ciascun architetto che vuole esercitare la professione dovrà tenere in conto di dedicare circa una settimana del suo tempo alla formazione con un impegno economico di circa 228 € all’anno.

Se moltiplichiamo questo valore per il numero di iscritti troviamo che a Roma (17.000 iscritti) il mercato della formazione ha un potenziale di 3,8 milioni di euro; a livello nazionale  (150.000 iscritti) il potenziale è pari a 34,2 milioni di euro. Di fatto stiamo raddoppiando l’onere di iscrizione.

Parliamo di “giro d’affari”, in quanto esisteranno forme e modalità di acquisizione dei CFP, molto diversificate che non necessariamente comporteranno l’esborso diretto di moneta sonante o un impegno temporale così netto. Nella bozza si propongono le seguenti tipologie di attività formativa:

– Corso Formativo Qualificante per l’acquisizione di competenze originali ed innovative in un determinato settore.
– Corso Formativo Tecnico-strumentale per l’apprendimento di specifiche competenze utili
al miglioramento della prestazione professionale (lingua, software, strumenti, ecc.).
– Corso Formativo Abilitante su materie di carattere obbligatorio finalizzata all’acquisizione di
abilitazioni specifiche (sicurezza in cantiere, certificazione energetica, acustica, prevenzione incendi, ecc.)
– Partecipazione a Convegni, seminari, tavole rotonde.
– Partecipazione a eventi di Comunicazione su Prodotti (caratteristiche, prestazioni, modalità di posa, ecc. –
generalmente in collaborazione con le ditte produttrici).
– Attività Formative alternative quali visite a mostre, fiere, viaggi di studio, eventi speciali, ecc.

Secondo la bozza il Presidente dell’Ordine di riferimento potrà inoltre validare (una volta sola) la certificazione dei CFP per:

a) relazioni e/o docenze in convegni, seminari, corsi e master
b) docenze presso istituti universitari o enti equiparati
c) docenze presso scuole secondarie di secondo grado o enti equiparati
d) partecipazione attiva a commissioni e gruppi di lavoro istituiti o riconosciuti dal CNAPPC e/o
dagli Ordini territoriali
e) partecipazione in qualità di membro effettivo a commissioni giudicatrici di concorsi, per gli
esami di Stato, premi di architettura

Aggiungiamo anche quanto previsto dalla schema di decreto:

“Con apposite convenzioni stipulate tra i consigli nazionali e le università possono essere stabilite regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi professionali e universitari”.
“L’attività di formazione è svolta dagli ordini e collegi anche in cooperazione o convenzione con altri soggetti”.

Considerazioni.

Definizione dei ruoli tra diverse istituzioni. Non risultano al momento definiti chiaramente e univocamente i compiti e i ruoli dei vari soggetti in campo. In sostanza il Ministero i Consigli nazionali e gli organi provinciali possono concorrere, sotto varie forme e titoli a definire regole e modalità di attribuzione dei CFP. Oltre a generare rischio di conflitto tra diverse istituzioni (che notoriamente non collaborano tra loro) vi è il serio rischio di generare diseguaglianze tra diversi Ordini e professionisti. Se si lasciano eccessivi margini di manovra tra i diversi Ordini il rischio è che si instaurino fenomeni di concorrenza al ribasso tra le diverse realtà locali (si pensi a quanto già avviene oggi con l’esame di stato, dove molti aspiranti architetti emigrano verso sedi dove l’esame di stato risulta più facile).

