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Un Concorso di Architettura visto dalla parte delle Istituzioni

Il Comune di Terni ha bandito un concorso in due gradi, di un certo rilievo, per la progettazione di un “percorso pedonale sopraelevato tra piazza Dante ed il futuro sistema di attestamento di via Proietti Divi integrato alla stazione ferroviaria di Terni.

Dall’analisi del bando di concorso emergono spunti di riflessione molto interessanti, su cui vorrei porre l’attenzione, da cogliere in prospettiva della prossima Assemblea Generale dell’ 8 febbraio 2012, organizzata dalla RETE 150K ( vedi link ).

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Di primo impatto, dal mio punto di vista, vedo che c’è un tema urbano importante, una nuova “porta” per Terni e che questo tema è affidato sì in due fasi, la prima della quale è più libera si basa su proposte di idee progettuali sulla base delle quali ci sarà l’ammissione al secondo grado, che prevede un progetto preliminare, per 10 concorrenti. Al vincitore tra questi, verrà affidato il progetto definitivo.
Il materiale da presentare al primo grado di concorso non è eccessivo: una relazione di 10 pagine e una tavola formato A0.
Tuttavia la sorpresa arriva al momento del vaglio dei requisiti professionali richiesti: i professionisti, le società di ingegneria e i raggruppamenti devono avere dei requisiti economico finanziari di tutto rispetto: un fatturato globale negli ultimi cinque anni di 415.000 euro e, soprattutto, l’avvenuto espletamento di servizi di progettazione nelle classi IXb (costruzioni in acciaio in particolare ponti) e la IIIa (impiantistica) negli ultimi dieci anni, con parametri minimi riferiti all’importo dei lavori (4.800.000 euro e 1.1200.000 circa).

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Questo si configura come un filtro di ingresso molto selettivo.
Perciò ho telefonato al Responsabile del Procedimento, l’Arch. Roberto Meloni della Direzione Urbanistica, nonché Responsabile del PIT (Progetto integrato Territoriale) al cui interno è ricompreso l’intervento.
l’Arch. Meloni ha fatto luce sulle mie perplessità rispondendomi con argomenti solidi:
avremmo voluto fare un concorso di idee per questa progettazione, difatti nel mio computer ho due cartelle distinte: il concorso di idee e il concorso di progettazione in due fasi. La fase attuativa del PIT, che gestisce fondi comunitari Por-Fesr 2007-13, è stata avviata all’inizio del mese di dicembre 2011, con la sigla da parte della Regione della prevista Convenzione con il Comune di Terni. I vincoli posti dalle regole comunitarie per le quali l’intervento deve essere realizzato entro giugno 2015, pena la revoca dei finanziamenti, ha obbligato l’Amministrazione a rivedere l’ipotesi iniziale del concorso di idee, pensato per essere attivato almeno 6 mesi prima rispetto al concorso di progetttazione, il cui bando è stato pubblicato il 15 dicembre 2011.

Per organizzare il concorso abbiamo dovuto fare una corsa e ugualmente si dovrà correre per realizzare l’opera, avendo un cronoprogramma che lascerà ai lavori solamente due anni, tempo strettissimo per la tipologia dell’intervento e per la complessità del cantiere, da realizzare nell’ambito di uno scalo ferroviario in esercizio. Stando così le cose, la scelta a monte di progettisti che avessero una comprovata esperienza in questo specifico settore e che ci potessero assicurare di avere il necessario know how per procedere nei tempi e non farci perdere il finanziamento, è stata obbligata.”
” Per noi sarebbe stato più semplice, dato che l’incarico è sotto i 100.000 euro, chiamare con procedura negoziata (senza ricorrere ad un bando) un grande nome con esperienza nello specifico, ma noi crediamo che sarebbe stata una soluzione qualitativamente inferiore a quello che produrrà un concorso.”
Perciò, ho chiesto io, alla fine l’avere messo in piedi un concorso (anche se con questi stretti paletti di ingresso) è in realtà una scelta motivata soprattutto dalla vostra buona volontà?
Meloni ha risposto: “C’è una legge della Regione Umbria che dice chiaramente che le opere pubbliche devono essere realizzate con criteri qualitativi, ma non è vincolante, lo abbiamo fatto soprattutto per una volontà della nostra amministrazione, con tutto il carico di lavoro che ne ha conseguito”.
Con queste affermazioni ho superato una iniziale perplessità sul bando e ho cominciato ad intraprendere una più ampia riflessione sul meccanismo dei concorsi, della quale riporto solo due spunti tematici per una riflessione successiva più approfondita:

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Attualmente non c’è nessuna legge che costringa un’amministrazione pubblica a perseguire la qualità nelle opere e nei servizi di progettazione.

La soglia dei 100.000 è così alta che perfino un progetto così significativo (mi verrebbe da dire anche simbolico) per la città di Terni potrebbe essere redatto senza un concorso, cioè senza privilegiare la qualità del progetto in luogo della chiara fama del progettista.

La considerazione finale, che racchiude le precedenti, è che diviene urgente l’approvazione di una legge sull’architettura (noi di Amate l’Architettura abbiamo lavorato sulla bozza del Sole 24 Ore ( vedi link ), che possa però incidere sui meccanismi che muovono le istituzioni, come per esempio il codice dei contratti pubblici.
Nel frattempo, ho invitato l’arch. Meloni a venire all’assemblea della RETE 150K per parlarci un poco della difficoltà del fare buona architettura, vista dall’interno delle istituzioni.

La classe non è acqua

Questa estate ho fatto una gita ad Innsbruck, in Austria. La città, entrando dalla periferia, si presenta con quella classica grigia tristezza un poco decadente tipica di molte città austriache e tedesche.

