Intervista a Stefano Pujatti: “come architetti abbiamo una grande responsabilità”

25 Luglio 2020

Da ormai un paio di anni vivo in provincia di Torino, precisamente Settimo Torinese.
Come capita, penso a tutti gli architetti, ogni volta che mi muovo finisco sempre con l’essere distratto dalle più svariate, e improponibili, curiosità architettoniche.
Ricerco segnali di fumo, tracce di architettura lasciate a volte intenzionalmente, a volte per puro caso, a volte imitazioni acritiche di modelli stereotipati. A volte sono particolari che denunciano una sensibilità architettonica, magari grezza, altre volte sono precise scritture chiaramente leggibili.
A volte basta poco, una ringhiera, una soluzione d’angolo, una finestra dalla forma più originale, oppure qualche richiamo preciso: una finestra d’angolo è sempre una aperta dichiarazione di intenti per dire.

Così in una delle prime passeggiate in città, mi imbatto in una facciata fatta di mattoni.
La parete è in mattoni rossi, tipici della zona, di quelli con cui si fanno i muri di recinzione delle cascine. Tradizione, contesto, continuità a manetta.
Solo che questa parete è decisamente moderna. La facciata nel suo complesso ha un disegno molto forte, compositivamente astratto, plasticamente mosso dalla presenza di un unico aggetto costituito dal parallelepipedo del bow-window del primo piano, su cui si stende come un foglio piegato una vetrata a tutta altezza.
Se già il disegno dei pieni e dei vuoti è degno di attenzione la cosa più notevole è il trattamento di facciata.
L’architetto ha disposto i mattoni sfalsandoli in maniera casuale e diffusa lungo la superficie della facciata. L’effetto è quello di una trama uniforme, continua ma vibrante.
Per farla breve, mi sono incuriosito.
Sono andato a vedere chi era il progettista. Stefano Pujatti (ElasticoFarm).

Ho scoperto che in zona ha realizzato altre cose altrettanto interessanti.

Un altro intervento sempre a Settimo, La Casa degli Scapoli, un recupero di un fabbricato esistente (la leggenda vuole che sia attribuito a Giò Ponti), dei villini a schiera a Gassino, un Atelier Fleuriste a Chieri.
L’ho contattato, l’ho raggiunto in un casolare sperduto nella campagna intorno a Chieri e questa è l’intervista.

