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Becoming/Arquitectura gaseosa – un workshop alla Biennale

18 ottobre 2018

Emmanuele Lo Giudice, per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, ha concepito un workshop come evento collaterale del progetto becoming del Padiglione Spagna nei Giardini della Biennale di Venezia. Amate l’Architettura sostiene questa iniziativa nella quale ci sarà una partecipazione attiva di alcuni membri del Movimento.

Con il progetto becoming, presentato dalla curatrice Atxu Amann per la 16a Biennale di Architettura di Venezia, lo spazio del padiglione spagnolo non è più una semplice area espositiva, ma si trasforma in un luogo di sperimentazione, uno spazio vitale, sede di processi e di riflessioni sul modo di pensare e fare architettura.

Il workshop becoming – arquitectura gaseosa si presenta come un momento di analisi e approfondimento delle tematiche del padiglione spagnolo, rielaborate sotto forma di laboratorio didattico. Punto focale del laboratorio è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura.

Il workshop analizza l’idea di un’architettura gassosa, un progetto teorico di Emmanuele Lo Giudice, che si propone come strumento operativo per una possibile interpretazione architettonica delle varie trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi anni. Il programma dell’architettura gassosa non segue un progetto predefinito, ma prevede l’idea di un’architettura immanente, non più legata ad una ricerca puramente formale, ma alle proprietà che la caratterizzano.

Il tema che si analizzerà nel workshop è il museo, per mezzo del quale si affronteranno alcune tematiche ritenute peculiari per l’architettura contemporanea. Il museo gassoso è uno spazio architettonico interattivo, aperto, che si adatta a qualsiasi situazione, che costruisce un sistema di relazioni privo di gerarchia, cosmopolita, narrativo, indipendente, sociale, ludico, atmosferico, sostenibile, in rete, critico, politico, ecc.

Questo museo sarà il risultato del dialogo tra artisti, architetti, studenti e professionisti di varie nazionalità che lavoreranno insieme alla definizione di questo ipotetico museo, la cui proprietà principale è data dalla relazione che esiste tra l’opera d’arte che si espone e lo spazio che la accoglie.

I partecipanti saranno suddivisi in gruppi, ognuno dei quali avrà un artista di riferimento con cui progetteranno un dispositivo espositivo pensato appositamente per una o più opere dell’artista designato.

L’obiettivo del workshop è di creare l’hardware necessario a una nuova visione di sviluppo urbano dove le forze creative del territorio messe a sistema possano dare vita ad un innovativo progetto culturale.

Se crolla un tetto è perché fa acqua il sistema.

1 settembre 2018

Quando crolla un manufatto, in Italia, specie se importante, è prassi ricorrere ad una liturgia ormai ben canonizzata.

Il primo passo è mosso da chi ha eseguito i lavori, l’appaltatore e/o il committente, che dichiara che è stato eseguito regolarmente tutto quanto era previsto dall’appalto/contratto/convenzione.

Il secondo passo, che con un linguaggio contemporaneo potremmo nominarlo “disclaimer”, consiste nel dichiarare che il crollo è dovuto a parti che era difficile/impossibile diagnosticare.

In alcuni casi, quando non si ha timore di spararla grossa ci si appella a difetti di progettazione, come è accaduto per il crollo del ponte Morandi, che è durato – con i suoi difetti di progettazione – esattamente 50 anni, con un utilizzo indiscriminato.

Questa premessa, necessaria, ci apre ad alcune considerazioni a caldo che vorremmo fare con i nostri lettori circa il crollo del tetto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, a Roma.

Ovviamente nulla è possibile sapere delle dinamiche del crollo, non abbiamo documentazione puntuale dei lavori svolti, perciò l’unica cosa che possiamo fare è mettere in ordine una serie di dati che abbiamo raccolto.

1) L’oggetto dell’appalto dichiarato sul sito della Progetto BEMA srls, la società incaricata della progettazione, era di restauro restauro conservativo della chiesa di S. Giuseppe dei falegnami, comprensivo di rilievo scientifico, progetto di restauro e coordinamento della sicurezza, per un importo di circa € 748.000. Si sta parlando, visti i termini dichiarati, di un restauro completo, non parziale. Gli stessi disegni presenti sul sito della società riproducono un rilievo completo della chiesa.