Del centro storico, assai piccolo, resta memorabile il cosiddetto “tettuccio d’oro”, un bow window tutto d’oro finemente decorato.

Il mio obbiettivo era la visita all’Alpen zoo, caratteristico per la presenza di fauna proveniente esclusivamente dalle alpi.

Per andare allo zoo si prende una metropolitana ibrida: nella parte iniziale corre in orizzontale sotto terra, poi si inerpica su un costone come una sorta di cremagliera (anche se tecnicamente credo assomigli di più ad una funicolare).

Quando siamo arrivati al capolinea, la Stazione Congresso, sono rimasto molto colpito dalla pensilina che sovrastava le scale di accesso: una forma fluida composta da superfici rigate senza curve regolari. Molto elegante, fluida, leggera all’occhio. Avvicinandomi, ho provato a toccarla e con mia grande meraviglia mi sono reso conto che era composta da lastre di vetro curvate a caldo, tutte ovviamente differenti tra loro. Ho preso qualche scatto.

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ico_flickr1 Vedi il set di immagini su Flickr

A quel punto il mio interesse si è tramutato in stupore ed in seguito in ammirazione incondizionata: mi sono detto che chi aveva progettato quella struttura era un architetto bravissimo con una capacità tecnica elevatissima.

Alla fermata zoo il mio giudizio si è consolidato. Non solo la pensilina della seconda stazione era altrettanto bella, ma tutta la struttura di calcestruzzo armato era molto elegante.

Mi sono ripromesso al mio ritorno in Italia di cercare di verificare chi ne fosse l’autore.

Ebbene, stiamo parlando dell’ Hungerburgbahn disegnata da Zaha Hadid e realizzata nel 2007.

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E’ stato un progetto di rinnovo e potenziamento di una linea esistente, con soluzioni tecniche all’avanguardia (tipo i vagoni basculanti pin modo che i passeggeri siano sempre in piano), che è costato circa 50 milioni di euro.

Tanto di cappello all’architetto Hadid!

Poi mi è venuto in mente di chiedere a mia moglie (che non è architetto ma che negli anni ha imparato a convivere con tutte le fissazioni del marito architetto), se la pensilina della prima stazione l’avesse colpita particolarmente prima che io la facessi notare: “non particolarmente, carina ma l’ho apprezzata di più dopo che tu mi hai fatto notare nel dettaglio come era fatta e come era stata realizzata”. Questo, sinteticamente, è stato il suo giudizio.

Mi vengono perciò spontanee alcune riflessioni:

1. La Stazione Congresso era perfettamente integrata in un contesto storico senza cercare soluzioni mimetiche.

2. Le fermate di questa linea si possono confrontare senza complessi di inferiorità con capolavori come le fermate parigine.

3. La buona architettura (contemporanea) è poco appariscente. Non c’è bisogno di distinguersi a tutti i costi per realizzare un ottimo lavoro.

4. Molta architettura contemporanea è più bella di notte che di giorno: un illuminazione ben progettata (Zumtobel) mette in risalto i punti di forza del progetto.

Vi invito a vedere delle foto in notturna che ho trovato su internet:
vai al link

5. C’è un divario tecnologico sempre crescente tra l’architettura che può essere prodotta da uno studio normale e un super-studio come quello della Hadid. Mi chiedo se questo non stia contribuendo ad una sparizione di una buona architettura “comune”, fatta cioè da architetti non conosciuti al grande pubblico.

Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.

Alcune proposte per una nuova urbanistica a Roma.

Dopo anni in cui le passate giunte capitoline proponevano per la città solo grandi interventi puntuali di grande risonanza e limitavano la riflessione architettonica alla città storica (lasciando campo libero in periferia alla lobby dei costruttori), la nuova giunta Alemanno si lancia in proposte per la periferia.

Tralasciando le prime proposte di sapore elettorale (la possibilità di costruire case popolari in terreni agricoli, di dimensioni limitate, ad una distanza massima da infrastrutture di trasporto su ferro, in deroga al piano) le prime idee arrivarono in occasione del workshop internazionale di architettura e urbanistica del 09/04/2010 all’auditorium: si crescerà “in verticale” nelle nuove periferie, per non consumare più l’agro romano.

Egli dichiarò: «fino a che punto si può arrivare con la densificazione? come si può conciliare la verticalità, i grattacieli, in periferia e soprattutto con la tutela dell’ambiente?» e inoltre: «Ci sono troppi centri commerciali, siamo arrivati oltre il limite. Quindi nei cambi di destinazione d’uso per il piano casa azzereremo tutte le cubature che riguardano queste strutture».

Queste dichiarazioni perciò possiamo considerarle come il punto di partenza della politica urbanistica della nuova giunta capitolina.

Ora nell’inconsueto periodo agostano, il sindaco propone la demolizione delle torri di Tor Bella Monaca, causa principale, a sua detta, del degrado del quartiere.

A questa prima dichiarazione risponde il gotha dell’architettura romana: gli architetti Portoghesi Fuksas e Cesare Valle jr con posizioni differenti tra loro, propongono l’abbattimento delle torri (per Fuksas in modo più puntuale insieme a integrazioni), mentre secondo Renato Nicolini un quartiere si può recuperare costruendo e non demolendo.

Purtroppo, seguendo una pessima tradizione degli ultimi vent’anni di politica, in una successiva dichiarazione il sindaco Alemanno ci fa capire che era una boutade e la butta in caciara. In agosto ai politici è permesso di dire tutto e il contrario di tutto.

Dovremo aspettare ottobre, pare, per vedere delle proposte concrete.

In tutti i casi il sindaco è da ringraziare per almeno due motivi: pone l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione e offre spunto per una riflessione sullo sviluppo della città e del territorio.

