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Roma a 4000K

Dopo circa un anno e mezzo (aprile 2017) dall’inizio delle sostituzioni delle vecchie lampade al sodio, nel centro storico di Roma, con nuove lampade a LED e dopo la levata di scudi di associazioni (culminata con una lettera pubblica di protesta al Ministro Franceschini), comitati, uomini e donne di cultura e semplici cittadini, dopo che, spinto dalla pressione delle associazioni, l’assessore all’urbanistica e lavori pubblici Montuori ha convocato con ACEA e Università, pur non invitando associazioni e comitati firmatari (ma che concezione vecchia e chiusa della gestione della cosa pubblica!!!), prospettando una collaborazione con le Università per la revisione del piano (precisamente con il master in lighting design della sapienza ed il laboratorio di illuminotecnica ed acustica di Roma Tre), il risultato che ne è derivato è un nulla di fatto.
Evidentemente ai componenti di questo tavolo di lavoro il non-progetto della sostituzione della tecnologia della pubblica illuminazione del centro storico andava bene così.
Anzi, se possibile, ne è risultato che c’è margine per fare peggio, come la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio stanno a testimoniare.

Dunque, è il momento opportuno per imbastire un ragionamento su quali potrebbero/dovrebbero essere le linee guida, gli spunti, per la progettazione della luce nella città storica di Roma. Questo articolo è volto quindi ad aprire una discussione su questo tema.

Illuminazione notturna del foro di TraianoA Roma non si pianifica più da quasi trent’anni. L’ennesima riprova di questo assioma è stato uno scellerato cambio di tecnologia della pubblica illuminazione, avvenuto all’inizio del 2017.

Perfino alcuni autorevoli quotidiani stranieri hanno parlato dell’effetto di questo cambiamento sulla percezione degli spazi pubblici del centro storico e della prevedibile reazione dei romani.

Cosa è successo esattamente? A partire da circa l’inizio del 2017, nel centro storico, sono state cambiate le lampadine al sodio, tecnologia presente da almeno una trentina d’anni nella Capitale, con lampade o piastre a LED, tenendo come unico parametro una luminanza di 20 lux (è un valore da me supposto, ma forse non ho sbagliato più di tanto) al metro sulla strada e una temperatura di colore di 4000 gradi Kelvin, che dà una luce fredda, tendente all’azzurro/verde.

Chi ha concepito questo cambio? Dal risultato si direbbe nessuno, vale a dire che non c’è un progetto illuminotecnico dietro questa operazione.

Il Comune, probabilmente, ha dato incarico ad ACEA, il gestore della pubblica illuminazione, di presentare una proposta e, come è costume delle partecipate romane e non solo, costoro, pieni di bravi elettricisti, hanno pensato che sapere avvitare e svitare una lampadina fosse sufficiente per cambiare la luce ad una città come Roma.

Il Comune, infatti, ha saputo snocciolare solo i dati relativi al risparmio energetico ed economico, come se i cittadini non avessero gli occhi per vedere.

Cominciamo ad affermare che non necessariamente la luce gialla prodotta da un lampada al sodio sia meglio di quella prodotta da una lampada a LED. Una lampada al sodio ha una resa cromatica (il Color Rendering Index o CRI, ci dice in che modo una sorgente è in grado di riprodurre il colore di un oggetto da essa illuminato) pari a 20, mentre le nuove lampade installate a Roma hanno un CRI 70. Nella foto che segue, si può vedere come, con la luce gialla, spariscano molti dettagli della facciata dell’edificio, confrontati con la facciata al LED. La luce gialla tende ad appiattire i piani prospettici, ma piace perché avvolge tutto un un alone di “mistero”.

piazza Cairoli

Per essere corretti, abbiamo dubbi anche su questo dato (il CRI 70), dichiarato dal Comune. Se si gira per la città, come abbiamo fatto noi, non è difficile scorgere a occhio palesi differenze di dominante della luce tra zone e zone. Per esempio tra il Lungotevere dei Vallati, che ha una dominante grigio-azzurra e Porta Cavalleggeri, che ha una dominante verde. Il colore della dominante si scorge soprattutto vedendo la sorgente luminosa con una visione laterale.

Lungotevere dei Vallati

Molti monumenti romani, già da tempo, sfruttano una sorgente di luce bianca per valorizzarne l’Architettura anche di notte.

Altare della Patria e illuminazione stradale di piazza Venezia

Anche i Fori Imperiali sono stati illuminati (non senza critiche degli addetti ai lavori) da Vittorio Storaro con questa tecnologia, non con le lampade al sodio

Il foro di Augusto illuminato da Vittorio Storaro

Il nodo del problema è che Roma, particolarmente nelle zone centrali e storiche non è una città come le altre. A Roma la gente va per sognare e, a detta dei più, le nuove lampade a LED a 4000°K restituiscono una luce da obitorio.

