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THE SHARD: sei lezioni per uno sviluppo intelligente della città.

Tutti coloro che vanno a Londra regolarmente, hanno modo di constatare come la metropoli sia continuamente soggetta ad importanti cambiamenti.

Canary Wharf tra ’80 e ’90, il Millennium Dome (ora “The O2”) del 2000, i grattacieli della City già entrati nel lessico comune con nomignoli come the Gherkin (Foster), Walkie Talkie (Vinoly) e Cheesegrater (Rogers Stirk Harbour), realizzati a cavallo tra gli anni 2000 e 2010, hanno cambiato continuamente lo skyline della città.

Pur segnando le dovute differenze tra Londra e le città italiane, ci si chiede come mai la capitale del Regno Unito riesca ad essere così vitale anche nei periodi di crisi, come quello tutt’ora in corso.

The Shard di Renzo Piano, l’ultima e la più importante di queste realizzazioni ci offre diverse risposte significative a questa domanda, specie se si osserva tutto il processo di gestazione di questa importantissima opera.

E’ lo stesso Irvin Sellar, fondatore della Sellar Property Group, società immobiliare promotore del progetto The Shard, a svelarci in un’intervista, le dinamiche che hanno portato a questo risultato eccezionale: “Abbiamo investito nell’acquisto di Southwark Towers, un complesso di edifici risalente agli anni ’70, una location ottima ma utilizzata male. Il governo aveva pubblicato un libro bianco che promuoveva l’idea dello sviluppo nei nodi della mobilità cittadina. La stazione di London Bridge era a pochi passi, affiancata da stazione ferroviaria, linee della metropolitana e linee degli autobus. Abbiamo collaborato con Railtrack (poi Network Rail – nda) e anche loro hanno riconosciuto il potenziale di combinare un progetto di sviluppo con sostanziali lavori di ammodernamento della stazione.”

Dunque si parte dalle indicazioni di sviluppo elaborate dalla Pubblica Amministrazione e in particolar modo da quelle legate alla mobilità. Una prima lezione importante!

Per ottenere il permesso a costruire del 2003 hanno dovuto confrontarsi con la Commissione per l’Architettura e l’Ambiente Costruito (CABE, è un ente di consulenza governativo), l’English Heritage e l’Historic Royal Palaces, La comunità di Southwark e il Mayor of London. Tra questi interlocutori solo gli ultimi due hanno si sono espressi favorevolmente fin dall’inizio.
E’ la seconda lezione: ci si confronta con tutti i soggetti pubblici interessati senza che nessuno abbia potere di veto. Inoltre una lezione nella lezione (la terza): per una operazione di questa portata gli interlocutori sono anche di livello nazionale.

Qual è il punto di forza nell’idea di progetto di Renzo Piano? Rendere The Shard una “città verticale”, un edificio aperto al pubblico, una anomalia nel panorama londinese. Non un’operazione immobiliare classica ma la creazione di un nuovo spazio pubblico: quarta lezione.

Quest’ultimo, dicevamo, è il punto nevralgico della riqualificazione di tutta l’area del Southwark: i costruttori hannoristrutturato la stazione London Bridge e la vicina stazione degli autobus. The Shard è un tassello del del progetto di sviluppo generale del London Bridge Quarter che sta dando vita ad un nuovo distretto della South Bank. Assieme a The Place (il fratello, in un certo senso) formano un nuovo hub sociale e commerciale.

Si trasforma e si riqualifica il territorio negli anni 2000, non si divorano gli spazi liberi. Questa è la quinta lezione che traiamo da questa operazione.

Infine l’ultima lezione, la sesta, la più importante: il promotore è locale ma il capitale è straniero. Infatti l’opera è stata possibile grazie agli investimenti della Qatar National Bank e la Qatar Central Bank.

Dunque a Londra, in questo caso, il capitale straniero non viene a “depredare” i gioielli edilizi presenti, ma contribuisce a riqualificare un ampio settore della capitale pur creando redditività per gli investitori. E’ chiaro che l’altezza in questo edificio ha creato un notevole plus valore, ma sarebbe errato attribuire solo ad essa la capacità rigeneratrice di questo intervento edilizio. Qualsiasi valore aggiunto di un intervento edilizio può essere commisurato ai limiti imposti dall’autorità pubblica e alla previsione di un guadagno adeguato, ma non sproporzionato.

