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Il bilancio di Romolo Augustolo

Lunedì 4 Marzo 2013 è stato approvato il bilancio preventivo per il 2013 dell’Ordine degli Architetti di Roma (OAPPC) con la modica cifra di € 5.039.358,12 !
Amate l’architettura ha fatto inserire nell’ordine del giorno la mozione della Spending review, sostenendo il fatto che in tempi di crisi e in osservazione alle disposizioni di legge era opportuno ridurre la spesa generale di bilancio preventivo, tagliando tutte o molte delle spese non necessarie, al fine di ridurre la quota associativa annuale di 199€, lasciando la possibilità a chi volesse di contribuire liberamente per le attività non strettamente necessarie.
Si è proceduto alla votazione ma soltanto, noi e pochi altri giovani architetti, hanno votato a favore di questa mozione! Gli altri 80 circa hanno votato contro, approvando in seconda battuta anche il bilancio preventivo.
Per chi va alle riunioni di bilancio è ormai abituato, che lo 0,5% circa degli iscritti decida e deliberi una cifra di 5ML di Euro per gli altri 18.000 iscritti circa, ma questa è la democrazia bellezza! Si dirà, chi non partecipa o si disinteressa ha delegato irresponsabilmente altri a farlo.
Niente da dire sulle procedure di votazione e sulla gestione della riunione, a parte le inconsistenti e aleatorie repliche del presidente F.F. a i vari interventi critici, sul fatto della mancanza di trasparenza e turnazione delle cariche e delle società legate alla gestione delle attività dell’ordine, all’ opacità del bilancio, che neanche il mio commercialista ha saputo decifrare, perché molte cose sono omesse.
Ma la cosa che lascia la bocca amara e che ha il sapore di un esproprio della propria casa è che non sia prevalso il buon senso o come si dice, non abbia prevalso il richiamo ad una gestione da “ Buon padre di famiglia”.
Come alla fine dell’impero romano, mentre i barbari facevano terra bruciata e si spingevano alle porte di Roma e nei palazzi imperiali si allestivano feste e banchetti, segni, di un potere in decadenza, che si rifiuta alla realtà di devastazione e di rovina, cosi, ieri abbiamo assistito alla edulcorazione (per niente disinteressata) della realtà nella quale versa la nostra professione che ci vede soggiacere, colpevolmente, in modo inerme.
Vorrei sapere da tutti quelli che hanno votato a favore, o che hanno dato delega in bianco, che cosa chiederebbero dei figli indigenti ad un padre ricco;
portare in giro progetti di provincia, fare delle feste, stampare libri e riviste che nessuno legge perché possano dare prestigio e promesse di lavoro alla casa che brucia?
Oppure gli chiederebbero di aiutarli ad esigere i propri crediti, di essere maggiormente tutelati per poter continuare a investire nella propria professione in modo che la loro opera possa dare veramente prestigio alla casa comune?

La bellezza salverà il mondo

L’ultima volta che ho sentito parlare di qualità architettonica, come principio guida per la nuova architettura delle opere pubbliche, con riferimenti a propositi e proposte, è stato nel palazzo della Provincia di Roma proprio dalla bocca del Presidente Zingaretti e anche del nostro Presidente Schiattarella.

Io mi trovavo li a ricevere un premio per il concorso del Liceo Farnesina, bandito con la solerte collaborazione dell’Ordine degli architetti di Roma, in quanto il Presidente voleva dare un segno tangibile che la sua presidenza tenesse alla qualità dell’architettura nelle scuole pubbliche di cui è responsabile, sempre attraverso l’esperto consiglio e consulenza del nostro ordine.

A onor del vero, bisogna dire, in continuità con le amministrazioni di Sinistra da Rutelli in poi.

I risultati sono stati esposti all’Acquario Romano e raccolti in una pubblicazione di Prospettive Edizioni, per cui ognuno può andare a vedere e farsi un idea di come l’ordine abbia condotto e messo in pratica ciò che sembrava aver appena propinato all’inconsapevole zingaro.

Pensai subito, caro Zingaretti fatti consigliare meglio la prossima volta, scegli meglio i tuoi saggi ed esperti di qualità architettonica.

In giuria non c’era nemmeno un architetto che avesse realizzato un liceo o scuola pubblica come per precedenti concorsi. Zingaretti, dopo essersi profuso in concetti molto vaghi sulla qualità architettonica, da perseguire in tutte le nuove opere pubbliche e per suo conto nella nuova edilizia scolastica, con l’aiuto e la consulenza dell’Ordine degli architetti di Roma, se ne andò repentinamente senza alcun contraddittorio e solo dopo aver proferito la parola “bellezza”, che con l’aiuto degli esperti selezionati da Schiattarella, in persona, presumo, si sarebbe raggiunta questa qualità architettonica tanto agognata, in ogni opera pubblica. (non ho memoria di alcun atto per la selezione dei saggi).

