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Diario di viaggio di una “flâneur” metropolitana. Imma Tuccillo Castaldo

Imma Tuccillo Castaldo, una laurea in Filosofia, una seconda in Scienze geologiche in corso, un master Universitario in Politiche dell’Incontro e Mediazione Culturale; molta passione e  talento  per l’immagine e la fotografia, che intende come strumento  da mettere al servizio della conoscenza scientifica, posta a sua volta al servizio dell’arte fotografica.

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L’interesse per la mineralogia e la geomorfologia, così come gli anni di perfezionamento nell’ambito dei Diritti Umani, svolto prevalentemente  come human rights advocacy consultant  ed educatore, sono esperienze che porta  nel  suo lavoro fotografico che vanta pubblicazioni prestigiose e riconoscimenti internazionali.
Roma caput mundi e Babelyulin è un diario di viaggio che fa parte del  progetto più ampio Flâneur nel XXI° secolo, in cui  Tuccillo Castaldo è lei stessa una  “ Flâneur” metropolitana, prendendo a prestito il termine introdotto per la prima volta da Baudelaire,  che successivamente Walter Benjamin adottò per definire – da un’ottica marxista - la figura moderna dell’osservatore urbano. In questo lavoro, infatti, Tuccillo Castaldo, osservatrice analitica del tessuto urbano, mette insieme  le descrizioni sociali ed estetiche della città che sintetizza attraverso una visione altra, dell’architettura. Costruisce una realtà simultanea attorno alla necessità di prevedere rivelazioni sorprendenti, sequenze spaziali inedite, come una delle modalità per avvicinarsi ed interpretare la costruzione e gli edifici.

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Usa la  tecnica della multi esposizione in numero variabile, da un minimo di tre a un massimo di dieci immagini, senza mai ricorrere al fotomontaggio in post processing  per arrivare a realizzare immagini prossime all’ icomena: scardina identità e riconoscibilità iconica dei luoghi e delle architetture, che  tornano ad essere tali solo dopo un  processo di ricomposizione,  che avviene nella memoria dell’osservatore.

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Il viaggio inizia dalla storia, dalla tensione tra poteri secolari e temporali: tra naturalità e artificialità,  la monumentalità e la stratificazione storica di  Roma si confrontano con quelle standardizzate di ispirazione comunista di Lyulin, sobborgo residenziale di Sofia, quartiere operaio costruito dai regimi comunisti  negli anni Settanta. Il risultato, interessantissimo, mostra un immaginario della realtà sublime e di  grande intensità espressiva .

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Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso

4 gennaio 2013

Dopo il via libera dell’Assemblea capitolina e a conclusione dell’iter avviato sotto la giunta Veltroni nel 2005, la notizia è che nel 2013 partiranno i lavori per la realizzazione del Museo della Shoah a Villa Torlonia a Roma che  porta la firma degli architetti Luca Zevi e Giorgio Maria Tamburini.   (vedi link)

La  giunta capitolina ha  approvato la variazione di bilancio che finanzia la realizzazione del museo con un mutuo di 21 milioni e 720 mila euro, per fare fronte ai costi dell’opera, Roma Capitale ha ottenuto un finanziamento da parte della Cassa Depositi e Prestiti. Denaro pubblico  quindi,  ma non c’è traccia di alcun concorso di progettazione, né passato, né futuro, chi ha conferito agli architetti  Luca Zevi e Giorgio Tamburini l’incarico? Perchè il Comune di Roma  non si è avvalso della Legge  che prevede che gli incarichi di progettazione siano conferiti in via prioritaria a seguito di concorsi e  non possano essere affidati ad personam? E perchè  l’Ordine degli architetti di Roma a tutela dei propri iscritti, non è intervenuto a suo tempo, richiamando la giunta capitolina all’osservazione di tali  Norme?

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Come per il recente caso dell’architetto Portoghesi che “donava” gratuitamente (e impunemente a quanto pare), il progetto della P.zza S.Silvestro a Roma  al Sindaco Alemanno, anche quello del museo della Shoah sembrerebbe frutto di “generosità”. Infatti, la cronaca ci restituisce il giorno in cui il progetto veniva donato ufficialmente al Comune dal presidente della Lamaro Appalti, Claudio Toti. La firma del verbale della donazione veniva siglata il 30 giugno 2010  in occasione della cerimonia di consegna del progetto preliminare, alla presenza del sindaco Alemanno, dell’assessore ai Lavori pubblici Fabrizio Ghera, del presidente della Provincia Nicola Zingaretti e del progettista Luca Zevi.

