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Architettura: “nessuno sa quanto sangue ci costa”

13 giugno 2017

Giulio,
mi sembra che la domanda che tu poni “a cosa serve l’architettura?”, dopo le tue premesse, sia per certi versi un po’ retorica, in quanto solletica, probabilmente, la risposta che ti piacerebbe sentire, a conforto di quello che tu pensi; e cioè che l’architettura non serve a nulla. Lo sai che sono totalmente in disaccordo con te su questa teoria. Così come sull’ipotetico Committente che dovrebbe decidere di affidarmi un incarico in base alla risposta che gli darò sempre sulla stessa domanda. Lo so che è un gioco, ma più che una risposta su “a cosa serve l’architettura?” un Committente che si rispetti e che vuole affidarmi un incarico, magari andrebbe prima di tutto a dare un’occhiata a quei pochi e decenti lavori che ho fatto o anche solo ai miei progetti e su questo dovrebbe basare la sua scelta, nella speranza che il mio modo di interpretare e realizzare un certo tipo di architettura si avvicini a quelli che sono i suoi desideri e le sue speranze. Ma aldilà di questo la domanda più importante, a mio modesto avviso, non è “a cosa serve l’architettura”?, che in fin dei conti ne presuppone già l’esistenza. Forse la domanda è: se esiste, perché esiste? Quindi prima di tutto: Che cosa è l’architettura? Per essere più convincente ho chiesto aiuto a due cari colleghi che purtroppo non ci sono più. Il primo è un certo Signor Rossi, per niente anonimo come il cognome farebbe pensare, anzi, a mio modesto avviso uno dei più grandi del “900”, il primo architetto italiano a vincere il Premio Pritzker per l’architettura nel 1990, seguito poi solo nel 1998 da Renzo Piano.

Aldo Rossi – “L’architettura della città” – CittàStudi/Edizioni – 1966
Intendo l’architettura in senso positivo, come una creazione inscindibile della vita civile e della società in cui si manifesta; essa è per sua natura collettiva. Come i primi uomini si sono costruiti abitazioni e nella loro prima costruzione tendevano a realizzare un ambiente più favorevole alla loro vita, a costruirsi un clima artificiale, così costruirono secondo una intenzionalità estetica. Essi iniziarono l’architettura a un tempo con le prime tracce della città; l’architettura è così connaturata al formarsi della civiltà ed è un fatto permanente, universale e necessario……. Ma per dare forma concreta alla società, ed essendo intimamente connaturata con essa e con la natura, essa è diversa e in modo originale da ogni altra arte e scienza.

Se il “maestro” non è riuscito a convincerti allora, per cercare di “alleviare i tuoi tormenti”, con risposte esaustive su “Cosa è l’architettura? A cosa serve l’architettura? Ma cosa è architettura e cosa è edilizia? E come misurare la loro differenza?”, mi sono rivolto ad un altro “caro collega” che purtroppo anche lui non è più tra noi, ma che con quello che ha detto, e che in alcuni passaggi definirei addirittura “profetico”, forse potrà darti qualche risposta, più convincente e sicuramente più autorevole delle mie.

Dalle carte dell’Archivio Centrale dello Stato “Moretti visto da Moretti”
Uno stralcio del discorso tenuto all’Accademia di S. Luca il 16. Aprile. 1964 da Luigi Moretti su:
SIGNIFICATO ATTUALE DELLA DIZIONE ARCHITETTURA
“……………………Prima di concludere sia lecito affermare che una voce come “Architettura”, per essere intesa nel suo significato attuale, debba non soltanto essere vissuta nell’excursus dei significati precedenti, ma ascoltata nei palpiti che ne annunciano le sue possibili significazioni nell’avvenire; cioè, di intravvedere il futuro di quelle nuove attività di fatto e di pensiero che la voce “Architettura” potrà ancora accogliere. Nel prossimo futuro è da osservare per primo che l’aumento demografico ancora crescente, la valutazione sempre più avanzata e precisa della necessità e della personalità dell’uomo, la discriminazione formale fra le attuali classi sempre meno sensibile, i campi economici ognora più omogenei e ripartiti, porteranno a insediamenti umani nei quali le strutture per abitazione e per servizi non potranno avere laschi di interpretazione che estremamente ridotti. La edilizia si conformerà come la sostanza predominante della architettura.
Per contro sarà definitivamente chiaro che soltanto la numerosità e complessità dei parametri vincolanti determinerà le sfumature e i passaggi tra architettura in senso antico e edilizia, poiché esse costituiscono una unità senza cesure concettuali. L’architettura vivrà ancora nei monumenti (che rimarranno pur sempre necessari perché gli uomini possano affermare qualche cosa oltre l’utile), così come per le strutture dell’edilizia e per il loro ordinamento spaziale. Ordinamento che dovrà seguire parametri funzionali precisi e completi, ivi compresi quelli spirituali. Parametri questi ultimi che potranno dare una nuova “venustas” agli spazi dell’avvenire, risolti con la materia elementare del verde, della Goethiana campagna aperta, del cielo e della luce. Anche l’edilizia cioè, quando sarà produzione industriale in serie, come oggi le auto, potrà avere una sua nuova bellezza. La urbanistica infine dovrà creare nuove strutture per gli insediamenti umani, sostanzialmente diverse da quelle attuali. Poiché le dimensioni del mondo su cui essa sarà chiamata a operare saranno radicalmente mutate e le leggi rigorose e precise dei grandi numeri interverranno definitivamente………….. Abbiamo così esaminato la voce “Architettura” e cercato di intendere i suoi contenuti, così diversi nel tempo, così distanti nelle prospettive future, da quelli che si perdono nella storia lontana. Questa voce rimane pur tuttavia, e rimarrà con un fascino antico e misterioso, con un prestigio magico, che non dovremmo mai scalfire, specialmente nella sua ossatura etica, cioè nella rettitudine e nella decisione del fare e del pensare. Questo obbligo lo abbiamo particolarmente noi, perchè l’architetto rimane sempre un uomo che ha il suo da fare fra i più stimolanti e felici e che sembra avere la benignità degli dei, pure se sappiamo quanto Michelangelo avesse ragione dicendo dell’architettura “nessuno sa quanto sangue ci costa”.
Un abbraccio Giorgio M

 

Giulio ti invio due render di quelli che sono, forse, tra i nostri progetti migliori degli ultimi tempi. Il primo è il progetto per il Concorso del Nuovo Auditorium di Acilia che fu indetto da Alemanno. Naturalmente non abbiamo vinto ma è quello che secondo me si avvicina di più alla “profezia” di Moretti sulla trasformazione dell’architettura per adeguarsi, conformarsi ed essere al passo con i tempi in cui si realizzano le opere. Un atteggiamento che oserei dire “camaleontico”, ma assolutamente necessario per dare continuità al suo ruolo indispensabile.

