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Cosa ci regala l’Architettura?

28 Giugno 2017

Il museo dedicato all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema è un luogo carico di emozioni.

Non so se sia proprio il luogo, già di per sé denso di storia e avvenimenti drammatici, o se sia stato l’Architetto, o se semplicemente sia io facile alla commozione, fatto sta che la prima volta che ho visitato il museo ho sperimentato come in poche altre ituazioni una emozione molto intensa.

Il museo è una piccola opera semplice, in grado però di dare forma agli eventi esposti, e contemporaneamente a non scomparire come architettura; l’allestimento c’è, si vede, ma non sovrasta l’oggetto dell’esposizione.

Il suo messaggio è: “io oggi vi racconto una storia che è avvenuta in questo luogo”.

L’architetto è Pietro Carlo Pellegrini.

Ho chiesto il suo contributo.

L’architettura a cosa serve ?

poche parole dedicate all’architettura

Conosco cosa regala l’architettura, quando è architettura :
educazione,
emozioni,
curiosità,
amore,
conoscenza,
ricordi,
sogni,
bellezza,
piaceri ,
progresso,
crescita
e tanto altro…………

Conosco cosa regala l’ architettura , quando non è architettura :
disagio,
sofferenza,
ignoranza,
maleducazione,
depressione,
ribellione,
bruttezza
regresso
decrescita
e tanto altro………………

Per questo c’è bisogno di architettura e di architetti consapevoli e responsabili di tutto ciò che
l’architettura può regalare nel bene e nel male .

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Tempietto del Valadier a Genga

A cosa serve l’Architettura? – chiedere a chi fa domande

14 Giugno 2017

Domenico Fornarelli non è un architetto, non studia nemmeno architettura, ma ingegneria civile[trattino]architettura, che poi andrebbe bene lo stesso, sempre di quel mestiere si tratta, ma sai com’è, dietro l’angolo c’è sempre il puntiglioso pronto a puntigliosare, quindi bisogna essere precisi: mi dispiace Domenico, sempre studente di Ingegneria resti.

Detto tra noi chissenefrega.

Domenico è uno studente; il che quindi, va bene, per una ricerca come si deve bisogna diversificare, sentire le diverse opinioni, garantire pluralità.

Fin’ora con l’equità di genere sono un po’ scarso. Solo 4 donne coinvolte, ma comunque non zero. I giovani in effetti mancano all’appello.

Domenico sicuramente è anche un fotografo. Qui trovate alcuni suoi scatti.

“E i giovani? chi ci pensa ai giovani? vogliamo dare uno spazio anche a loro?”

(questa è la voce della mia coscienza che parla)

Si, si, va bene, penserò ai giovani, però non è questo il punto.

Il punto è questo:

Domenico fa domande.

Domande semplici, tipo:

Cos’è un modello?

Cos’è una nota?

Cos’è un valore?

Cos’è un’autentica?

 

Le pone semplicemente e lascia che i suoi contatti rispondano. Le risposte arrivano.

Per una volta ho voluto fargliela io la domanda.

A cosa serve l’Architettura?

L’Architettura serve l’Uomo
come la Terra il Geme:
proteggono la Vita,
che genera Futuro.

A cosa serve l'Architettura

 

L’architettura spiegata in un disegno

11 Giugno 2017

Roberto Malfatti è uno che si esprime con i disegni. Non la faccio tanto lunga e gli faccio la domanda, secca.

A cosa serve l’Architettura?

Risponde così, secco.

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Potrebbe bastare. Potrei lasciare tutto così, senza parole. Ma io sono un gaffeur naturale, mi viene spontaneo, e non so’ mai se e quando è il caso di fermarmi, o stare zitto; del tipo che chiede che gli venga spiegata una cosa, per sentirsi rispondere che se quella cosa deve essere spiegata è inutile spiegarla.

Quindi insisto.

Pascali – Non dai molta speranza al povero professionista contemporaneo. La cattedrale era il social network del medioevo. Oggi come si spiega la cosa?

Malfatti – Non esistono poveri professionisti contemporanei, anche oggi esistono professionisti che ci aiutano a vivere meglio tramite l’architettura perché conoscono le necessità umane, l’importante è che comprendano il passato e lo sappiano rinnovare, la Mezquita di Cordova aveva questo significato.

Gioco, set, partita per Malfatti.