(vedi link) Sempre la cronaca, ci riporta le parole di un  Veltroni ad maiora che annunciava “Verrà bandito un concorso per scegliere il migliore architetto del mondo“;  perchè poi, questi buoni propositi siano andati smarriti non è dato sapere e arriviamo direttamente al progetto che porta la firma di Zevi-Tamburini.  La vicenda solleva non pochi interrogativi: a quale titolo per esempio, l’ immobiliare Lamaro Appalti  “donava” un progetto alla città di Roma e a quale titolo il sindaco l’accettava?  Rientra nella normalità delle cose che una capitale europea investa denaro pubblico dando per buono e realizzando un progetto presentato da due liberi professionisti e una società privata,  senza passare per il concorso di progettazione?

Diversamente dalla Giunta capitolina, restando in Italia, il Comune di Ferrara  con  la Fondazione Meis  non si è avvalso di alcuna “donazione”, ritenendo, evidentemente, la partecipazione democratica un valore e non un fastidioso e insidioso iter che rallenta la volontà politica . Nel 2011 infatti, si rivolgeva agli architetti (tutti) bandendo il concorso  per  il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara al termine del quale, valutava 52 soluzioni progettuali; ente banditore, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

La stessa riserva espressa  a suo tempo per la “generosità” del professore emerito Portoghesi per la piazza San Silvestro, la manifestiamo per il progettista del museo della Shoah Luca Zevi, curatore, tra le altre cose, del Padiglione Italia della XIII Mostra Internazionale di Architettura - Biennale di Venezia, appena conclusasi. A maggior ragione, per questo suo incarico di responsabilità e per quegli stessi giovani architetti italiani che ha voluto protagonisti dell’evento che ha curato, non dovrebbe avvalersi e avvantaggiarsi di una colpevole quanto incomprensibile mancanza della Giunta capitolina. Piuttosto, se davvero intende adoperarsi per il bene della collettività,  usando la sua notorietà, dovrebbe  riconsiderare il  proprio incarico ,  favorendo e, nel caso, esigendo il confronto concorsuale. Del resto, per l’approvazione definitiva del progetto e l’indizione della gara d’appalto internazionale, manca un’ultima autorizzazione che dovrà arrivare dalla Provincia, poi si potrà procedere alla seconda votazione dell’Assemblea capitolina.

Piazza San Silvestro a Roma, manifesto di opportunismi

15 ottobre 2012

Il trionfante annuncio che il sindaco Alemanno ha dato lo scorso marzo nel corso dell’inaugurazione della piazza San Silvestro a Roma, è stato fortemente indicativo dell’inadeguato iter (ma anche dell’inadeguatezza) incarnato dal primo cittadino di una capitale europea. Riferendosi all’architetto Portoghesi che, come è noto, si è offerto di ridisegnare senza alcun compenso  la piazza romana, Alemanno, con  enfasi, precisava : (..) ma -lo voglio sottolineare- è stato un regalo a Roma, è stata un’opera totalmente gratuita, che dimostra come un grande architetto, amando Roma, può fare dei grandi regali alla nostra città (..) (sic!)  (vedi link. ) Enfasi e vena encomiastica a parte, colpisce la disarmante inconsapevolezza del fatto che - sottrarre  una pregevole area di una delle città storiche più importanti al mondo - alla pluralità della consultazione democratica e meritocratica di un concorso,  (come peraltro  si usa nei paesi civili), costituisca  un’imperdonabile responsabilità.

Considerato che la P.zza San Silvestro  non era tra le priorità indifferibili della capitale, è inevitabile  ipotizzare che sia stata l’ansia e la fretta di voler  lasciare una traccia del proprio passaggio politico nel tessuto storico della capitale  che abbia portato il sindaco Alemanno a  non attendere i tempi più lunghi e adeguati del  confronto concorsuale. La chiamata in corsa dell’architetto Portoghesi (inizialmente precettato per intervenire sul precedente progetto elaborato dall’ufficio tecnico del Comune (sic!)  in qualità di consulente) nei fatti, come ammette lo stesso Alemanno, si è concretizzato  in una nuova “opera totalmente gratuita” .