2) L’impresa esecutrice che ha eseguito il restauro è la Aspera s.p.a., una impresa già al centro di violentissime polemiche perché è la stessa impresa – guardacaso – che ha eseguito il restauro delle facciate del Colosseo, uno dei peggiori restauri possibili a detta di molti esperti (tranne la sovrintendente Maria Rosa Barbera) eseguito sul bene culturale più iconico italiano, per le tecniche invasive utilizzate e per il risultato estremamente disomogeneo della pulitura delle polveri e incrostazioni dalle facciate.

3) La stessa impresa appaltante è una una società che si avvale di una SOA (società organismo di attestazione –ASPERA_SOA ) OG2 (una SOA generale di lavori edili su edifici storici) ma non ha SOA specialistiche (OS2) sul restauro, requisiti che dovrebbero essere a base di gara per monumenti di tal fatta (il Colosseo!) ma che, a quanto pare, non sembravano necessari ha chi ha bandito le gare d’appalto: il Mibact per il Colosseo e il Vicariato di Roma, sotto la supervisione del Ministero, per S. Giuseppe dei falegnami. La Aspera s.p.a. ha condotto una politica aggressiva di acquisizioni di altre società per attestarsi in una posizione dominante nel settore ma al contempo sta schivando le responsabilità connesse alle acquisizioni e alle esecuzioni dei lavori.

4) “la trave che ha ceduto era inaccessibile” si è affrettato a dichiarare il MIBACT. “Il lavoro era ben fatto”. E’ la dichiarazione che lascia le maggiori perplessità, specie se fatta da chi rivestiva il ruolo di controllore.
In un restauro completo di un tetto, come ci mostra una foto presa dal sito della Progetto BEMA, il lavoro avviene dall’alto, ovvero rimuovendo le tegole e i correnti a sostegno del tetto. Le capriate rimangono libere (e perciò visibili) e anche le catene di queste, lignee o metalliche, sono accessibili rimuovendo il palancato ligneo visibile nella foto sottostante (presa dal sito della BEMA).


Nei casi di un restauro di un tetto, in genere si monta un tetto provvisorio, specie quando rimuovendo un tetto si lascia senza riparo un controsoffitto di pregio, proprio per avere tempo di effettuare una diagnostica più approfondita, soprattutto quando non è possibile eseguirla prima di smontare il tetto stesso. Nella foto riprodotta qui sotto (presa dal sito della BEMA) questo tetto provvisorio non c’è. Indice che nel restauro c’era la volontà di correre e non di approfondire. Forse non è un caso che la Direzione dei Lavori, che dovrebbe essere sempre terza in un opera, sia stata affidata all’Ufficio Tecnico del Vicariato. E’ il caso di committente che dirige i suoi lavori.

5) Il restauro della chiesa è stato finito nel 2015. Un tetto rifatto da tre anni non può crollare per fatalità. Colpisce il fatto che sia crollato estesamente nella sua parte centrale, come se ci fosse stata una reazione a catena tra le capriate

6) Sia nel caso del ponte Morandi, come nel caso del Colosseo e della chiesa di S. Giuseppe, c’è un rapporto tra istituzione pubblica, che può essere solo supervisore o committente, a seconda dei casi, e privato (Autostrade s.p.a., Della Valle, Vicariato) che non funziona. In questi tre esempi la pubblica amministrazione non ha controllato/appaltato a dovere, con i risultati che si sono visti.

Dobbiamo chiederci perché.

Forse potremmo azzardare alcune ipotesi:
a) le strutture pubbliche e i loro uffici tecnici negli ultimi venti anni sono stati impoveriti di risorse, di competenze tecniche, di snellezza decisionale;
b) le strutture pubbliche, per esempio le sovrintendenze, sono state caricate inutilmente di gravami burocratici su questioni di infima importanza: avete mai provato voi a modificare il finestrino di una soffitta, non visibile dalla strada, in centro storico di Roma? Avete mai provato a rendere conforme la preesistenza (come chiede la legge) di un appartamento nel centro storico di Roma per poterlo vendere? Se vi fate una passeggiata a via di S. Michele 17 a Roma, sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, nell’unica mattina di apertura della settimana (cogli l’attimo!), potrete vedere eroici funzionari questionare di pratiche di tutti i generi, anche di infimo ordine, dietro scrivanie sommerse di pratiche e altrettanto eroici architetti e tecnici vari aspettare, in piedi, per ore, da ben prima delle 8 di mattina, per potere essere ricevuti.