Pur segnando la notevolissima differenza tra il mercato londinese, capace di attrarre investimenti su scala mondiale e quello romano,  più localizzato (perciò scarsamente confrontabili), conviene soffermarsi sui presupposti, pochi e ragionevoli, che attraggono virtuosamente gli investitori esteri.

Innanzitutto ci deve essere certezza di Diritto e giudiziaria. L’offesa al capitale è un reato grave nel Regno Unito ed è punito severamente in tempi rapidi. Per questo Londra è la capitale della finanza occidentale. L’abolizione del reato di falso in bilancio, per esemplificare, sarebbe un’eresia in U.K. A questo aspetto va aggiunta la necessaria certezza normativa per intraprendere operazioni di così ampio respiro. Agli Inglesi modificare il Codice degli Appalti 150 volte in due anni farebbe ridere ben più di una barzelletta.

Certo, la proprietà edilizia in Inghilterra ha caratteristiche diverse da quella italiana eppure il problema non è questo ma risiede nel fatto che le norme del costruire devono essere poche e chiare. Le amministrazioni devono essere al servizio di chi vuole legalmente creare ricchezza e non contro. La (buona) Architettura e la Pianificazione sono, devono, essere il blocco di partenza di qualsiasi sviluppo urbano e devono intercettare le esigenze della popolazione.

The Shard di Renzo Piano è la nuova icona di Londra. E’ un fatto incontrovertibile che ci rende allo stesso tempo orgogliosi di appartenere allo stesso paese del progettista ma ci impone anche alcune domande su come conduciamo queste operazioni immobiliari a casa nostra.

Noi crediamo che le foto che pubblichiamo a corredo di questo articolo possano parlare da sole e che il confronto tra due operazioni simili (The Shard a Londra e Euroma 2 a Roma,  con le sue due torri: Eurosky, progettata da Franco Purini e Europarco, progettata dallo studio Transit) sia impietoso. Ai lettori l’ultima parola.

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma.

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma (foto:http://www.tesoridiroma.net).

The Shard

The Shard

Il complesso Eurosky Tower e Torre all'EUR

Il complesso Eurosky Tower (a destra) e Torre Europarco (a sinistra) al Torrino, adiacente all'EUR

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e Europarco

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e Europarco

Della casa-albero, dell’architettura disegnata e di altre speculazioni care agli architetti

Con la bella stagione mi sono recato a Fregene, località balneare vicino Roma, e un pomeriggio ho portato mia figlia e sua cugina a vedere la casa- albero di (dei) Perugini, per vedere la loro reazione (qui le foto).

Questo evento mi ha dato modo di riflettere un poco sull’eredità che ci ha lasciato l’architettura di quegli anni, di cui questo edificio è un esempio significativo.

Va premesso che l’ideazione della casa è comune all’interno della famiglia Perugini. La casa è stata ideata non solo da Giuseppe (1) ma anche dal figlio Raynaldo e dalla madre, Uga de Plaisant. Come ha dichiarato il figlio, la casa:”era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva delle soluzioni e nascevano discussioni… era una sorta di grande laboratorio”.

Questa dichiarazione mi ha aiutato a mettere nella giusta ottica un edificio che vuole essere un manifesto dell’anticonvenzionalità nella progettazione della residenza.

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Più ancora, la villa sembra essere un esame di progettazione architettonica tenuto da un professore che chiede ai suoi studenti una ricerca spinta alle estreme conseguenze: la contrapposizione tra leggerezza, suggerita dai volumi appesi alla struttura posta interamente all’esterno, e massività espressa dal calcestruzzo a facciavista; l’immagine di rifugio richiamata dal distacco dalla terra (la casa albero appunto) sottolineata dal corpo (estraneo) della scala, sollevabile dal terreno, per isolare l’abitazione dal mondo; i giochi di pieni e vuoti , spesso basati su moduli cubici, sugli angoli dei volumi reso in parte con gli infissi in vetro e acciaio ed in parte con arretramenti ciechi (cioè di parti di vuoto “scavate” tra i tamponamenti in calcestruzzo); la ripetizione ossessiva del modulo quadrato, espressa anche nei pannelli prefabbricati dei tamponamenti nonché nei solai, sono le manifestazioni più visibili di una ricerca ossessiva sul linguaggio che scivola nell’esercizio di stile. Sono evidenti le suggestioni delle architetture futuribili degli anni ’60, qui espresse nei gusci funzionali sferoidali, attaccate al corpo principale come dei plug-in secondo la lezione degli Archigram.