Porta Cavalleggeri

Allo stato delle cose è evidente la mancanza di un progetto di lighting design, fatto da progettisti specializzati in questa disciplina, che contempli le molteplici necessità del centro storico più grande d’Europa.

Per esempio: in un contesto urbano possono esserci delle gerarchie, le vie, i piani prospettici degli scorci, i monumenti con maggiore o minore rilevanza.

illuminazione monumentale: ponte Vittorio Emanuele II e Castel s.Angelo sullo sfondo

Finora si è optato per la differenziazione delle lampade delle vie pubbliche con quelle dei monumenti puntando a differenziarli visivamente, ad uno stacco tra loro, ma non è per nulla assodato che tale scelta sia pregevole.

Nel caso di Roma, massimamente rivestita di travertini e intonaci (dai bianchi del ‘500 al “colore del cielo” del ‘600, fino all’ocra del 700) potrebbe essere una scelta vincente quella che i colori dei palazzi monumentali siano valorizzati, anche in una visione notturna.

illuminazione a LED dei travertini di ponte Sisto

illuminazione del colore di Roma: Sodio vs LED a s. Andrea delle Fratte

Va inoltre pianificato il grado di illuminazione delle vie, una per una, rispettando, ovviamente, i parametri per contenere l’inquinamento luminoso. Può darsi il caso, infatti, che ci siano vie con facciate meno interessanti, che possono tenere una illuminazione bassa o vie delimitate da quinte urbane che vanno illuminate maggiormente. Anche questo va deciso in un piano della luce.

Si guardi per esempio l’immagine successiva che ritrae via Margutta, una delle vie più celebrate dai pittori del ‘900. L’illuminazione è bassa. Delle facciate si scorge ben poco.

via Margutta

Nel caso specifico, oltre l’altezza va definita anche l’ampiezza della curva fotometrica che emette il lampione. Si guardi la differenza tra la lampada a LED e quelle al sodio di una via del Rione Monti.

comparazione del risultato dell’illuminazione con diverse curve fotometriche al Rione Monti

Questo ultimo aspetto apre il discorso all’errore più grave che è stato commesso: pur avendo una commissione di proporzioni gigantesche, non è stato fatto alcun tipo di ricerca relativamente ai sistemi più idonei per adattare le sorgenti a LED ai vecchi lampioni. Adducendo problemi di riflessi , sono stati rimossi i vetri dagli storici lampioni fissati sulle pareti degli edifici ed è stata sbrigativamente fissata una piastra con LED sulla cupola metallica posta nella parte superiore del lampione.

i nuovi lampioni a LED senza vetri, con la sorgente luminosa sulla cupola della lampada

i vecchi lampioni con lampade al sodio con vetri e sorgente luminosa centrale

La luce risultante è quindi molto concentrata ed è stata creata una perfetta casa per i piccioni che infestano tutto il centro. In poco tempo, dunque, i lampioni sono lordati dagli escrementi degli uccelli. Sollecitati dalle associazioni dei cittadini sono corsi ai ripari rimettendo in alcuni casi, i vetri.

Perché la luce al sodio “fa sognare”? Perché restituisce meno informazioni, meno dettagli delle superfici che illumina. E’ questo probabilmente il secondo aspetto più rilevante, assieme a quello del colore, su cui un progettista della luce dovrebbe ragionare. Sia chiaro, avere più o meno dettagli visibili non è “meglio” o “peggio”, è semplicemente una scelta progettuale da operare in un ampio contesto di scelte.

Sodio vs LED: via degli Annibaldi

sodio vs LED: ponte Cavour

sodio vs LED: via Panisperna

Era questo inoltre il momento di affrontare una stratificazione dei corpi illuminanti avvenuta per più di 100 anni. Ai vecchi lampioni, derivati da quelli a gas, si sono affiancati altri lampioni alti dal disegno caratteristico (soprattutto nelle piazze ottocentesche) e i “campanoni” (le cosiddette lanterne modello “Roma” del 1925) sospesi con cavi d’acciaio tra i palazzi. Queste lampade storiche hanno, con la loro luce definita e con la loro forma storicizzata, caratterizzato le notti romane.

stratificazione e confusione delle tipologie di lampade nel centro storico: Lungotevere in Augusta

Un’ultima considerazione, riguardo ad un piano luce delle zone storiche di Roma, va fatta per il rapporto tra illuminazione privata e contesto pubblico.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di edifici con una propria illuminazione di facciata, di qualità e non, completamente avulsa dal contesto. Sono edifici di proprietà uniche, come hotel e grandi magazzini. Anche in questo caso si rischia di perdere una gerarchia dei segni, dei punti di vista, che sono una caratteristica precipua dell’urbanistica del centro di Roma. Un edificio isolato illuminato, infatti, può disturbare una vista prospettica che contenga monumenti pubblici e fondali importanti; più edifici illuminati in uno stesso contesto possono produrre l’effetto “Las Vegas”. Non ultima andrebbe affrontata, come si è fatto per insegne e cappottine, anche l’illuminazione dei negozi.

illuminazione di edifici privati a via Milano

piazza di Spagna: illuminazione dell’ambasciata di Spagna. Si noti il cornicione.