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Nel Progetto dell’”Auditorium” c’è stata proprio la volontà di nascondere quella che siamo abituati a chiamare l’architettura tradizionale. La struttura dell’Auditorium ha praticamente un solo prospetto, una sola facciata con una Piazza davanti che è l’ingresso principale dell’Auditorium. Tutto il resto, cioè tutte le funzioni e le attività legate all’Auditorum sono coperte da un tetto verde, un Parco che diventa il vero protagonista legando con varie funzioni un’area molto più grande all’interno del quartiere. Io metterei questo progetto , ma ti lascio volentieri l’onere della scelta.

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Il secondo render invece riguarda il progetto di due unità per Alloggi Sociali/Housing, che saranno realizzati il prossimo anno a CastelPorziano nella Lottizzazione che stiamo portando avanti da quasi 10 anni. Siccome per le unità che hanno dato vita a questa lottizzazione, per vari motivi, dai costi, alle prescrizioni del Comune fino alle scelte dei costruttori, non ci è stato permesso di andare oltre una normale progettazione, per queste due unità abbiamo fatto un’ eccezione che sia dal punto di vista formale che da quello distributivo ci è stata concessa. Quindi abbiamo accentuato questa diversità formale/funzionale con il resto della lottizzazione, immaginando che queste due unità di Housing fossero due astronavi che venivano da un altro pianeta. Un “incontri ravvicinati del terzo tipo” de noantri alla romana.

Un’ultima cosa che vorrei dire in generale sull’architettura è che dovremmo finirla tutti di esprimere “giudizi”, come facciamo spesso, su una qualsiasi architettura solamente guardando una foto. E’ un errore di “superficialità” ed è anche una questione di correttezza che noi di “amate,” specialmente, non ci possiamo permettere.
Se riteniamo ancora valido il “Codice vitruviano” della Utilitas, Firmitas e Venustas che una qualsiasi architettura deve avere per essere considerata tale. Non possiamo esprimere giudizi di valore solo guardando una fotografia e quindi esprimendo una valutazione solo sulla “bellezza” che oltretutto è una cosa molto soggettiva e molto difficile da “codificare”.
Se consideriamo l’architettura come un mobile che si regge su tre piedi (Bellezza, Stabilità e Funzionalità), se viene a mancare uno qualsiasi di questi “piedi” il mobile crolla.
Quindi quando descriviamo un’architettura inseriamo anche dei parametri di riferimento su gli elementi costruttivi e strutturali e sulla “ideazione e distribuzione” degli spazi interni. Continuare a parlare solo di Bellezza è fuorviante e secondo me anche superficiale.
Un abbraccio e grazie

LA MONETA URBANISTICA DELLA COPPIA MARINO-CAUDO

23 febbraio 2017

Il susseguirsi frenetico di eventi e prese di posizioni, alimentano un clima di confusione che a volte sembra addirittura stravolgere la realtà. Così che, in alcuni momenti, si ha la sensazione che il Progetto dello Stadio della Roma a Tor di Valle lo abbia voluto il M5S invece che l’ex Sindaco Marino e l’ex Assessore all’Urbanistica Caudo.

L’eredità ricevuta”, oltretutto, non è stata per niente gradita dal M5S che in campagna elettorale aveva espresso la sua contrarietà a questo progetto. Ma dopo l’uscita di scena dell’Assessore Berdini, il NO! secco al progetto, senza un sostanziale taglio alle cubature Direzionali e Commerciali ed un ritorno a quanto prevede il Piano Regolatore è diventato un SI! Ma a condizione di…… Una “sforbiciata” alle Torri ed alle Attività commerciali del 20/30%, come se il problema fosse solamente “la scandalosa moneta urbanistica” con la quale si è voluta legare un’ operazione che ha invece anche delle criticità sotto l’aspetto ambientale, archeologico, della mobilità e dei trasporti pubblici. Visto però che uno dei due “padri” dell’operazione Stadio, l’ex Sindaco Marino, ha scelto il silenzio, a cui non sappiamo che interpretazione dare, l’ex Assessore Caudo qualche settimana fa, per difendere la sua “creatura”, ha scritto anche a Carteinregola che ha subito aperto un dibattito sul tema. Con un po’ di ritardo rispondo volentieri, cercando di allargare il discorso, che mi sembra “mummificato” sempre su gli stessi argomenti di natura “tecnica” e sull’aridità dei numeri che vengono “sfornati”, forse per offuscare il problema centrale che è quello prettamente politico. Il Prof. Caudo ha parlato anche di opacità, ambiguità, mancanza di trasparenza, riferendosi all’attuale Amministrazione, cercando di sminuire il fatto che tutta l’operazione l’ha cominciata e condotta lui, insieme al Sindaco, ma come se fosse “un uomo solo al comando”. Un modo quantomeno discutibile di gestire “l’Urbanistica” di una città così complessa e difficile da governare, grazie anche alle “violenze” subite soprattutto dalle ultime Amministrazioni a partire da Rutelli, e di cui parleremo più avanti. Per cui senza dimenticare le improvvisazioni, le impreparazioni e gli errori di questa nuova amministrazione del M5S, non possiamo non ricordare, sotto l’aspetto politico e dopo solo 8 mesi, alcuni fatti importanti accaduti:

a)-La precedente Amministrazione, dopo circa 2 anni e mezzo, è stata mandata a casa non da una opposizione agguerrita, ma per la prima volta nella storia di Roma, dagli stessi componenti della maggioranza del PD che davanti ad un Notaio si sono dimessi tutti, pur di liberarsi del Sindaco e della sua giunta, che nel frattempo stava sperimentando “un metodo di turn over mensile” dei propri membri e del corpo politico-dirigente, che a quanto pare ha fatto scuola.

b)-Mentre il Prof. Caudo ci proponeva vari interventi sulla “Rigenerazione Urbana” (vero e proprio mantra del Programma di Marino, al Punto 5. Urbanistica) con l’imperativo di dire basta al consumo di suolo, nello stesso tempo “sposava” con entusiasmo il Progetto del nuovo Stadio che il Presidente Pallotta vuole realizzare, su di un’area, di proprietà del costruttore Parnasi, che presenta delle criticità e sulla quale si dovrebbe anche apporre il “bollino dell’interesse pubblico”; che necessita di una Variante di P R G.

c)-Nel Programma Elettorale di cui sopra, che il Prof. Caudo conosce molto bene, lo Stadio non era contemplato. Ma almeno per correttezza d’informazione bisognerebbe dirlo qualche volta e sarebbe giusto ricordare che anche grazie a quel programma si erano vinte le elezioni. Certo l’area è di un privato, una legge su gli impianti sportivi era stata approvata da poco, ma non si era detto che “la regia sulle trasformazioni del territorio doveva essere in ogni caso pubblica? E che ci sarebbe stato sempre un processo partecipativo per coinvolgere i cittadini nelle scelte?

