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Italia terra di missioni

Oggi abbiamo tenuto un incontro con ragazzi e ragazze dell’ultimo anno della scuola superiore. Il tema era: tendenze e linguaggi dell’architettura contemporanea.

Non essendo studenti con grandi conoscenze di arte (non hanno questa materia), ho pensato che era meglio fare un ampio preambolo sul perché ci occupiamo di architettura e perché c’è bisogno di architettura contemporanea.

Forse, anche a detta delle colleghe di Amate l’Architettura presenti, è stata la parte migliore dell’incontro. I ragazzi, appena hanno capito che non c’era odore di accademia e si rispondeva con franchezza e senza usare un linguaggio tecnico, pur essendo mentalmente aperti (per fortuna lo si può essere a diciotto anni), hanno espresso le loro giuste perplessità di fronte a esiti dell’architettura contemporanea, citando come esempi una piazza di paese avulsa dal contesto del luogo, la famigerata teca dell’Ara Pacis, le mostruosità dell’edilizia economica e popolare degli ultimi trenta anni.

Come dare loro torto?
Eppure ho ribattuto che come nell’architettura antica anche in quella contemporanea ci sono architetti bravi e non; che un buon progetto al 50% dipende dal progettista ma che per il restante 50% deve avere un buon committente che deve seguirlo (mi piacerebbe dire braccarlo) in tutte le fasi progettuali, come nell’esperienza di alcuni amici che hanno partecipato a concorsi in Germania; che, infine, si deve fare l’abitudine all’architettura contemporanea. Ricordate negli anni ’50 e ’60 che il centro storico era considerato vecchio e la gente voleva abitare nelle zone nuove? Che sempre allora il centro storico costava poco per questo motivo? I quartieri nuovi andavano di moda.

E’ questa allora una questione squisitamente culturale: se negli anni ’50 le persone influenti erano gli intellettuali e gli artisti (mio padre me li additava come star quando li incontravamo) ora sono personaggi senza storia e cultura. La società ha marginalizzato la ricerca estetica (in realtà in  Italia si è abiurata qualsiasi ricerca) e le tensioni intellettuali, ma soprattutto, ha cancellato la pluralità dell’informazione.

Dall’assenza di architettura contemporanea a quella di latitanza della pianificazione/progetto architettonico il passo è stato breve, perciò le domande che sono state poste da questi ragazzi sono basilari: come è possibile che si costruisca in assenza di pianificazione (o in accordi di programma che è la stessa cosa)?

Se il consumo di territorio, l’espansione dissennata della città con i non luoghi (centri commerciali, ecc. ecc.), la mancanza di una politica urbanistica basata sul trasporto pubblico, sulla densificazione della città sono delle politiche suicide per la sostenibilità ambientale perché nessuno lo dice?
E quali sono le strategie per contrastare questo suicidio di massa?
La risposta che ho dato è univoca. Il progetto innanzi tutto.

Non possiamo rincorrere le lobby dei costruttori-proprietari fondiari, legate ai politici, per espandere una città. Sono loro che devono adeguarsi alla pianificazione che valuta quale è la soluzione più sostenibile a disposizione.

Ma se il progettista non ha più una posizione di rilievo nel processo edificatorio, se abbiamo una regolamentazione degli appalti e delle progettazioni orientata al massimo ribasso, se lìistituzione è un soggetto debole (e colluso) e non forte della pianificazione come possiamo invertire indirizzo inaccettabile?

Io credo che si invertirà da solo perché se abbiamo mangiato territorio in venti anni pari al Lazio e all’Abruzzo messi insieme. Se una persona che abita nelle periferie di una grande città deve alzarsi alle 4,30 del mattino per trovarsi al lavoro alle 8,00 (viaggiando con i mezzi pubblici), si è superata la soglia di sostenibilità. Quando le persone acquisiranno una conoscenza sufficiente del problema sarà però troppo tardi.

Quello che forse possiamo fare è accelerare questo processo tornando a formare una coscienza critica nelle persone. Ricominciando a parlare di architettura residenziale, sociale, di pianificazione (vera!), di architettura contemporanea (oddio, scusate mi è scappata l’eresia) con un promotore pubblico incalzato dalla consapevolezza delle persone.

Bisogna informare i giovani, quelli che hanno ancora forza per giocare duro in questa partita.
I ragazzi hanno diritto di sapere perché sono inquieti, nel senso che lo sono ma forse senza troppa consapevolezza di alcune cause del loro malessere.

Finita la stagione dell’impegno politico degli anni ’70 c’è stato un vero disimpegno nelle tematiche e nella ricerca dell’abitare.

La gestione del territorio è politica. Le gestione delle risorse finite è politica. Il diritto alla bellezza è politica.

E’ per questo che si evita accuratamente di parlarne sui mass-media. Si fanno volare sopra la testa della gente-catodizzata le decisioni che condizioneranno la loro esistenza e quella delle generazioni che li seguiranno.

