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Il voto trasversale non funziona, e perché

30 settembre 2017

Dare senso al voto è il primo passo per fare una scelta politica.
La posizione ufficiale di Amate l’Architettura nel tenere un profilo neutrale e super partes la comprendo e apprezzo molto. Vorrei però replicare al post sul voto “Fuori di Lista” uscito su A l’A il 28 Settembre scorso.
Il voto è qualcosa che ognuno inevitabilmente dovrà fare singolarmente secondo coscienza. Per questo è “segreto” e nessuno chiede di dichiararlo in pubblico. A meno che qualcuno non si senta liberamente per sua scelta di fare l’endorsement ai propri beniamini.
In questo periodo però, ciò su cui sto cercando di far riflettere le persone che incontro e con cui parlo di questi argomenti è: pensate molto bene non solo a ”chi” mandate dentro al consiglio, ma anche alla ”composizione” del gruppo.
Si possono votare 15 persone. Questo vuol dire che ogni votante può scegliere la propria ideale formazione del consiglio. Ora, capisco che il sentimento comune più diffuso e anche il più legittimo sia che ognuno voglia sentirsi libero di dare il voto alle persone di cui ci si fida e che reputa le più competenti e (anche) oneste. E che queste persone vi siano in ogni lista.

Ma noi candidati non siamo monadi. Se ci siamo messi in gioco è perché siamo inseriti, come singoli individui dotati di proprie specificità, in una ”rete relazionale” che, nel caso specifico del gruppo di cui faccio parte (forse meno per gli altri), è sostanza stessa della nostra scelta di candidarci!

Sto apprezzando molto e mi riempie d’orgoglio, sapere che tanti colleghi vorranno darmi la fiducia ma io da sola posso fare ben poco. Non ha senso per me (come per molte delle persone che hanno scelto di candidarsi), entrare in un consiglio con gente con cui non posso mettermi al tavolo per tentare di attuare il programma che ho definito assieme ai miei compagni di lista e che per me è l’unica road map degna di dare senso a quel consiglio e all’OAR negli anni a venire.

Sono interessata a fare un lavoro serio. Non sono interessata ad avere a che fare con burocrati d’apparato o a scaldare una poltrona all’interno di un’arida istituzione che funga solo da organismo di controllo.
Vorrei ricordare a tutti che io appartengo al popolo (assai numeroso) degli scettici. Di coloro che hanno mille perplessità e perduto ogni speranza in relazione alla possibilità di un cambiamento di questa istituzione e di altre. Se ho deciso di imbarcarmi in questa avventura e scommettere in questa sfida, è anche grazie alle persone con cui sto facendo squadra e con cui ho grandissimo affiatamento. Credo che questo sia aspetto da non sottovalutare, un plus, soprattutto una garanzia, per un elettorato altrettanto scettico, confuso e poco consapevole!

Votare me, deve significare votare il più possibile un gruppo di persone con le quali posso intraprendere un lavoro che sarà duro e difficile. Persone che hanno affinità tra loro, che sono convinte e solidali sul “come farlo”, e non solo sull’esserci. Innanzitutto riconoscendo un presidente, competente, autorevole e presentabile come portavoce di tutto questo. E secondo me Francesco Orofino, tra tutti i candidati, è l’unico credibile in tal senso.
Io vi chiedo, come lo sto chiedendo a tutti, di riflettere bene sulle cose che scrivo.
Sono fondamentali in generale, non solo per il mio gruppo. Mandare al consiglio 3 persone di una lista, 2 di un’altra, 1 di un’altra ancora, cioè contribuire alla composizione di un consiglio troppo misto, eterogeneo e disgregato, significa contribuire alla disgregazione e alla neutralizzazione delle potenzialità reali di effettuare un cambiamento. Quindi significa contribuire indirettamente al mantenimento dello status quo. Allora però non stiamo più a lamentarci. Teniamoci le cose come sono e rimaniamo in silenzio.

NON ILLUDETEVI CHE IL CAMBIAMENTO NON DIPENDA ANCHE DA VOI e dalla scelta che farete con il voto, il primo strumento che avrete in mano per attuarlo.

