Archive del 2019

Make a Difference, il networking sostenibile.

3 Settembre 2019

“CERCO DI ALIMENTARE CIÒ CHE ESISTE NEL GRUPPO”

“Come possiamo dare alle persone la possibilità di essere ed esprimere se stesse? Mettendo in connessione persone che hanno idee in comune.” È da questa filosofia che è nata l’esperienza di MaD, acronimo di Make a Difference.

MaD è una iniziativa dell’architetto Edith Colomba, che vive e lavora a Londra da 15 anni, che ci viene raccontata tramite Vita Cofano, architetto residente a Londra, che l’ha raccolta in esclusiva per Amate l’Architettura.

MaD è un sistema di networking che nasce dall’incontro fisico, non virtuale, con persone anche molto differenti tra loro, che hanno un interesse in comune e che si sta sviluppando con una serie di iniziative connesse, quali la possibilità di dotare i partecipanti di soft skills tramite esperti o di scambi diretti di conoscenze ed esperienze.

Un progetto estremamente interessante che ci proietta in avanti nel futuro delle professioni creative: passando dalla figura solitaria (e un po’ ottocentesca) del genio creativo alla sinergia esperienziale del network, che crea un valore aggiunto alle competenze.

Data la lunghezza complessiva dell’intervista (20 minuti) che tocca diversi temi – tutti di grande interesse – per facilitare l’ascolto e il ri-ascolto del video, abbiamo sintetizzato i punti principali toccati nell’intervista segnalando il timing di ciascun punto.

2:00 La formazione ed il lavoro sulla sostenibilità ambientale: Ecocentric Design.

2:40 MaD “connettere persone che hanno idee in comune”.

3:30 i MaD Drinks

4:50 i MaD Fulness

5:20 Chi sono i partecipanti dei MaD Drinks

7:50 la filosofia di MaD

11:50 i MaD Talks

13:50 i vantaggi per i partecipanti

16:35 come partecipare alle iniziative MaD

 

 

Intervista a cura di Vita Cofano

Video e fotografie a cura di Francesco Russo

Editing a cura di Giulio Paolo Calcaprina

 

Le geometrie condominiali di Gian Paolo Bartalesi

15 Giugno 2019

Una sera di pioggia tornando a casa tra il Colosseo e San Giovanni per far prima mi addentro nelle viuzze verso il Celio, stradine tranquille di palazzi abitati e pur vivaci della Roma che conosco.

Negozietti vintage, vinerie con tavolini per pochi amici insieme a ristorantini per turisti e gallerie d’arte, una colpisce la mia attenzione.

Un portoncino che non avevo mai notato e che ora invece mi invita con suoni di voci ed una luce calda. Entro, è il finissage di una mostra di fotografie e in un attimo sono dentro, contemporaneamente, a tanti androni, tutti insieme, tutti di Roma, salendo e scendendo le tante scale fotografate, anch’esse in un attimo, dal talento naturale che è Gian Paolo Bartalesi.

Scale in tutte le fogge, sempre leggere anche quando le chiama “vortici” o “vertigini”e, conferma un’ammiratrice, ” Non c’è mai un senso d’angoscia!”

Lui è prodigo di spiegazioni e gratitudine non solo a chi gli regala complimenti ma alla vita che, racconta, gli ha dato, attraverso la difficoltà economica, un bel lavoro da pony express ed insieme la possibilità di “vedere” le sue “geometrie nascoste” per i Condomini di tutta Roma.

Non è un fotografo e ci tiene a dirlo, io credo invece di sì.

Non per la tecnica o per la reflex che non può permettersi, fa tutto con il telefonino ed una compattina un po’ vecchiotta, ma perchè il suo occhio lucido e sensibile è certamente la miglior macchina fotografica che possa avere.

L’immagine è prima di tutto in chi la guarda ed anch’io sono grata al momento in cui sono entrata in quel portoncino per il regalo ricevuto dai miei occhi.

L’allestimento e tutte le stampe per questa sua prima personale alla Galleria Arca di Noesis sono state realizzate da un fotografo professionista molto appassionato di recupero di vecchie lastre, Carlo Rondinelli, che ha rispettato l’impronta immediata delle foto annullando quasi completamente la post-produzione.

Nel mondo tanto artefatto e virtuale a cui siamo ormai tutti abituati queste “geometrie” sono invece immagini reali che rimangono però ancora più fantastiche e a tutto volume nella mente.

Nelle foto di Gian Paolo Bartalesi il mondo gira, il moto perpetuo della natura non fermato in uno scatto ma, al contrario, diventa movimento ampliato come in un giro di danza a rendere panneggi morbidi il cemento armato, il ferro, il legno ed il marmo delle scale di Roma che il nostro occhio, prima dei nostri piedi, percorre e precorre veloce andando al centro dell’universo di ognuno di noi.