Dopo di lui anche il nostro esimio Presidente dell’Ordine si lanciò in volute enormi che ritornarono laddove erano partite.

In contrasto subito mi vennero alla mente citazioni come: “La bellezza è una promessa di felicità …., oppure, il bello è la luce del vero “

Che cosa centrava la bellezza con la qualità?

Devo dire che al sentimento di estraneità si aggiunse anche la sconsolatezza di tanta superficialità, e subito pensai ma come è possibile codificare e regolamentare la bellezza e l’estetica che sono una categoria dello spirito?

Sembrava veramente una ricerca disperata se non persa in partenza la codificazione in una sorta di manuale per la qualità, magari anche con un marchio DAC (denominazione architettonica controllata). Ecco, si controllare e riprodurre l’ architettura di qualità!

Certo bisogna riconoscere che l’architettura ha una sua tecnica e scientificità che permettono di dire e fare edifici secondo delle regole e modalità codificate che poi si sono tradotte in norme e direttive, eppure il perseguimento e l’applicazione, anche alla lettera, delle stesse regole non attribuisce all’opera architettonica statuto di opera d’arte o di qualcosa che possa essere annoverato nei libri di storia dell’architettura, o semplicemente non assicurano che l’opera sia bella, Come mai?

Ma ci ritornerò più avanti.

Pochi giorni fa, invece, ecco appunto, riapparire sul sito dell’Ordine di Roma il disegno di legge (vedi link) valido per tutti i livelli governativi che segue Zingaretti come la sua ombra!

Certo ricordando bene non era la prima volta che ne sentivo parlare c’era già un’altra Legge Regionale, quella della Puglia sulla qualità architettonica (vedi link), che a ben guardare sembra proprio ripresa pari pari, e che è stata pure bocciata in parte dalla Corte Costituzionale.

Quindi ritengo inutile commentare e cercare di capire se sia migliorabile o meno, questo disegno di legge.

Mi sembrerebbe perdere tempo su un qualcosa che nasce male e che può solo diventare peggio.

Tralascio anche il fatto che ci siano stati esperti e consulenti, ( pagati da noi?), che si siano applicati con risultati non soddisfacenti, perchè non si siano posti il problema correttamente, e cioè cercando di definire l’essenza della legge, la sua verità, depurandola da una serie di questioni intricate e di difficile comprensione perché abbracciano tematiche differenti, del tipo estetiche, etiche di diritto, amministrative, tecnologiche, architettoniche, storiche, di sostenibilità ambientale e cosi via.

Mi spiego meglio, legiferare sull’architettura è materia complicata vista anche la mole delle leggi e decreti in essere, e poi non sono un esperto, però voglio comunque evidenziare alcuni concetti che mi premono, soprattutto per aprire una riflessione.

Ma perché dopo vari tentativi per arrivare ad una legge sull’architettura, ad un certo punto, si abbandona l’idea condivisa della parola architettura e si ha l’esigenza di circoscriverla limitandosi al solo aspetto qualitativo?

La qualità è un aspetto dell’opera di architettura, ma sebbene necessario, non è sufficiente alla definizione della bellezza che è propria del capolavoro, inteso come lavoro di eccellenza, che fa da esempio.

Come ci ricorda Hume: “La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza “.

Non sfugge quindi al legislatore ma soprattutto al consumatore questo aspetto poco irreggimentabile.

Ecco quindi farsi avanti l’idea che dopo la trasformazione della cultura in merce anche l’architettura debba a pieno titolo entrare nel mercato con la sua certificazione di qualità. E voi, non ci crederete, ma è proprio la sinistra che sdogana la cultura, essendone l’elite depositaria, a farlo, poi la destra ha fatto il resto!

Dalla Melandri (2001) a Rutelli (2006) passando per Zanda (2007) che è il primo che la introduce e che semplicemente la definisce come “esito di un coerente sviluppo progettuale”, e per il codice Urbani che si limita all’esistente, per arrivare a Bondi (2008) che la ridimensiona, togliendo anche la parola “opera d’ingegno” legata alla progettazione cosi come per il diritto d’autore per finire con l’ultima proposta di legge popolare del Ilsole24ore, che fa pragmaticamente fa sparire qualsiasi definizione riferendosi al Codice dei contratti pubblici.