Un ringraziamento sentito a Al’A, per avermi dato voce, nonostante la divergenza di opinioni sul tema. La dialettica è l’anima della democrazia. Sempre.

qui trovate la replica di Christian Rocchi e di Massimo Cardone

Quartiere Flaminio, Roma, playground urbano

4 settembre 2017
01_campo Basket

01_campo Basket

Posso affermare con certezza, perché ci passo davanti a piedi spesso, che questo frammento urbano del noto quartiere (il Villaggio Olimpico) a ridosso del centro storico della capitale, nonostante l’incuria diffusa dell’intorno, l’evidente degrado in cui versa sia il palazzetto dello sport che ogni elemento appartenga all’arredo urbano (aiuole, piantumazioni di alberi, arbusti, prati, marciapiedi, passaggi pedonali, cordoli di bordura tra marciapiedi, spartitraffico e carreggiate stradali), sia intensamente usato e vissuto. Tutti i giorni decine di mamme portano a giocare i figli nell’area dedicata e gruppi di ragazzi si allenano con passione per ore, anche con il sole a picco, nel campo di basket en plein air, tra Nervi, la scultura monumentale di Ceroli, le bellissime palazzine di Viale Tiziano e lo stadio Flaminio (anch’esso di Nervi e abbandonato ormai da anni). Un tassello di città notevole. Siamo tra il MAXXI di Zaha Hadid e l’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano. A 4 fermate di tram da Piazza del Popolo. Luoghi di pregio della città come questo non sono solo unici ma anche necessari e vitali. Il Villaggio Olimpico è un’anomalia urbana poiché in una zona piuttosto centrale della città consolidata, contiene un surplus di standard dedicato alle aree pubbliche (parcheggi e spazi verdi) che di solito si può trovare storicamente nelle aree più periferiche della città. Una risorsa urbana straordinaria che necessiterebbe ancor più di maggior attenzione e cura. Certo immagino sia estremamente difficile dirimere le questioni legate all’intreccio di responsabilità sul chi dovrebbe occuparsene (tra ATER, comune di Roma, associazioni di privati cittadini) e intanto il quartiere langue…come il resto della città, difronte ad una “civitas” attonita e imbambolata spaccata in due tra l’abbrutimento degli indifferenti e la rabbia repressa degli impotenti. Credo sia quantomeno doveroso, per l’amministrazione di una capitale e una metropoli come questa (non un capoluogo di provincia) cominciare a battere qualche colpo e dare un qualche segno di vita, non dico per cominciare a “fare” qualcosa di concreto, ma quantomeno per dimostrare l’intenzione di cominciare a farlo. Non è più accettabile lo scarica barile di responsabilità a tutti i livelli e il senso diffuso di impotenza che ne deriva.
Gli architetti sono attoniti, sfiduciati, abbrutiti, stufi. Per primi. Non solo gli altri cittadini. Non hanno più parole. non dicono più niente, non si esprimono. Preferiscono farsi gli affari loro, coltivarsi l’orticello, parlare della Roma e della Lazio. Io d’abitudine invece ne uso sempre molte di parole su argomenti come questo e credo non smetterò. Con tutti poi, belli e brutti. Architetti e non. E’ un mio terribile difetto.
Di idee e progetti sul quartiere ce ne sono sin troppi. Dal Progetto Urbano Flaminio che dovrebbe essere lo strumento primo per attuare tutto il resto, all’ipotesi di trasformazione delle ex fabbriche d’armi di via Guido Reni. Nel 2015 fu indetto un concorso a partecipazione aperta, io come tanti, presentai un’idea (come veniva richiesto da bando) per un nuovo quartiere di case e attività eterogenee e quello che sarebbe dovuto essere il nuovo museo della Scienza (errore congenito). Vinse un progetto dello studio Viganò. C’era di mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare di ipotesi di trasformazione di  spazi pubblici, aree pedonali, piste ciclabili, linee di tram che in decenni si sono sprecati.
Lo stesso Giovanni  Caudo, assessore alla trasformazione urbana durante la precedente giunta Marino, aveva cominciato a fare delle cose “buone e giuste”. A mettere in moto dei processi che poi, come sempre accade quando c’è un cambio di guardia e non ci sono i garanti della continuità, si è interrotto. Una di queste, i “tavoli partecipati” dei municipi, dove si era cominciato a discutere, parlare, rielaborare idee su progetti, proposte di vario genere e natura anche avanzate da associazioni attive di cittadini. Il concorso sulle ex caserme via Guido Reni in parte scaturì da lì. Qui al Villaggio Olimpico c’è stato per anni un agguerritissimo comitato di quartiere, che so poi essersi spaccato in due. Delle battaglie negli ultimi 10 anni le hanno fatte, qualcosa sono riusciti ad ottenere. Ma ora siamo in generale in una condizione di stallo e cosa ne è di tutta questa energia profusa non ci è dato saperlo. Io vedo un quartiere che langue. Come anche altri. Ma è paradigmatico di una condizione sotto gli occhi di tutti. Mentre scrivo mi sembra di dire un sacco di banalità, di cose già dette, trite e ritrite, che ormai sembrano scontante.  E lo saranno pure. Ma più sto qui, più vengo a conoscenza di certi meccanismi (non entro nel dettaglio di cosa sia la gestione folle delle proprietà ATER!), e più si risveglia in me il desiderio di capire e di ricominciare a fare qualcosa. Di ricominciare quantomeno a parlarne.
Continuo a credere profondamente che il  ruolo degli architetti dovrebbe essere quello non solo di progettare (e farlo bene) ma anche di sollevare le coscienze sui temi attualmente trascurati che devono ritornare ad essere cruciali per i destini di questa  città dell’architettura e dello spazio pubblico e suggerire soluzioni per cercare di intessere un dialogo proficuo tra cittadinanza (tradita e sfiduciata) e istituzioni.