A cosa serve l’Architettura? la risposta di LPP

10 Giugno 2017

Nel chiedere in giro a cosa serve l’Architettura, pongo sempre un limite per così dire “programmatico”, dare una risposta in 30 parole. Non si tratta di un limite rigido, infatti, come si vede dalle risposte che ho pubblicato, il limite è stato abbondantemente superato.

I limiti sarebbero fatti per essere superati, direbbe qualcuno. Ma qui non siamo in questo caso. Il limite delle trenta parole per me ha il significato di spingere il mio interlocutore a fare uno sforzo di sintesi. La sintesi in questa maniera diventa un metodo di ricerca. Si dice che solo se sai descrivere quello che fai in poche parole allora sai veramente cosa fai. Se poi si trasgredisce questo vincolo non ne farei una tragedia, anche la ricerca è fatta di imprevisti e insubordinazioni alle regole, ma alla lunga mi pare che questa elasticità si stia trasformando in un alibi.

Così ho chiesto aiuto a chi in queste cose è un maestro: Luigi Prestinenza Puglisi. Questa è la sua risposta.

L’architettura serve a prefigurare il mondo così come vorremmo che fosse: è sostanza di cose sperate, secondo la bella intuizione di Edoardo Persico.

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A cosa serve l’Architettura. Una ricerca che vada oltre il nulla

31 Maggio 2017

Diego Terna è stato il primo che ho contattato, letteralmente. L’idea di iniziare una serie chiedendo ad architetti ed esperti vari di dare una definizione alla domanda “A cosa serve l’architettura?” mi frullava in testa già da tempo ma era ancora un’idea molto vaga. Lo è tuttora, se avessi un’idea precisa di che risposta vado cercando non sarebbe una ricerca.

L’essenza stessa della ricerca che sto conducendo è di incontrare una risposta che sia efficacemente e incontrovertibilmente diversa da “a nulla”.

Insomma c’era questa idea, c’era una delle solite discussioni che si animano in rete, qualcosa di inutile, presumo, perché oggi non mi ricordo più, e non mi ricordo più nemmeno che commento avesse fatto Diego, tale da farmi pensare: cominciamo a domandare….

La risposta che mi ha dato di istinto è stata proprio “a nulla”. Ma forse neppure lui si è sentito soddisfatto, mi ha chiesto tempo. Forse in fondo l’essenza stessa dell’Architettura sta nella ricerca di una risposta che non sia “a nulla”.

Comunque sia ne è venuto fuori un piccolo gioco che prontamente vi rilancio.

“Premessa

La domanda è suggestiva ma, in fondo, equivoca. Siamo abituati a leggere e proporre definizioni (Cos’è l’architettura?), ma è difficile che qualcuno ci chieda la funzione “finale” dell’architettura.
La triade Vitruviana, in effetti, incorporava l’utilitas nella definizione stessa dell’architettura: come a dire che essa è quando, anche, serve.
E mi è subito balzato in mente un accostamento, magari banale ma in fin dei conti sempre suggestivo: il Piccolo Principe che descrive l’occupazione del lampionaio come utile, perché è bella, introducendo quindi un discorso funzionale all’interno di un concetto estetico.

Perché tirare in ballo la bellezza, quando questa parola è ormai preda della più fastidiosa retorica compiacente, soprattutto nelle narrazioni italiane?
Forse perché uno dei tre supporti della definizione vitruviana è, appunto, la venustas.

Risposta 1

L’architettura serve a migliorare, dal punto di vista della specie umana, la condizione ambientale nella quale essa vive.

Ho usato 19 parole, potrei aver vinto, credo.

Riflessione, problema

Mi sono, però, chiesto se nella immagine più sotto sia ritratta una architettura oppure no.
E’ un edificio abbastanza recente (non ha più di 15 anni), progettato da un architetto, che si trova a Milano, vicino alla stazione di Lambrate.

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E’ indubbio che questo edificio offra un riparo a chi vi abita e compia perfettamente con quanto definito poc’anzi: al suo interno la condizione climatica è differente da quella dell’esterno (e più corretta in base alle esigenze delle persone), gli estranei non possono entrare, ci sono migliorie tecnologiche che permettono una vita slegata dall’orario naturale (grazie all’elettricità si può lavorare-mangiare-leggere-… anche di notte) e, infine, definisce un rifugio invisibile al resto dell’umanità in cui comportarsi liberi da qualsiasi etichetta formale.