Sulla regia forse è meglio sorvolare,visto il film che ci è stato proposto. Mentre la Partecipazione c’è stata. Un nuovo metodo di partecipazione ma c’è stata. Quello di presentare un  progetto già elaborato e definito alla Casa della Città (Plastico, Disegni Tecnici, Render a colori, ecc.) e chiedere ai cittadini di fare tutte le osservazioni del caso. Non mi sembra che la Casa della Città sia stata presa d’assalto da centinaia di cittadini con matite e squadrette che prendevano appunti.

Punto 5.1 del Programma di Urbanistica di Marino (A proposito del tradimento dei principi della campagna elettorale) “Le città europee sono da anni impegnate nel mettere in campo modelli di sviluppo urbano alternativi a quelli della continua espansione e del consumo di suolo. A Roma, invece, le espansioni rappresentano ancora all’incirca l’80% delle potenzialità. La giunta Alemanno ha utilizzato l’espansione urbanistica solo come “moneta”, continuando a consumare suolo. Un modello fallimentare tutto orientato all’offerta e distante dai bisogni reali della città che è stata trasformata in una sorta di “sottoprodotto” del mercato finanziario. In questi anni si è fatta urbanistica ma non per la città”.

Un punto programmatico da sottoscrivere ad occhi chiusi, tanto è vero che Carteinregola, nei mesi finali della Giunta Alemanno, proprio per neutralizzare il “delirio urbanistico” delle ultime delibere che si volevano approvare a tutti i costi, partecipò, insieme ad altre associazioni e movimenti cittadini, al presidio ininterrotto per più di due mesi in Campidoglio, che fu determinante per evitare quello che era stato definito il “nuovo sacco di Roma”.

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Investimento totale: 1,7 miliardi di euro – il Piano Regolatore consente al massimo 118 mila metri quadrati, ovvero oltre 600 mila metri cubi in meno dei 977 mila richiesti – una sproporzione tra i cantieri previsti e lo stadio, che vale appena il 14% del totale.

Il viaggio americano” della coppia Marino-Caudo ci fece capire invece quali erano le vere priorità di questa amministrazione, nonostante il disastro che era stato trovato (un debito certificato che oggi supera i 13 Miliardi di euro) e che forse meritava tutt’altra attenzione. Naturalmente nessun sentore del “bubbone” di Mafia Capitale che intanto era scoppiato, tanta era la concentrazione nel portare avanti il Progetto dello Stadio che oltretutto, si presentava difficile da “digerire” da una parte non proprio trascurabile dei cittadini romani. Non solo, ma l’ex-Assessore, a sostegno della bontà di quanto fatto, ci spiega anche che prima i costruttori romani, quelli definiti “palazzinari”, quelli che, come dichiarava qualche anno fa nel libro di F. Erbani (Roma, il tramonto della città pubblica), usufruivano della “moneta urbanistica”…………… Il Comune come un Bancomat o La Zecca dove invece di soldi si stampano e si distribuiscono cubature……..Occorre chiedersi per chi si costruisce ed il come………Roma avrebbe bisogno di un piano per “riabitare la città abitata”, altro che cementificare l’agro romano .

stadio02Magari l’agro romano no, ma l’ansa del Tevere a Tor di Valle perché no?

Infatti per quei “palazzinari” la coppia Rutelli-Cecchini (con la variante di PRG di Settembre 1998) cambiarono la Destinazione d’uso dei terreni della Centralità Bufalotta-Porta di Roma, di proprietà Toti e Parnasi (Chi l’avrebbe mai detto?). Terreni sui quali doveva sorgere un grande “Autoporto”. Per cui una superficie di 65 Ettari su 330, diventa edificabile, per il 40% Edifici Residenziali, per il 20% Servizi Turistico-ricettivi e per il 25% Centri direzionali privati e pubblici.

Contestualmente si sarebbero dovuti cedere al Comune 150 Ettari di Verde Pubblico per realizzare il Parco delle Sabine. Ma arriva la coppia Veltroni-Morassut a cui piacevano di più gli Accordi di Programma rispetto alla Variante, che in effetti era un po’ passata di moda, che completano “il massacro” della Centralità. Fu così che più di un Milione di mc di Uffici, che avevano già una volta cambiato destinazione, diventano Residenze, e gli “applausi” fioccarono per gli 85 milioni di euro che il Comune aveva incassato e con i quali, dichiarava, avrebbe portato la linea della metropolitana fino a Porta di Roma. Va bè! Sù non disperiamo! In fondo sono solo passati 10 anni, un po’ di pazienza no!!!!

Ma, come ci spiega oggi il Prof. Caudo, quella moneta urbanistica era solo un misero 10% dell’investimento totale dei costruttori, e veniva usata solo per ridurre il debito dell’Amministrazione e per fare cassa. Invece trattando con uomini d’affari e della finanza come Pallotta, anche se poi i terreni sono di Parnasi, lui è riuscito a portare a casa il 30% dell’investimento in opere ed attrezzature per la città che, se poi servono o meno, se poi saranno realizzate o meno, come la storia ci ha detto finora, ha poca importanza. Quindi, come al solito, fino a questo momento, si tratta solo di una enorme operazione di mercato. Ma non si doveva cambiare tutto?

In effetti una grande novità il prof. Caudo l’ha poi introdotta nella sua, per fortuna, breve esperienza di governo dell’urbanistica di Roma, ed è stata quella di mettere in atto il metodo del cosiddetto “fior da fiore”, all’interno del “dogma” della Rigenerazione urbana. Che vuol dire occuparsi principalmente di quelle “operazioni” che sono più “appetibili” dal punto di vista politico e della visibilità grazie alla loro collocazione all’interno della città.

Come “Gli ex stabilimenti militari” di via Guido Reni, “La vecchia Fiera di Roma” sulla Cristoforo Colombo, “La Pedonalizzazione dei Fori”, insieme ai grandi cambi di Destinazione d’uso, come “le Torri della TIM” all’EUR, “l’Edificio dell’ex Zecca” in Piazza Verdi ai Parioli, “l’ex Istituto Geologico Nazionale” a Largo S. Susanna, peraltro alcuni oggetto di indagini da parte della magistratura, e così via. E’ chiaro che se la scelta politica, perché di questo si tratta, è solo quella di fare cassa, senza nessuna idea di città'”, si deve per forza di cose vendere o svendere, dipende dai punti di vista, i cosiddetti “gioielli di famiglia”. Certo ci sono poi state anche le Conferenze urbanistiche nei vari Municipi, i Workshop e le conferenze al MAXXI, sul Concorso di Via Guido Reni, quella su Roma 2025 con le Università e quello su Roma città ”resiliente”, altro mantra oramai insopportabile. Tutte nobili iniziative sponsorizzate alcune da Cassa Depositi e Prestiti come da Protocollo d’intesa sottoscritto il 3. Ottobre. 2014 per il Concorso di Via Guido Reni.

