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Appello in difesa del Complesso Scolastico di via Corradini ad Avezzano

21 Febbraio 2011

Il Complesso Scolastico di via Corradini rappresenta un singolare esempio di architettura Decò degli anni 1920, caratterizzato da un’ampia e funzionale spazialità interna, da diffuse superfici verticali vetrate e da un particolare ordine architettonico “gigante” frutto di una rivisitazione in chiave neobarocca dei prospetti.

Inoltre il Complesso sviluppa enormi superfici esterne (giardini, cortili, ex asilo, ecc.).

Queste Scuole sono state costruite dopo l’evento sismico del 1915 che distrusse completamente Avezzano, a seguito del Regio Decreto-Legge del 29 Aprile 1915 n. 573.

Questo decreto seppur non illustrando una metodologia di calcolo, come riportata già da molti anni nelle Leggi più moderne, imponeva dettami ed obblighi costruttivi altamente anti-sismici, dettagliati e rigidi.

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La struttura muraria è ad incastro, completamente armata, le bucature sono strette ed alte, tutto l’edificio ha una configurazione geometrica circolare, a “ferro di cavallo”, compatta, chiusa e quindi maggiormente coerente e altamente resistente alla sollecitazione di torsione, caratteristica assai rara e inesistente nella maggior parte degli edifici contemporanei.

Ancora oggi, le scuole di via Corradini servono tutto il quartiere del centro, permettendo così alle famiglie che vi risiedono di recarsi ad accompagnare e riprendere i propri figli principalmente a piedi, senza utilizzare l’automobile. Accedere e fruire del centro storico di Avezzano a piedi significa avere già anticipato una funzionalità compatibile con la chiusura al traffico veicolare. In questo modo il centro si valorizzerebbe, poiché diventerebbe un’isola pedonale storica, sociale ed economica. La sosta, il passeggio, dovranno essere ancor più favoriti, poiché solo così si potrà stimolare l’economia del centro storico.

L’Attività scolastica e quella del Tribunale sono vita concreta e coinvolgono tante persone della città e non, costituiscono insieme un patrimonio che va preservato, in quanto operano in sinergia urbana. Tutto il centro storico è stato progettato nel 1918 dall’Ing. S. Bultrini elaborando un piano urbanistico complesso e globale, in cui si dava vita alla nuova città-giardino.

La scienza dell’urbanistica da lui seguita non è né vecchia e né superata, poiché teneva conto dell’ottimizzazione delle varie funzioni della città con l’obiettivo di creare un benessere sia economico che di vita; alterare queste funzioni significherebbe fare un “pasticciaccio” nel tessuto urbano del centro storico che certamente perderebbe sinergia, generando disagi funzionali, sociali ed economici. Inoltre, togliere queste scuole dal centro e costruirne di nuove in periferia significherebbe costringere le famiglie residenti a prendere obbligatoriamente l’automobile per spostarsi.

Questa vendita nasconde un’operazione puramente speculativa, in quanto si vorrebbe creare una scuola nuova ma di dimensioni molto più ridotte tutta in cemento armato, materiale che non offre sicure prestazioni anti-sismiche, il cui costo sarebbe esosissimo più di 10.000.000,00 di euro. Non sarebbe meglio restaurare la scuola anche spendendo qualche milione di euro?

Poiché questa è sicuramente anti-sismica e necessita solo di un machiage. Il Complesso Monumentale di via Corradini rappresenta, proprio perché scuola, il simbolo di rinascita della città di Avezzano dopo la distruzione del terremoto del 1915 e non possiamo permettere che venga cancellato con superficialità. Questo edificio è portatore non solo di una funzione storica e pedagogica importante ma ancora oggi custodisce il messaggio che le persone sopravvissute alla tragedia gli hanno affidato, “train de vie”, treno della vita che unisce le generazioni passate e future.

Inoltre, le scuole di via Corradini attualmente sono frequentate da circa 1.500 alunni, la scuola proposta avrebbe la capacità di ospitare solo 600/700 alunni. Tutti gli altri dovranno essere dirottati in altri istituti, magari privati?

Ci sono, in giro per l’Abruzzo, esempi di recenti costruzioni scolastiche bio-compatibili, altamente anti-sismiche, realizzate subito dopo il terremoto del 9 Aprile 2009, in 5/6 mesi (Goriano Sicoli), con materiali ed architetture bellissime e del costo ridotto (es.: 10 aule con refettorio, cucina, sala maestri, ecc. €800.000,00).

Oggetto della petizione:

Noi cittadini di Avezzano, chiediamo all’Amministrazione Comunale l’immediata interruzione della operazione di vendita delle scuole di via Corradini, affinché questo Complesso continui a svolgere la sua funzione di scuola elementare e media.

