L’articolo del Fatto Quotidiano di Luigi Franco di alcuni giorni fa, ha riacceso un dibattito in merito alla deontologia professionale, argomento che avrei voluto affrontare da molto tempo.
Quando mi sono iscritto all’Ordine, insieme al timbro, mi sono state consegnate le norme deontologiche, era un testo bellissimo di cui mi sono subito innamorato, ma oggi non è più lo stesso è stato più volte rimaneggiato e sono stati eliminati punti importantissimi come quello relativo alla pubblicità e altri che garantivano le qualità morali del professionista.
In merito vi è anche un giallo perché gli iscritti all’Ordine di Roma non sanno con precisione a quali norme si devono rifare, in quanto il CNA ha recentemente cambiato le norme, eliminando punti fondamentali come quelli sulle incompatibilità, l’Ordine di Roma non le ha adottate, facendo riferimento ad alcuni regolamenti che attribuiscono agli Ordini provinciali l’autonomia in merito, ma il CNA si richiama ad una sentenza della Cassazione che dice il contrario, ne risulta una grande confusione.
Nella mia esperienza più che decennale con l’Ordine degli Architetti di Roma e non solo, mi sono sempre chiesto come mai i casi di condanna, (sospensione o radiazione), fossero così limitati o quasi inesistenti, con il tempo ho capito che qualcosa non funziona.
Se ne sono accorti anche a Palermo dove è nato recentemente il Comitato Professionisti liberi impegnato a far rispettare la legalità anche tra i professionisti, hanno redatto un Manifesto e incalzano gli Ordini Professionali affinché intervengano nei confronti dei Professionisti condannati e non rispettosi delle norme deontologiche.
Il Libro DisOrdini di Alessandro Maria Calì, (un ex presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Palermo), mi ha confermato e chiarito una serie di aspetti importanti sul tema della deontologia professionale, vi cito una frase illuminante: “Se vogliamo dimostrare a chi dice che gli Ordini sono inutili che si sbaglia, allora dobbiamo fare in modo che esercitino con maggiore efficacia il ruolo di magistratura interna. Se continuiamo a non radiare nessuno allora il rischio è che vincano i fautori dell’abolizione degli Ordini. Nessun Ordine potrà più dire: se la sentenza non è definitiva noi non possiamo fare niente“.
Non credo che ci sia niente di più attuale in questa affermazione, in un momento dove gli Ordini e i Professionisti sono sotto il tiro incrociato della politica, dei mass media, dei poteri forti e dell’economia, non a caso spuntano libri come: “I veri intoccabili” di Franco Stefanoni, dove ci dipingono come una casta, dicono: “il 44% degli Architetti e figlio di Architetti” “una macchina del privilegio, con meccanismi e regole scritte e non scritte“.
Il neo Ministro Fornero ha recentemente affermato: “.…. non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano tra molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse e i politici con i loro vitalizi.”
E’ chiaro che non si rendono conto della realtà, vi ricordo che nel 2010 un terzo degli architetti liberi professionisti, ha guadagnato meno di 10.000 euro (dati inarcassa), ma è altrettanto chiaro che gran parte della responsabilità di questa situazione è nostra e di chi ci ha rappresentato sia a livello nazionale che locale.
Nel tempo non abbiamo più fatto quello per cui eravamo nati e questo ci ha fatto perdere di credibilità, ma soprattutto ha fatto svanire, nella consapevolezza dei cittadini, l’utilità sociale e il ruolo che gli ordini avevano nella tutela della popolazione.
Se non si fa la deontologia, come può il cittadino, quando si rivolge ad un professionista, essere sicuro che si rivolgerà ad un tecnico di specchiate qualità morali?
Negli ultimi anni gli Ordini si sono preoccupati di aumentare gli iscritti, di fare iniziative culturali, mostre, pubblicazioni, conferenze, presentazioni di libri, case editrici, radio, video, rapporti con l’Università, ……. ma hanno dimenticato di fare ciò per cui erano stati creati, (R.D. 23 OTTOBRE 1925, n. 2537) ovvero: art. 37 :
Il Consiglio dell’Ordine, oltre alle funzioni attribuitegli dal presente regolamento o da altre disposizioni legislative o regolamentari:
1) Vigila sul mantenimento della disciplina fra gli iscritti affinché il loro compito venga adempiuto con probità e diligenza.
2) Prende i provvedimenti disciplinari.
