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50 ANNI DI CINEMA PER CASA PAPANICE

In occasione del 50°anniversario dell’uscita del film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)” di Ettore Scola, ambientato all’interno di Casa Papanice a Roma, attuale sede dell’Ambasciata del Regno Hascemita di Giordania, Amate l’Architettura vuole ricordare questo simbolo dell’architettura post-moderna e del cinema italiano anni ’70.

L’edificio- costruito tra il 1966 e il 1970- fu commissionato dall’imprenditore edile tarantino di origine putignanese Pasquale Papanice all’architetto Paolo Portoghesi, coadiuvato dall’ingegnere Vittorio Gigliotti. Dal punto di vista tipologico, la costruzione può essere assimilata al “villino signorile”, erede della “casa alto- borghese” della seconda metà dell’Ottocento. Si sviluppa su tre livelli, con un alloggio per piano, per terminare con un ampio attico. Il progetto richiama sia all’interno sia all’esterno, il gusto “baroccheggiante” tanto amato dall’architetto, il quale si avvale in quest’opera anche di suggestioni secessioniste e Art Decò. Lo studio di Portoghesi si concentra sulla definizione e la creazione di “poli” (poli di accesso, poli di luce, poli funzionali): il tema del cilindro viene utilizzato e ripetuto in tutte le scale sia all’interno sia all’esterno della villa (pareti, ringhiere, maniglie etc).

Lo spazio interno è articolato in modo “plastico” tramite l’uso di pareti concave e convesse dipinte con fasce colorate orizzontali verdi e azzurre definite dallo stesso Portoghesi come “le principali articolazioni del corpo umano, azzurro per l’uomo e verde per la donna”; i soffitti sono invece definiti da cilindri concentrici che paiono scendere come stalattiti. La tecnica utilizzata da Portoghesi, curvando le pareti, consente di ottenere un’estensione spaziale: il muro inflesso diventa- come lo stesso architetto afferma “l’elemento chiave della soluzione”. La sperimentazione architettonica investe anche il cromatismo organico in cui casa Papanice è avvolta e gli arredi, anch’essi progettati dall’architetto, seguono le curve spaziali e si sposano perfettamente con gli ambienti interni.

L’esterno è rivestito da bande verticali in maiolica, i cui colori pastello rimandano sia agli interni sia agli elementi naturali; i parapetti dei balconi e la recinzione originaria esterna sono oggi stati rimpiazzati da semplici elementi metallici in maglia quadrata, ma all’epoca erano realizzati con canne d’organo in metallo (di nuovo la ripetizione del cilindro).

Sulla scia della mostra itinerante “L’Italia del boom, fra mura d’artista e fotogrammi d’autore”, già inaugurata a ottobre dello scorso anno presso il Castello Aragonese di Taranto e curata dal nipote del committente di Casa Papanice, Edmondo Papanice, nella quale si rendeva omaggio sia alla pellicola di Ettore Scola sia al set del film, rappresentato dalla villa stessa, Amate l’Architettura vuole celebrare nuovamente il forte connubio tra Cinema ed Architettura nel giorno del 50° anniversario dell’uscita di “Dramma della Gelosia (tutti i particolari in cronaca)”.

La nota pellicola anni ’70 che ha come protagonisti Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, rivali in amore per la bellissima Monica Vitti, è la classica “commedia all’italiana” dalle tinte, tuttavia, a tratti amare e nostalgiche e uno stile della narrazione leggero e brillante, con alcune sequenze che sconfinano nel grottesco. Il triangolo amoroso tra Oreste (M.Mastroianni), Adelaide (M.Vitti) e Nello (G.Giannini), viene raccontato dalla stessa protagonista femminile attraverso un anticonvenzionale flash-back che ripercorre a ritroso le burrascose vicende sentimentali dei tre e il “ripiego” della donna verso un terzo uomo: il ricchissimo ma grossolano macellaio Ambleto Di Meo (Hercules Cortes) proprietario di Casa Papanice.

Famosa la scena in cui i due sono affacciati al terrazzo e lei gli domanda: “Ma che so’ tutte ‘ste canne?”, e lui risponde: “E’ una precisa qualificazione geometrica…cosi’ ce stava scritto sul progetto della casa”.

Sebbene il film, non sia considerato tra le punte di diamante della filmografia di Scola, valse a Mastroianni la Palma d’Oro per la miglior interpretazione maschile al 23° Festival di Cannes e viene ancor oggi ricordato come “una pietra miliare” del cinema italiano, in grado di raccontare con passione e realismo un’epoca precisa. La scelta di Casa Papanice come set, inoltre, non poteva essere più azzeccata per fare da sfondo a un “dramma della gelosia”, appassionato e pungente. Scola, che nei suoi film era solito scegliere ambientazioni “reali”, stavolta sceglie una villa dalla conformazione e dall’estetica innovativa. Il nipote di Pasquale Papanice, Edmondo, così dichiarò in un’intervista “Tutto ebbe inizio quando mio nonno aprì le porte a Ettore Scola per le riprese del film. Il regista era un ottimo osservatore delle città e delle sue architetture e a differenza di Federico Fellini, che inventa la sua Roma, Scola preferiva delle scenografie reali dando all’architettura una connotazione ben precisa, storica e sociale. Casa Papanice nel suo film ne è l’esempio”.