Un esempio dell’illuminazione non regolamentata dei negozi: via Frattina

Non è sempre necessario illuminare un edificio pubblico, con un valore storico-artistico. Non è sempre necessario evidenziarlo con una luce diversa. Certe volte è bene illuminarne solo alcune parti per restituire le suggestioni di una città unica come Roma, come ci mostra questa foto presa a piazza S. Silvestro, con la delicata illuminazione della chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni.

piazza s. Silvestro: a sinistra la chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni con la sola illuminazione della cupola, della lanterna e del campanile, accompagnata da una delicata illuminazione della facciata.

E’ Disneyland quello che vogliamo? Dobbiamo chiedercelo e fare, anche in questo caso, delle scelte.

L’amministrazione capitolina, attuale e passata, ha operato nella più totale insipienza. Anche di recente ha realizzato progetti, questa volta con il Dipartimento SIMU con la solita nefasta collaborazione di ACEA (Areti spa, del gruppo ACEA), che hanno prodotto risultati devastanti. Non ultima la ferita nel cuore pulsante di Roma: la nuova illuminazione di piazza del Campidoglio, (qui la galleria fotografica) dove l’ordine gigante michelangiolesco dei palazzi dei Conservatori e dei Musei, studiato in tutti i testi di storia dell’Architettura, viene tagliato in due e la gerarchia della facciata (le concavità del portico, l’ordine gigante, il cornicione di coronamento) viene annullata da uno “spezzatino luminoso”.

la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio.

Vogliamo, da architetti e da romani, che qualcuno affronti il tema del progetto complessivo della luce di Roma e si accolli la responsabilità delle sue scelte, compresa la Sovrintendenza, che da tempo sembra latitante.

 

Regesto di articoli pubblicati sull’argomento:

Trastevere, candele alle finestre contro le luci a led – Corriere

Nuova illuminazione di Roma_ l’ Interrogazione delle associazioni alla Sindaca _

Fermate subito la nuova illuminazione, è un attentato alla Bellezza di Roma – Emergenza Cultura

Roma Capitale e Università per nuova illuminazione della città. Piano LED al via i sopralluoghi.

Illuminazione: sopralluoghi per il piano LED: “lavorare per il bene della città”

Roma a LED, l’assessore accelera sul piano: “Entro l’anno luci nuove in tutta la città”.

Alcuni articoli tratti dal sito “Carteinregola” riportanti notizie sulle azioni principali messe in atto dai comitati per sollevare il problema:

Piano Led: questa non è una battaglia radical chic

Il Mibact fermi il piano LED: appello al Ministro

Piano LED: chi decide la qualità della città

Al Tavolo per la revisione del Piano LED non sono invitati i comitati

 

 

Tutte le foto dell’articolo sono dell’autore (© Giulio Paolo Calcaprina), con eccezione dell’ultima presa dal sito “il metropolitano.it”

La coerenza dell’Architettura

Premessa: non ho voluto rispondere finora perché volevo vedere cosa avrebbero risposto gli altri interpellati. Perciò la mia risposta non è solo “pro” ma anche “contro”: contro la maggior parte delle risposte già date perché hanno perso di vista la finalità dell’Architettura, confondendola con altre cose.

A cosa serve l’Architettura?

L’Architettura è semplicemente un linguaggio abitabile, che alla stregua di altre arti, serve a comunicare dei concetti. La buona Architettura è quella che riesce ad esprimere, cioè a cogliere sinteticamente, il senso del proprio tempo. E come tutte le forme di espressione deve una coerenza interna, una propria grammatica.
Tutte le costruzioni che non tendono ad esprimere qualcosa sono classificabili come edilizia.
Allego a questo scritto quattro immagini di straordinaria “coerenza interna” che abbiamo mostrato nelle lezioni di alfabetizzazione architettonica condotte da Amate l’Architettura nelle scuole.
La buona Architettura è l’unica che sopravvive al giudizio di valore delle generazioni successive, perché travalica il proprio tempo e continua ad esprimere un contenuto anche con il contesto mutato.

 

00a Toyo Ito-Prada concept

Concept design di Toyo Ito per il progetto del Prada Shop a Omotesando (Tokyo)

 

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Schemi compositivi della House IV di Eisenmann

 

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Ordini di Vitruvio nella prima edizione italiana di Cesare Cesariano

 

Tracé regulateur Le Corbusier

Tracé regulateur di alcuni edifici progettati da Le Corbusier

le 7 categorie di persone che visitano un appartamento ad Open House

Alcune immagini degli appartamenti di OHR 2016

Alcune immagini degli appartamenti di OHR 2016

Quest’anno ho avuto la ventura di poter partecipare a Open House Roma con un mio lavoro: un piccolo appartamento in centro storico.