Sicuramente qualcosa sarà sfuggito e per questo chiedo venia a priori. A questo punto, però, qualche domanda sorge spontanea. Ma le famose Centralità quale attenzione hanno ricevuto? E lo “scandalo” dei Piani di zona?. Ed i Print in sospeso? Ma sopratutto “LE PERIFERIE” tanto decantate sempre nello stesso programma elettorale, quale posto hanno occupato nelle decisioni prese dall’Amministrazione Marino? E le 200 Concessioni rimaste ferme, creando grandi difficoltà a piccole e medie imprese, “perché bisognava lavorare solo per lo Stadio”, come ha detto l’Assessore Berdini,nella sede dell’ACER ad Ottobre scorso, mentre il 18 Novembre, di fronte alla Commissione Urbanistica Regionale aveva dichiarato, come riportato da tutti i media: «La scelta di Tor di Valle è stata una follia, messa in conto all’amministrazione pubblica. Ci sono 220 milioni di opere che non servono, che vorrebbero che pagassimo con i metri cubi. O la Roma rinuncia ai milioni di opere inutili oppure pensi ad un’area diversa. Il vizio di pagare il debito pubblico con volumetrie, potete stare certi che con la nostra amministrazione finirà per sempre».

A meno che non finisca prima l’Amministrazione. Infatti in questo momento l’Assessore Berdini non c’è più.

Ma sull’area dello Stadio c’era anche il parere critico della Soprintendente ai Beni culturali, Margherita Eichberg che sempre a Novembre 2016, e non oggi, aveva già dichiarato: «Si riconoscono presenze archeologiche diffuse, assi viari di primaria importanza e pertinenze funerarie e monumentali dall’età del bronzo alla tarda età imperiale. Si tratta di un sito meritevole di tutela su cui emerge la sagoma dell’ippodromo, un significativo esempio di architettura contemporanea». Ippodromo che, aggiungo, costruito tra il 1957/59, su progetto di La Fuente e Rebecchini per le Olimpiadi del 1960, pur essendo vincolato e facendo parte della “Carta della Qualità” di Roma, purtroppo dovrebbe essere abbattuto, dopodichè saremo poi pronti tutti a versare le consuete lacrime di coccodrillo, come è già successo con il Velodromo di Ligini all’EUR.

Infine come “amate l’architettura” tratteremo in altro momento, la solita mancanza di trasparenza palesata con la scelta di alcuni architetti italiani/romani (Desideri, Cordeschi,Tamburini ed altri) per progettare le cosiddette “opere minori”, di cui alcune sono/saranno pubbliche, avvenuta come al solito in sordina e non si sa con quali criteri. Mentre si “strombazzavano” con il solito “provincialismo” tutto italiano i nomi delle archistar Libeskind e Dan Meis, scelti dagli investitori per i progetti delle Torri e dello Stadio , su quelli italiani, scelti da chi ???, calava “un omertoso silenzio”.

Purtroppo anche in questo si misura la distanza che divide noi che pensiamo che 18.000 iscritti, per parlare solo di quelli di Roma, dell’Ordine degli architetti più grande d’Europa, meritano rispetto e chi invece continua ad applicare “metodi ottocenteschi” alla Marchese del Grillo “io so io e voi nun siete un c…….. Ma qualcuno aveva già previsto tutto con qualche anno di anticipo come solo pochi sanno fare. E purtroppo restano quasi sempre inascoltati. Ma tant’è!!!

L’urbanistica? E’ ormai figlia dell’architettura.

E l’architettura ridotta a pura forma assorbe tutto il dibattito culturale. Diventa il paradiso delle archistar.

Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città.

Più all’individuo che non al collettivo. Occorre invece che l’urbanistica recuperi la sua linfa sociale.

Un uomo, un’idea, un progetto non cambiano niente. Può riuscirci solo un lavoro faticoso, paziente, di tante persone. Solo la società può cambiare la società.”

(Italo Insolera – Intervistato da Francesco Erbani per La Repubblica nel 2010)

Will Alsop: “Beatles o Rolling Stones ?” – “Pelè o Maradona?”

Venerdì 4 Marzo alla Casa dell’Architettura è stata inaugurata una mostra delle opere (architet­ture, pitture, plastici e video) di Will Alsop con “Lectio Magistralis” dell’eclettico e visionario ar­chitetto britannico introdotta da M. Fuksas (intervento irrilevante e di circostanza) e con presen­tazione del primo libro su Alsop scritto a quattro mani dall’architetto e critico Alessandra Orlan­doni e dall’Accademico dell’Università di Oxford Tom Porter, prematuramente scomparso l’anno scorso.

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Sharp center (Toronto)

Per chi come me appartiene alla stessa generazione di Alsop, questo “splendido sessantottenne” ha rappresentato da sempre l’eccezione che conferma la regola che l’architettura è arte ma non può essere solo arte, sopratutto perché sarebbe riduttivo pensarla tale, per la grande valenza sociale e l’importanza che ha nel determinare la qualità della nostra vita. Per questo motivo Porter nella sua introduzione paragona Alsop ad un artista del Rinascimento, periodo storico in cui le qualità di architetto, pittore e scultore erano spesso possedute dalla stessa persona prima che, dal successivo periodo Barocco, cominciasse la separazione tra arte e architettura.

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Peckham Library (Londra)


Per Porter Alsop incarna una nuova e singolare specie di architetto, la cui inclinazione professionale è chiudere la breccia tra arte ed architettura, condensando scultura, pittura e progettazione di edifici in un singolo gesto”. Tutto ciò trova conferma nelle stesse parole di Alsop: “…more noise non si occupa di edifici ma piuttosto del pensiero che sottende l’architettura e dell’atmosfera da essi generata – l’effetto che gli edifici hanno sull’ambiente, sulla vita delle persone e la percezione che queste hanno dell’ambiente fisico che le circonda. …Non credo nell’architettura pura. Preferisco un’architettura “corrotta”, che non si ferma al progetto ma dialoga con il contesto. Che invita ed incoraggia l’intervento di artisti, o anche solo di chi ci abita. L’architettura non è solo risolvere problemi tecnici. Nei miei edifici vedo persone felici, che li amano e li usano. Se succede, vuol dire che quello che ho fatto è giusto”. Forse basterebbero queste frasi per capire che Alsop era un predestinato, un architetto ed un artista che con le sue opere avrebbe fatto parlare di sé, “…in positivo o in negativo non ha importanza purchè non si cada nell’indifferenza”, come ama ripetere.

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Peckham Library (Londra)

E lo si poteva prevedere già nel 1977 quando a soli 23 anni, ancora studente dell’Architectural Association di Londra, non avendo i requisiti per par­tecipare al concorso internazionale per il “Centre Georges Pompidou”, deve chiedere al suo tutor, Dennis Crompton, di iscriversi in sua vece, utilizzando il suo progetto, che aveva elaborato da solo, con il quale si aggiudica il II° premio dietro i vincitori Piano & Rogers, ma battendo lo Studio Foster & Partners relegati al III° posto. “…un progetto che era pura anti-architettura, per ribadire l’idea che l’architettura moderna era un totale disastro, proponendo che il museo non fosse affatto un edificio, ma un grande spazio verde aperto e modellato come l’ondulato paesaggio parigino, comprensivo di due colline e una valle sotto le quali i servizi del Centro sarebbero stati interrati”.