Le liberalizzazioni con figli e figliastri e la riforma delle professioni poi hanno dato il colpo di grazia, eh si perché non è che si richiedono nuovi oneri per i professionisti chiedendo di abbassare le tariffe e poi si vuole avere anche più qualità!

Il resto lo sapete già o potete intuirlo facilmente , tutte queste leggi o disegni di legge passano sul tavolo dell’Ordine e vengono vidimati, condivisi, commentati senza essere studiati e compresi per poi attaccarsi alle suole di qualche politico che gira per i corridoi o nella Buvette e se li scrolla di dosso facendoli cadere in qualche camera buia.

Ma allora se proprio questo è quello che si vuole perché non fare una legge che definisca i requisiti per la qualità architettonica, cioè tutti quei requisiti che danno valore di mercato all’opera architettonica, quali per esempio la veduta, la posizione, la dimensione, il consumo zero, la sostenibilità ambientale, il consumo di CO2, l’efficienza energetica, la resistenza ai terremoti ed eventi catastrofici, i flussi , la sua manutenzione e cosi via. Ecco una bella certificazione di qualità architettonica potrebbe essere codificata e ottenuta per legge e lo Stato, Regioni, Comuni ne porrebbero i bolli e ne rilascerebbero la patente, sostituire il vecchio concetto di agibilità con una nuova tabella di parametri e valori da revisionare continuamente che cresca di anno in anno sino a diventare un castello di carte più alto della nostra casa.

Chi potrebbe opporsi in parlamento o in Regione ad un tale disegno di legge?

Le imprese e i consumatori , ma anche molti professionisti che si considerano solo dei tecnici, ne sarebbero felici, si starebbe a pieno titolo all’interno del mercato.

Si potrebbe creare una borsa dell’edilizia a parte e far partire anche la sottoscrizione di titoli azioni, derivati per dare case di qualità a tutti, ma forse questa storia la conoscete già.

Ma la vera architettura è altra cosa!

A onor del vero esiste una precedente direttiva europea che sposta il concetto verso la qualità architettonica già nel 1997 nell’assemblea dell’ O.I.A., che Veltroni rilancia con l’istituzione del nuovo Ministero dei beni culturali nel 1998, ma senza troppa convinzione, nella quale assemblea vengono esortati gli stati a dedicarsi alla definizione di una legge sull’architettura.

L’art. 2 recitava così::

” l’architettura è una prestazione intellettuale (e non un servizio);

– il progetto deve fornire la migliore soluzione alle esigenze del committente ed alle intenzioni riportate nel suo programma;

– interventi di qualità si ottengono anche favorendo la trasparenza nella selezione degli architetti o l’assegnazione dei progetti come esito di un concorso che esprima un elevato livello di esigenze;

– deve essere garantita la consultazione del committente reale, cioè dell’utente dell’edificio;

– le amministrazioni pubbliche debbono favorire l’innovazione, il miglioramento della qualità architettonica e la qualificazione professionale organizzando concorsi di progettazione e rendendone pubblici i risultati;

– i soggetti privati che ricercano la qualità architettonica attraverso concorsi possono beneficiare di agevolazioni finanziarie o fiscali;

– per poter essere alla base del progetto, le richieste del committente all’architetto devono essere esplicite, chiare ed esaustive soprattutto per quel che riguarda gli aspetti funzionali ed economici;

– il progetto ha carattere unitario e deve essere sviluppato in tutte le fasi, secondo un processo continuo, dallo stesso professionista o con la sua approvazione; è di pubblico interesse che venga garantita una realizzazione conforme al progetto”.

Per cui, ancor più serve, oggi, una legge per l’architettura e l’ambiente che contempli tutto ciò, ma che vada oltre fondandosi su di un punto di partenza comune, un nuovo e aggiornato concetto di estetica e di bellezza non più autosufficiente ma condivisa e sostenibile, partendo da una nuova ecologia dell’ambiente e soprattutto della mente.

Occorrerebbe convocare gli stati generali dell’architettura, artisti, filosofi di estetica e della scienza, antropologi, scrittori, storici, legislatori, ambientalisti, imprese e associazioni civili per individuare e favorire il formasi di questo nuovo concetto condiviso di bellezza omnicomprensivo anche di tutti quegli aspetti tecnico, scientifici e amministrativi che la nuova legge per l’architettura e l’ambiente dovrebbe riorganizzare con più efficacia.

Sicuramente è un impresa improba soprattutto viste le passate esperienze ma è meglio fallire per un obiettivo alto che per un misero tornaconto personale o di categoria.