A differenza dell’acredine di Teodoro Bontempo per Corviale, che sembra più di origine ideologica, l’esternazione di Alemanno su Tor Bella Monaca, sembra più pragmatica, anche se non è sostenuta da un pensiero sistematico.

Quando parla (seriamente) dice cose vere: la politica dei suoli in Italia è fallita: l’esproprio dei terreni (per l’edilizia popolare) costa troppo; ci sono dei quartieri 167 (popolari) che sono delle vere cisti urbane. Per non parlare dello stato di molti di questi edifici che, frutto della prefabbricazione spinta (e della mancata manutenzione) cascano a pezzi.

Alle dichiarazioni frettolose dei notabili vorremmo aggiungere un nostra un poco più articolata.

Partiamo dalla definizione di quartiere-ghetto. E’ vero. Quartieri come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono un ghetto. Lo sono perché sono stati costruiti come un ghetto e perché sono stati popolati come un ghetto.

Se si costruisce un quartiere senza l’idea di mescolare classi sociali, funzioni residenziali e servizi, senza collegarlo decentemente al resto della città, si crea un ghetto.

Abbiamo perciò individuato una priorità sociale per una eventuale linea di azione della giunta comunale.

Inoltre, partendo dall’indiscutibilità del degrado dei suddetti edifici, aggiungiamo che, quando non siano fatiscenti (Corviale), questi non corrispondono più ai criteri di efficienza energetica richiesta attualmente. Ecco una seconda priorità.

Un terzo spunto importante riguarda l’utilizzo dei premi di cubatura ai costruttori. Alemanno dichiara: “puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubatura da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale.”

E’ vero che il premio di cubatura è una leva importantissima (e forse l’unica nel panorama attuale), ma attenzione a come la si usa. Vogliamo soffermarci un attimo sui quartieri di recentissima costruzione: Ponte di Nona, Bufalotta, ecc. Questi “gioielli” sono esclusivamente opera dei grandi costruttori/speculatori romani, nel senso che sono stati costruiti nella totale assenza di pianificazione da parte dell’amministrazione comunale, in deroga o nelle falle dell’appena approvato PRG, viatico per il nuovo Sacco di Roma.

( vedi il link della trasmissione Report )

Non sono composti da case popolari, ci abitano tutti quelli che non si possono permettere case più centrali (in massima parte famiglie giovani). Ma vivono bene lì? Sono ben serviti?

(si veda l’inchiesta di Amate l’Architettura su You Tube:  parte 1 parte 2 )

Paradossalmente questi quartieri sono ancora più privi di servizi di Tor Bella Monaca e degli altri ghetti. L’unica differenza che non li fa connotare come ghetti è di tipo sociale.

Ponte di Nona e simili sono abitati dalla piccola borghesia e dai lavoratori non proletari (ci si perdoni questa distinzione un po’ manichea) mentre, come sappiamo, gli altri addensano classi sociali disagiate.

Proporre, come fa Alemanno, lo “spostamento” degli abitanti delle torri in case nuove limitrofe non crediamo possa risolvere i problemi del quartiere. Come anche fornire finalmente di decoro e servizi il quartiere (ma anche semplicemente manutenerlo), come propone l’urbanista Pier Paolo Balbo, può migliorare la situazione ma non risolverla. Neanche dare iniezioni di cultura come sostiene Asor Rosa risolve. Aiuta, semmai.

A Tor Bella Monaca, con grandi difficoltà, opera da anni un teatro e coraggiose compagnie. Ma il degrado resta.

Ecco allora il nostro piccolo contributo al dibattito con alcune proposte schematiche:

1) Priorità sociale: mescolare le classi sociali in tutta la città. Utilizzare strumenti come i premi di cubatura e altro per dotare il Comune di un consistente patrimonio edilizio anche in zone centrali e semicentrali come si fa nel Comune di Parigi. Queste case potrebbero essere affittate non solo a persone disagiate ma a qualsiasi tipo di lavoratore, giovani soprattutto, che lavorino nelle zone centrali con canoni proporzionati al reddito. In caso ci sia ancora del patrimonio pubblico che non sia stato dismesso, questo dovrebbe essere preservato.

2) Priorità energetica/manutentiva: monitorare il patrimonio di edilizia pubblica e valutare la convenienza della demolizione/ricostruzione o del restauro e dell’adeguamento. La convenienza dell’operazione sarà nella maggiore economicità della gestione negli anni a venire. Si può pensare anche di fare una convenzione con società private a fronte di concessioni ventennali o trentennali.

3) Affrontare finalmente il problema del controllo delle graduatorie e della regolarità degli occupanti delle case popolari. Questa è l’unica azione politica forte che nessuna giunta ha avuto il coraggio di fare.

4) Approntare dei nuovi piani di densificazione dei quartieri periferici (non solo i 167), con il contributo eventuale delle associazioni di quartiere e dei privati e la regìa di urbanisti assoldati dalla pubblica amministrazione.

5) Sia per i nuovi quartieri che per la densificazione degli esistenti le risorse ricavate devono prioritariamente andare a servizi di trasporto su ferro. Anzi le nuove edificazioni devono essere subordinate ad una realizzazione delle infrastrutture.

6) Riprendendo la proposta del Presidente della Provincia Zingaretti è necessario creare un coordinamento tra Comune, Provincia e Regione per le espansioni edilizie nella logica della città metropolitana. L’espansione incontrollata delle città satelliti dell’hinterland romano non può pesare e mettere in ginocchio, come avviene ora, la viabilità della capitale.

Dai punti che abbiamo elencato si evince come sia da giocare una partita tutta politica nel senso alto del termine. Politici che abbiano il coraggio di mettersi a tavolino e confrontarsi con altre giunte o poteri, anche di altro schieramento politico, per mettere in atto delle vere strategie i gestione del territorio darebbero finalmente un segnale di rinnovamento che Roma (ma il criterio è applicabile anche ad altre metropoli) attende da decenni.

