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Cosa faresti con 50 milioni di dollari? L’utilità dell’Utopia

29 Febbraio 2020

 

 

La domanda nel titolo è stata posta da Larry Page (CEO di Google) in occasione di uno SCI FOO CAMP organizzato presso i quartieri generali di GOOGLE, da O’Reilly Media, Digital Science, Nature Publishing Group e Google Inc..

Se vi state chiedendo cosa è un FOO CAMP non vi preoccupate, neanche io ne ero molto al corrente prima di scrivere questo articolo.

I FOO CAMP sono degli incontri (a cui si partecipa solo su invito) a carattere informale per discutere di diversi temi legati alla comunità degli hacker.

Letteralmente FOO sta per “Friends of O’Reilly”. I primi FOO CAMP sono stati organizzati infatti da Tim O’Reilly ed hanno una struttura organizzativa molto aperta, nessuna agenda preorganizzata, nessun tema prefissato, i partecipanti sono inviati a scrivere (e se necessario sovrascrivere) sul momento il programma dell’incontro e gli argomenti di discussione; si definisce questo tipo di evento una NONCONFERENZA.

Sulla stessa falsariga alcuni partecipanti ai FOO CAMP hanno poi sviluppato l’idea organizzando i BAR CAMP (a cui si partecipa senza invito), nome forse più familiare che serve per capire di cosa stiamo parlando.

Se adesso ve lo state chiedendo, la risposta è si, molte delle iniziative lanciate da Casaleggio e Grillo nella prima fase del M5S sono mutuate da questo genere di approccio.

Sulla scia di questo modello non convenzionale sono stati organizzati altri FOO CAMP più tematici, con la stessa formula aperta ma circoscritti ad un determinato campo; uno di questi è appunto lo SCI FOO CAMP organizzato in collaborazione con Google e dedicato in maniera specifica all’innovazione tecnologica.

La formula delle discussioni è aperta per cui è naturale che, per stimolare i diversi punti di vista, ai Camp vengano invitate personalità delle discipline più diverse, non è quindi strano che ad uno di questi incontri sia stato invitato anche un architetto.

C’è da sperare anche che il singolare evento di invitare un architetto ad una convention dedicata all’innovazione tecnologica avvenga un po’ più frequentemente di quanto appaia; questo però è il solo caso di cui ho letto un articolo e quindi mi è sembrato importante segnalarlo.

Oltretutto l’architetto “infiltrato” non è proprio un architetto ordinario: Sean Lally è un architetto che ha al suo attivo una intensa attività di ricerca sulla capacità delle fonti energetiche (elettromagnetiche, termodinamiche, chimiche, ecc.) di influire e generare spazi architettonici.

Le sue idee sono espresse nel suo libro The Air from Other Planets: A Brief History of Architecture to Come (titolo che è già un programma).

Insomma per essere invitati ai FOO CAMP di Google essere esperti di pratiche catastali e villette in stile neocoloniale non basta…..

L’altra cosa degna di nota è anche la risposta che l’infiltrato Lally ha fornito, e che descrive in un articolo apparso sul sito del The Canadian Centre for Architecture.

La situazione descritta da Lally è quella di un professionista la cui formazione è prevalentemente umanistica, capitato in mezzo ad un capannello di super tecnici, scienziati esperti di materie avveniristiche.

In mezzo a questi capita, quasi per caso, Larry Page (non è un caso come si capisce dall’articolo, l’evento è organizzato da Google, e Larry gira in mezzo ai partecipanti come farebbe una sposa tra i tavoli degli invitati) ponendo a tutti la sua domanda:

“If you had $50 million, what would you spend it on? Tell me what we should be doing.”

Se avessi 50 milioni di dollari, per che cosa li spendereste? Ditemi cosa dovremmo farci?.

La domanda è chiara se la inquadri nel contesto in cui viene fatta. Larry Page è uno degli uomini più ricchi del mondo ed è Amministratore Delegato di Google. Non ti sta facendo una domanda oziosa del tipo “se vincessi alla lotteria come spenderesti la vincita”, Larry ha la concreta possibilità di spendere quei soldi e la convention è organizzata fondamentalmente perché vuole capire quali sono i percorsi di sviluppo e ricerca più interessanti, quelli più promettenti per il futuro, su cui varrebbe la pena investire per continuare a mantenere Google in una posizione dominante nel mondo.

Oltre agli aspetti commerciali ed economici Sean Lally ritiene che la domanda dovesse contenere anche una interpretazione più etica e positivista:

“We at Google have the resources to tackle big problems affecting this world, and there’s no shortage of those problems, so tell me what you’re currently working on and maybe we can throw our weight behind your efforts.”

Noi di Google abbiamo le risorse per affrontare i grandi problemi che affliggono questo mondo, e di certo i problemi non mancano, quindi ditemi su cosa state lavorando e forse possiamo sostenere i vostri sforzi.

Non male vero? avete la soluzione per la fame nel mondo? sapete come fermare il riscaldamento globale? ditelo a Larry che vi finanzia l’impresa. Sembra facile; c’è da chiedersi come mai, viste le possibilità economiche e comunicative di Google, queste soluzioni non siano già state messe in atto.

Lally chiarisce infatti come la stessa Google abbia già provato a investire risorse in ricerca e sviluppo per trovare “soluzioni ai problemi del mondo”: ad esempio sviluppando sistemi che consentissero di ridurre la produzione di CO2 e mitigassero gli effetti dei cambiamento climatici.

Il risultato di questi investimenti, sostiene Lally, sono stati che la stessa iniziativa di ricerca si è dovuta arrendere di fronte alla difficoltà di convincere un intero sistema economico ad abbandonare le tecnologie prevalenti (basate sul consumo di idrocarburi); il modello attuale prevalente è quello sviluppato nell’arco di un intero secolo ed è così profondamente radicato nella cultura generale contemporanea e globale che è estremamente difficile pensare di invertire la rotta semplicemente imponendo nuovi modelli economici. Nonostante la confluenza di ricerche tecnologiche, nuove idee politiche e risorse economiche, non si è finora riusciti ad invertire la tendenza generale che provoca il cambiamento climatico, che appare a questo punto inevitabile. Le nazioni e le società civili, nonostante i proclami e le buone intenzioni, continuano a preferire i modelli di sviluppo novecenteschi.

A questo punto la proposta di Lally è quella di lavorare sull’educazione o meglio sullo sviluppo di una visione utopistica da offrire alla società come indirizzo per stimolare proattivamente il perseguimento della risoluzione dei problemi. Per innescare un significativo cambio di rotta, Lally propone quindi di lavorare sulla visione del futuro.