Gian Paolo Bartalesi pubblica le sue fotografie sul suo profilo Facebook.

Foto ©Gian Paolo Bartalesi

post-produzione e fotomontaggi di Carlo Rondinelli.

Tutti i diritti sono riservati

 

Museo Gassoso – Opening

Si è concluso oggi il workshop di 6 giorni (4-9 giugno 2019) dedicato alla realizzazione di un Museo Gassoso, organizzato a seguire un convegno internazionale, tenutosi dal 28 al 31 maggio 2019. Entrambe le iniziative si sono state ospitate dal Macro Asilo di Roma.

L’Architettura Gassosa è una proposta concettuale, operativa, interpretativa e metodologica per l’architettura futura ideata da Emmanuele Lo Giudice., nella quale l’Architettura, in questo caso specifico un museo, si compone e scompone continuamente agglomerandosi attorno alle opere esposte.

Durante il workshop sono state realizzate le tipologie realizzative alla base del Museo Gassoso. Amate l’Architettura, Media Partner del workshop ha visitato l’opera finita o meglio l’attuale configurazione del Museo Gassoso e ne ha colto alcuni aspetti attraverso gli scatti fotografici che qui vi riportiamo.

 

LA STRUTTURA GENERALE – il contenitore del progetto del Museo Gassoso.

Questa struttura è un mero contenitore dentro al quale è esposto il plastico del  museo gassoso che è osservabile attraverso degli appositi fori.

 

LA STRUTTURA MODULARE

Attraverso l’ideazione di un modulo bidimensionale componibile è possibile creare strutture contenitive-espositve infinitamente variabili e traforabili. Nelle foto è rappresentata una struttura a semicerchio, montata quasi come fosse un totem.

 

I moduli, realizzati tutti interamente con tecniche di piegature e tagli, possono essere assemblati e disassemblati facilmente, con la possibilità di sottrarne anche nelle parti centrali per la creazione di passaggi.

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA TRIDIMENSIONALE

È l’unica struttura con uno spazio interno (con eccezione del contenitore del progetto. In questa realizzazione le opere, degli schizzi, sono integrati con la struttura stessa.

Seguendo le caratteristica dei cartoni (la struttura è stata interamente concepita come un origami, senza collanti ma solo con incastri) la struttura ha seguito naturalmente le geometrie generate dai triangoli.

 

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA CURVILINEA

È l’unica struttura che utilizza esclusivamente superfici curve intersecate tra loro. Nella configurazione rappresentata in fotografia si snoda su un solo livello. In realtà può snodarsi su più piani, come è stata realizzata nei giorno precedenti.

Data la complessità di realizzazione è l’unica struttura nella quale i tagli strutturali sono stati operati in loco, manualmente.

 

 

 

I CANNOCCHIALI

All’interno dell’area del Museo Gassoso sono stati disseminati alcun cannocchiali che focalizzavano alcun punti nodali della esposizione.

 

 

I PROTAGONISTI. L’ideatore.

Emmanuele Lo Giudice, ideatore della Architettura Gassosa

 

GLI INTERVENUTI. Ecco alcune foto dei tutor, partecipanti e, tutti insieme, realizzatori, del Museo Gassoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto ed editing dell’articolo: Giulio Paolo Calcaprina ©2019. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

Dall’Eden alla Terra e ritorno

27 Aprile 2019
GIARDINO > PARCO > PAESAGGIO > TERRITORIO > TERRA > GIARDINO

Il giardino nasce come contrapposizione alla natura. Nella natura l’uomo soccombe, noi non possiamo viverci dentro: paludi, fiumi che cambiano percorso improvvisamente, foreste, alluvioni, animali feroci… non è il nostro luogo. Per questo motivo ne “recintiamo” un pezzo e iniziamo ad addomesticarla, la rendiamo razionale e possiamo coglierne i frutti; in altre parole, ci sfamiamo. Il paradiso infatti è spesso rappresentato come un giardino con un bel recinto, al suo interno l’uomo può godere della bellezza e del cibo che la natura addomesticata gli offre. Un giorno, secondo la leggenda, decidemmo di scavalcare il muro che lo cingeva e iniziò l’addomesticamento planetario della natura attraverso la campagna (che altro non è se non un giardino) e le città.

Athanasius Kircher, Garden of Eden Map, 1675

Athanasius Kircher, Garden of Eden Map, 1675

I giardini di epoca medievale sono proprio questo, un hortus conclusus, con un bel muro di cinta, una sorta di campagna chiusa. I primi esempi rinascimentali si riferiscono a questa tipologia ampliandone però i significati: giochi d’acqua e natura che non dà più solo frutti ma coltivata anche per il godimento estetico; l’edificio si rapporta sempre più al giardino e ne diventa parte integrante e progettato assieme. Il limite però esiste ancora anche se inizia un flebile rapporto con la città e la campagna che sta al di fuori. In epoca barocca, soprattutto in Francia, si va oltre… le dimensioni aumentano, gli assi visivi disegnano geometrie più complesse, portano sempre più verso l’esterno, verso l’orizzonte e l’infinito; il limite c’è ancora ma si riesce con difficoltà a percepirlo. La natura? Sempre addomesticata, sempre razionalizzata, sempre dominata.

