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Maniscalchi

27 gennaio 2012

maniscalco“Fino all’inizio del novecento c’erano le carrozze con i cavalli. Poi sono arrivate le automobili e le carrozze sono scomparse. Oggi le macchine inquinano e il traffico cittadino è un problema, ma nessuno si sognerebbe di tornare alle carrozze con i cavalli.”

Questo articolo di Giovanni De Mauro, sembra una perfetta metafora di come a mio parere dovrebbe essere affrontata la battaglia in difesa della professione che sta sorgendo.

Con il lancio dell’Assemblea dei 150k Architetti abbiamo voluto mettere sul tavolo della discusisone una serie di problemi che, a detta dei più, impediscono il regolare svolgimento dell’attività professionale. Quello che però mi pare manchi profondamente in questa discussione è una seria riflessione sulle  contesto sociale in cui si richiede che questa professione debba esercitarsi. Quello che mi pare nessuno (o pochi) si chieda è se la figura dell’Architetto, nella forma e nel ruolo con cui siamo abituati a conoscerlo da secoli, abbia ancora senso di esistere o se non sia in realtà necessario ripensare completamente sia le modalità operative (il modo in cui si progetta) e sia la sua collocazione all’interno dei processi di trasformazione urbana (non più soggetto autonomo ma componente paritario di un sistema di interessi ed esigenze).

L’assunto di fondo su cui tutti noi conveniamo è che la nostra società, il nostro sitema di gestione delle trasformazioni urbane, non appaiono in grado di garantire lo sviluppo economico e culturale del territorio secondo livelli di qualità adeguati alle necessità della società stessa.

Per molti di noi (architetti) la figura cardine in grado di fornire risposte a questo bisogno di qualità urbana è l’Architetto che con la sua capacità progettuale e il suo senso critico, se messo in condizioni di operare (progettare) senza le storture di mercato che tutti lamentiamo (concorrenza con altri professionisti, monopolio delle imprese, assenza di concorsi aperti, monopolio culturale, ecc.), sarebbe in grado di attivare un automatico miglioramento della qualità urbana.

Si tratta di un assunto che non è dimostrabile in senso assoluto e che tradisce una visione ottocentesca della professione; l’architetto inteso come demiurgo salvifico della società che nel suo splendido isolamento è portatore di soluzioni a problemi che probabilmente solo lui è in grado di vedere.

Ora il problema di fondo è che questa società non sembra intenzionata a farsi salvare dall’Architetto né sembra vedere i problemi nella stessa ottica con cui li vede l’Architetto; anzi, una certa parte di questa società sembra vedere nell’Architetto proprio una parte del problema. Questa ultima opinione è condivisa anche da molti architetti che ovviamente si ritengono “diversamente Architetti”, inventando con ciò una nuova forma di disabilità.

Il problema così come viene posto è un po’ come voler decidere se viene prima l’uovo o la gallina. Se la società non ci fa lavorare come facciamo a dimostrare che siamo utili alla società? ma se prima non dimostriamo che siamo utili alla società come fa la società a decidere di farci lavorare? (aiuto! chiamate un geometra!)

Chiedo l’aiuto da casa e rilancio l’articolo di De Mauro. Secondo capoverso.

“Per tutto il novecento la Kodak è stata sinonimo di macchine fotografiche e pellicole. Poi sono arrivati gli apparecchi digitali e gli smartphone. La Kodak non ha saputo adattarsi, anche se aveva una storia e un marchio che le avrebbero consentito di farlo. E la scorsa settimana ha chiuso. Oggi nessuno accetterebbe una legge che proibisse le macchine fotografiche digitali per salvare la Kodak e l’industria degli apparecchi analogici. Prima c’erano i giornali nelle edicole, i film nelle sale cinematografiche, gli album nei negozi di dischi, i libri in libreria.”

In tutto questo, nonostante la produzione di macchine fotografiche sia cambiata (e sia cambiato anche il modo con cui le foto vengono prodotte e condivise) non è venuta meno l’importanza e la bellezza della Fotografia.

Nonostante per strada non ci siano più cavalli, la gente ha sempre bisogno di mezzi di trasporto; se al cavallo si è sostituita l’automobile, al maniscalco si è sostituito il carrozziere, ma è rimasta la necessità di qualcuno in grado di “riparare” il mezzo.

Parafrasando; se l’evoluzione culturale e i conseguenti miglioramenti tecnologici stanno modificando le modalità con cui la società si avvicina ai temi dell’architettura, quello che è in discussione non è l’Architetura in sé, quanto le modalità con cui la sua trasformazione viene gestita.

Purtroppo tra i tanti contributi che vedo emergere per l’assemblea molti sembrano andare acriticamente verso una banale semplicistica riaffermazione di vecchi schemi professionali illudendosi che la semplice imposizione legale della figura del professionista basti a garantire il lavoro agli architetti.