Chiediamo inoltre che l’Amministrazione elabori un Piano di Tutela e Recupero dall’edificato d’epoca dei villini della città-giardino di Bultrini e in generale delle costruzioni vecchie e di pregio, in modo tale che venga interrotto lo scempio che si opera ai danni di tutto il patrimonio storico architettonico che continuamente viene demolito.

TUTTI A SCUOLA …

Perché è necessario che le scuole rimangano qui

Perché il Complesso Scolastico di via Corradini ad Avezzano rappresenta un singolare esempio di architettura Decò degli anni 20’. Caratterizzato da un’ampia e funzionale spazialità interna, da diffuse superfici vetrate e da un particolare ordine architettonico “gigante” frutto di una rivisitazione in chiave neo barocca dei prospetti.

Perché gli Inglesi non stravolgerebbero mai gli edifici dell’Università di Cambridge sostituendo la loro funzione e trasferendo altrove l’Università.

Perché questa scuola è un simbolo di Avezzano, delle generazioni passate e future.

Perché contiene la storia di tante famiglie Avezzanesi.

Perché l’adeguamento degli edifici storici monumentali alle norme di sicurezza non è così costoso, in quanto esistono deroghe che permettono di ridurre il costo delle opere.

Perché questo Complesso fu costruito con caratteristiche anti-sismiche.

Perché è ormai il tempo di interrompere lo scempio dell’eliminazione di tanti edifici simili del centro storico (villini d’epoca).

Perché continuando così, Avezzano perderà anche altri edifici storici di riferimento come quelli di Piazza Torlonia e Piazza Castello (Comune, Arsa, ecc.).

Perché l’architettura è un valore, che nasce dal rapporto tra spazio urbano ed edificio nella sua globalità.

Perché la sola presenza delle facciate sarebbe una veste senz’anima.

Perché sventrando l’interno si vuole raddoppiare le cubature di utilizzo?

Perché è un monumento storico: questo Complesso nacque per servire la nuova area che nel 1920 sorse in località ”Melazzano” tra la Stazione e Villa Torlonia, edificata a seguito del terremoto del 1915 che colpì la città di Avezzano, distruggendone la totalità dell’edificato.

Perché ancora oggi, le scuole di via Corradini servono tutta questa area, permettendo così a tutte le famiglie che vi risiedono di recarsi ad accompagnare e riprendere i propri figli principalmente a piedi, senza utilizzare l’automobile.

Perché accedere e fruire del centro storico di Avezzano a piedi significa avere già anticipato una funzionalità compatibile con la chiusura al traffico veicolare.

Perché togliere queste scuole e costruirne di nuove in periferia significherebbe costringere queste famiglie a prendere obbligatoriamente l’automobile per spostarsi.

Perché forse è già stato deciso dove si dovrebbero trasferire le scuole? Ci sono già tanti edifici più periferici, polifunzionali, invenduti e non utilizzati a cui pagare lauti affitti?

Perché tutti i visitatori e turisti di Avezzano apprezzano questo Complesso storico.

Perché Avezzano vuole un centro storico vivo.

Perché è ora di modificare la politica di gestione del territorio, la città è di tutti e soprattutto dei bambini.

Perché allontanarli dal centro significherebbe allontanarli anche dalla piazza principale.

Perché è bello a mezzogiorno e mezza sentire le voci dei bambini che escono da scuola.

Guarda il video.

Ripensare L’Aquila

17 Gennaio 2010

In televisione scorrono le immagini delle macerie, tonnellate di pezzi di cemento, di enormi travi, dalle sezioni di un metro e mezzo della Casa dello Studente, vedo che i tondini sono in quantità esigua e di sezione sottilissima, dicono che sotto ci sono ancora cinque ragazzi o forse di più, ho un nodo nella gola, il dolore insieme alla rabbia per queste vite spezzate che guardavano al futuro; e ripenso a me, quando ero studente, ai sogni di ciò che avrei potuto fare una volta laureata, di ciò che avrei potuto creare, questi ragazzi avevano gli stessi sogni e credevano in un Italia migliore di quella che è oggi.

Adesso, è necessario ripartire, ricostruire, si, il più velocemente possibile per tutte le persone che non hanno più niente, per un territorio che deve vivere; ma è doveroso, non ripercorrere gli stessi errori, cercare di fare meglio, avere la forza e il coraggio di cambiare, di ricercare e sperimentare nuove tecnologie architettoniche.

Ripartire dalla conoscenza del proprio territorio, individuare le aree sicure, funzionali, in equilibrio con la natura ed il paesaggio, non rifare involucri, scatole dislocate casualmente.