C’è un elettorato numeroso, tra cui il sottoscritto, che è pronto ad appoggiare chi riesce a non prostituirsi ai nuovi “re di Roma”, come li definì la Gabanelli e che è lo stesso che ha affondato la vecchia giunta.

La commedia dell’arte rivive alla ex fiera di Milano

LA COMMEDIA DELL’ARTE RIVIVE ALLA EX FIERA DI MILANO.

Il 2 luglio 2004, a Milano la cordata CityLife (Generali Properties S.p.A., capocordata, RAS S.p.A., Immobiliare Lombarda S.p.A., Lamaro Appalti S.p.A., Grupo Lar Desarrollos Residentiales) si è aggiudicata la gara internazionale per la riqualificazione del quartiere storico Fiera di Milano, 255.000 metri quadrati. La gara fu gestita dalla Fondazione Fiera Milano, soggetto economico privato.

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Il criterio di aggiudicazione della gara è stato economico: CityLife offrì 523 milioni di euro, ben l’8% in più della seconda offerta. Gli altri competitori, per la cronaca erano Pirelli real estate s.p.a. e Risanamento s.p.a.

L’area, all’atto della compravendita, venne consegnata al vincitore corredata del Piano Integrato di Intervento approvato dal Comune di Milano. La Fondazione, in questo modo, poteva garantire all’acquirente l’effettiva possibilità di realizzare tutto quello che era previsto nel progetto vincitore.

Dimenticavo di ricordare che i raggruppamenti selezionati per la gara finale erano stati scelti da una commissione di valutazione con il fior fiore degli esperti internazionali:

  • Kenneth Frampton titolare della cattedra di architettura alla Columbia University. Competenza: architettura
  • Cristophe Girot docente di architettura del paesaggio presso l’Università Tecnica Federale di Zurigo. Competenza: architettura del paesaggio
  • Guido Martinotti ordinario di sociologia urbana presso l’Università Milano – Bicocca. Competenza: sociologia
  • Gaetano Morazzoni consulente del Comitato promotore Corridoio 5. Competenza: infrastrutture ad ampia scala territoriale
  • Lorenzo Ornaghi Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Competenza: governo delle reti di interessi
  • Bianca Alessandra Pinto Sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Competenza: estetica
  • Marco Angelo Romano ordinario di urbanistica ed esperto di Estetica della città presso la facoltà di architettura dell’Università di Genova. Competenza: urbanistica
  • Giorgio Rumi storico e componente del CdA della Fondazione Balzan e della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. Competenza: storia
  • Lanfranco Senn ordinario di Economia regionale e urbana presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano. Competenza: economia urbana
  • Deyan Sudijc critico, curatore di mostre e direttore di riviste, nel 2002 è stato direttore della Biennale di Venezia. Competenza: architettura
  • Bernhard Winkler è tra i fondatori della facoltà di architettura presso l’Università Tecnica di Monaco di Baviera, della quale è stato docente e preside. Competenza: mobilità.

Questa commissione, immaginiamo, avrà assegnato alle cordate selezionate un punteggio derivato dalla qualità progettuale specifica per ciascuno degli ambiti di competenza dei membri che la componevano.

CityLife, nel suo sito ufficiale riporta che:” Fin dai suoi presupposti CityLife ha preso in considerazione non solo la qualità di vita dei suoi futuri abitanti, ma anche il suo inserimento nel contesto, l’incremento di vivibilità complessiva e la spinta verso il futuro della città, come testimoniano:

  • la scelta di tre architetti di culture, nazionalità e esperienze diverse tra loro (Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind)
  • la volontà di porre alla base del loro lavoro una seria e approfondita ricerca sulle aspettative del quartiere e di tutta la città
  • il metodo di lavoro che ha privilegiato la riflessione e il confronto tra culture al puro gesto creativo del singolo.

Tutto bene, pare, la macchina va avanti. Tanto è vero che CityLife pubblica un bando di gara per le opere di fondazione speciale e consolidamento da eseguirsi tra il 01/02/2010 e il 15/04/2010.

Certo, nel frattempo c’è stata una crisi economica planetaria, una riduzione (anche se minima a Milano e Roma) dei valori immobiliari e la macchina da guerra Citylife scricchiola. Paura di fare la fine di Dubai?

A quanto pare no, tanto è vero che Salvatore Ligresti, numero uno del gruppo assicurativo Fonsai, che ha una quota in Citylife, l’11 dicembre 2009 dichiara che non ha intenzione di vendere la quota di Fonsai in Citylife. «Non credo che sia cosa fattibile, non ci pensiamo neanche», dichiara l’ingegnere di Paternò.

Ma. Attenzione c’è un “ma” importante nelle sue dichiarazioni.

Le torri disegnate dalle archistar Libeskind, Hadid e Isozaki verranno «raddrizzate», anche per risparmiare sui costi. «Cerchiamo di raddrizzarle un po’ – ha detto Ligresti a margine dell’inaugurazione del cantiere – si cerca di risparmiare e quindi di rendere possibile la realizzazione delle strutture in modo da economizzare. Una torre storta costa di più» (da Il Sole24Ore.com dell’11/12/09).

Ligresti sfonda una porta aperta: il progetto era stato criticato anche dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

A titolo di cronaca le stesse torri erano state oggetto di proteste anche da parte dei cittadini che abitano il quartiere di Fiera Milano.

Quale è il nodo del problema? Un’antipatia dell’ancien regìme contro tutto ciò che è storto perché è sovversivo?

Il problema, in realtà è di costi e conseguentemente di cubature utili: l’inclinazione prevista nella prima versione del progetto, si vocifera tra gli addetti ai lavori, penalizzava in modo eccessivo le superfici abitabili , con inevitabili ripercussioni sul valore commerciale degli spazi.