Tutte le politiche di innovazione sperimentate sino ad ora si sono basate su visioni apocalittiche del futuro e hanno provato a innescare il cambiamento “spingendo il cambiamento”; imponendo modelli basati su innovazione tecnologica che però, evidentemente, non è stata in grado di stimolare l’immaginazione del pubblico a cui si rivolgeva.

Quello che propone Lally è sostanzialmente una inversione della prospettiva: nelle transizioni tra modelli energetici occorre fare distinzione tra i meccanismi di traino e quelli di spinta (“a distinction between ‘pulling’ and ‘pushing’ these transitions”).

Occorre fare in modo che la società veda le potenzialità dei cambiamenti energetici e le persegua non perché sono il frutto di un obbligo morale, ma perché se ne intravedono i miglioramenti concreti nella vita quotidiana.

Per fare questo c’è bisogno di una visione utopica.

Quindi la proposta di Lally a mr Google è di investire i 50 milioni finanziando 500 progetti di design che illustrino come potrebbe essere il futuro grazie all’impiego di tecnologie più rispettose dell’ambiente, e mostrando al mondo i risultati di queste ricerche (luoghi fisici da visitare, storie da leggere, film da vedere, ecc.).

“Take the $50 million and fund five hundred design projects that show a future that takes into account environmental change and all that goes along with it—climate change, the bioengineering of our bodies, new uses for energy—and then get them in front of the general public. These designs could be physical spaces people visit, stories people can read, movies people can watch. I’m not talking about dystopian warnings or guilt trips about lessons we should have learned in the past. I’m talking about providing images that stimulate and prepare people for the future ahead. Tomorrow isn’t going to look like yesterday, and as long as we continue to judge its success and appeal based on a belief that it will, we’re in for disappointment.”

Quello che propone Lally non è niente di più che dare nuovo impulso alla ricerca teorica e utopistica. Dopotutto non è difficile comprendere il contributo reale che le utopie e le visioni futuristiche sviluppate nella storia hanno avuto per determinare il successo delle rivoluzioni industriali ed economiche. Basterebbe citare Sant’elia, Fourier,  Boulée, oppure le più recenti visioni di Cedric Price e il suo Fun Palace (citato da Lally nel suo articolo).

Non esiste in fondo niente di più concreto di una sana Utopia.

Non c’è che dire, se Larry dovesse accogliere la proposta di Lally, noi architetti siamo ben disposti ad abbandonare le pratiche catastali……

Nel frattempo provo a rilanciare alcune delle più famose Visioni che in un modo o nell’altro hanno contribuito a modificare la realtà che si è sviluppata in seguito.

Yona Friedman

 

 

F.L. Wright

 

Ancora F.L. Wright

 

Étienne-Louis Boullée

 

Sant’Elia

 

Anonimo dell’Italia centrale

 

 

Leggi l’articolo di Sean Lally su CCA.

Leggi anche il nostro ricordo di Friedman.

Credits

Le immagini nel testo sono le seguenti.

Cenotaffio. Di Étienne-Louis Boullée – Own scan from: “Klassizismus und Romantik. 1750-1848”, Hrsg. Rolf Toman, Verlag Ullmann und Könemann, Sonderausgabe, ISBN 978-3-8331-3555-2, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2139341

Cedric Price Fun Palace for Joan Littlewood Project, Stratford East, London, England (Perspective) 1959–1961. https://www.moma.org/collection/works/842

 

 

 

Le grandi città si mangiano tutto?

22 Febbraio 2020

“Nella storia, però, non è mai esistita una città ricca senza una campagna altrettanto florida”.

In un articolo apparso su Il Post a firma Davide De Luca si prova a fare il punto sul divario, sempre più evidente nelle società contemporanee, che si sta creando tra l’economia, sempre più in crescita, di poche grandi città fortemente attrattive, rispetto al resto del territorio.

Si tratta di un fenomeno esteso e osservabile in tutte le società avanzante.

Milano (con Roma distanziata) in Italia né è un esempio, ma anche negli USA New York e Los Angeles, in spagna Barcellona e Madrid, in UK Londra, sono solo alcuni esempi che possono essere portati per esemplificare il gap di sviluppo che si sta creando tra il centro e la periferia.

In Italia siamo abituati a considerare questo genere di problema quando ci riferiamo al divario Nord e Sud, la “Questione meridionale” è stata al centro del dibattito politico per tutto il secondo dopoguerra; oggi emerge con grande evidenza anche la distanza economica e sociale tra i centri urbani e le periferie; una distanza ancora più marcata quando ci si riferisce alle cosiddette “aree interne”.

Il problema di fondo è che le grandi città come Milano sono attrattive perché riescono a generare delle forti economie di scala; giustamente si riconosce loro la capacità di essere degli esempi positivi (delle best practices come direbbero i milanesi stessi) nello sviluppo dei sistemi economici territoriali; il rovescio della medaglia è che questi centri di attrazione sembrano essere carenti nella capacità di restituire al territorio (o alla nazione) di riferimento parte di quello sviluppo.

Scrive De Luca.

“Concentrando tante persone in un luogo, le città producono le idee e le tecnologie che migliorano la produttività e permettono la crescita economica. Avere città sempre più grandi e di successo, con maggiore capacità di attrazione, è considerato un obiettivo a cui tendere. Presto o tardi, le innovazioni prodotte nelle città raggiungeranno anche i centri più lontani e tutti ne beneficeranno. Nel frattempo chi non è soddisfatto della sua condizione ha una scelta molto semplice per migliorare le cose: spostarsi in città, dove gli stipendi sono più alti e la qualità della vita migliore.”

Se da una parte è un bene avere una o due città simbolo che rappresentino la punta di diamante di un sistema nazionale, che sappiano funzionare da catalizzatore di innovazione e sviluppo (economico ma anche culturale), questa prerogativa perde di senso se si interrompe la cinghia di trasmissione che redistribuisce lo sviluppo anche verso le aree più periferiche.

Come già accennato, in Italia il fenomeno è ben chiaro da anni perché studiato e analizzato nella Questione Meridionale, e sappiamo bene per esperienza quanto sia difficile correggere questo divario; accanto allo storico divario Nord Sud, emerge però in maniera preponderante anche un analogo divario tra aree urbanizzate e aree rurali.

“Lo spillover, l’effetto redistributivo dei benefici prodotti dalla crescita generata dalle grandi città […] sembra aver esaurito il suo effetto. Non solo negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche sono tornate ad aumentare in tutto il mondo sviluppato, ma hanno assunto sempre più una dimensione territoriale. Secondo un recente rapporto del Parlamento europeo, mentre le economie degli stati membri complessivamente si stanno avvicinando, con i paesi dell’Est che crescono più rapidamente di quelli occidentali, la distanza tra le regioni dinamiche e le aree rimaste indietro si sta allargando. E nel frattempo, la gente non si sposta. O meglio, non si sposta abbastanza.”