Dunque se le risorse sono poche e la cavillosità della legge è elevatissima, non potremmo stabilire una priorità dell’attenzione degli interventi, semplificando quelli di ordine minore?

Dunque ecco le tracce di riflessione per chi vuole comprendere come migliorare le cose:

  1. Nonostante i codici degli appalti continuamente rivisti in questi anni, la selezione di chi deve operare non funziona. Il sospetto è che non ci sia volontà di applicare correttamente i criteri selettivi.
  2. La pubblica amministrazione ha fallito nella sua funzione di controllo e committenza; mentre 30 anni fa era più efficiente. Segno che nel frattempo è avvenuto qualcosa a cui bisogna porre riparo.
  3. Gli adempimenti burocratici sono cresciuti a dismisura negli ultimi venti anni mentre l’efficienza dei controlli e la qualità delle opere è diminuita. E’ segno che la qualità non risiede nella ipertrofia burocratica, che tra l’altro è una delle maggiori cause dell’immobilismo del paese. Anche a questo andrebbe posto riparo.

Dato che è passato un po’ di tempo, vi riportiamo qui sotto i link di alcuni articoli di critica ai lavori del Colosseo, buona lettura.
Il Giornale dell’Arte
Arte Magazine
Il Fatto Quotidiano
Il Corriere della Sera – Roma
Il Manifesto

Infine, riportiamo la lettera aperta scritta dall’Associazione senza scopo di lucro “Restauratori senza frontiere”, in occasione dei restauri del Colosseo, che, magari di parte, dà tuttavia uno spaccato impietoso sulla qualità e le modalità di affidamento dei lavori di restauro del Colosseo.

 

VENGONO PRIMA I MONUMENTI O LE PERSONE?

Con Amate l’Architettura abbiamo seguito con apprensione, dolore e sgomento, fin dalle prime ore, la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Abbiamo scelto di tenere un profilo basso, condividendo articoli di approfondimento di altri, che hanno svolto, secondo le loro rispettive competenze, approfondimenti sulle dinamiche del disastro, della gestione delle infrastrutture e sulle (mancate) politiche dei trasporti in Italia.

Nel frattempo molti uomini di cultura e tecnici, anche stranieri, hanno condiviso delle riflessioni e promosso delle iniziative, delle petizioni o si sono resi disponibili a progettare il ponte. Ultima in ordine cronologico l’offerta del progetto da parte di Renzo Piano.

Lasciata decantare la reazione emotiva, vogliamo anche noi dare un contributo, una riflessione, che nasca da questo evento ma che possa avere un respiro più generale.

La prima, fondamentale domanda a cui dobbiamo rispondere è: ripariamo il vecchio ponte o ne costruiamo uno nuovo?

Il ponte Morandi ha innumerevoli estimatori (anche noi ne riconosciamo il valore) che vorrebbero, prima di demolirlo, che venisse fatta una valutazione costi-benefici sulla possibilità di riparare/consolidare il manufatto esistente o di sostituirlo con una nuova opera.

Ebbene è bene sgombrare il campo da ogni illusione: una valutazione del genere sarebbe  correttissima sotto un profilo teorico ma deleteria alla visione realistica dei fatti.

Una valutazione costi-benefici dovrebbe valutare la convenienza del mantenimento dell’opera originale (con gli opportuni correttivi) sotto punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico, strutturale ed economico oppure indicare le soluzioni alternative.

Tutto molto bello e, appunto, corretto, sotto un profilo procedurale. Ma valutiamo la proposta secondo la normativa vigente: chi valuta tutto ciò? E in quanto tempo?

A spanne servono 5 sottocommissioni (architettonica/ambientale/viabilistica/economica/strutturale) ciascuna con contenente specialisti in vari campi, e con un coordinamento a monte. Ciascuna commissione, secondo la logica che vige in questo paese, avrà potere di veto sulle decisioni da prendere o, nella migliore delle ipotesi richiederà un tempo congruo, ovvero lungo, per potere esprimere un parere sufficientemente ponderato.