Testo di: Amate l’Architettura

Foto 1,2,3 (pianta p.1), 4 tratte da: http://www.archidiap.com/opera/casa-papanice/

Foto 5: © Oscar Savio

Foto 6,7: © Amate l’Architettura

Foto 8,9,10 tratte dal web e riferite al film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)”

Fonti bibliografiche: Paolo Portoghesi, a cura di Giancarlo Priori, 1985, Zanichelli Editore s.p.a.

Fonti web: https://www.corriereditaranto.it/2019/10/27/casa-papanice-set-per-sogni-visionari-di-un-tarantino/?fbclid=IwAR2X130TBulPZkom8KyYE3LGV-CawNicyJq7vrV_2AGJCztTQkcpP6ubwNU

https://www.italpress.com/mostra-itinerante-rende-omaggio-a-dramma-della-gelosia-e-casa-papanice/?fbclid=IwAR3qVEcetH9Z9B02rpmU88_gBtLXMNSGpsQWkdBpwDCJ14Swb34QWWUp5Ho

Editing di: Giulia Gandin

 

 

 

 

 

Emergenza Covid-19. E’ il momento di progettare! facciamo lavorare i professionisti!

 

 

In questo periodo di Lock Down, mentre la curva dei contagi e dei decessi sembrerebbe essersi avviata verso un lento, estenuante ma progressivo, abbassamento, cominciano a farsi sempre più forti le proposte politiche che mirano alla riapertura delle attività produttive.

Lo stesso Conte durante la conferenza stampa del 10 aprile (quella contestatissima per le polemiche sul MES) ha annunciato l’istituzione di una Task Force, con a capo Vittorio Colao, con il compito di guidare la riapertura delle attività nella Fase 2.

“Agli esperti toccherà il compito di dedicarsi alla ricostruzione del Paese dopo il conoravirus, producendo proposte capaci di modificare «la qualità della vita», «ripensare modelli di vita sociale» e della organizzazione del lavoro.”

Si tratta di un’ operazione di non facile esecuzione. Bisogna contemperare le esigenze sanitarie, legate soprattutto al rischio di non generare una seconda ondata di contagio (che avrebbe effetti economici ben più disastrosi di quelli già causati) con l’esigenza non secondaria di rimettere in moto l’economia.

Bisognerà immaginare un modo per ritornare a lavorare in sicurezza, limitando quindi fortemente anche l’operatività delle stesse attività che saranno riaperte. Sembra evidente che non si potrà pensare ad una ripresa accelerata delle attività, piuttosto assisteremo ad una apertura graduale.

Anche successivamente, se verrà mantenuto l’intento dichiarato, quello che sarà messo in discussione è il modello di “vita sociale”.

Pane per il lavoro degli architetti.

Quelli che vorrebbero uno shock economico rimarranno probabilmente delusi. Riattivare le attività produttive con una accelerazione improvvisa iniettando denaro nel sistema senza controllo o senza una gestione programmatica (magari derogando dai molti vincoli normativi) potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia, non solo per il rischio sanitario, ma anche perché una distribuzione a pioggia, associata ad una ripresa incontrollata della produzione, rischierebbe di disperdere le risorse verso attività inutili (cosa non auspicabile visto il livello di indebitamento dello stato) e controproducenti.

Per fare un esempio recente, nel 2008 l’immissione di denaro nel sistema economico europeo finì in larga maggioranza a sostenere le banche, le quali prima di trasferire queste risorse verso l’economica reale, hanno preferito reinvestire su attività speculative, alimentando la stessa distorsione che aveva generato la crisi.

Allo stesso modo si sollevano da più parti dubbi che alla base della diffusione dell’epidemia, e della crisi sanitaria generatasi, ci sia un modello di gestione dell’economia che dovrà essere completamente ripensato.

Si pensi alle inefficienze che si sono rivelate nella gestione privatizzata della sanità pubblica, ma anche alle tematiche ambientaliste che puntano il dito sulla urbanizzazione incontrollata come causa della pandemia, oppure alle analisi (tutte da verificare) che stanno emergendo sulla correlazione tra mortalità e livelli di inquinamento.

 

Con una logica simile i nostri governi degli ultimi 20 anni, hanno spesso preferito dirottare le poche risorse economiche verso misure a pioggia, poco generatrici di sviluppo, in grado di dare un supporto immediato verso categorie molto delimitate, ma con uno scarso effetto di volano e con limitati benefici in termini di sviluppo.

E’ interessante leggere questo articolo di Mariana Mazzuccato, uno degli esperti coinvolti nella Task Force.

“… un settore economico fin troppo “finanziarizzato” ha sottratto valore all’economia premiando gli azionisti tramite il riacquisto di azioni proprie, invece di consolidare una crescita a lungo termine con investimenti in ricerca e sviluppo, salari e formazione dei lavoratori. Di conseguenza, le famiglie sono state private degli ammortizzatori finanziari, rendendo così più difficile il loro accesso a beni primari quali alloggio e istruzione.”