Il patrimonio artistico architettonico di L’Aquila e dei paesi limitrofi è andato in gran parte distrutto, è bene iniziare a gestire questo patrimonio in modo diverso, ricostruirlo consolidandone le strutture, ma anche dandogli una funzionalità diversa.”

Così terminava il mio articolo “Cronaca di un terremoto annunciato”, scritto il giorno seguente al terremoto del 6 Aprile scorso, ed è proprio da qui che voglio ripartire facendo alcune considerazioni che possano aiutarci a riflettere sul “futuro di L’Aquila”.

Siamo arrivati a Novembre, il periodo dell’anno in cui da millenni, civiltà diverse, politeiste e monoteiste, laiche e religiose hanno da sempre ricordato i “morti”; allora oggi voglio ricordare 300 persone che sono morte nel terremoto del 6 Aprile 2009 a L’Aquila e 35 persone che sono morte nella frana di Messina il 1 Ottobre scorso. Quanti morti ci dovranno ancora essere perché i nostri governanti e gli Italiani acquisiscano la coscienza del rispetto dell’ambiente? Che vivere in un territorio non significa semplicemente occuparne un qualsiasi spazio fisico, ma convivere con esso e trarre una crescita e un arricchimento reciproco?

Non sono un abitante di L’Aquila e conosco questa bellissima Città da pochi anni; ogni qualvolta mi ci sono recata ho ammirato il suo intenso paesaggio caratterizzato dalle alte e imponenti montagne, innevate in inverno e boscose in estate, che la circondano ad anfiteatro e creano prospettive diverse.

Solitamente arrivo a L’Aquila dall’autostrada e, dopo alcune lunghe gallerie, dinanzi a me si apre una valle dalle profonde visuali ma nello stesso tempo raccolta, quasi protetta dal cielo e dalle montagne. Sotto, ai due lati della carreggiata, si dispiega un tessuto quasi fastidioso, disomogeneo, fatto di capannoni industriali, grossi centri commerciali mescolati ad appezzamenti di terreni agricoli e ad edifici residenziali: è la periferia di L’Aquila.

Una periferia frastagliata, nella quale non è possibile individuare un margine tra il costruito e la campagna, tra il così detto “centro abitato” e il territorio agricolo, il verde pubblico o privato che sia, necessario per la nostra sana evoluzione.

Certo questa caratteristica non è propria solo di L’Aquila ma purtroppo di gran parte del territorio delle città italiane. Si calcola che le costruzioni mangino circa 280.000 ettari di terreno sgombro, libero, verde all’anno.

Tutta la vallata è costruita, senza soluzione di continuità; edifici sparsi dalle tipologie e funzioni più varie arrivano, corrodendo la natura, fin quasi a metà del pendio delle montagne. Zone industriali e residenziali dei Comuni limitrofi si addossano l’una all’altra, seguendo le stesse vecchie vie di accessibilità e traffico.

Non esiste una destinazione d’uso precisa delle aree territoriali e tutte vengono costruite senza parametri architettonici, senza tecnologie e materiali appropriati per ogni tipologia geologica degli appezzamenti e senza una relazione corretta con l’ambiente storico – naturale.

Sui terreni alluvionali di valle che rispondono in generale negativamente alle scosse sismiche, poiché sono molto molli e trasmettono completamente l’energia cinetica agli edifici soprastanti, sono stati costruiti anche palazzi di più piani.

Come può rispondere un edificato di questo tipo ad eventuali scosse?

Come si può parlare di sicurezza e prevenzione quando sul territorio governano spesso politiche dettate da Piani Urbanistici che vengono modificati a seconda delle esigenze particolari di chi ha più peso economico e politico, esigenze di votanti, di costruttori, di industriali, di privati e di amici e parenti a cui vengono date concessioni edilizie anche su terreni inadatti ad essere costruiti?

Ricordo bene cosa illustravano tanti disegni dei bambini della scuola elementare Giovanni XXIII, quando nel Dicembre 2008 mi recai a fare delle giornate a spiegare che cosa è l’Architettura: c’era la città delle residenze, con i fiori e le piante, le pasticcerie, poi un ponte altissimo la divideva dalla città delle fabbriche, dell’industria, grigia e priva di servizi.

Poi ancora disegni di architetture con volumetrie fantasiose e non scatolari, dalle bucature irregolari, con pannelli solari, fotovoltaici, pale eoliche, immerse in parchi, giardini bellissimi, con enormi piscine, fontane, giochi.

Questi sono i desideri dei nostri bambini, espressione di una maggiore sensibilità verso l’ambiente, valori che dovremmo noi adulti recuperare, per vivere veramente in sintonia con la società e la natura. Che i bambini vedano meglio di noi?

