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Sulla poetica del camouflage (un articolo non basta).

6 Gennaio 2020

“Sono molto felice per questo prestigioso premio, perché si tratta di un riconoscimento all’innovazione nell’ambito dell’architettura. È un invito a pensare all’architettura come un’anticipazione del futuro per ognuno di noi, non solo come l’affermazione di uno stile o di un linguaggio”. (Stefano Boeri, vincitore nel 2014 con il “Bosco Verticale” dell’International Highrise Award, competizione internazionale a cadenza biennale per l’assegnazione del premio di grattacielo più bello del mondo).

In foto: Bosco Verticale a Milano (2014), progetto Stefano Boeri.

Il Bosco Verticale è costituito da due edifici residenziali, di 18 e 26 piani, realizzati nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Peculiare è la presenza di piante, perlopiù arbusti, sui balconi per adornare i prospetti. Il progetto ha avuto un grande consenso internazionale con un gran numero di articoli elogiativi e, se vogliamo, meritati.

Boeri ha realizzato un progetto, divenuto “icona” dello sviluppo sostenibile Made in Italy (con la leadership milanese a giocare un ruolo di primo piano). Icona prima, poi paradigma, cioè progetto in predicato di replicabilità, di riproduzione. Mi incuriosisce il fenomeno: in primis dal punto di vista dello stesso autore – che ha accolto il “riconoscimento” generale del progetto e ne ha fatto un marchio di fabbrica. I principi su cui si basa il progetto, in particolare rispondere al bisogno di verde dei cittadini, scaturisce in un modello architettonico non facilmente replicabile all’interno di una strategia urbana, specialmente per gli intuibili maggiori costi di costruzione e di gestione. Il suo desiderio di innovare il linguaggio e i temi dell’architettura, al di là del noto e dello sperimentato, non troverebbe un solido appoggio teorico-pratico. Mi incuriosisce molto, anche, potere comprendere se i numerosi progetti analoghi proliferati nel mondo scaturiscono tutti dallo stesso ceppo milanese o siano germogli di altri semi. Non mi spaventa in sé neanche l’effetto Boeri in quanto fashion design, ovviamente, mi preoccupa più l’emulazione meccanica in nome di una retorica ecologista, retorica in quanto rimuove l’insostenibilità di realizzazione, al netto anche di un suo possibile uso per legittimare eventuali speculazioni edilizie.

Facciamo qualche esempio di “ripetizione” del Bosco Verticale, con le costanti e le differenze progettuali, cercando di comprenderne i meccanismi.

 

Magic Breeze Sky Villas

 “Crediamo che ai giorni d’oggi un modo sostenibile di costruzione sia più prezioso che mai”. (Dayong Sun e Chris Precht, Penda Architecture)

Nell’immagine: Giardino verticale “Magic Breeze Sky Villas” a Hyderabad, India (2016), progetto Penda Architecture.

Effetto Boeri? Non sembrerebbe. Lo studio, con sede a Pechino e Vienna, ritiene che il loro agire sostenibile, orizzontale e verticale possa essere utilizzato per la città del futuro in quanto lo stato attuale dell’irresponsabile pianificazione urbana, dell’inquinamento atmosferico e della crisi economica chiedono agli architetti di ripensare il processo di costruzione. Proprio sotto questi auspici nasce il progetto per il complesso residenziale chiamato “Magic Breeze”, dove il verde offre grande senso di vitalità, oltre a fornire ventilazione naturale a tutto il complesso. In questo caso, rispetto a Milano, per il giardino verticale è stato sviluppato un sistema di fioriere modulari all’esterno dei balconi di ogni unità abitativa con funzione di orto domestico, auspicando ambiziosamente l’autosufficienza alimentare. Anche il balcone è progettato come una superficie erbosa, per evocare la tipologia di “casa privata con giardino”. Inoltre, i progettisti dichiarano che l’intero complesso è stato modellato dalle regole del Vaastu, sistema architettonico indù tradizionale, che prescrive principi di orientamento e layout per l’abitare in armonia con la natura. Infine, il sito del complesso è circondato da un lago naturale sul confine sud orientale, che viene utilizzato a scopo irriguo per il verde orizzontale e verticale. I Penda, a differenza di Boeri, cercano una soluzione più versatile di “parete vivente”, si impegnano sul piano della manutenzione e gestione del verde. In tutti i casi, però, non si riesce a leggere una riflessione teorico-filosofica a cui segue la sperimentazione pratica, fermo restando che l’integrazione edificio-natura è un fatto complesso, che non consente scorciatoie. È chiaro, però, che approcciare il tema con la sciatta retorica “green”, oggi tanto popolare e sempre più pervasiva, si rischia di considerare l’architettura come minaccia piuttosto che risorsa, inducendo conseguentemente a camuffarla con il verde.

 

Valley

“Tutti gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. (Winy Maas, MVRDV)

Nell’immagine: “Valley” edificio ad uso misto ad Amsterdam, Paesi Bassi (ultimazione prevista 2021), progetto MVRDV.

Winy Maas è a capo con Jacob van Rijs e Nathalie de Vries dello studio MVRDV, ormai di fama internazionale, con circa 250 dipendenti, diversi progetti in progress un po’ ovunque nel mondo, in evidenza per soluzioni sfrontate, spettacolari e a volte ironiche. Quello che incuriosisce anche in loro è il recente cambio di approccio, un tentativo di impattare meno che però non ha nulla a che fare con il genius loci, più con la facile retorica ecologista. Ad oggi, pur provenendo da progetti “spavaldi”, vedo un loro avvicinamento al camouflage, almeno in teoria. Forse l’avere fortemente burocratizzato l’edilizia in nome della sostenibilità sta distruggendo l’architettura? Ad Amsterdam, l’edificio “Valley” è a uso misto, 75.000 metri quadrati nel quartiere degli affari, unità abitative, uffici, parcheggio, sky bar, spazi commerciali e culturali. Un edificio che vuole essere vitale, per trasformare il quartiere degli affari in un luogo più umano e vivibile. Il progetto, come al solito spregiudicato, prende la forma di una scatola impilata a terrazze che sale a tre picchi di diverse altezze, la più alta di 100 metri con lo Sky Bar a due piani. La facciata residenziale, rivestita in pietra naturale scolpita, è stata progettata in modo parametrico per consentire alla luce solare di penetrare in tutti i 196 appartamenti del complesso, tutti caratterizzati da una pianta unica. In quanto edificio ad uso misto, anche esternamente si legge la transizione tra le tipologie diverse per creare un paramento esteriore rispettoso e coerente. In diretto contrasto con questo, come già accennato, la facciata residenziale interna è definita da una serie di robuste terrazze in pietra ma, da notare, con grandi fioriere che ricoprono l’edificio di vegetazione, “gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. È sicuramente un cambio di tendenza, concordo sulla necessità di riprendere un dialogo architettura-natura ma seriamente, senza facile retorica, senza furbizia, senza speculazione culturale, senza codardia nel presentare dei giganti edilizi camuffati da operazioni ecosostenibili.

