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Architettura…. Forma e finitura dello spazio

17 luglio 2017

A cosa serve l’Architettura?

è la domanda che sta ponendo Giulio Pascali agli architetti. Qui riporto la mia definizione.

L’architettura definisce forma e finitura dello spazio, ma soprattutto, attraverso un linguaggio fatto di materia, rappresenta e comunica dei valori.

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Rendering del progetto di Terragni su via dei Fori Imperiali

Una certa confusione, fra progetti di architettura non realizzati e disegni di architetture impossibili.

30 aprile 2016

Ammetto di fare confusione. Eppure non dovrei. Il confine tutto sommato dovrebbe essere facilmente individuabile da un lato il lavoro degli architetti, che si occupano di immaginare le cose/le case, tradurle nei disegni, nei computi metrici e negli atti burocratici necessari alla loro realizzazione e poi seguirne la costruzione, dall’altro lato il lavoro degli artisti, la cui immaginazione, quando pure si applica a qualcosa che assomiglia ad un edificio, non è costretta dai confini della realizzabilità, dell’economicità del processo, dei vincoli legislativi etc., ma piuttosto è libera e può dare esiti del tutto innovativi e sorprendenti.

Non può certo trarmi in inganno il metodo con cui vengono realizzate le immagini. Il fatto che esista una generazione di fotografi che sanno usare gli stessi programmi di modellazione solida usati da noi architetti per la renderizzazione, con in più una attenzione infinitamente maggiore per cogliere, attraverso una raffinata preparazione delle texture da applicare ai materiali, il soffio della vita reale, quella “sporcatura del mondo” che differenzia (o almeno in passato differenziava) le foto dai rendering. No, non può essere questo.

E’ qualcos’altro che si annida fra le pieghe di una certa ripetitività dei comportamenti umani. E allora ripenso alla figura del disegnatore Hugh Ferris per come viene descritta nel libro Delirious New York, al suo ruolo di guida nel tracciare una strada per gli architetti e al paesaggio urbano che andava immaginando.

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E’ possibile, mi chiedo, che alcune delle visioni degli artisti che oggi immaginano i nuovi paesaggi urbani stia in qualche modo analogo tracciando una strada?

Ma forse devo fare un passo indietro. Ad una riflessione di oggi pomeriggio. Una giornata passata davanti al computer senza voglia di lavorare e dedicata quindi ad una vorticosa ricerca di immagini, con un unico filo conduttore: rendering di cose non realizzate o non realizzabili. Diciamo quindi che di per sé il tema della ricerca era confuso, e lo scopo poi del tutto assente. Una pura curiosità intellettuale.

Tutto inizia quando mi cade l’occhio su un immagine realizzata da Xavier Delory. Non lo conoscevo, si tratta di un “fotografo concettuale”, come si autodefinisce sul suo sito, che ha studiato, fra le altre cose, grafica 3D. Unendo le due sue capacità principali si dedica a creare nuovi paesaggi urbani.

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Sono paesaggi impossibili. Sorprendenti. Fanno quasi venire il dubbio che si tratti di immagini di un progetto. No però. Non possono essere progetti perché sarebbero assurdi, ovviamente (ma intanto un piccolo tarlo incomincia a scavare, senza ancora sapere dove andare).

Fra queste immagini c’è una fantasia particolarmente divertente. Violentare Ville Savoye! Che gusto poi per me, che con gli anni ho preso un infinita distanza da Le Corbusier. Immaginare di coprire quel caposaldo del movimento moderno con la barbarie di pessime scritte fatte con le bombolette spray. Una installazione solo immaginata, ma già così dissacrante.

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Che cos’è questo quindi? Il progetto di un installazione? E’ l’installazione stessa, o meglio l’opera d’arte stessa? Si certo. Non serve metterla in atto. Non è un progetto di qualcosa da realizzare. Già averla pensata è la sua realizzazione. Il titolo poi è perfetto: Sacrylège.

Ma ricercare immagini con internet è un po’ come salire su un albero di ciliegie e cominciare a piluccare, risulta difficile smettere. Per cui mi ritorna in mente il nome di Filip Dujardin, un altro fotografo capace di usare molto bene il 3D per dare vita ai suoi paesaggi interiori.

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Alcune delle sue immagini rappresentano delle installazioni (che peraltro sarebbero dei fatti urbani assolutamente considerevoli anche nel mondo reale).

Altri lavori invece, e mi riferisco in particolare alla serie “Fiction”, hanno un rapporto più stretto con l’architettura. Potrebbero tranquillamente passare per dei progetti di architettura, magari discutibili per la difficoltà realizzativa e per la ricerca del paradosso statico, ma tutto sommato, con grande sforzo, costruibili.

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Ma di nuovo ci ricasco, no, non possono essere progetti perché sono in realtà impossibili da realizzare. Eppure l’estetica di quegli edifici brutali, che si arrampicano l’uno sull’altro mi ricorda qualcosa… ma certo come no!

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The Interlace, il nuovo edificio realizzato da OMA/Ole Scheeren a Singapore! Che nei rendering appare sempre ricco di verde in ogni dove, ma nella realtà è assai duro. Il tipo di edificio che mi fa pensare al passare del tempo. Mi viene da pensare che andrà visto alla prova nel corso degli anni, quando avrà perso, com’è inevitabile, quella patina di nuovo che adesso lo caratterizza (e il “condominio” si porrà per la prima volta il problema di rifare le facciate).

L’immaginario di una città che si arrampica su se stessa, che si decompone è un tema ricorrente nella ricerca di diversi artisti, fra questi anche un italiano, Giacomo Costa, che partito ormai tanti anni fa dai semplici collage di edifici che si accalcavano uno sull’altro, adesso è arrivato ad un certo pessimismo sul paesaggio del futuro (del presente?).

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Questo non mi turba. Non è certo questa atmosfera densa, questo gusto per la rovina dell’edificio che può destabilizzare. Questa è pura visione immaginaria, memorie da quando durante gli anni della cosiddetta “guerra fredda” immaginavamo un futuro postatomico.

Su questo poi si innesta un altro filone di ricerca per immagini. Quello del perverso gusto della rovina di architettura. Su internet lo chiamano anche “Ruin porn”, e in effetti qualcosa di perverso c’è nel guardare le foto degli edifici abbandonati in Unione Sovietica.

