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Catanzaro – la burocrazia e le nozze con i fichi secchi

13 ottobre 2017

Per gli amici la norma si interpreta per i nemici si applica. (anonimo)

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Quanto scalpore per una sentenza!

Il consiglio di Stato ha decretato che si, è possibile appaltare un incarico pubblico a titolo gratuito. Ancora meglio, il vantaggio immateriale, quello derivante dall’arricchimento del curriculum, può essere a tutti gli effetti considerato un compenso.

Una affermazione aberrante e inaccettabile, va detto chiaramente. Lo stato, le istituzioni che dovrebbero tutelare l’esercizio professionale, una tutela garantita costituzionalmente, hanno elevato al rango di prestazione il “disegnetto della signora mia” e hanno stabilito che il lavoro può tranquillamente non essere pagato; né più né meno del privato cittadino quando chiama l’architetto: “che cé vo’? basta ‘n idea”. E si noti che non stiamo parlando di una prestazione come potrebbe essere uno stage formativo; stiamo parlando di un prodotto per il quale si richiede una elevata competenza ed esperienza.

Si chiede a un professionista esperto di lavorare ad un progetto estremamente impegnativo, sostenendo che il suo compenso possa essere l’esperienza. Piove sempre sul bagnato, a quanto pare.

Così, con il curriculum arricchito di questa esperienza potrà ottenere altri incarichi….. gratuiti ma portatori di esperienze.

Come si dice? L’esperienza è la somma delle fregature. Ah, ora è chiaro.

In fondo cosa ci si può aspettare da un sistema culturale  dove l’architetto viene coinvolto per farsi “fare un disegnino”, o “giusto per avere un’idea”; dove “per risparmiare” si rinuncia a pagare il professionista e si chiama direttamente l’impresa chiedendogli anche il progetto (che è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono….).

Cosa ci si può aspettare se lo stesso presidente di un Ordine Professionale invita i professionisti a inviare disegnetti?  cosa ci si può aspettare se nel centro di Roma la sistemazione di uno di luoghi più importanti e nevralgici del centro storico (piazza San Silvestro) viene affidata a titolo gratuito?  Cosa ci si può aspettare se poi avviene lo stesso con 7 noti progettisti che si prestano senza battere ciglio alla gratuità della prestazione per Via Giulia (intervento che poi guarda caso è rimasto lettera morta….)? e se lo stesso metodo viene seguito dal progettista più famoso di tutti? se persino Renzo Piano viene preso in considerazione per incarichi gratuiti? Tutto senza che nessuno sollevi alcuna obiezione…..

In fondo lo ha detto chiaro e tondo il Consiglio di Stato.

L'”aspirante contraente” può, secondo la sentenza, trovare convenienza “non già da un’utilità economica, ma solo da un’utilità finanziaria: perché l’utilità economica si sposta su leciti elementi immateriali inerenti il fatto stesso del divenire ed apparire esecutore”.

C’è da dire che questa sentenza ha un aspetto positivo. La sentenza non è ripetibile; non si tratta di un parere che potrà essere applicato anche ai prossimi bandi.

Fortunatamente il caso di Catanzaro costituisce un Unicum.

Lo stesso Capocchin, nel micidiale botta e risposta con il dirigente del Comune di Catanzaro (arch Lonetti) ha chiarito che si tratta di una sentenza non generalizzabile. La sentenza si riferisce all’applicazione di una norma antecedente a quanto previsto dall’attuale Codice degli Appalti.

Dal sito Lavori Pubblici:

la sentenza fa riferimento ad un caso pre-correttivo al Codice dei contratti. Il D.Lgs. n. 56/2017 (c.d. Decreto correttivo) modificando l’art. 24, comma 8 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) obbliga, di fatto, le stazioni appaltanti all’utilizzo dei corrispettivi previsti dal D.M. 17/06/2016 come base di riferimento ai fini dell’individuazione dell’importo a porre a base di gara dell’affidamento.”