Villa Lante a Bagnaia

Villa Lante a Bagnaia

Versailles

Solo con i parchi paesaggistici inglesi si inizia a mettere in discussione questo tipo di rapporto con la natura, viene apparentemente lasciata libera di essere se stessa. Il giardino diventa “spontaneo”, chiome, siepi, arbusti possono essere crescere liberamente. L’asimmetria, la casualità e la naturalità fanno da padrone; non più geometria e razionalità. Il tutto in apparenza, la mano del progettista in questa spontaneità esiste, eccome se esiste. Il limite? Sparisce dalla percezione: una trincea (ha-ha) attorno al parco diventa il modo per delimitare il parco; mentre si inizia ad usare l’eye-catcher (cattura sguardo) posto al di fuori del parco, una statua, un monumento, un muro… posizionato a diversa distanza riesce a mettere in gioco percettivamente tutto ciò di esistente tra il parco e l’elemento architettonico utilizzato per catturare la nostra attenzione. Il paesaggio, anche se al di fuori del parco, entra e ne diventa parte integrante. I parchi, visti zenitalmente, si “perdono” nell’intorno; mentre i giardini/parchi barocchi e rinascimentali sono ancora facilmente individuabili, nell’esperienza inglese si fatica a definirne i limiti. In quell’epoca (‘700) inizia ad incrinarsi il rapporto di dominio dell’uomo; ci si accorge, complice la rivoluzione industriale, che l’umanità può anche generare effetti collaterali non sempre positivi, si inizia pertanto a porsi il problema del rispetto verso natura, il linguaggio apparentemente libero con cui vengono disegnati i parchi inglese riflette proprio questo mutamento.

Stourhead Park

Stourhead Park

Ha-Ha

Ha-Ha

Nel secolo successivo le bizzarrie, le storie, i diversi stili, il pittoresco e il kitsch diventano parte integrante di parchi e giardini ma questo poco importa… la cosa più importante è che la natura “entra” in città. L’inurbamento tumultuoso pone problemi sociali ed igienici. La natura in città diventa elemento per poter far godere a tutti il benessere di immergersi in essa. I parchi, sino ad allora prerogativa solo di alcune classi sociali diventano patrimonio di tutti, della collettività. E non solo singoli parchi ma sistemi, infrastrutture verdi che si snodano all’interno dell’ambito urbano, soprattutto in ambito statunitense; contemporaneamente i primi movimenti “ambientalisti”, che si traducono in un’azione per la creazione di parchi naturali, fanno capolino.

New York, Central Park

Central Park

Boston, il sistema dei parchi

Boston, il sistema dei parchi.

Il ‘900 (anche se già nell’800 si vedono i primi sintomi con la diffusione del suburbio) purtroppo ribalterà completamente la situazione: non più la natura e il paesaggio in città, non più un vivere compatti ma comunque a contatto con una natura inserita in ambito urbano… l’esatto contrario: urbanizzazione immersa nella “natura”. L’avvento dell’auto, ma anche ideologie urbanistiche legate al modernismo assieme a ideologie politiche iper individualistiche, portano alla dispersione dell’edificato e alla rottura di regole che sino ad allora erano rimaste sostanzialmente invariate pure nella loro continua variazione; che siano villette unifamiliari o un complesso modernista poco importa: oggetti dispersi col vuoto attorno, spesso di risulta o funzionale al trasporto. In quest’epoca qualcuno ha cercato di porre limiti e freni, di cingere l’espansione dell’edificato (green belt) cercando che almeno il giardino (la campagna) non venisse continuamente erosa… ma niente, ha prevalso l’ideologia della natura a nostra completa disposizione.

Intanto il “giardino” si espande sempre più, i figli da sfamare superano i miliardi e si inizia a comprendere (dalla seconda metà del ‘900) che l’antropizzazione è praticamente completa. L’uomo si è diffuso dappertutto, l’intero pianeta è dominato, i nostri comportamenti influenzano il clima e lo modificano irreversibilmente. Paesaggisticamente qualcuno inizia a parlare di jardin planétaire: l’uomo ha spinto i limiti del proprio hortus conclusus al massimo dell’espansione fino a farli coincidere con la Terra stessa; a quel punto è necessario iniziare a prendersi cura di Gaia come fosse un giardino immenso, un giardino planetario – con un muro attorno per il momento invalicabile – pena la nostra fine.