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Eppure in qualche modo fanno parte della stessa linea di ricerca estetica. Il reale insegue il virtuale e viceversa. Ed è qui che inizio a faticare a distinguere l’uno dall’altro.

Le fantasie neogotiche dell’artista Jim Kazanjian ad esempio sono del tutto virtuali, è chiaro.

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E non costituiscono certo un modello di riferimento per nessuna costruzione nel mondo reale.

La “Casa Brutale” invece si presenta come un progetto di architettura.

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Pubblicato in tutto il mondo nel luglio 2015 dallo studio OPA Open Platform for Architecture, potrà forse essere estremamente difficile da realizzare, ma come negare che almeno ha una tensione verso il costruito.

E infatti traccia una strada che altri seguono poco dopo, mi riferisco ad Alex Hogrefe con il progetto Cliff Retreat, altro best seller mondiale,

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Qualcuno giustamente potrebbe notare che è il lavoro di un grafico più che di un architetto. Si, è possibile, ma anche qui come non notare anche che potenzialmente questo edificio è costruibile. Ed è addirittura pensato nei suoi dettagli più intimi, è rappresentato nelle viste meno scenografiche.

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Peccato che nella realtà non esista questa scogliera, che la normativa nella maggior parte dei paesi più civili impedisca di costruire in posti la cui bellezza paesaggistica è tutelata e che il costo di un edificio del genere sia tale da renderlo perlopiù antieconomico. Peccato veramente. Ma ha senso fare la distinzione fra costruito e non costruito? Se un progetto è stato pensato fino al dettaglio, c’è per forza bisogno di costruirlo per attribuirgli la dignità del progetto architettonico?

Di sicuro questa è una domanda che si è sentito fare fin troppe volte il nostro Antonino Cardillo. Uno dei migliori architetti italiani, forse fra i migliori del mondo, ma finora con poche occasioni di dimostrare in pieno il proprio valore in un processo costruttivo completo. Autore già alcuni anni fa di bellissime opere, purtroppo non costruite, come la Convex House.

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Ma da Eisenman a Terragni (che poi forse erano addirittura la stessa persona), si sa che i progetti a cui si tiene di più faticano ad essere costruiti, ma questo non vuol dire che non siano o non possano essere dei caposaldi dell’architettura, come nel caso dell’edificio progettato da Terragni su via dei Fori Imperiali.

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Chissà come sarebbe stata la nostra vita se…

Se avessero costruito quell’edificio.

Se invece di fare il mestiere di architetti avessimo fatto il lavoro degli artisti, immaginandoci nuovi paesaggi urbani senza l’ansia di dover poi costruire le cose disegnate, lasciando correre la fantasia liberamente.

immagini: internet

editing: Giulio Pascali

Piano Casa della Regione Lazio: meglio di Beautiful!

24 ottobre 2014

Il Piano Casa, una legge temporanea che sembra non avere mai fine, esce stravolto dalla seduta di Consiglio Regionale del 23 ottobre 2014.

All’ordine del giorno c’è la proposta di legge n°75 del 2013, ovvero le modifiche che la Giunta Zingaretti aveva promesso in campagna elettorale e che avrebbero dovuto correggere in positivo l’impianto del Piano Casa targato Polverini/Ciocchetti.

Premesso che si tratta di ben poca cosa rispetto alle attese di quanti hanno sempre pensato che il Piano Casa targato Polverini/Ciocchetti sia un becero insieme di regalie fatte “ad personas”, un coacervo di eccezioni senza motivo ad una norma che avrebbe potuto essere di gran lunga più semplice e dunque più efficace. In ogni caso la proposta, si badi bene elaborata nel settembre del 2013, contiene almeno un elemento positivo, la cancellazione della premialità del 10% sui Piani di Zona. Poche parole che, se corrette nel testo vigente, avrebbero perlomeno l’effetto di eliminare la più vistosa delle regalie fatte alla lobby dei costruttori.

In realtà la partita che si sta giocando, a livello politico, è quella di un braccio di ferro tutto interno alla sinistra. Da una parte Zingaretti e Civita alla Regione, dall’altra Marino e Caudo al Comune. Ciascuno reclama per sé il diritto a governare le trasformazioni del territorio.

Ma che senso può avere apportare modifiche ad una legge a 100 giorni dalla sua data di scadenza? Solo il puntiglio di onorare una promessa elettorale? Sembra difficile solo ipotizzarlo. Il vero argomento di cui si parla è il futuro. La proroga è nell’aria, tutti ne parlano, tutti se l’aspettano.

Il risultato inevitabile è che tanto i cittadini interessati ad un piccolo ampliamento, quanto gli operatori economici, i pochi rimasti perlomeno, stanno alla finestra. Aspettano di vedere se arriva o meno questa proroga. Nel dubbio che si fa? Ci si ferma e si aspetta. Primo risultato negativo raggiunto. Il peggio però deve ancora venire.

Seduta di Consiglio Regionale del 23 ottobre 2014. Va in scena il solito teatrino. Il consigliere Cangemi (nuovo centro destra) dà del maleducato al consigliere Baldi (lista civica Zingaretti) che manca di rispetto all’aula perche ha sul suo tavolo una bottiglietta di Coca Cola. Urlano, si tirano dei fogli di carta, ma la rissa, per futili motivi, viene fortunatamente solo sfiorata. Effettivamente questo Baldi tanto bene educato forse non è se nella precedente seduta di Consiglio Regionale del 16 ottobre veniva così apostrofato da un altro consigliere: “collega Baldi la prego, con i piedi sopra il tavolo non è mai decoroso per l’aula!”

Nel teatrino del Consiglio Regionale poi c’è una consuetudine che tutti conoscono, siccome quelli del Movimento 5stelle sono convinti di essere superiori e danno dei ladri a tutti, tutti gli altri, per ritorsione, non ascoltano una parola quando loro parlano, li ignorano ostentatamente. Non chiedetemi perché è così, è semplicemente un dato di fatto, come in quelle famiglie da commedia all’italiana in cui viene messa in scena la figura del nonnetto rompicoglioni che parla da solo. Un qualunque consigliere 5stelle fa una domanda diretta all’assessore e lui non gli risponde, la rifà per cinque volte, e lui per cinque volte non gli risponde.