Conflitto di interessi. CNA e Ordini avranno sia il compito di definire le regole di attribuzione dei CFP (validando e certificando le specifiche iniziative) che quello di erogare direttamente le attività di formazione. Sulla carta si tratta di un grosso conflitto di interessi che dovrebbe essere chiarito e normato. Il fatto che gli Ordini provinciali siano una istituzione di carattere elettivo non garantisce agli iscritti una gestione super partes delle attività per almeno due ragioni. La prima di carattere pragmatico è relativa alla effettiva rappresentatività dei consigli provinciali (che esprimono al massimo il 25% degli iscritti); anche ribadendo che la responsabilità di questa scarsità di partecipazione è principalmente in capo agli assenti (il 75% dei non votanti alle elezioni), questo non è un motivo sufficiente per attribuire acriticamente ai consigli eletti “l’indipendenza ideologica” necessaria di fronte a situazioni complesse come questa; a maggior ragione non possiamo attribuire la medesima indipendenza ai Consigli Nazionali (che non sono eletti direttamente). I ripetutti riferimenti alle istituzioni universitarie non sembrano aiutare alla rimozione di tale conflitto.

Cultura della formazione. I redattori della bozza sembrano essere stati attenti a non dimenticare ogni possibile attività formativa, mantenendo bene aperta l’intera casistica delle attività di tipo tradizionale. Il modello di riferimento è chiaramente quello universitario (non a caso impostate secondo il criterio dei Crediti Formativi). Teoricamente sarà possibile recepire CFP anche partecipando a mostre ed eventi, a convegni, svolgendo docenze, partecipando a commissioni, ecc.; anche le parti più specificamente professionalizzanti sono trattate con il sistema tradizionale della lezione accademica (segui una lezione, studi un libro, ottieni il credito). La bozza sembra applicare il sistema formativo universitario al mondo dell’esercizio professionale creando di fatto uno dei maggiori ossimori della riforma. In pratica per garantire agli utenti che un professionista è in grado di svolgere adeguatamente il proprio mestiere stiamo adottando lo stesso sistema adottato dalle istituzioni note per essere tra le meno professionalizzanti al mondo.
Quando sei neolaureato devi faticare per fare esperienza e crearti una professionalità sul campo, integrando le nozioni prevalentemente teoriche ricevute nell’università; con questa bozza, invece di valorizzare quello sforzo di compensazione (dando valore all’esperienza sul campo) si rinforza in maniera burocratica la metodologia che si è già dimostrata poco efficace nel formare profesionisti.

Non è mia intenzione criticare il modello universitario, quanto evidenziare che per organizzare la formazione che ha come obbiettivo diretto la professione, occorre fare uno sforzo di immaginazione che superi i tradizionali schemi didattici.

Cosa manca?

A mio parere il grande assente di questa bozza (e in generale di tutta la riforma) è paradossalmente l’esperienza pratica. Manca la professione.
Manca la volontà di approfittare di questa “opportunità” offertaci per ripensare radicalmente il modello di apprendimento formativo agendo in maniera complementare e integrativa rispetto alle forme educative più tradizionali. Manca il coraggio di invertire il processo di apprendimento della professione di architetto, per definizione estremamente concreta, e di riportare l’esperienza pratica al centro della formazione. Non si riesce a riformare l’università nel senso di una maggiore professionalizzazione: in compenso si lavora sodo per una accademizzazione della professione.

Secondo il prof Francesco Antinucci vi sono due modelli fondamentali di apprendimento: quello percettivo-motorio e quello simbolico-ricostruttivo, ognuno con specifiche caratteristiche. Il meccanismo fondamentale dell’apprendimento simbolico-ricostruttivo è quello di “decodificare simboli e ricostruire nella mente ciò a cui essi si riferiscono” e questo richiede uno sforzo immenso di comprensione e concettualizzazione. Il secondo modo di apprendere, quello percettivo-motorio, sostiene Antinucci, “non avviene né attraverso l’interpretazione di testi, né attraverso la ricostruzione mentale. Avviene invece attraverso la percezione e l’azione motoria sulla realtà”. L’individuo percepisce la realtà con i sensi e interagisce e interviene su di essa. “L’apprendimento percettivo-motorio avviene in un continuo scambio di input (percettivi) e output (motori) con l’esteno”. Al contrario, “(…) nell’apprendere simbolico-ricostruttivo il lavoro avviene totalmente all’interno della mente: senza alcuno scambio con l’esterno che non sia l’input di simboli linguistici” (testo tratto da www.maecla.it)