Insomma si tratta dell’applicazione di una norma ormai superata.

Una situazione paradossale, se si pensa che in queste ore si stanno mobilitando tutte le istituzioni rappresentative degli Architetti (dall’Ordine di Catanzaro al CNA fino ai sindacati e Inarcassa). Una mobilitazione che mai si era vista prima; un coro unanime di protesta.

“mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta” (cit. famoso cantautore genovese)

Una protesta che può sembrare eccessiva, quindi?

Il fatto è che questa storia non ha evidenziato un problema normativo, ma un problema culturale.

Ha messo nero su bianco la metodologia diffusa con cui sono amministrate le nostre città: un metodo che privilegia la visione burocratica e meramente contabile e lascia sistematicamnete in secondo piano la visione complessiva del sistema urbano.

Su questo sono illuminanti le parole dell’arch Lonetti.

“Sin dall’inizio non ho avuto alcun dubbio sulla legittimità del procedimento portato avanti nel ruolo di dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Catanzaro insieme al collega architetto Fregola. Nel nostro ruolo di funzionari della Pubblica Amministrazione, abbiamo approfondito la normativa vigente soprattutto con riferimento al principio di concorrenza e libertà di mercato, principio cardine dell’Unione Europea. Il procedimento è stato gestito con la massima trasparenza e correttezza amministrativa nell’assoluto perseguimento dell’interesse pubblico, infatti, per garantire ulteriormente l’amministrazione comunale, abbiamo ritenuto, prima di indire il bando,  di chiedere specifico parere alla Corte dei Conti incidendo tale procedimento sul contenimento della spesa pubblica […]”

La posizione è chiara. Traspare l’orgoglio del burocrate, il funzionario pubblico che conosce alla perfezione le procedure e sa come muoversi all’interno del sistema burocratico. Sa che la legge è complessa per definizione, sa che in bando di gara non c’è nemico peggiore di un banale ricorso al TAR; sa anche bene che questo bando è portatore di possibili contestazioni, quindi si tutela, chiede il parere preliminare, si preoccupa di scrivere un bando che sia inattaccabile sotto ogni punto di vista legale, ecc.

Infatti alla fine il Consiglio di Stato gli da ragione. Non avevamo dubbi. E’ il problema che denunciamo tutti da sempre. La professione, ovunque si eserciti (da professionista o da funzionario pubblico) è diventata una sterile sequenza di adempimenti normativi e burocratici.

Privilegiamo la forma (burocratica) rinunciando a dare una forma (urbana) alla città.

Ma la qualità urbana non si misura con la carta bollata. Purtroppo, come si vede, siamo nel mezzo di un conflitto tra chi vorrebbe che le città fossero amministrate secondo un pensiero organico e chi, sostanzialmente, se ne frega: basta che le carte siano a posto.

Stanno vincendo loro.

Più avanti il pensiero dell’arch Lonetti diventa ancora più esplicito, laddove secondo la sua opinione questa gara:

“garantirà un risparmio di almeno seicentomila euro al Comune di Catanzaro; risparmio da cui trarrà beneficio la comunità catanzarese in quanto le ridotte risorse economiche disponibili, considerata la nota carenza finanziaria di tutti i comuni, saranno utilizzate per interventi urgenti di messa in sicurezza delle scuole, delle strade o di un miglioramento del decoro urbano.”

Ed ecco a voi sintetizzato il pensiero burocratico/contabile che guida la gestione del territorio di un comune come Catanzaro. Nessuna visione complessiva, nessuna prospettiva, nessuna capacità di andare oltre il semplice calcoletto contabile.

Il Comune di Catanzaro avrà rispramiato seicentomila euro per fare un nuovo asilo nido o una strada, ma quanti ne spenderà l’amministrazione se la posizione di quell’asilo, o di quella strada (individuati da un piano regolatore) sarà sbagliata?

