CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Alessia De Vita

2 Agosto 2020

L’architettura non può ignorare l’insegnamento che la pandemia ci ha dato in questi mesi; il concetto di confine geografico non è altro che un nostro limite mentale, che rende l’architetto in Italia, nello stesso tempo e spazio, architetto del mondo. Questo ci obbliga a pensare ad un’architettura globale, che superi il concetto di società liquida e si muova verso un sistema “gassoso” e dinamico, fisico e virtuale. L’interconnessione tra questi sistemi, accresce la responsabilità del ruolo dell’architetto che, servendosi di un supporto multidisciplinare, avrà il dovere di ridare qualità agli spazi.
Qualità agli spazi dell’abitare, affinché cerchino di venir incontro alla mancanza della città, rassicurando, portando luce, dilatandosi, reinventandosi.
Qualità agli spazi della socialità, che oltre ai nostri balconi, ai tetti degli edifici e ai cortili, possa tornare a contentarsi nelle piazze e lungo le strade. 

Gli architetti sapranno aiutare questo mondo ferito, mostrandoci che un altro modo di convivere è possibile. E forse avrà altri ritmi, altri tipi di interazione, la consapevolezza di far parte di un sistema più ampio, in armonia con la natura.

Testo: Alessia De Vita
Immagine: Renato Guttuso, Tetti di Palermo (1985)


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