L’Italia, l’ex Belpaese (o quello che ne rimane), deve essere nuovamente evangelizzata sulla bellezza come parte imprescindibile della qualità della vita.

P.S.

Dopo un’ora e mezzo di spiegazioni e divulgazioni sul linguaggio dell’architettura contemporanea, ho chiesto ai ragazzi che in precedenza mi avevano formulato riserve, se apprezzassero l’edificio della Stadthaus di R.Meyer a Ulm che stavo mostrando, edificio a mio modesto parere di grande rigore progettuale.

meyer

La risposta, per fortuna sincera, è stata negativa.

La considerazione che ho fatto è stata questa: al di là dei gusti personali, bisogna fare l’occhio alle cose. Quando l’architettura contemporanea sarà una pratica comune e non eccezionale potremo avere giudizi più sereni sugli edifici. Questa considerazione vale anche per i colleghi che si sono accapigliati su un post precedente.

Libertà di cambiare

Come un orologio fermo può segnare l’ora esatta due volte al giorno, così anche il nostro Presidente del Consiglio può fare delle proposte interessanti.

Da buon ex palazzinaro sa bene che l’edilizia è uno dei grandi motori economici di un paese, di sicuro il meno delocalizzabile (se non per la mano d’opera).

Se non ci facciamo accecare dal filtro ideologico come hanno fatto i nostri vetero-maestri d’architettura, sottoscrittori del manifesto contro la legge sull’edilizia (http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/legge-ed-edilizia-del-governo/index.html), potremo vedere anche la metà piena del bicchiere che ci è stato offerto.

palazzina

Questa palazzina è per sempre.

Analizziamo la situazione attuale: il patrimonio edilizio italiano è trattato dalla normativa come un qualcosa di immodificabile, indistruttibile, eterno.

La maggioranza degli edifici esistenti sul nostro territorio è stata costruita a partire dal secondo dopoguerra. La qualità media di questi edifici sotto il profilo energetico, funzionale ed estetico è terrificante. Abbiamo saccheggiato il territorio disseminando le costruzioni, abbandonando un modello di città compatta. A differenza di altri paesi europei, in molte aree italiane non esiste più il confine tra città e campagna.

Eppure se si va a richiedere un permesso di costruire in un piccolo comune dell’alto Lazio, come è capitato al sottoscritto, il proprietario del fondo ti affianca un tecnico locale “perché così non rischiamo”. Se si va a richiedere il permesso di cambiare colore ad un fabbricato intensivo di un quartiere romano periferico, come è successo al sottoscritto, il geometra a capo dell’ufficio tecnico ti nega l’autorizzazione perché “archité, sto’ colore nun se può guarda’, stona coll’artri affianco (che sono di color cacca)”, però visto che sa che stai lavorando per un importante impresa aggiunge “fallo uguale, tanto nun te controlla nessuno”.

In quarant’anni è stata una mostruosa macchina burocratica, il cui fine è quello di alimentare se stessa e gli amici connessi, incapace di salvaguardare il nostro paese.

Quando il governo di un territorio non si basa sull’incentivo alla convenienza del rispetto delle regole comuni ma su quello dell’obbedienza a incomprensibili regole vessatorie, il risultato è il condono edilizio. Un rito catartico che si ripete con una cadenza fisiologica.

Pianificare, pianificare.

Vogliamo parlare di pianificazione? Il Comune di Roma, dopo decenni di travaglio finalmente approva il nuovo Piano Regolatore. Dopo un iter travagliatissimo nel quale si sono scontrate le componenti verdi e quelle immobiliariste sui metri cubi costruibili e sulle aree verdi da salvaguardare nella cinta romana, finalmente viene partorito questo piano sofisticatissimo, corredato di ottomila tavole, definizioni, indici e compagnia bella regolato secondo il principio delle “nuove centralità”: tutti i quartieri nuovi costruiti devono avere un mix funzionale (uffici, negozi, abitazioni, ecc.) ben dosato che riduca al minimo la necessità di spostarsi in altri quartieri. Peccato che immediatamente dopo l’approvazione del piano, prima delle elezioni comunali (che la sinistra ha perso chissà perché?) si sia andati in deroga al piano: contrordine compagni si fanno quartieri-dormitorio perché così piace ai costruttori!

Però ora che abbiamo cambiato amministrazione, sicuramente i nuovi arrivati, censori della vecchia amministrazione, cambieranno registro.

Ebbene, il sindaco Alemanno ha deciso che per ovviare alla mancanza di abitazioni si può costruire su aree agricole, a macchia di leopardo, con un unico criterio basato sulla distanza dalla metropolitana.

E il piano? Carta straccia.

Ma dove vivono gli italiani?