Questo la sintesi, in maniera estrema, senza troppe pretese “scientifiche”, degli ultimi mille anni partendo dal giardino, passando al paesaggio, al territorio, al pianeta e tornando di nuovo al giardino; iniziando dall’Italia e finendo negli USA attraverso Francia e Inghilterra.

Questo breve scritto è nato di getto, come post su Facebook, dopo aver visto un documentario televisivo in cui Renzi  ha descritto il giardino all’italiana con questa frase: “… giardino fatto bene, fatto come nessun altro è in grado di fare”. Ho cercato di spiegare che il tema è più complesso di quanto appaia e altri paesi hanno qualcosa da dire, anzi, potremmo pure imparare qualcosa da loro.

#giardino #parchi #giardinoallitaliana #barocco #parcoinglese#infrastruttureverdi #parksystem #sistemadeiparchi #sprawl #modernismo#jardinplanétaire #hortusconclusus

Stazione Oriente, atmosfere da fantascienza.

PREMESSA.

Questo articolo è basato esclusivamente su impressioni personali ed è strutturato come un gioco di arbitrari accostamenti visivi. Ogni riferimento a scritti, monografie sul maestro e riferimenti bibliografici è puramente casuale.

Di Santiago Calatrava si è scritto tanto. Tutti conoscono il suo riferimento alle forme organiche, l’influenza che ha avuto su di lui l’opera di Le Corbusier, il suo essere contemporaneamente (come il grande Corbu) artista ed architetto, tanto da disegnare a mano e dipingere le sue opere prima di trasporle in disegno tecnico, infatti tutti conoscono la storia di “Turning Torso”, l’edificio ispirato ad una scultura ideata da Calatrava, eppure, come in tutti progettisti e gli artisti, esiste una parte non definibile, un magma culturale e visivo, un humus culturale, che abbiamo sedimentato soprattutto nella parte della formazione giovanile e alla quale facciamo inconsciamente riferimento, esprimendola nelle opere della maturità.

Visitando la Stazione Oriente a Lisbona, opera anch’essa del maestro, inaugurata nel 1998, in occasione dell’Expo internazionale di Lisbona di quell’anno, si riceve una impressione diversa da quella provata in altre sue opere: un effetto straniante, metafisico.

Occorre dire che l’opera in realtà sembra divisa in due opere distinte: la parte superiore che rientra nella produzione corrente calatraviana: bianche strutture riferibili alle opere dell’architettura del ferro ottocentesca, ennesima variante di temi presenti in molte altre opere e la parte sottostante, in calcestruzzo a vista, dove invece spazi, atmosfere e uso della luce naturale sono un unicum tra le opere del maestro.

Grandi archi, volte, pilastri sovradimensionati e modellati, costoloni e passerelle aeree. Per non parlare di straordinari corridoi e passaggi in cui la luce, delicatamente distribuita dalle coperture o immessa morbidamente da pozzi di luce, modella le superfici in modo straniante donando, appunto, un’aria metafisica ad intere parti del complesso.


Una ricchezza tale di atmosfere e scenografie che attiva la mente e la memoria: dove può avere attinto, il Maestro, un patrimonio visivo e atmosferico così ricco? Forse la risposta va cercata al di fuori dell’ambito, seppur non ristretto, della Storia dell’Archtettura.

Grazie a questi scatti fotografici balza agli occhi che la stazione sembra un set di un film di fantascienza.
Potrebbe sembrare, superficialmente, che il riferimento possa essere Blade Runner, il film che nel 1982 ha cambiato la fantascienza e l’immaginario di tutti noi passando dalla visione di un futuro positivista ad un futuro apocalittico e decadente.

Eppure le architetture di Blade Runner sono cupe, un po’ retrò, non descrivono spazi e volumi ampi. Nelle scenografie del film la luce non modella le superfici, è piuttosto una scheggia artificiale che si incunea dentro, ferisce, gli interni che sembrano caverne decò.

Non è facile trovare un riferimento preciso, eppure l’atmosfera da Science Fiction pervade tutti gli scatti.

Come spunto di riflessione, confrontiamo un film da appassionati del genere del 1971 di George Lucas, un po’ dimenticato, chiamato in italiano l’uomo che fuggì dal futuro e in lingua originale THX1138, con le foto della stazione. Siamo proprio sicuri che l’inconscio di Calatrava non abbia attinto a lontane letture o visioni di fantascienza?

 

 

 

 

 

Tutte le foto della Stazione Oriente sono di Giulio Paolo Calcaprina, © tutti i diritti d riproduzione sono riservati.
I fotogrammi del film THX1138 sono immagini trovate su internet.