Eppure sono convinto che quella ritratta non sia una architettura.
E’ certamente una costruzione: se proprio devo definirla, direi che è edilizia.

Ecco, quindi il problema: l’edilizia offre, compiutamente, tutte le caratteristiche dell’architettura, rendendo la stessa superflua.
D’altronde, la quasi totalità dell’edificato nel quale viviamo è poco interessante, mal progettato e costruito, senza alcuna aspirazione. Eppure ci viviamo, senza crearci particolari problemi.

A cosa serve l’architettura, dunque? A niente, verrebbe da dire.
Per tutte le esigenze, rivolgersi all’edilizia.

Che, poi, è quello che fa la maggior parte delle persone e, spesso, delle istituzioni, quando c’è da fare dell’architettura: chiamare l’impresa, il geometra, l’ingegnere, il perito, il professore universitario e, magari, l’architetto, giusto in caso di velleità.

Risposta 2, allora

L’architettura è, o non è: al di fuori della sua definizione, essa è superflua.

Giustificazione, risposta 3

Il fatto che l’architettura serva o meno, dunque, non può prescindere, in un certo senso, dalla sua definizione. E in questa deve entrare un fatto estetico o, se vogliamo dirlo meglio, poetico, nel suo significato legato all’invento, alla composizione.

Entriamo nel campo dell’arte, nel luogo delle domande, più che delle risposte: l’architettura serve, allora, a mettere in questione lo spazio racchiuso entro una costruzione.

Offre riparo e delle migliori condizioni ambientali e climatiche, aumenta il valore dell’immobile, crea dibattito, subisce critiche positive e negative, porta ad un indotto turistico: a tutto questo serve l’architettura.
Ma serve, soprattutto, a porsi delle domande, a spostare dei limiti, a proporre innovazione (tecnica, artistica, linguistica), a coagulare, entro la propria conformazione fisica, gli intenti e le aspirazioni di un’epoca (la volontà dell’epoca tradotta nello spazio, diceva Mies van der Rohe).

E’ un fatto culturale, in ultima analisi, e per questo, al di fuori delle operazioni di marketing urbano, la sua utilità appare perlopiù debole, in un’epoca in cui le questioni culturali sono, nonostante tutto, tanto bistrattate.

Risposta 4

Ci riprovo, per l’ultima volta.
L’architettura serve a migliorare, poeticamente, la condizione ambientale nella quale la specie umana vive, mettendo in questione lo spazio racchiuso entro la sua costruzione.
Che è quello che stanno provando a fare i ragazzi ritratti nella foto.

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Smentita

Quella precedente è la risposta che forse volevi, ma, ripensandoci ancora, è sbagliata, perché, infine, è sbagliata la domanda.
Tu sei architetto, sai di cosa stai parlando; nella tua richiesta è implicito, credo, una volontà di distinguere la buona architettura dalla cattiva. E’ chiaro che la costruzione di una modificazione all’ambiente è architettura: che sia interessante o meno fa parte di un giudizio critico raffinato.

Quindi, smentisco tutto ciò che ho detto prima ma, anche, lo confermo, contemporaneamente.
Vedi tu come usare le varie, possibili, risposte.”

Insomma se volete difendervi dal nulla, o semplicemente volte usare una delle possibili risposte, questi sono i link al sito dello studio di Diego e alla pagina Facebook.

L’Architettura e la presa di coscienza secondo Cristina Senatore

27 Maggio 2017

“Non si può capire un processo arrestandolo. La comprensione deve fluire col processo, deve unirsi ad esso e fluire con esso. Il sapere è un’avventura senza fine ai confini dell’incertezza. Non c’è mistero nella vita umana. La nostra vita non è un problema da risolvere, ma una realtà da sperimentare.” (F. Herbert – Dune)

Ho conosciuto Cristina Senatore in occasione di Gran Touristas, una performance collettiva giocata attraverso i social network in occasione della 13.ma Biennale di Architettura di Venezia.

GT è stato un tentativo unico ed estremamente sperimentale di sfruttare la potenza connettiva dei social network per aggregare conoscenze e competenze cercando di metterle al servizio di qualcos’altro in maniera fluida e completamente auto-organizzata.