Coinvolgente e straordinariamente efficace quando descrive la “genesi” di un progetto. “…Tutto comincia sempre da un foglio di carta bianco, non è forse così?…Il niente è il punto di partenza del progettare. L’inizio è sempre la tabula rasa che si infrange nell’istante in cui un’idea è trasfe­rita dalla mente a una qualsiasi forma esterna…una parola, qualche riga di prosa, uno scarabocchio, uno schizzo o un’immagine, un diagramma”.

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Goldsmith College (Londra)

Per Alsop nella progettazione architettonica il diagramma concettuale, quale descrizione del pro­cesso mentale, è fondamentale ed i disegni sono addirittura oggetto di collezionismo e di mostre prestigiose, giocando un ruolo fondamentale nelle presentazioni di architettura, specialmente per la comunicazione dei concetti generatori al pubblico.

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Blackfriars bridge (Londra)

Ad avvalorare questa tesi di Alsop, Tom Porter ricorda che: “…Charles Moore usava, come Picasso, scarabocchiare gli spunti progettuali su un tovagliolo mentre mangiava; che “…in una conferenza ad Oxford, negli anni “80”, chiese a Niemeyer se era vero che avesse schizzato le prime forme degli edifici di Brasilia sul retro di una busta o era una leggenda”, ricevendo come risposta un “No, non è corretto. Ho fatto lo schizzo sul retro di un pacchetto di sigarette”, ed infine che “…Louis Kahn definiva questi segni iniziali, questi gesti che si tende a considerare casuali ed accidentali “il seme progettuale”, perché in re­altà sono le prime manifestazioni di un’idea progettuale in embrione e possono essere addirittura profetiche e rappresentare l’essenza di un’architettura.

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Chips (Mancester)

Altro aspetto fondamentale per Alsop è il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini e della gente comune nelle scelte progettuali.

Anche in questi processi Alsop dimostra di essere un innovatore, per quanto riguarda la comuni­cazione, al passo con i tempi, come testimonia il bellissimo video realizzato per la riqualifica­zione e la rigenerazione urbana di un “pezzo” della città di Bradford.

Alla fine della sua lezione che, tanto per non smentirsi, aveva aperto chiedendo un bicchiere di vino rosso (una lezione condita purtroppo dalla solita carrellata di progetti realizzati e non, con poche spiegazioni ed una “vagonata” di immagini a cui nemmeno lui è riuscito a rinunciare, e che resta l’unico neo forse di un pomeriggio molto “cool”), mi sono avvicinato per farmi firmare il libro e mentre ci ringraziavamo a vicenda i nostri occhi per pochi attimi si sono incrociati.

Occhi che pur non essendo grandi colpiscono e scrutano con uno sguardo di “dolce follia” e accompagnano un corpo che dichiara apertamente, oltre all’età, che Alsop nella sua vita, come si suol dire, non si è fatto mancare nulla. Quindi senza proferire parola e con un solo sguardo in quel momento Alsop ha risposto alle mie domande iniziali che per noi “ragazzi dell’altro secolo” costituivano il nostro “tormentone”. “Beatles o Rolling Stones? – Pelè o Maradona?”. Lui è sicuramente per i Rolling Stones e per Maradona, ma da uomo/artista/architetto eclettico e curioso apprezza ed anche tanto i Beatles e Pelè perché, aldilà dei gusti e delle inclinazioni personali, siamo di fronte a persone non comuni che nel loro “mestiere” hanno scritto la storia della musica rock e del calcio, siamo di fronte a dei veri “fuoriclasse”…come lui.

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Will Alsop

Editing: Lucilla Brignola, Daniela Maruotti, Giulio Pascali

Le immagini sono tratte dai seguenti link (incorporati nel testo)

Will Alsop (Di Malcolm Crowther – Malcolm Crowther, CC BY-SA 3.0)

PECKHAM Library

Blackfriars bridge

Chips

Sharp center

Link ai video tratti da www.architectureplayer.com

http://www.architectureplayer.com/clips/picture-a-city-bradford

http://www.architectureplayer.com/clips/chips-2

L’Architettura partecipata è possibile!

10 agosto 2014

Amate l’Architettura per quasi 6 mesi ha fatto parte del “Laboratorio di progettazione partecipata” promosso dall’Assessore alla Trasformazione Urbana Giovanni Caudo, all’interno dell’operazione “Caserme di Via Guido Reni”, e previsto nel Protocollo d’intesa siglato a Dicembre 2013 con Cassa Depositi e Prestiti per la valorizzazione dell’area ed il passaggio di quasi il 50% della stessa dal Demanio al Comune di Roma. Nell’operazione inoltre, a fronte della valorizzazione dell’area e della destinazione della parte Privata a Residenze, Alloggi Sociali, Attività Commerciali e Turistico-ricettive, l’altra parte invece Pubblica sarà destinata alla realizzazione del Museo della Scienza e di Attività ed Attrezzature di quartiere grazie al contributo straordinario che sarà versato dal Privato e che non potrà in ogni caso essere inferiore ai 43.000.000 di euro. Gli accordi con CDP ed il Protocollo d’intesa che dovranno essere resi ufficiali dopo l’approvazione della Delibera contengono, sempre secondo l’Assessore Caudo, altre due cose importanti:

1. la prima è che si faccia un “Concorso Internazionale” per elaborare il progetto del Masterplan dell’Area intera degli Stabilimenti Militari e che le linee guida per il Concorso vengano “tracciate” dai responsabili degli uffici tecnici competenti del Comune di Roma, insieme ad un “Laboratorio di progettazione partecipata” formato da cittadini, movimenti ed associazioni del quartiere Flaminio. Tutto ciò è già avvenuto, ed un documento elaborato da circa 15 Associazioni e Movimenti di cittadini del quartiere e non solo, è stato già consegnato all’Assessore nello scorso mese di Luglio;
2. la seconda è che il costo relativo al Concorso Internazionale di Progettazione sarà completamente a carico di Cassa Depositi e Prestiti, e non peserà sulle risorse economiche del Comune di Roma.

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L’approvazione della Delibera, sgombra il campo da molte critiche e sospetti che erano stati sollevati anche all’interno del “Laboratorio”, obiettando, giustamente, che non è mai stato fornito nessun documento che attestasse quanto detto sopra, anche dopo varie richieste formulate. Ma è altrettanto vero che non è stato mai fornito nemmeno alcun documento che attestasse il contrario. Nessuno ha mai dimostrato l’inesistenza di un Protocollo d’intesa, o che nel Protocollo ci fossero condizioni completamente diverse da quelle fornite da Caudo. Tanto è vero che la Delibera con la richiesta di Variante al PRG era già stata approvata in Giunta il 27 Dicembre 2013. Quindi, dopo più di dopo 5 mesi ed un percorso di “Progettazione partecipata” concluso, con una Variante di PRG pronta per essere approvata in Assemblea consiliare, sostenere che forse era meglio prevedere un Accordo di programma o un Print (Programma Integrato) al posto della Variante, sinceramente noi lo abbiamo trovato “incomprensibile” e soprattutto strumentale ad un chiaro “scontro” politico che, come da copione, le forze della “restaurazione” portano contro chi si propone di cambiare ed innovare. Evidentemente anche in politica la perdita di “abitudini e riferimenti certi e sicuri”, procura spesso panico e disorientamento soprattutto a chi vive l’impegno politico principalmente come professione e non come servizio. Questa purtroppo è una realtà che in Italia ha raggiunto oramai livelli patologici anche in ambiti importanti di rappresentanza.