Tanto per far capire come questo teatrino assomigli al teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco riporto uno stralcio del verbale del 16 ottobre:

Porrello (consigliere 5stelle): (dopo tre minuti di intervento) … e noi qui ci troviamo a fare un piano casa che distrugge l’ambiente, il patrimonio… e tutte queste persone che parlano senza neanche sentire…. Io potrei dire qui le parolacce, e infatti sto dicendo una cosa fuori tema e manco il Presidente mi ferma! Fermatemi almeno, no?

Presidente: Collega Porrello, non capisco

Porrello: Non capisco io…

Presidente: Nessuno sta dicendo parolacce, altrimenti se ne sarebbe accorto qualcuno.

Porrello: Io ho detto che potrei dire anche le parolacce

Presidente: Ma se lei le dice se ne accorgono tutti!

Porrello: Ma per forza, perché anche se uno parla normale qui fate finta di non ascoltare, è questo il problema, che è un mercato, è un suk questo, non un aula

Interviene un altro consigliere: Ma questo è razzismo!

Porrello: …questo è razzismo? Non è un insulto, è una presa di…

Presidente: Collega Porrello, continui la sua illustrazione, prego.

Porrello: Si, lo illustro. Allora in questo mercato, tra le varie bancarelle che esistono in questo mercato, tra le varie bancarelle io volevo dire…

Presidente: Colleghi per cortesia. Consigliere Baldi, per favore. Grazie.

Porrello: Poi si offendono! Quando c’è Baldi che parla con tutti gli altri, quell’altro che si alza e quello che si gira, poi dico mercato e si offendono tutti! Ma è chiara la cosa! Bene.. (interruzione di un consigliere) …appunto, non sente nessuno! L’ho detto, potrei dire qualsiasi cosa qui, lo dimostrerò! Presidente, lo dimostrerò! Allora, quindi noi ci impegniamo ancora una volta a cercare di migliorare un testo che fa schifo! Grazie.

Presidente: Parere della Giunta?

Assessore: Parere contrario.

Mi scuso per la lunga digressione, ma credo che, oltre all’indiscutibile valore comico, questa premessa sia utile per capire quale sia il clima, l’atmosfera, ma anche il livello, del dibattito nell’aula del Consiglio Regionale, ed è altresì utile per capire quanto è successo nella seduta del 23 ottobre 2014.

Storace assume la Presidenza. Con il suo aplomb e la sua sagacia. Storace, l’ex governatore travolto dagli scandali, ex deputato, ex politico di livello nazionale, di serie A, retrocesso suo malgrado sugli scranni di un Consiglio Regionale. Gli emendamenti si susseguono a un ritmo incessante: interventi, voto, interventi, voto. Tutti respinti dal fronte compatto del PD. Siamo all’emendamento numero 236, ma la strada è ancora lunga, sono più di duemila. Prende la parola un consigliere 5stelle, tutti si distraggono, poi parla un altro consigliere 5stelle, il capogruppo del PD va al gabinetto, due consiglieri vanno a prendersi un gelato, tutti si distraggono, il consigliere 5stelle finisce di parlare, il presidente Storace chiede di votare, prima a favore, e tutti i deputati 5stelle alzano la mano, poi contro, ma nessuno lo ascolta, solo uno se ne accorge, Bellini del PD, nessun altro, né a destra né a sinistra. Storace non alza la voce, non richiama all’ordine o ad una maggiore attenzione, semplicemente dice: “Emendamento approvato.” Punto.

Nessuno in quel momento sa quale sia il contenuto dell’emendamento, ma è una rivoluzione. All’art. 3 comma 6 dopo le parole “la realizzazione degli ampliamenti di cui al comma 1 è subordinata all’esistenza delle opere di urbanizzazione primaria” si aggiungono due semplici paroline, “e secondaria” .

Patatrack!

Ecco smontato il Piano Casa.

2014-2017, un Piano Casa è per sempre

28 gennaio 2014

Sono in corso di approvazione presso il Consiglio Regionale del Lazio, due proposte di legge la 75/2013 e la 76/2013 di modifica al cosiddetto Piano Casa attualmente in vigore (qui il testo coordinato).

Alcune di queste modifiche, quelle contenute nella proposta n°76, sono dovute ai rilievi fatti dal governoa suo tempo dai ministri Galan e Prestigiacomo, poi sotto il governo Monti ribaditi dal Mibac, che ha sottoposto l’attuale stesura della legge ad una verifica da parte della Corte Costituzionale. La vicenda è nota e non è il caso di rievocarla. Queste modifiche dovrebbero chiudere una partita, quella del mancato rispetto dei vincoli ambientali, che si era aperta nel 2011 contestualmente all’approvazione della seconda versione del Piano Casa. È altrettanto noto infatti che lo spirito originale della legge, che avrebbe dovuto essere quello di riattivare l’edilizia privata attraverso lo stimolo ad investire il risparmio delle famiglie in interventi sul patrimonio edilizio di proprietà, era stato fin dall’inizio stravolto. Ma anche questi temi sono noti e già dibattuti.

La proposta n°75 invece rappresenta il mantenimento di un impegno elettorale da parte del neo governatore. Durante la campagna elettorale infatti la maggior parte delle associazioni che si occupano di difesa dell’ambiente si sono schierate per l’elezione di Zingaretti chiedendo garanzie preventive di un suo successivo impegno nel riformare radicalmente il Piano Casa. Le associazioni ambientaliste hanno unito le forze con comitati di quartiere; le associazioni che difendono la qualità urbanistica e architettonica attualmente fanno fronte comune. Fra le associazioni che difendono la qualità architettonica e urbanistica, pur con qualche distinguo, si colloca anche Amate l’architettura che è tra i principali sostenitori di Carteinregola.

I macrotemi oggetto di dibattito quindi sono fondamentalmente due:

– gli interventi o le categorie di interventi che potrebbero nuocere al paesaggio, quindi che si vanno ad attuare su aree che andrebbero invece escluse per intero dagli ambiti di applicazione;

– gli interventi che esulano dalla dimensione edilizia e sono invece di tipo urbanistico e attraverso il Piano Casa possono attuarsi al di fuori della pianificazione.

Ci sono però altri due temi di cui è opportuno parlare in questa occasione.

