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Oosterwoold, un laboratorio per il futuro…

17 Settembre 2010

Nella nostra ricerca sulla nuova città  di Almere,  attraverso le matrici, abbiamo esaminato tutti gli elementi che esercitano un’influenza sullo sviluppo del territorio. Il nostro gruppo si è posto come obiettivo quello di trovare terreno edificabile a basso costo, in cui venisse privilegiata l’iniziativa privata e gli spazi collettivi, individuando tipologie di edifici chiamate con il nome di PO e CPO, e meglio definite da un + che sta ad indicare la relazione con l’età degli abitanti insediati (leefomgeving).

Il lavoro è stato diviso in n. 5 matrici:

VOORBEELD PROJECTEN + KARAKTER PROJECTEN (progetti di esempi + caratteri di progetto), WOONCULTUUR  MATRIX (matrice sugli aspetti culturali dell’abitare), GELD-GRONDMATRIX (matrice costo-terreno eidificabile), PROFIELEN PROJECTEN + PROCES MATRIX (matrice sui processi e sui partecipanti all’urbanizzazione), LOCATIEMATRIX (studio sui concetti del Particulier Opdrachtgeverschap e del Collectief Particulieropdrachtgeverschap nei vari ambiti, urbano o meno), che alla fine hanno portato alla realizzazione di uno schema da noi deominato (C) PO+ MOTOR, ed alla definizione degli scenari possibili, calati sul territoio di Oosterwoold, una nuova urbanizzazione a Nord-Est di Almere.

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In questo momento mi sto occupando della matrice concettuale, quella che raccoglie tutti gli elementi che intervengono nell’antropizzazione del territorio, sistematizza le varie influenze che lo modificano ed individua un sistema di regole per la costruzione dello spazio collettivo. Questa matrice combina le varie specificità del sito con le differenti tipologie  edificatorie, prevedendo un uso dello spazio collettivo in vari modi nell’edificio, ed arriva a definire 52.920 possibilità a livello teorico.

Il laboratorio “HOME MADE” all’interno dell’iniziativa Nederland Wordt Anders=L’Olanda diventa altro (NWA), finanziata dal ministerie van VROM (leggi SVILUPPO URBANISTICO), dal Comune di Almere ed altri enti di ricerca olandesi, si pone come obiettivo principale infatti quello di studiare gli usi del territorio  in relazione agli spazi collettivi, favoriti dall’iniziativa privata. Nella sua vasta ricerca Home Made, composto da n. 11 Architetti e Urbanisti: Ludwin Budde, Luca Coppola, Camila Pinzon Cortez, Vincent van den Dijssel, Karen Heijne, Vincent Klijndijk, Maarten Molenaar, Wibke Plagmann, Gilad Sitton, Steven Spanjersberg, Anna Vlaming Reitmanova, di diverse nazionalità e diverse culture e guidato da Jan Wilelm van Cuilenburg, Architetto Urbanista dello studio MONOLAB, di Rotterdam, è partito dall’individuazione di scenari possibili sull’uso del suolo in termini innovativi e diversificati, in modo da stimolare un gran numero di proposte.

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Nel primo incontro, svoltosi a maggio, alla presenza di professionisti ed esperti del settore, ognuno dei partecipanti ha elaborato le idee più innovative nell’ambito delle proposte studiate. Questo feedback, come è stato chiamato dal nostro mentor, è stato raccolto in un volume, dove sono presenti i primi tentativi di approccio al problema, inizialmente sconosciuto alla maggior parte di noi.

Nel corso del primo mese di lavoro molto tempo è stato dedicato alle interviste, delle quali si sono occupati i miei colleghi, che sono andati su e giù per l’Olanda del Nord ad intervistare i protagonisti di questo nuovo modo di progettare le città, in modo durevole, tenendo presente le esigenze degli abitanti fermi restando i criteri della bioarchitettura. L’obiettivo principale di Home Made tuttavia è quello di portare la pratica edilizia del Po e del Cpo, che letteralmente vuol dire impresa privata collettiva, da una percentuale del 2% della produzione edificatoria attuale al 30% tra 30 anni.  Questi valori ovviamente non sono indicativi di tutta l’Olanda, ma variano a seconda del livello di urbanizzazione e di avanzamento delle pratiche edilizie: si passa da un 10% nella zona del Randstad, che raccoglie le principali città del Nord, allo 0,5% di Groningen, in Friesland ed in Limburgo.