La crisi economica ha finito per accentuare il problema. Le aree rurali sono da anni soggette ad abbandono e spopolamento; se la popolazione si riduce diventa antieconomico garantire i servizi pubblici essenziali (scuole, ospedali, infrastrutture); riducendo i servizi disponibili nelle aree periferiche, queste riducono ulteriormente la loro attrattività generando una spirale negativa a favore dei grandi centri urbani. Questo fenomeno viene osservato a livello globale ed è ancora più difficile da contrastare in situazioni di stagnazione economica.

Per citare un esempio che è sotto gli occhi di tutti si veda lo sviluppo della rete ferroviaria negli ultimi 10 anni che si è fortemente concentrata sulle direttrici di collegamento tra le grandi città, privilegiando l’asse Milano Roma, lasciando indietro le località periferiche.

Si veda a questo proposito il dossier Pendolaria 2018 redatto da Legambiente.

“Grazie a questo continuo aumento nell’offerta e nei servizi si assiste ad un nuovo fenomeno: il boom del pendolarismo tra città collegate dall’alta velocità distanti fra loro e collocate in diverse Regioni. Ad esempio sulla tratta Torino-Milano si contano 1.600 abbonati ed il loro modo di viaggiare che non può sottostare a orari fissi ha messo in crisi l’organizzazione del Frecciarossa, che deve garantire il posto a sedere a tutti i viaggiatori. Si contano poi 2 mila abbonati sulla Roma-Napoli, 650 sulla Bologna-Firenze, 300 sulla Firenze-Roma ed altri 300 sulla Milano-Bologna, a cui vanno aggiunti tra i 3 e i 4 mila abbonati totali di Italo.”

Illuminante uno studio condotto dall’Università Federico II di Napoli che ha messo in relazione l’andamento del PIL nel decennio 2008/2018 evidenziando come le città collegate dall’alta velocità hanno avuto un miglioramento del PIL del 10% contro il 3% delle città che hanno una distanza superiore alle 2 ore da una stazione AV.

Occorre precisare che la stessa Trenitalia ha annunciato recentemente un piano di investimenti che mira ad estendere il sistema ferroviario dell’asse Milano Roma, verso le regioni finora escluse. Questa azione è certamente un esempio positivo di come fare funzionare il sistema, nella misura in cui gli utili generati dallo sviluppo delle attività core (in questo caso l’Alta Velocità) permette in un secondo momento di liberare risorse da investire su programmi di secondo livello (la rete periferica dei pendolari e delle città inizialmente escluse). Strategicamente non è pensabile invertire la sequenza temporale degli investimenti (è in genere più logico ed economico sviluppare prima le iniziative in grado di generare sviluppo più rapidamente), tuttavia è utile riflettere sui tempi in cui è opportuno che questa “integrazione” debba essere messa in atto; allargando il ragionamento a sistemi più complessi, il rischio concreto è quello di spezzare del tutto il legame tra gli estremi; il ritardo con cui le aree periferiche vengono messe in grado di agganciare l’innovazione e lo sviluppo generato dalle centralità, potrebbe essere tale da non consentire più l’annullamento del gap.

Questo tema riguarda direttamente gli architetti e gli urbanisti e non solo perché le grandi stazioni AV sono state al centro di accesi dibattiti sull’architettura.

Quanti di quelli che hanno criticato la stazione AV Napoli Afragola, per il suo essere una “cattedrale nel deserto” si sono soffermati a riflettere sulla natura di quel deserto e sulla necessità non tanto di evitare la cattedrale, quanto di eliminare il deserto?

Quanti nel criticare l’opera come singolo oggetto architettonico hanno considerato invece la potenzialità dell’opera, ovvero la sua capacità di rendere più accessibile un servizio (in questo caso l’alta velocità) da parte di aree normalmente escluse.

Arcipelago Italia”, il progetto del Padiglione Italia della 28a Biennale di Venezia (curato da Mario Cucinella), ha avuto come argomento centrale i territori interni del paese, sviluppando cinque proposte di trasformazione urbana dedicate ad altrettante aree rurali. L’esposizione era strutturata come un viaggio lungo le dorsali alpine e appenniniche alla ricerca delle radici culturali nazionali che sono ben radicate proprio nel territorio rurale montano e nei suoi borghi storici.

Recuperare il rapporto con le are interne, ricercare formule per rivitalizzare i borghi storici che costellano il territorio rurale, è per l’Italia un processo che potrebbe costituire la base di un rilancio generale sia in termini di identità culturale che in termini di modello economico dove riagganciare la cinghia di trasmissione tra centro e periferia.

 

“Arcipelago Italia è un manifesto che vuole indicare possibili strade da percorrere, per dare valore e importanza all’architettura. Questo volume farà conoscere meglio il nostro Paese, quello più invisibile e ferito ma anche quello più ricco di potenzialità e di bellezza. La più estesa riserva di ossigeno dell’Italia, i luoghi dove sono nate le piccole e le grandi città, attraversate da secoli di storie, percorsi, popoli e architetture. Scopriremo le persone e il modo in cui gestiscono gli spazi, la vivacità culturale e lo sforzo di molte comunità per restare nei propri paesi. Infine una domanda: quale futuro per questi territori?”

Alessandro Ambrosino in una serie di articoli dedicati al tema e pubblicati su Pandora Rivista ha approfondito le strategie adottate in Italia, grazie alla SNAI, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata dall’allora ministro per la Coesione Sociale Fabrizio Barca, coordinata dall’Agenzia per la coesione territoriale.

“A fianco di una molteplicità di poli cittadini, il paesaggio italiano mostra i segni di un secolare sfruttamento di acqua, risorse minerarie, boschive ed agricole. Dal Cadore alla Lunigiana, passando per i monti Sibillini fino al Gran Paradiso, in Italia esistono decine di aree “interne”, cioè lontane dai servizi erogati dai centri urbani (salute, istruzione, mobilità), che hanno avuto un peso pari alla città nello sviluppo del Paese. Si tratta di aree diversissime per vicende storiche e culturali ma accomunate dall’aver costituito per secoli l’alternativa alla vita urbana. Non solo di “cultura civica” è fatta l’Italia, dunque, ma anche di una “cultura rurale”, di montagna, centri minori e comunità locali. Un patrimonio di tradizioni, società solidali e modelli economici assolutamente non secondario per il Paese.”

Per quanto riguarda la SNAI.

“la Strategia si prefigge da un lato di implementare l’offerta dei servizi pubblici essenziali per assicurare alle aree interne livelli adeguati di cittadinanza, e dall’altro di sviluppare, con progetti locali che facciano leva sui punti di forza dei diversi territori, le “condizioni di mercato” favorevoli per il loro rilancio economico. La Strategia, inoltre, viene implementata ed indirizzata da un Comitato tecnico, il cui compito è stato dapprima di mappare il territorio nazionale identificando le aree interne, e poi di creare aree sperimentali in cui realizzare i progetti, stimolando una discussione a livello regionale al fine di orientare l’utilizzo dei Fondi Europei in queste aree selezionate.”