Quanto danno economico subirà la comunità catanzarese se le scelte di questo piano saranno dettate da motivazioni diverse da quelle del bene collettivo?

Quali garanzie può dare un fornitore che vende sotto costo i propri prodotti con azioni che si configurano come tipiche del Dumping?

Quale vantaggio ha il Comune di Catanzaro a richiedere ai propri professionisti una esposizione economica così sproporzionata (rinunciare, ovvero secondo la logica del Comune, investire seicentomila euro nella speranza di ottenere in futuro altri incarichi più remunerativi)? Quale tipo di professionista può permettersi di rinunciare a un simile compenso? quale tipo di professionista ha la convenienza a svolgere un lavoro così complesso rinunciando ad un compenso?

Il Comune di Catanzaro, come ritiene di poter garantire la partecipazione al bando dei migliori professionisti, ovvero quelli che hanno già molta esperienza e competenza, se il compenso previsto è basato principalmente sulla possibilità di fare esperienza?

Quali garanzie ha il Comune di Catanzaro per preservarsi dal fatto che il professionista che offre le sue prestazioni a titolo gratuito non sia maggiormente esposto alle pressioni economico finanziarie che inevitabilmente caratterizzano questo genere di incarichi?

Sono tutte domande che non hanno una risposta semplice; nè si può sostenere in maniera aprioristica che i colleghi che si sono aggiudicati la gara (guarda caso unici partecipanti, alla faccia della concorrenza) non svolgeranno in maniera ineccepibile il loro incarico. E’ tuttavia chiaro che le modalità con cui è stato impostato questo bando mettono in evidenza l’ingenuità culturale, la stolta furbizia, di chi pensa di poter ottenere un risultato o un prodotto di qualità senza attribuirgli il giusto valore.

Insomma sembra proprio che l’Amministrazione comunale di Catanzaro si sia convinta di poter fare “le nozze con i fichi secchi…..”

L’accordatura del liuto

28 agosto 2017

Una cosa che non mi piace è il termine “cervello in fuga”.

Non lo capisco, non capisco il termine “fuga” associato a persone che semplicemente sono alla ricerca di un posto dove esprimere il loro talento, o se non altro di metterlo alla prova.

Da una parte la fuga presuppone uno scenario dal quale fuggire; su questo possiamo parlarne, c’è poco da difendere in questa Italia che rende tutto difficile.

Dall’altra l’atto del fuggire finisce per conferire una connotazione negativa anche a chi compie l’atto. Quasi che la colpa della situazione disastrosa da cui ci si vuole allontanate sia un po’ proprio di chi va via; chi fugge è in fondo un traditore, un mancato eroe che non combatte a costo della sua incolumità per difendere il bastione. Anche quando il bastione è indifendibile.

La trovo una stucchevole retorica, miope, che non tiene conto della complessità del fenomeno. Una persona che “emigra”, accumula un bagaglio di conoscenze e una visione più ampia, diversificata, di come funziona il mondo. Questo bagaglio porta valore aggunto per tutti.

Persone che portano esperienze fuori dall’Italia, ma anche persone che in diverse maniere poi riportano in Italia le esperienze che accumulano fuori.

Persone che inoltre rappresentano, nel bene e nel male l’Italia; e se fanno bene all’estero portano prestigio anche per chi rimane.

Persone che oltreuttto sono sempre più numerose….. 250.000 l’anno, più di quanti arrivano.

Persone che hanno avuto la capacità e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare il loro talento, e magari poi riportarlo tra noi.

Soprattutto persone che evidentemetne vivono nel mondo, che non limitano la lora esistenza, ed appartenenza, ad un vincolo geografico. Persone che sanno essere parte attiva di questo mostro sconosciuto che per molti è la globalizzazione.

Una di queste persone è Mattia Paco Rizzi, che si definisce “architetto artista“, che per sviluppare la sua idea di architettura si è trasferito a Parigi, e che sta comunque cercando di portare la sua esperienza in Italia.