Il primo è l’opportunità o meno di continuare a cambiare le leggi in corso di validità, in particolare quando sono leggi di breve durata, come questa, destinata a “scadere” fra meno di un anno.

Il secondo, strettamente legato, è la sensazione che un questo intervento normativo possa facilmente mascherare l’intenzione di prorogare i termini di presentazione delle domande oltre il termine attuale del gennaio 2015.

Per quanto riguarda il continuo cambiamento di questa legge è opportuno ripercorrere sinteticamente la cronologia delle modifiche, le integrazioni e le interpretazioni successive all’entrata in vigore della L.R. 21/09.

Tralasciamo il primo periodo, dal 2009 al 2011 in cui non si è riusciti ad applicarlo il Piano Casa, il primo tentativo abortito.

Prendiamo in considerazione come punto di partenza la seconda versione, che sotto la spinta dell’algido ministro Tremonti vede la luce a livello nazionale attraverso il Decreto Legge 70/2011 nel quale venivano dati 120 giorni di tempo alle regioni per legiferare leggi Regionali il cui contenuto di massima avrebbe dovuto essere simile per tutti, aggirando così in maniera a suo modo geniale la competenza delle Regioni in termini di urbanistica. Il Lazio partorisce la sua legge ad Agosto dopo un travaglio lungo e doloroso in cui la presidente Polverini e il suo vice Ciocchetti danno il meglio di sé nel ricevere uno alla volta tutti i costruttori postulanti e a tutti promettere qualcosa. La legge nasce quindi figlia di molti, moltissimi padri. Che non si dica che è una legge “ad personam”, sarebbe ingiusto, è una legge “ad personas”, che come concetto è assai più democratico, anche se poi gli effetti sono ovviamente in proporzione più devastanti.

L’attività legislativa dovrebbe essere finita lì e lasciare adesso il passo alla sua applicazione, ma non è così, è solo l’inizio di un percorso tormentato che non sembra avere mai fine. Intanto perché viene lasciato tempo fino al 31 di gennaio del 2012 ai Comuni per indicare l’ambito di applicazione, o meglio, per escludere singoli edifici.

A questo punto vengono due capolavori della letteratura che richiamano alla memoria la capacità dialettica dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria: le Circolari Esplicative. Chi non si è fatto delle grasse risate (isteriche, al limite con il pianto) leggendo in quali meandri il cervello umano si è avventurato per spiegare cosa in realtà la legge vuol dire: abbiamo visto dei concetti apparentemente chiari diventare arbitrari e viceversa; abbiamo visto affrontare l’analisi logica con lo spirito di Rehinold Messner e spingerla oltre i limiti delle possibilità umane, fino a definire unità abitative dotate di specifica autonomia funzionale i piani terra dei condomini con accesso privato dalla strada pubblica; abbiamo visto la definizione di centro storico dipendere dalle mappe prenapoleoniche e così via in un crescendo di arzigogoli fini a se stessi.

Anche in questo caso si poteva supporre che la “voce dello stato” potesse finalmente tacere e lasciare il passo ai proprietari ed ai tecnici, che si orientassero, sbrogliassero la matassa così ingarbugliata, e l’attività edilizia ricevesse finalmente il nuovo impulso che la norma fin dall’origine prometteva. Invece no, la “voce dello stato”, sotto varie forme, non tace mai e non cessa mai di cambiare le regole del gioco. Per prima cosa, e a ragione, due Ministri dell’allora in carica governo Berlusconi, titolari dei dicasteri dell’Ambiente e dei Beni Culturali contestano alcune norme: quelle che, in deroga ai piani paesaggistici, prevedevano la possibilità di realizzare in aree vincolate piste da sci, porti turistici, impianti sportivi, alberghi etc. interventi che, da qualunque punto di vista li si voglia vedere, non avevano oggettivamente nulla a che fare con lo spirito della norma. Come cittadini ci sentiamo tutti più sollevati perché un danno ambientale sarà evitato, ma come operatori del settore siamo anche delusi, perché i diversi apparati dello stato manifestano apertamente di essere in contrasto fra di loro e, almeno nel caso della Regione Lazio, è palese come siano ostaggio di affaristi senza scrupoli.

A un anno esatto dalla nascita quindi, nell’agosto del 2012, il Piano Casa del Lazio subisce la prima modifica ufficiale, (fino ad ora infatti le Circolari ne avevano modificato le modalità di applicazione senza mutare sul testo). Di nuovo ad Agosto, mentre tutti sono sotto gli ombrelloni, i politici, indefessi, elucubrano e legiferano. Il governo Monti però come si suol dire non ci sta, e decide di impugnare questa modifica davanti alla Corte Costituzionale “in quanto contiene alcune disposizioni in contrasto con le norme statali in materia di tutela del paesaggio ed in materia di governo del territorio”.

Nel frattempo, per inciso, il 19 luglio 2012 il Comune di Roma con l’approvazione della Delibera dell’assemblea Capitolina n°31 decide di cambiare il metodo di calcolo degli oneri concessori, e attribuisce a tale modifica valore retroattivo. Anche questo ovviamente contribuisce a destabilizzare un investitore.

Il clima politico nel frattempo in Italia sembra cambiato, con Monti al governo siamo tutti più legalisti.

Questo governo regionale del Lazio pochi mesi prima delle elezioni per il suo rinnovo viene travolto da una sordida storia di Batman e di rimborsi spese. La campagna elettorale dello sfidante Zingaretti, è piena di promesse, e fra queste spicca l’impegno a cambiare radicalmente il Piano Casa. Zingaretti vince le elezioni e il suo primo atto è simbolico, blocca l’articolo 3ter, nella parte relativa al cambio di uso delle aree.

Legambiente plaude al neopresidente: “Scongiurata l’edificazione di novantasei milioni di nuovi metri cubi”.

Era questo il rischio esplosivo dell’applicazione dell’articolo 3ter dello sciagurato Piano Casa prodotto dalla Giunta Polverini. La revisione della Giunta Zingaretti salva circa tremila ettari di aree destinate dal piano regolatore di Roma a verde e servizi pubblici”. Un gesto da salvatore della patria, apparentemente.

E siamo ad oggi.