 

Vittorio Sgarbi, il paradosso della cultura italiana

È di poche settimane fa la notizia dell’incarico affidato a Vittorio Sgarbi come Presidente del museo MART, il museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. La nomina di Sgarbi al MART succede dopo la decennale presidenza di Franco Bernabè 2004-2014 e a quella un po’ più breve di Ilaria Vescovi 2014-2019, due persone di altissimo profilo. In particolare va ricordata la gestione di Bernabè che ha reso il museo uno degli spazi più importanti d’Italia portando il MART nel 2011, al 24° posto dei musei più visitati d’Italia con la cifra record di 308.992 di visitatori, malgrado le sue condizioni logistiche indubbiamente “scomode”.

Se i predecessori di Sgarbi erano più legati al mondo dell’economia, la scelta di nominare un critico d’arte come presidente di uno dei più importati musei d’arte contemporanea d’Italia, sembra coerente con sua carica, ma è solo un colpo di teatro. La costante presenza di Sgarbi nei vari settori culturali è significativa e ci deve fare riflettere. Critico d’arte, sindaco, direttore di musei e fondazioni e Accademie ei Belle Arti, parlamentare, politico, assessore, curatore, regista teatrale, saggista, giornalista, opinionista, personaggio televisivo, docente universitario, esperto d’architettura e d’arte antica, rinascimentale, barocca, e moderna e contemporanea, etc. … queste sono solo alcune delle “qualità” di Vittorio Sgarbi. Le possibilità sono due: o Sgarbi è un genio, una delle figure più importanti della storia del mondo culturale italiano, o forse è qualcos’altro.

Analizziamo la prima ipotesi, ovvero che Sgarbi sia uno dei pilastri della cultura italiana. Guardiamo un attimo indietro nel tempo e cerchiamo dei personaggi nella storia recente che possano rispondere almeno in parte agli incarichi del nostro “critico geniale”.

Un personaggio che si avvicina a Sgarbi, senza però eguagliarlo è Giulio Carlo Argan. Anche lui, come Sgarbi critico d’arte, politico e docente universitario, sindaco e senatore, esperto d’arte e architettura. Un altro ancora, che usava molto la televisione in modo irriverente, ma con grande eleganza, anche lui saggista, giornalista, opinionista, che si è occupato molto di politica (pur non ricoprendo mai nessun incarico), critico d’arte, di letteratura, regista teatrale e, diversamente dal critico ferrarese, grandissimo regista, scrittore e poeta, è stato Pier Paolo Pasolini.

Può mai essere Sgarbi un mix tra, Giulio Carlo Argan e Pier Paolo Pasolini? Ovvio che no! I paragoni ovviamente sono provocatori, ma ci aiutano a comprendere in parte il fenomeno Sgarbi. È ovvio che Sgarbi non ha nulla in comune con Argan, che è stato senza alcun dubbio uno dei critici d’arte più importanti nel panorama italiano e mondiale i cui libri hanno formato intere generazioni di studenti e di intellettuali in tutto il mondo. Come non ha nulla in comune con Pasolini, che senza ombra di dubbi è stato un vero genio, uno dei più importanti intellettuali della storia.

Eppure neanche i più grandi intellettuali della storia italiana non hanno mai abbracciato un universo tan variegato come quello del “critico” di Ferrara, che ci accompagna da più di 30 anni. Allora che cos’è Vittorio Sgarbi?

Nel nostro mondo consumistico anche la politica, si basa su prodotti di consumo e anche la cultura è un prodotto di consumo. Non è un caso quindi che uno dei presidenti più autorevoli del MART è stato Franco Bernabè, un grande espero di economia.

Vittorio Sgarbi è un prodotto pop e come tale la politica e il mondo della televisione ce lo vende. Chi in Italia non conosce “Vittorio Sgarbi il Critico d’Arte”.

Il fenomeno Sgarbi è una figura stereotipata costruita su misura, un personaggio che interpreta e ricopre un ruolo, ormai riconoscibile da tutti, all’interno di una “rappresentazione pubblica”: la politica e la televisione. È una finzione, ma al pubblico piace pensare che sia vera, piace pensare che sia il “grande critico”, che con il super potere di urlare e inveire verso tutti si pone come il “grande paladino della cultura”. Non è un caso che gli esordi del “personaggio Vittorio Sgarbi” sono legati ad una trasmissione televisiva e nello specifico al Maurizio Costanzo Show e non grazie a delle pubblicazioni saggistiche o di carattere intellettuale che hanno raggiunto prestigio internazionale. La sua fama è legata alle varie liti televisive, talora sfociate anche in aggressive invettive, con altri personaggi televisivi e non. Questo è quello che prevede il “prodotto Vittorio Sgarbi”, che è diverso dallo Sgarbi uomo o dallo Sgarbi critico. Un personaggio rumoroso, che ricorda molto tutta una serie di figure trash che popolano i programmi televisivi. La finzione dura ormai da così tanti anni che il personaggio e la realtà sembrano ormai coincidere, tanto che Sgarbi oggi non più solo l’interpretazione di un personaggio, ma è un vero e proprio marchio.

