Archivio Autore

Coppelia: la Cattedrale del gelato

12 Marzo 2020

L’Avana. Nel quartiere borghese del Vedado, caratterizzato da un lato da alberghi, ristoranti, cinema, negozi e ministeri, dall’altra da piccole case con portici coloniali e giardini lussureggianti, passeggiando dal Malecón (lungomare) verso la Calle 23, che i cubani chiamano “La Rampa”, all’intersezione con la Calle L, ci si imbatte in un parco al centro del quale si erge Coppelia: la cattedrale del gelato.

Come spesso accade nella storia, anche quest’edificio nasce dal capriccio di un leader politico: Fidel Castro. Sembrerebbe infatti che il rivoluzionario, oltre a essere appassionato di sigari e di baseball, fosse anche goloso di frappè e di gelato: questa sua fissazione gastronomica avrebbe non solo plasmato la storia economica e culturale dell’isola ma sarebbe stata anche motivo di sperimentazione architettonica e medica oltre che espediente per il suo fallito avvelenamento.

Procediamo con ordine: nel 1959, dopo aver sconfitto il dittatore Batista, Fidel e i suoi fecero dell’Hotel Habana Libre (che si trova proprio davanti a Coppelia) il loro quartier generale. A partire dagli anni ’60 del Novecento i rapporti con gli Stati Uniti si inasprirono tanto da arrivare nel 1962 all’adozione di un embargo completo. Fidel, che non poteva rinunciare alla sua passione, convinse l’ambasciatore canadese a spedirgli ventotto container di gelato Howard Johnson, di cui era ghiotto. Nel 1963, la CIA, sfruttando questa debolezza del rivoluzionario tentò di avvelenarlo proprio all’Hotel Havana Libre, ove Fidel era solito consumare frappè: pare però che la pillola di veleno, che doveva essere “fatta scivolare” nella bevanda, rimase incastrata nel frigo e spezzandosi riversò a terra il veleno.

Ignaro di tutto questo, Castro decise di trovare una soluzione all’importazione di latte, burro, formaggio (e ovviamente gelato) dagli Stati Uniti, rendendo Cuba indipendente nella produzione di prodotti caseari. In un paese in cui i bovini erano solo “Zebù”, specie inadatta alla produzione di latte, Castro decise di chiedere finanziamenti all’Unione Sovietica per importare dal Canada le cosiddette vacche frisone e dalla Svezia e Paesi Bassi i macchinari per produrre il gelato. Nel 1972 nacque perciò un programma sperimentale e d’ibridazione volto a creare una nuova specie di bovino denominato “Ubre Blanca” che non solo avrebbe prodotto latte in grande quantità ma sarebbe diventata l’eroina di Castro, tanto che alla sua morte, venne impagliata ed esposta in una teca di vetro in una casa fuori l’Avana.

Con in testa lo slogan “Helado por el pueblo”, Castro mise all’opera, oltre agli scienziati, anche compañeros e architetti per creare un luogo dove i suoi connazionali potessero gustare il gelato. Fidel decise di affidare il progetto di Coppelia, la “Cattedrale del gelato”, all’architetto Mario Girona Fernández (Manzanillo 13 Gennaio 1924 – L’Avana 26 Agosto 2008) sotto la supervisione della sua fidata consigliera Celia Sánchez, alla quale venne dedicato il nome e il logo della gelateria che rimandano, il primo, al balletto preferito della donna, il secondo, appunto, alle gambe di una ballerina.

L’edificio, costruito nel 1966, sorge nell’area dove fino al 1954 si trovava il Reìna Mercedes Hospital; a seguito dell’abbattimento della struttura si susseguirono diversi progetti che prevedevano dapprima la costruzione di un altro ospedale, poi un grattacielo di cinquanta piani, un padiglione turistico, infine un centro di intrattenimento notturno. Tutti i progetti furono abbandonati per lasciare il posto a Coppelia.