Non esiste in Italia la coscienza di un governo del territorio inteso come insieme di componenti sociali, culturali, economiche, ma anche naturali, vegetali ed animali.

E’ mai possibile che in una porzione di Regione con la massima presenza di Parchi Naturali al mondo ci si permetta una gestione del territorio con scopi di tipo esclusivamente speculativo ed industriale?! Bisognerebbe invece sviluppare l’industria del turismo. Oggi, dalla seconda posizione in Europa, siamo retrocessi al settimo posto anche dopo la Germania che non ha certo la ricchezza storico-artistica e paesaggistica della nostra terra.

Gli abitanti di L’Aquila nel Medioevo avevano una piena coscienza di cosa significa abitare in sintonia questo territorio, infatti la parte antica della città ancora, dopo secoli, rimane il contesto urbano meglio inserito architettonicamente e funzionalmente di tutta l’urbanizzazione che si è sviluppata a venire.

Da qui anche il grande fascino e la bellezza del centro storico di L’Aquila, un edificato arroccato, tipico delle forme urbanistiche medioevali con piazze funzionali: quella destinata al mercato, quelle relative allo spazio religioso e quelle che esaltavano visualmente, dandone più prestigio, i palazzi signorili e borghesi; piazze e piazzette che purtroppo, già prima del terremoto, avevano perso la loro identità diventando degli ammassi di auto parcheggiate. Nello stesso tempo, il contesto medioevale si era relazionato con l’intorno ambientale e naturale della valle, attraverso scorci prospettici e belvederi. Ma ciò che appare istantaneamente al visitatore è il grande distacco urbanistico e architettonico tra il centro storico e la città subito prospiciente a questo, è come se il tessuto posteriore si fosse sviluppato senza chiare linee urbanistiche, disordinatamente o non fosse riuscito a trovare delle soluzioni appropriate per superare con più omogeneità la particolare morfologia del territorio.

Un centro storico quasi morto, tenuto in vita soprattutto dalla commercializzazione di tipo ormai globale, in parte dormitorio degli studenti universitari, ma nello stesso tempo abbandonato e modificato inopportunamente proprio per meglio ottemperare a queste funzioni. Una visione che grottescamente affascinava e nel contempo sconcertava, un reticolo di antichi vicoli penetrati dalla nebbia che in inverno si confondeva con le poche luci delle ormai rare botteghe di vecchi sarti o calzolai artigiani.

Si sentiva grande tristezza. Purtroppo oggi si continuano ad incentivare le zone industriali e i centri commerciali senza favorire vecchie arti e mestieri che anche in tempi di crisi tengono in vita i centri storici favorendo la convivenza residenziale, l’occupazione e il turismo.

L’aspetto positivo è che a differenza di città universitarie come Perugia che hanno perso completamente un carattere cittadino e sono state snaturate, divenendo del tutto a servizio degli studenti, L’Aquila aveva mantenuto un aspetto provinciale che l’aveva salvata dalla “globalizzazione dello studio” anche nel suo abbandono dell’antico.

Un’economia parzialmente basata sul supporto dei privati verso l’Università – fast food, bar, camere e appartamenti da affittare – e sull’industria, ma per niente o solo marginalmente sul turismo e sull’incentivazione della cultura ad alti livelli, invece attestata solo a livello locale. Mi avevano sempre colpito nel profondo i numerosi edifici di importanza storica, completamente chiusi e abbandonati, con i tetti e gli infissi rotti, dai quali era possibile intravedere soffitti altissimi probabilmente affrescati.

Bisognava avere il coraggio di chiudere tutto il centro storico di L’Aquila al traffico, si sarebbero dovuti creare dei parcheggi esterni con collegamenti continui di ascensori e funicolari. Solo le vie principali avrebbero dovuto essere percorribili con piccoli mezzi elettrici; certamente non era stata una bella idea quella della Metro leggera, sia per la particolare morfologia del terreno, sia perché avrebbe danneggiato le funzioni storiche delle strade. A Via Roma, larga solo qualche metro, erano già state chiuse quelle poche attività artigianali esistenti, come una nota pasticceria, perché non si sarebbe potuto attraversare la strada.

Una città in cui lo Stato, sia in passato e ancor più oggi, dopo il terremoto, non ha supportato i proprietari residenti e non, per una politica di mantenimento e recupero del patrimonio artistico allo scopo di incentivare un turismo di carattere Europeo. In futuro si spera che almeno in una città di montagna, con un clima freddo e tanti giovani, si possano realizzare uno stadio del ghiaccio e strutture sportive collaterali, dove svolgere incontri di hockey, competizioni di pattinaggio artistico e corsa.