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Perugini con la sua casa, diviene un emblema dell’ambiente culturale architettonico dell’epoca, in particolare quello romano: l’utopia, il rinnovo della società attraverso l’architettura, scivola nell’esercizio di stile, nella riflessione colta dell’abitare.

È forse il progressivo distacco dalla società degli architetti (più precisamente delle Università) di quegli anni,dovuta anche ad una trasfigurazione ideologica della cultura urbana. In questo senso è significativo l’articolo autocritico di Quaroni sulla “scomposta ribellione neorealista”(2).

Negli anni ’60, alla crisi dell’esperienza del moderno, si “inaugura, anche in Italia, un nuovo approccio alla progettazione architettonica che, a partire dall’esigenza di riflettere sui suoi contenuti espressivi e conoscitivi, tende a rivalutare, fuori da facili retoriche, il processo formalizzante e a ribadire il valore autonomo del progetto architettonico in analogia con le arti figurative”(3).

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Nasce, dunque, in quegli anni una sperimentazione formale ossessiva, talvolta legata alla monumentalità dei lasciti storici italiani o a tarde (rispetto al dibattito architettonico internazionale), rielaborazioni dei temi portanti del moderno.

La crisi edilizia successiva al ’68, la progressiva burocratizzazione del processo autorizzativo dell’edilizia, l’esplosione (successiva alla Legge-Ponte del 1967) dell’abusivismo, portano ad avvicinare l’immaginario architettonico comune alla costruzione spontanea in contrapposizione alle speculazioni narcisistiche (perché per lo più solo disegnate) delle facoltà di Architettura.

Un problema tutto italiano, questo, che la Triennale di Architettura del 1973, tenta di internazionalizzare, a proposito del quale Francesco Moschini scrive ancora: “I materiali esposti in quella Triennale, per la maggior parte costituiti da progetti e da pochissime cose realizzate, alludevano ad una dimensione teorica del progetto, anzi si rileggeva in loro una formazione che era il sintomo di una necessità di rispondere all’eclissi del progetto”.
Tutto ciò aveva “provincializzato”, per gli anni a venire, la cultura architettonica italiana.

Philip Johnson, a titolo di esempio, videointervistato da Ciro Giorgini nel 1993 (4), cita BBPR, Figini e Pollini, Michelucci e, unica eccezione tra i contemporanei, Renzo Piano.

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La casa-albero non ha le responsabilità di altri edifici ben più noti della stessa epoca, è un gioco fatto tra cultori dell’architettura per loro stessi ed è più che lecito che sia così. È comunque un esempio emblematico che ci riporta al problema della conservazione degli edifici di quegli anni, perché sono bastati appena tre decenni a ridurla ad un rudere e perché, nonostante alcune proposte nell’ambito comunale (la trasformazione in museo), nessuno ha la capacità di reperire i fondi necessari (che ad occhio non sono pochi), ma forse di reperire anche un’idea forte, per recuperare questa struttura.

Io sostengo l’idea nata dall’immaginazione delle due bambine, dopo un primo sbigottimento alla vista della casa-albero: una bella ludoteca.

Riferimenti iconografici:

gli stralci dei disegni della villa sono stati presi dal sito ArchiDiAP:
http://www.archidiap.com/works/casa-sperimentale/

le foto nell’articolo e su Flickr sono dell’autore dell’articolo.

Scheda biografica:

Giuseppe Perugini, 1914-1995, ordinario di Composizione Architettonica alla Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma, ha svolto una intensa attività didattica e di ricerca caratterizzata da un rigore formale e dimensionale di natura classica unito ad una matrice razionalista.

Bibliografia minima:

Il paese dei Barocchi – Casabella-Continuità 215 (1945), rieditato in Casabella 539, 1987

Francesco Moschini – Anni Settanta, viaggio corpo conflitto, corteo, performance… – Skira 2007

Architetti del ‘900 – P.Johnson, “….l’Architettura dell’incertezza” – Regione Lazio, Assessorato alla Cultura; RAI Radiotelevisione Italiana, 1993

Le ragioni del nostro sostegno ad “Amate il Cambiamento”

21 Settembre 2013

E’ ormai di dominio pubblico la presentazione della lista Amate il Cambiamento, sostenuta dal Movimento Amate l’Architettura.