Le modifiche in corso di approvazione quindi vanno ad innestarsi in un panorama legislativo estremamente fluido. In una situazione di grande incertezza. Che effetto avranno quindi queste ulteriori modifiche?

Come reagirà un imprenditore (piccolo, medio o grande che sia) che stava programmando un intervento a questo ulteriore cambiamento? Che credibilità riesce ad avere un tecnico che giocoforza è obbligato in continuazione a comunicare dei cambiamenti di contesto?

Il dato che purtroppo continua a non emergere, per colpa di una cronica mancanza di rappresentatività della nostra categoria professionale, è che il contesto in cui lavoriamo sta diventando sempre più difficile.

Per questo, da architetto, provo sempre l’impulso a contrastare questa attività legislativa compulsiva che caratterizza a tutti i livelli la nostra classe politica e dirigente. Perché per poter lavorare più che di leggi buone o cattive, sento il bisogno di leggi stabili, possibilmente che non si prestino ad interpretazioni soggettive.

Il secondo motivo di discussione, che fa dubitare dell’opportunità di questo intervento normativo è che tira aria di proroga. Ovviamente nelle bozze delle proposte di legge non appare, ma è nell’aria, se ne parla nei corridoi del IX Dipartimento, e sotto forma di repentino emendamento potrebbe aggiungersi in aula fino all’ultimo secondo. E d’altronde sarebbe anche giustificabile. Come negare infatti che qualunque operatore economico abbia bisogno di programmare gli investimenti e quindi la necessità di un contesto normativo immutabile per il tempo sufficiente a reperire la disponibilità economica per metterli in pratica.

Quindi, dietro il vestito di un operazione di miglioramento si verrebbe a celare l’intenzione di stabilizzare la norma. Rendere perenne la subcultura dell’assenza di pianificazione, anzi per meglio dire della “possibilità di agire in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici ed edilizi vigenti o adottati”.

Gli esempi del resto non mancano. Tutti recentissimi peraltro. Infatti fra ottobre e gennaio in tutta Italia si stanno ripetendo gli stessi balletti. La regione Sardegna a ottobre 2013 ha prorogato di un anno la scadenza per la presentazione delle domande. La Campania ha appena pubblicato la Lr 2 del 9 gennaio 2014 che proroga fino al 10 gennaio 2016 la scadenza del Piano Casa regionale. Il Veneto è andato addirittura oltre, con la Lr 32/2013 approvata alla fine di novembre, proroga fino al 2017 la possibilità di ampliare del 20% il volume o la superficie degli edifici esistenti, concede premi volumetrici fino all’80% per demolizioni e ricostruzioni con tecniche di bioedilizia e bonus di 150 metri cubi per le prime case e toglie ai Comuni la facoltà di porre vincoli sul proprio territorio. Un esagerazione. D’altronde il Veneto insieme proprio al Lazio e alla Campania sono probabilmente le regioni che più a fondo sfruttano il proprio territorio in una logica di privatizzazione dei beni comuni. La norma infatti ha introdotto delle novità, come lo svuotamento di competenze dei Comuni, che non hanno più la possibilità di limitare l’applicazione della legge regionale in base alle peculiarità del territorio e la possibilità di derogare alle altezze massime consentite dal DM 1444/1968, che era facile prevedere che sarebbero state criticate da subito, tanto che minacciano di sfociare in una impugnativa formale da parte del Consiglio dei Ministri davanti alla Corte Costituzionale.

E tutto questo talvolta con la copertura istituzionale delle associazioni ambientaliste. Che sdoganano la logica dell’ulteriore intervento normativo, lo reclamano a gran voce, e così permettono che abbia luogo un ulteriore pericolosa strumentalizzazione. La strada dell’inferno si sa è spesso lastricata di buone intenzioni.

E la storia, con i suoi corsi e ricorsi, si ripete all’infinito. Come in uno di quei film in cui il protagonista ogni giorno si sveglia ed è condannato a rivivere sempre lo stessa giornata.

Qui potete trovare il testo coordinato del Piano Casa Lazio con le due leggi in corso di approvazione.

Piano Casa Lazio – Il punto della situazione

22 gennaio 2014

Rilanciamo questa riflessione sul Piano Casa apparsa sul sito della rete150k.

Roma 22/01/2014 – Si è svolto pochi giorni fa presso la Casa dell’Architettura di Roma un interessante convegno sul Piano Casa della regione Lazio. E’ stata un occasione per fare il punto, in maniera spesso critica, sulla situazione normativa attuale e sulle prossime evoluzioni e per avere dalla viva voce di alcuni dei principali “attori” un resoconto dettagliato sulla sua applicazione.

Mancavano a dire il vero alcune voci importanti, in primo luogo l’assessore regionale Civita, che avrebbe meglio di chiunque altro potuto esporre la direzione in cui la giunta Zingaretti ha intenzione di andare, e mancavano anche dei rappresentanti degli imprenditori, che avrebbero portato istanze più favorevoli alla deregulation che invece sono mancate. In un certo senso, benché la sede fosse la stessa del nostro Ordine, è mancata anche la voce degli architetti, o meglio dei professionisti (visto che di architetti ce n’erano) che rappresentassero anche l’interesse della categoria al “fare”. Tutti molto politicamente corretti, coloro che hanno parlato si sono troppo appiattiti sulle posizioni del “non fare”, spesso senza entrare del merito di cosa sia giusto fare o non fare. Il parterre di coloro che parlavano era quindi relativamente omogeneo e generalmente critico nei confronti della totalità della legge.

Chissà. Forse in troppi fra i colleghi che parlavano avevano preso sul serio l’articolo appena uscito sulle pagine del sole24ore a firma di Salvatore Settis su un ipotetico giuramento di Vitruvio, con cui ogni architetto, al pari di un medico, dovrebbe impegnarsi a salvaguardare il paesaggio al di là del proprio interesse professionale. O forse alcuni degli architetti che parlavano di fronte a certi problemi non si trovano, perché sono lontani dalla pratica di ogni giorno.