Cosa succede se riunisci in un gruppo un migliaio di personaggi creativi (architetti ma non solo) e gli chiedi di costruire un atlante delle singolarità e dei fenomeni culturali, analogici o digitali, più interessanti rintracciabili nel territorio italiano?

Cosa succede se lasci che attorno ad una idea di fondo si sviluppino decine di progetti narrativi collaterali che integrano e rilanciano su diversi canali comunicativi quel progetto, fino alla conclusione finale alla Biennale dove il progetto iniziale finisce quasi per scomparire, diluito nel moltiplicarsi narrativo?

Cosa succede se lasci che il gruppo sviluppi liberamente una discussione sempre più animata tra singolarità creative e comunità auto aggregate?

Oggi è abbastanza facile immaginare il tipo di reazione esplosiva che genera in rete una battuta infelice, o studiatamente polemica, di un qualsiasi politico o personaggio noto. Basta associare la parola migranti a Salvini che la rete si scatena. Se poi vogliamo circoscrivere il campo agli architetti le parole magiche sono Fuksas e Nuvola. Ecco, immaginate quel livello di reattività e interattività li, solo che condotto e prodotto da un gruppo di creativi animati dalle mille suggestioni e intrecci che emergevano dalla ricerca di senso e valore materiale e immateriale, in Italia. Un gruppo che liberamente costruiva un elenco di luoghi, personaggi, associazioni, oggetti, tradizioni orali, culinarie, cimeli, luoghi della memoria collettiva ma anche disastri urbani e cinepanettoni, qualunque cosa degna di nota, che fosse associabile a un link o che valesse la pena di essere raccontata, veniva raccolta e triturata nel calderone del gruppo; spesso non senza passare attraverso feroci discussioni e infiniti commenti.

Ognuno era libero d partecipare come meglio credeva a questo gioco, chi portava conoscenza, chi competenza, capacità di disegno o di ricerca, chi semplicemente si limitava a raccontare quello che avveniva all’interno del gruppo.

Questo è il link al gruppo, ma oggi piange il cuore vedendo che è diventato un gruppo di sterili promozioni di eventi o iniziative personali senza più la forza di innescare quella vertigine dialettica. Questo è il Tmblr. Questo è un video tratto dal finissage che racconta un po’ il corso degli eventi e soprattutto racconta cosa e il GT Box.

In questo gruppo Cristina, da grafica, è emersa sviluppando un metodo di restituzione per immagini molto efficace e insieme molto suggestivo.

La stessa Cristina definisce bene il senso del processo produttivo che ha seguito.

“se li riguardo adesso vedo che sono disegni surreali, forse ingarbugliati, come sogni. fu un bel esperimento per me, da allora mai più ripetuto.. i disegni erano quasi una scrittura automatica. scaturivano da corto circuiti continui che si verificavano fra le persone che partecipavano alla discussione alla quale io assistevo. sono sempre stata convinta che il ritmo (velocissimo) con cui tutto avveniva (decine di persone si parlavano tra loro contemporaneamente) fosse stato importante nella produzione di questi disegni. io disegnavo spesso sulle conversazioni mentre avvenivano e quando loro finivano di parlare io postavo il disegno. non avevo il tempo di fermarmi sul disegno e l’errore, l’imprecisione, talvolta l’equivoco, diventavano maglie del disegno… i miei ricordi e le loro ossessioni, le mie immagini e loro dubbi e desideri, le paure.. tutto confluiva in un’immagine che prima di quel momento per me non era mai esistita… io scoprivo il disegno alla fine, come tutti gli altri. non disegnavo con l’intenzione di fare un determinato disegno… il disegno sgorgava.”

Insomma il processo creativo di Cristina, e lo potete riscontrare anche nella sue opere più “meditate” è a tutti gli effetti un processo di percezione e restituzione della realtà, dove la realtà scorre, fluisce e si trasforma dinamicamente, intrecciando senso e suggestioni, misura e frattura dei fenomeni.

Qui trovate le opere prodotte in quell’occasione.

Dichiaro quindi che sia venuto il turno di Cristina Senatore, nel provare a spiegarci: a cosa serve l’Architettura?

Questa è la risposta; ho cominciato a smettere di fare rispettare il limite delle trenta parole anche se tra le righe qualcosa ancora si intravede…..