A primo impatto, ammirando la “Cattedrale del gelato” sembra di vedere un’architettura di Nervi: una grande calotta in cemento armato posta a copertura di sale circolari vetrate, che si dirama verso l’esterno attraverso pilastri a Y rigirati collegati tra loro da tendoni blu e bianchi. Se l’architettura di Nervi, però, assomiglia a “un’enorme medusa per effetto del guscio ondulato e dei cavalletti a Y che sembrano tentacoli” (B. Zevi) [1], Coppelia sembra più un ufo atterrato nella città e circondato da alberi Banyan.

Passeggiando intorno alla struttura circolare, nel parco, si incontrano banchi del gelato e tavolini all’aperto dove poter consumare le cosiddette Ensaladas (coppette di plastica ove possono essere disposte fino cinque palline di gelato); salendo invece dalla scala elicoidale centrale della “cattedrale” fino a raggiungere la copertura, ci si addentra in altre sale circolari divise l’una con l’altra da pannelli lignei e vetri colorati.

Se negli anni Ottanta del Novecento Coppelia divenne il punto di ritrovo degli habaneros e i gusti proposti arrivarono a essere circa una cinquantina, all’inizio degli anni Novanta, a causa della riunificazione della Germania e della perdita dei finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica, la “cattedrale del gelato” andò in declino, finendo per restringere i gusti o addirittura “allungare” il gelato con l’acqua.

Il successo di Coppelia negli anni Sessanta, portò tuttavia alla costruzione di altre “filiali”: all’architetto Mario Girona Fernández venne affidato anche il progetto per il Varadero, località di mare a due ore circa da L’Avana; all’architetto José Cortiñas quello per Santa Clara. Il primo edificio fu concepito come un luogo di ritrovo per i bagnanti: circolare e interrato, si snoda attorno a  un giardino. La seconda costruzione, di stampo brutalista, inaugurata nel 1967, occupa un intero isolato ove anticamente sorgeva un mercato agricolo: è costituita da un piano pilotis sormontato da una massiccia copertura in cemento armato dal quale fuoriescono “schegge”.

Attualmente Coppelia è un luogo frequentato sia da cubani che da turisti: i primi, “che ancora vivono di beni razionati, possono godere della rara esperienza di poter ordinare quanto vogliono di qualcosa” (Anderson), i secondi, più che dal gelato e dalle lunghe attese che si fanno per acquistarlo, sono attratti dalle “vibrazioni positive” che il luogo e la gente che lo frequenta trasmettono.

 

Foto 1: Castro mangia gelato allo zoo del Bronx di N.Y., 1959. Foto: Meyer Liebowitz/Getty images

Foto 2: Ubre blanca impagliata nella teca di vetro. Foto: str/afp/Getty images

Foto 3,4,5,6: Giulia Gandin

Foto 7,8: https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Fonti:

[1] Cronache di Architettura, Bari , Laterza, 1970

https://www.vice.com/it/article/mbkje8/mangiare-gelato-a-cuba

https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Helados revolucionarios: Coppelia y la arquitectura líquida de La Habana

Il Villino Ximenes, notevole esempio del primo Liberty romano.