Il nostro punto di vista invece è inevitabilmente complesso e intimamente combattuto, sia perché nella nostra associazione convivono diverse anime, sia perché fare l’architetto oggi in Italia è così difficile che anche la boccata di ossigeno che deriva dal Piano Casa diventa irrinunciabile ai fini di una mera sopravvivenza. Per cui se il nostro intelletto si ribella all’idea di una città che cresce in assenza di pianificazione, le nostre tasche ci impediscono di mandare via un imprenditore, o semplicemente un proprietario di un immobile, che ci chiede di sfruttare al massimo le potenzialità della legge. E allora, come Socrate nel Critone, ci rimettiamo alla legge. La legge sia il confine e il limite del nostro operato.

Per cui, strano a dirsi, le parole più vicine alla nostra sensibilità professionale le ha pronunciate il consigliere dell’Ordine Alessandro Ridolfi, che ha richiamato l’attenzione sul quadro normativo, e sull’esigenza che abbiamo di muoverci in un contesto certo, che sia il più possibile stabile. Eh, sì. Non è possibile che in questo dannato paese le leggi cambino a ogni giro di giostra. Ma come si può operare in una simile condizione di incertezza? E’ chiaro che poi il professionista ne risulti penalizzato. Se anche una “legge finestra” , nata in teoria per durare solo tre anni, in questo breve periodo di tempo subisce tutte queste modifiche, come facciamo noi a lavorare? Ma questo, tranne le debole voce di Ridolfi, non lo ha detto nessuno, e forse avrebbe dovuto essere il grido da lanciare in questa occasione.

Uno degli interventi più interessanti della giornata è stato senza dubbio quello dell’assessore Giovanni Caudo. Se lo si dovesse giudicare in questi pochi mesi del suo mandato per ciò che dice in occasione degli incontri pubblici il primo giudizio che se ne dovrebbe dare sarebbe entusiasta. Quando viene invitato partecipa, non si sottrae, al punto tale che viene da domandarsi quando poi trovi il tempo di lavorare.

Comunque i suoi ragionamenti sono sempre incisivi e rispecchiano il ruolo che in questi anni sarà chiamato ad assumere, dare una direzione allo sviluppo di Roma. C’è bisogno di avere una “visione del futuro” e le capacità di metterla in atto, ogni tanto lo si sente dire . “Abbiamo ascoltato molto e adesso è venuto il momento di iniziare a fare” , è un’altra cosa che capita di ascoltare da parte sua. Anche in questo caso non si è presentato a mani vuote, a dire solo parole di circostanza, ma con qualcosa di più.

Eppure inizialmente sembra sottrarsi alla sfida del ragionamento sull’ambiente. Sembra cambiare strada, quasi sviare l’attenzione. E propone un altro tema. A ben vedere però il suo ragionamento sul futuro di una città in cui l’applicazione dell’articolo 3ter, sul cambio di destinazione d’uso, rappresenta la soluzione di tutti i problemi economici in questo tempo di crisi e di chiusura delle aziende, è per forza di cose centrale. L’azzeramento del patrimonio immobiliare destinato ad attività produttive e la sua sistematica sostituzione con civili abitazioni è una fotografia drammatica della situazione della capitale sulla quale non si può non riflettere. Cosa ne sarà di questa popolazione quando questa desertificazione sarà compiuta? Quando il tessuto produttivo scomparirà totalmente da certe zone sostituito da case e casette, loft ricavati in ex fabbriche e miniappartamenti ricavati da ex capannoni artigianali. Ma anche in questo caso, non è di ambiente che si parla? Non è un ecosistema produttivo che dovremmo salvare? O si pensa che noi architetti dovremmo limitarci al dato estetico del paesaggio?

Poi ci parla di numeri. E anche qua le parole non suonano vuote. I numeri relativi alla sua applicazione rappresentano la vera sostanza di una legge, le sue conseguenze pratiche. E’ un’altra fotografia sullo stato delle cose. Ci porta quindi argomenti di riflessione, non risposte, e in effetti non può essere lui il nostro interlocutore, visto che parliamo di una Legge Regionale che Roma non può che applicare, benché ci sarebbe da chiedersi se tutte le contorte circolari interne al Dipartimento di Programmazione e Attuazione Urbanistica rappresentino la mera attuazione di una legge o il tentativo da parte di un Comune di legiferare autonomamente.

Ci parla anche di principi. Il principio fondamentale che una città cresca nell’ambito di una pianificazione urbanistica, che questa legge calpesta impunemente, e sul quale lui invece sarebbe d’accordo, ma in realtà non può nulla. Ci cita piccoli e grandi esempi dei danni che questa legge sta facendo. Le anomalie che potrà generare una non corretta competizione fra chi ha pagato un area a prezzi di mercato e chi beneficia di un regalo insperato. Il principio di intervenire sul già costruito, che è il suo cavallo di battaglia, la sua visione del futuro, e che questa legge conterrebbe, nella misura in cui viene messa in pratica “a impatto urbanistico quasi nullo”.

E infine parla dei correttivi che avrebbe voluto apportare di comune accordo con il suo corrispondente in Regione, il grande assente di questo convegno, l’assessore regionale Civita. E’ forse questo è un po’ il dato più deludente. Questa continua pretesa di cambiare le carte in tavola a partita in corso. Ma come si fa solo a pensare di modificare questa legge poco prima che ne scadano i termini di applicazione, a gennaio 2015. E’ puro sadismo nei confronti degli operatori del settore. Quindi come al solito si conferma l’impressione generalizzata che ciò che lo Stato, nelle sue varie manifestazioni, dice ha una validità relativa. Oggi vale, domani no, dopodomani forse. Una situazione basso medioevale in definitiva, in cui l’ascesa al potere di un nobile poteva cambiare usi e costumi dei sui vassalli. Non c’è dubbio, le intenzioni sono migliorative, ma il principio è perlomeno dubbio.

150K – l’intervento di Gianluca Adami

21 aprile 2013

Recentemente il Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma in collaborazione con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma ha deciso di elaborare congiuntamente una proposta di Legge Regionale in materia di valorizzazione della qualità architettonica. La redazione della proposta è stata affidata all’arch. Valentina Piscitelli, in qualità di coordinatore del gruppo di lavoro, e all’Avv. Pietro Ilardi, che ne è stato materialmente l’estensore.

L’idea è quella di poter trovare una sponda sensibile all’idea della qualità architettonica nella nuova giunta regionale guidata da Nicola Zingaretti. La nostra opinione generale però è che questa legge nella sua attuale stesura non risulterebbe abbastanza incisiva.