In tutto questo contesto si dovrà tenere conto del grossissimo problema della viabilità, che non viene studiata affatto prima della urbanizzazione ma che rimane, da sempre, la stessa anche quando si vanno a modificare le funzionalità del territorio.

Ricordo molto bene la difficoltà a spostarsi nell’area periferica e dei Comuni limitrofi già qualche mese dopo il terremoto, quando mi recavo come volontaria a fare i sopralluoghi in zona rossa: pochissime vie di accesso e di dimensioni del tutto insufficienti rispetto al carico di urbanizzazione.

L’Aquila, come tutto l’Abruzzo manca dei grandi mezzi di comunicazione, c’è ancora una rete ferroviaria obsoleta, lenta e inefficiente, a binario unico. Le stazioni sono abbandonate con motrici e vagoni vetusti, è certo che se dobbiamo riattivare l’economia e la vita di questa Città non possiamo fare a meno di un ammodernamento e uno sviluppo dei servizi primari ed essenziali del trasporto. L’automobile non è il simbolo della modernità ma della individualità ed è un intralcio al progresso della collettività e di tutte le classi sociali.

Oggi, si potrebbe fare molto per cercare soluzioni valide a questi problemi passati ai quali si sono aggiunti quelli più gravi delle perdite di vite umane e del patrimonio storico – artistico della Città. Si ha la possibilità di modificare quelle dinamiche che prima erano problematiche e che hanno portato anche la città antica ad essere così devastata dal terremoto stesso.

Prima di tutto, si dovrebbero rimettere insieme tutti gli studi sul territorio che sono stati fatti e verificarne la validità e lì dove si ha carenza di informazioni valide farne di nuovi, ma attraverso l’aiuto delle Facoltà Universitarie, e non assegnando incarichi a professionisti “ammanicati”.

Il lavoro dovrebbe avere un’alta qualità, essere connotato dallo spirito d’innovazione e di ricerca, quindi non è possibile seguire le solite strade clientelari che caratterizzano spesso le nostre politiche territoriali.

All’estero in Paesi dove c’è un’alta qualità architettonica, ed intendo quindi funzionale, si incentivano i giovani architetti promuovendo concorsi di idee e di progettazione che portano a creare dei tavoli di collaborazione tra professionisti con varie specializzazioni per realizzare progetti innovativi e futuribili. Nel nostro Paese, purtroppo, si “scelgono” sempre le stesse strade probabilmente per mancanza di una vera volontà di progredire.

In tal senso, il progetto C.A.S.E. non risulta una architettura di qualità, né dal punto di vista estetico e né da quello funzionale ed ecologico, i bagni e le cucine sono prive di finestre ed hanno sistemi di areazione forzata alimentati da batterie al litio, sostanza altamente inquinante. Dove andranno in seguito a gettare queste batterie? Dove gettano anche l’amianto, in nessun luogo o in tutti i luoghi?!

Da queste prassi viene fuori l’anomalia del cattivo comportamento politico e professionale atto a non ricercare risultati di alta qualità ma a distribuire il lavoro sempre ai soliti canali clientelari. Non è certamente così che si otterrà sicurezza e qualità architettonica.

In Friuli (Gemona), dopo il terremoto, i cittadini si mobilitarono e sentirono l’esigenza, poiché  già educati a curare e proteggere contemporaneamente il bene pubblico e quello privato, di partecipare attivamente alla ricostruzione. In Abruzzo invece si è abituati ad attendere la mano protettiva assistenziale dello Stato, il quale spendendo cifre enormi ed incontrollate, giustificandole solo con l’urgenza, soddisfa solo esigenze personali, senza progettare un futuro per tutti.

Sino ad ora sono stati edificati agglomerati di case prefabbricate che diverranno certamente dei quartieri ghetto e che non hanno alcun legame con la Città antica.

Si sarebbe già dovuto iniziare da tempo a recuperare il centro storico; fra poco sarà passato un anno e tutto è ancora fermo, magari agendo per lotti e programmando gli interventi per almeno 5 anni anche sulla base dell’accessibilità e viabilità. Molti dei proprietari di case del centro storico non sanno quale sarà il loro destino. Tutto sembra programmato secondo una regia a sorpresa.

E’ necessario che tutti i cittadini si responsabilizzino per recuperare l’Aquila; costruire il nuovo e restaurare criticamente l’edificato storico, mediante tecnologie moderne e contemporanee sperimentate, innesti tra antico e contemporaneo studiati appositamente per ogni particolarità sociale – architettonica, è un dovere di una società e di un Paese veramente evoluto e moderno.