Ahhh, finalmente ritrovo la mia adorata Italia. Avevo paura che stessero veramente realizzando una trasformazione urbana di livello europeo.

Invece no. Questa è pura commedia dell’arte: prendi un’area strategica, fai gestire privatamente la sua trasformazione, fai una gara basata su criteri (esclusivamente?) economici, ammantala di rigore con una commissione blasonata, scegli il progetto economicamente più remunerativo purché griffato non da una (non era sufficiente), ma da tre archistar, poi, finalmente quando si arriva al dunque, alla vigilia dell’inizio dei lavori, smonta la scenografia creata finora e realizza quello che veramente ti renderà di più. Tanto ormai nessuno sarà in grado di fermarti.

E’ bello soprattutto vedere come, quando non si è vincitore di un concorso ma si è scelti per chiamata diretta, un’archistar difende il proprio progetto (brano tratto dall’intervista a Daniel Libeskind di Alessia Gallione, dell’11/12/2009, pubblicata su Repubblica – Milano.it) :

“Il suo grattacielo si “raddrizzerà”?

«L’architettura non è solo una bella immagine, serve per risolvere i problemi, trovare soluzioni. La destinazione di quel grattacielo è al centro di un cambiamento: prima erano uffici, poi è diventato un mix di uffici e appartamenti, poi ancora hotel e residenze. Un edificio non è solo forma, deve rispondere a quesiti. Certamente non è ancora definitivo, ma sarà bellissimo».”

Che bisogna fare? Anche Libeskind tiene famiglia. Certo questa incertezza, perfino sul programma funzionale, alla vigilia dei lavori, lascia un po’ perplessi. C’è da chiedersi: e se le torri vanno raddrizzate, per non dire che il progetto va stravolto, inizieremo ora a fare le fondazioni? Oppure le facciamo ora per non fare saltare il programma dei lavori e poi ci rimettiamo le mani (e chi paga?)?

Io che di natura sono concreto e vorrei che le cose si realizzassero in tempi e modi certi avrei una soluzione, che regalo a CityLife:

Liquidiamo il supergruppo Libeskind, Hadid, Isozaki. Chiamiamo (per chiamata diretta, altrimenti si perde tempo) un nuovo supergruppo formato da Franz Di Salvo, Mario Fiorentino buonanima (o chi per lui) e Vittorio Gregotti che, con la loro esperienza delle Vele di Scampia, Corviale di Roma e lo Zen di Palermo, ci hanno dimostrato come si può ragionare più concretamente di economia e cubatura nelle costruzioni, e facciamo qualche cosa che sia più in linea con i desiderata del signor Ligresti e altri detrattori anche più titolati di lui.

P.S.

Anche se è di poco interesse per il lettore vorrei significare che questo articolo non è una difesa del progetto delle 3 archistar, assai conformista nel mio immodesto giudizio, ma un’espressione di forte disagio verso le procedure progettuali ed edilizie di questo paese.

La burocrazia, mal sottile della buona architettura

Il 22 giugno 2009, AMATE L’ARCHITETTURA è stata invitata a presenziare alla trasmissione-contenitore, condotta da Michele Mirabella, “Cominciamo Bene Estate”. Essendo indisponibile il nostro presidente, Marco Alcaro, mi sono caricato dell’onere della partecipazione.

Devo premettere che di condoni un poco me ne sono occupato, una dozzina in tutto, principalmente per vecchi clienti ai quali ho voluto dare un sostegno in un’impresa assai ardua. Perciò mi consideravo informato del problema ma non un vero esperto. Così per colmare le lacune sia nell’ambito dei contatti di Amate l’Architettura sia in quelli personali abbiamo chiesto, a stretto giro di posta, di raccontarci esperienze e fatti significativi che potessero contribuire a definire i problemi logistici da un lato da un lato e umani dall’altro che tutti gli attori privati e professionisti si trovano ad affrontare in questo girone delle Malebolge.

E’ straordinario come in pochi giorni siano giunte parecchie esperienze incredibili. Ancora più straordinario è il riscontro di aneddoti ricevuti mentre mi trovavo in fila presso gli uffici tecnici nei giorni antecedenti alla partecipazione alla trasmissione.

Perciò, nei pochi giorni che avevo a disposizione prima di andare in onda, sono riuscito a elaborare un dossier sufficientemente ampio e circostanziato in cui si evince come il virus della burocrazia abbia infettato tutte la fasi del processo edilizio nelle quali è necessario avere un’interfaccia con l’amministrazione pubblica.

Va detto, per precisione, che l’ambito di questa esperienza è limitato solo ed esclusivamente a quello di Roma e Lazio. Sono convinto tuttavia che il problema sia massimamente diffuso in Italia, salvo, probabilmente, in quelle regioni che da sempre sono un esempio di buona amministrazione (Val d’Aosta? Trentino-Alto Adige?).

Le testimonianze raccolte sono così esemplari, così importanti per descrivere il grandissimo stato di malessere in cui si trovano non solo i committenti ma, soprattutto, i professionisti. Di conseguenza all’interno di Amate l’Architettura stiamo riflettendo sulla creazione di un canale permanente (tramite il blog, per esempio) per la raccolta di altre testimonianze in un documento unitario e articolato che riguardi tutti i settori della burocrazia nel processo edilizio e nel progetto architettonico.