 

Altro sull’argomento è stato pubblicato in questi stessi giorni anche su:

Artribune

Romafaschifo

(Nota degli amministratori – il testo pubblicato è apparso in una prima stesura sulla pagina personale Facebook di Cecilia Anselmi in data 31/08/2017)

02_palazzetto e ceroli

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04_ceroli

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06_Palazzetto dello Sport_Pierluigi Nervi

 

 

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07_Palazzetto dello Sport_Pierluigi Nervi

 

08_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

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09_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

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10_viadotto di Corso Francia_Pierluigi Nervi

 

11_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

11_viadotto di Corso Francia_Pierluigi Nervi

 

12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

13_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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14_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

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15_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

 

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16_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

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18_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

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19_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

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20_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

Intelligenza collettiva

3 agosto 2017

Cos’è l’architettura? Si farebbe molto prima a dire cosa non è. Provo comunque a rispondere alla domanda imponendomi l’esercizio di elaborarla come se a farmela fosse stato un bambino delle elementari o, tuttalpiù, un adolescente delle scuole medie. Credo, per questo, possa essere strumento utile certamente ai non architetti nel comprendere meglio in maniera semplice cose che sfuggono al senso comune sull’argomento, ma anche stimolante per gli architetti stessi, poiché ricordare i fondamentali in un’epoca di continui reset di memoria anche sulle cose più banali, può rivelarsi ogni tanto vitale e necessario.
La specie umana abita il pianeta terra da milioni di anni. La società degli uomini è organizzata sin dalle origini secondo modalità comportamentali che somigliano molto ad altre specie viventi. Come ad esempio quelle di api, vespe, formiche o termiti che, in entomologia, vengono chiamati anche “insetti sociali”. Queste particolari specie animali, che si sono evolute e abitano il pianeta terra come la specie umana da milioni di anni, si distinguono per la loro capacità di costituire società ordinate e collaborative, in grado di costruire strutture abitative molto complesse quali alveari, termitai, formicai, pur essendo animali minuscoli con un sistema nervoso relativamente semplice. Dallo studio della capacità di cooperazione di questi insetti si è scoperto che, con poche indicazioni basilari e anche in assenza di capi guida o di progetti organici, gli “insetti sociali” sono in grado di cooperare per raggiungere obiettivi complessi. L’intelligenza limitata di animali minuscoli non è di per sé un impedimento alle loro potenzialità, perché , organizzati in gruppi di migliaia di individui, costituiscono una sorta di “intelligenza collettiva”, che ha portato alcuni studiosi a parlare addirittura di “superorganismo”.
Ora, la specie umana, che a partire dall’Homo Sapiens si è evoluta su questo pianeta in circa 200.000 anni di vita, nel suo modo di strutturare la società in cui vive, di organizzarsi, e di trasformare l’ambiente in cui abita, dimostra di avere forti similitudini in analogia con queste capacità.

L’architettura è la modalità di appropriazione dello spazio che la specie umana sa mettere in pratica per rispondere alle capacità organizzative dell’intelligenza collettiva che caratterizzano la propria specie.

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Collage n.01 | Costellazioni/Costell-Azioni/Co-Stelle-Azioni.