Lucia Proto

Cronaca di un terremoto annunciato

16 Aprile 2009

Avezzano, 6 aprile 2009, ore 3.20

Il letto matrimoniale, dove mio marito ed io dormiamo, inizia a sobbalzare violentemente, un boato sordo, rumori degli oggetti che si infrangono: capisco subito, è il terremoto; è come se, da quando vivo qui, lo avessi sempre aspettato.

Avezzano, 13 gennaio 1915, magnitudo 6.8, persone morte 30.000.

La mia famiglia di origine viveva a quell’epoca ad Aielli alto, un piccolo centro della Marsica, abbarbicato sulle pendici del Monte Sirente, la casa andò completamente distrutta, qualche osso rotto ma la mia bisnonna, zia Teresa e zia Maria riuscirono a salvarsi stringendosi in un angolo.

Successivamente, si spostarono a valle, insieme a loro altri sopravvissuti e nacque così Aielli Stazione.

Io sono nata e cresciuta a Roma, ma quell’esperienza è divenuta mia.

Qui, nelle terre d’Abruzzo, passa la linea, profonda centinaia di chilometri che crea i continenti, che alza le montagne, che conforma il nostro paesaggio, qui gli umani devono convivere con il movimento della terra, come aspetto della vita stessa e non della distruzione.

Convivere con il terremoto, significa attribuire un compito scientifico all’architettura, credere nel ruolo di questa scienza che studia le tecnologie del vivere degli umani nello spazio, nella sicurezza, nel rispetto della natura e insegna a non costruire involucri amorfi, non funzionali e pericolosi.

I politici e i professionisti dovrebbero tornare a svolgere ognuno il proprio ruolo, un ruolo che si muove dalla necessità di ottimizzare il benessere della propria collettività, il territorio dovrebbe essere studiato, monitorato continuamente, come pure le persone che lo vivono, e fisici, geologi, architetti, ingegneri, urbanisti, economisti, politici dovrebbero creare delle squadre di lavoro per pianificare le soluzioni più appropriate per ogni attività umana.

Non si può lasciare alla speculazione, alla mafia, ai miseri interessi personali di qualcuno, la dinamica del territorio. Sono troppo importanti e catastrofici gli esiti di quest’abbandono; questo cattivo uso è sotto gli occhi di tutti ogni qualvolta si attribuisce solo alla natura, alla ineluttabilità del destino eventi prevedibili e annunciati, quali: la frana del Vajont, le alluvioni in Piemonte, Val d’Aosta, Genova, causate dalla cementificazione degli argini dei fiumi. 

Inizio a gridare Marta, Marta, il nome di mia figlia e insieme a Giovani, mio marito correndo tra i vetri rotti, raggiungiamo la sua camera, la prendo in braccio e ci mettiamo rannicchiati e attoniti, vicino ad un pilastro, sotto ad un trave del nostro appartamento al terzo piano di una palazzina di cemento armato degli anni ‘60.

Spesso ho riflettuto su cosa sarebbe potuto accadere alla mia casa e agli edifici di Avezzano, se si fosse verificato nuovamente un grande sisma, come quello del ‘15, come quello di L’Aquila, e ho immaginato tutto ciò di cui sono venuta a conoscenza adesso, a distanza di qualche giorno.

Oggi, Avezzano è una cittadina “ricostruita”, dopo la completa distruzione, senza regole architettoniche, alti palazzi di cemento armato attaccati a villini di due piani, senza regole di esposizione, di staticità, senza una distribuzione funzionale dell’edificato, in poche parole senza “urbanistica” – costruzioni che piano, piano fagocitano per speculazione il “vecchio”. Pensate: non c’è ancora un Piano di Recupero che tuteli il centro storico, così importante perché “monumento” della rinascita della città stessa-. Sembra che tutte le vicende dolorose del passato, il lutto venga superato da un effetto catartico della “ricostruzione” continua, del “tutto gnovo” come viene detto qui. E tutto viene ricostruito con quel sapore di nuovo, di lindo, di pulito che cancella i ricordi di povertà, della vita dura contadina e viene rivissuto in forma spontanea fidandosi del prossimo, ma quale? 

L’Architettura, questa scienza dimenticata che ha il compito di studiare la conformazione, le dinamiche fisiche, idrogeologiche, morfologiche ma anche sociali, economiche e politiche del territorio per programmare la migliore vita e sviluppo di questo, purtroppo non viene utilizzata.

I Piani Regolatori Generali, che dovrebbero raccogliere tutte le istanze territoriali, proprie e singolari di ogni luogo sono diventati delle zonizzazioni fatte in modo superficiale, decise da interessi del momento, che non nascono dallo studio scientifico delle effettive caratteristiche delle aree, ma dettano una serie di leggi burocratiche lontane dalla realtà che dovrebbero rappresentare.