Vi anticipo qualche piccola considerazione che mi è venuta in mente sulla base di questa esperienza:

  1. Il peso, anche economico, della burocrazia nel progetto, è tale che livella verso il basso la qualità del lavoro del professionista per potere fare quadrare i conti della propria parcella.
  2. Queste inefficienze sono un onere aggiuntivo rilevante per il committente che sottrae risorse alla qualità del progetto e della realizzazione di esso.
  3. Il potere che hanno assunto gli uffici tecnici è tale che la libertà di espressione nel progetto ne esce estremamente limitata. Il progetto cioè viene redatto in funzione dei parametri rigidi imposti dai regolamenti edilizi o, peggio ancora dall’interpretazione inappellabile degli uffici tecnici.
  4. Spesso il tecnico che si ha di fronte in questi uffici è, valutandolo sulla base del titolo, ad un livello culturale e professionale inferiore al proprio. Parlo, per essere chiari, soprattutto dei geometri che mi ritrovo negli uffici urbanistici, tra i vigili del fuoco, nelle soprintendenze, con mansioni equiparate agli architetti e agli ingegneri.
  5. L’incertezza sui tempi e sull’interpretazione delle norme da parte degli uffici tecnici, ha comportato il fiorire di una classe di professionisti-parassiti (definiti così perché non producono un valore aggiunto per la società) che hanno come core-business la capacità di portare avanti una pratica senza troppi intoppi ed in tempi più celeri. Esiste oramai una mentalità così diffusa di questo meccanismo che (è capitato anche a me) si chiama il professionista locale o specializzato anche nei casi in cui l’amministrazione è sufficientemente trasparente.
  6. Il problema di mantenimento di una burocrazia ipertrofica è di tipo politico:
    1. una grande massa di burocrati infatti è un bacino elettorale importante e fidelizzabile;
    2. la mancanza di chiarezza nell’interpretazione delle norme aumenta la possibilità di corruzione, concussione e, in ultimo, di detenzione di un potere reale sul territorio.
  7. La reazione ad uno stato a questo stato di cose può essere solo politica. Le categorie e le forze sociale che non si riconoscono nell’inefficienza e nella corruzione devono convergere su un manifesto programmatico volto a smantellare l’attuale sistema. A titolo di esempio, assolutamente non esaustivo, si potrebbe richiedere:
    1. Un uso diffuso del concorso di progettazione, con incentivi per i committenti anche privati, previa la fissazione di criteri nuovi sulla scelta delle giurie (rotazioni dei giurati, albi, ecc.);
    2. Una riduzione delle norme e dei regolamenti a meno norme, più flessibili e meno descrittive, basate cioè su parametri di progetto calcolabili (aria, luce, introspezione, ecc.) (è possibile per campi anche tecnici, si guardi al fire-engineering).
    3. Il ripensamento della funzione dei piani regolatori e degli strumenti attuativi, ridotti ora a strumenti puramente indicativi dall’uso diffusissimo degli accordi di programma in deroga ai P.R.G.
    4. Il ripensamento del concetto di P.R.G. stesso. E se cominciassimo a pensare a dei piani autoregolatori basati sul diritto a fare (nelle zone già urbanizzate e non sottoposte a salvaguardia) salvo diritti fondamentali di terzi quali la luce, l’aria, la vista, la mobilità, ecc?)
    5. La possibilità di mettere facilmente mano al patrimonio edilizio esistente con l’ottica di migliorarlo in efficienza ed estetica, utilizzando anche benefici in termini di superfici e cubatura se rientranti in un progetto coordinato. A Berlino, per esempio, per aumentare il guadagno passivo degli edifici si è data la possibilità di creare verande e bow-windows sulle facciate con progetti globali di trasformazione dei fronti degli edifici.
    6. La responsabilizzazione dei dirigenti degli uffici pubblici rispetto all’efficienza dell’amministrazione da loro diretta. Se fai bene ti premio, se fai male paghi e te ne vai.
    7. Un uso esteso dell’informatica e di internet per l’accesso alle informazioni, la presentazione, lo svolgimento e il controllo delle pratiche relative ai permessi.

Non mi soffermo sull’esito della nostra partecipazione televisiva. I tempi televisivi sono sempre brevissimi e gli autori televisivi banalizzano tutto.

Per chi, comunque, avesse curiosità allego tre clip tratte dalla trasmissione TV.

Italia terra di missioni

Oggi abbiamo tenuto un incontro con ragazzi e ragazze dell’ultimo anno della scuola superiore. Il tema era: tendenze e linguaggi dell’architettura contemporanea.

Non essendo studenti con grandi conoscenze di arte (non hanno questa materia), ho pensato che era meglio fare un ampio preambolo sul perché ci occupiamo di architettura e perché c’è bisogno di architettura contemporanea.

Forse, anche a detta delle colleghe di Amate l’Architettura presenti, è stata la parte migliore dell’incontro. I ragazzi, appena hanno capito che non c’era odore di accademia e si rispondeva con franchezza e senza usare un linguaggio tecnico, pur essendo mentalmente aperti (per fortuna lo si può essere a diciotto anni), hanno espresso le loro giuste perplessità di fronte a esiti dell’architettura contemporanea, citando come esempi una piazza di paese avulsa dal contesto del luogo, la famigerata teca dell’Ara Pacis, le mostruosità dell’edilizia economica e popolare degli ultimi trenta anni.

Come dare loro torto?
Eppure ho ribattuto che come nell’architettura antica anche in quella contemporanea ci sono architetti bravi e non; che un buon progetto al 50% dipende dal progettista ma che per il restante 50% deve avere un buon committente che deve seguirlo (mi piacerebbe dire braccarlo) in tutte le fasi progettuali, come nell’esperienza di alcuni amici che hanno partecipato a concorsi in Germania; che, infine, si deve fare l’abitudine all’architettura contemporanea. Ricordate negli anni ’50 e ’60 che il centro storico era considerato vecchio e la gente voleva abitare nelle zone nuove? Che sempre allora il centro storico costava poco per questo motivo? I quartieri nuovi andavano di moda.