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Una beffa, non solo per i 17.000 architetti romani, ma anche per tutti i professionisti italiani e non, che, “amando Roma”, avrebbero trovato di interesse misurare  la propria capacità professionale su un’area storica con caratteristiche di unicità, se solo gli fosse stata concessa l’opportunità del concorso: una possibilità tanto più auspicabile, quanto più molti di loro si trovano anche ad affrontare un mercato  stagnante senza precedenti.  La  mancata consultazione e l’incarico gratuito a Portoghesi hanno scatenato le polemiche sui siti specializzati in architettura, con accuse all’Ordine di Roma per l’ intempestivo intervento (vedi link), ai sindacati per lo stupefacente silenzio, nonché per gli esiti progettuali deludenti che hanno reso Piazza S. Silvestro uno spazio che non suscita alcuna emozione o positivo turbamento.

Archiviato il marginale problema degli alberi - (piazza del Popolo, Piazza Navona, Piazza di Spagna, hanno forse un solo albero? ) – e quello meno marginale di una fonte d’acqua, rimane il fatto che la piazza di Portoghesi è, senza mezzi termini, brutta. E’ brutta nonostante i caratteri tipici della romanità presi a riferimento (come tiene a precisare lo stesso Portoghesi); nonostante  il disegno dell’ellissi, crisma di romanità, sul  cui asse, in linea con  l’edificio delle Poste, si affrontano allo stesso tempo  il palazzo dell’ex Acqua Marcia e l’ottocentesco Palazzo Marignoli; nonostante la  citazione delle panchine in travertino, riprese nella loro sagoma da quelle autografe di Michelangelo nella scala in Campidoglio. Nonostante tutto ciò, Piazza san Silvestro è  brutta.

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E’ una piazza che è stata concepita per essere vista dall’alto, come peraltro è stata sempre  rappresentata e mostrata  pubblicamente. Ma, dal momento in cui nelle piazze ancora si cammina e non si transita  a volo d’uccello, l’immagine restituita ad altezza d’uomo è ben altra, e mostra le corde e i limiti dell’approccio teorico a discapito di quello spaziale.

Ecco allora che il crisma di romanità interrotto in più parti, frantuma il segno e il senso dell’ellissi; la citazione michelangiolesca, nelle nuove panchine di travertino, si stempera, non vi si ritrova  la capacità plastica della pietra: esse si ergono, piuttosto, con il loro volume taurino, a confine e massiccia difesa della piazza,  in un disegno duro, inelegante e senza respiro. Dissuasori e colonnotti sono presenti in numero allarmante, così come i lampioni in stile, brutti nel disegno e nella proporzione: attraversano l’ellissi e, invece di contribuire ad  ordinare lo spazio,  concorrono al disordine visivo.

Immancabili poi, le fioriere (non di progetto), ferite estetiche, simbolo contemporaneo di superflua sciatteria, prodotto della sub-cultura e della  libera iniziativa dei  comuni italiani che le usano come dissuasori, transenne, recinti per nascondere, perimetrare e dissimulare; per “abbellire”- in modo domestico -gli spazi pubblici, così come il centrino e il centrotavola “abbelliscono”  il tavolo da pranzo .

Quanto alla generosità del professore emerito Portoghesi, ci permettiamo di esprimere delle riserve; come maestro  ha forse degli obblighi verso i molti architetti che negli anni ha contribuito a formare e, se davvero intendeva adoperarsi per il bene di Roma e della collettività, usando la sua autorevolezza, avrebbe potuto considerare la propria consulenza o incarico diretto prescindibile, favorendo e, nel caso, esigendo il confronto concorsuale.