Queste sono le sue 30 parole su “A cosa serve l’Architettura”

Accordatura di una dinamica, pulsazione fisica, vibrazioni di spazi: risonanza.
Condivisione di obiettivi, costruire per costruirsi, spazio pubblico: comunità.
Scultura e funzione: alchimia.
Architettura fatta a mano: Liuteria dello spazio.

 

https://borda.deviantart.com/art/While-My-Guitar-Gently-Weeps-630026597

Adrian Borda  “While My Guitar Gently Weeps”

 

 

 

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?

18 luglio 2017

Sollecitato a fornire una risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura? Santo Marra, dello studio Sudarch, nonché attivo collaboratore di Amate l’Architettura, mi ha inviato una breve riflessione su un lavoro che sta sviluppando.

Al netto dell’architettura autoreferenziale, fuori da giudizi di valore, è necessario capire qual è oggi la sua missione: è uno striscione per turisti? È un privilegio dei benestanti? O uno strumento per migliorare la qualità della vita?
Convogliando l’architettura e i processi di significazione che porta con sé in quelle aree che ne rappresentano la periferia tanto urbana quanto sociale, economica?

Da qualche tempo lavoro a un progetto che riguarda la periferia nord di Reggio Calabria: Arghillà. Un quartiere ideato, progettato, realizzato come ghetto, in un’operazione certo anacronistica, eppure incontrastata. Governa la criminalità diffusa, l’abusivismo, il commercio di droghe e affini: è luogo di discariche urbane. Ad Arghillà nessuno conosce la parola architettura.
Il lavoro che stiamo facendo sul territorio – con l’aiuto della parte sana che non ci sta – è principalmente di comprensione, al fine di calibrare delle proposte che coniughino le nostre sensibilità (piccole o grandi) architettoniche e la riqualificazione (ambientale, sociale, funzionale, ecc.) dell’area, nella consapevolezza che non ci possa essere legalità senza qualità urbana (architettura compresa) e viceversa.
Purtroppo il tema dell’architettura, per l’appunto, lo stiamo ponendo noi, non è richiesto né dal comune, né dai cittadini, non interessa alla città.

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Quindi?

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?
Nella sfida ipotetica di spiegarglielo provo a dire loro che l’architettura è un “bene comune”.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per i cosiddetti “beni comuni”: coinvolge tecnici, politici e soprattutto cittadini, con interpretazioni molto varie. Ma cosa sono i “beni comuni”, non sono forse quei beni che migliorano la qualità della vita dei cittadini e arricchiscono la comunità? Sono i beni ambientali come l’aria, la terra, i boschi, l’acqua, la salute quindi la sanità, i servizi sociali, il lavoro, ma anche la legalità, la sicurezza, l’istruzione, la conoscenza… certo il patrimonio culturale e artistico. Perciò anche l’architettura.

Nel linguaggio corrente i beni comuni sono spesso ricevuti in una dimensione non concreta, ma concettuale. Nei laboratori di quartiere avviene il contrario: la dimensione percepita è la concretezza, a partire da questioni d’emergenza, quali degrado e abbandono, rifiuti e inquinamento, criminalità e sicurezza. Facile comprendere come l’architettura appaia tutt’altro che una volontà primaria. Però, proseguendo per lo stesso ragionamento, è possibile affermare che la mancanza di architettura, cioè la bruttezza delle città, rientra tra le questioni prioritarie da affrontare per la riconquista della bellezza come “bene comune”.
L’architettura allora si configura come uno dei possibili strumenti, forse l’unico in grado di risolvere l’emergenza in una rieducazione della città: dispositivo di intervento a partire sia da un concreto che da un astratto al fine di realizzare la piena disponibilità dei beni comuni, educare alla totalità associativa dei vari termini.