Collage n.01 | Costellazioni/Costell-Azioni/Co-Stelle-Azioni. Insieme di corpi (celesti) in movimento nello spazio. Insieme di corpi (anche celesti) che si muovono assieme in uno spazio vuoto. Corpi (e anime) che si spostano nello spazio secondo diagrammi geometrici relazionali | il filo rosso ricuce trame nel vuoto del mio collage surreale | Constellations | red wire sews wefts in the empty space of my surreal collage. Rielaborazione della locandina del film “l’anno scorso a Marienbad” di Alain Resnais, 1961 | sullo sfondo scrittura in Braille | Free processing of a frame of the movie “L’Année dernière à Marienbad”, Alain Resnais, 1961 | background Braille writing

 

L’architettura è il luogo in cui viviamo, il territorio che trasformiamo e lavoriamo da secoli con l’agricoltura, con le infrastrutture che usiamo per attraversarlo, con le città, i quartieri, le case che abitiamo, gli uffici dove lavoriamo, con le scuole dove studiamo, i parchi dove passeggiamo e giochiamo, i musei che visitiamo, con le fabbriche e i negozi che producono e vendono i prodotti che consumiamo, con le reti (di acqua, luce, gas, telefono, trasposti) che usiamo per l’energia, per comunicare con i nostri simili, per spostarci, con gli edifici di culto dove consumiamo i nostri rituali di vita e di morte, i porti dove approdiamo e da cui ripartiamo, le piattaforme di lancio da cui decolliamo alla ricerca di nuove forme di vita su altri pianeti.
Ma tutte queste cose hanno una forma e sono fatte di una materia esattamente come lo sono i termitai, gli alveari o i formicai. Le vespe e le api impastano e lavorano il miele che producono dal polline dei fiori, le formiche e le termiti, la terra e materiali naturali, come rami e foglie, che plasmano secondo schemi geometrici ben precisi per accogliere lo svolgimento di funzioni primarie di cui necessitano: la riproduzione della specie, il riparo e lo stoccaggio di scorte alimentari per la sopravvivenza.

L’architettura quindi non è solo la modalità di appropriazione dello spazio ma anche quella di manipolazione della materia che la specie umana sa mettere in pratica per rispondere alle capacità organizzative dell’intelligenza collettiva che caratterizzano la propria specie.

 

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Collage n.02 | Marilyn sfiora il soffitto.

Collage n.02 | Marilyn sfiora il soffitto. La linea rossa attraverso il mio collage surreale | Marilyn touches the ceiling. Red line through my surreal collage | Dedicato alla Bellezza e alla sua Musa-Divinità Afrodite. A differenza di altre dee che mai poterono scegliere nè compagni nè amanti, Afrodite fu libera e ne scelse diversi. Ares, il Dio della Guerra, da cui ebbe 2 figli, Deimo (Terrore) e Fobo (Paura). Ermes, il messaggero degli Dei, da cui ebbe il dio bisessuale Ermafrodito. Poi scelse Efesto, lo storpio Dio della fucina e del fuoco. Non ebbero mai figli ma il loro “matrimonio”, dalla natura fortemente erotica, suggella nel mito l’unione simbolica tra Bellezza e Tecnica da cui nasce l’ARTE, quindi anche l’ARCHITETTURA | Dedicated to the beauty and her goddess Aphrodite. differently from the other goddesses who could not choose neither husbands nor lovers, Aphrodite was free and could choose many. Ares, the god of war, from which she had two children, Deimo (Terror) and Fobo (Fear). Hermes, the messenger of the gods, to which she gave a son, the bisexual god Hermaphrodite. Then she chose Hephaestus, the cripple god of the forge and fire. They never had children but their marriage, by nature highly erotic, it seals in the mithe the symbolic union between Beauty and Technique from which it arises the ART, so also ARCHITECTURE. Fotomontaggio basato su foto di Lionel Freedman (Louis Kahn guarda il soffitto a tetraedri della sua Yale University Art Gallery, 1953), Milton Green (Marilyn Monroe, Black sitting series, 1956), (fonte incerta) Generative Design | photomontage based on photos by Lionel Freedman (Louis Kahn Looking at His Tetrahedral Ceiling in the Yale University Art Gallery, 1953), Milton Green (Marilyn Monroe, Black sitting series, 1956), (unknow sources) Generative Design