L’obbiettivo finale non è il professionista, e nemmeno la professione; l’obbiettivo finale è l’Architettura!

Concludo quindi esortando l’architetto “maniscalco” a interrogarsi se sia più utile combattere per il mantenimento forzoso delle vecchie care botteghe  (magari con una bella legge ad hoc) o se non sia invece più proficuo ragionare su come trasformarsi rapidamente in architetto “carrozziere”.

NB - foto tratta da http://gabriele-racconta.blogspot.com/2010/07/la-centelena.html

Entrare Fuori e CorvialeUrbanLab - due passeggiate nell’architettura

17 gennaio 2012
Segnalo due iniziative di Urban Experience che utilizzeranno come sfondo delle azioni due ambienti architettonici romani.
A Santa Maria della Pietà e dentro il Museo della Mente (allestito da Studio Azurro) per Entrare Fuori e a Corviale per il per un Walk Show in occasione del  CorvialeUrbanLAB.
1. Entrare Fuori nasce dall’affermazione di un paziente psichiatrico, è diventato il motto del Museo della Mente ed oggi viene rilanciato in un progetto di cultura dell’innovazione, per riflettere sul paradosso di chi, internato in un manicomio, si misurava con il mondo esterno. Fuori c’era un mondo in cui integrarsi: si entrava in una società che si evolveva includendo.
Le azioni di Urban Experience nel parco del Santa Maria della Pietà, l’ex-manicomio di Roma, permetteranno di entrare nella memoria di quel mondo separato, emblema dell’alterità e dell’evoluzione di una società che può interpretare le differenze come risorsa.
Questi percorsi saranno caratterizzati dal performing media: walk show, passeggiate radioguidate per valorizzare il territorio attraverso i nuovi media, esplorando uno spazio pubblico utilizzando smartphone, un gioco radiofonico in cui si tratterà della memoria del Santa Maria della Pietà, del suo genius loci. Non si farà spettacolo ma emergerà lo spettacolo della città, creando le condizioni percettive per rilevare le qualità dei luoghi.
Per gli estimatori di Studio Azzurro sarà un’occasione per visitare il Museo della Mente.
Il 19 gennaio alle 17,30 è previsto un Talk-Lab su Performing Media per la cultura dell’innovazione, un seminario di studio con applicazioni di visual thinking per esplicitare le nuove potenzialità della creatività connettiva.
Per la partecipazione (gratuita) ai walk show (18, 19 e 20 gennaio ore 16:00) è vivamente consigliata laprenotazione sul social network a questo link .
2. A Roma, a Corviale, il 20 gennaio, a mezzanotte, torna il WALK SHOW   per il  CorvialeUrbanLAB. Dopo l‘intervento del dicembre scorso, svolto di mattina, per coinvolgere i bambini delle scuole elementari, si ripropone, questa volta a mezzanotte (!) il  “Walk show nel Serpentone” a cura di Urban Experience nell’ambito dei MArteAwards. Si tratta di una passeggiata radioguidata (si parte dal Mitreo, Via M.Mazzacurati 61 alle ore 24)  basata su soluzioni whisper radio all’interno di uno dei condomini più lunghi d’Europa: il cosiddetto “serpentone” di Corviale. Il percorso radioguidato avrà come voci guida alcuni conduttori di Urban Experience, esperti di storia dell’arte di Workinproject, architetti e rappresentanti delle associazioni e delle comunità del quartiere. Lungo l’itinerario saranno utilizzati dei mobtag, codici digitali che permetteranno agli smart phone di linkare a dei video che hanno documentato un particolare percorso emozionale. Tra i repertori video in streaming, da ascoltare in cuffia mentre si esplora il Serpentone, sono previsti anche le documentazioni dell’attività educativa svolta da Workinproject per CorvialeUrbanLab, con i bambini del quartiere, attraverso il restyling ludico-creativo delle architetture di Corviale.