 

In allegato la foto di un masterplan partecipato, dove poniamo ai cittadini questioni architettoniche non come fine ma come mezzo e metodo per governare il processo di rigenerazione.

Green StratUp TAV SINTETICA

A cosa serve l’Architettura? – Il riepilogo

17 luglio 2017

Riporto qui la lista degli articoli della serie.

Le regole del gioco, disattese dai più, sono semplici.

  • Rispondere alla domanda: “a cosa serve l’Architettura?”
  • Farlo utilizzando non più di 30 parole.
  • Aggiungere (almeno) una immagine, una foto o un disegno che esemplifichi il pensiero.

Di seguito la lista, che sarà aggiornata di volta in volta, di tutti i contributi.

Mattia Paco Rizzi, l’accordatura del liuto.

Luca Silenzi, fortunate coincidenze.

Cecilia Anselmi, l’intelligenza collettiva.

Santo Marra, la disponibilità del bene comune.

Gianluca Adami, la forma.

Aldo Canepone, la tensione dialogica.

Giulio Paolo Calcaprina, la coerenza.

Davide Vargas, la responsabilità.

Pietro Carlo Pellegrini, il regalo.

Domenico Fornarelli, il Geme.

Giorgio Mirabelli, il sangue che ci costa.

Roberto Malfatti, la Mezquita.

Luigi Prestinenza Puglisi, la Speranza.

Diego Terna, la ricerca.

Alfredo Giacomini, l’urgenza dell’Architettura.

Cristina Senatore, la consapevolezza.

Vilma Torselli, l’ipertesto.

Guido Incerti, la guida.

Vita Cofano, la sinteticità.

Emmanuele Jonathan Pilia, atti vandalici.

Stefano Nicita, la spiritualità.

Cristina Donati, spazio pubblico vs privato.

Raffaele Cutillo, il tradimento.

qui riporto alcune delle immagini di supporto fornite

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Disegno di Raffaele Cutillo. “La casa la voglio sospesa sul mare”. Omaggio a Malaparte, Gennaio 2016

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Cristina Senatore. Intervento grafico su dipinto “madonna della misericordia” di Piero della Francesca

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Roberto Malfatti. La Mezquita di Cordova

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Cecilia Anselmi. Collage n.03 | I Pilastri del Potere.

"Hypercantilever", concept, Spacelab Architects 2017.

“Hypercantilever”, concept, Spacelab Architects 2017.

L’Architettura è tensione dialogica

10 luglio 2017

Confesso che non conoscevo l’arch Canepone. Per niente.

Questa ricerca è una sequenza di confessioni, dovute principalmente alla mia gigantesca ignoranza; ci sono colleghi espertissimi di tutto quello che è stato scritto, pensato e prodotto nella storia dell’architettura; ci sono colleghi super informati su ogni novità, nuovi prodotti, nuove realizzazioni, nuovi architetti o architetti meno nuovi ma non conosciuti al grande pubblico. Colleghi con le idee chiare.

Io non sono uno di loro.

Non lo dico per snobismo anti culturale. Non faccio parte di chi mitizza Fantozzi che esclama “è una cagata pazzesca!” ridicolizzando gli intellettuali. Anzi, i portatori di conoscenza, gli euruditi, sono la struttura portante dell’evoluzione e dell’innovazione. Non c’è ricerca senza conoscenza; quando si difetta di conoscenza tocca rubarla da chi ne ha in abbondanza.

Per questo per la mia ricerca ho deciso di coinvolgere gli altri; per questo punto a diversificare le fonti, i personaggi da coinvolgere.

Per questo il mio metodo (la mia linea editoriale) finisce con l’essere un po’ casuale, potremmo definirla una ricerca psicogeografica (e con questo sotto sotto, vi dico che un po’ di erudizione, nonostante gli sforzi, mi resta incrostata sulla pelle); navigo a vista, sia perchè non sono partito con una idea precostituita della risposta che mi aspetto, sia perchè più vado avanti e più mi rendo conto di navigare in mezzo ad una nebbia fitta. Gli articoli che pubblico non sono altro che apparizioni nella nebbia.