In questa fase il mio compito è stato quello di cercare esempi in Europa e nel mondo dove la partecipazione dei privati alla realizzazione  degli spazi pubblici fosse evidente. La mia ricerca mi ha condotto a scoprire programmi europei, come il modello “Urban 2”, attivo in molte città dell’Europa meridionale, quali la Spagna e la Francia, esempi notevoli a livello mondiale, quali Mumbai in India od il modello di Arcosanti in Arizona di Soleri, ma anche vari altri laboratori in Europa, come a Torup, in Danimarca, dove sono state insediate circa 200 persone in una sorta di ecovillaggio, od a Tubinga, città tedesca occupata dai francesi fino al 1990. Dopo il crollo del muro le truppe francesi si sono però ritirate, lasciando liberi una serie di spazi, per lo più caserme, riconvertiti in abitazioni attraverso un processo di coinvolgimento degli abitanti che ha prodotto, infine, una pubblicazione dal titolo: “Tubinga, un modello per Almere”, dove sono catalogati molti sistemi di utilizzazione dello spazio collettivo, che abbiamo preso ad esempio per il nostro caso di Oosterwoold, dove avremmo dovuto prevedere insediamenti per circa 750.000 abitanti: una nuova Amsterdam per l’appunto…

Giunti così alla definizione di vari feedback il nostro lavoro si è concentrato sulla preparazione di queste matrici, attraverso le quali rendere esplicite le influenze di tutti i fattori che contribuiscono a modificare il territorio in funzione degli usi e dei costi. Per esempio grande importanza è stata data inizialmente alle agenzie immobiliari, che io ho subito individuato come le principali responsabili della  crescita esponenziale dei costi del terreno edificabile, come poi confermato dal mio collega Vincent van den Dijssel, che ha riportato le esatte cifre: si passa da €1 per il terreno incolto ad €357 per mq per il terreno edificabile, diciamo “da vendere per costuire”, prezzo medio delle agenzie immobiliari!!!

In un primo momento il fatto stesso di essermi inserito a laboratorio iniziato, alle prese con un tema del tutto nuovo, in una lingua che non è la mia, e che dopo due anni non parlo ancora alla perfezione, pensavo costituisse un handicap. Con il passare del tempo mi sono accorto che il mio entusiasmo e la mia forza di volontà mi permettevano se non di colmare le mie lacune, almeno di cogliere le problematiche discusse nel gruppo con i colleghi, che all’inizio ne sapevano quanto me.

Nella prima fase del lavoro di ricerca ho collaborato alla definizione del costo del suolo come di un elemento strettamente legato all’uso che di esso se ne fa, senza peraltro aggiungere nulla a quanto già sapevo, e che costituiva il mio bagaglio di conoscenze. Al momento di passare però alla realizzazione delle matrici, ho deciso di cambiare gruppo e mi sono voluto occupare della matrice culturale per cercare di capire le differenze che avrei potuto trovare tra l’Italia  e l’Olanda. Qui ho incontrato le prime difficoltà, perché non sono riuscito a scovare esempi di progettazione partecipata nella definizione di spazi collettivi nel nostro Paese. Uniche esperienze di un qualche  interesse a Roma, al Pigneto, a Napoli, nell’uso degli spazi intorno alle “Vele di Secondigliano”, dove si è sviluppata una coscienza collettiva ed a Torino, nell’uso degli spazi di Moncalieri per scopi legati all’arte…nel confronto con i colleghi sono riuscito a spostare la mia ricerca limitandomi all’Olanda, ed agli aspetti che nel corso del tempo ne hanno modificato la cultura dell’abitare, quali per esempio la diffusione della cucina all’americana, “open space”, che dall’ingresso porta fino al giardino sul retro, oppure la diffusione del bagno con la tazza al piano di sopra nelle case a schiera, molto diffuse nell’edilizia estensiva olandese, insieme alla doccia ed al lavandino (non ho neanche provato a promuovere la diffusione del bidet, perché non c’è spazio per questo accessorio, per il momento….). Alla fine sono approdato ad una serie di tabelle che in qualche modo documentano questa trasformazione, elaborate dal centro di raccolta dati olandese, una specie di ISTAT italiano, e che sono state poi inserite nella matrice Wooncultuur.