Ho sentito dire all’on. Dario Franceschini che la maggior parte della gente vive in palazzi multipiano. Non è vero. La maggior parte delle abitazioni italiane è fatta di piccole case mono e bifamiliari. La maggiore aspirazione degli Italiani è di trasformarsi in “tavernicoli”. Ci sono regioni, come il Veneto, dove non c’è più spazio per costruire o allargare strade perché è stata costruita al margine di esse una ininterrotta sequenza di case e capannoni, capannoni e case.

Dobbiamo distinguere quindi le possibilità d’intervento a seconda delle tipologie edilizie: come non è vero che non è possibile intervenire su edifici multipiano (basti vedere gli esempi di riqualificazione energetica ed estetica che hanno operato su esempi berlinesi) così è vero che nelle piccole abitazioni mono-bi-quadrifamiliari, con minori vincoli strutturali e spaziali, c’è la maggiore possibilità di riqualificazione.

Come intervenire.

Cominciamo a fissare dei punti per trarre profitto da questa proposta di Berlusconi:

  1. Il patrimonio edilizio comune (cioè non di pregio) deve essere facilmente modificabile a patto che la modifica risponda alle esigenze attuali della sostenibilità ambientale.
  2. Più si riqualifica un edificio più si può premiare il promotore dell’opera attraverso cubature aggiunte. Le riqualificazioni possono essere volte al contenimento energetico o alla riqualificazione estetica. Per fare un esempio un edificio ad emissioni zero può essere ricostruito con una cubatura maggiore di uno con un contenimento energetico inferiore. Se esiste un progetto integrato (che preveda di sanare tutte le superfetazioni o di modificare l’aspetto generale delle facciate) di riqualificazione estetica di un edificio non vincolato, questo non può essere respinto da un’amministrazione, fatti salvi i casi in cui esista un vincolo. Anzi diamo un incentivo alla voglia di cambiare.
  3. Passiamo dal concetto di piano regolatore, con vincoli rigidi imposti dall’alto, al concetto di piano autoregolatore, dove io, proprietario, posso apporre modifiche al mio fabbricato se non ledo i diritti degli altri abitanti interni e limitrofi. Di quali diritti parlo? Dei diritti alla luce solare, alla vista che hanno i miei vicini, alla stabilità delle strutture dello stabile e dei terreni circondanti il mio edificio, al rispetto delle falde acquifere, alle emissioni che emetto con la tecnologia e materiali che uso, agli scarichi di combustioni e acque reflue che produco.
  4. Modifichiamo la normativa in modo che sia conveniente intensificare le costruzioni in ambienti già semiurbanizzati per salvaguardare le aree rurali coltivate e non che non siano state compromesse o quasi dall’urbanizzazione. La sopravvivenza delle generazioni a venire si baserà sulla salvaguardia delle aree coltivate e delle foreste.
  5. Distinguiamo, come già detto, le possibilità di intervento a seconda delle tipologie edilizie, fatti salvi limiti inderogabili come altezze massime, distacchi e altri.

In Italia, fino al XX secolo gli edifici erano sottoposti ad una continuo e proficuo aggiornamento funzionale ed estetico. La città mutava continuamente seguendo le esigenze delle persone e i mutamenti culturali della società. L’organismo urbano era un work-in-progress dove gli errori delle generazioni precedenti venivano corrette dalle successive. Ora è una palude immobile nella quale si ritiene che le modifiche dell’esistente possono essere solo peggiorative.

Io dico lasciatemi essere arbitro delle mie scelte, lasciatemi plasmare la città con il segno del mio tempo.

Quelli che verranno dopo di me giudicheranno cosa sarà opportuno mantenere e cosa cambiare di ciò che ho fatto.

Sulla Fabbrica Solimene a Vietri. E oggi?

In questi giorni, mettendo ordine nel mio archivio fotografico ho rivisto le foto che ho fatto alla Fabbrica Solimene a Vietri, progettata dall’arch. Paolo Soleri.

Fabbrica Solimene

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Voglio condividere con Amate l’Architettura le seguenti considerazioni:

  1. Se avessero presentato al giorno d’oggi un progetto così fuori dagli schemi come questo non sarebbe mai passato in commissione edilizia: basterebbe già un vincolo paesaggistico per bloccare tutto.
  2. E’ vero che Soleri si era conquistato l’amicizia di Vincenzo Solimene, ma quanti imprenditori al giorno d’oggi, a cantiere iniziato, chiamerebbero “un pazzo” che lo stravolga e incorra nel pericolo di “perdere tempo” per la chiusura del cantiere (non a caso l’edificio fu cominciato nel 1952 e finito nel 1956)?
  3. La standardizzazione delle soluzioni tecnologiche odierne, o meglio la delega ai produttori della ricerca della soluzione tecnologica, ci ha un po’ impigrito. Non  a caso salvo forse per opere di grande importanza, siamo abituati ad utilizzare soluzioni preconfezionate, dalle pareti ventilate all’illuminotecnica, anche quando potremmo essere in grado di trovare soluzioni originali all’interno del proprio studio.

Per il resto lascio parlare le immagini.