Dobbiamo inoltre tenere conto che il Il 10 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (il codice degli appalti), stabilisce l’obbligo del dibattito pubblico (una traduzione letterale dal francese) per opere sopra la soglia dei 500 milioni, soglia che tra annessi e connessi (le demolizioni delle abitazioni tra le ipotesi possibili) potrebbe essere superata.

Abbiamo sotto gli occhi i drammatici esempi della ricostruzione post-terremoto di Amatrice, dove in quasi due anni abbiamo dato avvio a circa il 10% dei lavori o, localmente, l’esempio dei tempi infiniti per la gestazione della Gronda di Genova , la variante mai nata della A 10.

Aggiungiamo anche  che chi propone il retrofitting del ponte non tiene conto che la struttura si è dimostrata insufficiente e andrà ricalcolata con il risultato di un ponte comunque diverso da quello progettato da Morandi. Il ponte ricostruito sarà perciò un falso o un’opera diversa dall’originale.

Dunque, teniamo i piedi per terra, tenendo conto che c’è non solo una città in ginocchio, perché tagliata in due, ma tutto il collegamento nazionale con la Francia del traffico proveniente dal settore costiero occidentale e dal centro-sud Italia, abbiamo – purtroppo- una reale situazione d’emergenza, perché ogni giorno che passa c’è una città, una regione e una buona parte del paese che perde molto molto denaro.

Come è stato espresso da uno di noi, nel dibattito interno al nostro gruppo, preventivo a questo articolo, dobbiamo prendere atto che “il ponte è stato bombardato (da una guerra invisibile) e che dobbiamo agire come in guerra, ripristinando immediatamente una funzionalità vitale per il paese”.

Dunque stando così le cose, le soluzioni possibili si restringono drasticamente a due:
1) si opera la demolizione del ponte attuale e la ricostruzione di un nuovo ponte (previa una valutazione tecnica riguardante il mantenimento o l’abbattimento delle abitazioni sottostanti il ponte, su cui noi non ci soffermeremo perché non abbiamo elementi sufficienti per giudicare) con un affidamento a Società Autostrade – che ha dichiarato di avere già un progetto pronto – o ad altri (è un problema politico ed amministrativo in cui anche qui non ci addentreremo);
2) la rimessa in pristino temporanea del ponte attuale (se tecnicamente è possibile), con imposti limiti d’uso e con l’obbiettivo di farlo durare il tempo di realizzazione della Gronda di Genova, la variante della A10 già citata. Raggiunto questo obiettivo si potrà dare seguito ad un concorso internazionale per la proposta di un nuovo ponte, che possa rivaleggiare con il precedente.

Con queste sue soluzioni le tipologie delle valutazioni si limiterebbero a due: la fattibilità tecnica e l’impatto economico. In quest’ultimo andrà valutata da una parte il costo di una sola demolizione e nuova costruzione del ponte e, soprattutto il tempo di realizzazione (non i 5 mesi contrabbandati da Società Autostrade, ma più realisticamente tra i due e i tre anni – secondo eminenti progettisti (e con procedure d’urgenza, aggiungiamo noi), dall’altra il costo di una ricostruzione prima (questa si di pochi mesi) e di una successiva demolizione e ricostruzione dopo, a Gronda funzionante.

Ancora durante il nostro dibattito interno una collega si è chiesta perché non fare realizzare un ponte temporaneo dal genio militare. L’idea sarebbe magnifica ed emblematica per un paese “in guerra” (con le istituzioni, con la gestione della cosa pubblica, con le vessazioni quotidiane inflitte alla gente comune e a noi tecnici) ma, probabilmente irrealizzabile a causa dell’altezza e della campata.

Nel corso dei 10 anni di vita del nostro Movimento ci siamo battuti incessantemente per la valorizzazione della buona Architettura (soprattutto contemporanea), per i concorsi di progettazione, per la qualità dell’ambiente urbano. Abbiamo sempre combattuto l’emergenza, la precarietà la mediocrità a cui si è adagiato il nostro paese, perciò scriviamo queste righe con un profondo dolore, perché abbiamo preso atto che, in questo frangente, è difficile che si possa realizzare un’opera del livello del ponte Morandi, almeno in tempi brevi.