Pur travolto dall’inaspettato ed elevato afflusso di persone, sono riuscito a ritagliarmi qualche istante per riflettere, individuare e “catalogare” le principali categorie di persone che sono venute a farmi visita. Le elenco:

  1. i prospettivi, che sono quelli che stanno per dare avvio ai lavori di casa (in prospettiva, quindi) e stanno valutando soluzioni, soppesando gli approcci professionali, stabilendo il livelo del lavoro (ed economico) a cui intendono arrivare.
    Si riconoscono perché sono preparatissimi, estremamente attenti ad ogni spiegazione e sono quelli che, se c’è una buona soluzione, la apprezzano manifestamente.
  2. I fai da te quelli che hanno fatto, stanno facendo o faranno lavori dentro casa, tutti concepiti (e talvolta realizzati) “home made” e che, quando individuano qualcosa che hanno fatto, simile a quello che vedono nel tuo appartamento, sprizzano di gioia genuina e te la comunicano. Questi hanno una sottocategoria: i “problematici”: quelli che, mentre tu stai spiegando come hai realizzato un piatto doccia costruito artigianalmente, ti parlano delle infiltrazioni del loro lastrico solare condominiale, chiedendo lumi sulle diverse soluzioni tecniche adottabili.
  3. I cultori della materia: quelli che vanno a vedere gli appartamenti come altri vanno a vedere le mostre di pittura alle Scuderie del Quirinale. C’è stato un signore che mi ha detto che ha partecipato a tutte le edizioni romane di Open House e ha visto, in questi anni, solo appartamenti (“tutti belli!”, ha aggiunto). A loro va tutta la mia simpatia ed il mio ringraziamento per avermi fatto sentire, per qualche minuto, un maestro dell’Architettura.
  4. I titolari di ditte/geometri, individuabili dal fatto che ti fanno domande solo sulle modalità tecniche delle soluzioni adottate, specie se riguardanti le finiture, disinteressandosi completamente del pensiero progettuale che sta dietro.
    Finalmente, come la Settimana Enigmistica, potrò vantare dei tentativi di imitazione.
  5. I colleghi architetti, riconoscibili dal fatto che fanno domande sia sulle soluzioni tecniche della realizzazione che sulla logica progettuale, intuendo già le risposte e verificando se le mie risposte corrispondono alle loro intuizioni. Con costoro si è innescata una affinità empatica mista ad una sana competizione, in salsa un po’ goliardica. Trovare il tempo per andare a trovare un collega (e ascoltarlo) è una cosa che fa loro onore. Io, lo confesso, non ci sono riuscito, quest’anno, e mi dispiace.
  6. I colleghi architetti-ingegneri (i solo-ingegneri non sono riuscito ad individuarli, devo fare più esercizio. Ho il dubbio tuttavia che vadano a vedere gli appartamenti), che ti chiedono se, sulla struttura metallica (a pendolo) che hai inserito nell’appartamento (per ovviare ad un carico concentrato) hai fatto una prova di trazione del ferro.
  7. Gli studenti che, forse per il divario di età che ormai ci divide, non si capisce se quello che vedono piace loro o no, se i dettagli tecnici che stai dando li trovano interessanti, se ti considerano o no un povero guitto dell’Architettura che accrocca qualche soluzione facendo ricorso a qualche anno di esperienza (ma che loro, quando saranno architetti, surclasseranno; cosa che noi ci auguriamo vivamente).
    Insomma, questi visitatori-sfinge sono il vero mistero che si è rivelato in questa breve e significativa avventura umana che ho vissuto lo scorso fine settimana.

A tutte queste categorie, che ho un po’ dileggiato, con bonarietà (giuro!), va il mio sincero ringraziamento per avere sopportato con pazienza 25 minuti di spiegazioni ogni turno, per 65 metri quadri utili di superficie (2,6 minuti/mq).

Agli organizzatori di Open House Roma 2016, nonché ai volontari che li hanno assistiti, va invece tutta la mia riconoscenza e l’ammirazione di professionista perché, per la promozione e la comunicazione dell’Architettura Contemporanea e della complessità del lavoro degli Architetti, fanno più queste 48 ore di aperture appassionate che decine di inutili e paludate mostre ed eventi culturali.

P.S.
Se qualche collega/espositore è riuscito ad individuare altre categorie di visitatori per piacere aggiunga un commento.

Weniger aber besser – Poco ma buono

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In Architettura si parla spesso di rifunzionalizzazione o recupero.

Per rifunzionalizzazione si intende un processo di riconversione di strutture già esistenti, non più in uso, perché le funzioni per cui erano state costruite non sono più richieste, o perché le strutture stesse sono obsolete rispetto alle funzioni che ospitano.