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I progetti “donati” dal filantropo Portoghesi cominciano ad essere troppi ed eludono la libera e necessaria concorrenza tra progettisti. Infatti, dopo Via Giulia e San Silvestro, si aggiunge – da ultimo - la sede della Fondazione Istituto di ricerca pediatrica a Padova, inaugurata lo scorso giugno. Portoghesi probabilmente non ricorda che le migliori architetture italiane del ‘900 sono il risultato di un concorso; e – assieme a questo – ha dimenticato democrazia, pluralismo, pari opportunità. Forse il sindaco Alemanno – dal canto suo - non sa che nell’adiacente piazza San Silvestro, già nel 1731-  un Papa (!) - Papa Clemente XII  bandiva un concorso per la sistemazione  della Piazza e della Fontana di Trevi.

Il caso Cardillo: uno dei 30 architetti più importanti del mondo e l’architettura inesistente

13 luglio 2012

Pochi giorni fa la Stampa riportava  il caso del trentasettenne architetto siciliano Antonino Cardillo che, dopo essere stato consacrato nel 2009 tra i trenta architetti più importanti del mondo dalla prestigiosa rivista Wallpaper, riferimento internazionale  dell’architettura e del design,  faceva “outing professionale” in una intervista al Der Spiegel. Ammetteva di non avere uno studio professionale né collaboratori, e di aver realizzato, tra i molti progetti presentati sul suo sito a partire dal 2007, una  casa in Giappone e l’allestimento di un negozio a Milano, per la nota marca di scarpe Sergio Rossi, commissionatigli  solo dopo e grazie alla ribalta di  Wallpaper. Le altre opere,  altro non sono che rendering, simulazioni di una realtà inesistente; come avrà fatto allora,  ad entrare  nell’esclusiva classifica di Wallpaper?

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Si deve essere  chiesta  la giornalista quando, immaginando di incontrare uno dei trenta architetti più interessanti  del mondo in un  operoso  e moderno studio professionale  della Capitale, si è vista ricevere  in un piccolo appartamento nel quartiere Trastevere a Roma che lo stesso Cardillo ha  ristrutturato, con un modesto budget, per un amico  che lo ha messo a disposizione per l’intervista. La sorpresa si è tramutata in sconcerto  e concretata in un durissimo  articolo che non risparmia ironie taglienti, e  nella pubblicazione di una ingenerosa foto che ritrae un Cardillo defilato, dall’espressione mesta.

La giornalista del Der Spiegel  - che paragona l’architetto al protagonista  dell’ultimo romanzo di Thomas Mann “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull “ che tratta del fenomeno dell’impostura - deve aver trovato la risposta sul sito www.antoninocardillo.com dove i progetti, per una volontaria e dichiarata omissione, sono presentati  senza esplicitare se siano stati realizzati o meno;  ambiguità che gli è valsa committenze e decine di articoli e interviste di riviste internazionali.

Se Cardillo fosse semplicemente un  «imbroglione», come  si legge nell’occhiello dell’articolo del Der Spiegel,  non ci sarebbe da  aggiungere altro. La sua vicenda, il contesto nel quale si è sviluppata, è persino paradigmatica, interessa gran parte di una generazione di architetti,  giovani e meno giovani, che in Italia trova solo motivo di frustrazione. Quella che Cardillo definisce “una provocazione artistica” è forse, molto più semplicemente, una risposta esasperata all’esasperante sistema  iniquo, proteiforme e sgusciante che non ha eguali in Europa e  va quindi letta  nel suo scenario di riferimento, senza entrare nel  merito  delle  sue capacità  reali o presunte.

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Trasferitosi a Roma nel 2003, dopo la laurea in architettura a Palermo, senza  una famiglia “che conta” e  un giro di amicizie importanti,  Cardillo capisce che se vuole avere delle committenze, se le deve cercare. L’unica strada è quella  internazionale: manda  a Wallpaper i suoi progetti una prima volta e non ottiene risposta, insiste ancora e viene segnalato. “Sapevano  che i progetti non erano realizzati” (puntualizza  nella video-intervista ad Amate l’Architettura), indipendentemente da questo, la rivista gli offre un’opportunità, con Sergio Rossi prima, che cercava un emergente italiano e con una committenza privata,  successivamente, con la quale in sette mesi conclude contratto, progetto e direzione lavori  di  una casa in Giappone, seguiti da  una lunga lista di articoli sulla stampa specializzata internazionale .