D’altra parte l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di porsi la domanda che ci siamo posti noi: “vengono prima i monumenti o le persone?”.

(le due immagini che accompagnano l’articolo sono prese da Wikipedia e sono rispettivamente di:
Michele Ferraris – la prima
Phoenix7777 – la seconda)

 

Fuori di Lista

28 settembre 2017

the-wild-bunch

Carissimi architetti,

prossimi ed entusiasti elettori per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine APPC di Roma,

noi di Amate l’Architettura siamo qui per svelarvi una scioccante verità…….

LE LISTE NON ESISTONO!

Ebbene si, sembra strano da dire ma le liste dei candidati per le elezioni del Consiglio non esistono.
Non esiste alcuna norma che le prevede, non esiste alcun obbligo di presentarle più o meno formalmente, non esiste la necessità di comporre e mettere insieme 15 nominativi per proporli in un unico “santino” da consegnare appena fuori dal seggio elettorale.

Non ci credete?

Eppure è così.
Il DPR 8 luglio 2005, n. 169 all’articolo 3 comma 11 dice testualmente che:
“l’elettore vota in segreto, scrivendo sulle righe della scheda il nome ed il cognome del candidato o dei candidati per i quali intende votare …..”

Leggendo il resto della norma non si trova traccia di liste.
Si dice, quello si, che un Consiglio come quello di Roma, che ha più di 17.000 iscritti, è formato da 14 consiglieri senior e 1 junior e che quindi il numero massimo di preferenze che può esprimere un elettore senior è 14.

Ancora più inesistente è la necessità di presentare un programma, che infatti, da almeno 20 anni si somigliano un po’ tutti (diteci chi è che non propone di promuovere una legge per l’architettura…..) e che sostanzialmente serve a mascherare la necessità di dare una veste ideologica comune a candidati che nella realtà non hanno nulla in comune, se non il fatto di aspirare ad essere eletti.

In un Ordine come quello di Roma, per avere la speranza di essere eletto, un candidato deve raccogliere un numero di preferenze vicino a 2.000. Alle ultime elezioni l’ultimo degli eletti (Tamburini) prese 1.270 voti, il più votato (Sacchi) ne prese 1.458 (l’8,3% degli iscritti).Ai tempi d’oro Schiattarella superava le 3.000 preferenze ma partiva dal vantaggio di essere il presidente uscente; nella primissima elezione del 1999 (quando si candidò insieme a Ridolfi) si aggirava su numeri comparabili con quelli di Sacchi (ci pare 1.700).

Nessun singolo candidato da solo è in grado di raccogliere tanti voti, quindi, se si vuole avere serie speranze di vincere, diventa praticamente obbligatorio apparentarsi tra diversi gruppi di potere in maniera da mettere insieme i potenziali elettori. Questo apparentamento è quindi il risultato di faticose trattative, accordi e compromessi che si fanno tra candidati. Oltre al bagaglio di voti conta spesso la composizione: almeno un professore universitario, un esponente delle PA, un giovane, un anziano, un architetto famoso, uno che sa di cultura, uno che bazzica in periferia e perché no? Anche un precario sottopagato aiuta il pluralismo.

Quindi ci ritroviamo 15 architetti che fino a pochi mesi fa nemmeno si conoscevano e che all’improvviso ci vogliono fare credere di essere graniticamente uniti da un programma.

Ciascuno di noi che ha votato in passato lo può confermare: conosciamo a malapena quattro o cinque (se va bene) dei componenti delle quattordicine che ci vengono proposte; noi di Amate abbiamo provato a fare questo esercizio e, su 113 candidati, non siamo riusciti a mettere insieme più di 10 nomi che, conoscendoli, ci convincessero. Spesso proprio perché li conosciamo eviteremmo volentieri di votarli. Spesso ci stupiamo persino che quel nostro amico si sia apparentato con quell’altro personaggio. C’è poco da stupirsi, è una questione di pragmatismo. Se vuoi avere speranze di essere eletto devi associarti ad una lista; e devi comporla in maniera più eterogenea possibile in maniera da non pescare negli stessi serbatoi di voti.
Una regola tristemente confermata……. Fin’ora.