 

Acquarela community

 “Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò comporta il rifiuto di soluzioni già pronte o facili a favore di un approccio che sia globale e specifico”. (Jean Nouvel)

Nell’immagine: Acquarela community a Quito, Ecuador (2019), progetto Jean Nouvel.

Quito è la capitale dell’Ecuador, si trova ai piedi delle Ande a un’altitudine di 2850 metri, costruita sulle tracce dell’antica città inca. Per la periferia di Quito, una zona rurale ad est della città, Nouvel ha progettato un importante complesso residenziale. Il progetto comprende nove blocchi avvolti da balconi curvilinei rivestiti in pietra. Le pareti interne hanno ampie vetrate che si aprono sullo sfondo montuoso. Come in un singolare cohousing, si prevede la condivisione di piscine, club house con tanti servizi, pista da bowling, pista di pattinaggio, sala yoga, sala musica, mini-golf e un cinema. Altre strutture includono l’accesso a campi da calcio, squash e tennis; aree progettate per bambini e ragazzi; aree di lavoro, parrucchiere, spazi per eventi, palestra, SPA e quant’altro. Insomma un grandioso complesso residenziale con servizi di lusso e tanto verde all’interno dei balconi realizzato proprio in modo da scorrervi sopra i bordi.

Qualcosa, però, non torna. Jean Nouvel è uno dei nomi più grandi dell’architettura mondiale. È promotore negli anni 70 di una vera e propria rivoluzione della cultura architettonica francese. Classe 1945, nel 1966 si classifica primo al concorso di ammissione della Scuola delle Belle Arti a Parigi, dove si diplomerà nel 1972. Durante gli anni di formazione viene a stretto contatto con la filosofia di due grandi menti dell’architettura come Claude Parent e Paul Virilio. Inizia una carriera costellata di premi, fino al Pritzker nel 2008. La sua visione innovativa, il suo andare contro i limiti della specificità dell’architettura, lo hanno sempre caratterizzato. Allora, come classifichiamo questo progetto?

È frutto di motivi commerciali e di marketing? Probabilmente è solo la tendenza attuale che coinvolge lo starsystem, per cui gli architetti si ritrovano impegnati con i costruttori a inventare stratagemmi per continuare a speculare indisturbati e, nel contempo, nascondere la banalità, la brutalità, la violenza delle loro costruzioni, camuffate con il verde ai balconi e alle terrazze. È un circolo vizioso, perché è lo stesso verde che richiede costose soluzioni di impermeabilizzazione e di manutenzione, che fa lievitare il valore immobiliare, in modo che i futuri proprietari di queste residenze di “lusso” saranno quelle stesse famiglie facoltose che potranno vantarsi di abitare in appartamenti firmati e pubblicizzati da architetti famosi.

Non mi piace per niente, voglio dire che il successo mediatico delle fioriere (aiutato o meno, meritato o meno) ha distorto un po’ i contenuti del progetto, impegnandosi ad assecondare convenientemente la retorica ecologista con le apparenze attraverso una sostanziale insostenibilità. Un solo progetto lo avrei sottoscritto come manifesto ma non come prototipo. L’effetto replica che lo stesso Boeri ha fatto del Bosco Verticale in giro per il mondo o l’emulazione generatasi ha travisato il senso dell’architettura. Concordo, tuttavia, sulla necessità di riprendere seriamente un dialogo architettura-natura ma senza facile retorica, con un ritorno all’etica di vitruviana memoria, l’architettura strumento di adattamento dell’uomo alla natura, senza prevaricazione ma in armonia. Assimilare l’innovazione sino a farla diventare un modello ripetibile. Per questo serve un metodo, una teoria, del tempo. Arte/filosofia/sociologia/linguistica/poetica devono confluire nella concretezza dell’opera architettonica, quale organismo urbano, utile, funzionale, efficiente, non retorico. Questi esperimenti finora incontrati non pare riescano a rappresentare una sintesi teorico-pratica del pensiero progettuale, non identificano l’opera d’architettura benché riescano ad accreditarsi nella contemporaneità. È l’era del fashion design trasposto all’architettura, una tendenza che si è accreditata con la figura dell’archistar, nulla a che vedere con i maestri dell’architettura. Inoltre, gli architetti dello starsystem, chiamati e utilizzati dai costruttori per legittimare le loro scatole vuote vestite di verde ecologista. Forse per cambiare le cose, però, un articolo non basta.

 

Testo di: Santo Marra
Foto: Bosco Verticale © Giulio Paolo Calcaprina; Acquarela: render di Jean Nouvel Architecte; Valley: render di MVRDV architects; Magic Breeze Sky Villas: render di Penda Architects
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 Giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha. (Vasco Rossi, 2004)

17 Aprile 2018

Le mie velleità di scrittore, ancora una volta, si infrangono nella consapevolezza dell’inutilità della storia che sto per raccontare, una storia patriota di un’Italia senza obblighi né aspirazioni.

Questo scritto è stimolato da un flashback avuto lo scorso 17 marzo, quando mi è tornata in mente la storia delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, in particolare quegli anni precedenti in cui valutavo con altri amici di partecipare alla gara per la ristrutturazione del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, inclusa appunto tra le grandi opere dei festeggiamenti patrioti. Non partecipammo! …perché circolavano voci di esiti precostituiti di 8 appalti integrati con 8 imprese già accreditate.  Adesso, con il beneficio della serenità derivante da un fatto ormai “lontano”, non ho rimpianti ma solo curiosità di sapere quello che è rimasto di tutto quell’investimento pubblico e ricercare il disegno che stava alla base dei preparativi per celebrare l’atteso anniversario dell’Unità d’Italia.

Una piccola ricerca sul web fa emergere molte cose, alcune singolari altre raccapriccianti, annunci pomposi e fallimenti annunciati, pregiudizi e giudizi sulla gestione dei fondi e la scelta delle opere che avrebbero dovuto rappresentare l’importante ricorrenza, uno su tutti Ernesto Galli della Loggia che ne fa quasi una battaglia di donchisciottiana memoria. Io dico: se è vero che l’Unità d’Italia doveva essere festeggiata, se è vero che tutto il Paese è pieno di piazze e strade intitolate a Garibaldi, allora è anche vero che le celebrazioni dovevano essere concepiti all’altezza del rango.