E’ questa allora una questione squisitamente culturale: se negli anni ’50 le persone influenti erano gli intellettuali e gli artisti (mio padre me li additava come star quando li incontravamo) ora sono personaggi senza storia e cultura. La società ha marginalizzato la ricerca estetica (in realtà in  Italia si è abiurata qualsiasi ricerca) e le tensioni intellettuali, ma soprattutto, ha cancellato la pluralità dell’informazione.

Dall’assenza di architettura contemporanea a quella di latitanza della pianificazione/progetto architettonico il passo è stato breve, perciò le domande che sono state poste da questi ragazzi sono basilari: come è possibile che si costruisca in assenza di pianificazione (o in accordi di programma che è la stessa cosa)?

Se il consumo di territorio, l’espansione dissennata della città con i non luoghi (centri commerciali, ecc. ecc.), la mancanza di una politica urbanistica basata sul trasporto pubblico, sulla densificazione della città sono delle politiche suicide per la sostenibilità ambientale perché nessuno lo dice?
E quali sono le strategie per contrastare questo suicidio di massa?
La risposta che ho dato è univoca. Il progetto innanzi tutto.

Non possiamo rincorrere le lobby dei costruttori-proprietari fondiari, legate ai politici, per espandere una città. Sono loro che devono adeguarsi alla pianificazione che valuta quale è la soluzione più sostenibile a disposizione.

Ma se il progettista non ha più una posizione di rilievo nel processo edificatorio, se abbiamo una regolamentazione degli appalti e delle progettazioni orientata al massimo ribasso, se lìistituzione è un soggetto debole (e colluso) e non forte della pianificazione come possiamo invertire indirizzo inaccettabile?

Io credo che si invertirà da solo perché se abbiamo mangiato territorio in venti anni pari al Lazio e all’Abruzzo messi insieme. Se una persona che abita nelle periferie di una grande città deve alzarsi alle 4,30 del mattino per trovarsi al lavoro alle 8,00 (viaggiando con i mezzi pubblici), si è superata la soglia di sostenibilità. Quando le persone acquisiranno una conoscenza sufficiente del problema sarà però troppo tardi.

Quello che forse possiamo fare è accelerare questo processo tornando a formare una coscienza critica nelle persone. Ricominciando a parlare di architettura residenziale, sociale, di pianificazione (vera!), di architettura contemporanea (oddio, scusate mi è scappata l’eresia) con un promotore pubblico incalzato dalla consapevolezza delle persone.

Bisogna informare i giovani, quelli che hanno ancora forza per giocare duro in questa partita.
I ragazzi hanno diritto di sapere perché sono inquieti, nel senso che lo sono ma forse senza troppa consapevolezza di alcune cause del loro malessere.

Finita la stagione dell’impegno politico degli anni ’70 c’è stato un vero disimpegno nelle tematiche e nella ricerca dell’abitare.

La gestione del territorio è politica. Le gestione delle risorse finite è politica. Il diritto alla bellezza è politica.

E’ per questo che si evita accuratamente di parlarne sui mass-media. Si fanno volare sopra la testa della gente-catodizzata le decisioni che condizioneranno la loro esistenza e quella delle generazioni che li seguiranno.

L’Italia, l’ex Belpaese (o quello che ne rimane), deve essere nuovamente evangelizzata sulla bellezza come parte imprescindibile della qualità della vita.

P.S.

Dopo un’ora e mezzo di spiegazioni e divulgazioni sul linguaggio dell’architettura contemporanea, ho chiesto ai ragazzi che in precedenza mi avevano formulato riserve, se apprezzassero l’edificio della Stadthaus di R.Meyer a Ulm che stavo mostrando, edificio a mio modesto parere di grande rigore progettuale.

meyer

La risposta, per fortuna sincera, è stata negativa.

La considerazione che ho fatto è stata questa: al di là dei gusti personali, bisogna fare l’occhio alle cose. Quando l’architettura contemporanea sarà una pratica comune e non eccezionale potremo avere giudizi più sereni sugli edifici. Questa considerazione vale anche per i colleghi che si sono accapigliati su un post precedente.

Libertà di cambiare

Come un orologio fermo può segnare l’ora esatta due volte al giorno, così anche il nostro Presidente del Consiglio può fare delle proposte interessanti.

Da buon ex palazzinaro sa bene che l’edilizia è uno dei grandi motori economici di un paese, di sicuro il meno delocalizzabile (se non per la mano d’opera).

Se non ci facciamo accecare dal filtro ideologico come hanno fatto i nostri vetero-maestri d’architettura, sottoscrittori del manifesto contro la legge sull’edilizia (http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/legge-ed-edilizia-del-governo/index.html), potremo vedere anche la metà piena del bicchiere che ci è stato offerto.

palazzina

Questa palazzina è per sempre.

Analizziamo la situazione attuale: il patrimonio edilizio italiano è trattato dalla normativa come un qualcosa di immodificabile, indistruttibile, eterno.

La maggioranza degli edifici esistenti sul nostro territorio è stata costruita a partire dal secondo dopoguerra. La qualità media di questi edifici sotto il profilo energetico, funzionale ed estetico è terrificante. Abbiamo saccheggiato il territorio disseminando le costruzioni, abbandonando un modello di città compatta. A differenza di altri paesi europei, in molte aree italiane non esiste più il confine tra città e campagna.

Eppure se si va a richiedere un permesso di costruire in un piccolo comune dell’alto Lazio, come è capitato al sottoscritto, il proprietario del fondo ti affianca un tecnico locale “perché così non rischiamo”. Se si va a richiedere il permesso di cambiare colore ad un fabbricato intensivo di un quartiere romano periferico, come è successo al sottoscritto, il geometra a capo dell’ufficio tecnico ti nega l’autorizzazione perché “archité, sto’ colore nun se può guarda’, stona coll’artri affianco (che sono di color cacca)”, però visto che sa che stai lavorando per un importante impresa aggiunge “fallo uguale, tanto nun te controlla nessuno”.