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Finita la seconda presentazione siamo tornati al nostro lavoro, che si svolge a partire dalla metà di aprile nei locali di un capannone industriale convertito a studio professionale, dove sono presenti più persone, architetti, studenti, tecnici, stagisti, in un ambiente molto stimolante e produttivo. Lo studio che ci ospita si chiama Search, e ci ha messo a disposizione un tavolo con una decina di computer, diverse stampanti, un plotter, le connessioni a internet, e poi spazi per riunioni, i pasti e la macchina per il cappuccino. Search è stato pagato con i fondi messi a disposizione dal governo olandese, lo stesso che alla fine di quest’esperienza ci darà un rimborso spese per il viaggio. Search si trova in Homerusstraat, 3, sull’Ijland, un’isola a nord di Amsterdam, che sarà collegata tra qualche anno dalla nuova linea Nord-Sud della metropolitana, ma che già oggi si può raggiungere in macchina attraverso il Piet Heinrich tunnel, realizzato nel 2006 dall’architetto olandese Ben Van Berkel, di UN-STUDIO, oppure con un comodissimo traghetto gratuito che parte ogni 7 minuti dalla stazione centrale. Ogni mattina impiego  circa un’ora per raggiungere il posto di lavoro: alle 8.00 esco di casa, alle 8.16 ho il treno, alle 8.50 il traghetto, e verso le 9.00 sono davanti al PC: una svolta!

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Il 30 giugno abbiamo la presentazione finale ad Almere e la settimana dopo siamo al Comune per un confronto sui temi più innovativi del laboratorio…per il momento dopo non ci sono prospettive, ma non è ancora detto. Sicuramente avremo tutti alle spalle una preparazione specifica su di un tema nuovo, come quello della partecipazione dell’iniziativa privata nella realizzazione degli spazi  pubblici, che non è proprio quello che cercavo, ma che alla fine ci può aprire altre porte, anche come gruppo di lavoro.

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…Man mano che il laboratorio va avanti, il senso dello spazio collettivo, che nasce dall’iniziativa privata, mi appare sempre più chiaro: partendo dal concetto che la qualità dell’abitare si misura attraverso i parametri del vivere, lavorare, ricrearsi, cioè impiegare il proprio tempo libero, secondo i dettami del movimento moderno, stiamo studiando soluzioni che prevedano un’aggregazione collettiva all’interno di differenti tipologie  abitative, in forma di tetto giardino o di serra comune per il palazzo a blocco, oppure di una fascia libera tutto intorno alla costruzione, a seconda se questo spazio si trova al centro, in alto od in basso del palazzo.

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Questo blocco, per esempio, viene immaginato posizionato sull’acqua, secondo un’esposizione favorevole, in maniera tale che gli abitanti possano prendere il sole come su di una terrazza davanti al mare nelle ore più soleggiate del pomeriggio……in pratica siamo partiti dai disegni di MVRDV, uno degli studi più forti di Rotterdam, che ha elaborato il Masterplan per Oosterwold e dall’aereofotogrammetrico di Google Maps per calare il nostro sistema concettuale  sul territorio. Una volta individuati gli assi, le emergenze architettoniche (i vecchi mulini che delimitano i Polder, per esempio) e la morfologia del sito (divisa  in otto sub-zone, che vanno dal boschivo all’agrario fino al canale, a seconda del grado di umidità), abbiamo analizzato le sue specificità, ovviamente  partendo dall’ambiente  costruito, e l’abbiamo sistematizzato in grafici.

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In questa fase  mi sono occupato di perfezionare  gli schemi che avevamo messo a punto con i colleghi esperti del programma di visualizzazione e sto graficizzando alcuni schizzi di un collega, a cui viene molto facile, a mano libera, abbinare tipologie edilizie e caratterisctiche del suolo. Alla fine quindi ognuno fa quello che gli riesce meglio, e come per il territorio, la funzione sua propria gli calza a pennello…un’idea che  abbiamo preso di comune accordo è stata quella di comprare delle magliette nere, e di stamparci sopra il nome del laboratorio sul davanti ed il logo sul di dietro: HOME MADE e Cpo+ come soluzione  proposta, “SAMENBOUWEN IS DE TOEKOMST”, che sarebbe “costruire insieme è il futuro”, che racchiude in una frase emblematica il lavoro di tre mesi di ricerca, gli esempi di Po e Cpo+ presenti nel mondo ed in Olanda, gli scenari proposti e le matrici concettuali.