“Prende il via la preparazione del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, che cadrà nel 2011 e vedrà la realizzazione di opere significative in molte regioni italiane; interventi a carattere culturale, scientifico, ambientale ed infrastrutture destinati a lasciare dei segni importanti nel territorio nazionale. …”, così iniziava il comunicato stampa pubblicato il 31 dicembre 2007 sul sito del MIBACT che con facile entusiasmo proseguiva con l’indicazione delle prime opere: “…a Venezia la realizzazione del Nuovo Palazzo del Cinema e dei Congressi; a Firenze la realizzazione del Nuovo Auditorium; a Perugia l’ampliamento dell’aeroporto internazionale dell’Umbria S. Egidio; a Torino il Nuovo Parco Dora Spina, lotti primo secondo e terzo, aree Vitali, Ingest e Michelin; a Novara il restauro, risanamento conservativo, consolidamento strutturale, adeguamento tecnologico e allestimento museale del complesso edilizio del Broletto; a Imperia il completamento del parco del Ponente Ligure, riuso del deposito merci ex-Stazioni, impianti sportivi, punti ristoro, parcheggio con fotovoltaico e verde attrezzato nonché realizzazione destinata al riuso dell’ex-stazione per sede Municipio; a Reggio Calabria la ristrutturazione e adeguamento funzionale del Museo Nazionale; a Roma la costruzione della Città della Scienza e delle Tecnologie; a Isernia, infine, la realizzazione del Nuovo Auditorium e la delocalizzazione del campo di calcio. I lavori dovranno svolgersi entro la fine del 2010; nei primi mesi del 2008 verrà concluso l’iter di esame degli altri progetti presentati… Il Governo ha reso disponibili i primi 150 milioni di euro…”.

Pare tutto inizi a fine 2007 – con irresponsabile ritardo direbbe un tedesco, con fiducia e ottimismo controbatte l’italiano – quando il governo Prodi  decide che “l’Italia intende celebrare in modo innovativo il compleanno della Nazione… gli interventi saranno distribuiti in tutto il territorio nazionale sulla base delle proposte pervenute”, senza una vera strategia, con contributi a pioggia per opere non omogenee e non armonizzabili al tematismo guida, peggio, se accettiamo che sia stato plausibile la scelta di quelle opere il cui progetto era già pronto e su di esse gravava già una richiesta pressante di finanziamento. Infatti, l’elenco delle opere (una decina sono quelle che sono riuscito a verificare e una di esse è diversa rispetto all’elenco delle opere citate nell’originario comunicato stampa) dimostra che non c’è alcun senso tematico con la ricorrenza da celebrare e, infatti, una sola opera tra quelle documentate è riuscita ad essere pronta per salutare il 150° anniversario dell’unità d’Italia il 17 marzo 2011 (ricordiamo la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861), l’eccezione che conferma la regola: 1.GENOVA_Parco Costiero del Ponente Ligure; 2.FIRENZE_Realizzazione del Nuovo Auditorium; 3.PERUGIA_Ampliamento dell’Aeroporto Internazionale S. Egidio; 4.CASERTA_Parco della Reggia di Caserta e nuovo parco urbano per Caserta nell’area ex-Macrico; 5.REGGIO CALABRIA_Ristrutturazione ed ampliamento del Museo Archeologico Nazionale; 6.ISERNIA_Nuovo Auditorium; 7.TORINO_Parco Dora; 8.VENEZIA_Palazzo del Cinema; 9.NOVARA.Restauro del Broletto.

Quello che ci interessa maggiormente conoscere, a 7 anni dalla famosa deadline (cioè a 157 anni compiuti il 17 marzo 2018), è la storia dei nobili cantieri nonché quante delle grandi opere previste sono state ultimate e quali ancora sono quelle da completare. Ma soprattutto come si accordano i sentimenti di unità nazionale con queste opere, cosa rimane dell’amor patrio che avrebbe dovuto rinnovare il solenne festeggiamento o è stata buttata via una grande occasione – un’altra – per raccontare ai giovani cosa è costata l’Unità d’Italia in termini di lotte, di sangue, di persecuzioni.

Foto1.GENOVA_Parco Costiero del Ponente Ligure: pista ciclo-pedonale Sanremo realizzata su ex percorsi ferroviari, progetto Area24 società ligure di gestione.

GENOVA. Il Parco Costiero del Ponente Ligure è stato realizzato in parte con i finanziamenti previsti per il 150° dell’Unità d’Italia. 11 milioni di euro per completare l’operazione di riuso di un pezzo della storica linea ferroviaria Genova–Ventimiglia (opera realizzata nel lontano 1872 e dismessa dal 2001 grazie allo spostamento a monte del tracciato), 24 chilometri di pista ciclabile da Ospedaletti a San Lorenzo al mare (il progetto interessa nel complesso circa 75 chilometri, divisi in tre tratti, gli altri due sono: San Lorenzo al Mare–Andora 21km e Andora–Finale Ligure 30km), all’interno di un parco urbano costiero attrezzato, progettato in house da Area24 (società di scopo mista a maggioranza pubblica, costituita nel 2002 per l’acquisto e la valorizzazione delle aree dell’ex ferrovia). Grazie al graduale recupero delle aree dismesse è stato reso possibile l’accesso continuo al litorale, prima solo consentito da passaggi a livello e sottopassi, liberando così Sanremo e i piccoli borghi attraversati da una ferrovia che li tagliava in due parti. Risorse spese utilmente per un’opera qualificante anche se poco congruente con il programma nazionale delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità. Inoltre, è stata inaugurata il 22 marzo 2014, tre anni dopo la rotonda ricorrenza.

Foto2.FIRENZE_Realizzazione del Nuovo Auditorium: Disegno della sezione principale, progetto Studio ABDR Roma.