“La cattiva notizia è che la crisi legata al COVID-19 sta esacerbando tutti questi problemi. Quella buona, invece, è che possiamo sfruttare l’attuale stato di emergenza per cominciare a costruire un’economia più inclusiva e sostenibile. Non si tratta di posticipare o bloccare gli aiuti statali, bensì di strutturarli nel modo giusto. Dobbiamo evitare gli errori commessi dopo il 2008, quando, terminata la crisi, i salvataggi consentirono alle multinazionali di ottenere profitti perfino maggiori, ma non riuscirono a gettare le basi per una ripresa solida e inclusiva. “

Secondo la Mazzuccato per superare la crisi occorre istituire un forte governance da parte delle istituzioni pubbliche.

“Stavolta, le misure di salvataggio dovranno assolutamente essere accompagnate da alcune condizioni. Ora che lo stato è tornato ad assumere un ruolo guida, dovrà fare la parte dell’eroe, non del burattino, il che significa fornire soluzioni immediate ma concepite per servire l’interesse pubblico nel lungo termine.”

e ancora

“Abbiamo un disperato bisogno di stati “imprenditoriali” che investano di più nell’innovazione – dall’intelligenza artificiale alla salute pubblica, fino alle energie rinnovabili. Ma, come questa crisi ci ricorda, abbiamo anche bisogno di stati capaci di negoziare affinché i benefici derivanti dagli investimenti pubblici ricadano sulla collettività.”

Su una linea d’onda differente sembrerebbe posizionarsi la proposta di Renzi espressa in una intervista al Sole24ore. Renzi propone di sbloccare 120 miliardi per aprire cantieri e ristrutturare scuole e strade sfruttando la finestra del lock down.

“le sembra normale che dopo aver bloccato le scuole fino a settembre non si consentano i lavori per la sicurezza dei plessi scolastici? Se mettiamo due miliardi in lavori di manutenzione scolastica sono due miliardi che garantiscono la sicurezza dei nostri figli, aiutano un settore in crisi come l’edilizia, “ritornano” subito come Pil, sfruttiamo una finestra temporale che non ricapiterà. Le aziende edili devono lavorare almeno nelle scuole, negli hotel da ristrutturare, nelle strade deserte. Ci sono 120 miliardi pronti per essere spesi: ora o mai più.”

Un proposta anche encomiabile, ma si tratta evidentemente proprio dell’errore da cui la Mazzucato vorrebbe metterci in guardia: ovvero soldi a pioggia, senza criterio, senza un programma che indirizzi le risorse verso iniziative che possano farsi portatrici di uno sviluppo solido e duraturo.

 

Per fare un esempio che gli architetti conoscono bene, la proposta di Renzi è l’equivalente di una romanella (per chi non è di Roma, una “romanella” è una mano di pittura superficiale data alla buona) fatta su una parete completamente ammuffita. Pochi mesi e la muffa ritorna lì, i soldi per quanto pochi saranno stati sprecati, il tempo impiegato anche, e il problema della muffa sarà ancora li da risolvere.

Pensiamo alle scuole. Da qui a settembre, quando per ora è prevista la riapertura, realisticamente quali lavori si pensa che possano essere messi in campo? Tinteggiature, sistemazioni superficiali, forse le impermeabilizzazioni: tutte cose anche importanti certo, ma consideriamo che il problema strutturale delle nostre scuole è la sicurezza (statica, sanitaria, antincendio).

Tralasciamo anche la colossale inadeguatezza degli spazi scolastici. Le scuole oggi sono inadeguate a rispondere ai modelli scolastici passati figuriamoci se lo saranno a garantire lo svolgimento delle lezioni in condizioni di “distanziamento sociale” (una condizione che sarà altamente probabile da qui ai prossimi anni).Rimanendo  alle questioni strutturali che sono quelle più diffuse nel patrimonio scolastico:

“I problemi delle strutture sono sia interni che esterni. E a risentirne sono tutte le dimensioni: la sicurezza, la sostenibilità ambientale e la didattica. Per quanto riguarda i fattori esterni, in ben 4.572 istituti (il 13%) si rilevano fattori di insicurezza nell’ambiente circostante. Poi ci sono le strutture, con scuole considerate fragili e insicure. Non costruite seguendo criteri antisismici e spesso utilizzando materiali scadenti. Le scuole, inoltre, non sono sostenibili dal punto di vista energetico, con la mancanza di doppi vetri o dell’isolamento delle pareti esterne. Mancano, inoltre, i pannelli solari, presenti solo su un quarto delle strutture. Ancora, non sono state abbattute le barriere architettoniche in moltissimi casi e gli spazi per la didattica rispecchiano un approccio tradizionale, penalizzando eventuali innovazioni di qualsiasi tipo.”

Pensate che per risolvere i problemi strutturali degli edifici scolastici siano sufficienti tre-quattro mesi scarsi di lavori? Senza nemmeno un progetto che certifichi la correttezza degli interventi?