Uno dei punti di forza della SNAI è stato quello di promuovere il dialogo con gli enti locali, evitando di far cadere a pioggia interventi generalisti decisi da strutture centrali che non hanno alcuna connessione con il territorio. Il risultato del dialogo è quello di individuare specifici progetti di sviluppo con il contributo e la collaborazione delle strutture che operano nel territorio e che quindi ne conoscono i reali punti di forza e le potenzialità.

Secondo Ambrosino in Italia è necessario riallacciare il rapporto con le aree rurali interne innanzitutto operando una inversione di prospettiva.

“Pienamente inserita nelle dinamiche globali che attraversano il mondo al giorno d’oggi, l’Italia trae certamente alcuni vantaggi dalla cosiddetta globalizzazione. Tuttavia, a causa di peculiari questioni storico-geografiche e politico-economiche, ne soffre anche in maniera accentuata le principali contraddizioni. Una su tutte: il costante aumento delle disuguaglianze territoriali. Il nostro pianeta è pieno di “luoghi lasciati indietro” – the places left behind, come vengono definiti ormai da molti studiosi a livello internazionale – le cui popolazioni stanno manifestando segnali di forte malessere sociale (intolleranza, rifiuto del sapere scientifico, desiderio di comunità chiuse ecc.) perché si auto-percepiscono come gli sconfitti del sistema globale rispetto agli abitanti dei (pochi) poli di ricchezza e benessere”

Sempre Ambrosino in una intervista a Filippo Tantillo (ricercatore territorialista che lavora da più di 15 anni con Istituti di ricerca e università italiane ed europee, coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne), traccia un primo consuntivo dei risultati dell’attività della SNAI.

(È) “necessario ricucire lo strappo che si è creato fra due componenti della nostra nazione che non hanno senso l’una senza l’altra. La rugosità dell’Italia è ciò che rende parzialmente diverso il nostro Paese dagli altri Stati europei e ciò si rivela non solo dal punto di vista geomorfologico, ma anche nella biodiversità agricola, dove capita che nello stesso terreno si possano coltivare fragole e papaya come in Sicilia, climatica e, volendo, anche “umana”, con tutti i dialetti e le lingue che vi si parlano. Questa diversità è la nostra ricchezza, ma fuori dalla retorica la verità è che, per le finanze pubbliche, tutto ciò che non è città è percepito come un costo. Invertire lo sguardo significa ricomporre un disegno nazionale che integri ciò che è stato lasciato in disparte in maniera né emergenziale né contemplativa, ma, al contrario, concepirlo come un unicum da cui trarre anche un certo orgoglio. Tale ricucitura è certamente complessa, ma è forse l’unica che ci può preparare alle sfide del futuro.”

In conclusione sembrerebbe un tema di elevatissimo interesse per la categoria degli architetti, che hanno le competenze e le capacità necessarie per fornire risposte alle criticità evidenziate, sia in termini di analisi del fenomeno, sia in termini di elaborazione di proposte che sappiano mettere in connessione le esigenze di tutela del territorio con la necessità di aprire anche queste aree allo sviluppo economico e culturale.

Eppure, fatta eccezione per il meritorio tentativo di Arcipelago Italia, il tema non sembra essere al centro del dibattito tra i professionisti dell’Architettura, se non occasionalmente e sull’onda emotiva di qualche polemica mediatica legata a singole opere.

Se ci si interroga su quale possa essere un ruolo per la professione, questa potrebbe essere una risposta.

Dove sono quindi le idee? Dov’è l’Architettura?

 

Credits

Le foto riportate sono parte del progetto fotografico del 2011, “Irpinia d’Oriente” di Mario Ferrara a cui mando un ringraziamento particolare per avermi consentito di utilizzare le sue splendide foto (e un grazie a Raffaele Cutillo per avermelo segnalato).

La foto “Arcipelago Italia” è tratta da Professione Architetto.

Le mappe riportate sono state tratte da Legambiente e Agriregioni Europa.

 

Via Ticino. Guardarsi intorno…..

12 Dicembre 2017

Mentre impazzava la polemica sulla demolizione e ricostruzione della palazzina in Via Ticino a Roma (adiacente al quartiere Coppedé), visto che la questione fondamentale (quella architettonica, non quella legale) si concentra sul tema del contesto, una domenica in cui non avevo granché da fare ho preso il mio motorino e sono andato a vedere e fotografare di cosa stiamo parlando.

(ero in motorino, perdonate la scarsa qualità delle foto)

La mia opininie, lo dico subito così potete fare la tara su quanto scriverò, è la seguente:

  • la querelle tra “conservatoristi” e “innovatoristi” è una discussione tra due opposte ordinarietà; sia la palazzina demolita che quella in via di costruzione non sembrano essere esempi di architettura di particolare valore architettonico. In entrambi i casi si tratta di edifici costruiti senza alcuna originalità di idee. Anzi, volendo si potrebbe individuare una linea di continuità nella precisa volontà costruttiva di realizzare opere sotto tono, pensate più per non disturbare il pubblico che per fare clamore;
  • il riferimento al quartiere Coppedè inteso come “contesto” è del tutto arbitrario; lo stesso Coppedè (il quartiere) è un intervento totalmente decontestualizzato, addirittura dissonante e disarmonico rispetto alla continuità urbanistica del quartiere (laddove se ne riuscisse a indentificare una in maniera univoca);
  • proprio la dissonanza e la diversità diffusa rendono il quartiere un quartiere interessante e degno di nota. Basta osservare con sufficiente onestà intellettuale gli edifici che si incontrano per strada; laddove le scelte di progetto sono state improntate alla regolarità costrutiva i risultati sono sitematicamente deludenti, anonimi, ma non nel senso di una aderenza ad una qualità diffusa più ampia, anonimi e basta. Senza le invenzioni originali che sono disseminate nel quartiere (che siano in stile o moderne) il quartire sarebbe del tutto privo di anima e di valore; se volessimo parlare di “genius loci” potremmo tranquillamente affermare che l’anima del quartire risiede nella diversità.
  • questa diversità, dissonanza, contrapposizione è in effetti il vero contesto romano, la sua peculiarità, la sua anima; lo è sempre stato; lo sarà sempre.

cominciamo da Via Po,

incontriamo un’opera di Giulio Magni, Villa Marignoli, realizzata in perfetto stile neogotico. Magni, per chi non lo sapesse è lo stesso architetto del palazzo della Marina, un mastondonte che svetta pesantemente sul lungotevere realizzato in una area dove all’epoca dovevano esserci quasi solo pascoli e qualche acquitrinio, nelle vicinanze di piazza del Popolo. A poca distanza si trovano opere pregevoli come Sant’Andrea del Vignola dalle forme decisamente più contenute, immaginiamo l’effetto che avrà fatto il Ministero all’epoca della sua costruzione; per il villino Magni ha scelto forme più aggraziate, siamo proprio di fronte alle mura aureliane; anche nella enorme varietà di stili che caratterizza la storia urbanistica di Roma si fatica a trovare esempi significativi di architettura gotica, però che ci si vuole fare, all’epoca andava di moda il neogotico; questo è quello ceh proponeva Magni (per fortuna direi). Possiamo comunque affermare che per l’arch. Magni il contesto non fosse proprio una priorità?