FIRENZE. Il Nuovo Auditorium (dentro il comparto delle Cascine al confine con il centro storico, comprendente aree produttive in dismissione, verde pubblico, impianti sportivi e la nuova struttura della Stazione Leopolda) è stato realizzato come opera celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, a seguito di appalto integrato, aggiudicato alla fine del 2007. L’ATI, guidata dalla romana SAC S.p.A., per il progetto architettonico si è affidata ai romani di ABDR Arlotti Beccu Desideri Raimondo Architetti Associati. A gennaio 2009 la posa della prima pietra; il 21 dicembre 2011 l’inaugurazione parziale (le cronache parlano di 156 mln spesi e ne servono ancora altri 100 per completarlo; l’intervento pare sia costato complessivamente un quarto di miliardo di euro mentre il costo a base di gara pare fosse di 82,5 milioni) con la Nona sinfonia di Beethoven diretta dal maestro Zubin Mehta. Il cantiere riprenderà dopo l’intenso programma natalizio: Claudio Abbado, Stefano Bollani Trio e festa per salutare il nuovo anno. Senza alcuna gratitudine, il nuovo Auditorium non riporterà nel nome alcuna traccia dell’anniversario ma si chiamerà “Teatro dell’Opera di Firenze, Maggio Musicale Fiorentino”, aprendo definitivamente al pubblico solo il 10 maggio 2014, insieme alla piazza antistante, intitolata a Vittorio Gui, fondatore della Stabile Orchestrale Fiorentina.

Foto3.PERUGIA_Ampliamento dell’Aeroporto Internazionale S. Egidio: Plastico generale, progetto Gae Aulenti (1927-2012).

PERUGIA. L’Aeroporto Internazionale dell’Umbria “San Francesco d’Assisi” in località Sant’Egidio è stato completamente rinnovato ed ampliato con i fondi dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (42.5 milioni di euro) ma inaugurato un anno e mezzo dopo, il 10 novembre 2012. Inaugurato anche poco dopo la dipartita della progettista, Gae Aulenti (4 dicembre1927 – 31 ottobre 2012). “La nuova aerostazione di 4700 mq è composta da 8 padiglioni a pianta quadrata in cemento armato dipinto di rosso con coperture a falda in rame di colore verde e ampie vetrate sulla vista di Assisi. I padiglioni contengono, verso il land side, le sale di attesa, una caffetteria, una sala conferenze ed una espositiva. Verso l’air side si trovano invece le sale arrivi e partenze. Dell’edificio che ospitava il vecchio terminal viene mantenuta solo la struttura. Gli spazi interni vengono completamente ridisegnati: al centro una galleria commerciale con ai lati due file di negozi ed alle loro spalle, distribuiti in maniera autonoma e controllata, gli uffici dei vari enti che operano in aeroporto. Il ristorante è costituito da due padiglioni affiancati, analoghi per forma e dimensioni a quelli della zona passeggeri. All’esterno i parcheggi piantumati con alberi di ulivo che fanno ombra alle auto in sosta e ci ricordano che siamo in Umbria. Dalla sapiente mano dell’Architetto Gae Aulenti è nata una delle infrastrutture più confortevoli e innovative della nostra penisola” (tratto dal sito istituzionale airport.umbria.it). L’unica traccia del 150° è il cemento armato dipinto di colore rosso Garibaldi.

Foto4.CASERTA_Nuovo Parco Urbano nell’area ex Macrico: il cimitero dei mezzi corazzati in attesa del progetto di un parco

CASERTA. Nel 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissario Delegato per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia inserisce tra le opere da finanziare, con 30 milioni di euro, il “Grande Pto del MIBACT che con facile entD composto dal Parco Urbano nell’area ex Macrico unito al Parco della Reggia di Caserta. Conseguentemente, nel 2008, Regione, Provincia e Comune sottoscrivono un protocollo d’intesa, stanziando rispettivamente 75, 10, 8 milioni di euro per il Centocinquantenario nell’ambito del “Programma Integrato Urbano della città di Caserta nell’area ex MACRICO”: un programma da oltre 120 milioni di euro per la rigenerazione di 324 mila metri quadrati, con: 1.Orto Botanico al servizio dell’Università Federico II; 2.strutture sportive e per il tempo libero; 3.polo dedicato alle nuove tecnologie; 4.plesso polifunzionale per attività museali e congressuali. Tutto questo, però, senza fare i conti con i proprietari. Il Macrico è sempre stato dell’IDSC (Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero), per secoli questa fondazione religiosa ha utilizzato l’area come residenza Vescovile con tanto di giardino e vigna ma nel 1854 i Borbone chiesero e ottennero l’uso in enfiteusi (una specie di affitto) per farne un campo d’addestramento per le truppe; dopo la caduta del Regno, l’esercito italiano rinnovò quell’accordo destinando l’intera area alla rimessa dei carri armati, da qui la denominazione Ma.C.Ri.Co. (Magazzino Centrale Rimessa Mezzi Corazzati). Per quasi un secolo al suo interno sono state addestrate diverse generazioni di carristi mentre le tante officine hanno rimesso su strada migliaia di mezzi blindati. Nel secondo dopoguerra il Ministero della Difesa decise di spostare il magazzino altrove, abbandonando progressivamente tutta l’area. Nel 1984 la Cassazione riconobbe la proprietà dell’IDSC, riconsegnando alla Curia gli oltre 33 ettari nel cuore di Caserta, non più con giardino e vigna ma un’area completamente da bonificare da enormi capannoni in amianto e rottami sparsi in giro, inevitabilmente destinata all’abbandono. All’inizio del 2000 iniziano le ipotesi di riuso, si interessano all’acquisto prima costruttori campani poi lo Stato con il progetto per i 150 anni dell’Unità d’Italia, quindi la mobilitazioni del comitato Macrico Verde che chiese la restituzione dell’area alla città per farne un parco pubblico. Su quest’ultima scia la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici pose il vincolo sull’area, praticamente di inedificabilità totale, ma nel 2012, accogliendo il ricorso dell’IDSC, il Tar della Campania lo annullò, rimettendo di fatto il terreno sul mercato edificatorio al prezzo fissato dai proprietari di 40 milioni di euro. Probabilmente la soluzione del problema richiederà ancora del tempo, poiché il PUC, il cui incarico è stato affidato nel 2014 e la nuova documentazione progettuale è stata presentata nel febbraio 2017, deve tuttora completare l’iter approvativo. Nel frattempo una nuova proposta è quella di un parco aerospaziale.

Foto5.REGGIO CALABRIA_Ristrutturazione ed ampliamento del Museo Archeologico Nazionale: prospetto principale, da cui sono evidenti l’audace sopredificazione e la necessità di qualificare l’area antistante e la piazza.