16 Dicembre 2017

25299548_10212989840214311_2154437794214159999_n

Curiosando un giorno su internet, mi sono imbattuta casualmente sul sito di un’associazione culturale che organizzava una visita guidata presso il villino liberty Ximenes: non conoscevo minimamente quest’opera, non l’avevo nemmeno mai sentita nominare, eppure cliccando su “immagini di google” mi sono resa conto che c’ero passata davanti mille volte senza degnarla dell’attenzione che invece avrebbe meritato.
Così ho deciso di mandare una mail alla suddetta associazione, iscrivermi e prenotare la visita.
Insieme a una decina di curiosi come me, appassionati d’arte e d’architettura, ci siamo ritrovati un martedì mattina all’angolo tra Piazza Galeno e Via Celso, luogo in cui si trova il villino.
La guida, una storica dell’arte di mezza età, sorridente ed energica, citofona al civico 1 di Via Celso e si fa aprire da una suora laica dell’Ordine delle Teresiane, ente a cui il villino appartiene dal 1930 circa.
Iniziamo la visita dal giardino per ammirare l’esterno dell’edificio (che avevamo già in parte osservato da Piazza Galeno) e le modifiche che nel corso degli anni sono state eseguite per necessità dai numerosi abitanti che si sono succeduti.
La guida ci spiega che il villino Ximenes, prende il nome dal primo proprietario, lo scultore palermitano d’origine spagnola Ettore Ximenes, il quale commissiona al coetaneo e amico Ernesto Basile la progettazione e la realizzazione di questa sua abitazione-atelier. Il villino, del 1902, è il primo in stile liberty edificato a Roma e soprattutto il primo di una serie di villini che saranno costruiti nella zona di Via Nomentana (zona, all’inizio del Novecento, ancora poco popolata e non urbanizzata).
Esternamente il villino si presenta compatto e massiccio, costituito da blocchetti di tufo di colore bruno in stile prettamente siculo; in particolar modo, sulla facciata principale verso piazza Galeno, è alleggerito dalla decorazione in maioliche colorate sotto il cornicione e da elementi in stucco che si ritrovano sia nelle aperture, sia nell’alto fregio che divide il piano terra dal piano primo sia nella loggia centrale e infine nella balaustra a coronamento dell’edificio.

24909876_10212989841214336_6879689442678438200_n

 

24993078_10212989840854327_4733342349998618373_n

In particolare, nel fregio, proprio sotto la loggia, è scolpita l’Ara Artium, l’altare fiammeggiante delle Arti, a cui tutti gli uomini portano tributi; la loggia “racchiusa” da due foglie di palma, contiene una raffigurazione di una Madonna con bambino della pittrice Rosanna Lancia (l’affresco  non originario, è stato commissionato  successivamente dall’Ordine delle Teresiane).

25151890_10212989840334314_1208931634562674133_n

Sul lato destro dell’edificio, quello che guarda verso il giardino, si può ammirare una grande apertura ad arco che permette l’accesso a un grazioso balconcino il cui parapetto è decorato con motivi floreali tipici dell’Art Nouveau. Questo balconcino è l’affaccio della Sala da Pranzo, la cosiddetta Sala dei Pavoni, recentemente restaurata e unica sala del villino rimasta inalterata nel tempo sia per quanto riguarda gli arredi sia per quanto riguarda le pitture, i rivestimenti e i pavimenti.

24993208_10212989841534344_6778851924823980803_n

Continuando a girare intorno all’edificio, alzando lo sguardo, ci soffermiamo davanti a due pilastri “specchiati” , due “sentinelle” incise e ancora sagomate con profili di figura femminile, le cui teste si innalzano oltre il livello della copertura come se dovessero scrutare l’orizzonte: la guida ci spiega che questi due pilastri, in origine, facevano parte dell’ingresso principale dell’atelier di Ximenes (“Galleria delle Statue”), un grande arco attraverso il quale lo scultore trasportava i materiali necessari per le sue opere. Oggi tutta quest’ala del villino appare profondamente alterata e trasformata per far fronte alle necessità delle attuali inquiline: il grande arco centrale d’ingresso è stato tamponato, al suo posto sono state aperte delle semplici bucature quadrate e sono stati creati internamente vari ambienti di servizio (cucine, lavanderia etc).

24993383_10212989841614346_3862622999889570705_n

Dopo osservato tutto l’esterno, saliamo finalmente qualche gradino per entrare nel cuore della casa. Ci troviamo in un ampio atrio voltato di forma rettangolare: davanti a noi tre arcate (da una di queste si accede al piano superiore attualmente adibito a stanze per le studentesse universitarie), ai lati due porte   decorate con inserti in vetro colorato; alle nostre spalle, accanto alla porta d’ingresso, la Sala dei Pavoni.