In genere, il problema maggiore legato al recupero di queste aree è legato alla sostenibilità economica dell’operazione.

I manufatti da riconvertire hanno bisogno di un plus valore, un valore aggiunto, che faccia da volano all’operazione.

Quando si hanno poche idee, si pensa che l’unico modo per rendere sostenibile una riconversione sia un consistente premio legato alla dimensione quantitativa dell’operazione (un consistente premio di cubatura, per esempio, nelle operazioni immobiliari); quando, invece, di idee se ne hanno un po’ di più, si prova ad immaginare una sostenibilità legata ad una dimensione qualitativa.

Una piccola azienda artigiana di Roma, la Elettroevoluzione, ci dà una lezione esemplare in questo senso.

L’azienda opera nel campo dell’audio design e fabbrica dispositivi di riproduzioni audio riconvertendo vecchi elettrodomestici, obsoleti sotto un profilo funzionale ma dal design riconoscibile, in nuovi dispositivi audio.

Particolarmente significativa è la scelta degli oggetti su cui questa startup ha operato le prime riconversioni: piccoli elettrodomestici della Braun come il famoso rasoio elettrico a batterie sixtant SM 31 (trasformato in radio-rasoio), lo spremiagrumi CJ3050 (trasformato anch’esso in radio-spremiagrumi), gli asciugacapelli HLD4 disegnati da Dieter Rams o il phon HLD5 di Weiss/Gruebel, ma anche la bistecchiera (modificata in giradischi-bistecchiera), la yogurtiera, la piastra per i waffle (riconvertita in cd-waffle-machine), della Rowenta, e ancora altri

Nella fattispecie il design della Braun, caratterizzato dall’opera di Rams è famoso per il proprio minimalismo ed è condensato in questa frase che utilizzò per spiegare il proprio lavoro: “Weniger, aber besser”, e cioè Poco, ma buono”.
Il minimalismo della Braun è la chiave per la quale questi oggetti trascendono il proprio tempo e sono diventati appetibili come oggetti da collezione. Questi (ex) elettrodomestici sono dei classici senza tempo.

La rifunzionalizzazione operata da Elettroevoluzione dona loro un nuovo tempo, una nuova funzione rispettosa del loro status di opera d’arte/di design.

La grande intuizione (ed abilità) insita nel lavoro dell’azienda consiste nel rispettare integralmente l’oggetto senza manometterne l’involucro esterno: i tasti di accensione, del volume o di sintonizzazione sono ricavati da quelli esistenti. Se questi non sono sufficienti, come nella riconversione dello spremiagrumi CJ3050, si è ricavata una manopola tagliando a metà il cono superiore, realizzando, nei fatti, una nuova manopola invisibile.

Una grande lezione, per tutti i designer e gli architetti, da persone competenti che hanno compreso perfettamente le logiche del mercato e del marketing, a cui dobbiamo guardare con grande attenzione.

Più che di un medico, Roma ha bisogno di un architetto.

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I due anni di “politica marziana” del dimissionario sindaco Marino ci hanno permesso di focalizzare meglio le dinamiche della Capitale, grazie proprio a quello che è stato e non è stato fatto.

Marino ha contribuito a portare in luce le dinamiche perverse della gestione degli appalti, delle partecipate comunali, dei potentati mafiosi.

Questo gli va riconosciuto.

Marino ha avuto anche il merito di spingere fortemente verso una partecipazione cittadina allo sviluppo della città. Noi di Amate l’Architettura abbiamo avuto esperienze dirette in due occasioni: nell’area delle ex caserme di via Guido Reni (Qui i nostri sette articoli sulla vicenda delle ex caserme: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e per i cosiddetti piazzali est e ovest della stazione Tiburtina.

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Purtroppo la sua azione non è andata molto oltre, sicuramente anche a causa della assoluta inadeguatezza delle persone che compongono il suo partito a Roma.

Colpisce tuttavia, sui mezzi di informazione, l’assenza da tutti i commenti su una questione che a noi risulta lampante: questa consiliatura, come tutte le precedenti degli ultimi 30 anni, non ha mai proposto un’idea di città.

Sembra un discorso un po’ astratto, da architetti frustrati, ma a pensarci bene per una città, con problemi enormi e pochi soldi per risolverli, il modo migliore di razionalizzare le soluzioni è progettarle, possibilmente con soluzioni creative.

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Facciamo un esempio facile facile.

Il problema dei problemi dell’Urbe è il traffico. Il traffico si risolve con un trasporto pubblico efficiente (non con i parcheggi in centro!) con i disincentivi ad utilizzare mezzi privati ad elevato impatto ambientale (l’automobile) e con l’incentivo ad utilizzare quelli privati sostenibili.