REGGIO CALABRIA. Dentro i festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia è saltata anche l’inaugurazione del restauro del Museo Archeologico Nazionale. La causa, come per altre opere, pare sia stata il non puntuale trasferimento da parte del Cipe dei milioni necessari, compresi quelli aggiuntivi: adeguamento sismico, allestimento museale e impianti speciali della sala dei Bronzi. Nel 2008 l’impresa pugliese Cobar S.p.A. si era aggiudicata l’appalto per circa 11,2 milioni di euro ma il 30 aprile 2016 il Museo riapre, dopo 5 anni di cantiere e quasi 34 milioni di euro La problematica, qui come altrove, pare sia da imputare all’appalto integrato su base del progetto preliminare, che si presta a vedere lievitare i costi già nello sviluppo progettuale dei livelli definitivo ed esecutivo. Ci sono, comunque, delle singolarità: la prima riguarda il progetto preliminare, redatto direttamente dal direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici della Calabria Francesco Prosperetti, che propone l’audace modifica architettonica di Palazzo Piacentini con la chiusura della corte e la soprelevazione per la caffetteria panoramica; la seconda, riguarda l’impresa aggiudicataria, che pare sia stata vincolata ad affidarsi in itinere allo studio ABDR per il progetto esecutivo; infine, sempre Prosperetti, nell’incertezza economica del cantiere in corso, continua a pensare in grande espletando il concorso d’idee a inviti per l’ampliamento del Museo in ipogeo nell’area antistante, vinto nel maggio 2011 da Nicola Di Battista, previsti circa 7 milioni con finanziamento dal Piano operativo interregionale (Poin), sfumati nel nulla come anche il progetto. Dopo la ristrutturazione, il Museo è oggi funzionante e ben gestito, giustamente noto in tutto il mondo per i Bronzi di Riace e la straordinaria collezione della Magna Grecia; inoltre, la chiusura della corte ha generato un nuovo spazio fruibile, una pregevole piazza interna grazie all’opera site-specific di Alfredo Pirri. Del 150° anniversario dell’Unità d’Italia non rimane alcuna traccia.

Foto6.ISERNIA_Nuovo Auditorium: schizzo, progetto Pasquale Culotta, ambizioni disattese di un progetto firmato.

ISERNIA. Nuovo Auditorium di Pasquale Culotta (Cefalù, 30 luglio 1939 – Lioni, 9 novembre 2006), che nel 2005 si aggiudica il concorso internazionale promosso dal Comune. Nel 2007, un anno dopo la morte del progettista, la realizzazione dell’Auditorium viene inserita nell’elenco degli edifici “urgenti” da realizzare per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, intervento che passa alla direzione diretta del Consiglio dei Ministri e delle ordinanze della Protezione Civile. L’Auditorium salta però le celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia e viene inaugurato l’anno successivo il 31 marzo 2012. Pare l’opera sia costata circa 50 milioni di euro, dieci volte di più di quanto preventivato nel 2005, ma in compenso l’auditorium viene intitolato all’Unità d’Italia.

Foto7.TORINO_Parco Dora: riqualificazione e riuso edilizio post-industriale, progetto Peter Latz.

TORINO. L’intervento di rigenerazione urbana post-industriale del Parco Dora (456.000 m²) nell’autunno 2007 viene inserito tra le opere da realizzare per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Il progetto del parco è il risultato di una gara internazionale a procedura aperta, avviata nella primavera 2004 da cui è risultato vincitore il gruppo italo-tedesco guidato da Peter Latz, già autore del parco Thyssen nel Bacino della Ruhr. A inizio 2008 vengono aggiudicati gli appalti per l’affidamento dei lavori dei primi lotti, che partono concretamente nell’estate. Il 4 maggio 2011, per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia, sono stati inaugurati e aperti al pubblico i primi tre lotti: Ingest, Valdocco e Vitali. Nel 2012 è stato ultimato anche il lotto Mortara. Nell’estate 2015, infine, è stato completato e aperto al pubblico il lotto Michelin. Il progetto del parco prevede inoltre la strombatura della Dora e la trasformazione a verde della parte del lotto Valdocco situata a nord della Dora, occupata dal cantiere del Passante Ferroviario e da una sperimentazione di bonifica dei terreni attraverso fitorisanamento. Efficace esempio di riqualificazione urbana, Parco Dora procede nel suo processo di rigenerazione con un nuovo concorso di idee, in scadenza in questi giorni, per creare un itinerario museale sulla Torino industriale.

Foto8.VENEZIA_Palazzo del Cinema: progetto 5+1AA con Rudy Ricciotti, proposta del “Sasso” rimasta nel cassetto.

VENEZIA. Il Sasso e il Buco. Il Ministro dei BB.CC. Rutelli nel 2007 ha annunciato con più spocchia che convinzione che Venezia nel 2011, per i 150 anni dell’Unità d’Italia, avrà finalmente “una delle opere più importanti da inaugurare”: il nuovo Palazzo del Cinema al Lido. Nessuna “profezia” fu peggio disattesa. Bisogna ricordare che già nel 1991, in occasione della XX Mostra internazionale di architettura, venne indetto un concorso a inviti per la progettazione del nuovo Palazzo del Cinema, ritenendo ormai insufficienti le strutture esistenti per il crescente numero di spettatori. Vinse il progetto di Rafael Moneo ma l’edificio venne ritenuto troppo costoso e il Comune abbandonò l’idea. Ma la necessità pressante di nuovi spazi e la volontà di riorganizzare l’intera area ha portato la Fondazione Biennale di Venezia a bandire nel 2004un nuovo concorso per la progettazione del Palazzo del Cinema insieme alla sistemazione delle aree limitrofe, aggiudicato nel 2005 al team italo-francese 5+1AA con Rudy Ricciotti. Nell’agosto del 2008 parte il cantiere, superando ogni vincolo e le opposizioni degli ambientalisti sul taglio di tutta la pineta, per essere pronti per il Centocinquantenario. La costruzione del “Sasso”, così viene chiamato il nuovo palazzo multisala da 3310 posti per 73 milioni di euro, è legata ad una complicata operazione immobiliare che dovrà sovvenzionare l’opera. Il fallimento dell’operazione e il ritrovamento di amianto durante gli scavi fanno però fermare il cantiere lasciando un enorme “buco”. A fine 2015 i giornali scrivono che non sarà più prevista alcuna costruzione ma la chiusura del buco permetterà la realizzazione di un giardino. Nel 2016 per la Mostra del Cinema, verrà edificata una struttura provvisoria, proprio nello spazio dove sarebbe dovuto sorgere il nuovo palazzo del cinema. È la nuova “Sala Giardino”, un cubo rosso da 446 posti e circa 500 mila euro, simbolo di un’Italia indecisa e anni di ritardo.

Foto9.NOVARA_Restauro del Broletto: regolarmente inaugurato in occasione del Centocinquantenario, al termine dei lavori di restauro, con tanto di mostra e catalogo sul Risorgimento.

