Nuvole, distanze di rispetto e DM 1444. Un approfondimento

Luisa Benato su Twitter ci ha posto una questione a partire da una osservazione sulla nuvola di Fuksas che, come tutti sanno, è da anni al centro di polemiche relative alla sua realizzaizone; non ultima la questione dello spostamento di 2 m.

La questione posta da Luisa è relativa al rispetto dei parametri del DM 1444/68.

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@amarchitettura.Mi chiedevo perchè il DM del ’68, i cui parametri sono obbligatori per le nuove costruzioni, non è stato nel caso applicato

Incuriositi, gli abbiamo chiesto di specificare meglio a cosa si riferisse.

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Ne è seguita una piccola discussione, interna ad Amate, sui limiti di imposizione degli standard stabiliti dal DM 1444/68.

Margherita Aledda ci ha fornito il suo parere illuminandoci sulla questione, che riguarda applicazioni più ampie.

“L’art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444 del 02.04.1968 individua le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, e stabilisce che per i nuovi edifici ricadenti in zone diverse dalla zona A, è prescritta “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.

Disposizione che, pur se contenuta in un Decreto Ministeriale, ha natura di norma primaria, atteso che trova la sua fonte nell’art. 41 quinquies della Legge n. 1150 del 1942 (Legge Urbanistica), il quale, dopo aver previsto che nei Comuni debbono essere osservati “limiti inderogabili” di distanza tra i fabbricati, dispone che tali limiti debbano essere stabiliti con decreto del Ministero per i lavori pubblici di concerto con quello per l’interno, sentito il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il principio espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14953 del 2011, ha affermato che il D.M. 1444/68, essendo stato emanato su delega dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, ha efficacia di legge dello Stato, ne deriva che le sue disposizioni in tema di limiti di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

Dalla lettura dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, e dalla natura di norma primaria attribuita all’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, discende, dunque, che sono inderogabili i limiti minimi di distanza tra fabbricati in quest’ultimo stabiliti.

Come costantemente affermato dalla Giurisprudenza Amministrativa, la disposizione contenuta nell’art. 9 del D.M. 1444/68 prevale sia sulla podestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla podestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per la loro natura igienico-sanitaria, non sono nella disponibilità delle parti.

La norma è preordinata, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, atteso che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, si è posta il problema di verificare se possano considerarsi o meno legittime le previsioni regolamentari locali (ad esempio le N.T.A. dei P.R.G.) che, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, consentano la costruzione di edifici a distanze diverse rispetto a quella di 10 metri ivi prevista. Il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa insegna che l’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 integra con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, quindi la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti – predeterminata con carattere cogente, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza – vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici. Ne deriva che, ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo di 10 metri è illegittima, essendo consentita alla Pubblica Amministrazione solo la fissazione di distanze superiori.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa è condiviso dalla Corte di Cassazione che rileva la prevalenza dei precetti contenuti nel Decreto Ministeriale sulle norme regolamentari locali, ove queste prevedano distanza inferiori rispetto a quella di 10 metri prevista dal D.M. Ove, invece, le norme regolamentari prescrivano una distanza fra edifici maggiore di quella minima di 10 metri, questa può essere applicata. Infatti, se la finalità dell’art. 9 del D.M. è da ravvisarsi nell’intento di evitare la formazione tra edifici frontisti di intercapedini nocive, con la prescrizione di una distanza “minima” inderogabile, non è impedito ai Comuni di adottare, nella formazione dei piani regolatori generali e dei regolamenti edilizi locali regole più rigorose, sulla base di valutazioni discrezionali degli interessi pubblici da tutelare.

Sulla base di tale principio dunque, se da un lato ai Comuni è inibita la possibilità di prevedere nei propri strumenti urbanistici la possibilità di costruzione tra i fabbricati a distanze inferiori rispetto a quella minima di 10 metri prevista dall’art. 9. del D. M., dall’altro essi potranno legittimamente determinare la fissazione di distanze maggiori.”

Se poi la “Nubbe de Fuksas” rispetti questi vincoli e se e come eventualmente dovessero essere stati derogati non lo sappiamo. Grazie comunque a Luisa Benato per averci dato questo spunto.

 

 

 


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