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Proprio come ci hanno indicato nell’ultimo incontro, proprio come ci eravamo prefissi all’inizio, proprio come si conviene per il laboratorio di idee urbanisticamente più avanzato del mondo: la città di Almere.

Un viaggio nel cuore dell’Europa…

11 Agosto 2010

Ricordo quando, più di dieci anni fa, ancora all’Università, andai con l’Associazione Culturale Zingari a Berlino, che era diventata, all’indomani del crollo del muro nell’89, il cuore del rinnovamento culturale ed architettonico europeo.

Ricordo i progetti di Renzo Piano per la Potsdamer Plats, il progetto di Peter Eisenmann per il Chekpoint Charlie, il progetto di Jean Nouvel per Les magazines Lafayette, il progetto di Philip Jonhson per il  Philip Jonhson Building o il progetto di Daniel Libeskind per il Jewisch Museum che avevo studiato prima di partire e che vidi in parte realizzati, in parte ancora sulle carte, in parte in corso di realizzazione…..

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Sono capitato per caso a Bruxelles, e mi sono recato nel quartiere della Commissione Europea, dove, sebbene l’aria fosse un po’ diversa, intrisa dell’atmosfera borghese della diplomazia internazionale, sono riuscito a cogliere le stesse sensazioni…oggi, anche se stiamo attraversando una forte crisi economica, Bruxelles mi è sembrata in qualche modo la Berlino di allora: Rue de La Loi come Friedrichstrasse, allora? Non proprio:  vediamo perché.

Sicuramente dietro al programma di edificazione del quartiere leopoldino c’è lo stesso intento di creare un volano allo sviluppo economico del nuovo soggetto politico nato dall’allargamento dell’Unione Europea e dall’apertura ad Est, con il passaggio dai 12 stati membri originari ai 25 attuali…..ma nel caso di Potsdamer Platz ricordo che il sito era tutto un cantiere: le gru giravano senza mai fermarsi; le luci brillavano anche di notte per illuminare il protrarsi dei lavori: a Bruxelles invece si respirava un aria più tranquilla: si vedevano ovunque diplomatici internazionali visitare affascinati il palazzo Baylermont, sede della Commissione Europea, il cosiddetto “Palais Charlemagne”, il palazzo Altiero Spinelli, sede del parlamento europeo, il cosiddetto “Caprice de Dieu”, oppure la sede della commissione delle finanze, il palazzo Jacques Delort. Mi sono soffermato in particolare su questa costruzione: si tratta di un nuovo edificio con il fronte sulla Rue Belliard, con la parete vetrata sorretta da  travi in legno lamellare, collegato alla vecchia costruzione, sull’altro lato della strada, tramite un ponte in cemento con interessanti travi in ferro e legno stile Art Nouveau. Ecco, la differenza principale che ho colto tra la Berlino di allora e la Bruxelles di oggi è che mentre la capitale tedesca cominciava un programma di ricostruzione, dopo la caduta del muro e l’unione dell’Est con l’Ovest, in cui ad edifici di carattere pubblico, quali la sede del Reichstag di Sir Norman Foster si alternavano edifici a carattere commerciale, quali il centro commerciale Lafayette di Jean Nouvel, ad edifici di carattere residenziale, quali lo Schutzenstrasse di Aldo Rossi, la capitale dell’Europa Unita sta dando un volto nuovo alla sua vecchia immagine, a dieci anni dall’entrata in vigore della moneta unica, costruendo edifici all’avanguardia nel campo dell’architettura mondiale…

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Volevo titolare questa nota: Bruxelles 2009, un ponte tra passato e futuro, ed il paragone con la Berlino dopo muro: una  breccia verso il domani: a Bruxelles la crisi tuttavia non permette la realizzazione della nuova sede del consiglio europeo dello studio Valle, vincitrice di un concorso internazionale che ha avuto grosse ripercussioni sulla fama dell’architettura italiana nel mondo, che in realtà speravo di vedere in parte realizzato, o almeno  in fase di realizzazione, a giudicare dalle notizie presenti sul sito web dello studio: speravo di riuscire ad osservare il cantiere, ma pazienza! A Berlino, nel ‘97 era appena iniziata, dopo una lunga fase di gestazione, la costruzione del Museo Ebraico di Libeskind, di cui tuttavia riuscimmo a vedere lo scheletro in cemento armato, entrando di nascosto, allora si, all’interno del cantiere; mentre non si era ancora passati alla fase realizzativa della Potsdamer Platz………