Sempre restando alla metafora della romanella, per capire come risolvere il problema della muffa, prima di qualsiasi intervento è necessario fare delle analisi, capire come è costruito il muro e perché si forma la muffa (c’è la barriera a vapore? da dove viene l’umidità?), tutte azioni che richiedono tempo. Tempo necessario a capire il problema e per scegliere la soluzione migliore. Tempo però che non sarà sprecato se sapremo impiegarlo per avviare un programma forte e sostanzioso di incarichi di progettazione.

Ecco, per chi conosce i tempi tecnici di una progettazione seria (tralasciando i tempi burocratici che in questo caso sarebbero nel bene o nel male, accorciati) la proposta di Renzi, per come è riportata, appare decisamente improponibile. Una proposta forse capace di drogare l’economia sul breve periodo ma con la conseguenza di consegnarci subito dopo un patrimonio edilizio ancora più ingestibile.

Per questo noi di Amate l’Architettura proponiamo una cosa diversa. Restiamo al tema scuola, ma il concetto è riproducibile a tutti i campi delle infrastrutture.

1 – Istituire subito una linea guida generale sulle priorità e sulle filosofie di intervento (con una governance forte del governo tramite la Task Force e il supporto del ministero dell’Istruzione).

2 – Consentire agli organi locali l’affidamento immediato di tutti gli incarichi di progettazione delle opere (con procedure ristrette ma che garantiscano la trasparenza).

3 – Avviare le attività di indagine e rilievo sul patrimonio edilizio scolastico (dove non c’è nulla, dove c’è già ovviamente metterlo a disposizione dei progettisti).

4 – Far lavorare subito i professionisti (prevedendo un anticipo sulle prestazioni professionali), favorendo uno scambio interattivo tra linee di indirizzo generali e soluzioni progettuali locali.

5 – Programmare gli interventi su un periodo più lungo di qualche mese tenendo conto delle esigenze operative delle scuole, che presumibilmente saranno utilizzate con tempi diversi da quelli tradizionali e tenuto conto del distanziamento sociale (classi ridotte? presenza in classe limitata e integrata dalle lezioni online?)

6 – Coinvolgere in maniera pro-attiva le strutture tecniche degli enti interessati. Fare in modo che gli enti burocratici si mobilitino per supportare i professionisti nel loro lavoro, abbandonando la logica del veto e della carta bollata. Occorre che i progetti siano corretti dal punto di vista della regolarità, ma se vogliamo velocizzare il processo occorre un cambio di mentalità totale da parte delle amministrazioni pubbliche.

In questa maniera si darebbe una mano immediata ad una delle categorie più in crisi (i liberi professionisti), utilizzandone le competenze e le capacità; e visto che l’attività professionale può svolgersi a casa o in studio in tutta sicurezza si tratterebbe di attività con rischio contagio zero.

Si può fare nel tempo reso disponibile dal Lock Down. C’è il tempo per fare le selezioni dei professionisti senza derogare troppo dai criteri di trasparenza, c’è il tempo per fare le indagini e le analisi necessarie, c’è il tempo per fare la progettazione delle opere. Ci sarà infine anche il tempo di avviare i nuovi cantieri, ma sarà in tutta sicurezza e avendo ben chiaro quale sia il progetto che vogliamo sviluppare.

Al momento della ripartenza, avremmo assicurati progetti, fatti seriamente, per attivare il volano dell’edilizia. A quel punto saranno però progetti utili, necessari e mirati a a realizzare interventi duraturi.

Abbiamo una massa di professionisti che potrebbero dare il loro contributo attivo. Piuttosto che dargli mancette da 600 € diamogli incarichi di progettazione!

 

Credits.

Il grafico dell’andamento ufficiale dei positivi da Covid-19 è tratto dal sito della Protezione Civile aggiornato al 13 aprile 2020.

La foto di M. Mazzuccato è tratta dal sito Libertà e Giustizia.

L’immagine del crollo della scuola di Sangiuliano di Puglia è tratta da Metoweb

 

Biblioteca di emergenza – Maledetti Architetti

In questi tempi di crisi, che coinvolgono pesantemente molti colleghi architetti, e che ci costringe a rimanere chiusi in casa, non ci rimane che riscoprire le nostre biblioteche. Mandateci una foto dei libri che vi fa piacere segnalare, con le foto della copertina, due pagine interne, e un breve estratto del testo. Noi le rilanceremo qui sul nostro blog.

Tom Wolfe, Maledetti Architetti – Dal Bauhaus a casa nostra, ed. Tascabili Bompiani 1981 (VIII edizione, marzo 2001)

 

“Ogni qual volta Wright leggeva che Le Corbusier aveva completato un edificio, diceva ai suoi sodali: “Ora che ha finito un’opera, ci scriverà su quattro libri.” Le Corbusier compì un unico viaggio negli Stati Uniti; gli bastò per sviluppare una fobia verso l’America; e Wright sviluppò una fobia verso Le Corbusier. Rifiutò di vederlo. Non se la sentiva di stringergli la mano. Quanto a Gropius, Wright lo chiamò sempre “Herr Gropius”. Neanche a lui voleva stringer la mano.” (pagg. 50-51)

Ciao Yona!