GP – La prima cosa che mi incuriosisce del lavoro che hai fatto a Settimo è il fatto che tu sia stato coinvolto direttamente da una impresa edile: un’impresa “illuminata” che ha saputo scegliere un architetto non ordinario.
SP – Si loro sono brave persone con cui ho costruito molto; i Rosso una famiglia con diverse anime con cui ho operato a Settimo e nei dintorni.  ICG è una delle anime di questa famiglia, uno dei due soci è il geometra Bono, da loro è nata la richiesta di ristrutturare questa abitazione.
Avevamo ovviamente dei limiti economici definiti, quindi senza possibilità di “strafare” e dovevamo confrontarci con la mentalità di gente abituata a costruire, con tutti i pregiudizi che possono esserci sulla costruzione.
La lotta contro i pregiudizi è la mia lotta di sempre. Soprattutto quando devi confrontarti con della gente che ha avuto successo proprio sapendo costruire bene. Per cui quando vuoi provare a cambiagli le carte in tavola è chiaro che sei costretto ad affrontare qualche difficoltà. Però essendo gente intelligente e con una mentalità elastica, alla fine i problemi da questo punto di vista sono stati tutto sommato limitati.
GP – Però quando ti hanno chiamato sapevano già chi eri e cosa facevi.
SP – Si avevo già lavorato per loro, per lavori dello stesso livello o anche qualcosa di meno importante. Avevamo fatto un altro intervento a San Benigno sul Canavese ed era venuto un bel lavoro; di cui eravamo entrambi soddisfatti; quindi ci hanno chiesto di ripetere l’esperienza e siamo riusciti a salire un gradino più in su fino a fare il progetto di Via Italia; infine come conseguenza è nato il progetto della Casa degli Scapoli sempre a Settimo; un intervento in cui abbiamo semplicemente mantenuto la struttura esistente e rafforzato l’esterno.
GP – Tornando su Via Italia, il fatto di mantenere la facciata originaria sulla via principale è stata una imposizione amministrativa o una scelta progettuale?
SP – Non abbiamo nemmeno provato a proporre qualcosa di diverso, la casa era in condizioni abbastanza buone, per cui non c’era nessun motivo per andare a buttarla giù e abbiamo fatto un intervento di conservazione. Io non sono contrario a mantenere il preesistente, è una facciata che funziona con il resto del quartiere quindi non l’abbiamo proprio toccata. Non abbiamo aggiunto né tolto finestre, l’abbiamo lasciata esattamente come era. Ci siamo accontentati di lavorare sul corpo interno, il cortile e la facciata retrostante.
Anche nel cortile ci sono cose che sono riuscite e altre che sono riuscite meno. Non è sempre facile ottenere tutto quello che si vuole. È anche un lavoro che ha ormai sicuramente più di quindici anni (l’intervento è stato completato del 2005 ndr).
Tante cose sono cambiate e da lì come studio siamo cresciuti.
Abbiamo imparato molte cose ma non rinnego quello che è stato fatto allora. È un’esperienza che secondo me va bene.
GP – È un lavoro in cui ti ci riconosci.
SP – Non è un lavoro che non riconosco.
Il concetto di fondo è che la committenza, la tipologia di progetto da fare, cioè un edificio di appartamenti da vendere, sono stati tutti fattori da mettere assieme e secondo me è andata bene così, non rinnego quel progetto, se lo rifacessi adesso magari lo farei diverso, però penso che sia un livello di buona qualità.
GP – È un ottimo livello.
SP – Mi fa piacere che tu dica di ottimo, non so se sia ottimo o meno. Ci sono alcune cose che sono state dei piccoli esperimenti che poi sono diventate cose più importanti in altri lavori, mentre altre cose sono state prese da lavori precedenti e riportate in questo intervento.
Ogni progetto è una tappa di un percorso che è ben più lungo.
Rinnegare i passaggi è sbagliato, si impara sempre da queste esperienze.
GP – Possiamo parlare più di un processo di maturazione.
SP – Non ci sono progetti che rinnego però ci sono progetti nei quali non siamo riusciti ad ottenere quello che volevamo. Magari ci sono stati errori di tipo relazionale piuttosto che architettonico.
Sono tutte cose che in qualche modo fanno parte dell’esperienza ma allo stesso tempo non ci tengo a considerare mie, se non come errori da cui abbiamo imparato qualche cosa.
Se uno mi chiama e mi dice so che hai fatto quell’opera, non mi dispiace riconoscerlo, ecco.