La riqualificazione del quartiere della Commissione Europea, tutto intorno a Leopold Park tuttavia procede a ritmi serrati, tanto che intorno al palazzo del parlamento sono sorti una serie di edifici residenziali di qualità medio-alta che riprendono le linee dell’Architettura Art Nouveau, caratteristica della capitale belga. Certo, si è esaurito il fermento del momento iniziale, quando Bruxelles era tutto un cantiere…come probabilmente è stato all’inizio di questa nuova avventura europea, ma ancora oggi le foto allegate documentano una consistente attività edificatoria, e sono convinto che il paragone con la Berlino del ’97 sia sensato, per la somiglianza tra i due programmi, le due storie, le due culture, che tutte hanno a che vedere con la crescita dell’Europa Unita…

Carlo Aymonino ed il Gallaratese di Milano: una serie di equivoci

19 Luglio 2010

Lo spunto per parlare di architettura mi è venuto questa volta dalla risposta sul web ad un mio commento sulla pagina Facebook di Amate l’Architettura, in merito alla scomparsa del prof. Carlo Aymonino. Un primo commento alla notizia della sua morte lo celebrava come uno dei maestri dell’Architettura italiana dell’ultimo trentennio del secolo scorso, al che io rispondevo con una domanda, se effettivamente Carlo Aymonino, con la sua opera, abbia plasmato, soprattutto attraverso la costruzione del Gallaratese di Milano, l’architettura italiana. I commenti seguenti specificavano che l’influenza di Aymonino sarebbe arrivata in Spagna: Renato Nicolini, citato in uno dei post, faceva addirittura riferimento ad alcune opere di Oriol Bohigas, che prenderebbero spunto dalle opere del maestro italiano. Io, chiamato in causa dai sostenitori della tesi che l’Architetto abbia plasmato le generazioni successive, mi limitavo a rispondere che la forza espressiva del lavoro di Carlo Aymonino stava più che altro negli schizzi che elaborò durante la sua esperienza di assessore capitolino.

Ricordo quando, nel 2001, insieme ad alcuni amici, Barbara Bulli ed Alessandro De Santis, vinsi un concorso indetto dal Rotary club Roma Parioli, sulla sistemazione dell’Arsenale Papale a Porta Portese. Allora il Rotary mi fece omaggio di una pubblicazione che raccoglieva tutto il suo lavoro al Comune di Roma, dalla quale si colgono la potenza del segno, la perfezione dei rapporti nella rappresentazione della figura umana, l’esattezza delle proporzioni, e da cui emergono, attraverso gli appunti sempre presenti a lato degli schizzi, ragionamenti e processi mentali che solo un grande Architetto, o un grande artista può fare. Ecco, un grande artista, ed un bravo profesisonista: questo secondo me era il professor Aymonino, più che un Architetto che lasciò la sua influenza nel mondo…

Credo che il Gallaratese di Milano, come il Corviale di Fiorentino a Roma, o il quartiere Zen a Palermo, come veniva giustamente osservato nei commenti seguenti di Amate l’Architettura, parta dall’equivoco di fondo che il concetto dell’Unité d’Habitation di Marsiglia di Le Corbusier si possa applicare dovunque e comunque. Le megastrutture portano sempre con sé una serie di problematiche che non possono essere calate in qualsiasi ambiente: Lambertucci al prenestino ha creato una stecca di trecento metri che funziona, e Marrucci e Cao hanno realizzato le torri del Laurentino 38, che funzionano: perché? Ora, io sono d’accordo che l’Architettura è figlia del proprio tempo e che produce una sintesi della cultura dominante, da cui il palazzo lungo un chilometro, ma allora Mario Fiorentino si doveva fermare al palazzo di giustizia, dove il pavimento è fatto di sampietrini ed evoca la suggestione di un esterno, senza arrivare a promuovere un Architettura avulsa dal contesto.