co/A - una proposta di concorso innovativa

23 dicembre 2011

aulettaIn un mio precedente post ho provato a delineare i principi di base che, a mio parere dovrebbero fondare la gestione dei concorsi di progettazione. Il tema dei concorsi pubblici e della loro regolamentazione è uno di quei temi caldi che animano la discussione sul miglioramento della qualità delle nostre città e noi intendiamo discuterne durante l’assemblea dei 150K.
La mia proposta mirava alla definizione di un processo che garantisse la qualità della scelta, la responsabilizzazione dei soggetti conivolti nel processo di ideazione (progettisti e amministrazioni in primis) e il coinvolgimento partecipativo e “connettivo” di tutti gli stakeholders del processo di trasformazione urbana.
L’approccio del post, come di molti altri validissimi che si incontrano nella rete, aveva come sottintesa una naturale diffidenza verso la capacità del genere umano ad autoregolarsi e, conseguentemente la attribuzione alla norma di una sorta di potere taumaturgico nella risoluzione dei problemi.
Si tratta di un riflesso ideologico difficile da spezzare: alla identificazione di un problema, alla individuazione di una possibile soluzione, si agisce pensando ad una legge.
Ma prima della legge, se si vuole incidere seriamente su un problema, occorre lavorare sulle consuetudini. Se si vuole dimostrare che una idea, un principio sono migliori di altri (a tal punto da meritarne l’istituzionalizzaizone normativa) occorre dimostrarne sul campo la validità e magari, senza necessariamente aspettare una nuova legge lavorare con quello che si ha.
Aggiungo che per le amministrazioni pubbliche che hanno la reale volontà di risolvere i problemi della trasformazione del territorio in maniera non burocratica e soprattutto non populista, non è necessario attende alcuna nuova norma, potendo già ora autoregolamentarsi.
E’ fondamentale quindi prima di tutto lavorare direttamente sulle amministrazioni pubbliche, agendo sulla loro sensibilità e sulla loro reale volontà di gestire positivamente il territorio. Se ci sono delle buone pratiche è doveroso segnalarle e promuoverle.

Ritengo quindi doveroso segnalare il concorso di idee che ha lanciato il comune di Auletta per la valorizzazione del Parco a ruderi sorto dalla riqualificazione del centro storico (distrutto dal terremoto del 1980) che approfondisce in maniera innovativa diversi aspetti del concorso di idee.
Il bando si caratterizza per la definizione chiara dei requisiti da parte del Comune, che ha coinvolto in questo progetto l’associazione RENA (Rete per l’Eccellenza Nazionale), e per  il programma coraggioso che si propone di ricercare soluzioni innovative a problemi e obbiettivi complessi; soprattutto si nota la ricerca di metodologie innovative proprio nelle metodologie procedurali di selezione dei progetti vincitori.
Ad un tema è importante quale quello della memoria collettiva di un dramma storico si cerca di fornire risposte in maniera “connettiva”.
Altamente innovativa, sia sotto il profilo organizzativo che metodologico, la previsione di un meccanismo partecipativo rivolto non tanto ai cittadini (che comunque vengono coinvolti trasparentemente in ogni fase del progetto) quanto alla categoria dei progettisti che vengono spinti a condividere contenuti e proposte secondo modalità Creative Commons.
Si ribalta di fatto il tradizionale concetto di partecipazione, restituendo contemporaneamente dignità e responsabilità alla categoria di progettisti i quali sono chiamati a operare in maniera multidisciplinare e soprattutto aperta.
Notevoli anche la cura della grafica e della comunicazione (si nota come gli organizzatori stessi abbiano ricorso agli stessi processi produttivi che richiedono ai progettisti) dalla quale si intuisce lo sforzo per sfruttare ogni possibilità offerta dal web 2.0 finalizzato alla selezione del miglior progetto possibile.
Gli aspetti di regolarità burocratica e funzionale sono in secondo piano. Non è importante che sia rispettata una procedura, è importante che quella procedura consenta di selezionare la miglior soluzione possibile; smbra banale ma evidentemente non lo è.
Il percorso delineato prevede una prima fase più tradizionalmente concorsuale, una seconda, caratterizzata da un workshop durante il quale si svilupperanno le migliori idee selezionate e una finale nella quale i vincitori affineranno le idee per produrre gli elaborai destinati alla gara d’appalto; il tutto sempre e costantemente ricorrendo a procedure aperte, visibili e condivisibili dall’esterno.

Ci auguriamo quindi il pieno successo dell’iniziativa, e soprattutto siamo curiosi di vederne i risultati concreti, nella speranza che questa esperienza stimoli anche altre amministrazioni a modificare almeno in parte le remore e le ritrosie che permangono nell’utilizzo di strumenti concorsuali aperti e partecipativi.

co/A è coordinata da RENA, su incarico della Fondazione MIdA, dall’Osservatorio sul Doposisma e del Comune di Auletta. Con la consulenza tecnica del gruppo SNARK, RENA ha lavorato alla definizione e diffusione del bando di idee.
Il concorso resterà aperto fino al 30 gennaio 2012.

Sui concorsi di architettura

20 ottobre 2011

Come succede spesso nei blog, da un articolo incentrato su un tema, nei commenti si finisce per dibattere su altri temi ad esso correlati, che finiscono poi per prevalere.
L’articolo di Marco sulla vicenda di Piazza San Silvestro registra una deriva della discussione verso il tema più ampio dei concorsi e sulla loro utilità.
Pietro con l’occasione ha linkato un suo post, che ritengo degno di interesse, proprio a proposito di come dovrebbe funzionare un concorso di architettura: il titolo è già significativo: “Proposta di legge sui concorsi di architettura”.
Christian infine sollecita l’apertura di un dibattito su specifici temi. Ecco quindi il mio contributo sui concorsi che trae spunto proprio dal post di Pietro.