Non abbiamo però, finora, spiegato le ragioni della nostra scelta.

Dobbiamo premettere che, contrariamente a quanto alcuni pensano, non è stata una scelta facile quella di presentarsi o no alle elezioni.

Il nostro Movimento è nato inizialmente per promuovere l’architettura contemporanea ma, con il tempo (e non ce n’è voluto molto), ci siamo resi conto che non si può parlare di Architettura (contemporanea) se non ci sono le condizioni per la professione di architetto, come accade in Italia.

Preso coscienza di questo, abbiamo indirizzato la nostra azione maggiormente su un piano sociale: rispetto delle regole, definizione delle competenze, condizioni della professione.

Se si vuole cambiare una società, si deve operare nel proprio raggio d’azione.

Se in queste elezioni si sono presentati ben 108 candidati (di cui 30 legati al Consiglio uscente e 78 antagonisti) vuole dire che abbiamo operato bene ed una piccola parte del merito è nostra.

Se a fine luglio è stata convocata un’assemblea aperta sui temi più scottanti dell’Ordine e della professione è anche perché noi l’abbiamo chiesta ben un anno prima, con una sottoscrizione di 555 iscritti all’Ordine.

Se tutte le liste, perfino quelle legate al Consiglio uscente (Diritto all’Architettura e Next arch), si sciacquano la bocca parlando di trasparenza è perché sono anni che facciamo battaglie, all’interno dell’Ordine, in suo nome.

Ci chiediamo come possano invocarla candidati che sono attivi da molti anni (anche 12!!) nella gestione – opaca – dell’Ordine.

E’ per i motivi esposti che da molto tempo abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento il funzionamento dell’Ordine di Roma.

Progressivamente ci siamo resi conto che in più di un decennio questa istituzione è stata trasformata in un meccanismo autoreferenziale, dove venivano promosse iniziative di vario genere senza consultare la base, gli iscritti.

Ha bisogno di una TV o di una radio un Ordine? E di una casa editrice che “casualmente” pubblica i libri scritti dai propri consiglieri? E tutta la sarabanda di mostre, manifestazioni, vernissage e kermesse a chi hanno giovato? E’ migliorata la reputazione dell’architetto nell’immaginario collettivo?

E’ vero che l’Ordine, vecchia istituzione fascista ingessata nella capacità gestionale, ha bisogno, in alcuni casi, di utilizzare società partecipate per gestire più agilmente strutture e attività, ma perché queste società non devono rispondere anche all’ultimo degli iscritti? Perché gli accessi agli atti vengono rifiutati (provate a farlo, a noi l’hanno negati) in quanto società private, pur se partecipate dall’Ordine, pagate cioè con i soldi nostri, vostri.

E che dire della Fondazione, fatta approvare a forza assieme al bilancio, finanziata con 50.000 euro presi dalle nostre tasche, senza neanche divulgare lo Statuto. Come se fosse un segreto di stato.

Questo Statuto è talmente indecente che permette la situazione – paradossale – di non fare decadere i Consiglieri e il presidente dimissionari dal Consiglio dell’Ordine.

E’, in estrema sintesi, un’istituzione emanata dall’Ordine, finanziata dagli iscritti ma completamente fuori dal controllo dell’Ordine.

Cari colleghi, qui c’è gente che ci tratta come sudditi mentre queste istituzioni dovrebbero essere al nostro servizio.

E ancora, mentre il Consiglio uscente suonava i suoi valzer come l’orchestrina del Titanic, il governo, con l’odiosa connivenza degli Ordini e del CNAPPC (link), varava riforme insostenibili per gli architetti e l’Inarcassa metteva in essere la più iniqua riforma tra le possibili.

Cosa è stato fatto per sostenere almeno i più deboli tra gli iscritti? Nulla!

E’ l’indignazione per tutto questo e altro la ragione per cui ci siamo impegnati a sostenere una lista e al contempo è la voglia di passare dalla fase di critica alla fase propositiva, di metterci in gioco in prima persona.

L’azione che abbiamo promosso vuole essere un paradigma del modo con cui vogliamo gestire l’Ordine: un modo inclusivo ed aperto.

Nella lista ci sono solo tre rappresentanti di Amate l’Architettura. Tutti gli altri candidati, tra i quali spicca una significativa presenza di giovani colleghi, condividono la nostra visione e vogliono come noi, in piena autonomia, modificare radicalmente questa istituzione.