GP – La Casa degli scapoli, sempre a Settimo, è già un intervento più pulito in effetti.
SP – La Casa degli scapoli, intanto, viene dopo quella di via Italia, e in seguito ad altri lavori. Nei rapporti con le committenze succede così, soprattutto nei rapporti con un impresario, un costruttore, parte e comincia con un rapporto di fiducia. Comincia e si fida di te se sei onesto e lavori bene; si fida sempre più di te; la casa degli scapoli è l’ultima che abbiamo fatto con ICG; si fidavano di più; poi c’è stata la crisi del 2008, loro non hanno più costruito di persona, o hanno fatto cose minori, o cose in cui c’erano altri progettisti, per cui non abbiamo più avuto occasione di lavorare con loro. Casa degli scapoli è forse venuta meglio di Via Italia, ha delle cose che sono anche più azzardate , ad esempio l’uso del materiale è un po’ più libero; credo che se ne avessimo fatta un’altra sarebbe venuta ancora meglio.
GP – È chiaro che c’è sempre un’evoluzione.
SP – C’è una evoluzione nei rapporti, poi invecchi anche tu e impari.
GP – Su via Italia la cosa che salta all’occhio è proprio questo uso che hai fatto del mattone.
SP – Si, era un materiale quasi imposto. Li c’era un problema di soprintendenza, c’erano tanti piccoli problemi legati tra loro, ma devo dire che si sono tutti infilati abbastanza bene.
GP – Devo dire che tu normalmente gli elementi architettonici più archetipi, più tradizionali, li utilizzi, anche bene, magari li cambi di scala o li utilizzi in maniera originale.
SP – Io non ho pregiudizi sui materiali. Per dire, adesso ho lavorato da poco con il granito sardo; il granito sardo normalmente viene associano agli scalini o alle tombe; in realtà se tu lo usi in un altro modo diventa una cosa diversa per esempio il Pantheon ha le colonne fatte in granito sardo.
Non credo che il materiale abbia colpa per come noi lo usiamo. Il materiale se tu lo usi in modo diverso diventa un altro materiale; inventi un nuovo materiale. Quindi usarlo in modo non convenzionale vuol dire usare un materiale nuovo
GP – Tante volte il materiale ha una sua naturale destinazione.
SP – Si, sono d’accordo, però tante volte questa naturale inclinazione del materiale è dovuta ad un tempo storico in cui la tecnologia era arrivata fin ad un certo punto. Quello stesso materiale cambia, quando la tecnologia si sviluppa in modo diverso, o quando i presupposti di utilizzo diventano diversi,.
Mi è capitato di usare le foratine da interno, spaccate e scalpellate, messe all’esterno (si tratta dell’Atelier Fleuriste a Chieri ndr); tutti mi dicevano “si sciolgono”, “si rovinano”, perché questo è quello che si crede in modo generico; ma non è sempre vero perché dipende da dove le metti, da come le metti e da cosa ti aspetti che succeda.
GP – C’è anche un atteggiamento culturale, per cui la società vede le cose in un certo modo finché tutti riconoscono che un dato oggetto va bene per un determinato uso.
SP – Molte volte la risposta che viene data per risolvere il problema (è di tipo tecnologico): “ah non si può!”
GP – “Si è sempre fatto così”.
SP – “Non si fa perché si è sempre fatto così”, ecco, questa cosa qua mi ha sempre dato un po’ fastidio; in realtà si può, bisogna solo pensare a tutto quello che gli va attorno. Va capito qual è il problema e va risolto il problema, non va data la risposta ……
Dare la risposta è la cosa più semplice, risolvere il problema è la cosa più difficile.
GP – O meglio, pensare di avere già la risposta prima ancora di avere posto la domanda. Perché alle volte parti già dal presupposto che la risposta è quella giusta.
SP – Il mattone da interno esposto all’esterno si rovina; e io dico “e se a me piace che si rovini?” Abbiamo risolto il problema: “mi piace che si rovini!”
Una volta il jeans che si scoloriva era un problema, oggi li compri già scoloriti. È cambiato il mondo.
Nel mondo delle costruzioni una volta un ferro ruggine era un problema, oggi si fanno le case in Corten.
GP – Cambia il gusto, cambia l’approccio al progetto, però c’è sempre qualcuno che in qualche maniera lo scarto lo fa una prima volta.
SP – Si.