Subito dopo, la bambina si sente male e vomita, siamo spaventati e Marta lo sente, non andiamo via poiché il moto nel frattempo sembra che si sia calmato, la laviamo e cambiamo; poi, accendiamo la televisione per vedere se qualcuno ci da informazioni su quello che sta accadendo.

Ma nulla, sono le 4:30, nessuna rete, nessuna istituzione, nessun tecnico, fisico, scienziato, giornalista ci informa. Era da Natale che quotidianamente ci avvisavano delle continue  scosse.

Un’altra scossa forte, un altro rumore sordo, gli oggetti della mia credenza vibrano, una bottiglia schizza via dal vassoio, vorremmo scendere in strada, ma è molto freddo, stringo a me la mia bambina, sento che la sua fronte brucia, ha la febbre, così incoscienti del pericolo, restiamo ancora in casa, sperando che non si danneggi.

Stringo Marta tra le braccia, non la lascio mai, lei parla con una voce flebile e dice: “aiuto, aiuto”. Marta ha ventitre mesi.

Penso alla nostra casa di cemento armato, spero che sia fatta bene e che resista, anche se so che potrebbe andare distrutta.

Sono le 5:00, finalmente Rai news 24, due giornalisti riferiscono della scossa delle 3:20, ma quello che avrei voluto sapere, non lo dicono, di che tipo di sisma si tratta, se ci saranno ancora a breve altri movimenti, se dobbiamo scappare, dove dobbiamo andare, no, nessun collegamento con la Protezione Civile, con un Centro di Monitoraggio dei sismi, con i Vigili del Fuoco, ma subito ci investe quel sadico gusto di voyeurismo che scava nella ricerca di morte, di terrore, che, purtroppo, va tanto di moda adesso.

Inizia così il grande show, il “Reality” più vero e catastrofico che abbiate mai visto!

Le reti Mediaset vanno avanti sino alle 8:00 del mattino con le loro programmazioni registrate, la Rai e Sky fanno la cronaca di quello che sta accadendo a L’Aquila, ma nessuno era preparato, i soccorsi non arrivano sino all’alba.

Dopo tanti mesi di ripetute scosse sismiche, verificatesi sempre nel territorio di L’Aquila, la gente doveva essere messa a conoscenza del pericolo,  doveva essere preparata ad evacuare velocemente gli edifici, la cittadinanza intera con l’assistenza della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco avrebbero dovuto avere un Piano di Evacuazione e averlo provato molte volte. Le tende della Protezione Civile dovevano essere già pronte e operative in un area sicura, in modo che tutti potessero anche aver già portato via le proprie cose. Le persone anziane residenti nelle vecchie case dovevano essere già evacuate.

Prevenzione; questo, in primo luogo significa convivere con i sismi, essere preparati, educati al comportamento della terra, della natura, vicini ad esso per continuare a vivere insieme.

In questi giorni di angoscia, spesso si è parlato di un fisico che aveva rilevato, attraverso lo studio delle emissioni di radon dal terreno, che un fortissimo sisma si sarebbe abbattuto nel territorio di Sulmona.

Nessuno ha ritenuto doveroso interrogare questa persona, nessuno si è detto, ascoltiamo quello che ha scoperto, verifichiamolo insieme, approfondiamo le sue ricerche, anzi colui è stato denunciato per procurato allarme, e ad oggi la Protezione Civile si giustifica ancora dicendo che egli aveva sbagliato il luogo dell’epicentro.

Sulmona è a pochissimi chilometri da L’Aquila, circa 40 km, che cosa è questa distanza quando si parla di terremoti? Sarebbe stato troppo oneroso provvedere a più piani di evacuazione per salvare vite umane? Magari a metà strada.

L’Abruzzo ma l’Italia intera sono territori in cui si concentrano molteplici ed intense dinamiche ambientali, quali: attività sismica, vulcanica, idrogeologica, franosa, alluvionale, e dovrebbe essere il nostro comportamento naturale saper gestire questi eventi nel modo più sicuro possibile, attraverso il monitoraggio continuativo di questi e lo studio e la ricerca di mezzi e tecnologie sempre più all’avanguardia per ridurre il rischio.

Un popolo civile deve mirare a questo se vuole veramente progredire e stare bene, investire sulla ricerca, sulla sicurezza, sulla tecnologia.

Eppure, noi Italiani siamo conosciuti nel mondo scientifico per il nostro importantissimo Laboratorio del Gran Sasso, dove si studia la materia oscura e si fanno scoperte fondamentali per la conoscenza dell’universo intero.

Dovremmo gareggiare con i Giapponesi nello sperimentare nuove tecnologie architettoniche anti-sismiche e non lasciare che muoiano le persone, i bambini, i nostri studenti, il nostro futuro.