25 Febbraio 2020

Il 20 febbraio all’età di 96 Yona Friedman se n’è andato, lasciandoci un vuoto enorme. Friedman era l’ultimo dei grandi maestri, capace di influenzare con le sue idee il lavoro di intere generazioni di architetti ed artisti in tutto il mondo.

Nato a Budapest il 5 giugno del 1923 da una famiglia ebraica e scampato miracolosamente ai rastrellamenti nazisti, giunge in Israele come emigrato clandestino per trasferirsi a Parigi, a partire dal 1957, dove trascorrerà il resto della sua vita prendendone la cittadinanza. Divenuto famoso tra gli anni 60 e 70, fin dal suo manifesto dell’Architettura Mobile, presentato per la prima volta al X CIAM del 1956, Friedman ha sempre posto al centro l’uomo, con le sue fragilità e problematiche, propendo un’architettura, dinamica, flessibile e trasformabile.

Finita la breve epopea delle avanguardie, viene presto dimenticato etichettato come architetto utopico, per essere riscoperto solo a partire dalla fine degli anni 90. Questi lunghi anni di esilio, sono stati per Friedman di grande importanza, portando la sua ricerca verso ambiti di una sperimentazione personale di notevole interesse. La sua attenzione verso gli ultimi, lo ha portato a lavorare per l’ONU e per le popolazioni più povere in Asia e in Africa, promuovendo l’auto costruzione e un’architettura di qualità per tutti, aperta, sostenibile e con l’uso di materiali poveri e riciclati.

È interessante contestualizzare la differenza del lavoro di ricerca dell’architetto francese rispetto ai suoi colleghi. Basti pensare che quando Friedman nel 1987, realizzava il suo Museum of Simple Technology, costruito in bambo e con altri materiali poveri e riciclati, secondo le teorie dell’autocostruzione e dello sharing. Tre anni dopo, nel 1991, veniva indetto un bando per il Guggenheim Museum di Bilbao, vinto da Frank O. Gehry con un edificio realizzato con l’uso di 33.000 lamine in titanio, un materiale usato principalmente nell’industria aeronautica e aerospaziale: uno splendido gioiello o gingillo architettonico per la città basca.

Queste due operazioni sono il risultato di due diverse filosofie di concepire il mondo. L’operazione di Frank Gehry, è il risultato di un’idea di città e di progresso legato associato ad un’operazione di una crescita continua che ritrova nelle pareti in titanio del Guggenheim, la sua espressione politica più espressiva e rappresentativa. L’operazione di Friedman, si muove invece su tutt’altra direzione. Nessuna idea di progresso inteso come corsa sfrenata o di consumo indiscriminato, ma un uso consapevole dello spazio per costruire una migliore qualità della vita. Riguardando oggi l’opera di Friedman ci rendiamo conto che dovremmo imparare a leggere il suo lavoro in maniera completamente diversa da come è stato fatto in passato, rileggendo i suoi disegni come un invito ad un nuovo programma politico per una diversa maniera di percepire e interpretare il mondo, l’architettura e la città.

Per capire e studiare l’opera di Friedman noi di Amate l’Architettura nel 2017 abbiamo tenuto un laboratorio di studio, aperto anche ai bambini, insieme all’architetto Emmanuele Lo Giudice nostro socio, che ha frequentato Friedman per diversi anni, studiandone l’opera e organizzando mostre e convegni arrivando a realizzare anche i suoi unici oggetti di design. Questo ci ha dato l’opportunità di analizzare e di far comprendere a tutti, le complessità spaziali dell’architetto francese, realizzando dei modelli di studio di alcuni suoi Space Chain sia con l’uso di braccialetti colorati, che con degli anelli in metallo da 1,20 mt.

Gli Space Chain, non sono solo una struttura spaziale, ma una vera e propria tecnica costruttiva usata da Friedman per modellare lo spazio e dar vita alla sua idea di architettura.Una delle applicazioni più frequenti è legata al tema del museo, che come in un articolo di Lo Giudice del 2017 sono delle vere e proprie

 “macchine” espositive che, nella loro essenza strutturale, si comportano come il “software di un sistema” per nuovi musei effimeri densi di messaggi per una attiva politica urbana. Formule interattive di architetture “sovversive” con carattere performativo. https://www.archphoto.it/archives/4998

Noi tutti di Amate l’Architettura lo vogliamo ricordare proprio omaggiandolo con le foto di quelle giornate di studio.

Ciao Yona un abbraccio da tutti noi

 

 

Vivere su Marte

17 Febbraio 2020

Il 2 aprile scorso il direttore generale della NASA ha annunciato di stare progettando una missione su Marte entro il 2033. In uno dei suoi sconclusionati annunci il Presidente USA ha sollecitato la stessa agenzia a concentrarsi sull’obbiettivo della missione marziana. L’anno scorso persino Putin ha annunciato l’intenzione di avviare un programma spaziale per andare sulla Luna e, ovviamente, anche su Marte.

Insomma ci sono serie probabilità che le nuove generazioni possano essere le prime ad essere testimoni di una missione umana su Marte.