Non dobbiamo rinunciare ad amare l’architettura, ad esserne soggiogati, stupiti e attratti dalla sua inafferrabile bellezza che, vale ricordarlo, è un sentimento intrinseco alla natura umana e perché la bellezza salverà il mondo!

Niente è trasmissibile se non il pensiero

Svanita l’idea che le competenze grazie alle quali hai abbracciato una professione o hai intrapreso un’attività lavorativa siano quelle utili per l’intera vita professionale. Svanita la certezza di potersi ragionevolmente attendere una pensione soddisfacente in seguito a una carriera fortunata. Tutte queste inferenze dal presente al futuro, (…) sono state spazzate via.

Così, qualche giorno fa leggevo su un quotidiano l’incipit di Tony Judt, illustre storico del Novecento e pensavo “ sembra scritto proprio per noi architetti” ma in realtà è la cruda constatazione che i vari decreti e riforme di cui siamo oggetto, come inermi professionisti, (terribile casta da 15/20.000 € annui medi), si iscrivano in un disegno molto più ampio che segue il trend del liberismo oligopolistico, un laissez faire globale in salsa italiana che libera il mercato (per noi le imprese, le pubbliche amministrazioni, le S.p.A ecc..), dalla trasparenza, dai vincoli tariffari e relega noi professionisti ad un ruolo subalterno di “servizio” che forse sarebbe meglio definire come opera servilia in contrapposizione al servizio di alto livello intellettuale che ha origine con le arti liberali, caratteristici delle persone libere intellettualmente ma legate ad un codice deontologico oltreché legale, cioè dai liberi professionisti.

Sul piano del rapporto privato-professionisti, invece, le tariffe erano, già da tempo, di molto al di sotto dei minimi, essendo l’offerta ben più grande della relativa domanda, perchè il libero mercato dei privati è inesistente.

Il piano storico e il piano sociologico dimostrano che il fenomeno delle professioni liberali si pone in posizione centrale rispetto alle esigenze, ai bisogni, alle domande che sorgono dalla società e dall’economia. Esso è in grado di produrre beni, immateriali, di importanza primaria in rapporto alla protezione dei diritti e al soddisfacimento di rilevanti interessi collettivi.

Ciò che dobbiamo chiedere oggi ai politici, ai legislatori, ai nostri inutili e dannosi rappresentanti, è una nuova legge per l’architettura che designi, come quella francese, l’architetto come coordinatore, a capo di tutti i processi che concorrono alla definizione di un progetto e un’opera di architettura, che sebbene sembri un’ovvietà lapalissiana è attualmente contraddetta nei fatti sia dal Codice degli Appalti pubblici che dal Regolamento, oltrechè dalle varie proposte avanzate in ultimo da ilsole24ore e documentate da Amate l’Architettura.

Fortunatamente, per noi, queste timide proposte dormono nelle varie commissioni parlamentari, perché tutte quante, persino quella di iniziativa del Ilsole24ore, giornale di Confindustria, sebbene prenda il primo articolo quasi alla lettera, poi si dimentica di aggiungerci questo piccolo dettaglio, che cioè “chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti ad autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura[…] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo nella sua concezione”. (loi 77-2 du Janvier 1977 modifie sur l’architecture)

Questa stessa osservazione la inoltrai, in risposta, proprio a chi del ilsole24ore mi richiedeva la sottoscrizione e rimasi colpito del fatto che non avevano tenuto in minimo conto l’apertura di una discussione critica per la definizione e messa a punto, da parte degli addetti ai lavori, di una legge cosi importante ma fosse calata dall’alto come undici comandamenti! (febbraio 2011)

Ancor più fui colpito di come fu liquidata questa discussione dagli ordini in generale e in particolare dall’ordine di Roma che dedicò una serata e qualche timido e retorico commento, al tema avallando così, superficialmente (con dolo o con colpa?) ma corresponsabilmente lo stutu quo, in cui si trascina la nostra condizione di semiliberi professionisti.

Dopo di che, si può discutere,  e mi auguro che questa mia riapra una discussione su questo blog ma anche nei luoghi fisici dedicati) su tutti gli altri articoli di legge, sugli importi, sulle modalità associative, sull’equiparazione agli standards europei ecc.., ma niente sarà determinante per noi se non si porrà l’architetto a capo del processo che produce architettura, semplicemente perché l’architettura la fanno gli architetti!