In quarant’anni è stata una mostruosa macchina burocratica, il cui fine è quello di alimentare se stessa e gli amici connessi, incapace di salvaguardare il nostro paese.

Quando il governo di un territorio non si basa sull’incentivo alla convenienza del rispetto delle regole comuni ma su quello dell’obbedienza a incomprensibili regole vessatorie, il risultato è il condono edilizio. Un rito catartico che si ripete con una cadenza fisiologica.

Pianificare, pianificare.

Vogliamo parlare di pianificazione? Il Comune di Roma, dopo decenni di travaglio finalmente approva il nuovo Piano Regolatore. Dopo un iter travagliatissimo nel quale si sono scontrate le componenti verdi e quelle immobiliariste sui metri cubi costruibili e sulle aree verdi da salvaguardare nella cinta romana, finalmente viene partorito questo piano sofisticatissimo, corredato di ottomila tavole, definizioni, indici e compagnia bella regolato secondo il principio delle “nuove centralità”: tutti i quartieri nuovi costruiti devono avere un mix funzionale (uffici, negozi, abitazioni, ecc.) ben dosato che riduca al minimo la necessità di spostarsi in altri quartieri. Peccato che immediatamente dopo l’approvazione del piano, prima delle elezioni comunali (che la sinistra ha perso chissà perché?) si sia andati in deroga al piano: contrordine compagni si fanno quartieri-dormitorio perché così piace ai costruttori!

Però ora che abbiamo cambiato amministrazione, sicuramente i nuovi arrivati, censori della vecchia amministrazione, cambieranno registro.

Ebbene, il sindaco Alemanno ha deciso che per ovviare alla mancanza di abitazioni si può costruire su aree agricole, a macchia di leopardo, con un unico criterio basato sulla distanza dalla metropolitana.

E il piano? Carta straccia.

Ma dove vivono gli italiani?

Ho sentito dire all’on. Dario Franceschini che la maggior parte della gente vive in palazzi multipiano. Non è vero. La maggior parte delle abitazioni italiane è fatta di piccole case mono e bifamiliari. La maggiore aspirazione degli Italiani è di trasformarsi in “tavernicoli”. Ci sono regioni, come il Veneto, dove non c’è più spazio per costruire o allargare strade perché è stata costruita al margine di esse una ininterrotta sequenza di case e capannoni, capannoni e case.

Dobbiamo distinguere quindi le possibilità d’intervento a seconda delle tipologie edilizie: come non è vero che non è possibile intervenire su edifici multipiano (basti vedere gli esempi di riqualificazione energetica ed estetica che hanno operato su esempi berlinesi) così è vero che nelle piccole abitazioni mono-bi-quadrifamiliari, con minori vincoli strutturali e spaziali, c’è la maggiore possibilità di riqualificazione.

Come intervenire.

Cominciamo a fissare dei punti per trarre profitto da questa proposta di Berlusconi:

  1. Il patrimonio edilizio comune (cioè non di pregio) deve essere facilmente modificabile a patto che la modifica risponda alle esigenze attuali della sostenibilità ambientale.
  2. Più si riqualifica un edificio più si può premiare il promotore dell’opera attraverso cubature aggiunte. Le riqualificazioni possono essere volte al contenimento energetico o alla riqualificazione estetica. Per fare un esempio un edificio ad emissioni zero può essere ricostruito con una cubatura maggiore di uno con un contenimento energetico inferiore. Se esiste un progetto integrato (che preveda di sanare tutte le superfetazioni o di modificare l’aspetto generale delle facciate) di riqualificazione estetica di un edificio non vincolato, questo non può essere respinto da un’amministrazione, fatti salvi i casi in cui esista un vincolo. Anzi diamo un incentivo alla voglia di cambiare.
  3. Passiamo dal concetto di piano regolatore, con vincoli rigidi imposti dall’alto, al concetto di piano autoregolatore, dove io, proprietario, posso apporre modifiche al mio fabbricato se non ledo i diritti degli altri abitanti interni e limitrofi. Di quali diritti parlo? Dei diritti alla luce solare, alla vista che hanno i miei vicini, alla stabilità delle strutture dello stabile e dei terreni circondanti il mio edificio, al rispetto delle falde acquifere, alle emissioni che emetto con la tecnologia e materiali che uso, agli scarichi di combustioni e acque reflue che produco.
  4. Modifichiamo la normativa in modo che sia conveniente intensificare le costruzioni in ambienti già semiurbanizzati per salvaguardare le aree rurali coltivate e non che non siano state compromesse o quasi dall’urbanizzazione. La sopravvivenza delle generazioni a venire si baserà sulla salvaguardia delle aree coltivate e delle foreste.
  5. Distinguiamo, come già detto, le possibilità di intervento a seconda delle tipologie edilizie, fatti salvi limiti inderogabili come altezze massime, distacchi e altri.

In Italia, fino al XX secolo gli edifici erano sottoposti ad una continuo e proficuo aggiornamento funzionale ed estetico. La città mutava continuamente seguendo le esigenze delle persone e i mutamenti culturali della società. L’organismo urbano era un work-in-progress dove gli errori delle generazioni precedenti venivano corrette dalle successive. Ora è una palude immobile nella quale si ritiene che le modifiche dell’esistente possono essere solo peggiorative.

Io dico lasciatemi essere arbitro delle mie scelte, lasciatemi plasmare la città con il segno del mio tempo.

Quelli che verranno dopo di me giudicheranno cosa sarà opportuno mantenere e cosa cambiare di ciò che ho fatto.