Non è infatti, e non può essere, una vera legge sull’architettura, perché è regionale. I confini entro cui può operare sono per forza limitati dalla divisione attuale delle competenze fra Stato e Regione. Quindi non può derogare dalla normativa nazionale e in particolare dal Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 162/06) al quale più volte si richiama.

Secondo il nostro punto di vista l’elaborazione di una proposta di legge dovrebbe sempre avvenire in maniera partecipata e questa è una delle principali battaglie che, come rete 150k, abbiamo intenzione di portare avanti. Quindi consideriamo questo, un testo dal quale partire per trovare una condivisione ampia, che pure è necessaria.

A livello nazionale, come è già stato illustrato dai colleghi che hanno preceduto il mio intervento, riteniamo necessario intervenire con una legge per l’Architettura. Il punto di riferimento, o meglio uno dei punti di riferimento, è la proposta di legge redatta dal Sole24ore.

In particolare per quanto riguarda il rispetto delle competenze Regionali in materia di urbanistica è utile citare l’art. 5 relativo agli incentivi ai privati. Il testo integrale di questo articolo è:

Le Regioni possono prevedere normative incentivanti per i soggetti privati che ricorrono ai concorsi di progettazione per selezionare i progetti di realizzazione delle opere di nuova costruzione. Tra gli incentivi possono figurare bonus volumetrici, sconti sugli oneri urbanizzazione e procedure semplificate per l’ottenimento dei titoli abilitativi.

Come si può notare è un testo breve e chiaro. Ovvero ha le caratteristiche che dovrebbe sempre avere il testo di una legge per risultare efficace. Altrettanto evidentemente demanda una successiva precisazione alle singole normative regionali. E questo mi permette di soffermarmi su un altro dei punti che considero fondamentali: il fatto che qualunque normativa regionale debba per forza discendere da una più ampia normativa nazionale.

Questa considerazione, che può apparire ovvia, in realtà non è così condivisa come si può pensare. Tanto è vero che negli ultimi anni sono nate alcune leggi Regionali, e altre ne sono state proposte, che avevano come obiettivo la Qualità Architettonica e che però non sono andate ad inserirsi in un quadro normativo in grado di accoglierle. Il risultato è stato che hanno inciso poco o nulla sulla pratica edilizia e hanno invece contribuito a creare un tessuto normativo sempre più complesso e contraddittorio.

Quindi, benché sia uno sforzo titanico, l’operazione da portare avanti è quella di ristrutturare l’intero quadro normativo del settore, a tutti i livelli.

NazionaleRegionale e quando necessario perfino di regolamenti comunali.

Questo è il senso principale che, a mio avviso, dovrebbe avere la rete 150k.

Il nostro principale compito è quello di predisporre gli strumenti operativi con cui possano essere elaborate proposte normative con la partecipazione di tutti gli iscritti. Leggi che finalmente smettano di portare i nomi dei loro autori per diventare dei beni comuni.

Mi piace citare uno scritto recente di Gustavo Zagrebelsky, che personalmente mi auguro possa diventare il nostro prossimo Presidente della Repubblica, il quale ci ricorda qual è il ruolo della cultura e di conseguenza delle leggi:

La società non è la mera somma di molti rapporti bilaterali concreti, di persone che si conoscono reciprocamente. È un insieme di rapporti astratti di persone che si riconoscono come facenti parte d’una medesima cerchia umana, senza che gli uni nemmeno sappiano chi gli altri siano. Come può esserci vita comune, cioè società, tra perfetti sconosciuti? Qui entra in gioco la cultura. Consideriamo l’espressione: io mi riconosco in… Quando sono numerosi coloro che non si conoscono reciprocamente, ma si riconoscono nella stessa cosa, quale che sia, ecco formata una società. Questo “qualche cosa” di comune è “un terzo” che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro e questo “terzo” è condizione sine_qua_non d’ogni tipo di società, non necessariamente società politica. Il terzo è ciò che consente una “triangolazione”: tutti e ciascuno si riconoscono in un punto che li sovrasta e, da questo riconoscimento, discende il senso di un’appartenenza e di un’esistenza che va al di là della semplice vita biologica individuale e dei rapporti interindividuali. Quando parliamo di fraternità (nella tradizione illuminista) o di solidarietà (nella tradizione cattolica e socialista) implicitamente ci riferiamo a qualcosa che “sta più su” dei singoli fratelli o sodali: fratelli o sodali in qualcosa, in una comunanza, in una missione, in un destino comune. Noi siamo immersi in una visione orizzontale dei rapporti sociali. Ma, ciò significa forse che non abbiamo più bisogno di un “terzo unificatore”, nel senso sopra detto? Per niente. Anzi, il bisogno si pone con impellenza, precisamente a causa dei suoi presupposti costituzionali: la libertà e l’uguaglianza, i due pilastri delle concezioni politiche del nostro tempo, che se lasciati liberi di operare fuori di un contesto societario, mettono in moto forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della con-vivenza.

La legge. L’insieme delle leggi che ci governa rappresenta il terzo unificatore che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro.

In questo insieme di leggi io vorrei riconoscermi. Vorrei finalmente iniziare a riconoscermi. Per questo penso che il quadro normativo del nostro settore vada riscritto senza mezze misure. Perché sono convinto che nessuno dei presenti in questa sala vi si riconosce ed è questo quello che vorremmo iniziare a fare.

Vorrei essere breve e concludere il mio intervento con una proposta concreta. Quindi mi riaggancio alla proposta di Legge Regionale portata avanti dall’Ordine degli Architetti e degli Avvocati di Roma.

L’art. 9 è relativo ai Concorsi di progettazione banditi da soggetti privati.

Premesso che l’unico modo per introdurre una qualità diffusa nei quartieri di nuova costruzione sia il ricorso ai concorsi anche da parte dei privati.

Premesso anche che si sia capaci e si abbia la volontà di scrivere regole chiare e uniformi che regolano i concorsi, sia pubblici che privati, e che si inizi ad esercitare un’attività di verifica della loro applicazione.

In tal caso modificando il solo articolo 9, questa proposta di Legge, pur rimanendo nel limitato perimetro delle competenze regionali, potrebbe diventare non solo importante ma determinante per cambiare l’aspetto della città e causare un accesso meritocratico alla produzione edilizia di rilievo.