GP – vorrei tornare al discorso sulla identità architettonica di una città come Settimo.
SP – Ma qual è l’identità di Settimo?
GP – Non c’è, però si può costruire.
SP – Sei io fossi il sindaco di settimo tenterei di capire cosa c’è da fare a settimo e come si può andare a fare questa cosa. Qual è la miglior risposta per Settimo, non per il resto del mondo. Settimo è un posto ben definito, geograficamente, climaticamente e quant’altro. Qual è la risposta che funziona per Settimo, e qual è l’esigenza di Settimo. Ci sono risposte che non sono risposte che arrivano continuando a fare quello che si è sempre fatto o andando a pescare quello che si è fatto in altri posti. Settimo può avere una sua identità. Quale? Io non lo so, non conosco la risposta, forse ancora manca una vera domanda.
GP – Quindi più che una risposta un sindaco dovrebbe dire qual è la domanda; e un architetto dovrebbe trovare la risposta.
SP – Magari; sarebbe un sindaco già molto illuminato. Comunque il sindaco di Settimo saprà benissimo cosa fare, non ha certo bisogno del mio consiglio.
GP – Non voglio entrare nel merito specifico di Settimo ma parlando di Settimo è interessante fare un ragionamento più ampio.
SP – La pubblica amministrazione ha una grande responsabilità. Purtroppo una normativa italiana abbastanza complicata e nata dall’idea che il politico non debba avere responsabilità di scelta, questa deve essere affidata ai tecnici. Ciò ha fatto in modo che non si possano fare scelte di tipo architettonico; e le scelte vengono fatte in modo pseudoscientifico, cioè ci si affida esclusivamente ai numeri. Se puoi vantare nel curriculum di avere realizzato mille metri cubi allora vali qualcosa; se ne hai fatti solo tre ma bene, allora non vali niente. E questo dovrebbe produrre delle scelte oggettive? Ovvero la gente pensa davvero che questa sia una scelta di tipo scientifico?
GP – Di tipo Quantitativo.
SP – Di tipo tecnico quantitativo che porta alla fine abbastanza poco, oggi le gare pubbliche vengono vinte in gran parte dalle società di ingegneria, o se uno ha fatto una scuola continua a fare scuole, se uno ha fatto cimiteri continua a fare cimiteri; e non c’è niente di più deleterio per l’architettura.
GP – Premiano chi ha già quella esperienza li.
SP – È un tema che conosco bene perché un po’ di lavori pubblici li facciamo.
GP – Tu partecipi a bani di gara?
SP – Si.
GP – Come concorsi di idee o anche come incarichi.
SP – Come incarichi anche, abbiamo finito da poco a Torino il laboratorio dell’Istituto di Fisica Nucleare. Noi abbiamo cominciato lavorando per i lavori pubblici: abbiamo cominciato facendo cimiteri. Ma la cosa che mi spaventa è che uno che inizia a fare cimiteri debba fare cimiteri tutta la vita. Uno che comincia a fare scuole debba fare scuole tutta la vita; quando sappiamo benissimo che proprio dal portare l’esperienza della scuola all’interno del cimitero, e l’esperienza del cimitero all’interno della scuola si possono provocare reazioni e produrre cose più interessanti.
E parlo di due estremi, perché quando ti occupi di cimiteri parli di paesaggio e la scuola avrebbe bisogno di parlare di paesaggio invece di parlare di muri, e magari un cimitero potrebbe, in altro modo, attivare un discorso didattico simile a quello di una scuola.
GP – Si come dicevi, il sistema legislativo porta le amministrazioni ad assumersi delle responsabilità che poi di fatto non vogliono prendersi.
SP – I sindaci demandano ai tecnici, i tecnici alla fine non hanno voglia di decidere; non hanno voglia di rischiare, per cui si fanno i numeri e si tirano le somme….
Insomma io penso che le amministrazioni comunali abbiano delle grosse responsabilità, potrebbero prendere in mano la situazione, potrebbero gestire lo sviluppo delle città. Lo potrebbero fare attraverso scelte anche rischiose: ma senza scelte non si hanno risultati.
Non è che si può pretendere che da sola una città diventi una bella città.
Soprattutto in questo periodo storico.
Mille anni fa la città diventava, quello che oggi sono i nostri borghi medioevali, per un semplice motivo, si creava omogeneità; la tecnologia era cosi limitata che, a parte i grandi palazzi e i monumenti, che non appartengono alla città diffusa, i borghi che ci piacciono tanto sono costruiti con pochi materiali locali e con tecnologie che variano poco. Si usava ciò che c’era, con delle maestranze che padroneggiavano le tecniche costruttive del luogo. Questo ha definito il carattere del nostro patrimonio costruito.
Oggi possiamo avere materiali diversi, esperienze diverse, capacità diverse, forme diverse, ottenere quello che vogliamo; è molto più difficile controllare la forma di una città.
GP – Ma è così necessario?
SP – Controllare la forma di una città? no, però fare delle scelte e mostrare delle direzioni, si.