“Un giorno mi sono ferita al terzo dito del piede sinistro. Un bel taglio profondo, un dolore acuto. Dopo lo shock iniziale ho incominciato ad “usare” quel dolore per conoscermi meglio, ci ho viaggiato dentro con il pensiero, ci ho spostato sopra la sensibilità del corpo, cosa che mi rendevo conto di non avere mai fatto fino ad allora. Eppure di quel dito disponevo da che ero nata. Disponiamo di un intero corpo però la nostra sensibilità epidermica è concentrata continuamente solo in alcuni punti… nel palmo delle mani, sui polpastrelli, lungo le piante dei piedi, sulla punta del naso… il resto del corpo lo usiamo senza essere particolarmente sensibili a quello che avviene. L’architettura è come una ferita, è quell’accadimento nel vuoto che ci fa prendere coscienza dello spazio e ce ne fa fare esperienza. Non accade da sola l’Architettura, non è naturale, non piove dal cielo, va costruita. È dove sono le persone, la costruiscono le persone per altre persone, da sola, l’Architettura, serve a niente, non ha ragione, né possibilità di esistere.

Dunque l’Architettura viene costruita, ed è una costruzione abitabile, ovvero le persone possono entrarvi e svolgervi le loro funzioni. Tuttavia non è solo un edificio che contiene e ripara le persone e consente loro di svolgere in maniera confortevole e protetta le attività che desiderano o che hanno bisogno di svolgere, è qualcosa di costruito che completa l’uomo. Una occasione per l’uomo di trasferire nella materia le forme che concepisce nel pensiero. Non una forma vuota! Una forma impregnata di intenzioni. Quando l’uomo costruisce l’architettura applica la sua esperienza, la sua intelligenza, la sua sapienza tecnologica e il suo pensiero politico, le sue aspettative sociali, applica al mondo la sua visione del mondo, lo plasma. L’Architettura completa l’uomo perché lo orienta, lo condiziona, lo asseconda, lo ostacola. Consente all’uomo di fare dello spazio una esperienza sensoriale di profonda bellezza (o di terribile disagio), provoca in lui domande, sprona la sua curiosità, ne indirizza le azioni e le visioni, sollecitando modus vivendi. Suggerisce e fornisce punti di vista. L’Architettura creata dall’uomo per l’uomo connette le persone fra loro oltre i limiti del tempo, consente l’intersezione dei pensieri e il contatto fra sensibilità diverse. L’architettura segue le evoluzioni (o le involuzioni) dell’uomo.

L’Architettura divide gli uomini in due tipi di uomini: gli architetti e i non-architetti.
Gli architetti sono coloro che studiano per acquisire le conoscenze e le competenze necessarie alla progettazione e alla costruzione dell’architettura e così facendo ottengono il privilegio di dare forma allo spazio abitabile del mondo. I non-architetti sono coloro che nella vita abitano le architetture che progettano e costruiscono gli altri.

Penso, sono convinta, che il mondo intero, sia modificabile a partire dal rapporto fra architetti e non-architetti: quando i primi la smetteranno di abusare del loro privilegio di potere progettare spazi per i secondi favorendo solamente il proprio pensiero e troppo spesso compiacendo il proprio ego, escludendo o riducendo al minimo il confronto con i secondi, e quando i secondi capiranno che per ottenere dallo spazio la migliore soluzione abitativa (in senso lato) devono affidarsi ai primi, rinunciando a fissazioni e preconcetti e disponendosi a fare una esperienza che possa modificargli (migliorandogliela) la vita, ci troveremo davanti ad un mondo con una qualità architettonica elevata e diffusa in ogni contesto e ad una umanità fatta di individui che avranno imparato a sfruttare la straordinaria possibilità di stringere alleanze fra loro, riducendo al minimo i conflitti per viaggiare velocemente e serenamente verso una civiltà più evoluta dal punto di vista sociale e culturale nella quale sia ristabilita la fiducia nell’uomo e fra uomo e uomo. Insomma una revisione del rapporto fra architetti e non-architetti potrebbe portare ad una Architettura diversa, in grado di migliorare la qualità della vita umana e la sua presenza nell’universo vivente.
Gli architetti non devono imporre la “loro” Architettura, i non-architetti non devono subire passivamente l’architettura progettata e messa al mondo da altri. All’Architettura dovrebbero potere partecipare tutti, apportare tutti la loro esperienza, perché riguarda tutti!”