Se si garantisse ai costruttori un beneficio concreto in termini di cubatura edificabile in caso di assegnazione del progetto attraverso concorso si smuoverebbe il mercato in senso meritocratico.

Questo articolo da solo potrebbe valere tutta la legge. Il resto a quel punto potrebbe essere solo la cornice.

Una modifica di questo tipo è sicuramente all’interno del perimetro delle competenze della Regione, tanto è vero che nella Legge Regionale n°10 del 2011, ovvero la seconda versione del Piano Casa del Lazio l’Art. 4 Interventi di sostituzione edilizia con demolizione e ricostruzione degli edifici al comma 7 recita:

Al fine di promuovere la qualità edilizia ed architettonica degli edifici di cui al presente articolo e dell’ambiente urbano, nel caso in cui il soggetto proponente l’intervento di sostituzione edilizia provveda mediante la procedura del concorso di progettazione, con l’assistenza degli ordini professionali competenti, l’ampliamento di cui al comma 1 è aumentato del 10 per cento, purché l’intervento sia realizzato sulla base del progetto vincitore del concorso.

Questa norma ha avuto una incidenza molto ridotta perché è limitata alla casistica di per sé esigua della sostituzione edilizia, e anche perché un incentivo del 10% è evidentemente troppo basso per rinunciare a scegliersi da solo il progettista e andrebbe aumentato.

Però questo precedente, apre una strada percorribile e interessante.

Altri contributi sono pubblicati qui.

L’Ordine che vorrei … (Adami)

31 ottobre 2012

Sono convinto che i nostri Ordini professionali non solo sono utili, ma dovrebbero essere potenziati e resi più funzionali al fine di tutelare, oltre alla collettività, anche la nostra dignità professionale.

L’Ordine che vorrei dovrebbe avere il ruolo di aiutare, informare e influenzare la politica del territorio e del governo e di offrire soluzioni politiche che aiutino gli architetti a produrre edifici e comunità migliori. Perché l’architettura È una questione politica e influenza la vita delle persone.

Gli ordini non hanno nella loro ragione sociale nessuna delle attività che vorrei.
La Legge 1395/1923 e il Regio Decreto 2537/1925 stabiliscono gli obblighi degli Ordini, il “minimo sindacale”, ma non impediscono altre attività e oggi gli Ordini devono fare molto di più.

Di fatto il mandato di rappresentanza che ricevono gli ordini è un mandato morale che gli iscritti gli riconoscono.

Gli Ordini non sono scatole vuote, gli Ordini sono scatole che hanno lo stesso contenuto della mente di chi li gestisce.
Sono scatole che possono essere riempite con qualsiasi contenuto.
Oltre ai “doveri” istituzionali, gli Ordini possono intraprendere qualsiasi azione culturale, politica e di supporto alla professione.

L’Ordine che vorrei è:

un Ordine che ha alcuni aspetti di continuità con la presente gestione ma molti e importanti aspetti di discontinuità.

un Ordine serio, sobrio, rigoroso e attivo, adatto ad un momento di crisi come questo.

un Ordine snello, con pochi dipendenti.

un Ordine che fornisce un supporto concreto ai suoi iscritti, sotto forma di servizi tecnici e di formazione gratuita.

un Ordine che insieme ai suoi iscritti, alle libere associazioni e ai sindacati di categoria da vita ad una voce collettiva per l’architettura.

un Ordine che influenza la politica del governo e la legislazione che ha un impatto sulla professione.

un Ordine che lavora per valorizzare e promuovere la professione di fronte a sfide importanti, prima fra tutte quella della conquista di nuovi mercati all’estero.

un Ordine che chieda sistematicamente ai suoi iscritti di cosa hanno bisogno

un Ordine che quando ha notizia o sospetto di un concorso di progettazione truccato si faccia avanti per organizzare un ricorso al TAR, anticipando le spese, e coordinando i danneggiati

un Ordine capace di porsi come un interlocutore valido e di peso nei confronti della Pubblica Amministrazione

un Ordine capace di pretendere risposte e azioni concrete dalla politica, che non si accontenta di qualche incarico per gli amici degli amici

un Ordine che prima chiede la chiarezza delle norme e poi chiede la loro applicazione rigorosa

un Ordine capace di mettersi di traverso per ottenere dei risultati, e non a pecora

un Ordine senza squadra di calcio, senza Associazione Ludica e senza iniziative futili

un Ordine che non boicotta i sindacati e le libere associazioni, ma ci lavora insieme e le promuove

un Ordine che in qualche modo mi sostenga e mi aiuti a farmi pagare la parcella, anche se le tariffe minime sono state abolite

un Ordine con un ufficio legale serio e agguerrito al servizio dei professionisti iscritti che porta avanti delle class-action

un Ordine che se la formazione è obbligatoria, è compresa nella quota dell’Ordine

un Ordine che mi sostenga nel tentativo di recuperare la capacità di indignarsi di fronte all’ingiustizia e la dignità che giorno dopo giorno come architetti stiamo perdendo.

Coloro che sollecitano una “discesa in campo” di Amate l’Architettura, devono farsi parte attiva, devono manifestare il proprio interesse.
E devono usare questo blog per dire che tipo di Ordine vorrebbero.
E’ chiaro che in campo ci sono due tesi contrapposte.
Chi, come l’autore del primo post, vuole la tassa di iscrizione a 30€, e quindi zero servizi e zero carrozzone, e parallelamente la nascita di Associazioni di categoria sul modello dell’ esclusivo e citatissimo Royal Institute of British Architects.
E chi, come me, vuole un Ordine semplicemente più efficiente, è disposto a conferire la quota associativa a patto che sia ben usata, e teme che levare peso agli Ordini non corrisponda poi alla nascita di organismi sostitutivi che possano svolgere un ruolo di tutela della professione di cui c’è forte necessità a tutti i livelli.

In ogni caso qualunque azione dell’Ordine si rivelerà molto più efficace se c’è una ampia partecipazione di tutti gli iscritti che devono volere fortemente un cambio di percorso; altrimenti l’Ordine stesso finisce con l’essere un soggetto isolato privo di reale peso.

Nota dell’amministrazione – qui trovate gli altri contributi di

Marco Alcaro

Lucio Tellarini