Consapevole che, se avesse scritto, a chiare lettere, che le sue case private altro non sono che esercitazioni tridimensionali, non avrebbe ricevuto alcuna attenzione, Cardillo si rimette alle competenze di chi visita  il suo sito nel riconoscere, negli interni dalle  ampie volte distese come teli e nelle atmosfere rarefatte, le capacità dello strutturista o quelle del disegnatore renderista. Ma lui, sostiene di calcolarne anche le strutture e che i suoi rendering, lungi dall’essere suggestioni, sono più autentici di quelli  di molte  archi-stars che non reggono alla prova del costruito, triplicando i costi del badget iniziale. Tiene a puntualizzare che quanto scritto nella sua biografia risponde a verità;  ha realmente e non fittiziamente, come ha dato ad intendere Der Spiegel,  tenuto una lecture al Chelsea College of Art and Design di Londra ed è stato  assistente di Cesare M. Casati presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

Più in generale, nell’Italia delle corporazioni e del “do ut des”, dove si può corrompere, taglieggiare, farsi regalare case, vacanze, promuovere soubrette a cariche pubbliche, un laureato in architettura, che vive nel paese per eccellenza del patrimonio architettonico storico mondiale, se non è figlio di nessuno, se non ha patrimoni e amicizie importanti da vantare,  di talento ne può avere da vendere ma non ha scampo. Non potrà mai prendere quel famoso ascensore sociale che nelle vere democrazie  è sinonimo di progressione  e  nel Belpaese è solo una cabina claustrofobica bloccata al piano terra, a meno di un auspicato  espatrio forzoso.  A questa condizione originaria si deve aggiungere il ruolo (o il mancato ruolo) svolto dalle riviste specialistiche e dall’Università,  per capire nella sua interezza il caso Cardillo.

Dopo la tardiva virata della maggior parte delle riviste italiane nella pubblicazione dell’architettura  costruita,  - sulla scia del successo di quelle internazionali come El Croquis -  perchè troppo occupate nella  intellettualizzata e fallimentare divulgazione accademica dell’architettura disegnata che ha tenuto banco fino  agli anni novanta, oggi,  all’estremo opposto, è  impossibile leggere una riga a favore di un progetto non realizzato che non appartenga ad un premio Pritzker o  che non sia  il primo premio di un concorso internazionale. La prudenza delle nostre riviste specializzate nella promozione di un autore non affermato, si deve  probabilmente ad una  manifesta incapacità di una certa critica che continua ad avere spazio e sempre troppa credibilità dal momento che, prima di esporsi, ha bisogno di un varo autorevole.

Cardillo, infatti, racconta  di aver provato inizialmente con le riviste italiane alle quali mandava i suoi rendering presentandoli per quello che erano, ovvero progetti e che, eccezion fatta per l’Arca, non ha mai ricevuto risposta mentre articoli e pubblicazioni, persino favorevoli al suo lavoro, sono arrivati solo dopo la promozione di Wallpaper.

E se le riviste mettono in vetrina esclusivamente architetti  affermati, (facile fare critica con quanto già conclamato), l’Università è oltremodo occupata a promuovere il merito dei parenti degli affiliati e a  distribuire  prebende ai cortigiani funzionali al sistema, per poter  riconoscere  il  merito oggettivo.

Come se non bastasse si aggiunga anche la beffa dell’estinzione del concorso di progettazione; quando non è combinato rappresenta l’ultimo strumento democratico della promozione e della valutazione del merito, eppure, è stato travalicato dall’arroganza delle amministrazioni pubbliche e barattato con la  discrezionalità dell’incarico diretto all’archi-star di turno, con la colpevole e ottusa complicità delle istituzioni preposte alla  tutela della professione.

Nella desolante asfissia del contesto, sorprende persino che un caso Cardillo sia assurto alla cronaca così tardivamente.

Certo, non risponde alle regole scritte della deontologia pubblicizzare il proprio lavoro senza esplicitare se un progetto sia stato realizzato o  sia il compimento di una ricerca personale, ma neppure attiene all’etica e alle regole della democrazia manipolare i concorsi per le cattedre universitarie o eludere i concorsi di progettazione per assegnare incarichi discrezionali; in poche parole, togliere il diritto  e la speranza di vivere in una società del  merito. Cosa resta quindi ad un architetto italiano al quale, fin dall’età scolare,  hanno raccontato  la favola del far bene e studiare perché paga?