Il prof Antinucci mette in seria discussione soprattutto l’efficacia del modello accademico tradizionale adottato sistematicamente dalla nostre istituzioni scolastiche (comprese quelle universitarie), proponendo una rimodulazione delle modalità di fare formazione che si fondi prevalentemente sull’esperienza. In occasione del convegno “Nativi Digitali” tenutosi presso il Tempio di Adriano, il professore ha provocatoriamente ricordato come l’architetto del Tempio di Adriano fosse di fatto un analfabeta; ovvero una persona che secondo i canoni della riforma sarebbe incapace di “di garantire la qualità ed efficienza della prestazione professionale, nel migliore interesse dell’utente e della collettività” (v. schema di decreto). Il concetto è chiaro, non si mette in discussione l’importanza dello studio attraverso i libri di testo le dispense e la classica lezione monodirezionale, ma se ne ridimensiona profondamente il ruolo, conferendo all’esperienza pratica una importanza ben più sostanziosa.

La maggior parte degli architetti e dei professionisti potrebbero confermare quanto l’apprendimento sul campo sia fondamentale alla crescita professionale, quanto l’esperienza sia “severa maestra”. Aggiungo quanto sia importante nell’esercizio della professione l’imitazione costruttiva, ovvero la ripetizione criticamente meditata di forme e metodologie che si rivelano funzionali. Quanti di noi per capire come comportarsi di fronte ad una qualsiasi pratica, come primo passo interpellano un collega alla ricerca di esperienze istruttive?

Appare evidente quindi l’incoerenza di una bozza di regolamento che pretende di certificare una competenza professionale escludendo totalmente proprio quell’elemento formativo che più è efficace alla crescita professionale: l’esperienza. Una incoerenza ancora più evidente se si osserva come tra gli esonerati dalla formazione permanente vi siano i neolaureati (cioè quelli che più di tutti per definizione hanno minori competenze prefessionali) e i colleghi che non esercitano, mentre gli aspetti formativi più pratici sono relegati alle dimostrazioni tecniche di prodotti (cioè solo alla formazione che deriva da sponsorizzazioni). Chi lavora (e quindi sta acquisendo competenze sul campo) è invece per definizione lacunoso ed obbligato a certificare la sua competenza.

Proposta

A questo punto della riforma non possiamo certo sottrarci dalla applicazione della Formazione Permanente. Possiamo però approfittare per rendere questo obbligo una opportunità rendendola più efficace e soprattutto molto più utile al miglioramento della professionalità di ciascun iscritto.

Possiamo approfittarne per valorizzare in maniera netta la professionalità acquisita sul campo.

Sul piano dei contenuti occorre attribuire in maniera drastica una maggiore peso alle attività di carattere propriamente tecnico e professionale (dalla redazione del progetto allo svolgimento delle procedure autorizzative, fino alle pratiche costruttive).

Sul piano della metodologia formativa ritengo necessario prevedere una didattica basata prevalentemente sulla CONDIVISIONE DELLE ESPERIENZE; basata cioè sulla organizzazione di incontri pubblici durante i quali viene data la possibilità agli iscritti di esporre le loro esperienze professionali mettendole a disposizione dei colleghi condividendone problemi, difficoltà e soluzioni adottate.
In questo caso i partecipanti attivi (quelli che portano i loro contributi) potrebbero avere diritto a ricevere CFP integrativi; i partecipanti passivi avrebbero la possibilità di selezionare in maniera interattiva gli argomenti di maggiore interesse professionale, ma soprattutto avrebbero la possibilità di fare tesoro delle esperienze concrete accumulate dai colleghi. Ovviamente la condivisione avverrebbe in maniera completamente gratuita.
Il compito degli Ordini a questo punto sarebbe esclusivamente quello di organizzare gli incontri e di vigilare sulla loro conduzione. Il controllo sulla qualità e la utilità funzionale degli incontri avverrebbe direttamente in funzione dei feed back e delle adesioni alle esperienze proposte (con modalità partecipative). I partecipanti preselezionerebbero i colleghi che propongono le esperienze più interessanti ed eviterebbero gli incontri di scarso interesse secondo i meccanismi ormai già collaudati di molti Social Network.