GP – Cioè, tu hai fatto un bell’edificio, a Settimo; ma alla fine, il singolo cittadino, anche quello più “illuminato” che capisce l’estetica di una casa, vive veramente meglio in una casa progettata da Pujatti o da un grande architetto?
SP – Se parli con le mie figlie ti dicono “per l’amor di dio!” si vive meglio in una casa progettata dal geometra locale. Però non è questo il problema, la città non vive di questo. Io credo che l’uomo sia capacissimo di adattarsi a tutti i difetti delle cose che gli piacciono e che lo emozionano (la Ferrari non è un’auto comoda ma in molti la vogliono anche se ci sono i limiti di velocità).
GP – ……….. ?
SP – Il gusto si evolve e va coltivato!
Adesso all’interno di un paese come Settimo, è chiaro che l’80-90 % delle persone ti diranno “che schifo quella casa li di Settimo”, che ha fatto Pujatti; però il fatto che tu mi chiami, e che sei un architetto e che hai studiato architettura, e che mi abbiano chiamato molti altri per quella casa, vuol dire che forse ha seminato qualcosa nel paese. Quindi da una parte la risposta della gente è una risposta importante. Però se tutti mi dicessero “che bella la casa di Via Italia!” io mi comincerei a preoccupare; inizierei a preoccuparmi molto seriamente, perché a quel punto potrei pensare di aver risposto al tema senza mettere in discussione niente, dando alla gente solo quello che la gente voleva.
GP – Se te lo dicono dopo dieci anni è diverso rispetto a dirtelo dopo due giorni.
SP – Se te lo dicono dopo dieci anni e meglio. Se te lo dicono dopo due giorni è preoccupante. Quando l’abbiamo fatta c’erano molti che protestavano. Niente di particolare, era anche un intervento meno rilevante rispetto ad altri. Dopo dieci anni pare che a qualcuno interessi un po’ di più.
Abbiamo una responsabilità come architetti, e come noi ce l’hanno anche gli amministratori. Però gli architetti hanno il 90% della responsabilità.
GP – Dici? Secondo me, come stai dicendo anche adesso, la committenza è veramente un elemento fondamentale per ottenere buona architettura.
SP – Si però la committenza va educata ed addestrata. La committenza sa che può trovare sul mercato gente che dice sempre “va bene”.
GP – Parli sempre di amministrazioni?
SP – No, no, parlo anche e soprattutto di privati. Il privato, come l’amministratore, non ha voglia di rotture di balle.
GP – Quindi ci vuole un committente che abbia voglia di cambiare. Non è che è una novità di questo periodo storico.
SP – Certo, ci vuole un committente che abbia voglia di cambiare; ma ci vuole anche un committente che quando comincia a fare quella cosa, nel percorso si lasci educare a fare ciò che magari non si aspettava.
GP – Questo che dici tu assomiglia a una cosa che si sente spesso tra gli architetti, ovvero l’architetto che si lamenta del fatto che il mondo circostante non riconosce il suo valore. Non voglio metterti in bocca questo atteggiamento, però sai che è una posizione molto diffusa tra i professionisti.
SP – Ma no! Io sono un ottimista.
GP – E questo traspare dai lavori.
SP –A me quello che pensano gli altri interessa poco. Ma davvero! Io tento di fare il meglio per le mie possibilità. Che cosa interessi agli altri non lo so.
So che chi ha costruito con me edifici residenziali e commerciali generalmente ha venduto, come mi era stato richiesto. Ho messo i miei committenti nelle condizioni di farlo e in più ho fatto delle cose che io penso che funzionino bene nel tempo.
La casa di Settimo non si è sciolta ancora. Non sono venuti giù i coppi, non sono venuti giù i mattoni.
Le persone che ci abitano dentro ne sono abbastanza orgogliosi.
l’impresario è abbastanza orgoglioso personalmente, ci ha messo la sede dentro e mi ha dato un lavoro dopo.
GP – Ed è la dimostrazione provata che il lavoro ha funzionato.
SP – Questo ero chiamato a fare e questo ho fatto. Ci è andata così in molti altri casi.
È chiaro che se io fossi andato da quel committente e avessi fatto un lavoro meno “questioning”, più omologato, probabilmente andava bene lo stesso, non gli cambiava più di tanto, a lui interessava vendere; però forse dopo non ci avrebbe messo la sede dell’impresa. Avrebbe semplicemente venduto.
GP – C’è un po’ un’idea di casualità. Cioè, io sono uno che non conosce niente di architettura, mi imbatto in Pujatti, ottengo un lavoro di un certo tipo, magari manco mi piace mentre lo faccio, mi sta antipatico Pujatti perché mi rompe le palle. Poi però alla fine sono soddisfatto.
SP – Noi siamo dei professionisti. Non vai da un medico per sentirti dire quello che sai già, o se vai da un avvocato vai perché ti risolva un problema; con un architetto vai con un tuo problema una tua volontà e tenti di esprimerla. Puoi avere alcuni strumenti per ottenere ciò che pensi di volere, ma non per esprimere a pieno il potenziale di ciò che tenti di ottenere, come non puoi avere tutti gli strumenti  per risolvere un problema di tipo legale.
Io credo che noi architetti essendo dei professionisti, in questo campo ne sappiamo più degli altri. Questo è il nostro mestiere.
Non è modesta come affermazione? No, non lo è. Io penso di sapere più di architettura di molte altre persone che non sono architetti. Penso che gli architetti sappiano più di architettura di quelli che non sono architetti. Per cui se fossi un committente, mi fiderei di un architetto, non del mio gusto personale.
GP – Se io vado dal medico, solo io so dove mi fa male.
SP – Si però non sai che malattia hai, e non sai che medicina devi prendere. Se tu vieni da me e mi dici “io ho un problema perché voglio costruire questo edificio in questo posto, e so esattamente cosa voglio fare”, è come andare dal medico e dirgli “ho male alla gamba, dammi l’Aulin”; il medico dice, proviamo a capire se è proprio l’Aulin quello di cui hai bisogno o se magari serve qualcos’altro. Magari è un problema diverso, più grave o meno grave.
GP – Devi anche saper scegliere il medico bravo.
SP – Oggi come oggi se uno vuole informarsi lo può fare. Tu hai visto quella roba e mi hai trovato.
GP – Io sono un architetto.
SP – Però una persona che vende un edificio, un investitore, avrebbe il dovere di dire, mi piace questo lavoro, cerco chi l’ha fatto, chiamo chi l’ha fatto, e chiedo un consiglio a chi l’ha fatto. È un grande sforzo? Per fare una qualsiasi costruzione si spendono milioni di euro; perdere due ore ad andare a chiedere chi ha fatto una cosa che mi piace, non costa niente; però per pigrizia, non si fa così.
Non voglio sembrare polemico, la mia visione è che l’architettura sia anche questo, questa battaglia continua per tentare di fare una cosa che secondo noi è importante e che altri reputano non necessaria o indifferente. Noi invece sappiamo per certo essere fondamentale.