3) Cura che siano repressi l’uso abusivo del titolo di ingegnere e di architetto e l’esercizio abusivo della professione, presentando, ove occorra, denuncia all’autorità giudiziaria.
4) Determina il contributo annuale da corrispondersi da ogni iscritto per il funzionamento dell’Ordine, ed eventualmente per il funzionamento del Consiglio Nazionale, nonché le modalità del pagamento del contributo.
5) Compila ogni triennio la tariffa professionale, la quale, in mancanza di speciali accordi, s’intende accettata dalle parti e ha valore per tutte le prestazioni degli iscritti nell’Ordine.
6) Dà i pareri che fossero richiesti dalle pubbliche amministrazioni su argomenti attinenti alle professioni di ingegnere e di architetto.
I punti 1-2-3 sono i più importanti, ma evidentemente si sono persi nella notte dei tempi, non conviene occuparsi di deontologia, competenze professionali, incompatibilità e soprattutto non conviene punire, non porta voti.
Molti Presidenti degli Ordini si sono comportati come i nostri politici, si sono preoccupati di acquisire voti e consensi evitando tutto ciò che va in direzione opposta.
Da anni l’Ordine di Roma ignora le nostre numerose segnalazioni sui docenti universitari a tempo pieno e su altri casi di non rispetto delle norme deontologiche.
Il punto 6 si è perso con la nostra credibilità, le Amministrazioni pubbliche e i politici non ci chiedono pareri nemmeno quando legiferano su argomenti che ci riguardano, il punto 5 l’abbiamo perso già da tempo.
Il titolo dell’articolo del Fatto Quotidiano, (vi ricordo che i titoli dei giornali non li fanno quelli che scrivono l’articolo), va proprio in quella direzione di attacco agli Ordini professionali e il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Schiattarella ha voluto replicare con questa lettera, nonostante avesse già espresso il suo pensiero rispondendo alle domande del giornalista.
La replica mi ha colpito per alcune frasi:
“Per quanto riguarda il supposto lassismo o malfunzionamento degli Ordini posso solo far rilevare che in ambito deontologico noi possiamo prendere provvedimenti solo dopo aver acquisito gli atti documentali e che non sempre la magistratura li fornisce tempestivamente. Per darLe un’idea, nel caso citato nell’articolo gli atti sono stati richiesti alla Procura competente sin dal Maggio 2010 senza aver avuto, a tutt’oggi, riscontro alcuno“
Mi sembra curioso che un’Ordine come quello di Roma che ha discreti mezzi (5 milioni di euro di bilancio), abbia fatto una richiesta un anno e mezzo fa alla magistratura e in mancanza di risposta non abbia proceduto in altri modi, andando per esempio a richiedere direttamente in loco la sentenza di
patteggiamento di maggio 2011.
“l’Ordine che rappresento non prende lezioni da nessuno: da diversi anni, infatti, siamo protagonisti di una aspra battaglia per restituire senso al nostro ruolo istituzionale di tutela degli interessi collettivi. Per anni ci siamo battuti per una riforma delle professioni che affronti in modo organico il tema delle competenze, dell’immissione dei giovani iscritti nel mercato del lavoro, delle regole nell’affidamento degli incarichi delle opere pubbliche.
Una battaglia ignorata sistematicamente sia da gran parte della classe politica che dalla stampa”
E’ un’ammissione di un fallimento di cui bisognerebbe prendere atto prima o poi.
In questi giorni parlando con colleghi e rappresentati di Ordini, mi sono stati prospettati tutti i problemi che impediscono il buon funzionamento della deontologia:
- mancanza di mezzi per fare indagini;
- non obbligatorietà dell’azione disciplinare (a differenza della magistratura);
- mancanza di risposta o lentezza della magistratura a recapitare gli atti;
- responsabilità a cui sono sottoposti i Consiglieri dell’Ordine in caso di errore;
- numero elevato di casi a cui non si riesce a stare dietro;
- difficoltà di acquisire prove;
Io credo che se vogliamo salvare gli Ordini non ci possiamo nascondere dietro un dito, sono tutti problemi risolvibili, soprattutto per un Ordine che spende centinaia di migliaia di euro per le attività più disparate e smettiamola di usare la magistratura come scudo, prendiamoci le nostre responsabilità, rispettiamo l’art. 37 comma 2 del nostro Regolamento e recuperiamo la nostra credibilità nei confronti dei cittadini, della politica, dei mass media ma soprattutto nei confronti di noi stessi.