Tentare la strada dell’auto promozione, farsi beffa - avvalendosi del medesimo  linguaggio proteiforme - di quel sistema che  lo ha beffato facendogli  trovare  le porte chiuse .

Spagna e Italia, Architettura e crisi a confronto

18 aprile 2011

In Spagna, con la crisi economica finanziaria e immobiliare che ha portato al crollo verticale dell’incarico privato, motore principale dell’industria della  costruzione non soppiantato da quello pubblico, molti studi di architettura hanno chiuso i battenti.

E’ senza  lavoro il 46% degli architetti, ( sono 51.158 gli architetti sul territorio della penisola) ha chiuso Il  50% degli studi a Madrid e Barcellona, l’Ordine degli Architetti registra il - 70% dei progetti presentati che devono essere vidimati e approvati, (“visados”)  per legge,  dallo stesso Ordine (CSCAE).

E’ crisi anche per  gli stessi Ordini  degli Architetti  - la cui maggiore entrata economica è data dai  “visados” - circa 430 euro la quota annuale versata dagli iscritti, ma l’Ordine  assolve anche alle funzioni della nostrana Inarcassa e a conti fatti, in relazione ai  servizi offerti,  è  più efficiente e costa sempre meno di quello che paghiamo per i nostri obsoleti e pachidermici Ordini di riferimento.

Jordi Ludevid presidente del Consiglio Superiore dell’Ordine degli architetti di Spagna (CSCAE),  per contrastare la triplice crisi che colpisce gli architetti : economica, professionale e istituzionale, ha varato un piano a difesa dei professionisti e del settore che va dalla modifica  della legge dei Concorsi,  alle facilitazioni economiche per le assunzioni degli architetti , alla formazione per quanti sono disoccupati, oltre a un piano per l’esternalizzazione e l’internazionalizzazione dei servizi di architettura, e ancora, investimenti  per  trasformare e scommettere nuovamente sull’architettura e sugli architetti.

La principale preoccupazione è la distruzione di un tessuto imprenditoriale legato all’architettura che sarà poi difficile ricostruire nel dopo crisi e di una categoria professionale, quella degli architetti, che più di ogni altra  ha avuto il merito, attraverso l’architettura, di presentare al mondo, l’ immagine positiva di una Spagna moderna ed efficiente.  Comprensibile quindi, che quanto si va configurando in Spagna in termini di  precarietà, illegalità, stipendi esigui, scarsezza degli incarichi – condizione peraltro stabilmente cronicizzata in Italia al punto da essere considerata come la “normalità” dai professionisti e prima ancora dagli stessi Ordini professionali (che di fatto non hanno  mai varato un bel niente) - nella penisola Iberica invece, sia oggetto di dibattiti pubblici, di cicli di conferenze, di quasi giornalieri articoli e servizi sui principali quotidiani e la rete televisiva nazionale. In tempo di crisi, gli architetti spagnoli non ci stanno  a ripiegare sulla didattica, sulla scrittura, sulla riflessione teorica,sul progetto pensato immaginato e “puntinato” ma mai costruito, come avveniva per i nostri professionisti nell’Italia della fine degli anni ‘70 che accettarono, troppo passivamente, la fine di un  ciclo di grandi opere  che aveva avuto inizio nel dopoguerra con gli anni della ricostruzione.

Una passività e un inerzia colpevole che ha portato alla progressiva squalificazione  della figura dell’architetto italiano, con grave complicità e responsabilità, oltre che dell’Accademia,  anche degli autoreferenziali Ordini professionali, che obbedendo supinamente al loro ruolo burocratico, hanno partecipato attivamente al suicidio assistito dell’architettura, accompagnandola nel suo declino, dallo stato letargico degli anni passati, sino al vigente “rigor mortis “. Indifferenti persino all’obbligo costituzionale dell’indignazione e della denuncia  contro la quindicennale speculazione edilizia che ha divorato consistenti aree del  territorio nazionale, sino  all’ultimissima tendenza dell’incarico diretto da parte dei comuni   senza passare per il concorso (ultimo baluardo di vitalità e meritocrazia) contro qualsiasi logica del buonsenso e del mercato.