Cari colleghi, avete l’occasione di passare dalla generica lamentela alla possibilità di rinnovare completamente un’istituzione allo sbando.

Per questi motivi vi chiediamo di sostenere, come stiamo facendo noi, la lista “Amate il Cambiamento”.

Giulio Paolo Calcaprina, presidente di Amate l’Architettura.

Una primavera Ordinistica

Finalmente nel panorama degli Ordini italiani è arrivata una ventata di aria nuova.
Alcuni colleghi di Napoli hanno creato una lista che, già dal nome che si è imposta, è una dichiarazione di principi: CONTRORDINE.
A partire dall’introduzione del programma della lista è chiaro l’atto di accusa contro le attuali rappresentanze degli ordini: “Oggi appare, più che mai doveroso un tentativo di “appropriazione” degli Ordini da parte degli Architetti e necessario promuovere uno sforzo collettivo per ridisegnare, insieme , ruoli e compiti di un Istituto che deve iniziare ad essere un Istituto a servizio degli Architetti.”

E’ questo il punto centrale della questione, gli Ordini, istituzione fascista, non sono stati creati come rappresentanza degli architetti ma come una sezione distaccata della magistratura, a servizio cioè (teoricamente) degli utenti.
Tuttavia gli Ordini in questi decenni si sono autoinvestiti del ruolo di portavoce della categoria degli architetti, come se questa si potesse valutare unitariamente.

Il risultato, per gli architetti particolarmente, per i liberi professionisti e più in generale per l’architettura in Italia, è stato devastante. L’architettura è stata completamente marginalizzata, se non annullata dal processo edilizio, mentre i nostri “portavoce” completamente slegati dalla base, cioè dagli iscritti, si concentravano sui loro piccoli o grandi tornaconti, dotando gli Ordini di attività improprie (perché un Ordine dovrebbe avere una TV?), alimentando una logica di scambio, tanto cara al nostro paese.

Laura Palazzo, Raffaella Forgione e i loro colleghi di lista hanno il coraggio di esporsi, in una provincia difficile come Napoli, dove una presa di posizione del genere può generare forti pressioni contrarie da chi ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo, e di proporre:
“una Riforma Nazionale degli Ordini Architetti, mirante all’istituzione, presso il Ministero della Giustizia, di un Albo Unico Nazionale degli abilitati alla professione ed eliminazione dell’obbligo di Iscrizione all’Ordine per l’esercizio della Professione, con contestuale creazione di libere associazioni di categoria da affiancare, quale opportunità, agli attuali ordini provinciali” e di creare una “Istituzione, presso gli Ordini provinciali, di Comitati di Architetti per la “costruzione” condivisa di proposte di Legge ed emendamenti da presentare in Parlamento”, focalizzando in una sola frase tutta l’inutilità di una istituzione come il CNAPPC e l’inconsistenza dell’azione del suo presidente Freyrie.

Infatti, come correttamente scrivono i colleghi, “Gli Ordini Professionali, graziati all’ultimo minuto dall’allora Ministro della Giustizia Paola Severino, a cui si deve il DPR 137/2012, avrebbero dovuto “MORIRE” entro il 13 agosto 2013 quando sarebbe divenuta esecutiva una norma dell’estate 2011 la quale stabiliva che in mancanza di una riforma entro 12 mesi, gli Ordini professionali sarebbero stati tutti automaticamente soppressi’. Scopo dichiarato della manovra fu quello di aprire alla libera concorrenza il mondo delle professioni”.

Non entriamo nel merito del dettaglio del programma di CONTRORDINE, per lo più condivisibile, vogliamo evidenziare un passo importantissimo all’interno del programma:
“La sollecitazione è : fare squadra, rete a livello nazionale, condividendo principi e scegliendo di
batterci per portarli avanti nelle singole realtà territoriali attraverso la costruzione di Liste per i
rinnovi prossimi venturi dei Consigli Provinciali.”