A noi di Amate l’Architettura non interessa entrare in un “agone politico” e prendere posizione per una parte o per l’altra. Dalla fondazione del nostro Movimento nel 2009, crediamo in una partecipazione politica, non partitica, finalizzata al miglioramento delle condizioni urbane e sociali, offrendo il nostro contributo, sul tema dell’architettura, solo per la realizzazione di interventi utili e di qualità per la città e soprattutto per i cittadini. Per questo motivo eravamo rimasti sconcertati nel leggere, in questi ultimi mesi su tutti i quotidiani, che una parte evidentemente “influente” del PD, era riuscita quasi a convincere il Sindaco Marino della necessità di ritirare la delibera di Variante al PRG, che l’Assessore Caudo aveva preparato, per un’operazione che era stata già avviata da sei mesi (sic!).

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Quali sono le motivazioni per le quali definiamo “straordinario” questo risultato?
Per comprenderle ripercorriamo le principali tappe del cammino che ha portato a questa delibera.
Dal Gennaio/Febbraio 2014, su invito dell’Assessore Caudo e del Presidente del II° Municipio Gerace, si è costituito un “Laboratorio di progettazione partecipata” (al quale abbiamo partecipato attivamente, fin dalla sua formazione) per definire le linee guida del documento con il quale indire un Concorso Internazionale per il Progetto del Master Plan della Città della Scienza.
Nel mese di Luglio il “Laboratorio” ha consegnato all’arch. Geusa, Responsabile del Procedimento del Processo di partecipazione, il documento nel quale sono confluite tutte le proposte, le richieste e le indicazioni che le Associazioni, i Comitati ed i cittadini del quartiere Flaminio hanno formulato, concordato e condiviso dopo circa 6 mesi di riunioni settimanali nei locali messi a disposizione all’interno dell’area delle “Caserme”.
Il numero e la qualità delle Associazioni di cittadini che hanno condiviso e firmato il documento finale, senza entrare nel merito dello stesso, sono il valore aggiunto di questa operazione, che potrebbe diventare un punto di riferimento per operazioni e procedure analoghe.
Questi sono principalmente i motivi che ci hanno fatto accogliere con grande soddisfazione, finalmente, l’altra notte alle ore 2,00 del 7 Agosto 2014, l’approvazione della Delibera per la Variante di PRG sull’area di Via Guido Reni, secondo lo schema e l’iter voluto dall’Assessore Caudo. L’unico emendamento inserito nella Delibera approvata, è stato quello che prevede nel percorso da seguire, dopo il Concorso Internazionale, il ricorso al PRINT (Programma Integrato) nell’accordo definitivo con Cassa Depositi e Prestiti.
All’interno del Documento del Processo partecipativo Amate l’Architettura ha espresso qualche perplessità su quelle che potranno essere i metodi e le procedure di promozione e gestione del Concorso Internazionale che, come tutto il resto dell’operazione, dovrà contenere uguali elementi di innovazione, chiarezza e trasparenza come quelli messi in campo fino a questo momento. Il Concorso Internazionale si farà. Come e in che modo è da decidere e siamo fiduciosi che l’Assessore Caudo terrà fede a quanto promesso e più volte ripetuto sulla presenza e partecipazione del “Laboratorio” dei cittadini, delle Associazioni e Movimenti di quartiere a tutte le decisioni future.
E fino ad oggi non abbiamo proprio nessun elemento per dubitarne.

di Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola


Ancora un geometra presidente di giuria in un concorso di progettazione

10 marzo 2014

Al Presidente del CNAPPC
Arch. Leopoldo Frery

Al Presidente dell’Ordine degli APPC di Modena
Arch. Anna Allesina

Al Sindaco del Comune di Cavezzo (MO)
Dott. Stefano Draghetti

Il Movimento “Amate l’architettura” che si occupa sin dalla sua nascita (Roma-2009) delle problematiche inerenti l’architettura e la professione dell’architetto, è anche molto attento a quelle che sono le “COMPETENZE PROFESSIONALI” di chi è abilitato con titolo Accademico (Architetti ed Ingegneri) ad elaborare progetti di varia natura e dimensione e di chi avendo  invece un Diploma (Geometri e Periti edili) non ha l’abilitazione per farlo. Il nostro Movimento non si occupa di tutto ciò per uno strumentale “spirito polemico”, ma perché questo è quello che da anni sanciscono ormai molte sentenze della Corte di Cassazione che purtroppo, per motivi di varia “natura”, vengono spesso disattese e di cui alleghiamo quella più recente, la N. 19292 del 2009, che il CNAPPC  diramò a tutti i Consigli dell’Ordine degli Architetti  d’Italia.

Nella sentenza allegata si potrà constatare che è fatto divieto assoluto ad un Professionista in possesso di solo Diploma:
– di progettare opere in cemento armato,
– di assumere posizioni di coordinamento rispetto ad un Professionista in possesso di Titolo Accademico,
– di assumere l’incarico di Responsabile Unico del Procedimento (ex art. 10 del D.lg. n. 163/2006 il cui comma 5 richiede “titolo di studio” adeguato alla natura dell’intervento da realizzare).

Per queste ragioni, con la presente,  si chiede al Presidente del CNAPPC ed al Presidente dell’Ordine degli APPC di Modena di prospettare, al Sindaco del Comune di Cavezzo, di modificare il documento del Bando del “CONCORSO DI PROGETTAZIONE DEL NUOVO MUNICIPIO DI CAVEZZO”, laddove è previsto che  un Professionista con il solo Diploma di Geometra, che oltretutto è già Responsabile del Servizio Lavori Pubblici e Patrimonio, assuma l’incarico di Responsabile Unico del Procedimento e addirittura di  Presidente della Giuria  di Esperti che dovrà valutare i progetti che parteciperanno al Concorso.