Con questa metodologia si otterebbe un abbattimento dei costi di docenza, una valorizzazione delle professionalità esistenti, una maggiore reattività alle reali esigenze formative degli iscritti e una magiore aderenza dei contenuti alle esigenze pratiche della professione; inoltre si eliminerebbe in maniera drastica la discrezionalità nella selezione dei contenuti e dei docenti (riducendo il rischio di creare un mercato parallelo di scambi e favori). Non sottovaluterei infine l’effetto aggregante che una formazione organizzata in questa modalità potrebbe genererare.

Insomma se questa riforma deve portare oneri per la professione, lavoriamo in maniera che questi oneri portino valore condiviso!

Ultimora da Edilportale.

“L’obbligatorietà della frequenza – secondo Palazzo Spada – irrigidisce le modalità di svolgimento del tirocinio; meglio, secondo i giudici, che la frequenza sia facoltativa. Inoltre, il CdS ritiene irragionevole la norma del Regolamento che consente alle associazioni di iscritti agli albi di organizzare i corsi di formazione liberamente, e impone agli altri soggetti l’obbligo di essere autorizzati dal Ministero. L’unica cosa importante, secondo i giudici, è la qualità dei corsi, da garantire mediante la fissazione di requisiti minimi validi per tutti (compresi ordini e collegi).

Anche per la formazione continua permanente, il CdS chiede che l’attività di formazione non sia riservata agli ordini e collegi (art. 7, comma 4) ma sia estesa a tutti i soggetti sulla base di requisiti minimi dei corsi.”

Biennale 2012 – Il Padiglione fatto di Materia grigia

18 Aprile 2012

A quattro mesi dall’inaugurazione sembra che il Ministero non abbia ancora nominato il curatore del padiglione Italia.
Da una parte chissenefrega!
Dall’altra sembra che il vuoto stia lasciando spazio per occasioni ed opportunità.
Luca Diffuse ha lanciato un’idea, quella di creare un luogo in rete dove depositare in maniera libera e partecipata le proposte per un Padiglione Italia del tutto nuovo, quello che non c’è, o meglio quello che c’è più di qualsiasi altro padiglione immaginabile in un luogo reale.
D’altra parte se lo scopo di un padiglione è la rappresentazione di qualcosa, di farsi portatore di un sentimento culturale nazionale condiviso, probabilmente il vuoto lasciato dai nostri ministeriali non è che la massima rappresentazione di questa Italia allo sbando, ed è estremamente coerente con la filosofia depressiva che caratterizza questo governo, che sembra dipingerci come un popolo di incapaci e di inetti ai quali non affidare alcunché.
Ma Luca non è nuovo alle azioni di occupazione in rete che sollecitano la partecipazione contaminante di soggetti interattivi (come funghi), e con questa proposta ci offre una piccola occasione di rilanciare noi stessi, definirci in un gesto, una semplice presa di posizione, autodeterminata e collettiva, espressa tramite l’esercizio della nostra unica risorsa, il nostro intelletto.

Un occasione in più per ribadire che la rete non è mera virtualità, avulsa da quanto comunemente si definisce spazio reale; la rete è un luogo reale a tutti gli effetti, parte integrante dell’esistenza di ciascuno di noi, talmente preponderante nella nostra esperienza quotidiana dall’avere superato l’idea stessa di puro strumento; la rete ci circonda, caratterizza ogni cosa che facciamo e come tale può e deve essere abitata, utilizzata, vissuta, occupata esattemente come avviene con lo spazio pubblico urbano:

Occupy the net!

Per raccorgliere i contributi e le discussioni qui c’è il gruppo su FB e qui vengono rilanciati i contributi raccolti.