Quindi se ad una sistema politico poco incisivo serve il consenso a tutti i costi, ecco che fa uscire dal cilindro la figura già pronta dell’uomo dell’Arte, della Cultura: Vittorio Sgarbi, l’esperto per antonomasia della bellezza e dell’arte. “Vittorio Sgarbi”: un prodotto che va consumato rapidamente e il pubblico lo consuma felice.

Questo non vuol dire che non sia un critico in certi casi anche molto interessante, ma senza alcun dubbi non è una figura geniale, né lo possiamo considerare un pilastro della nostra cultura contemporanea.

Il punto della questione non è quindi l’elezione di Sgarbi a presidente di vari enti – forse riuscirà anche a fare un buon lavoro, forse anche ottimo. Il problema è come viene riconosciuta dal pubblico e dalla politica italiana la cultura e che cos’è la cultura oggi in Italia. Se in passato per il pubblico i simboli della cultura erano Giulio Carlo Argan, o Pasolini, oggi invece è una persona che a forza di interpretare il ruolo di “prodotto culturale da consumare” con delle caratteristiche peculiari irriverenti, è diventato una delle figure culturali più riconosciute e con maggior potere in Italia. La questione è grottesca, anche per l’influenza che attualmente ha nel pubblico e nelle istituzioni. La sua riconoscibilità pop oggi lo ha elevato al livello sia di Argan che di Pasolini, se non forse superiore a entrambi. Non ricordo infatti che delle critiche di Argan o di Pasolini hanno avuto la forza di dirottare esiti di concorsi muovendo addirittura il Ministro italiano dei Beni Culturali.

È particolarmente interessante quindi l’uso che e la politica ha fatto e tutt’ora fa del personaggio e del fenomeno “Vittorio Sgarbi”. È emblematico il fatto che questa operazione non è stata fatta da un unico partito ma, al contrario da una varietà impressionate di fazioni e movimenti politici che hanno usato il personaggio di Sgarbi a loro consumo. Dal partito comunista, con il quale Sgarbi si è candidato nel 1990 alla carica di sindaco della città di Pesaro, al partito socialista, poi la DC-MSI, poi il Partito Liberale, poi ancora Forza Italia, Partito Federalista, con i radicali di Pannella (lista Pannella-Sgarbi), poi ancora UDC, Movimento delle Autonomie, i Verdi, ecc…Il modo il mondo politico italiano si è servito del “personaggio Sgarbi” semplicemente per trasmettere un chiaro messaggio ai suoi elettori, “guarda, abbiamo un intellettuale, sicuro che lo conosci. È quello che alla televisione dice Sono il critico d’arte”. Non è un caso che tutti questi partiti hanno presentato Vittorio Sgarbi, non come un grande politico o statista, ma come ‘l’illustre intellettuale”, che come abbiamo analizzato precedentemente, la politica ha gonfiato a suo uso e consumo.

Il suo “talento” politico, lo ha portato dal 2008 al 2012 a diventare sindaco di Salemi (in provincia di Trapani). Qui ha sperimentato una rivalutazione del territorio proponendo la vendita di case a 1 Euro. Con questo sistema Sgarbi pensava di porre fine al degrado che devastò il centro storico dal terremoto del Belice del 1968. Cessione di immobili diroccati ai privati, in cambio della riqualificazione. Questa operazione portò a circa 10 mila manifestazioni di disponibilità, anche da personaggi di rilievo, ma che rimasero tali perché, nel frattempo, alcuni immobili considerati pericolanti furono sequestrati e la città fu commissariata per infiltrazioni mafiose. La proposta anche se di per se interessante, alla fine non ha funzionato. Comunque è da apprezzare il suo tentativo di cercare una soluzione ad una situazione come quella di un paesino periferico della Sicilia. Inoltre bisogna ammettere che la sua notorietà di “star” ha influito parecchio al paese, tanto che per alcuni anni si parlava spesso di Salemi. D’altronde sarebbe come se il cantante italiano Albano, diventasse sindaco di un piccolo paesino e grazie alla sua fama di “pop star” si mettesse ad organizzare vari festival di musica, invitando a cantare Romina, Morandi, e tanti altri cantautori Italiani con l’idea di trasformare il paesino in una nuova Sanremo. Come non si potrebbe non parlare di quel paesino e di Albano come sindaco.

