L’Aquila Rinasce – o forse no?

1 settembre 2017

Lo scorso 26 Agosto mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal terremoto del 24 che ha colpito dolorosamente le vicine Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri piccoli centri, territori simili come gran parte dell’Appennino centrale.

Edificio Torturato

Edificio Torturato

Il cielo della città è ancora pieno di gru che pare vogliano abbassare il collo per alimentare i tanti palazzi imbavagliati da ormai oltre 9 anni, in nome di una ricostruzione ideale, quale laboratorio innovativo di sperimentazione di nuove tecniche di restauro, recupero, consolidamento antisismico e – del sempre utile – adeguamento energetico. Infatti, dopo il terremoto – e anche come conseguenza delle riflessioni sulle ricostruzioni ripartite all’interno della “Strategia nazionale delle aree interne” – L’Aquila ha dichiarato di volere rinascere sotto il segno della sostenibilità sociale e ambientale. Sembra incredibile ma sta accadendo, lentamente, giorno per giorno, dopo i primi tempi difficili nei quali si è temuto che la mano del malaffare si potesse allungare sui soldi pubblici della ricostruzione. È apprezzabile che per la gestione e la risoluzione dei danni si sia adottato un modello avveduto, in cui i proprietari degli stabili danneggiati (oltre 50 mila in tutto il Comune) si sono costituiti in consorzi e le singole case insieme a quelle vicine sono state trasformate in “aggregati” per facilitare tutte le fasi della ricostruzione.
Inoltre, “Officine L’aquila”, che si vuole identificare come polo di restauro e riqualificazione urbana – prima volta in Italia che si mette in piedi un organo di dialogo tecnico-culturale tra professionisti imprese e università per un caso di gestione della ricostruzione post-sisma – pare si stia dimostrando, dopo una partenza lenta, un esperimento riuscito, che presto restituirà ai cittadini il “meraviglioso centro storico”. Il tematismo guida è la salvaguardia della bellezza dei palazzi storici, preferendo – viene dichiarato con orgoglio irreprensibile – tecniche poco invasive e compatibili con i criteri della conservazione, per riportare adeguati requisiti di sicurezza e durabilità. “Officine L’aquila” tiene a dimostrare che si può sostituire l’emergenza con dinamiche urbane virtuose: un Polo dell’innovazione sul recupero dove affrontare con intelligenze scientifiche e istituzionali tutte le questioni che attengono al grande cambiamento in corso. Un progetto ambizioso che pare stia andando in porto.
L’analisi corrisponde bene a un’immagine che ci si può fare passeggiando fra i Palazzi già restaurati, i cantieri in corso, le rovine fasciate in attesa del loro turno.
Questa analisi, però, non può essere l’unica e non può essere esaustiva, in quanto manca la lettura di una proposta alternativa per il progetto di ricostruzione. Soprattutto, non si può essere in fiducia d’accordo sul concetto “riparare è meglio che ricostruire”, specialmente in un contesto di volontà di innovazione proclamato.
Analogamente – ma con l’idea questa volta di insinuare il dubbio – passeggiando per l’Aquila si percepisce una città profondamente ferita, tra palazzi resuscitati imbellettati più di prima, fantasmi edilizi con cantieri in corso, relitti in attesa degli interventi per ora immobilizzati da bavagli e fardelli, insomma una città ancora dolente che attende la restituzione di quella dignità persa il 6 aprile 2009. Del resto, la transizione non può dare solo risposte di tipo sismico o connesse a queste e quelle sfide energetiche e climatiche. Serve, probabilmente, un nuovo modo di progettare, che deve necessariamente partire dalla maggiore scala territoriale e urbana per poi giungere al particolare architettonico dell’abitare, non viceversa. La sensazione è quella di ritrovarsi in un enorme set cinematografico, con paramenti edilizi esterni che riportano sembianze antiche, come involucri di carta pesta, che temono di tradire l’interno trasformato per ottemperare ai requisiti asismici obbligatori. Non penso ci si possa accontentare del film, si sarebbe dovuto osare un ripensamento più strategico della città, prima a livello urbanistico e quindi procedere con maggiore consapevolezza nella sostituzione edilizia dove non era chiara la convenienza a restaurare (non tutto può e deve essere conservato). Si sarebbe dovuto osare nella previsione di nuovi vuoti urbani, nuovi spazi pubblici in luogo di edifici feriti mortalmente per ricercare e sperimentare nuovi concept di sicurezza ed evacuazione in caso di calamità, mobilità dolce e maggiori servizi alla fruizione.
Forse L’Aquila avrebbe potuto indicare la strada giusta per vivere meglio nel rispetto del cittadino e dell’ambiente, uscendo dalla retorica del restauro, però, per questo sarebbe stato necessario un altro tipo di scuotimento, culturale, sociale, antropologico. Certamente nel progetto della ricostruzione – come da manuale del bravo restauratore  –  sono stati privilegiati gli interventi in grado di trasformare in modo non permanente gli edifici, si sono rispettate la concezione e le tecniche originarie della struttura nonché le trasformazioni significative avvenute nel corso della storia del manufatto, si è scelto di riparare gli elementi strutturali danneggiati piuttosto che sostituirli… ma quanto valgono queste ossessive sfumature filologiche in una attività che deve riportare in vita una città nel minor tempo possibile, secondo criteri prioritari di massima sicurezza sismica?… quanto servono le dotte disquisizioni linguistiche se poi si perpetra il falso storico da outlet rinunciando ad aggiornare le città?
Si ha paura di innovare, aggiungendo un piano ulteriore alla stratificazione secolare delle città, garantendone la sopravvivenza in futuro come modello stilistico e architettonico riconoscibile.
Non sono critiche assolute ma domande per affrancare la riflessione da pregiudizi, in nome dei quali l’Italia non si è mai svincolata dal fardello conservazionista, forse per codardia o mancanza di fiducia nella contemporaneità e nel futuro.

Edificio fantasma

Edificio fantasma

Forse in questo modo la ricostruzione di L’Aquila è un fallimento urbanistico ed è onesto prenderne atto; forse non si è stati capaci di organizzare una riflessione tempestiva e pertinente su una contingenza così importante come la ricostruzione; forse si subisce il portato di una cultura urbanistica e di un modello di governo delle città già fallimentari.
La riflessione che probabilmente deve essere fatta è se la ricostruzione di L’Aquila sarebbe potuta essere l’occasione e il vero laboratorio per ripensare il governo delle città in Italia, per sperimentare un progetto urbano capace di rispondere alla sfide sempre più incalzanti poste nella progressiva costruzione della città contemporanea. In sintesi, forse sarebbe importante chiedersi:
–    a fronte di enormi investimenti, ci si può accontentare della città ricostruita presentandola, già obsoleta, a come era prima del sisma?
–    oppure si sarebbe dovuto provare a credere in un cambiamento aperto a vecchie e nuove sfide urbane, sociali e ambientali?


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