Da quello che è a nostra conoscenza anche a Firenze è stata creata una lista che, paradosso dei paradossi, è antagonista di “Firmiamo la lettera”, lista che quattro anni fa aveva accomunato colleghi che volevano cambiare l’Ordine di Firenze, gravemente compromesso da scandali, e che ha finito per divenire anch’essa un gruppo autoreferenziale: la cosiddetta lista “il gruppo semplice”.
Scorgendone il programma, si può vedere come ci sia un forte allineamento di intenti tra le due liste. Beppe Rinaldi e i suoi colleghi di lista pongono l’accento su questi punti: “Ad oggi non riteniamo che l’Ordine abbia affrontato e possa affrontare risposte adeguate ai punti elencati che sono i veri problemi della professione, poiché esso, in quanto Ente di Stato, è preposto a:
– Tenere l’albo
– Suggerire nominativi alla Magistratura per comporre Commissioni
– Controllare l’abuso della professione
– Organizzare i corsi
– Fornire informazioni alla Pubblica Amministrazione sul tipo di prestazione professionale che ogni singolo iscritto può offrire.”

Ci auguriamo che queste due liste siano le prime in ordine di tempo di una “primavera degli Ordini di architettura” che ci liberi da questi Consigli che, in questi anni, come l’orchestrina del Titanic, hanno suonato per le loro festicciole mentre la nave affondava.
Complimenti ed auguri.

Giulio Paolo Calcaprina
Presidente di Amate l’Architettura

Come si difende la dignità della professione

Il giorno 19 aprile corrente mese, in sede di assemblea di bilancio consuntivo, unica sede insieme alla assemblea di bilancio preventivo che l’Ordine di Roma concede agli iscritti per un confronto pubblico, il sottoscritto ha aspramente criticato l’operato del Presidente e del Consiglio per non avere agito nei tempi opportuni contro l’affidamento di una consulenza, a titolo gratuito, in corso d’opera, per la modifica del progetto relativo alla sistemazione di piazza S.Silvestro, da parte dell’amministrazione capitolina, al prof. Paolo Portoghesi.

Tale illecito, così da noi definito dalla descrizione della vicenda data dai giornali, fu rilevato da Amate l’Architettura e fu evidenziato in una lettera spedita al Presidente dell’Ordine circa 6 mesi fa, cioè in tempo per bloccare il progetto prima che venisse eseguito.

Tuttavia l’Ordine ha preso posizione tardivamente, cioè a piazza finita (perciò inutilmente), solo pochi giorni fa, dopo un commento critico di Umberto Croppi, ex assessore alle politiche culturali del Comune di Roma.

Questo è quanto ho contestato al presidente Schiattarella in assemblea e a questo mi è stato risposto di: “stare attento a quello che si dice perché noi abbiamo verificato la procedura e risulta tutto regolare“.

Bene, avete verificato ed è tutto in ordine.

Illustre Presidente la condizione che permette di affermare che “….risulta tutto regolare..” discende dall’aver verificato, Lei caro collega, che a Portoghesi è stato affidato un incarico  con parcella inferiore a 20.000,00 euro (e non gratuito). Solo in questo caso il Codice prevede la possibilità di affidamento diretto senza pubblicità e senza gara.

E allora, caro Presidente, in questi casi si fa una dichiarazione pubblica, anche a pagamento, nella quale si chiede al Comune di Roma di rettificare quanto dichiarato dal sindaco Alemanno (la consulenza a titolo gratuito di Paolo Portoghesi) perché, così come è stato dichiarato dal sindaco, si raffigura un illecito amministrativo, in quanto il Codice dei Contratti pubblici (Decreto Legislativo 12 aprile 2006, n. 163) non prevede la “consulenza” negli appalti pubblici, tanto meno a titolo gratuito.

Che si veicolino informazioni di questo genere è lesivo del decoro della professionalità degli architetti perché si svaluta il giusto valore al loro lavoro.

E’ questo, caro presidente Schiattarella, un problema deontologico, ben più grave dell’offrire la propria prestazione professionale a pochi euro su Groupon (come nel caso della collega Fastoso, unico caso di intervento rapido, sanzionatorio e implacabile che Lei si è concesso su questo tema).
Non ci venga solo a dire che è tutto in ordine (o in Ordine?), ma si adoperi per difendere efficacemente il decoro professionale di noi architetti romani, di fronte ad una amministrazione pubblica che lo ha ripetutamente violato.

Un Concorso di Architettura visto dalla parte delle Istituzioni

Il Comune di Terni ha bandito un concorso in due gradi, di un certo rilievo, per la progettazione di un “percorso pedonale sopraelevato tra piazza Dante ed il futuro sistema di attestamento di via Proietti Divi integrato alla stazione ferroviaria di Terni.

