La responsabilità dell’Architettura

3 luglio 2017

Non me ne voglia Davide Vargas, ma prima di sapere che era un ottimo architetto, lo ho scoperto come un ottimo scrittore.

Scoperta fatta oltretutto sul sito Nazione Indiana, ovvero fuori dal giro degli architetti, dove mi è capitato di leggere un suo racconto dedicato al Flaminio.

Agli architetti, a molti di loro, piace scrivere; il che è un paradosso perché la nostra formazione dovrebbe essere di natura figurativa; il significante per noi è una forma, un’immagine, al limite un disegno, qualcosa che si spiega con un colpo d’occhio, mentre la parola scritta è sequenziale, impone una gerarchia, un inizio e una fine. Non è un caso che in molti corsi di composizione si pretenda dagli studenti che “i disegni parlino da soli”.

Questo non vuol dire che la parola scritta non sia idonea a descrivere l’architettura, o che spesso sia funzionale a chiarirne il senso, proprio perché impone una diversa codifica; la parola scritta è un diverso punto di vista rispetto all’immagine, complementare, divulgativo e al tempo stesso erudito. Parole semplici e slogan, per convincere il pubblico, contorsioni lessicali e retorica per affascinare l’accademia; poi spesso se si guarda il risultato compositivo si scopre che parole simili sono prese a prestito per giustificare architetture diversissime. Quante opere diversissime tra loro potremmo realizzare dietro alla fascinazione del “rammendo”? quante architetture altrettanto diverse si realizzano in nome del contesto? o della modernità?

D’altra parte il progetto di architettura, quello che poi va all’ufficio tecnico per essere approvato, o all’impresa per essere appaltato, non sarebbe completo senza la sua parte di testo (dalla relazione tecnica al capitolato) che ne descriva a parole le modalità di esecuzione; nei concorsi, i più furbi riempiono i disegni di testo, per dire.

Segno che evidentemente i disegni, da soli, non bastano.

Certo, in quel caso si tratta di una funzione tecnica, burocratica, “necessaria”, mentre il “Racconto di architettura” agisce sul limite del non necessario, sull’emozione, sul ridondante, che è poi l’ingrediente principale dell’esperienza.

Fatto sta che la parola scritta, quella narrativa, affascina gli architetti.

Nella mia ricerca non poteva mancare quindi uno che stesse a pieno titolo nel mestiere di scrivere.

Nel caso di Vargas mi è rimasto l’imprinting iniziale e tendo a considerarlo uno Scrittore-Architetto invece che un Architetto-Scrittore; sottigliezze; roba da polemica politica interna al PD.

Questa è la sua risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura?

L’opera di architettura [l’architettura non esiste…L.I.Kahn] si assume la responsabilità di costruire ambienti dove il pensiero umano si fa libero e oltrepassa gli orizzonti di civiltà già fissati.

salk

 


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