Arch. Giorgio Mirabelli
Vicepresidente di
“Amate l’architettura” – Movimento per l’architettura contemporanea

Qui potete scaricare la sentenza: 11923-878-09-sentenza-comp-profes

ETICA E PROFESSIONE – IL GIURAMENTO DI VITRUVIO

“Come i medici con Ippocrate gli architetti dovrebbero
legare etica e conoscenza impegnandosi a realizzare sempre edifici di qualità
evitando scempi ambientali”

Il Prof. S. Settis, con “Il Giuramento di Vitruvio” (Sole 24 Ore – 12.01.2014) ha proposto, provocatoriamente, che gli architetti siano vincolati sotto l’aspetto etico e della conoscenza così come lo sono i medici con “Il Giuramento di Ippocrate”. Come era prevedibile, questo articolo è passato quasi sotto silenzio soprattutto tra gli addetti ai lavori, e non è riuscito a provocare quel dibattito che avrebbe potuto e dovuto. Questo perché Settis ha posto l’accento su un argomento alquanto “spinoso”, ma di enorme rilievo, quale è la “Responsabilità” dei professionisti della progettazione, di cui quasi mai si ha il coraggio di parlare come si dovrebbe. E’ come se architetti, ingegneri ed urbanisti non fossero tra gli attori protagonisti del processo di trasformazione del territorio, ma, a seconda dei casi, fossero delle figure estranee o, ancora peggio, dei semplici “realizzatori” dei “desiderata” del potere di turno, sia politico che economico-finanziario. Tutto ciò deriva principalmente da un grosso equivoco di fondo generato da un convincimento molto diffuso ed alimentato dagli stessi progettisti (in particolare dagli architetti), che sono ritenuti e si ritengono sopratutto degli artisti. Da questa considerazione scaturisce “l’assioma” che essendo un artista, il progettista ha delle responsabilità limitate, o addirittura nessuna (escludendo quelle di natura penale chiaramente), rispetto a chi opera scelte politiche di sviluppo e pianificazione territoriale e a chi determina quelle di natura economico-costruttiva. Ma ratificare strumenti urbanistici di varia natura e quindi condividerne le scelte progettuali e/o firmare i progetti per le richieste dei permessi di costruire, sono o no, per un Progettista, atti di responsabilità anche sotto l’aspetto etico e morale?

Il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le nostre città, sta ai politici affrontare l’emergenza generale in cui viviamo. Gli architetti si occupano di ben altre cose” (M. Fuksas).

“L’architetto cala sulla città il suo mantello per garantire che sia “alla moda”, contemporanea davvero… Salvo poi rinchiudersi, come fa Fuksas, nell’alibi di non avere alcuna responsabilità, di essere un umile artista, un artigiano che potrà al massimo dire “lasciamo i problemi a quelli che dovrebbero gestirli” (F. La Cecla)

La stessa cosa che, quasi un secolo fa, rispondeva Mies van der Rohe quando, in pieno regime nazista, veniva accusato di essere un collaborazionista:
“Gli artisti hanno sempre lavorato per i potenti, perché stupirsi?”;

abbandonando poi la Germania solo dopo aver perso il Concorso per la ricostruzione di Berlino che Hitler affidò ad Albert Speer. Ed anche lui parlava di sé definendosi appunto un “artista”. A conforto di questa tesi, purtroppo, e di quanto sia radicata nella nostra professione, esiste una vasta “collezione” di affermazioni, interventi e prese di posizioni di architetti vari e di varia caratura, da cui scegliere fior da fiore. A dimostrazione anche di una certa arroganza ipocrita e in alcuni casi addirittura di profondo disinteresse per il problema della responsabilità sociale e dei comportamenti etici e morali nell’esercitare la professione, senza per questo voler togliere nulla alla naturale dimensione artistica di questo bellissimo “mestiere”. Un esempio per tutti. Nel 2009 il matematico Piergiorgio Odifreddi intervista per «la Repubblica», l’architetto Peter Eisenman, figura di rilievo e “guru” del decostruttivismo. Alla domanda “di come e cosa rispondere alle critiche che gli erano state rivolte da chi abitava nell’ House VI da lui progettata e se lui vivrebbe mai in una casa simile”, risponde:

“Io no! Non vivrei in nessuna delle case che progetto… io posso parlare del progetto, ma non della reazione della gente: non realizzo le mie opere preoccupandomi di cosa ne dirà il pubblico, così come Joyce non scriveva Finnegans’ Wake preoccupandosi delle reazioni dei lettori”.
Solo uno sprovveduto potrebbe immaginare che Eisenman non sappia la differenza tra un’architettura ed un libro! Ma la sua risposta evidenzia l’autoreferenzialità e l’arroganza presenti nella nostra professione, ma in maniera preoccupante in molti di coloro che, a torto o a ragione, sono riconosciuti e/o si pongono come punto di riferimento nell’architettura contemporanea. Perché non è possibile pensare che un libro, un quadro, un film, un componimento musicale o poetico, insomma qualsiasi opera frutto dell’espressione artistica dell’uomo, possa essere paragonata ad un’opera di architettura se rapportata alla peculiare capacità di incidere in modo significativo sulla qualità della nostra vita. E’ addirittura banale esprimere con un paradosso il concetto che si può benissimo non leggere libri, non visitare mostre, non andare al cinema, non ascoltare musica e così via, impoverendo certo l’aspetto culturale ed intellettuale della nostra vita. Ma tutto ciò sarebbe dovuto solo ad una scelta individuale che non ha niente a che vedere con la qualità intrinseca dell’opera d’arte e quindi con un’eventuale responsabilità dell’artista, che opera in assoluta libertà, seguendo solamente la stella polare della sua creatività. Ma l’architettura è qualcosa di diverso e di più complesso. E’ nata insieme all’uomo. Fa parte indissolubilmente della nostra vita, perché anche senza accorgercene noi “respiriamo” architettura tutti i giorni. Luoghi e spazi che “abitiamo” nello svolgimento delle attività quotidiane e che per fortuna o purtroppo altri decidono come, perché, dove e quando realizzare e quindi opere che l’intera collettività, è costretta a subire.

“Il compito dell’architetto è quello di creare luoghi significativi per aiutare l’uomo ad abitare”.

Dove la parola “abitare” assume per Norberg-Schulz (Paesaggio, Ambiente, Architettura) un significato più generale, riferendosi a tutte quelle “realtà costruite” che l’uomo “abita” nell’arco della sua vita. Ed è proprio questa la differenza fondamentale che fa dire allo scrittore e storico Robert Byron:

“Le Gallerie devono essere visitate, i libri devono essere aperti. Gli edifici invece sono sempre con noi. La democrazia è un fatto urbano e l’architettura è la sua arte”.