Adesso finalmente abbiamo la soluzione.

VOTATE FUORI DI LISTA!

Perché votare con la logica delle liste?
Perchè essere costretti a votare con un “santino” in mano da ricopiare diligentemente?

Noi vi invitiamo a rompere questo schema perverso.
Invitiamo a votare solo ed esclusivamente i candidati conosciuti, quelli di cui vi fidate personalmente; e se non avete 14 nomi da scrivere, pazienza, scrivete solo ed esclusivamente quelli che vi convincono direttamente.

Noi di Amate l’Achitettura abbiamo fatto questo esercizio. Abbiamo letto la lista di tutti i candidati e abbiamo selezionato quelli che conosciamo e che per diverse ragioni riteniamo eleggibili. È la nostra lista, non dipende da accordi sottobanco, non abbiamo chiesto niente in cambio, né abbiamo consultato i diretti interessati prima di stilarla.

Vi invitiamo a fare altrettanto. Votate fuori dalle liste scegliendo nella lista dei candidati.

Ecco la nostra FUORI LISTA, ecco i nostri 10 nomi, voi mettete gli altri.

Margherita Aledda

Cecilia Anselmi

Massimiliano Bertoldi

Marco Burrascano

Massimo Cardone

Carla Corrado

Vito Rocco Panetta

Marco Maria Sambo

Margherita Soldo

Christian Rocchi

…………. ……………

 

PS – nel frattempo che riflettete sui nomi vi ricordiamo di sottoscrivere la nostra petizione per sollecitare una decisione del CNA sul rispetto della legge sulla rielegibilità nei consigli degli Ordini degli architetti.

Rispetto della legge sulla rieleggibilità nei consigli degli Ordini degli architetti!

27 settembre 2017

orwell

Siamo convinti che la candidatura dell’Arch Ridolfi alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio dell Ordine di Roma PPC sia stata presentata in aperta violazione della normativa vigente che limita a 3 il numero massimo di mandati consecutivi.

La nostra lettera aperta ai commponenti della lista Noi-Architetti, a parte un commento sul nostro blog, sembra essere caduta nel vuoto.

Abbiamo quindi deciso di lanciare una petizione da inviare al Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, per solelcitarlo ad esprimersi sulla questione e dichiarare “prima delle elezioni” se l’arch Ridolfi è eleggibile oppure no e a invalidare la sua candidatura.

La petizione è relativa al caso specifico di Roma che conosciamo bene, ma ci risulta che situazioni analoghe si stiano verificando in diversi ordini provinciali; per cui invitiamo anche gli iscritti di altre parti di Italia a sottoscrivere la petizione in maniera da sollecitare una presa di posizione da parte del CNA che possa dire la parola fine a questo genere di abusi.

Questo il testo della petizione.

“Gli Ordini professionali, come altre amministrazioni con funzioni di pubblica utilità, sono governati da Consigli che vengono rinnovati ogni 4 anni tramite elezioni.
Per un principio di trasparenza e democrazia, regolato dall’art. 2, comma 4, del DPR N. 169/2005 e dell’art. 2, comma 4-septies, del DL N. 225/2010, non si può essere eletti per più di 3 mandati consecutivi.
L’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente dell’Ordine degli Architetti p.p.c. di Roma è stato eletto Consigliere, con cariche di tesoriere e, successivamente, di vice presidente ed infine di presidente per 5 mandati consecutivi, fin dal 1999.
 Ora, a seguito dell’entrata in vigore del D.P.R. N. 169/2005, nella corrente tornata elettorale, si è candidato per la sesta volta consecutiva alle elezioni, la quarta dall’entrata in vigore del DPR 169/2005, consapevole della sua ineleggibilità.
Con la presente chiediamo al Consiglio Nazionale degli Architetti p.p.c., massima autorità di controllo degli architetti, di invalidare la candidatura dell’arch. Ridolfi con l’autorità del potere di surroga dato dalla mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.
La candidatura dell’arch. Ridolfi rappresenta un affronto ai principi di alternanza, alla base delle regole democratiche, sottintesi dalla legge. L’eventuale elezione dello stesso, inoltre rappresenterebbe un grave danno per l’Ordine stesso e per tutti i suoi iscritti a causa dei sicuri ricorsi ai tribunali amministrativi che ne scaturirebbero con la conseguenza di una paralisi amministrativa dell’organo e di un molto probabile annullamento delle elezioni con evidente danno erariale.”