Le prime osservazioni che mi vengono da fare sono di natura puramente generale e prescindono dal quel post (che anzi implicitamente le conferma).

Le leggi servono a qualcosa!
è giusto, per cercare di trovare una soluzione a un problema, ipotizzare la redazione di una legge. Pensare che le leggi (o i concorsi) non servono a nulla perchè tanto poi i soliti noti sono i primi non rispettarle equivale a un colpo di spugna i cui effetti sono stati chiaramente visibili il 15 Otobre.

Le leggi come i regolamenti sono fatte per essere rispettate!
se una legge è ingiusta o sbagliata intanto la si applica (anche solo per verificarne fini in fondo i limiti) dopodichè è giusto lavorare per modificarla; se invece si lavora per aggirarla si finisce per avviare un meccanismo senza fine che non aiuta nessuno, se non proprio chi quella norma vorrebbe eluderla per evidente malafede.

I concorsi come le leggi, servono!
tutto dipende ovviamente da come li si fanno e con quali regole si svolgono; i concorsi garantiscono maggiore trasparenza (anche se non assoluta) e possono essere strutturati in maniera da consentire una ampia partecipazione nei processi di selezione. Diciamo che nello stato in cui ci ritroviamo, con queste amministrazioni qui, il ricorso ai concorsi è il minore dei mali possibili. Non si rinuncia a uno strumento solo perché chi lo utilizza lo utilizza male.

Leggi e concorsi sono due aspetti della vita sociale che fondano la loro ragione d’essere nel medesimo principio: cioè che l’uomo è un animale soggetto a errori ed estremamente fallace nelle sue scelte e determinazioni. E’ quindi necessario prevedere delle regole condivise che ne limitino il campo di azione ad un livello di garanzia minimo per l’intera collettività: per cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge e nessun amministratore pubblico dovrebbe prescindere da forme di selezione di natura trasparente e concorsuale. Questo principio vale indipendentemente dalla forma economica che si predilige, che sia liberale o statalista; non è un caso anzi che proprio nelle nazioni anglosassoni di matrice più liberale il rispetto delle norme sia sacrosanto.

Se il sistema è troppo farragionoso, al punto da rendere impossibile o antieconomica l’amministrazione pubblica, la soluzione non è aggirarlo o eluderlo, ma agire per modificarlo; troppi amministratori invece sfruttano l’alibi delle difficoltà burocratiche per non rispettare le norme a loro piacimento e convenienza.

Sostenere che in concorsi siano inutili perchè tanto poi li vincono sempre i soliti noti (quindi tantovale risparmiare denaro), oltre che un affermazione che nella sua genericità non corrisponde al vero, equivale anche ad un colpo di spugna inaccettabile; un assist morale a chi ci amministra a perpetuare lo status quo senza prendersi alcuna responsabilità per tentare di migliorare le cose.

Il concorso non piace in genere a chi ci amministra perchè, per quanto sia sempre possibile pilotarne il risultato, la sua caratteristica di procedimento aperto, li espone a una notevole riduzione del potere di decidere a chi affidare un incarico, e questo nel sistema consociativo italiano equivale a perdere moneta di scambio; non è un caso se il ricorrso al concorso di idee (che invece porta un enorme ritorno mediatico) sia infinitesimale, e nei pochi casi in cui vi si ricorre si presta maggiore attenzione agli aspetti mediatici dell’evento, barricandosi dietro al nome delle archistar di turno in grado di sostenere con la loro forza mediatica tutte le eventuali polemiche (pensiamo a Renzo Piano e all’Auditorium e alla serie di errori perdonati solo in virtù della “autorevolezza” internazionale del progettista).