E l’Urbanistica? L’urbanistica è altro: sono convinto che se non si fanno studi a priori, se non si esamina il territorio con le sue specificità e la sua morfologia e non da ultimo il tessuto sociale con le sue esigenze, si rischia di commettere degli errori, o di generare “mostri”, come forse il Gallaratese di Milano, o il Corviale di Roma, o lo Zen a Palermo…ricordo il prof. Fausto Ermanno Leschiutta, che progettò trent’anni fa una scuola per circa duecento bambini, che fu costruita vent’anni dopo, quando la scuola non serviva più e fu modificata la sua destinazione d’uso.  Bene!

L’architettura, dicevamo, è figlia del proprio tempo, ma se poi le opere realizzate, come nel caso del palazzo di giustizia di Firenze, dello studio Ricci, vengono realizate 20 anni dopo la loro progettazione, si perde il contatto con il contesto, si rischia di creare un architettura autoreferenziata, che celebra un dato momento storico, passato, e non è più neanche figlia del proprio tempo. Bene. E l’urbanistica? Secondo me, in Italia non esiste: d’altronde, in mancanza di urbanistica, si rischia di affidarsi ad un grande del passato, come Kenzo Tange, per elaborare il planovolumetrico del Centro Direzionale a Napoli, che lo studio ti spedisce da Tokio, insieme ai plastici ed ai disegni, e si rischia che l’area venga competamente rasa al suolo e ridisegnata secondo assi e percorsi che mai possono avere forti relazioni con il contesto, altro che Piacentini a Roma con la spina dei Borghi: almeno lì c’è il collegamento visuale con S. Pietro che gli dà un senso!!!

A Napoli no! Bene.

Non volevo però dilungarmi sugli errori dell’urbanistica italiana, quanto piuttosto cercare un confronto con il modo di operare olandese, più rilassato, più cauto ma assai più acuto: ho partecipato al laboratorio Home Made, il n. 9 di una serie di ricerche nell’ambito dell’iniziativa “Nederland Wordt Anders”, che vuol dire l’Olanda diventa altro, promossa dal ministero della ricerca urbanistica e da altri enti olandesi, per trovare nuove soluzioni al problema abitativo, dato che il mercato è fermo.

Home Made ha studiato, in particolare, la pratica del Po e del Cpo, cioè l’iniziativa privata volta a favorire lo spazio collettivo, come soluzione per la crisi, ed è giunto alla conclusione che costruire insieme è il futuro.

Siamo infatti partiti, qui si, dalla considerazione propria del movimento moderno, che le condizioni per un’elevata qualità della vita siano lavorare, abitare ed impiegare il proprio tempo libero. Una volta individuate queste condizoni, abbiamo studiato tutte le implicazioni socio-culturali che intervengono a modificare il costo del suolo, e solo in un secondo momento siamo passati all’individuazione delle matrici concettuali, per adattarle al territorio di Oosterwold, un’area a Nord-Est della nuova città di Almere, nata negli anni ’70 come sbocco di Amsterdam, dove non c’era più terreno edificabile a disposizione. Le matrici concettuali sono state calate sul territorio combinando lo spazio collettivo con le varie tipologie, in maniera da avere un’infinità di combinazioni.

Il compito principale di questo laboratorio era infatti quello di studiare un sistema per abassare i costi delle abitazioni e far ripartire il mercato. Il risultato è chiaro: costrure insieme significa coinvolgere gli abitanti nel processo produttivo, creando cataloghi e sistemi per abbreviare i tempi ed ridurre i costi. Bene.

Ora, io non dico che bisogna prendere esempio dalla città di Almere, uno dei laboratori più all’avanguardia del mondo, e neanche dall’esperienza di Oosterwoold, perché sarebbe veramente troppo arguto, ma forse prendere esempio dall’Urbanistica della piatta Olanda per generare anche in Italia meno mostri e commettere meno errori, questo si…

Coesistenza tra nuovo ed antico nella città contemporanea

19 Aprile 2010

L’approccio all’antico nella cultura olandese è completamente diverso che nella cultura italiana, senza essere per questo scontato e banale: l’inaugurazione di una mostra all’ABC Centrum di Haarlem, domenica 8 marzo, mi ha dato lo spunto per mettere a confronto due interventi sull’esistente che possono sicuramente competere con le migliori opere dell’Architettura italiana.