Oltre alla necessità di risolvere i problemi tecnici di organizzare la missione e fare arrivare i primi umani sani e salvi, questa sfida epocale si porta dietro però anche la necessità di organizzare, da zero tutti gli aspetti della vita quotidiana. Per chi dovrà vivere sul pianeta rosso, dovrà essere previsto e organizzato ogni dettaglio della giornata. Una sfida sicuramente molto intrigante anche per architetti e designer.

Certo da qui al 2033 c’è ancora un po’ di tempo e non è detto che i tempi non subiscano slittamenti; intanto che aspettate però potete sperimentare la vita un umano-marziano andando a visitare questa mostra al Design Museum di Londra allestita fino al 23 febbraio, che vi porterà letteralmente in un altro mondo.

Per gli architetti che volessero intraprendere la professione di Space Designer invece occorre guardare all’esempio di Daniele Bedini, “autore della prima tesi di laurea in Europa in space architecture in collaborazione con la NASA” oppure seguire le orme di Philippe Stark che ha progettato il primo locale nello spazio dedicato al commercio.

Sostiene Bedini.

Nello spazio hai la possibilità di progettare a 360° sferici perché l’alto e il basso non esistono più. Devi avere un codice di orientamento, soprattutto per le situazioni di emergenza quando bisogna sapere rapidamente in quale direzione dirigersi, ma puoi mettere il letto sul soffitto. E poi, lavorando in team con esperti di altre discipline, acquisisci un background molto più ampio rispetto a quando lavori nel design terrestre

Insomma per i giovani architetti è il caso di dire che c’è ancora spazio da esplorare.

Per maggiori sulla mostra info visita il sito del Design Museum.

Oppure leggi l’articolo su Abitare.

 

Testo di Giulio Pascali

Foto e immagini tratte da Meteoweb dal sito del Design Museum  e da Dezeen

Per fare buona architettura ci vuole una committenza forte?

13 Febbraio 2020

Su A+U è stata rilanciata una vecchia conversazione tra I.M. Pei e Fumihiko Maki a proposito di una delle icone dell’architettura moderna e contemporanea, la celebre Pyramid del Louvre che nel 2019 ha compiuto 30 anni di vita.

A distanza di tempo l’intervento è considerato uno dei più riusciti sia dal punto di vista degli addetti ai lavori  e sia dal punto di vista del grande pubblico.

Dalla conversazione emergono però (ed è interessante rileggere ora i particolari di quella vicenda) le enormi difficoltà che incontrò Pei durante la presentazione del progetto agli enti istituzionali e alle accademie.

È illuminante notare l’importanza che ha avuto la committenza nel sostenere il progetto; l’allora presidente Mitterand voleva lasciare il suo segno alla Francia (in questo c’è da dire che la storia politica francese è sempre stata un modello per le opere di architettura) e questo ha consentito al progettista di lavorare con le spalle sempre coperte avendo la tranquillità di un interlocutore forte e deciso.

Una lezione importante che dovremmo ricordare per capire come nascono i grandi progetti di Architettura, non basta infatti un bravo progettista, ma occorrono anche Committenti illuminati che abbiano una visione forte e chiara dei loro obbiettivi, altrettanta forza nel perseguirli, e soprattutto coraggio nell’assumersene la paternità. Tutto il contrario di quanto avviene oggi dove i progettisti sono utilizzati spesso e volentieri come parafulmini, comodi capri espiatori su cui riversare ogni critica scomoda, teste d’ariete da sacrificare non appena il vento del consenso o il complesso delle difficoltà realizzative dovesse farsi troppo impervio.

 

Viene facile fare il confronto su come è stata gestita la scelta del progetto di ricostruzione del Ponte di Morandi; una vergognosa serie di non scelte, dove a farla da padrone è stato un progettista, non incaricato, che con l’atto di regalare il progetto ha tuttavia influenzato pesantemente tutte le scelte successive, deresponsabilizzando la politica alla quale non è parso vero di poter delegare l’onere di una scelta che invece avrebbe dovuto essere prerogativa di chi amministra il territorio e le città.

Pensiamo anche all’altra riprovevole vicenda del concorso per la sistemazione del Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dove è bastato il clamore mediatico di Sgarbi, forte solo della sua fama televisiva, schierato contro il progetto ormai già aggiudicato tramite un regolare concorso, per convincere i Ministero a smentire se stesso e ad annullare l’aggiudicazione.

Il ponte Morandi  e l’Ampliamento di Ferrara sono solo alcuni tra i tanti casi che si verificano, sistematicamente in Italia e nel mondo a ricordarci come l’Architettura e le sue manifestazioni, ancora oggi sia una delle più importanti espressioni della società che le realizza (o non realizza).

“Pei: You’re right. I’m an optimist. You have to, to enter into a project like the Louvre. In the beginning, I tell you I was so certain that I would fail because I presented my scheme to a group of people called the Commission superieure des monuments historiques, which was the highest body of intellectual leadership in France. They were cruel. They were the cruelest bunch of people, and they used the French language in such a way like a sword. Fortunately, I didn’t understand too much of what they said.

Maki: Had you understood it fully you would be exasperated.