Su San Silvestro la mia sensazione è che il nostro Sindaco si sia illuso che realizzando un intervento sotto tono avrebbe evitato scomodi riflettori. Le amministrazioni precedenti hanno fatto scuola, basta pensare alle “sistemazioni” di Piazza del Popolo, di piazza dell’Orologio o di piazza Mattei: anonimi interventi con largo uso di palle “de fero” e lastre di basalto senza alcun approccio architettonico critico (nemmeno di stampo filologico). Per non dimenticarsi del nostro campione di anonimato: lo stadio del tennis alForo Italico. Se l’architettura è anonima e non denuncia una precisa scelta architettonica, nessuno ne parlerà e l’amministratore non corre alcun rischio.
Al contrario ogni concorso indetto finora ha sempre scatenato polemiche e discusisoni polarizzando l’opinione pubblica; chi ci amministra, in queste situazioni finisce con l’essere costretto a prendere posizione (salvo poi smentirsi) e questo è pericolosissimo per chi, da politico esperto, ha imparato a non prendere mai una posizione. Ricordiamo sempre Alemanno che ha fatto campagna elettorale contro l’Ara Pacis promettendo di demolirla, salvo poi ripiegare su una (contestatissima tanto per cambiere) risistemazione esterna.
L’anonimato degli interventi è garanzia di silenzio generale, e garantisce una gestione più controllata degli appalti, ma anche meno malignamente garantisce di limitare l’esposizione politica con scelte nette che rischierebbero di scontentare parte dell’opinione pubblica.
Un qualsiasi concorso invece impone una serie di scelte ampiamente esposte  all’opinione pubblica (per un tempo interminabile dal punto di vista del politico), con conseguente pioggia di critiche.

Per fare un concorso occorre prendere una serie continua di decisioni tutte delicate:
- decidere dove è necessario interventire dando priorità ad un intervento piuttosto che ad un altro (prima scelta di natura fortemente politica);
- decidere di spendere dei soldi per quello specifico intervento sottraendo risorse ad altre cose, scontentando necessariamente qualcuno (seconda scelta di natura economica);
- decidere il programma degli interventi, ovvero indicare cosa si vuole fare dentro al luogo prescelto (ancora scelta politica e culturale); per fare un esempio pratico decidere se realizzare un ponte carrabile o solamente pedonale oppure decidere che destinazione d’uso dare a un intervento di recupero (ad esempio se destinare un edificio ad un asilo nido o ad ospizio);
- stabilire delle regole di partecipazione (altra scelta di natura estremamente politica);
- selezionare un vincitore e sostenerne il risultato (anche e soprattutto da un punto di vista culturale), magari anche contro la propria sensibilità culturale;
- realizzare l’opera sotto la lente e i riflettori dei mille scontenti che si sono lasciati per strada (tutti pronti a stigmatizzare errori di costruzione, ritardi o aumenti di costo);
- farla funzionare (passaggio forse tra i più difficili) per dimostrarne l’utilità;

il tutto con tempi certi (possibilmente entro un paio di mandati) e normalmente senza grandi disponibilità finanziarie. Un inferno per il nostro povero amministratore locale; va da se che è molto meglio evitare grane: “APPALTO INTEGRATO DOVE SEIII?!”

Eppure tutte le volte che si è ricorso a concorsi veri, i risultati alla fine sono sempre stati mediamente positivi: cito ad esempio il Centopiazze che, come illustrato da Paesaggio Cricitco, tra chiari e scuri ha dato comunque buona prova di se. Da cittadino che non nutre alcuna fiducia nei nostri amministratori, ritengo quindi che sia doveroso e necessario sollecitare l’utilizzo sistematico dei concorsi aperti.

Avendo chiarito la mia posizione in merito all’utilità dello strumento concorsuale entro nel merito della proposta di Pietro (che invito a leggere), lanciando di seguito alcuni principi di fondo a cui si dovrebbe attenere una buona legge sui concorsi.

TUTTI GLI INTERVENTI DEVONO ESSERE SOGGETTI A CONCORSO
Premessa fondamentale. Tutti gli interventi pubblici devono essere soggetti a concorso (soluzione drastica non soggetta a interpretazioni); non stiamo quindi parlando di 2-3 concorsi l’anno ma di svariate centinaia da svolgere su tutti gli interventi di trasformazione architettonica e urbana (diventa dura poi fare vincere sempre i soliti noti). Stiamo parlando di tutti gli enti pubblici e di tutti gli enti ad essi collegati che utilizzano fondi pubblici per realizzare opere pubbliche. Società come Zétema o la STA, per intenderci, sono dentro il perimetro.

I REQUISITI DEL PROGETTO LI DEFINISCE L’AMMINISTRAZIONE (O LA CITTADINANZA)
Un altro principio di fondo è che non sono e non devono essere gli architetti a definire il programma dei requisiti di concorso. Troppo spesso si confonde il concorso di idee con la richiesta ai professionisti di auto definire il problema a cui si vuole dare la soluzione. Nello specifico, la futura destinazione d’uso dell’intervento non deve essere decisa durante la progettazione; così come non sono gli architetti a doversi fare interpreti delle esigenze della cittadinanza. Una amministrazione che fa (bene) il suo lavoro definisce prima le  sue esigenze (che poi dovrebbero essere quelle della cittadinanza stessa) e poi chiede agli architetti di fornire la loro soluzione in termini architetonici. Non sono gli architetti a dover decidere se in una piazza c’è bisogno di più verde, di una fermata del bus o di una fontana; e un’amministrazione che si rispetti non ha bisogno di chiederlo agli architetti. Ovviamente è lecito in questa fase prevedere il coinvolgimento dei professionisti (non solo architetti) così come promuovere forme di partecipazione civile. Quello che ritengo importante è che si tracci una linea netta di responsabilità tra chi definisce le esigenze (il committente) e chi traduce in un progetto queste esigenze (il progettista).