Questo è il disegno creato apposta per questa occasione, credo….

disegno per giulio pascali

Intervento grafico su dipinto “madonna della misericordia” di Piero della Francesca

Quando l’Architettura è tradimento, nel senso di trasmissione

20 Maggio 2017

ipertesto [i-per-tès-to] s.m. inform.

Insieme strutturato di informazioni, costituito da testi, note, illustrazioni, tabelle ecc., collegate fra loro da rimandi e collegamenti logici

Vilma Torselli è un architetto che mi è capitato di incontrare nei diversi blog che animano la critica architettonica.

Non solo. Vilma è animatrice, e responsabile, del blog artonweb; un sito che spazia, e il termine spazia è eufemistico, in tutti gli ambiti dell’arte. Trovo che i suoi articoli (e commenti) siano sempre molto calzanti, sempre dei piccoli saggi esemplari, brevi citazioni, spunti di riflessione che rimandano ad altre riflessioni. Avete presente il muble mumble? quella condizione di pensieroso rimuginare che ti capita quando leggi una cosa che ti dà da pensare, quella cosa che hai letto e ne hai colto un primo significato, ma già da subito capisci che c’è qualcos’altro, che quello spunto riguarda altre cose, che ora non cogli, ma dopo, magari in un momento in cui ti eri scordato tutto, ricollegherai ogni cosa.

Leggere un articolo di Vilma è come ritrovarsi al centro di un groviglio di pensieri collegati tra loro. Leggere un suo articolo, o un commento ad un altro articolo, è una esperienza in tutto e per tutto ipertestuale…..

Quindi che ne dici? Ti va di rispondere alla domanda: A cosa serve l’architettura?

– Serve a significare, a dare senso, al nuovo come al vecchio, a ciò che già esiste come a ciò che ancora attende un progetto, e fornirci una mappa con infinite visioni del mondo con la quale esplorare uno spazio-tempo fisico e mentale dai confini labili ed incerti, diversi per ciascuno di noi, a seconda che siamo norvegesi o fiamminghi o inglesi o lapponi. E pur sapendo che “la mappa non è il territorio”, quella mappa ci orienta sulle tracce di altri luoghi, altri tempi, altri uomini, altri destini, attraverso necessari tradimenti (‘tràdere’, radice etimologica anche del vocabolo ‘tradimento’, vuol dire ‘consegnare’, ‘trasmettere’) ed inevitabili abbandoni.
E se ‘fare architettura’ significa un ‘fare’ che ha la propria essenza nel suo stesso farsi, lungo un percorso poetico (o poietico) che, suggerisce l’aggettivo, è letteralmente una vera e propria poiesis, identificabile nella inesauribile spinta umana all’azione, allora la domanda sottende, a monte, un’altra domanda, “Cos’è l’architettura?”
Per la risposta voglio prendere a prestito la sintesi mirabile che ne fa Adolf Loos in 37 parole profondamente umane e commoventi: “Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”

 

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La foto è tratta dall’edizione della biennale di Venezia del 2014 curata da Rem Koolhaas, “Fundamentals”, “una Biennale sull’architettura, non sugli architetti [……] una panoramica globale dell’evoluzione dell’architettura verso un’unica estetica moderna”. Mi è sembrato che questa infilata di finestre di varie epoche e di vari stili, un simbolico ‘scavo’ fino alle fondamenta dell’architettura in una ricerca introspettiva su sé stessa, potesse in qualche modo rappresentare il ‘fare’ degli uomini di tutti i tempi attorno ad un’architettura che riparta dal grado zero ed esprima “il potere collettivo dell’architettura”.
Capisco che sia criptico il legame con il mio commento, dove, alla fine, intendevo dire che l’architettura è il prodotto del fare, non è né privata né pubblica, né antica né moderna, né bella né brutta, ricordando Umberto Galimberti quando dice “Architettura è una parola greca, e quindi non ignora la complessità. Essa rinvia al tecnico (tékton) che dà avvio, dà inizio, incomincia (árcho) qualcosa. La temporalità è già nella radice della parola. Dare inizio a qualcosa significa infatti immettersi nella trama del tempo”.

NB – Sull’Architettura come tradimento vi rimando alla definizione di Raffaele Cutillo, sulla contrapposizione tra Pubblico e Privato vi rimando a quella di Cristina Donati.