NOVARA. Una su nove ce la fa. Cuore pulsante della vita economica e politica della Civitatis Novariae, il complesso del Broletto, la cui fondazione risale agli inizi del XIII secolo, appare oggi costituito da quattro edifici posti intorno ad un ampio spazio aperto (l’antico broletum).
Fra gli edifici il più noto è il Palazzo Arengario, situato sul lato nord, imponente nelle sue forme architettoniche medioevali (secoli XIII-XIV); quello più suggestivo il Palazzo del Podestà, per le finestre ad arco acuto decorate da importanti cornici di terracotta (fine secolo XIV, inizio XV). A questi si affiancano ad est il Palazzetto dei Paratici, il cui corpo antico ascritto alla metà del secolo XIII è nascosto dalla loggia dai caratteri barocchi (secolo XVIII); a ovest il Palazzo della Refenderia ampiamente ristrutturato nel Novecento in forme quattrocentesche (eretto fra la fine del secolo XIV e il XV, documentato come sede di uffici nel 1618). Nel 2011 in occasione del Centocinquantenario, terminati i lavori di restauro dell’intero complesso durati oltre due anni, è stata riaperta al pubblico la prestigiosa Galleria d’arte moderna Paolo e Adele Giannoni, formata dalla collezione di quasi 1000 opere, tra dipinti, sculture e disegni d’arte italiana che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, raccolta da Alfredo Giannoni e donata al Comune di Novara tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900. Oggi, gli spazi del Complesso (Arengo, sala dell’Accademia e Cortile) ospitano regolarmente eventi e manifestazioni di carattere culturale e ricreativo. Il restauro del complesso monumentale del Broletto e il suo adeguamento a sede museale ed espositiva è l’intervento più significativo delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: l’investimento finanziario è stato di poco inferiore ai 12 milioni di euro, dei quali la parte preponderante (8,5 milioni) messa a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Unità Tecnica di Missione e la parte residua dal Comune di Novara che ha usufruito di un contributo di 2 milioni di euro da parte della Fondazione Cariplo. Inoltre, in occasione delle celebrazioni per l’anniversario dell’Italia unita, il 19 marzo è stata inaugurata anche la mostra «Dalla battaglia all’Unità. Il percorso di Novara nel Risorgimento», realizzata dall’associazione Amici del Parco della Battaglia.

Alla fine di questo excursus rileviamo che, mentre nel 1911 (50 anni) e nel 1961 (100 anni) l’anniversario è stato solennemente festeggiato, in occasione del Centocinquantenario è stato fatto molto poco, nonostante l’impegno ingente di risorse per i cantieri, le grandi opere non sono state inaugurate per tempo. Rimane l’affaire grandi cantieri, costi fuori controllo e affidamenti borderline, distribuzione a pioggia dei finanziamenti ma soprattutto appare quasi come una provocazione che il 17 marzo 2011 è stata proclamata la festa nazionale con scuole, uffici e attività lavorative sospese. Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha. (Vasco Rossi, 2004)

P.S. Vi sarete chiesti perché manca Roma tra le città patriote. In realtà l’ho omessa perché merita una storia a se.

Foto10.ROMA_Città della Scienza e della Tecnica: disegno della proposta redatta dall’ufficio tecnico di Missione per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

ROMA. Pensate un po’ cosa era stato proposto per il Centocinquantenario dell’Unità D’Italia, partorito direttamente dall’ufficio tecnico della “Missione per le Celebrazioni”, il progetto per la Città della Scienza nello spazio marginale su via Masaccio lasciato libero dal Maxxi di Zaha Hadid, un’area di 3.000 mq, quanti ne occupa normalmente una modesta palazzina. Del progetto non v’è rimasta traccia, svanito nel nulla. Non è la prima volta, però, che si proponeva il progetto di una città della scienza nella capitale. Tra i vari, il progetto che era stato portato più avanti, nell’arco degli ultimi decenni, è quello nato a metà degli anni novanta nel quartiere Ostiense-gazometro (coordinatore del progetto Paco Lanciano); di questo ultimo tentativo fallito rimane solo il Ponte della Scienza che doveva segnare l’accesso al polo scientifico. Nel maggio del 2014, nell’ambito dell’assemblea cittadina del processo partecipativo del Progetto Flaminio per la nuova Città della Scienza (questa volta all’interno del più ampio intervento di riqualificazione dell’ex caserma “Stabilimento militare materiali elettronici e di precisione” di Via Guido Reni di fronte al MAXXI) – a cui ho partecipato – lo stesso Paco Lanciano, presente insieme a Giovanni Caudo assessore alla trasformazione urbana della giunta Marino, manifestava la sua delusione ad aver lavorato tanto per poi vedere quel progetto perdere di valore con il passare del tempo. Devo dire che anche l’assessore, di fronte alla circostanza dei fatti rappresentati da Lanciano, ha avuto parole prudenti nel corso della stessa assemblea sul futuro del Progetto Flaminio. Con la stessa amministrazione seguì il concorso di progettazione assegnato poi nel giugno 2015 al progetto Viganò ma, in questa occasione felice, Caudo abbandona la prudenza e dichiara: “Nel 2016 i cantieri”. Ma Oggi, il progetto del Museo della Scienza pare momentaneamente accantonato.

 

Fonte foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Quanto (è) dura l’architettura?

24 Marzo 2018

Capolavoro da quasi 2000 anni, il Pantheon è segno di perfezione costruttiva: la cupola non è stata costruita in mattoni, né esisteva il cemento armato, essa è un blocco unico di calcestruzzo realizzata a strati successivi, una mescola che prevedeva l’uso di inerti più leggeri man mano che si saliva (pezzi di travertino, pezzi di tufo e di terracotta, poi solo tufo e infine pomice). Foto di Giulio Paolo Calcaprina per ©Amate l’Architettura

Oggi noi apprezziamo e fruiamo normalmente di spazi che hanno resistito al tempo, dimostrandosi durevoli nel significato oltre che nelle consistenze tipologico-costruttive. Attraversiamo ponti, utilizziamo stazioni, visitiamo musei, preghiamo dentro chiese che hanno superato le avversità della storia: cento duecento anni o anche quattrocento come la Basilica di San Pietro in Vaticano o addirittura millenari come il Pantheon di Roma.