I CONCORSI DEVONO ESSERE APERTI A TUTTI GLI ARCHITETTI
Condivido lo spirito della proposta di Pietro di prevedere sempre concorsi aperti a tutti. Pietro inserisce questo principio nella prima fase della selezione; immaginando però di ricorrere allo strumento concorsuale in maniera ampia si presenterebbero evidenti difficoltà di carattere pratico ed organizzativo; forse si potrebbe pensare a soluzioni intermedie. Resta il fatto che stiamo parlando di principi e il principio è appunto che: “i concorsi devono essere sempre aperti a tutti”.

CONCORSI OBBLIGATORI ANCHE NEL CASO DI APPALTI INTEGRATI
Ritengo che l’istituto dell’appalto integrato tenderà ad essere uno dei preferiti delle nostre amministrazioni per molto tempo ancora. Se passa ilprincipio che tutti gli interventi sono soggetti a concorso, anche nel caso dell’appalto integrato deve essere garantito questo principio. Esattamente come avviene per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione eseguite in convenzione a scomputo degli oneri, l’impresa appaltatrice è tenuta a realizzare il progetto rimanendo vincolata ai principi della norma; in questo caso l’appalto integrato potrebbe semplicemente prevedere la presentazione di un Metaprogetto o di un Progetto Preliminare con un impegno a affidare l’incarico del progetto Definitivo ed Esecutivo sulla base di un concorso di idee (in questo caso sarebbe accettabile la forma ristretta).

COMMISSIONI, ROTAZIONE DEI COMPONENTI
Non entro nel merito delle infinite possibilità di composizione delle commissioni di valutazione; oserei dire che un metodo vale l’altro (e quello proposto da Pietro potrebbe funzionare). Aggiungerei piuttosto un criterio di rotazione obbligatorio che non consenta ai soliti noti di presidiarne permanentemente (al limite una quota delle giurie potrebbe essere selezionato per estrazione). Oltre un certo livello inserirei l’obbligo di prevedere una componente internazionale.

PARTECIPAZIONE POPOLARE ALLE SCELTE
Qui il tema è più delicato. Il tema della partecipazione sta esplodendo in tutti gli ambiti della discussione culturale. Il nodo cruciale da risolvere è la distanza tra le scelte dei progettisti e le effettive esigenze della cittadinanza. Il ricorso a forme partecipative alla progettazione sembra essere oggettivamente una delle soluzioni più efficaci, la diffusione dei social network, oltre a rendere tecnicamente praticabile un forte coinvolgimento dal basso hanno anche contribuito a sviluppare una forte coscienza collettiva sulle potenzialità della partecipazione. L’assunto di fondo è che il popolo è autonomamente in grado di capire e decidere che cosa sia meglio per la città e quali siano le soluzioni tecniche ed estetiche più opportune per renderla più efficiente e vivibile. Questa assunzione è condivisibile; ha però alcune limitazioni di cui occorre tenere conto:
- non funziona se le soluzioni da prendere risultano impopolari;
- non garantisce il rischio che le scelte si orientino verso interventi più sensazionalistici e scenografici (proprio critica più forte che viene mossa alla cultura delle archistar);
- deresponsabilizza la politica che ci amministra dalle scelte di governo del territorio;
- nello specifico la proposta di Pietro di sbilanciare la partecipazione popolare tutta alla fine del processo renderebbe questo atto un mero passaggio di ratifica finale di scelte già effettuate a monte da parte del sindaco (che decide il programma) e da parte della commissione (che tenderà a sceglire una rosa di progetti tendenzialmente simili).
La partecipazione popolare dovrebbe essere prevista non alla fine del processo ma all’inizio. Ovvero nella fase in cui si decide quali sono i nodi urbani da risolvere e soprattutto quale tipo di intervento si richiede di realizzare. Per fare un esempio, volendo recuperare una ex caserma, la decisione su che cosa farla diventare (residenze, uffici, supermercati, musei, ecc.) dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei cittadini prima di avviare il processo di gara. Una volta stabilito il programma, le sucessive fasi potrebbero prevedere dei meccanismi di verifica intermedia con progressiva presa di responsabilità del progettista sulle proposte di progetto. In ogni caso se da una parte occorre strutturare il processo di trasformazione del territorio in maniera da scongiurare atteggiamenti oppositivi e ostruzionistici di tipo NIMBY per le opere di importanza più rilevante, proprio il coinvolgimento partecipativo, anche solo limitato ad azioni di natura informativa e consultiva, contribuisce a ridurre e ridimensionare il livello di conflittualità.
Per fare una metafora il paziente è tenuto a dire quali sono i suoi sintomi e al limite si può spingere a fornire dei feedback sia sulle analisi da fare che sulle possibili cure; alla fine l’intervento e la cura sono sempre una precisa responsabilità del medico; il coinvolgimento informato del paziente aiuta però ad affrontare meglio le cure.