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Il primo intervento, a Roma, è l’Ambasciata olandese a via Michele Mercati, dello studio Jansen, realizzata tra il 2006 ed il 2007, il secondo, ad Haarlem, è il Toneelschuur Theater di Mecanoo, in Begijnestraat, realizzato tra il 2003 ed il 2006.

Si tratta di due progetti profondamente diversi, ma che entrambi interessano la città consolidata e la modificano portando nuove funzioni all’interno di edifici storici e nel tessuto urbano.

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Il primo progetto interviene sull’antica residenza dell’ambasciatore olandese a roma, un villino neo-rinascimentale, realizzato nel 1929, immerso nel verde di Via Michele Mercati, dotandolo di spazi funzionalmente adatti ad un ambasciata moderna: un ascensore completamente vetrato, controsoffitti radianti, sistemi di sicurezza attiva e passiva, ed una recinzione antiesplosione per la prima volta usata in Europa. L’architetto Pesman ha avuto una grande sensibilità nell’accostarsi al villino preesistente, creando un nuovo corpo di fabbrica, la cui pelle è realizzata in acciaio corten, che lascia intravedere la pavimentazione interna in resine speciali ed i rivestimenti in corian.

Con un sapiente gioco di materiali egli riesce ad evidenziare gli elementi tipici dell’architettura olandese, fatti di grandi aperture, mettendo in risalto la purezza delle geometrie interne, trattate di bianco, in modo da concentrare l’attenzione sulle opere d’arte qui esposte.

L’altro intervento, il Toneelschuur Theater di Mecanoo, è un progetto ancora oggi all’avanguardia nel suo genere e nell’accostamento alla città storica, che gioca con la sua carica di novità per creare, all’interno di Begijnestraat uno spazio diverso: provenendo dalla Grote Markt, la pazza principale della cittadina di Haarlem, si rimane meravigliati dall’emergere del volume della sala rispetto al fronte continuo della città costruita, che crea una sorta di spazio semi pubblico, aperto-coperto, antistante al foyer. Una volta entrati nel teatro si accede ad un ambiente a tutta altezza, ricavato tra l’ingresso e la sala, e quasi a separare le differenti funzioni un setto appeso al solaio di copertura costituisce un filtro tra lo spazio a tutt’altezza dell’atrio e l’ingresso alle sale, ad una quota diversa.

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E’ chiaro qui l’intento di giocare con i volumi, fin dove lo permettono i materiali, in modo da accostarsi all’antico senza stravolgerlo, mettendo in mostra le nuove possibilità del cemento armato.

Il progetto del teatro nasce dalla collaborazione con un noto grafico e pubblicista, proprietario della collezione custodita nell’edificio preesistente, che contribuisce a rendere complessa l’idea progettuale manifesta nella dialettica che si instaura fra i vari materiali, il cui scopo diventa quello di individuare le funzioni loro proprie. Il vetro del foyer lascia intravedere all’esterno gli elementi di risalita: scale ed ascensori, il volume della sala in cemento colorato è caratterizzato da un asola vetrata che la scandisce dall’alto verso il basso, e sembra retta da un pilastro in lamiera scura; il volume dei servizi, trattato in lamiera verde, risalta rispetto ai tetti circostanti e costituisce un chiaro segno del nuovo intervento.

In tutti e due i progetti descritti appare evidente la volontà di mediare il rapporto con l’antico attraverso l’uso di materiali contemporanei: da una parte l’acciaio corten e dall’altra la lamiera colorata; in entrambi i casi l’utilizzo del vetro, con la sua leggerezza, riesce a mettere in luce le caratteristiche costruttive dei manufatti: a Roma serve a richiamare le aperture tipiche dell’architettura residenziale olandese, ad Haarlem serve ad accentuare il gioco di pieni e di vuoti che caratterizzano il nuovo intervento. In entrambi i casi dunque un sapiente uso dei materiali è sufficiente a mediare l’accostamento con la città consolidata; in entrambi i casi l’utilizzo di nuove tecniche riesce a rendere l’intervento raffinato nel suo complesso e perfettamente riuscito da un punto di vista architettonico; in entrambi i casi un esempio di come l’Architettura olandese possa dare lezioni di stile oltre che nei lavori di Architettura Contemporanea, anche nell’accostamento all’antico.