Interno del tamburo della Cupola di San Pietro in Vaticano, uno dei simboli della Roma cristiana nonché landmark cittadino. Progettata da Michelangelo Buonarroti è una delle coperture più grandi mai costruite, massima espressione di un’epoca architettonica di passaggio tra Rinascimento e Barocco. Foto dal sito internet dei ©Musei Vaticani

Probabilmente l’approccio classicista – lo intendo nella sua interpretazione traslata e non solo come applicazione risoluta di canoni formali – ponderato nel servirsi di criteri affidabili denotanti una cultura della qualità, ha garantito longevità espressiva e materica. Eccezion fatta – a ragion veduta – per l’architettura gotica, desiderosa di un simbolismo verticale, audace non razionalmente, in assenza difatti di metodi di calcolo analitici, il che ha fatto sì che giungesse a noi solo una minima parte superstite della tanta produzione architettonica.

Il nostro Paese è ricco di testimonianze storico-architettoniche, stratificate nel tempo, a dispetto delle avversità naturali e delle guerre. Anche le opere più recenti, quelle associate alla scoperta del cemento armato, benché il nuovo materiale non offrisse una sicura prospettiva (50/100 anni in dipendenza della corretta manutenzione), hanno superato la prova del tempo: Terragni, Libera, Mazzoni, Michelucci, Moretti, Ridolfi, Nervi, Scarpa.

Palazzetto dello Sport di Roma (interno della cupola), un’eccezionale integrazione fra arte e scienza del costruire. Pier Luigi Nervi è uno dei maggiori artefici del Novecento, ancora oggi al centro di attenzioni la qualità delle sue progettazioni. Foto di Daniela Maruotti per ©Amate l’Architettura

È chiaro, anche, che l’Italia, un paese ad alto rischio sismico (la cui pericolosità certamente inferiore a zone come California e Giappone, deve la sua vulnerabilità alla fragilità costruttiva del tessuto minore mentre il rischio è più grande per la frequenza dei terremoti e per l’intensità che alcuni di essi hanno raggiunto), per concentrarsi sulla salvaguardia delle architetture significanti dovrebbe avviare una politica di rottamazione degli edifici senza qualità e non antisismici, specie quelli realizzati tra il 1945 e il ‘75, in piena deregulation del dopoguerra e cosiddetto boom economico.

Difficile prevedere quanto durerà la nuova architettura, sicuramente sarà meno longeva dal punto di vista fisico. Il ciclo di vita funzionale di una costruzione si è ridotto sensibilmente rispetto alle opere del passato in nome di una conveniente flessibilità sottomessa alle leggi del mercato, come l’aspettativa di vita complessiva della costruzione è minacciata da sempre più insostenibili costi di gestione.

E dal punto di vista espressivo formale quanto resterà dell’architettura contemporanea?

Il nuovo Louvre di Abu Dhabi è un museo da un miliardo di euro nel deserto. Il monumento contemporaneo è opera di Jean Nouvel, concepita come un enorme ombrello (una cupola di 180 metri di diametro e 7.500 tonnellate di peso) sulle gallerie che ospitano Mondrian e Van Gogh. Foto di Marta Cappon per ©Amate l’Architettura

Due fenomeni (in affermazione) sono centrali. Il primo è la mancanza di una teorizzazione unica all’interno dell’architettura contemporanea: ne consegue la crescita delle sue articolazioni in una molteplicità di orientamenti ed espressioni, e la successiva perdita della coerenza poetica che era invece alla base della modernità. Il secondo, e con più decisione, è l’accelerazione repentina che hanno subito i processi generativi del progetto architettonico, nel passaggio alla contemporaneità: più rapidi perciò istintivi, spesso superficialmente soggiacenti a modelli linguistici degli architetti più affermati oppure all’inseguimento della novità, anche nella consapevolezza di un obiettivo modaiolo e pertanto poco duraturo.

Il trauma causato dall’avere abbandonato la strada della teoria ha indotto ad una certa anarchia stilistica – per la verità non sempre negativa – sconfessando il bisogno che ha caratterizzato il Novecento (ma anche tutti gli altri periodi precedenti) di appoggiarsi a quei canoni architettonici, anche rigidi, che assicuravano l’identificabilità. Non credo che l’unicità della concettualizzazione sia il rimedio al normale degrado che il tempo impone all’arte. Penso, diversamente, che una volontà teorica e teoretica (e cioè di teoria dell’architettura o di teoria della teoria) forte stia alla base di un’architettura di successo e di significato durevole. L’isolamento degli architetti dal punto di vista socio-economico e la comunicabilità superficiale dei media e del web sono gli ostacoli principali (sono elementi riscontrabili allo stesso modo nelle altre professioni artistiche, in primis nello scrittore).

D’altra parte è progressivamente radicale l’assenza di dibattito disciplinare, che ha sciolto i precedenti vincoli dialettici dai rigorosi rapporti di consequenzialità (teoria forma funzione), portando l’architettura contemporanea a fare proprie le logiche del mercato e del consumo, a metabolizzare le tecnologie digitali modificando in profondità le sue tematiche e le sue modalità produttive, identificando inoltre come essenziali i suoi aspetti comunicativi, diventando così uno dei tanti (anche potente) mass media che produce tendenza. In tal senso ha anche messo abilmente al proprio centro la questione cruciale della sostenibilità, a volte esasperandola, per poi ridurla e fatto elitario, sicuramente di forma ma non sempre di sostanza (Boschi Verticali docet).

Insomma, la criticità più evidente dell’architettura contemporanea abita la dimensione del tempo: nel rapporto con la generazione del progetto; in relazione al ciclo vitale dell’oggetto; nel sottrarsi al decadimento del significato.

L’architettura contemporanea rischia molto nel promuovere un’idea di tempo troppo vicina a quella della moda, lontana dalla concezione classica lineare e prospettica al cui interno era possibile prevedere punti di partenza e di arrivo, entrambi prevedibili e misurabili.

Verosimilmente la nuova architettura – se non è ancora chiaramente emerso – dovrà sviluppare percorsi laterali e propagazioni narrative, in cui si distinguono più architetture.

Da una parte quella “apolide”, senza cittadinanza, illimitata: dei grandi budget, delle grandi città, delle grandi firme, opere monumentali e icone universali slegate dal contesto. Dall’altra parte quella legata ai luoghi, costretta dai limiti: affermazione alternativa alla prima, propria di architetti interrogatisi sull’ideologia, attenta ai budget e alle storie minori, fatta di resistenze più o meno motivate seguendo le fondamentali lezioni classiche di sostenibilità.

Così, la globalizzazione è compiuta a metà. Soltanto i Paesi più avanzati e favoriti, riusciranno a vivere il futuro nel futuro, nel senso che possono beneficiare dell’esaltazione mentale prodotta dal vivere in una continua proiezione crescente. Altri Paesi, tra cui l’Italia, come anche la Grecia, sono immersi nel futuro del presente, penando lo squilibrio tra un’attualità percorsa dalla promessa di un imminente cambiamento e un suo mancato compimento. Esistono infine i Paesi del Terzo Mondo, che vivono il futuro nel passato, un passato che non è mito ma frustrazione.