PERIMETRO DELLA PARTECIPAZIONE
Anche questo è un tema delicato. Pietro propone una forte limitazione alla partecipazione determinata dalla appartenenza geografica (vota e partecipa solo chi ha la residenza). Io sono convinto che il valore delle scelte di trasformazione urbana abbia diversi gradi di rilevanza dal locale al globale in funzione della rilevanza dell’intervento stesso; le città sono sistemi aperti osmoticamente al mondo esterno che a sua volta è composto da moltitudini di sistemi e sottosistemi; gli spazi urbani sono snodi di relazioni inseriti in diverse e svariate reti connettive; la lettura delle relazioni può essere fatta su molti livelli (funzionale, culturale, urbano, sociale, commerciale, migratorio) ognuna di queste letture ci porterebbe ad un diverso perimetro di interesse. Va da se che ogni trasformazione urbana ha influenza sull’agire e sulla vita di un nucleo di persone che va ben al di la dei semplici residenti. Persino le risore economiche che vengono investite non sono mai chiaramente riconducibili ad un singolo soggetto giuridico; specie per gli interventi di maggiore rilevanza i livelli di contribuzione finanziaria sono spesso più ampi di una singola realtà locale. Un parcheggio di scambio per la metropolitana posto al confine del comune di Roma interessa inevitabilmente anche la popolazione limitrofa; un intervento sul centro storico di Roma (patrimonio dell’Unesco) interessa l’intera popolazione mondiale, la sistemazione di una piazza interessa comunque anche il frequentatore occasionale. In ogni caso le città sono vissute ed utilizzate anche da soggetti che hanno interese diretto o  indiretto al loro sviluppo; su due piedi mi vengono in mente i pendolari, i migranti, i lavoratori che non hanno residenza, gli studenti fuori sede, i turisti ma anche solo i “cultori della materia” cioè le persone che nel mondo possono nutrire interesse culturale allo sviluppo di un particolare terrotorio o città.  In questa gradazione dei livelli di interesse occorre trovare il modo di consentire una partecipazione che, salvaguardando i cittadini più direttamente interessati, possa tenere conto anche di un perimetro più ampio.

COMPOSIZIONE DEI GRUPPI DI PROGETTO
Concludo con una nota sulle regole di partecipazione ai concorsi da parte dei professionisti. La progettazione architettonica è il frutto di una composizione di aspetti di natura culturale (sociologici, estetici, stilistici, umanistici) e tecnica (impiantistici, strutturali, economici) e, come tutti riconosciamo abbraccia vasti campi della conoscenza. Pensare che un singolo architetto (o un gruppo ma di soli architetti), per quanto geniale possa sostenere da solo tutta questa complessità è pura illusione. La partecipazione ad un qualsiasi concorso dovrebbe essere vincolata alla formazione di un gruppo di progetto che contenga in se tutti i professioninsti minimamente necessari per dare risposte adeguate ad ogni problema sollevato dal programma dei requisiti. Questo vincolo non può essere lasciato alla buona volontà del singolo professionista, deve essere un obbligo. Il tutto si traduce così: “possono partecipare ai concorsi solo ed esclusivamente i gruppi di progettaizone che contengano al loro interno almeno un architetto, un impiantista (almeno elettrico e meccanico), uno strutturista e a secondo della natura del progetto richiesto anche altri specialisti (paesaggisti, restauratori, urbanisti, musicologi, botanici, ecc.)”; questi specialisti devono essere evidenti nella composizione del gruppo di progettazione; sono quindi vietate le parecipazioni dei singoli (tipo Fuksas).