Riguardo a questo punto è dimostrato dall’esperienza di altri contesti che la creazione di una rete efficiente di ciclabili, unita alla possibilità di utilizzo con bici dei mezzi pubblici, può scaricare un minimo di un 20% – 30% del traffico. L’unica proposta pervenuta in questi due anni, mentre andavano in malora le ciclabili esistenti, è stata quella di creare un circuito cittadino, il GRAB con l’unione di parchi, ciclabili esistenti e un paio di chilometri di ciclabile nuova.

Peccato che questo circuito sia un anello fine a se stesso, un percorso di svago per i fine settimana.

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Ben altra cosa era un progetto di ciclabili su sette strade consolari romane uniti a due percorsi anulari di congiunzione, presentato da #salvaiciclisti e rete mobilità nuova. Un vero progetto di mobilità alternativa, che dovrebbe essere integrato da un piano di riassetto urbano.

Durante questo periodo abbiamo assistito ad operazioni puntuali di immagine (la chiusura di via dei Fori Imperiali senza un piano di riassetto del centro storico), di speculazione (il nuovo stadio della Roma su aree a verde pubblico e privato e su terreno golenale, gravato con cubature incredibili non attinenti allo sport) e addirittura ad iniziative personali contrarie ai risultati di processi partecipativi già avviati, come nel caso del fermo di un anno a causa del sostegno del sindaco al progetto di un parco lineare sulla ex sopraelevata.

Roma ha grandi problemi ma altrettante potenzialità inespresse, come nel caso dei mercati rionali, (dove abbiamo partecipato al convegno “Un mercato non è solo un mercato” organizzato Carteinregola, presente l’Assessore Caudo) e ad un altro dal titolo: “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” del CNR, all’Expo di Milano 2015 (qui lo storify del nostro contributo) .

Torniamo a pensare ad una idea di città, coinvolgendo la gente, le associazioni e soprattutto quelli che le sanno progettare, gli architetti.

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THE SHARD: sei lezioni per uno sviluppo intelligente della città.

Tutti coloro che vanno a Londra regolarmente, hanno modo di constatare come la metropoli sia continuamente soggetta ad importanti cambiamenti.

Canary Wharf tra ’80 e ’90, il Millennium Dome (ora “The O2”) del 2000, i grattacieli della City già entrati nel lessico comune con nomignoli come the Gherkin (Foster), Walkie Talkie (Vinoly) e Cheesegrater (Rogers Stirk Harbour), realizzati a cavallo tra gli anni 2000 e 2010, hanno cambiato continuamente lo skyline della città.

Pur segnando le dovute differenze tra Londra e le città italiane, ci si chiede come mai la capitale del Regno Unito riesca ad essere così vitale anche nei periodi di crisi, come quello tutt’ora in corso.

The Shard di Renzo Piano, l’ultima e la più importante di queste realizzazioni ci offre diverse risposte significative a questa domanda, specie se si osserva tutto il processo di gestazione di questa importantissima opera.

E’ lo stesso Irvin Sellar, fondatore della Sellar Property Group, società immobiliare promotore del progetto The Shard, a svelarci in un’intervista, le dinamiche che hanno portato a questo risultato eccezionale: “Abbiamo investito nell’acquisto di Southwark Towers, un complesso di edifici risalente agli anni ’70, una location ottima ma utilizzata male. Il governo aveva pubblicato un libro bianco che promuoveva l’idea dello sviluppo nei nodi della mobilità cittadina. La stazione di London Bridge era a pochi passi, affiancata da stazione ferroviaria, linee della metropolitana e linee degli autobus. Abbiamo collaborato con Railtrack (poi Network Rail – nda) e anche loro hanno riconosciuto il potenziale di combinare un progetto di sviluppo con sostanziali lavori di ammodernamento della stazione.”

Dunque si parte dalle indicazioni di sviluppo elaborate dalla Pubblica Amministrazione e in particolar modo da quelle legate alla mobilità. Una prima lezione importante!

Per ottenere il permesso a costruire del 2003 hanno dovuto confrontarsi con la Commissione per l’Architettura e l’Ambiente Costruito (CABE, è un ente di consulenza governativo), l’English Heritage e l’Historic Royal Palaces, La comunità di Southwark e il Mayor of London. Tra questi interlocutori solo gli ultimi due hanno si sono espressi favorevolmente fin dall’inizio.
E’ la seconda lezione: ci si confronta con tutti i soggetti pubblici interessati senza che nessuno abbia potere di veto. Inoltre una lezione nella lezione (la terza): per una operazione di questa portata gli interlocutori sono anche di livello nazionale.

Qual è il punto di forza nell’idea di progetto di Renzo Piano? Rendere The Shard una “città verticale”, un edificio aperto al pubblico, una anomalia nel panorama londinese. Non un’operazione immobiliare classica ma la creazione di un nuovo spazio pubblico: quarta lezione.