(Interlocuzione. Facciamo per salutarci. Parliamo delle conferenze on line organizzate da Luigi Prestinenza Puglisi, la settimana successiva Pujatti parteciperà ad una di queste. La settimana scorsa c’è stato Servino, e Ratti. A questo punto sono curioso di sapere cosa pensa di Ratti.)

SP – È un personaggio che suscita molte critiche. Non riesco a giudicarlo sul piano dell’architettura perché ho una visione dell’architettura che è costruita. Forse la mia è una visione banale. La mia idea è che l’architettura sia fatta di materia, anche di altre cose, però la materia è una cosa fondamentale. Può sembrare contraddittorio, ma credo che uno come Beniamino Servino influenzi molto l’architettura anche se non costruisce; perché produce delle cose che appartengono al mondo dell’architettura. Ratti produce delle cose che appartengono al mondo della tecnologia, usa delle cose che appartengono al mondo della tecnologia provando a portarle all’interno dell’architettura, ma quasi a supplire una assenza di architettura. La tecnologia va a riempire il buco che c’è nella capacità di gestire l’architettura come spazio e materia. Perciò, non trovo cose che appartengono al mio mondo.
Detto ciò, io sono contento che ci sia un personaggio così nel nostro mondo, perché offre un punto di vista completamente diverso.
GP – Secondo me è uno che non può essere giudicato con i parametri dell’architettura.
SP – Mi è difficile dire “mi piacciono i lavori di Ratti”. Quello che ho visto non mi interessa. Mi intriga la ricerca che c’è dietro, quella si. Assolutamente. Potrebbe avere la possibilità di sfociare in architettura interessante. Contribuire a fare architettura interessante. Ma per ora lo capisco solo come un contributo all’architettura.
GP – Potrebbe essere la chiave, il grimaldello che scardina quella cosa che dicevamo che è l’assenza di interesse nei riguardi dell’architettura. Dal punto di vista suo, le aziende, i committenti, oggi sembrano essere interessati più a suoi temi. I temi esplorati da Ratti sono temi dove la gente guarda.
SP – Ratti è un uomo di questo momento. E funziona bene devo dire. Parla il linguaggio che la gente vuole sentire, che va benissimo, potrebbe essere un ottimo risultato se ne usciranno dei progetti meravigliosi.
Io sono sempre ottimista, poi penso che per un architetto è sufficiente che faccia anche solo un buon progetto nella vita.
Moshe Safdie ha fatto un solo buon progetto. Gli altri sono tra l’inguardabile e l’orrendo. Ma ne ha fatto uno che ha cambiato il mondo dell’architettura, della percezione dell’architettura, ed è un progetto emozionante. Dentro Habitat c’è tutto quello che uno vorrebbe che ci fosse nell’architettura contemporanea; eppure ne ha fatto solo uno di quel livello. Quindi, è possibile che Ratti a un certo punto faccia un progetto di architettura. Con tutto il back ground che ha, speriamo che riesca a fare quel progetto capace di aprire le porte del paradiso a tutti quanti.
E io ci spero.

17 giugno 2020 Chieri, sede ELASTICOFarm.

Credits.

La foto dell’Atelier Fleuriste è presa del sito ufficiale di Elasticofarm, il Flower Pavillon è tratto da Artribune.
La foto del Cimitero di Borgaretto è tratta da Zeroundicipiu.
Le altre foto sono di Giulio Pascali (cioè io….).


Un Commento a “Intervista a Stefano Pujatti: “come architetti abbiamo una grande responsabilità””

  1. […] L’ho contattato, l’ho raggiunto in un casolare sperduto nella campagna intorno a Chieri e l’ho intervistato. Qui potete trovare l’intervista completa. […]

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