Poco più avanti si trova un altro esempio di “goticismo”. Qui l’architetto ha avuto meno coraggio, limitandosi ad una soluzione d’angolo, ma l’inventiva c’è e si vede.

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Proseguendo su via Po comincia a delinearsi lo “stile” romano del quartiere. Le costruzioni si allineano senza soluzione di continuità al perimetro del lotto che viene occupato completamente, i palazzi si alzano e si moltiplica il numero dei piani.

Per chi se lo stesse chiedendo: si, è una questione prevalentemente speculativa. Se hai un lotto a disposizione, per sfuttarne al massimo la cubatura “devi” allinearti al perimetro e crescere in altezza. Non abbiamo dubbi che se il regolamento edilizio lo avesse consentito i costruttori romano/sabaudi della Roma postunitaria non avrebbero esitato a costruire palazzi più alti.

Se devi rendere più economica la costruzione cerchi di non inventarti niente di speciale nelle forme e finisci per limitarti alle decorazioni; il risultato è che predomina lo stile palazzetto finto-rinascimentale che permette di attribuire all’opera la definizione di “signorile” senza spendere capitali in arzigogoli neogotici o liberty.

La media borghesia che cominciava a popolare la città aveva bisogno di riconoscersi in un tipo edilizio che gli desse l’idea di vivere in un palazzo nobiliare. Con la differenza che nel palazzo nobiliare ci viveva il ricco nobile, da solo, in queste palazzine toccava condividere la proprietà con il condominio. Il risultato si vede bene sempre su Via Po: una palazzata senza alcun respiro e senza alcuna particolare invenzione urbanistica. Quando si parla di contesto e di armonia costruttiva del quartiere si fa riferimento a questo?

In fondo è il solito problema degli speculatori, “architè, nun te inventà gnente”. In questo caso dovremmo dirlo con accento piemontese visto che siamo in epoca post unitaria…. ma cambia poco.

Gli esperti sanno (ma spesso omettono di raccontarlo quando si parla di contesto) che il celeberrimo colore romano giallo senape o rosso mattone altri non è che un colore importato nell’ottocento dai costruttori piemontesi; oggi diamo per scontato che questo colore sia tipico del contesto romano, non è così, è una invenzione post unitaria derivante dal minor costo del colore rispetto al giallo canarino al rosa e all’azzurrino che invece venivano uttilizzati nei palazzi dell’aristocrazia romana.

Comunque sia, è qui che cominciamo a trovare un qualcosa di simile a una tipologia.

La forma architettonica che prevede invariabilmente un bugnato a terra e finestre ai piani superiori con timpani; raramente qualcosa di più ardito, un paio di colonne qui e la, un ordine gigante se serve. Parliamo di una forma di architettura che potremmo definire neoclassicismo dei poveri. Talmente anonima che infatti di solito nemmeno si nota. Talmente anonima che poi alla fine tutti, invariabilmente, per difendere l’integrità urbana del quartiere, la sua identità, il suo contesto, fanno riferimento al Coppedé (il quartiere), che è invece la negazione assoluta del tipo.

Ci arriviamo pochi metri più in la, via Po incontra Viale Regina Margherita e diventa Via Tagliamento; qui la palazzata si interrompe: all’improvviso un vuoto. Al posto dei palazzoni si incontra prima una chiesa finto romanica, con tanto di campanile medioevaleggiante; la chiesa è bassa e occupa il lotto atteestandosi sull’angolo dell’incrocio tra via Tagliamento e Viale Rgina Margherita lasciando il lotto vuoto. E la continuità urbana? è andata a farsi benedire (per fortuna, almeno si respira). Però la chiesa è in stile, quindi va tutto bene….. Oggi. Chi ha un minimo di conoscenza della storia dell’architettura dovrebbe sapere (in teoria) della distanza culturale e filologica che passa tra una architettura rinascimentale e una medioevale. Davvero non si riesce a vedere la dissonanza?

Subito dopo il vuoto eccolo li, il Coppedè. Che ci accoglie con un grandioso scarto urbano, un arco poliforme che ci invita ad entrare. Venghino signori venghino, più gente entra più bestie si vedono!

Infatti entrare nel quartiere Coppedè è un po’ come entrare nel regno delle fate, fantastico; non a caso Dario Argento lo ha scelto come location dei suoi film (Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo). Però nulla a che vedere con l’armonia e l’equilibrio signorile di pochi metri prima. Basta mettere i due palazzi adiacenti su via Tagliamento a confronto; come se fossimo nella Settimana Enigmistica. A destra Coppedè, a sinista il solito palazzetto. Aguzzate la vista…… insomma non parliamo proprio dello stesso stile architettonico…..

Internamente troviamo villini decisamente originali; forme e volumi frammentati, eclettismo e manierismo spinti al limite estremo: dov’è in questo quartiere l’armonia? dov’è il rispetto del contesto?

Non a caso l’opera di Coppedè veniva criticata all’epoca proprio per il suo anticlassicismo.

Via Ticino è immediatamente alle spalle. Già che ci siamo possiamo provare a dare un’occhiata.

Quando ho fatto questo giro eravamo in fase di demolizione avanzata. Oggi dovrebbero aver finito.

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Una cosa che ho trovato singolare, ma forse è solo un caso, è la scelta delle inquadrature nelle immagini che circolano sulla vecchia palazzina. Se si percorre via Ticino provenendo dal quartiere Coppedè si passa da una zona a bassa densità costruttiva (palazzine monofamiliari di 2 max 3 piani) a una zona molto più densa. Se fotografi la palazzina con le spalle al Coppedé ti trovi sullo sfondo una città densa, compatta, in continuità stilistica con la palazzina demolita. Ma se fai il percorso inverso, proprio accanto alla palazzina c’è un villino monofamiliare (due piani con annessa torretta); antica dimora del tenore Beniamino Gigli. Questo qui che vedete in foto. Ancora un accostamento ardito tra villini monofamiliari di due piani con torretta che richiamano a forma e stili medioevaleggianti messi a confronto con architetture di respiro più ordinariamente classico (la palazzina demolita).