Quest’ultimo, dicevamo, è il punto nevralgico della riqualificazione di tutta l’area del Southwark: i costruttori hannoristrutturato la stazione London Bridge e la vicina stazione degli autobus. The Shard è un tassello del del progetto di sviluppo generale del London Bridge Quarter che sta dando vita ad un nuovo distretto della South Bank. Assieme a The Place (il fratello, in un certo senso) formano un nuovo hub sociale e commerciale.

Si trasforma e si riqualifica il territorio negli anni 2000, non si divorano gli spazi liberi. Questa è la quinta lezione che traiamo da questa operazione.

Infine l’ultima lezione, la sesta, la più importante: il promotore è locale ma il capitale è straniero. Infatti l’opera è stata possibile grazie agli investimenti della Qatar National Bank e la Qatar Central Bank.

Dunque a Londra, in questo caso, il capitale straniero non viene a “depredare” i gioielli edilizi presenti, ma contribuisce a riqualificare un ampio settore della capitale pur creando redditività per gli investitori. E’ chiaro che l’altezza in questo edificio ha creato un notevole plus valore, ma sarebbe errato attribuire solo ad essa la capacità rigeneratrice di questo intervento edilizio. Qualsiasi valore aggiunto di un intervento edilizio può essere commisurato ai limiti imposti dall’autorità pubblica e alla previsione di un guadagno adeguato, ma non sproporzionato.

Pur segnando la notevolissima differenza tra il mercato londinese, capace di attrarre investimenti su scala mondiale e quello romano,  più localizzato (perciò scarsamente confrontabili), conviene soffermarsi sui presupposti, pochi e ragionevoli, che attraggono virtuosamente gli investitori esteri.

Innanzitutto ci deve essere certezza di Diritto e giudiziaria. L’offesa al capitale è un reato grave nel Regno Unito ed è punito severamente in tempi rapidi. Per questo Londra è la capitale della finanza occidentale. L’abolizione del reato di falso in bilancio, per esemplificare, sarebbe un’eresia in U.K. A questo aspetto va aggiunta la necessaria certezza normativa per intraprendere operazioni di così ampio respiro. Agli Inglesi modificare il Codice degli Appalti 150 volte in due anni farebbe ridere ben più di una barzelletta.

Certo, la proprietà edilizia in Inghilterra ha caratteristiche diverse da quella italiana eppure il problema non è questo ma risiede nel fatto che le norme del costruire devono essere poche e chiare. Le amministrazioni devono essere al servizio di chi vuole legalmente creare ricchezza e non contro. La (buona) Architettura e la Pianificazione sono, devono, essere il blocco di partenza di qualsiasi sviluppo urbano e devono intercettare le esigenze della popolazione.

The Shard di Renzo Piano è la nuova icona di Londra. E’ un fatto incontrovertibile che ci rende allo stesso tempo orgogliosi di appartenere allo stesso paese del progettista ma ci impone anche alcune domande su come conduciamo queste operazioni immobiliari a casa nostra.

Noi crediamo che le foto che pubblichiamo a corredo di questo articolo possano parlare da sole e che il confronto tra due operazioni simili (The Shard a Londra e Euroma 2 a Roma,  con le sue due torri: Eurosky, progettata da Franco Purini e Europarco, progettata dallo studio Transit) sia impietoso. Ai lettori l’ultima parola.

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma.

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma (foto:http://www.tesoridiroma.net).

The Shard

The Shard

Il complesso Eurosky Tower e Torre all'EUR

Il complesso Eurosky Tower (a destra) e Torre Europarco (a sinistra) al Torrino, adiacente all'EUR

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e Europarco

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e Europarco

Della casa-albero, dell’architettura disegnata e di altre speculazioni care agli architetti

Con la bella stagione mi sono recato a Fregene, località balneare vicino Roma, e un pomeriggio ho portato mia figlia e sua cugina a vedere la casa- albero di (dei) Perugini, per vedere la loro reazione (qui le foto).

Questo evento mi ha dato modo di riflettere un poco sull’eredità che ci ha lasciato l’architettura di quegli anni, di cui questo edificio è un esempio significativo.

Va premesso che l’ideazione della casa è comune all’interno della famiglia Perugini. La casa è stata ideata non solo da Giuseppe (1) ma anche dal figlio Raynaldo e dalla madre, Uga de Plaisant. Come ha dichiarato il figlio, la casa:”era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva delle soluzioni e nascevano discussioni… era una sorta di grande laboratorio”.

Questa dichiarazione mi ha aiutato a mettere nella giusta ottica un edificio che vuole essere un manifesto dell’anticonvenzionalità nella progettazione della residenza.