Ormai sembra che il rapporto tra la popolarità pop e politica sia oggi è un binomio più che mai imprescindibile della politica contemporanea, indipendentemente delle capacità intellettuali e culturali che un uomo possiede. I vari incarichi affidati a Vittorio Sgarbi come quest’ultima elezione a presidente del MART, vanno quindi lette come il prodotto di un’operazione prettamente politica di marketing elettorale, costruita per lo spettacolo della politica e certamente non per il mondo culturale italiano.

 

Immagini: elaborazioni grafiche di Emmanuele Lo Giudice

Editing: Daniela Maruotti

Vivere sotto un ponte

12 Febbraio 2019

Ponte Vecchio – Firenze | Foto ©Giulio Paolo Calcaprina

Faccio subito subito una premessa: quella che segue è una considerazione a voce alta su un tema meramente architettonico e ingegneristico e non ha nulla a che vedere con questioni politiche o legali. È soprattutto il risultato di un lungo ragionamento, prima di tutto, sull’opportunità di scriverne.

Dopo il crollo della pila 9 del ponte del “Viadotto Polcevera” a Genova che ha causato la morte di 43 persone, si è subito cominciato a parlare della sua ricostruzione o della costruzione ex-novo di un ponte di collegamento fra le due sponde, data l’enorme portata logistica che quello crollato aveva. E in effetti, la costruzione del viadotto, su progetto dell’ing. Morandi vincitore di un bando di concorso nel 1959, fu fondamentale per la costruenda autostrada A10 e per il traffico stradale fra il confine con la Francia e il resto d’Italia, che non era più costretto ad attraversare Genova, ricavandone vantaggi (anche ambientali) veramente notevoli. Il viadotto, del quale tralascio i dettagli tecnici che sono meglio espressi altrove, rappresentava non soltanto un esempio di vette ingegneristiche raramente raggiunte in Italia e che hanno fatto letteratura nel resto del mondo, ma anche il simbolo, forse il sugello, della rinascita di una cultura della qualità architettonica nelle grandi opere che si era persa nel periodo immediatamente post bellico, sia per motivi strettamente economici, sia forse anche per motivi culturali legati al passato durante il quale il Fascismo fece dell’”enorme” e dello “spettacolare” uno dei suoi maggiori messaggi propagandistici. Il Viadotto Polcevera era una decisa rottura con il passato e la netta presa di coscienza che un’esigenza pragmatica (il collegamento fra due punti), poteva diventare occasione di riscatto culturale e ambientale non solo per una città, ma per una Nazione intera.

Si comprende ora perché il crollo, a prescindere dall’inestimabile sacrificio di vite umane, queste mai giustificabili, ha rappresentato una durissima pugnalata alla cultura italiana e alle coscienze di ognuno, ancorché non avvertito dell’importanza più profonda dell’opera.

Sorvolando sistematicamente ogni considerazione a favore o contro l’abbattimento, si giunge a quella che è stata la polemica più dura sulle ipotesi relative al ripristino della viabilità sul Polcevera: l’idea-proposta del Ministro delle Infrastrutture on. Danilo Toninelli riguardante un “ponte vivibile”. Precisamente le sue parole sono state: “[…] L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare […]”. La dura polemica, a tratti sarcastica e cinica, è dovuta all’idea di rendere un ponte vivibile e luogo di incontro, probabilmente confondendo l’aggettivo vivibile con la vivibilità di una casa e la vita in essa. Qualcuno aveva addirittura creato vignette e fotomontaggi di bambini che giocavano sull’autostrada e qualcun altro aveva seriamente pensato al rischio che un pallone finisse in mezzo alle auto con conseguenze disastrose.

Ponte di galata – Istanbul | Foto ©CC0 Creative Commons

Successivamente alla replica, non poco piccata, del Ministro che aggiungeva esempi di come la sua idea non fosse malsana di come la si voleva far credere proponendo il ponte di Galata a Istanbul e il progetto dello studio Visiondivision per il ponte Tranebergsbron di Stoccolma che prevede una serie di attività civili da installare sull’arco di sostegno del ponte (museo, cinema, teatro, scuola, ecc.), le risposte sono state anche più dure, adducendo come motivazione il fatto che il primo è un ponte pedonale (in realtà non è proprio così) e il secondo solo un progetto.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

Innanzitutto, l’idea di un ponte vivibile non è affatto nuova. In Italia abbiamo due fra gli esempi più illustri che si possano citare: Ponte Vecchio a Firenze e Ponte di Rialto a Venezia. Se il primo non è nato con l’idea delle botteghe ai lati (che una volta erano anche abitazioni) aggiunte in seguito progressivamente quando le attività commerciali dei beccai, che vi furono trasferite per decreto, cominciarono a diventare più importanti, il secondo ha subito una sorte diversa: il concorso, indetto nel 1587, per la costruzione di uno stabile ponte in pietra sul Canal Grande, prevedeva che esso dovesse contenere anche attività commerciali, perché queste si erano aggiunte gradualmente nel corso degli anni sui precedenti ponti in legno. In ogni caso, per entrambi i ponti, era prevista la carrabilità, con l’unico limite per Venezia di una “carrabilità pedonale”. Per quest’ultimo, ai concorsi precedenti, in seguito annullati, avevano partecipato anche Leonardo da Vinci e Andrea Palladio, sempre presentando un “ponte vivibile”.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