Questo è il link alla petizione.

Elezioni di Roma, chiediamo di organizzare un incontro aperto a tutti i candidati

25 settembre 2017

In vista del rinnovo del consiglio dell’Ordine di Roma abbiamo notato una certa latitanza, da parte delle istituzioni, nel creare le condizioni per un confronto aperto tra tutti i candidati.

Sarà stata colpa del commissariamento oppure dell’agenda troppo fitta di chi avrebbe il dovere di occuparsi di queste cose. In ogni caso abbiamo deciso di provare a sollecitare il Consiglio reggente e a proporci come moderatori super partes.

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Riportiamo qui di seguito la lettera che abbiamo inviato al Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e al Presidente del Comitato Tecnico Scientifico della Casa dell’Architettura, Arch. Alfonso Giancotti.

“Spettabile Consiglio dell’Ordine degli Architetti p.p.c. di Roma,
approssimandosi le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine, in
qualità di iscritto e di presidente di “Amate l’Architettura – Movimento per
l’Architettura Contemporanea”, associazione che fin dal 2009 si occupa della
promozione ed il miglioramento dell’Architettura italiana, anche a livello
istituzionale, con la presente vi chiedo formalmente la disponibilità della
Casa dell’Architettura per un incontro plenario con tutti i candidati alle
prossime elezioni e con gli iscritti interessati, affinché essi possano
illustrare i loro programmi elettorali e possano rispondere ad eventuali
quesiti posti dagli iscritti interessati.
Non avendo un diretto interesse alle prossime elezioni, se non quello di una
massimo coinvolgimento degli iscritti all’Ordine, vi comunico che oltre ad
organizzare l’incontro e a promuoverlo sui nostri canali, oltre quelli
dell’Ordine, l’associazione che presiedo è anche disponibile a moderare le
presentazioni ed eventuali contribuiti.
Vi chiediamo una cortese e pronta risposta per avere il tempo minimo per
organizzare l’evento in tempo utile, possibilmente nella prossima settimana.
Vi saluto distintamente.
arch. Giulio Paolo Calcaprina”
Attendiamo fiduciosi qualche risposta.

LETTERA APERTA AGLI ARCHITETTI CANDIDATI NELLA LISTA “NOI ARCHITETTI” PER LE ELEZIONI DELL’ORDINE DI ROMA DEL 2017.

23 settembre 2017

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Stimatissimi colleghi, con la pubblicazione della vostra lista per elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma, abbiamo appreso che si candiderà anche quest’anno l’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente della passata consiliatura.

Siete tutti noti ed affermati architetti ed è evidente che la vostra candidatura è espressione di uno spirito di servizio per questa istituzione e non di una ricerca di un tornaconto personale.

Per questa ragione riteniamo che vi sia sfuggito il fatto che i sensi dell’ art.2, comma 4, del DPR 169/2005 e dell’art.2, comma 4-septies, DL N.225/2010, che stabiliscono un limite massimo di 3 consiliature consecutive se in già in carica al 27/02/2011, l’arch. Ridolfi non sia più candidabile in quanto è consigliere dell’Ordine di Roma ininterrottamente dal 1999.

In questi anni ha ricoperto la carica di tesoriere per 12 anni, poi di vice presidente e, successivamente, di presidente, oltre ad altri incarichi minori.

Una persona che ha ricoperto per così tanti anni incarichi di rilievo non può non sapere che la sua candidatura è in palese violazione con il dettato di legge, voi, probabilmente, non ne siete a conoscenza.

Perciò, in virtù di quanto vi abbiamo esposto vi chiediamo di sollecitare l’arch. Ridolfi a ritirare la propria candidatura a consigliere dell’Ordine o, in caso di un suo diniego, a ritirare la vostra candidatura e quindi il vostro sostegno ad un collega che vìola apertamente le regole democratiche su cui si basa il nostro Ordine, già ridicolizzato, a causa sua, con l’attuale surroga (un commissariamento di fatto) a causa della mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.

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