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Più ancora, la villa sembra essere un esame di progettazione architettonica tenuto da un professore che chiede ai suoi studenti una ricerca spinta alle estreme conseguenze: la contrapposizione tra leggerezza, suggerita dai volumi appesi alla struttura posta interamente all’esterno, e massività espressa dal calcestruzzo a facciavista; l’immagine di rifugio richiamata dal distacco dalla terra (la casa albero appunto) sottolineata dal corpo (estraneo) della scala, sollevabile dal terreno, per isolare l’abitazione dal mondo; i giochi di pieni e vuoti , spesso basati su moduli cubici, sugli angoli dei volumi reso in parte con gli infissi in vetro e acciaio ed in parte con arretramenti ciechi (cioè di parti di vuoto “scavate” tra i tamponamenti in calcestruzzo); la ripetizione ossessiva del modulo quadrato, espressa anche nei pannelli prefabbricati dei tamponamenti nonché nei solai, sono le manifestazioni più visibili di una ricerca ossessiva sul linguaggio che scivola nell’esercizio di stile. Sono evidenti le suggestioni delle architetture futuribili degli anni ’60, qui espresse nei gusci funzionali sferoidali, attaccate al corpo principale come dei plug-in secondo la lezione degli Archigram.

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Perugini con la sua casa, diviene un emblema dell’ambiente culturale architettonico dell’epoca, in particolare quello romano: l’utopia, il rinnovo della società attraverso l’architettura, scivola nell’esercizio di stile, nella riflessione colta dell’abitare.

È forse il progressivo distacco dalla società degli architetti (più precisamente delle Università) di quegli anni,dovuta anche ad una trasfigurazione ideologica della cultura urbana. In questo senso è significativo l’articolo autocritico di Quaroni sulla “scomposta ribellione neorealista”(2).

Negli anni ’60, alla crisi dell’esperienza del moderno, si “inaugura, anche in Italia, un nuovo approccio alla progettazione architettonica che, a partire dall’esigenza di riflettere sui suoi contenuti espressivi e conoscitivi, tende a rivalutare, fuori da facili retoriche, il processo formalizzante e a ribadire il valore autonomo del progetto architettonico in analogia con le arti figurative”(3).

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Nasce, dunque, in quegli anni una sperimentazione formale ossessiva, talvolta legata alla monumentalità dei lasciti storici italiani o a tarde (rispetto al dibattito architettonico internazionale), rielaborazioni dei temi portanti del moderno.

La crisi edilizia successiva al ’68, la progressiva burocratizzazione del processo autorizzativo dell’edilizia, l’esplosione (successiva alla Legge-Ponte del 1967) dell’abusivismo, portano ad avvicinare l’immaginario architettonico comune alla costruzione spontanea in contrapposizione alle speculazioni narcisistiche (perché per lo più solo disegnate) delle facoltà di Architettura.

Un problema tutto italiano, questo, che la Triennale di Architettura del 1973, tenta di internazionalizzare, a proposito del quale Francesco Moschini scrive ancora: “I materiali esposti in quella Triennale, per la maggior parte costituiti da progetti e da pochissime cose realizzate, alludevano ad una dimensione teorica del progetto, anzi si rileggeva in loro una formazione che era il sintomo di una necessità di rispondere all’eclissi del progetto”.
Tutto ciò aveva “provincializzato”, per gli anni a venire, la cultura architettonica italiana.

Philip Johnson, a titolo di esempio, videointervistato da Ciro Giorgini nel 1993 (4), cita BBPR, Figini e Pollini, Michelucci e, unica eccezione tra i contemporanei, Renzo Piano.

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La casa-albero non ha le responsabilità di altri edifici ben più noti della stessa epoca, è un gioco fatto tra cultori dell’architettura per loro stessi ed è più che lecito che sia così. È comunque un esempio emblematico che ci riporta al problema della conservazione degli edifici di quegli anni, perché sono bastati appena tre decenni a ridurla ad un rudere e perché, nonostante alcune proposte nell’ambito comunale (la trasformazione in museo), nessuno ha la capacità di reperire i fondi necessari (che ad occhio non sono pochi), ma forse di reperire anche un’idea forte, per recuperare questa struttura.

Io sostengo l’idea nata dall’immaginazione delle due bambine, dopo un primo sbigottimento alla vista della casa-albero: una bella ludoteca.

Riferimenti iconografici:

gli stralci dei disegni della villa sono stati presi dal sito ArchiDiAP:
http://www.archidiap.com/works/casa-sperimentale/

le foto nell’articolo e su Flickr sono dell’autore dell’articolo.

Scheda biografica:

Giuseppe Perugini, 1914-1995, ordinario di Composizione Architettonica alla Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma, ha svolto una intensa attività didattica e di ricerca caratterizzata da un rigore formale e dimensionale di natura classica unito ad una matrice razionalista.

Bibliografia minima:

Il paese dei Barocchi – Casabella-Continuità 215 (1945), rieditato in Casabella 539, 1987

Francesco Moschini – Anni Settanta, viaggio corpo conflitto, corteo, performance… – Skira 2007

Architetti del ‘900 – P.Johnson, “….l’Architettura dell’incertezza” – Regione Lazio, Assessorato alla Cultura; RAI Radiotelevisione Italiana, 1993