In questo contesto accolgo molto volentieri i suggerimenti degli amici; non è quello che si fa spesso quando si parte per un viaggio? si chiede tra gli amici qualche suggerimento? ma anche durante i viaggi, le scoperte migliori si fanno chiedendo sul posto, raramente si rimane delusi.

Ecco quindi che è saltato fuori Aldo Canepone, segnalato da una collega/amica di Amate l’Architettura.

Chi lo conosce mi assicura che la sua prosa rispecchia il suo carattere rigoroso e accurato, riscontrabile nella sua attività didattica.

La sua risposta “ufficiale”, 32 parole compresi gli articoli, è una poetica dichiarazione d’amore per l’Architettura e la sua disciplina… Eccola:

…l’architettura serve a far crescere un fiore nel deserto materiale… è una tensione dialogica tra disciplina e contesto espressa con sensibile coscienza…fiducioso angelo che accompagna il pensiero e l’azione…

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Aldo Canepone – l’angelo posato sull’architettura, presenza fiduciosa che misura e riflette – 2016

 

Aldo ci ha inviato anche un post scriptum che completa questa definizione, ampliando a tutto il contesto della nostra società la sua riflessione:

P.S.: note a margine: ovviamente l’architettura serve se è poesia ma serve (seppure questa parola in sé lascia qualche perplessità) ad elevare e riunire di senso compiuto e sensibile il contesto, troppo spesso di mera materialità (che è anche tanto altro, è anche storia e luogo, spazio e presenza fisica dell’ambiente umano, esperienza e conoscenza individuale e collettiva, ed è anche il sito, un territorio, un paesaggio, una comunità, l’occasione specifica ed una economia che la promuove, ecc.), non è (non dovrebbe essere) moda e non serv(irebb)e se è tale, se è serva del capitale le mancherà “il” fondo (e la testa), e non è solo poesia seppure è un’aspirazione ad un mondo migliore, ecco a cosa serv(irebb)e  il capitale, “serv(irebb)e” (l’architettura e per essa il capitale) alla collettività che vi si confronta e vi si riflette ed eleva, come per le utopie a volte qualcuna precipita e si concretizza, a volte bene, altre volte un po’ meno, dipende; insomma non è solo un mestiere ed un lavoro, al servizio di, e non è solo riflessione ed azione artistica, e non è solo disciplina, anche se lo è nel fondamento e nella sostanza, è tensione dialogica espressa dal e nel contesto con sensibile coscienza, appunto, mai sottoposta ad una flessione per non soccombere, è concentrazione ed impegno, costante, a volte un sorriso le riserba il dono della superficie distesa ma è tanta profondità anche laddove il mare (il contesto, materiale) non è sempre lo è. Potremmo anche dire dell’architettura che è tante cose e niente insieme, per questo è tensione dialogica costante ed operante con sensibile coscienza.

Insomma tutto infine torna dal vuoto da cui è partito avendo ognuno cercato di riempirlo, nella realtà che ha vissuto e vive, nel modo che ha ritenuto e ritiene essere il migliore, per l’architettura…e poi l’angelo che accompagna, suggerisce, misura e riflette…è la sua ombra…AC.

La responsabilità dell’Architettura

3 luglio 2017

Non me ne voglia Davide Vargas, ma prima di sapere che era un ottimo architetto, lo ho scoperto come un ottimo scrittore.

Scoperta fatta oltretutto sul sito Nazione Indiana, ovvero fuori dal giro degli architetti, dove mi è capitato di leggere un suo racconto dedicato al Flaminio.