Architettura è la forma, la geometria, che diamo alle materie per fare il tetto sotto cui ci ripariamo, la stanza e il letto dove dormiamo, lo studio o il tavolo dove lavoriamo, studiamo, mangiamo, la cucina dove prepariamo i cibi che consumiamo, il giardino dove ci rilassiamo, il soggiorno di casa dove guardiamo la televisione o riceviamo gli ospiti, la scala sulla quale saliamo, il muro con il quale dividiamo e delimitiamo gli spazi delle nostre case, degli uffici, delle scuole, delle stazioni, dei musei. Architettura è la forma, la geometria, che diamo alle materie per fare le porte che attraversiamo, le finestre da cui ci affacciamo, i percorsi che percorriamo, i marciapiedi sui quali camminiamo, i cassonetti o i cestini dove gettiamo i nostri rifiuti, i bar dove ci incontriamo, le sedie e le poltrone su cui ci sediamo, l’autobus sul quale saliamo per andare a scuola, al lavoro o a fare shopping, il treno , la macchina o l’aereo sui quali viaggiamo…
Ma allora, se siamo come le api o le formiche quindi, l’architettura e la sua forma basta che rispondano solo a esigenze di tipo funzionale e niente più?
No, è la risposta.
Proprio perché noi, pur somigliando loro, non siamo, solo, come le api e le formiche né come nessun’altra specie, anche la più evoluta, che abiti assieme a noi su questo pianeta. Noi siamo in grado di creare e inventare qualcosa che nessun altro essere vivente dotato di “intelligenza collettiva organizzata” può. Qualcosa che si allontana molto dalla materia.
Noi, in quanto esseri dotati di autocoscienza, sogniamo ma creiamo anche il sogno. Da dove poi provenga questa autocoscienza è ancora un mistero sul quale gli scienziati oggi attraverso la chimica organica, le neuro scienze e le biotecnologie si interrogano sempre più.
Noi abbiamo inventato la metafisica. Questo significa che, in quanto esemplari appartenenti alla specie umana, siamo capaci di andare oltre le cose tangibili e concrete, possiamo essere “costruttori” anche di simboli e significati, cose intangibili ed astratte che si evolvono e cambiano anch’esse in base alle evoluzioni e ai cambiamenti della stessa società degli uomini.

 

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Collage n.03 | I Pilastri del Potere.

 

Collage n.03 | I Pilastri del Potere. La linea rossa tiene appese strutture in movimento nel mio collage surreale | The Pilars of Power. My red line keeps hanging structures in motion in my surreal collage. Rielaborazione dell’immagine “Torri del Potere, Torri di Trasmissione Elettrica”, foto di Will Connell, 1935; Ezralow Dance Company, foto di Lois Greenfield | free processing of Towers of Power, Electrical Transmission Towers, photo by Will Connell, 1935; Ezralow Dance Company, photos by Lois Greenfield 

 

 

 

 

 

 

L’architettura quindi non è solo la modalità di appropriazione dello spazio e di manipolazione della materia ma anche quella di costruzioni di simboli e significati, quella capacità di dare “sostanza a sogni sperati” che la specie umana ha messo in pratica per secoli, distinguendosi qui da ogni altra specie vivente. Se si perde la capacità di sognare, si perde la capacità di sperare, di immaginare, di progettare, quindi di dare sostanza a quei sogni, si arresta la spinta evolutiva che ci ha portato fino a qui, si attua un processo involutivo, si rinuncia a qualcosa di unico che abbiamo solo noi, si rischia di fare meno delle api, delle formiche o delle vespe. Rinunciare all’architettura significa rinunciare al sogno di una molteplicità o di un singolo, significa rinunciare alla nostra specifica intelligenza collettiva, tradendo l’obiettivo che dovrebbe essere in noi innato di rispondere, a modo tutto nostro, alle capacità organizzative proprie che caratterizzano la nostra specie.

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Collage n.04 | Sipari-Separé Urbani. interno oltre l’esterno.

 

Collage n.04 | Sipari-Separé Urbani. interno oltre l’esterno. La linea rossa è tornata e colpisce ancora nel mio collage surreale| Interior beyond Exterior . the thin red line is back and strikes again in my surreal collage. Rielaborazione di foto di: Amore e Psiche, Antonio Canova, 1788-93, Museo del Louvre; edifici romani, foto di Antonio Idini | Digital Collage, free processing of Roman buildings, photo by Antonio Idini ; Love and Psyche, Antonio Canova, 1788-93, Louvre Museum