Le pareti dell’atrio sono, dal punto di vista decorativo,  divise in tre fasce: la parte inferiore è completamente rivestita in doghettato ligneo  e sono presenti delle panche (anch’esse in legno) collocate tra le arcate e agli angoli della stanza; la parte centrale è rivestita con un tessuto recante motivi floreali, infine la parte superiore, la volta, è riccamente affrescata con soggetti medievali (dame, cavalieri) che rimarcano l’apprezzamento per il Medioevo fiabesco di Basile.

24991575_10212989841894353_3723333986603143227_n

Dopo aver visitato la Sala dei Pavoni, entriamo sulla sinistra in un piccolo fumoire, che introduce al grande salone e allo studio.

Il soffitto del fumoire è purtroppo ridotto non in ottime condizioni (si  notano immediatamente delle macchie dovute a infiltrazioni d’acqua) e anche la carta da parati color avorio in alcuni punti si sta scollando.

Anche in questa piccola sala (a eccezione degli arredi) tutto è rimasto com’era. Le porte sono quelle originali, con vetri finemente decorati con motivi floreali (la guida ci svela una chicca: durante i recenti restauri effettuati nella Sala dei Pavoni, i restauratori, smontando gli infissi, hanno scoperto che le lastre di vetro che li compongono, non sono decorate direttamente, ma tra di esse è inserito un foglio dipinto con motivi liberty) e incorniciate da ghirlande e farfalle in stucco dipinto d’oro su fondo rosso; i pavimenti, coloratissimi, creano dei motivi geometrici  dalle forme centriche e romboidali.

24909655_10212989842454367_5687756897108790524_n

 

25152289_10212989842614371_5833500754539164441_n

Entriamo poi nel limitrofo studiolo, oggi sala tv delle suore, completamente modificato e ridipinto eccezion fatta per lo splendido soffitto decorato con motivi astratti sui toni del blu e d’oro: a molti di noi i colori e i temi dipinti ricordano il mare e i suoi abitanti (meduse, alghe).

25289372_10212989843454392_2172592120153533322_n

Concludiamo la visita con il grande salone. Qui lo spazio sembra diviso in due zone, sia per i materiali che lo rivestono, sia per l’arredo ma soprattutto per un grande arco che con il suo intreccio di rami, fiori e ghirlande  “taglia” trasversalmente in due parti l’ambiente. La parte a sinistra dell’ingresso è il vero e proprio salone, luminoso, completamente bianco ma con un bellissimo soffitto ligneo a cassettoni dipinto; la parte a destra, invece, è la sala da pranzo, arredata con tavolo e sedie e credenze con stoviglie; il soffitto da questo lato non è ligneo ma intonacato di bianco e sulle pareti, tutt’intorno, poco al di sotto di questo, corre un alto fregio dipinto in cui sono raffigurati, forse in omaggio a Ximenes, grandi scultori (Donatello e Bernini) ma anche figure ecclesiastiche e politiche (Papa Urbano VIII, Cardinale Mazzarino e Re Luigi XIV).

25158154_10212989842814376_5651318004289329629_n

Anche qui, come fosse ormai normale amministrazione, la guida ci svela una curiosità che tempo prima le stesse suore le avevano raccontato riguardo alle vetrate delle due ampie finestre del salone: durante un violento temporale, un giorno, alcuni rami degli alberi del giardino, caddero e ruppero i vetri, frammentandoli. Le pazienti suore, consapevoli dell’importantissimo valore di quei frammenti, decisero di raccoglierli uno a uno affidandoli a un vetraio che li avrebbe in seguito incollati nelle nuove vetrate, permettendo così ai futuri visitatori e fruitori del villino ancora un assaggio di quelle che erano le originali creazioni di due importanti artisti dei primi del Novecento.

Foto: Giulia Gandin

Editing: Daniela Maruotti