Eppure, mai come adesso in Italia c’è bisogno di architettura e urbanistica per riqualificare ampi  ambiti, soprattutto periferici, della città - più che della grande opera nel centro storico firmata dall’archistar di turno - e mai come in questo momento sono necessari architetti che abbiano la capacità di una visione politica e critica, che sappiano promuovere nuove strategie per lo sviluppo di progetti innovativi con l’appoggio della politica e dell’ Ordine.

E  mentre gli Ordini professionali spagnoli cercano di rimettere in  moto la macchina dei concorsi per rilanciare l’architettura e favorire i giovani, l’Ordine degli Architetti di Roma, (che conta più iscritti in Italia ed è tra i più popolosi d’Europa), non batte ciglio alla notizia dei sette noti architetti per lo più romani - età media 65 anni - (alcuni di essi persino professori a tempo pieno presso l’università “la Sapienza”e “Roma Tre” di Roma), che in barba al principio della competitività leale,  offrono i loro servigi al comune di Roma gratuitamente senza passare per il concorso (vedi link).

Del  resto, il presidente dell’Ordine degli architetti di Roma, Amedeo Schiattarella, ininterrottamente in carica dal 1999 (!)  e i suoi 15 consiglieri, ci hanno abituato alle eccezioni: mentre gli Ordini spagnoli,  nella civile logica democratica dell’alternanza,  bandiscono  ogni due anni un concorso aperto a tutti i professionisti iscritti per  gestire la rivista trimestrale dell’Ordine (redazione, stampa,grafica, sito web e linea editoriale), rispondendo con concretezza  alle esigenze di una  professione che deve tener conto delle dinamiche dei mercati economici, dell’età media dei professionisti, delle difficoltà contingenti e del confronto internazionale; l’Ordine di Roma invece, ha pensato  di affidare dal 2004  ad oggi, la direzione editoriale della sua rivista bimestrale a un noto accademico sessantacinquenne che si occupa di urbanistica, mentre la redazione e la stampa, ad una società di sua proprietà, la “Prospettive edizioni srl” (vedi link).

E mentre gli Ordini spagnoli hanno una propria casa editrice con un direttore e un comitato scientifico che seguono le suddette regole democratiche della gara economica,del concorso e dell’alternanza, l’Ordine di Roma ha affidato, con  incarico diretto,  la linea culturale e editoriale - ininterrottamente  - dal 2001 ad oggi, ad uno e uno solo tra i suoi 16.500 iscritti: l’arch. Claudio Presta che è anche il direttore del Consiglio di Amministrazione della Prospettive srl,  che decide quali libri pubblicare senza neppure l’incomodo di un contraddittorio con un comitato scientifico.

Mentre gli Ordini spagnoli monitorano attentamente gli sviluppi del territorio entrando nel merito della qualità degli interventi sollecitando il dibattito pubblico, non ho memoria, negli ultimi dieci anni - tra i tanti eventi che l’Ordine di Roma ha deciso di organizzare e finanziare - di un solo convegno, o tavola rotonda che sia, che abbia evidenziato o denunciato le  criticità legate alle forsennate speculazioni nell’area romana.

Mentre la Spagna, in tempo di crisi, vara un pacchetto di sostegni economici agli architetti,l’Inarcassa assiste imperturbabile alla chiusura delle partite IVA dei suoi professionisti dopo aver rincarato dal 2% al 4% la tassa sui loro guadagni, e l’Ordine di Roma  (con il più costo più alto di iscrizione in rapporto al numero degli iscritti) non dà alcun segnale riducendone la tassa, né tagliando significativamente le spese.

La conclusione -  amara -  è che persino nella crisi si deve guardare alla Spagna come modello, - (ma la sensazione diffusa è che basti guardare a qualsiasi altra nazione europea) - un paese in grave affanno  che però risponde con vitalità,  con  le regole, le leggi e la trasparenza, alle difficoltà dei suoi professionisti, una lezione, l’ennesima, per un Italia  e i suoi ordini professionali che non danno  più alcun segno di vita.