Dall’analisi del bando di concorso emergono spunti di riflessione molto interessanti, su cui vorrei porre l’attenzione, da cogliere in prospettiva della prossima Assemblea Generale dell’ 8 febbraio 2012, organizzata dalla RETE 150K ( vedi link ).

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Di primo impatto, dal mio punto di vista, vedo che c’è un tema urbano importante, una nuova “porta” per Terni e che questo tema è affidato sì in due fasi, la prima della quale è più libera si basa su proposte di idee progettuali sulla base delle quali ci sarà l’ammissione al secondo grado, che prevede un progetto preliminare, per 10 concorrenti. Al vincitore tra questi, verrà affidato il progetto definitivo.
Il materiale da presentare al primo grado di concorso non è eccessivo: una relazione di 10 pagine e una tavola formato A0.
Tuttavia la sorpresa arriva al momento del vaglio dei requisiti professionali richiesti: i professionisti, le società di ingegneria e i raggruppamenti devono avere dei requisiti economico finanziari di tutto rispetto: un fatturato globale negli ultimi cinque anni di 415.000 euro e, soprattutto, l’avvenuto espletamento di servizi di progettazione nelle classi IXb (costruzioni in acciaio in particolare ponti) e la IIIa (impiantistica) negli ultimi dieci anni, con parametri minimi riferiti all’importo dei lavori (4.800.000 euro e 1.1200.000 circa).

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Questo si configura come un filtro di ingresso molto selettivo.
Perciò ho telefonato al Responsabile del Procedimento, l’Arch. Roberto Meloni della Direzione Urbanistica, nonché Responsabile del PIT (Progetto integrato Territoriale) al cui interno è ricompreso l’intervento.
l’Arch. Meloni ha fatto luce sulle mie perplessità rispondendomi con argomenti solidi:
avremmo voluto fare un concorso di idee per questa progettazione, difatti nel mio computer ho due cartelle distinte: il concorso di idee e il concorso di progettazione in due fasi. La fase attuativa del PIT, che gestisce fondi comunitari Por-Fesr 2007-13, è stata avviata all’inizio del mese di dicembre 2011, con la sigla da parte della Regione della prevista Convenzione con il Comune di Terni. I vincoli posti dalle regole comunitarie per le quali l’intervento deve essere realizzato entro giugno 2015, pena la revoca dei finanziamenti, ha obbligato l’Amministrazione a rivedere l’ipotesi iniziale del concorso di idee, pensato per essere attivato almeno 6 mesi prima rispetto al concorso di progetttazione, il cui bando è stato pubblicato il 15 dicembre 2011.

Per organizzare il concorso abbiamo dovuto fare una corsa e ugualmente si dovrà correre per realizzare l’opera, avendo un cronoprogramma che lascerà ai lavori solamente due anni, tempo strettissimo per la tipologia dell’intervento e per la complessità del cantiere, da realizzare nell’ambito di uno scalo ferroviario in esercizio. Stando così le cose, la scelta a monte di progettisti che avessero una comprovata esperienza in questo specifico settore e che ci potessero assicurare di avere il necessario know how per procedere nei tempi e non farci perdere il finanziamento, è stata obbligata.”
” Per noi sarebbe stato più semplice, dato che l’incarico è sotto i 100.000 euro, chiamare con procedura negoziata (senza ricorrere ad un bando) un grande nome con esperienza nello specifico, ma noi crediamo che sarebbe stata una soluzione qualitativamente inferiore a quello che produrrà un concorso.”
Perciò, ho chiesto io, alla fine l’avere messo in piedi un concorso (anche se con questi stretti paletti di ingresso) è in realtà una scelta motivata soprattutto dalla vostra buona volontà?
Meloni ha risposto: “C’è una legge della Regione Umbria che dice chiaramente che le opere pubbliche devono essere realizzate con criteri qualitativi, ma non è vincolante, lo abbiamo fatto soprattutto per una volontà della nostra amministrazione, con tutto il carico di lavoro che ne ha conseguito”.
Con queste affermazioni ho superato una iniziale perplessità sul bando e ho cominciato ad intraprendere una più ampia riflessione sul meccanismo dei concorsi, della quale riporto solo due spunti tematici per una riflessione successiva più approfondita:

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Attualmente non c’è nessuna legge che costringa un’amministrazione pubblica a perseguire la qualità nelle opere e nei servizi di progettazione.