Invece, l’INGV, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, i cui dipendenti versano in condizione di precariato, perché attualmente non percepiscono più dal Governo i fondi per la ricerca, negli anni ’90, dopo studi approfonditi suddivisero il territorio Italiano in 4 categorie di gravità sismica, L’Aquila, come tutto l’Abruzzo era categoria 1 e cioè ogni edificio avrebbe dovuto avere il massimo della sicurezza e l’applicazione di tutta la normativa anti-sismica, ma nel 2003, quando la Regione Abruzzo dovette definire la propria normativa anti-sismica, L’Aquila e l’Abruzzo intero passarono alla categoria 2, ovvero minor applicazione delle strutture anti-sismiche.   

Il cemento armato non è un punto di arrivo, questo è solo un tipo di tecnologia edificatoria, ma altri tipi potrebbero lavorare meglio e in maggior sicurezza per ogni diversa caratteristica territoriale, il legno sarebbe più adeguato in un territorio altamente sismico, per la sua elasticità, leggerezza, sicurezza.

Il mio Prof. di Tecnica delle Costruzioni, Ing. Antonio Michetti sostiene che il cemento armato, comunque monitorato continuamente, ha una vita media di 100 anni.

In televisione scorrono le immagini delle macerie, tonnellate di pezzi di cemento, di enormi travi, dalle sezioni di un metro e mezzo della Casa dello Studente, vedo che i tondini sono in quantità esigua e di sezione sottilissima,  dicono che sotto ci sono ancora cinque ragazzi o forse di più, ho un nodo nella gola, il dolore insieme alla rabbia per queste vite spezzate che guardavano al futuro; e ripenso a me, quando ero studente, ai sogni di ciò che avrei potuto fare una volta laureata, di ciò che avrei potuto creare, questi ragazzi avevano gli stessi sogni e credevano in un Italia migliore di quella che è oggi.

Adesso, è necessario ripartire, ricostruire, si, il più velocemente possibile per tutte le persone che non hanno più niente, per un territorio che deve vivere; ma è doveroso, non ripercorrere gli stessi errori, cercare di fare meglio, avere la forza e il coraggio di cambiare, di ricercare e sperimentare nuove tecnologie architettoniche.

Ripartire dalla conoscenza del proprio territorio, individuare le aree sicure, funzionali, in equilibrio con la natura ed il paesaggio, non rifare involucri, scatole dislocate casualmente.

Il patrimonio artistico architettonico di L’Aquila e dei paesi limitrofi è andato in gran parte distrutto, è bene iniziare a gestire questo patrimonio in modo diverso, ricostruirlo consolidandone le strutture, ma anche dandogli una funzionalità diversa.

Gli antichi edifici del centro storico di L’Aquila, non potranno essere più gravati nuovamente della destinazione a Polo Universitario, destinazione che necessita di spazi grandi e altamente tecnologici, è bene che si crei un Polo Universitario moderno, decentrato che abbia la capacità di accogliere il flusso di migliaia di persone.

I piccoli comuni dovranno dotarsi di Piani di Recupero dei centri storici, o comunque prevedere che anche le vecchie stalle crollate, che in gran parte ne compongono il tessuto edificato possano essere restaurate e destinate ad altre funzioni e non sottoposte a Piani Regolatori molto spesso inadatti, perché copie di altri Piani, di altre località.

In questi centri storici, la normativa prevede che non risiedano più animali per motivi d’igiene pubblico, ma poi, non permette di restaurare antiche stalle in pietra, con soffitti voltati, per farne delle abitazioni, perché i soffitti sono di 2,65 m invece che di 2,70 m previsti dagli standard abitativi applicati alla nuova edificazione.

E’ vero che deve esistere una normativa urbanistica ed edilizia di carattere generale, ma ogni luogo deve anche avere la sua particolare ed unica normativa che regoli e gestisca i caratteri singolari della vita, dello sviluppo, delle architetture e della storia del proprio tessuto urbano. Allora, significa che tutto l’edificato medievale di Siena, dell’Umbria, delle Marche non è abitabile perché i soffitti sono più bassi di 2,70m? Che tutti gli edifici antichi che caratterizzano i nostri centri debbano diventare delle cellule amorfe, versando in stato di abbandono per poi crollare, insieme a tutto il resto? 

L’Italia ha bisogno di una gestione intelligente e lungimirante del territorio e non di un insieme di norme che da una parte vietano interventi di recupero architettonico di qualità e dall’altra permettono l’abusivismo, la totale mancanza di architettura e un uso indiscriminato e legalizzato di cemento.

Lucia Proto