L’architettura contemporanea ha riscoperto questo antico desiderio di ponte vivibile quando si è accorta che la città contemporanea aveva annientato i suoi confini ottocenteschi invadendo il territorio circostante e la ricerca di nuovi spazi per costruire era ostacolata dalla presenza di problematiche ambientali naturali o antropiche di difficile superamento. Aveva cominciato quindi a ragionare sugli spazi esistenti, fino ad accorgersi che le cesure naturali (fiumi, canali, valli) e antropiche (strade, ferrovie, gallerie, ma anche ponti e viadotti) potevano essere sfruttate proprio per quegli spazi negati dalla costruzione dei collegamenti sopraelevati, ricucendo anche una cesura urbanistica e sociale fra le due parti di città. Spesso infatti i luoghi sottoposti a questo tipo di opere di ingegneria, diventano luoghi inutilizzati e fonte di degrado urbanistico, ma anche e soprattutto sociale. Anche in questo senso il ragionamento del Ministro Toninelli è calzante. E allora, perché non utilizzare gli spazi coperti per attività sociali comuni (alle porte di Cassino, lungo la SR6 “Casilina” sotto il ponte della SR509, c’è uno skate park con un bellissimo murales)? Perché non pensare di trasferire alcune attività commerciali, uffici, aree comuni, in quelle zone di ponte o viadotto che lo permettono? Ma soprattutto, una volta che è stato deciso di abbattere il vecchio ponte Polcevera per costruirne uno nuovo, perché non pensarlo non come un collegamento fine a sé stesso, ma come un’occasione per proporre alla città e al mondo un nuovo modo di pensare il collegamento viario, ritrovando, in questo senso, il principio primigenio che lo aveva generato? Questo è recupero storico, ne è, anzi, il fondamento.

Di progetti in questo senso ce ne sono e ce ne sono stati a bizzeffe. Uno di questi è l’edificio-viadotto di LeCorbusier che si era addirittura spinto a pensare ad una città lineare che facesse da supporto alla viabilità principale. Ci sono però anche esempi pragmatici come il viadotto della metropolitana di Berlino, nei pressi della stazione Hackescher Markt, sotto i cui archi, per lunghi tratti ai due lati della stazione, furono aperte n seguito attività commerciali di vario tipo che hanno dato vivibilità alle aree circostanti, separate appunto dall’opera infrastrutturale e che in passato sono state fonte di degrado. Altre volte il ponte non è stato progettato e realizzato come semplice passaggio fra un punto e un altro, ma anche come occasione per incontrarsi, per riposarsi, riflettere, ammirare il paesaggio e, perché no, giocare.

“Isola della Mur” – Graz | Foto ©CC0 Creative Commons

Un esempio fantastico in questo senso è la cosiddetta “Isola della Mur” a Graz in Austria, opera di un “artista architettonico”, l’americano Vito Acconci, che ha pensato ad un ponte fra le due sponde del fiume Mur rappresentato da due passerelle pedonali che si incontrano su un’isola artificiale al centro del fiume sulla quale ci sono un lounge bar e una terrazza a forma di anfiteatro, che facesse da legame tra il fiume e la città con l’attrattiva del locale pubblico. Fu realizzata nel 2003, quando Graz fu capitale europea della cultura. Il fatto che sia esclusivamente pedonale non deve trarre in inganno: le idee devono essere lasciate fruire libere ed è futuribile la riproposizione della stessa idea in scala più grande.

Chi asserisce che nella maggior parte dei casi si tratta solo di progetti e che per questo motivo non sono attuabili, non solo dimostra poca o scarsa conoscenza non soltanto dell’architettura, il che sarebbe anche comprensibile non essendo prerogativa dell’essere umano conoscere tutto, ma anche ingenuità, se così vogliamo definirla, non comprendendo che qualsiasi atto umano è sempre il risultato di un progetto, scientemente o incoscientemente ideato e che questo progetto può essere attuato. È perciò possibile pensare, progettare e realizzare un “ponte vivibile”, superando ideologie e polemiche partitistiche, tenendo presente però che un ponte deve essere un passaggio sottile integrato nell’ambiente che non invade il costruito, non una barriera d’acciaio a più strati ancorché semi-trasparente, pur accattivante nelle intenzioni, ma deleteria per l’esistente sia per motivi tecnici (abbattimento di buona parte del costruito intorno, oltre a quanto già programmato), sia per motivi architettonici e ambientali.