Agli architetti, a molti di loro, piace scrivere; il che è un paradosso perché la nostra formazione dovrebbe essere di natura figurativa; il significante per noi è una forma, un’immagine, al limite un disegno, qualcosa che si spiega con un colpo d’occhio, mentre la parola scritta è sequenziale, impone una gerarchia, un inizio e una fine. Non è un caso che in molti corsi di composizione si pretenda dagli studenti che “i disegni parlino da soli”.

Questo non vuol dire che la parola scritta non sia idonea a descrivere l’architettura, o che spesso sia funzionale a chiarirne il senso, proprio perché impone una diversa codifica; la parola scritta è un diverso punto di vista rispetto all’immagine, complementare, divulgativo e al tempo stesso erudito. Parole semplici e slogan, per convincere il pubblico, contorsioni lessicali e retorica per affascinare l’accademia; poi spesso se si guarda il risultato compositivo si scopre che parole simili sono prese a prestito per giustificare architetture diversissime. Quante opere diversissime tra loro potremmo realizzare dietro alla fascinazione del “rammendo”? quante architetture altrettanto diverse si realizzano in nome del contesto? o della modernità?

D’altra parte il progetto di architettura, quello che poi va all’ufficio tecnico per essere approvato, o all’impresa per essere appaltato, non sarebbe completo senza la sua parte di testo (dalla relazione tecnica al capitolato) che ne descriva a parole le modalità di esecuzione; nei concorsi, i più furbi riempiono i disegni di testo, per dire.

Segno che evidentemente i disegni, da soli, non bastano.

Certo, in quel caso si tratta di una funzione tecnica, burocratica, “necessaria”, mentre il “Racconto di architettura” agisce sul limite del non necessario, sull’emozione, sul ridondante, che è poi l’ingrediente principale dell’esperienza.

Fatto sta che la parola scritta, quella narrativa, affascina gli architetti.

Nella mia ricerca non poteva mancare quindi uno che stesse a pieno titolo nel mestiere di scrivere.

Nel caso di Vargas mi è rimasto l’imprinting iniziale e tendo a considerarlo uno Scrittore-Architetto invece che un Architetto-Scrittore; sottigliezze; roba da polemica politica interna al PD.

Questa è la sua risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura?

L’opera di architettura [l’architettura non esiste…L.I.Kahn] si assume la responsabilità di costruire ambienti dove il pensiero umano si fa libero e oltrepassa gli orizzonti di civiltà già fissati.

salk

 

Cosa ci regala l’Architettura?

28 giugno 2017

Il museo dedicato all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema è un luogo carico di emozioni.

Non so se sia proprio il luogo, già di per sé denso di storia e avvenimenti drammatici, o se sia stato l’Architetto, o se semplicemente sia io facile alla commozione, fatto sta che la prima volta che ho visitato il museo ho sperimentato come in poche altre ituazioni una emozione molto intensa.

Il museo è una piccola opera semplice, in grado però di dare forma agli eventi esposti, e contemporaneamente a non scomparire come architettura; l’allestimento c’è, si vede, ma non sovrasta l’oggetto dell’esposizione.

Il suo messaggio è: “io oggi vi racconto una storia che è avvenuta in questo luogo”.

L’architetto è Pietro Carlo Pellegrini.

Ho chiesto il suo contributo.

L’architettura a cosa serve ?

poche parole dedicate all’architettura

Conosco cosa regala l’architettura, quando è architettura :
educazione,
emozioni,
curiosità,
amore,
conoscenza,
ricordi,
sogni,
bellezza,
piaceri ,
progresso,
crescita
e tanto altro…………

Conosco cosa regala l’ architettura , quando non è architettura :
disagio,
sofferenza,
ignoranza,
maleducazione,
depressione,
ribellione,
bruttezza
regresso
decrescita
e tanto altro………………

Per questo c’è bisogno di architettura e di architetti consapevoli e responsabili di tutto ciò che
l’architettura può regalare nel bene e nel male .

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Tempietto del Valadier a Genga