Foto: Archivio di Amate l’Architettura e sito internet dei Musei Vaticani
Editing: Daniela Maruotti

Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea – Bibliothèque Nationale de France di Dominique Perrault

27 Febbraio 2018

“Minimalismo non significa rinuncia ma scegliere la cosa a cui dare importanza”.

Tendenza nata negli anni sessanta, porta un radicale cambiamento del clima artistico attraverso un processo di sintesi della realtà, dell’impersonalità, della semplificazione alle geometrie elementari. In campo architettonico, tra i maggiori interpreti del minimalismo su grande scala si distingue Dominique Perrault (1953, Clermont-Ferrand). In particolare, la Bibliothèque Nationale de France (frutto di concorso vinto nel 1989 su 244 progetti – realizzazione 1992-1995) è uno straordinario esempio di architettura contemporanea di tale orientamento.


Il design si esprime in 4 torri angolari di 24 piani che evocano la forma di libri aperti. I semplici materiali impiegati conferiscono una particolare tonalità cromatica all’edificio: legno (doussié), acciaio (inossidabile) e calcestruzzo (a vista). Anche gli impianti tecnologici sono lasciati a vista mentre l’acciaio utilizzato a maglie differenti (pare ricavate da materiali dismessi di una azienda aerospaziale) è tessuto in pannelli da utilizzare come rivestimenti per pareti, soffitti, partizioni e rivestimenti esterni.


La biblioteca, ultima delle grandi opere volute da François Mitterrand, ospita gli archivi storici e letterari dell’intera nazione ed è per questo considerata il “deposito dell’anima francese”. Essa, inoltre, può ospitare fino a 1.600 lettori, i quali possono godere della eccezionale tranquillità, con vista sulla corte-giardino interno, lontano dai rumori urbani di Parigi: “Abbiamo costruito un pezzo di foresta nel cuore della Biblioteca Nazionale. L’abbiamo costruita come si costruisce un edificio, con gru, con scavi, … abbiamo impiantato un pezzo di natura selvaggia in città” (Conferenza “Underground”, Maxxi, Roma, 22 marzo 2012.)

Foto: Santo Marra

Editing: Daniela Maruotti

 

 

Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea – L’Oculus di Santiago Calatrava 

24 Febbraio 2018

image © hufton + crow

Si può amare un’architettura anche quando è controversa la sua storia?
In foto: World Trade Center Transportation Hub, conosciuto come Oculus (2004-2016) – Santiago Calatrava.
La struttura avrebbe dovuto aprire nel 2015. I lavori sono durati quasi 12 anni e sono costati – ironia del nome – un occhio della testa, 3,9 miliardi di dollari, il doppio rispetto alle stime iniziali.
Costruito dove si trovava il centro commerciale distrutto dagli attentati dell’11 settembre, sostituisce il sistema ferroviario originale, noto come “Port Authority Trans-Hudson” (PATH). Questi ha riaperto, seppure in maniera ancora parziale, il 4 marzo 2016, ponendosi quale piattaforma logistica dei trasporti rispetto al complesso cittadino del “World Trade Center”.
Il progetto è composto da una struttura con due grandi ali di acciaio alta circa 50 metri da terra e con una parte interrata. All’opera sono tributati gli onori previsti dalla sua missione simbolica, “una dimensione spirituale come una cattedrale”, officiante della riqualificazione dello spazio pubblico dilaniato dal terribile ricordo dei fatti di inizio millennio. Causa dei ritardi – riportano alcune note – infiltrazioni d’acqua nel cantiere vicino e una serie di problemi dovuti alla complessità del progetto: si è reso necessario incrementare il numero delle costolature metalliche, a scapito della leggerezza, guadagnando una maggiore presenza strutturale.

La foto è tratta da un progetto fotografico ottobre 2016 del premiato studio Hufton+Crow che si dedica all’architettura contemporanea

http://www.huftonandcrow.com/projects/gallery/oculus-world-trade-centre-transportation-hub/

 

Editing: Daniela Maruotti

un ricordo di Manfredi Nicoletti

30 Ottobre 2017

Santo Marra, membro di Amate l’Architettura, che ha conosciuto personalmente il prof. Manfredi Nicoletti, esprime, a nome di tutto il nostro Movimento, il cordoglio per la sua scomparsa attraverso un ricordo della sua figura di architetto, professore e uomo perbene.

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Ieri ci ha lasciati a 87 anni il Prof. Manfredi Nicoletti. La notizia mi ha rattristato molto ma allo stesso tempo mi sono tornati in mente momenti felici, quando, a fine anni ’90, ho avuto la fortuna e il piacere di frequentare per qualche tempo il suo studio.
Lo ricordo come una persona elegante, dall’energia esplosiva. Ricordo lo studio pieno di giovani architetti, tanti progetti contemporaneamente, ma soprattutto tanti concorsi. Era il periodo in cui lo vedevo discutere con forza per cercare di difendere le sorti del progetto per il Nuovo Museo dell’Acropoli di Atene di cui era risultato vincitore qualche anno prima, insieme a Lucio Passarelli (scomparso lo scorso anno), a seguito di Concorso internazionale fra oltre 400 partecipanti, poi purtroppo bloccato e annullato. Era soprattutto il periodo in cui aveva appena consegnato il Concorso internazionale per L’ampliamento del Museo del Prado di Madrid e stava per iniziare il Concorso ad inviti per La sistemazione architettonica di Piazzale della Farnesina al Foro Italico a Roma. Parliamo degli anni 1996-98. Quindi, contemporaneamente si partecipava al concorso per il Nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria, che mi ha visto impegnato direttamente, concorso vinto, cantiere avviato, infinito, ancora in corso.
Al Suo Studio di progetti se ne sono disegnati a decine, la presentazione dei concorsi si curava nei minimi dettagli. È stato un pioniere della progettazione bioclimatica, integrando buone pratiche dell’edilizia sostenibile con criteri innovativi di funzionalità e risultato estetico. E’ stato ancora attivo per molto tempo dopo, realizzando importanti opere in Italia e all’estero. È stato un maestro, un anticipatore, un visionario.
Questo mio piccolo personale saluto è in segno di affetto e riconoscenza. Mi unisco al cordoglio ed esprimo vicinanza ai familiari.
R.i.P. Prof.
Santo Marra

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(In foto, L’ARCA 125 del 1998, che custodisco gelosamente.)