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Sul sito di Italia Nostra si dice che “Per intanto, demolizione e nuova costruzione avrebbero l’effetto di alterare la percezione d’insieme e di modificare irreversibilmente uno dei quartieri storici più belli della Capitale.”

Per intanto” la percezione dell’insieme non è una percezione unitaria. In ogni caso, anche a voler richiamare la Carta della Qualità come è stato fatto, si capisce chiaramente che la perimatrazione del quartiere Coppedè esclude la palazzina incriminata (che invece è stata fortografata e riportata nella guida come esempio di una tipologia morfologica).

Per concludere vi lascio con una carrellata di immagini di architetture prese nel quartiere mentre giravo allamaniera di Nanni Moretti in Caro Diario: “mi piacerebbe un film fatto di sole facciate di case”.

Come è faciel constatare nel quartire c’è veramente di tutto. E’ un quartiere vivo, sorprendente sia nelle opere più “passatiste” (per usare un temrine caro a Zevi) sia negli inserti moderni. Le parti peggiori sono proprio quelle che più di tutte si sono allineate al concetto di armonia, vi dio’ due esempi: Piazza Verbano e Piazza Buenos Aires. In entrambi i casi abbiamo quattro fronti regolari, simmetrici e perfettamente coordinati nello stile. In entrambi i casi gli architetti hanno rispettato l’armonia generale del contesto secondo il pensiero mainstream che si attribuisce alla parola contesto. In entrambi i casi non stiamo parlando di architetture particolarmente memorabili.

Con la stessa modalità mi sento di fare un richiamo a chi ha determinato le scelte del progetto di ricostruzione. E’ sempre difficile propore nuove architetture, specie se non si è una archistar. Nel nostro caso comunque si trattava dell’architetto che ricopriva il ruolo di Presidente dell’Ordine di Roma. La scelta del progettista, che presumiamo sia stata anche molto indirizzato dal costruttore nelle scelte, è stata quella di una forte semplicità compositiva: pochi volumi semplici e regolari. traspare la volontà di “non inventarsi gnente” da parte di chi ha investito sull’operazione. Infatti non traspare nessuna invenzione particolare. Considerato che si tratta di una zona estremamente benestante e che gli appartamenti si vendono come extralusso, forse qualcosa di più dal punto di vista delle scelte architettoniche si sarebbe potuto osare.

Nella carrellata che segue non mancano esempi significativi a cui ispirarsi.

 

bdr

 

 

Catanzaro – la burocrazia e le nozze con i fichi secchi

13 Ottobre 2017

Per gli amici la norma si interpreta per i nemici si applica. (anonimo)

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Quanto scalpore per una sentenza!

Il consiglio di Stato ha decretato che si, è possibile appaltare un incarico pubblico a titolo gratuito. Ancora meglio, il vantaggio immateriale, quello derivante dall’arricchimento del curriculum, può essere a tutti gli effetti considerato un compenso.

Una affermazione aberrante e inaccettabile, va detto chiaramente. Lo stato, le istituzioni che dovrebbero tutelare l’esercizio professionale, una tutela garantita costituzionalmente, hanno elevato al rango di prestazione il “disegnetto della signora mia” e hanno stabilito che il lavoro può tranquillamente non essere pagato; né più né meno del privato cittadino quando chiama l’architetto: “che cé vo’? basta ‘n idea”. E si noti che non stiamo parlando di una prestazione come potrebbe essere uno stage formativo; stiamo parlando di un prodotto per il quale si richiede una elevata competenza ed esperienza.

Si chiede a un professionista esperto di lavorare ad un progetto estremamente impegnativo, sostenendo che il suo compenso possa essere l’esperienza. Piove sempre sul bagnato, a quanto pare.

Così, con il curriculum arricchito di questa esperienza potrà ottenere altri incarichi….. gratuiti ma portatori di esperienze.

Come si dice? L’esperienza è la somma delle fregature. Ah, ora è chiaro.

In fondo cosa ci si può aspettare da un sistema culturale  dove l’architetto viene coinvolto per farsi “fare un disegnino”, o “giusto per avere un’idea”; dove “per risparmiare” si rinuncia a pagare il professionista e si chiama direttamente l’impresa chiedendogli anche il progetto (che è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono….).

Cosa ci si può aspettare se lo stesso presidente di un Ordine Professionale invita i professionisti a inviare disegnetti?  cosa ci si può aspettare se nel centro di Roma la sistemazione di uno di luoghi più importanti e nevralgici del centro storico (piazza San Silvestro) viene affidata a titolo gratuito?  Cosa ci si può aspettare se poi avviene lo stesso con 7 noti progettisti che si prestano senza battere ciglio alla gratuità della prestazione per Via Giulia (intervento che poi guarda caso è rimasto lettera morta….)? e se lo stesso metodo viene seguito dal progettista più famoso di tutti? se persino Renzo Piano viene preso in considerazione per incarichi gratuiti? Tutto senza che nessuno sollevi alcuna obiezione…..

In fondo lo ha detto chiaro e tondo il Consiglio di Stato.

L'”aspirante contraente” può, secondo la sentenza, trovare convenienza “non già da un’utilità economica, ma solo da un’utilità finanziaria: perché l’utilità economica si sposta su leciti elementi immateriali inerenti il fatto stesso del divenire ed apparire esecutore”.

C’è da dire che questa sentenza ha un aspetto positivo. La sentenza non è ripetibile; non si tratta di un parere che potrà essere applicato anche ai prossimi bandi.

Fortunatamente il caso di Catanzaro costituisce un Unicum.

Lo stesso Capocchin, nel micidiale botta e risposta con il dirigente del Comune di Catanzaro (arch Lonetti) ha chiarito che si tratta di una sentenza non generalizzabile. La sentenza si riferisce all’applicazione di una norma antecedente a quanto previsto dall’attuale Codice degli Appalti.

Dal sito Lavori Pubblici:

la sentenza fa riferimento ad un caso pre-correttivo al Codice dei contratti. Il D.Lgs. n. 56/2017 (c.d. Decreto correttivo) modificando l’art. 24, comma 8 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) obbliga, di fatto, le stazioni appaltanti all’utilizzo dei corrispettivi previsti dal D.M. 17/06/2016 come base di riferimento ai fini dell’individuazione dell’importo a porre a base di gara dell’affidamento.”

Insomma si tratta dell’applicazione di una norma ormai superata.

Una situazione paradossale, se si pensa che in queste ore si stanno mobilitando tutte le istituzioni rappresentative degli Architetti (dall’Ordine di Catanzaro al CNA fino ai sindacati e Inarcassa). Una mobilitazione che mai si era vista prima; un coro unanime di protesta.

“mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta” (cit. famoso cantautore genovese)

Una protesta che può sembrare eccessiva, quindi?

Il fatto è che questa storia non ha evidenziato un problema normativo, ma un problema culturale.

Ha messo nero su bianco la metodologia diffusa con cui sono amministrate le nostre città: un metodo che privilegia la visione burocratica e meramente contabile e lascia sistematicamnete in secondo piano la visione complessiva del sistema urbano.

Su questo sono illuminanti le parole dell’arch Lonetti.

“Sin dall’inizio non ho avuto alcun dubbio sulla legittimità del procedimento portato avanti nel ruolo di dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Catanzaro insieme al collega architetto Fregola. Nel nostro ruolo di funzionari della Pubblica Amministrazione, abbiamo approfondito la normativa vigente soprattutto con riferimento al principio di concorrenza e libertà di mercato, principio cardine dell’Unione Europea. Il procedimento è stato gestito con la massima trasparenza e correttezza amministrativa nell’assoluto perseguimento dell’interesse pubblico, infatti, per garantire ulteriormente l’amministrazione comunale, abbiamo ritenuto, prima di indire il bando,  di chiedere specifico parere alla Corte dei Conti incidendo tale procedimento sul contenimento della spesa pubblica […]”

La posizione è chiara. Traspare l’orgoglio del burocrate, il funzionario pubblico che conosce alla perfezione le procedure e sa come muoversi all’interno del sistema burocratico. Sa che la legge è complessa per definizione, sa che in bando di gara non c’è nemico peggiore di un banale ricorso al TAR; sa anche bene che questo bando è portatore di possibili contestazioni, quindi si tutela, chiede il parere preliminare, si preoccupa di scrivere un bando che sia inattaccabile sotto ogni punto di vista legale, ecc.

Infatti alla fine il Consiglio di Stato gli da ragione. Non avevamo dubbi. E’ il problema che denunciamo tutti da sempre. La professione, ovunque si eserciti (da professionista o da funzionario pubblico) è diventata una sterile sequenza di adempimenti normativi e burocratici.

Privilegiamo la forma (burocratica) rinunciando a dare una forma (urbana) alla città.

Ma la qualità urbana non si misura con la carta bollata. Purtroppo, come si vede, siamo nel mezzo di un conflitto tra chi vorrebbe che le città fossero amministrate secondo un pensiero organico e chi, sostanzialmente, se ne frega: basta che le carte siano a posto.

Stanno vincendo loro.

Più avanti il pensiero dell’arch Lonetti diventa ancora più esplicito, laddove secondo la sua opinione questa gara:

“garantirà un risparmio di almeno seicentomila euro al Comune di Catanzaro; risparmio da cui trarrà beneficio la comunità catanzarese in quanto le ridotte risorse economiche disponibili, considerata la nota carenza finanziaria di tutti i comuni, saranno utilizzate per interventi urgenti di messa in sicurezza delle scuole, delle strade o di un miglioramento del decoro urbano.”

Ed ecco a voi sintetizzato il pensiero burocratico/contabile che guida la gestione del territorio di un comune come Catanzaro. Nessuna visione complessiva, nessuna prospettiva, nessuna capacità di andare oltre il semplice calcoletto contabile.

Il Comune di Catanzaro avrà rispramiato seicentomila euro per fare un nuovo asilo nido o una strada, ma quanti ne spenderà l’amministrazione se la posizione di quell’asilo, o di quella strada (individuati da un piano regolatore) sarà sbagliata?

Quanto danno economico subirà la comunità catanzarese se le scelte di questo piano saranno dettate da motivazioni diverse da quelle del bene collettivo?

Quali garanzie può dare un fornitore che vende sotto costo i propri prodotti con azioni che si configurano come tipiche del Dumping?

Quale vantaggio ha il Comune di Catanzaro a richiedere ai propri professionisti una esposizione economica così sproporzionata (rinunciare, ovvero secondo la logica del Comune, investire seicentomila euro nella speranza di ottenere in futuro altri incarichi più remunerativi)? Quale tipo di professionista può permettersi di rinunciare a un simile compenso? quale tipo di professionista ha la convenienza a svolgere un lavoro così complesso rinunciando ad un compenso?

Il Comune di Catanzaro, come ritiene di poter garantire la partecipazione al bando dei migliori professionisti, ovvero quelli che hanno già molta esperienza e competenza, se il compenso previsto è basato principalmente sulla possibilità di fare esperienza?

Quali garanzie ha il Comune di Catanzaro per preservarsi dal fatto che il professionista che offre le sue prestazioni a titolo gratuito non sia maggiormente esposto alle pressioni economico finanziarie che inevitabilmente caratterizzano questo genere di incarichi?

Sono tutte domande che non hanno una risposta semplice; nè si può sostenere in maniera aprioristica che i colleghi che si sono aggiudicati la gara (guarda caso unici partecipanti, alla faccia della concorrenza) non svolgeranno in maniera ineccepibile il loro incarico. E’ tuttavia chiaro che le modalità con cui è stato impostato questo bando mettono in evidenza l’ingenuità culturale, la stolta furbizia, di chi pensa di poter ottenere un risultato o un prodotto di qualità senza attribuirgli il giusto valore.

Insomma sembra proprio che l’Amministrazione comunale di Catanzaro si sia convinta di poter fare “le nozze con i fichi secchi…..”

L’accordatura del liuto

28 Agosto 2017

Una cosa che non mi piace è il termine “cervello in fuga”.

Non lo capisco, non capisco il termine “fuga” associato a persone che semplicemente sono alla ricerca di un posto dove esprimere il loro talento, o se non altro di metterlo alla prova.

Da una parte la fuga presuppone uno scenario dal quale fuggire; su questo possiamo parlarne, c’è poco da difendere in questa Italia che rende tutto difficile.

Dall’altra l’atto del fuggire finisce per conferire una connotazione negativa anche a chi compie l’atto. Quasi che la colpa della situazione disastrosa da cui ci si vuole allontanate sia un po’ proprio di chi va via; chi fugge è in fondo un traditore, un mancato eroe che non combatte a costo della sua incolumità per difendere il bastione. Anche quando il bastione è indifendibile.

La trovo una stucchevole retorica, miope, che non tiene conto della complessità del fenomeno. Una persona che “emigra”, accumula un bagaglio di conoscenze e una visione più ampia, diversificata, di come funziona il mondo. Questo bagaglio porta valore aggunto per tutti.

Persone che portano esperienze fuori dall’Italia, ma anche persone che in diverse maniere poi riportano in Italia le esperienze che accumulano fuori.

Persone che inoltre rappresentano, nel bene e nel male l’Italia; e se fanno bene all’estero portano prestigio anche per chi rimane.