Pei: I was tongue-lashed by them at a meeting. They never looked at my model, they didn’t. They saw the model the day before. Unfair. But they claimed that they had not seen it. The whole idea was wrong, wrong. If I was not an optimist I would have given up. I have to give credit to another man, Emile Biasini, appointed by Mitterand to pursue the project. Biasini should be remembered. He defended me as tenaciously as Mitterand would have, but Mitterand couldn’t go into the open to defend me you know because was the president of France, but Biasini’s voice was his voice. After that problem at the monuments historiques, everybody on my team was all depressed. Oh it was so sad. We worked so hard, then somebody rejected our results for no good reason. We all looked like a defeated bunch. Biasini said, “We haven’t started the battle yet.” He invited us all to seaside resort called Arcachon in the south of France. Near the coast, in the midst of winter, bitter, bitter cold wind was blowing in from the Atlantic. There we were together with all of the actors on the scene. Most important were the seven curators.”

 

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Credits:

  • testo di Giulio Pascali
  • la foto del cantiere della Pyramid è tratta da www.parigimaipiusenza.com
  • la foto di R.Piano che presenta il suo regalo il presidente della Regione Toti è tratta da www.lavoripubblici.it

Retrofitting: ragionare sull’avvenire

8 Febbraio 2020

ARTICOLO SPONSORIZZATO

Amate l’Architettura ha stretto un accordo con la società Isplora s.r.l. per promuovere gratuitamente per i propri lettori un video su un tema di attualità dell’architettura.

Isplora metterà a disposizione il video Retrofitting milanese, sul proprio sito Isplora.com, il giorno mercoledì 12 febbraio 2020, dalle ore 10.00 alle 18.00. I lettori e i follower di Amate l’Architettura, potranno vederlo gratuitamente grazie ad un codice che verrà pubblicato il giorno della promozione.

La visione del video darà agli architetti un credito formativo (1 CFP).

La scelta è ricaduta sul tema del retrofitting che è l’operazione di più stringente attualità nelle città consolidate, specie del mondo occidentale. L’Italia, in particolare ha un patrimonio edilizio molto datato e assolutamente obsoleto sotto il profilo energetico. Con il film Retrofitting Milanese approfondiremo, dunque, la tematica delle pratiche volte a riutilizzare l’esistente, per gli edifici e le città

Il nuovo film di Isplora, “Retrofitting Milanese”, approfondisce due interventi dello studio Park Associati che applicano la pratica del retrofitting in modo diverso a due edifici meneghini esistenti, migliorando le loro prestazioni ambientali e restituendo loro una nuova vita e una nuova funzione.

Amate l’Architettura augura a tutti i lettori una buona visione.

1. Cos’è il retrofitting

L’Oxford English Dictionary riporta, come primo significato del termine retrofitting: Fornire (a qualcosa) un componente o una funzione non in dotazione in origine; per aggiungere (al componente o alla funzione) qualcosa che non aveva quando è stato costruito per la prima volta

Si tratta quindi di un termine che descrive un’azione di modifica su una macchina (o un apparecchio, un sistema), ai fini di cambiarne elementi e integrarne di nuovi, per ottenerne una versione aggiornata che sia analoga alle nuove produzioni, cercando di soddisfare al contempo le nuove esigenze del mercato e rispondere ai requisiti normativi e alle necessità emersi successivamente alla produzione e all’immissione sul mercato della stessa. In Italiano quindi, retrofitting può essere tradotto come “aggiornare retroattivamente”, trasformando il materiale di ieri in un valore per il domani, dandogli una nuova vita e implementando nuove funzioni.

In campo architettonico, il termine è utilizzato per identificare una serie di pratiche virtuose legate alla rigenerazione del tessuto edilizio esistente. In questa accezione, il retrofitting pone la sostenibilità, sia energetica che economica, al centro del percorso progettuale, in quanto gli interventi svolti in quest’ottica restituiscono immobili esistenti ripensati e ridisegnati in modo tale da aumentarne il valore di mercato, rielaborandone gli elementi così da rispondere alle esigenze contemporanee di utenti e committenza, sia in termini spaziali che funzionali.

Benché riferendosi all’ambiente costruito il termine venga spesso utilizzato come sinonimo di “refurbishment” e “conversion”, retrofitting è una pratica che va al di là del restauro o della ristrutturazione: si tratta infatti di una metodologia applicabile a ogni scala progettuale, dal singolo edificio al blocco per arrivare poi alla scala urbana del quartiere o della città. Rivitalizzare e recuperare il tessuto costruito in questo modo significa quindi, contribuire al ridisegno delle città e del loro futuro.

2. Perché retrofitting?

Osserviamo la velocità disarmate a cui stanno mutando caratteristiche e criticità legate al pianeta e ai suoi abitanti: la trasformazione delle nostre città dovrebbe andare di pari passo. Una delle possibili risposte a questo accelerato cambiamento che caratterizza la contemporaneità è il riuso, la scelta di agire e lavorare sul patrimonio edilizio esistente anziché costruire ex novo. Azioni progettuali oculate, orientate alla sostenibilità energetica, volte a rileggere in termini spaziali e volumetrici l’esistente e a fornire risposte alle esigenze mutate degli utenti e delle proprietà possono quindi rappresentare un antidoto oltremodo sostenibile e ragionevole.