La soglia dei 100.000 è così alta che perfino un progetto così significativo (mi verrebbe da dire anche simbolico) per la città di Terni potrebbe essere redatto senza un concorso, cioè senza privilegiare la qualità del progetto in luogo della chiara fama del progettista.

La considerazione finale, che racchiude le precedenti, è che diviene urgente l’approvazione di una legge sull’architettura (noi di Amate l’Architettura abbiamo lavorato sulla bozza del Sole 24 Ore ( vedi link ), che possa però incidere sui meccanismi che muovono le istituzioni, come per esempio il codice dei contratti pubblici.
Nel frattempo, ho invitato l’arch. Meloni a venire all’assemblea della RETE 150K per parlarci un poco della difficoltà del fare buona architettura, vista dall’interno delle istituzioni.

La classe non è acqua

Questa estate ho fatto una gita ad Innsbruck, in Austria. La città, entrando dalla periferia, si presenta con quella classica grigia tristezza un poco decadente tipica di molte città austriache e tedesche.

Del centro storico, assai piccolo, resta memorabile il cosiddetto “tettuccio d’oro”, un bow window tutto d’oro finemente decorato.

Il mio obbiettivo era la visita all’Alpen zoo, caratteristico per la presenza di fauna proveniente esclusivamente dalle alpi.

Per andare allo zoo si prende una metropolitana ibrida: nella parte iniziale corre in orizzontale sotto terra, poi si inerpica su un costone come una sorta di cremagliera (anche se tecnicamente credo assomigli di più ad una funicolare).

Quando siamo arrivati al capolinea, la Stazione Congresso, sono rimasto molto colpito dalla pensilina che sovrastava le scale di accesso: una forma fluida composta da superfici rigate senza curve regolari. Molto elegante, fluida, leggera all’occhio. Avvicinandomi, ho provato a toccarla e con mia grande meraviglia mi sono reso conto che era composta da lastre di vetro curvate a caldo, tutte ovviamente differenti tra loro. Ho preso qualche scatto.

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A quel punto il mio interesse si è tramutato in stupore ed in seguito in ammirazione incondizionata: mi sono detto che chi aveva progettato quella struttura era un architetto bravissimo con una capacità tecnica elevatissima.

Alla fermata zoo il mio giudizio si è consolidato. Non solo la pensilina della seconda stazione era altrettanto bella, ma tutta la struttura di calcestruzzo armato era molto elegante.

Mi sono ripromesso al mio ritorno in Italia di cercare di verificare chi ne fosse l’autore.

Ebbene, stiamo parlando dell’ Hungerburgbahn disegnata da Zaha Hadid e realizzata nel 2007.

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E’ stato un progetto di rinnovo e potenziamento di una linea esistente, con soluzioni tecniche all’avanguardia (tipo i vagoni basculanti pin modo che i passeggeri siano sempre in piano), che è costato circa 50 milioni di euro.

Tanto di cappello all’architetto Hadid!

Poi mi è venuto in mente di chiedere a mia moglie (che non è architetto ma che negli anni ha imparato a convivere con tutte le fissazioni del marito architetto), se la pensilina della prima stazione l’avesse colpita particolarmente prima che io la facessi notare: “non particolarmente, carina ma l’ho apprezzata di più dopo che tu mi hai fatto notare nel dettaglio come era fatta e come era stata realizzata”. Questo, sinteticamente, è stato il suo giudizio.

Mi vengono perciò spontanee alcune riflessioni:

1. La Stazione Congresso era perfettamente integrata in un contesto storico senza cercare soluzioni mimetiche.

2. Le fermate di questa linea si possono confrontare senza complessi di inferiorità con capolavori come le fermate parigine.

3. La buona architettura (contemporanea) è poco appariscente. Non c’è bisogno di distinguersi a tutti i costi per realizzare un ottimo lavoro.

4. Molta architettura contemporanea è più bella di notte che di giorno: un illuminazione ben progettata (Zumtobel) mette in risalto i punti di forza del progetto.

Vi invito a vedere delle foto in notturna che ho trovato su internet:
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5. C’è un divario tecnologico sempre crescente tra l’architettura che può essere prodotta da uno studio normale e un super-studio come quello della Hadid. Mi chiedo se questo non stia contribuendo ad una sparizione di una buona architettura “comune”, fatta cioè da architetti non conosciuti al grande pubblico.