Ma il problema etico e morale non riguarda solo questo aspetto. C’è anche quello della corruzione che, specialmente in Italia, è diventato “patologico” con il 70% dell’importo totale prodotto dal mondo delle Costruzioni, degli Appalti e di tutto quello che gira intorno. Già nel 2001 la Transparency International (associazione non governativa che si occupa della corruzione nel mondo) dichiarava che il settore immobiliare copriva ben il 78% della corruzione mondiale e naturalmente noi ci siamo immediatamente adeguati. Nel suo articolo Settis parla dell’intervento sul quartiere di Santa Giulia a Milano, in costruzione su un terreno con un enorme deposito di rifiuti cancerogeni. Progettato da Norman Foster e presentato nel 2006 addirittura alla Biennale di Architettura a Venezia. Diamo certo per scontata la buona fede dell’archistar Foster. Ma quando la magistratura ha sequestrato il terreno, non ricordo alcuna dichiarazione o netta presa di posizione da parte del Progettista. Come e quanto, invece, sarebbe stato opportuno, “educativo” e soprattutto “dirompente” un segnale di questa portata? Per non parlare di quello che è successo nella “terra dei fuochi” in Campania. Si è parlato delle enormi responsabilità della “Politica” e di quelle di Imprese ed Imprenditori. Anche in questo caso però non ho sentito denunciare, almeno con la stessa portata, le responsabilità di chi ha firmato progetti su quei terreni, a meno che non siano tutti di natura abusiva. Ma per dirla tutta il silenzio più “imbarazzante” è sempre e senza alcun dubbio quello degli Ordini Professionali. Alla luce di tutto ciò, parlare poi di “Qualità del progetto” in senso assoluto e completo non può riguardare solo gli aspetti architettonici, sia formali che funzionali, ed escludere quelli etici e morali che fanno parte di tutte le Professioni. Anche perché al tema dell’etica si legano altri concetti importanti come quelli di libertà e di dignità
“… oggi per una rinascita bisogna essere responsabili, ma per essere responsabili bisogna essere liberi, senza condizionamenti, altrimenti non ci può essere autonomia e libertà e senza di esse non c’è responsabilità” (
M. Pistoletto).

Allora forse tocca anche a noi “Progettisti, come ultimo “baluardo”, cercare di recuperare quel ruolo di protagonisti, all’interno di qualsiasi “percorso progettuale”, che la Committenza Pubblica e Privata hanno oramai da tempo ridimensionato e spesso annullato, con la nostra “colpevole” complicità e disponibilità. Oggi l’Italia, versa in una situazione che è quasi un eufemismo definire drammatica, con un territorio consumato e devastato da disastri idrogeologici, terremoti e dall’abusivismo “legalizzato”, dove la qualità diffusa dell’architettura è sparita non solo nella pratica quotidiana, ma soprattutto in quegli interventi a scala diversa che dovrebbero concorrere a definire l’identità, ma soprattutto la qualità delle trasformazioni del territorio. Oggi in Italia è ancora possibile chiedere al “Progettista” un’assunzione di responsabilità? Oppure vogliamo continuare a fare come gli struzzi o come le tre scimmiette? Nessuno è immune da colpe, ma arriva il momento in cui bisogna per forza invertire la rotta per poter andare avanti. Poco meno di due anni fa uscì su Panorama un articolo di una giovane “free lance”, Maddalena Bonaccorso, che all’interno di una visione critica su architetti ed un certo tipo di architettura, proponeva uno “squarcio” di speranza di cui abbiamo enormemente bisogno.

“Ai quattro angoli del globo giovani architetti costruiscono rispondendo alle esigenze della gente, da Johan Anrys a Tirana, ad Alejandro Aravena in Cile, a Hu Li in Cina… avanza una nuova generazione di giovani architetti che vivono nel mondo reale e non più in quello del “distacco” da terra,…e che utilizzano parole finora sconosciute ai grandi progettisti: responsabilità, ascolto, morale, riuso, autocostruzione, dignità e spazio pubblico. Ai quattro angoli del globo, l’architettura è diventata sociale; non è più un contenitore fine a sé stesso. E mentre gli studi di progettazione si confrontano con i temi che stanno modificando profondamente il nostro modo di vivere e di abitare – la crisi economica planetaria, gli sconvolgimenti delle guerre, gli insediamenti informali all’interno delle megalopoli, l’inquinamento, gli spazi vuoti da recuperare – l’architettura torna ad essere un fondamento della morale. Perché è nella gestione dello spazio che si decide se una società diventa violenta o sceglie di non esserlo, e ogni città è una sfida che solo il rapporto virtuoso tra pubblico e privato può vincere”.

LA QUALITA’ DEL PROGETTO E’ UN VALORE

10 aprile 2013

La logica che oggi, purtroppo, guida quasi tutte le operazioni speculative legate alle trasformazioni urbanistiche del territorio è sempre la stessa. Si baratta l’impossibilità di recuperare e riqualificare quartieri e periferie, con il pretesto di costi eccessivi e non sempre reali, con una completa demolizione e ricostruzione o con la realizzazione di nuovi insediamenti “compensativi” in altri luoghi da urbanizzare. Una logica che permette al “potere politico” di chiamare al “capezzale” del territorio “ammalato” i “medici” delle grandi società di costruzione. Queste soluzioni non hanno più nessuna ragion d’essere di fronte ai disastri odierni compiuti dal potere economico-finanziario che si immola al dogma neoliberista della crescita infinita. Queste soluzioni non possono più trovare giustificazioni dal punto di vista urbanistico ed architettonico perché nel nuovo modello di sviluppo o nella nuova idea di città non è più consentito disattendere le aspettative di qualità della vita di persone che, come tutti, hanno il “Diritto” di vivere “degnamente” i luoghi e gli spazi delle nostre città.

DIRITTO: ad una Crescita o Decrescita Programmata, ad una Sostenibilità Ambientale, ad un Risparmio Energetico con l’uso delle Energie Rinnovabili, ad una Riqualificazione di territori e strutture dismesse o abbandonate, ad una Qualità Diffusa dell’Architettura e quindi ad una Migliore Qualità della Vita.
Noi crediamo inoltre, che questo grande processo di rinnovamento, prima di tutto “culturale”, debba per forza coinvolgere il “Progettista” (Architetto, Ingegnere, Urbanista) che da sempre, con o senza complicità, ha avuto il compito di rappresentare, attraverso l’architettura, il “Potere” dominante, sia esso politico che religioso, come la storia ci ha testimoniato. Oggi, che le sorti di interi paesi (Grecia “docet”) dipendono invece dal PIL e dall’ammontare del Debito Pubblico, possiamo affermare che non c’è più nessun aspetto (culturale, etico, sociale e men che meno politico) in grado di contenere o condizionare il potere economico-finanziario. L’unico capace, nonostante la crisi in cui ci ha fatto precipitare, di orientare scelte di natura architettonica ed urbanistica. Ecco perché diventa assolutamente “necessario” parlare di “Qualità della Progettazione” per cercare di combattere “l’ingiustizia distributiva” che affligge le nostre città. Ecco perchè, facendo appello ad un’assunzione di responsabilità connaturata alla sua figura, il “Progettista”, rimane l’ultimo “baluardo”, che, con la bontà e la qualità del progetto, può porre un argine a questa deriva. Anche per recuperare, all’interno di qualsiasi “percorso progettuale”, quel ruolo di “protagonista” che è stato cancellato dalla Committenza Pubblica-politica-affaristica prima e da quella Privata-economica-finanziaria adesso.

(pubblicato sul People Life – Magazine di Cosenza e Provincia numerno di Dicembre 2012)

Di qualità ed equità si parlerà anche nell’edizione 2013 di #rete150k edizione E-Quality, appunto.