E’ sotto gli occhi di tutti che, oramai, quasi la totalità delle gare pubbliche si vincano per i ribassi economici, con punte anche dell’85% ma anche e soprattutto del fatto che molte di queste si basano sul solo principio dei fatturati di categorie d’opera, che prescindono da una valutazione critica della qualità d’insieme dei candidati, determinando di contro improbabili cordate e matrioske societarie che relegano l’architetto ad uno dei prestatori di servizi in subordine.

La vera architettura, quella che apporta innovazione e che si lega alla propria tradizione culturale, fatta dai maestri, (che tutti studiamo?), per la quasi totalità dei casi, però, nasce in piccoli studi, scaturendo da un approccio libero, retto, disinteressato al profitto e veramente appassionato.

In una delle rare interviste di Peter Zumthor, Pritzker dell’architettura, in reazione alla etichetta che vorrebbe liquidare superficialmente il suo modo di lavoro come maniacale, Zumthor si dichiara essere un architetto passionale che non può fare a meno di curare e verificare nei minimi dettagli ciò che fa.

Chi lo avrebbe mai detto che un calvinista delle montagne svizzere fosse un passionale!

E voglio ribadirlo, questo non significa assolutamente la rivendicazione di una condizione, che superficialmente viene considerata “artigianale”, che rifiuta la competizione e il mercato, perché proprio per la sua dimensione controlla e verifica costantemente la validità della concezione architettonica, sempre attraverso il lavoro di equipe specialistiche , in coscienza e responsabilmente.

La configurazione di società d’ingegneria, la grande dimensione, la spropositata mole di fatturati richiesti per l’espletamento delle opere, traslano, banalmente, i problemi, che l’architettura è chiamata a risolvere da un piano culturale ad uno meramente economico e tecnico, ma non si grida per ogni dove che in Italia il problema è culturale!

E allora scriviamolo completo questo primo articolo: L’architettura è una espressione della cultura e del patrimonio artistico del nostro Paese. La Repubblica promuove e tutela con ogni mezzo la qualità dell’ideazione e della realizzazione architettonica come bene di interesse pubblico primario per la salvaguardia e la trasformazione del paesaggio …. di conseguenza, chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti all’ autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura […] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo, nella sua concezione.

Quello che mi preme qui, ora, è primariamente, smontare quei ragionamenti capziosi che surrettiziamente difendono interessi economici e di potere, che falsi politicanti, e mediocri architetti, propalano come quintessenza della democrazia e del mercato, che, però, non vale mai per tutti, (medici, notai).

A quei politici che, impunemente sostengono, per quanto sia stato abrogato il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti, di essere contrari all’ abolizione dei rimborsi elettorali perché c’è il rischio per la democrazia che la politica sia fatta solo dai ricchi, dico: Ma in una società dove i liberi professionisti sono sempre più schiacciati dalle grandi società di capitali e ridotti a rango di impiegati, non vi è forse il rischio, vero, che quella società diventi meno democratica, più iniqua e più acriticamente uniforme ad un pensiero dominante legato a leggi di mercato?

Questo è ciò che va difeso la propria indipendenza intellettuale, la propria moralità!

Tralasciando il fatto, non secondario, della bruttezza, spesso costosa, di tutto ciò che viene costruito come opera pubblica, molto spesso senza lo strumento del concorso di architettura.

Nel suo ultimo discorso, un mese prima di morire Le Corbusier, scrive questo discorso << (..) Si, niente è trasmissibile se non il pensiero, la summa del nostro lavoro. Questo pensiero potrebbe o no avere un destino vincente, forse, in seguito, assumere una differente e imprevista dimensione (…) Dobbiamo riscoprire la linea diritta che unisce l’asse delle leggi fondamentali, biologia, natura, cosmo. Diritta e Inflessibile come l’orizzonte del mare. Cosi come dovrebbe essere il professionista, diritto e inflessibile come l’orizzonte lo è sul mare, egli dovrebbe servire come una livella, come una linea certa, nel mezzo dei flussi e della mutevolezza. Questo è il suo ruolo sociale. Questo significa che egli deve vedere con chiarezza e averla ben a perpendicolo nella sua mente.

Moralità: non significa preoccuparsi delle glorie terrene, contare su se stessi, agire secondo coscienza. Non è giocando all’eroe che uno può agire, acciuffare incarichi e realizzare progetti. Tutto ciò avviene nella mente, nasce e cresce pian piano nel corso di una vita fuoriuscendo come una vertigine, e la fine verrà prima che noi possiamo realizzarlo>>[1]

[1] Le Corbusier ,Oeuvre complete- vol. 8 . 1965-69 ed. Birkhauser