In Italia per esempio il patrimonio costruito risale per lo più agli anni del secondo dopoguerra e del boom economico fino alla fine degli anni ‘70: quasi la metà delle abitazioni del Belpaese sono state realizzate tra il 1946 e il 1980.

Il ciclo di vita di questi edifici perciò è già spesso arrivato a un punto in cui è richiesto un adeguamento sotto più punti di vista: tecnico, spaziale e funzionale. Non solo i nuclei familiari e il modo di vivere lo spazio domestico sono mutati nel corso degli anni, ma anche le normative richiedono oggigiorno standard di performance che i materiali utilizzati al tempo non riescono più a sostenere o raggiungere.

Vi è quindi la necessità di valutare le soluzioni adottate – al tempo anche innovative e adeguate – per capire fino a che punto la loro funzionalità si sia alterata, e se sia necessario sostituirle in favore di sistemi più sostenibili, così da evitare il raggiungimento di uno stato di deterioramento complessivo che minerebbe completamente il recupero dell’edificio stesso più avanti nel tempo.

3. Il retrofitting Milanese di Park Associati

Il nuovo film di Isplora muove dall’approfondimento di due casi studio: gli edifici de “La Serenissima” e di “Engie”, progettati entrambi dallo studio Park Associati, fondato nel 2000 dagli architetti Filippo Pagliani e Michele Rossi. Gli interventi di Retrofitting su questi due immobili sono molto diversi fra loro ma a modo loro contribuiscono alla ridefinizione di diversi brani di città.

Il progetto de “La Serenissima” rispetta filologicamente l’edificio esistente di Via Turati, ideato dai fratelli Soncini per Campari, proponendo le facciate vetrate come elemento cardine del percorso progettuale trasformandone però radicalmente i modi d’uso: viene recuperata la corte e rielaborata l’articolazione interna degli spazi di lavoro. Il ciclo di vita di questi edifici perciò è già spesso arrivato a un punto in cui è richiesto un adeguamento sotto più punti di vista: tecnico, spaziale e funzionale. Non solo i nuclei familiari e il modo di vivere lo spazio domestico sono mutati nel corso degli anni, ma anche le normative richiedono oggigiorno standard di performance che i materiali utilizzati al tempo non riescono più a sostenere o raggiungere.

Se quindi questo ridisegno insiste e mantiene riconoscibile l’identità dell’edificio “nero” esistente, l’intervento di Parkassociati per gli Headquarters di Engie risulta più pesante in quanto adegua volumi e facciate di un immobile risalente agli anni ‘80 di scarso valore architettonico, diventando uno dei tasselli della trasformazione del quartiere Bicocca. Così i progettisti lavorano sulla composizione volumetrica, mantenendo solo l’ossatura dell’edificio e rompendo la precedente orizzontalità; il risultato finale non solo restituisce spazi flessibili e funzionalmente ri-articolati ma offre anche un risultato altamente performante secondo le richieste della committenza.

4. Retrofitting per riattivare lo spazio urbano

A livello urbano retrofitting assume connotati più estesi e, se vogliamo, esaurienti: ragionare sull’avvenire delle città nel loro insieme è diventata una componente sempre più essenziale e imprescindibile per i professionisti del settore. Se si parla sempre di più di “smart city” e di sostenibilità a scala urbana, integrare un sistema metodologico che strutturi i processi decisionali legati allo spazio urbano per impiantare prospettive a lungo terminecontribuirebbe a proiettare la progettazione (sostenibile) verso il futuro.

In questi termini molte città stanno cercando, a livello urbano, di impostare un sistema metodologico che strutturi i processi decisionali legati allo spazio urbano e includa considerazioni e prospettive con uno sguardo a lungo termine. Alcuni esempi di queste pratiche sono programmi di ricerca accademica, come l’EPSRC Retrofit 2050, l’Oxford Flexible Cities (Future of Cities) Programme o il programma di ricerca quadriennale Visions and Pathways 2040 (VP2040), promosso dall’Australian Cooperative Research Center for Low Carbon Living (CRC LCL) e che vedeva coinvolte tre università Australiane insieme a partner sia istituzionali che industriali.

In Italia, a Milano e Sassuolo, uno dei più interessanti passi in questo senso è mosso dal 2008 dall’associazione temporiuso.net, che porta avanti un lavoro di ricerca atto a mappare gli spazi vuoti, in abbandono e sottoutilizzati di proprietà pubblica o privata con lo scopo di poterli riattivare – temporaneamente – per mezzo di progetti culturali di associazioni ed enti, in collaborazione con la Pubblica Amministrazione.

Pensare al futuro delle nostre città significa quindi oggi comprendere anche il processo di retrofitting a scalaurbana, passaggio che richiede in sé lo sviluppo di una prospettiva teorica strutturata e integrata rispetto all’innovazione dei sistemi urbani a lungo termine.

 

Per approfondire:

Retrofitting Cities for Tomorrow’s World, edited by Malcolm Eames, et al., John Wiley &

Sons, Incorporated, 2017.

 

Articolo a cura della redazione di Isplora.
Le prime due foto sono di Amate l’Architettura, le successive tre foto sono di Isplora s.r.l.
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