PRECISAZIONI DOVEROSE
Questi spunti sono delle semplici enunciazioni di principio su come ritengo che dovrebbero essere gestiti i concorsi qui in Italia in questo preciso momento storico; per me il concorso non è un feticcio, anzi, sono convinto che amministrazioni “illuminate”, se ne esistessero, sarebbero perfettamente in grado di farne a meno con risultati più che egregi e maggiore efficacia; il problema è che questa “illuminazione” non è verificabile né tantomeno autoattribuibile.
Non ritengo in assoluto che il concorso di idee equivalga automaticamente a una buona architettura, né viceversa che un’opera acquisti maggiore o minore valore in funzione delle modalità con cui è stata selezionata; il valore di un’opera realizzata si misura nella sua esistenza e nell’uso che di questa viene fatto. Per cui a quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fino a qui prego di non obiettare alle mie tesi citandomi esempi e modelli solo in funzione del risultato architettonico finale perchè questo equivarrebbe a portare la discussione su un piano decisamente sterile.
FLW aborriva i concorsi perché riteneva che nessuna giuria potesse avere il suo livello di genialità, tanto per fare un esempio; lui poteva permettersi di dirlo e credo che pochi potrebbero obiettare sul livello delle sue opere. In un mondo perfetto un sindaco dovrebbe essere in grado di scegliersi autonomamente i propri collaboratori (architetti compresi) con i quali attuare il proprio programma in totale autonomia, prendendosi la piena responsabilità delle proprie scelte; i meccanismi di informazione e il comune senso civico degli elettori basterebbero da soli a scoraggiare ogni abuso. Oggi non è così come dicevo in premessa, e noi siamo ben lontani dai livelli di civismo nordeuropei per aspirare ad un minimo senso di responsabilizzazione civile.

La forma del concorso (nelle modalità che ho descritto) offre quindi, rispetto ad altre forme di selezione dei progetti, un livello minimo di garanzia democratica, la capacità di creare discussione sui temi dell’architettura e, nella discussione, la capacità di promuovere la maturazione culturale di un intero sistema sociale.

Codice appalti - quante modifiche?

26 settembre 2011

Come molti sanno gli appalti pubblici in italia sono regolati dal c.d. Codice degli Appalti ovvero il D.Lgs. 163/2006.  Questo codice, insieme con il regolamento attuativo, il DPR 207/10, regolamenta i criteri e le procedure a cui gli enti pubblici dovrebbero attenersi nell’affidamento degli appalti, sia che si tratti di servizi di ingegneria, sia che si tratti di opere edili e impiantistiche e sia che si tratti di semplici forniture o servizi.
Quella che segue quindi è una lista non completa e sicuramente non definitiva dei principali provvedimenti che, dal 2006 ad oggi, hanno modificato il codice.

L. 228/06 (Decreto Bersani)
L. 296/07 (Legge finanziaria)

D.Lgs 6/07 (decreto correttivo del codice)
D.Lgs 113/07 (decreto correttivo)
L. 123/07 (sicurezza sui luoghi di lavoro)
D. 248/07 (decreto milleproroghe)
L. 244//08 (legge finanziaria)
D.Lgs 152/08 (3° decreto correttivo)
L. 201/08 (decreto anticrisi)
L. 69/09 (collegato anticrisi)
L. 94/09 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica)
L. 102/09 (conversione D.L. anticrisi)
L. 166/09 (conversione D.L. 135 - attuazione di obblighi comunitari)
D.Lgs 53/10 (Direttiva Cee 66/07 - procedure di ricorso)
D.Lgs 104/10 (Riordino Codice del Processo Amministrativo)
D.L 70/11 (Decreto Sviluppo)
L. 106/11 (conversione Decreto Sviluppo)

In ogni caso qui trovate un elenco, completo e costantemente aggiornato, delle modifiche al 163/06

Ho riportato l’elenco perchè, per una volta, vorrei spezzare una piccola lancia in favore degli enti pubblici, ma soprattutto a favore di tutti i lavoratori (consulenti e professionisti del settore compresi) che si ritrovano ad operare con questo tipo di situazione.
Provate a immaginare quanto tempo trascorre mediamente dal momento in cui viene deliberato un appalto (approvato in un consiglio comunale, ad esempio) fino al momento in cui avviene la sottoscrizione del contratto di appalto; si parla di 1-2 anni; immaginate poi quante volte in questo lasso di tempo le norme di riferimento possono venire modificate; negli ultimi 5 anni 17 volte (1 ogni 3,5 mesi!) e c’è ragione di attenderne ulteriori a breve.
Districarsi all’interno di questo intreccio normativo senza incappare in errori giuridici, e senza incappare nei mille ricorsi al TAR in cui siamo tutti maestri, è decisamente un’impresa titanica.
Siamo talmente abituati a mettere in discussione chi ci amministra per le scelte o per gli errori che questi commettono amministrandoci, che troppo spesso ci dimentichiamo delle difficoltà oggettive in cui i nostri amministratori (e prima di loro le persone che gli stanno dietro) sono chiamati a operare; non è un alibi ovviamente e fin troppe volte gli errori commessi sono il frutto di cialtroneria e superficialità, ma ritengo almeno doveroso concedere delle attenuanti.
Intanto aspettiamo il parere dell’Autorità di Vigilanza per i Contratti Pubblici, previsto il 29 settembre, a cui è demandata la redazione dei contratti tipo previsti dall’ultimo Decreto.
Insomma un’altra modifica!