Persone che oltreuttto sono sempre più numerose….. 250.000 l’anno, più di quanti arrivano.

Persone che hanno avuto la capacità e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare il loro talento, e magari poi riportarlo tra noi.

Soprattutto persone che evidentemetne vivono nel mondo, che non limitano la lora esistenza, ed appartenenza, ad un vincolo geografico. Persone che sanno essere parte attiva di questo mostro sconosciuto che per molti è la globalizzazione.

Una di queste persone è Mattia Paco Rizzi, che si definisce “architetto artista“, che per sviluppare la sua idea di architettura si è trasferito a Parigi, e che sta comunque cercando di portare la sua esperienza in Italia.

Queste sono le sue 30 parole su “A cosa serve l’Architettura”

Accordatura di una dinamica, pulsazione fisica, vibrazioni di spazi: risonanza.
Condivisione di obiettivi, costruire per costruirsi, spazio pubblico: comunità.
Scultura e funzione: alchimia.
Architettura fatta a mano: Liuteria dello spazio.

 

https://borda.deviantart.com/art/While-My-Guitar-Gently-Weeps-630026597

Adrian Borda  “While My Guitar Gently Weeps”

 

 

 

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?

18 Luglio 2017

Sollecitato a fornire una risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura? Santo Marra, dello studio Sudarch, nonché attivo collaboratore di Amate l’Architettura, mi ha inviato una breve riflessione su un lavoro che sta sviluppando.

Al netto dell’architettura autoreferenziale, fuori da giudizi di valore, è necessario capire qual è oggi la sua missione: è uno striscione per turisti? È un privilegio dei benestanti? O uno strumento per migliorare la qualità della vita?
Convogliando l’architettura e i processi di significazione che porta con sé in quelle aree che ne rappresentano la periferia tanto urbana quanto sociale, economica?

Da qualche tempo lavoro a un progetto che riguarda la periferia nord di Reggio Calabria: Arghillà. Un quartiere ideato, progettato, realizzato come ghetto, in un’operazione certo anacronistica, eppure incontrastata. Governa la criminalità diffusa, l’abusivismo, il commercio di droghe e affini: è luogo di discariche urbane. Ad Arghillà nessuno conosce la parola architettura.
Il lavoro che stiamo facendo sul territorio – con l’aiuto della parte sana che non ci sta – è principalmente di comprensione, al fine di calibrare delle proposte che coniughino le nostre sensibilità (piccole o grandi) architettoniche e la riqualificazione (ambientale, sociale, funzionale, ecc.) dell’area, nella consapevolezza che non ci possa essere legalità senza qualità urbana (architettura compresa) e viceversa.
Purtroppo il tema dell’architettura, per l’appunto, lo stiamo ponendo noi, non è richiesto né dal comune, né dai cittadini, non interessa alla città.

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Quindi?

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?
Nella sfida ipotetica di spiegarglielo provo a dire loro che l’architettura è un “bene comune”.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per i cosiddetti “beni comuni”: coinvolge tecnici, politici e soprattutto cittadini, con interpretazioni molto varie. Ma cosa sono i “beni comuni”, non sono forse quei beni che migliorano la qualità della vita dei cittadini e arricchiscono la comunità? Sono i beni ambientali come l’aria, la terra, i boschi, l’acqua, la salute quindi la sanità, i servizi sociali, il lavoro, ma anche la legalità, la sicurezza, l’istruzione, la conoscenza… certo il patrimonio culturale e artistico. Perciò anche l’architettura.

Nel linguaggio corrente i beni comuni sono spesso ricevuti in una dimensione non concreta, ma concettuale. Nei laboratori di quartiere avviene il contrario: la dimensione percepita è la concretezza, a partire da questioni d’emergenza, quali degrado e abbandono, rifiuti e inquinamento, criminalità e sicurezza. Facile comprendere come l’architettura appaia tutt’altro che una volontà primaria. Però, proseguendo per lo stesso ragionamento, è possibile affermare che la mancanza di architettura, cioè la bruttezza delle città, rientra tra le questioni prioritarie da affrontare per la riconquista della bellezza come “bene comune”.
L’architettura allora si configura come uno dei possibili strumenti, forse l’unico in grado di risolvere l’emergenza in una rieducazione della città: dispositivo di intervento a partire sia da un concreto che da un astratto al fine di realizzare la piena disponibilità dei beni comuni, educare alla totalità associativa dei vari termini.

 

In allegato la foto di un masterplan partecipato, dove poniamo ai cittadini questioni architettoniche non come fine ma come mezzo e metodo per governare il processo di rigenerazione.

Green StratUp TAV SINTETICA

A cosa serve l’Architettura? – Il riepilogo

17 Luglio 2017

Riporto qui la lista degli articoli della serie.

Le regole del gioco, disattese dai più, sono semplici.

  • Rispondere alla domanda: “a cosa serve l’Architettura?”
  • Farlo utilizzando non più di 30 parole.
  • Aggiungere (almeno) una immagine, una foto o un disegno che esemplifichi il pensiero.

Di seguito la lista, che sarà aggiornata di volta in volta, di tutti i contributi.

Mattia Paco Rizzi, l’accordatura del liuto.

Luca Silenzi, fortunate coincidenze.

Cecilia Anselmi, l’intelligenza collettiva.

Santo Marra, la disponibilità del bene comune.

Gianluca Adami, la forma.

Aldo Canepone, la tensione dialogica.

Giulio Paolo Calcaprina, la coerenza.

Davide Vargas, la responsabilità.

Pietro Carlo Pellegrini, il regalo.

Domenico Fornarelli, il Geme.

Giorgio Mirabelli, il sangue che ci costa.

Roberto Malfatti, la Mezquita.

Luigi Prestinenza Puglisi, la Speranza.

Diego Terna, la ricerca.

Alfredo Giacomini, l’urgenza dell’Architettura.

Cristina Senatore, la consapevolezza.

Vilma Torselli, l’ipertesto.

Guido Incerti, la guida.

Vita Cofano, la sinteticità.

Emmanuele Jonathan Pilia, atti vandalici.

Stefano Nicita, la spiritualità.

Cristina Donati, spazio pubblico vs privato.

Raffaele Cutillo, il tradimento.

qui riporto alcune delle immagini di supporto fornite

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Disegno di Raffaele Cutillo. “La casa la voglio sospesa sul mare”. Omaggio a Malaparte, Gennaio 2016

disegno per giulio pascali

Cristina Senatore. Intervento grafico su dipinto “madonna della misericordia” di Piero della Francesca

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Roberto Malfatti. La Mezquita di Cordova

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Cecilia Anselmi. Collage n.03 | I Pilastri del Potere.

"Hypercantilever", concept, Spacelab Architects 2017.

“Hypercantilever”, concept, Spacelab Architects 2017.