L’Architettura e la presa di coscienza secondo Cristina Senatore

27 maggio 2017

“Non si può capire un processo arrestandolo. La comprensione deve fluire col processo, deve unirsi ad esso e fluire con esso. Il sapere è un’avventura senza fine ai confini dell’incertezza. Non c’è mistero nella vita umana. La nostra vita non è un problema da risolvere, ma una realtà da sperimentare.” (F. Herbert – Dune)

Ho conosciuto Cristina Senatore in occasione di Gran Touristas, una performance collettiva giocata attraverso i social network in occasione della 13.ma Biennale di Architettura di Venezia.

GT è stato un tentativo unico ed estremamente sperimentale di sfruttare la potenza connettiva dei social network per aggregare conoscenze e competenze cercando di metterle al servizio di qualcos’altro in maniera fluida e completamente auto-organizzata.

Cosa succede se riunisci in un gruppo un migliaio di personaggi creativi (architetti ma non solo) e gli chiedi di costruire un atlante delle singolarità e dei fenomeni culturali, analogici o digitali, più interessanti rintracciabili nel territorio italiano?

Cosa succede se lasci che attorno ad una idea di fondo si sviluppino decine di progetti narrativi collaterali che integrano e rilanciano su diversi canali comunicativi quel progetto, fino alla conclusione finale alla Biennale dove il progetto iniziale finisce quasi per scomparire, diluito nel moltiplicarsi narrativo?

Cosa succede se lasci che il gruppo sviluppi liberamente una discussione sempre più animata tra singolarità creative e comunità auto aggregate?

Oggi è abbastanza facile immaginare il tipo di reazione esplosiva che genera in rete una battuta infelice, o studiatamente polemica, di un qualsiasi politico o personaggio noto. Basta associare la parola migranti a Salvini che la rete si scatena. Se poi vogliamo circoscrivere il campo agli architetti le parole magiche sono Fuksas e Nuvola. Ecco, immaginate quel livello di reattività e interattività li, solo che condotto e prodotto da un gruppo di creativi animati dalle mille suggestioni e intrecci che emergevano dalla ricerca di senso e valore materiale e immateriale, in Italia. Un gruppo che liberamente costruiva un elenco di luoghi, personaggi, associazioni, oggetti, tradizioni orali, culinarie, cimeli, luoghi della memoria collettiva ma anche disastri urbani e cinepanettoni, qualunque cosa degna di nota, che fosse associabile a un link o che valesse la pena di essere raccontata, veniva raccolta e triturata nel calderone del gruppo; spesso non senza passare attraverso feroci discussioni e infiniti commenti.

Ognuno era libero d partecipare come meglio credeva a questo gioco, chi portava conoscenza, chi competenza, capacità di disegno o di ricerca, chi semplicemente si limitava a raccontare quello che avveniva all’interno del gruppo.

Questo è il link al gruppo, ma oggi piange il cuore vedendo che è diventato un gruppo di sterili promozioni di eventi o iniziative personali senza più la forza di innescare quella vertigine dialettica. Questo è il Tmblr. Questo è un video tratto dal finissage che racconta un po’ il corso degli eventi e soprattutto racconta cosa e il GT Box.

In questo gruppo Cristina, da grafica, è emersa sviluppando un metodo di restituzione per immagini molto efficace e insieme molto suggestivo.

La stessa Cristina definisce bene il senso del processo produttivo che ha seguito.

“se li riguardo adesso vedo che sono disegni surreali, forse ingarbugliati, come sogni. fu un bel esperimento per me, da allora mai più ripetuto.. i disegni erano quasi una scrittura automatica. scaturivano da corto circuiti continui che si verificavano fra le persone che partecipavano alla discussione alla quale io assistevo. sono sempre stata convinta che il ritmo (velocissimo) con cui tutto avveniva (decine di persone si parlavano tra loro contemporaneamente) fosse stato importante nella produzione di questi disegni. io disegnavo spesso sulle conversazioni mentre avvenivano e quando loro finivano di parlare io postavo il disegno. non avevo il tempo di fermarmi sul disegno e l’errore, l’imprecisione, talvolta l’equivoco, diventavano maglie del disegno… i miei ricordi e le loro ossessioni, le mie immagini e loro dubbi e desideri, le paure.. tutto confluiva in un’immagine che prima di quel momento per me non era mai esistita… io scoprivo il disegno alla fine, come tutti gli altri. non disegnavo con l’intenzione di fare un determinato disegno… il disegno sgorgava.”

Insomma il processo creativo di Cristina, e lo potete riscontrare anche nella sue opere più “meditate” è a tutti gli effetti un processo di percezione e restituzione della realtà, dove la realtà scorre, fluisce e si trasforma dinamicamente, intrecciando senso e suggestioni, misura e frattura dei fenomeni.

Qui trovate le opere prodotte in quell’occasione.

Dichiaro quindi che sia venuto il turno di Cristina Senatore, nel provare a spiegarci: a cosa serve l’Architettura?

Questa è la risposta; ho cominciato a smettere di fare rispettare il limite delle trenta parole anche se tra le righe qualcosa ancora si intravede…..

“Un giorno mi sono ferita al terzo dito del piede sinistro. Un bel taglio profondo, un dolore acuto. Dopo lo shock iniziale ho incominciato ad “usare” quel dolore per conoscermi meglio, ci ho viaggiato dentro con il pensiero, ci ho spostato sopra la sensibilità del corpo, cosa che mi rendevo conto di non avere mai fatto fino ad allora. Eppure di quel dito disponevo da che ero nata. Disponiamo di un intero corpo però la nostra sensibilità epidermica è concentrata continuamente solo in alcuni punti… nel palmo delle mani, sui polpastrelli, lungo le piante dei piedi, sulla punta del naso… il resto del corpo lo usiamo senza essere particolarmente sensibili a quello che avviene. L’architettura è come una ferita, è quell’accadimento nel vuoto che ci fa prendere coscienza dello spazio e ce ne fa fare esperienza. Non accade da sola l’Architettura, non è naturale, non piove dal cielo, va costruita. È dove sono le persone, la costruiscono le persone per altre persone, da sola, l’Architettura, serve a niente, non ha ragione, né possibilità di esistere.

Dunque l’Architettura viene costruita, ed è una costruzione abitabile, ovvero le persone possono entrarvi e svolgervi le loro funzioni. Tuttavia non è solo un edificio che contiene e ripara le persone e consente loro di svolgere in maniera confortevole e protetta le attività che desiderano o che hanno bisogno di svolgere, è qualcosa di costruito che completa l’uomo. Una occasione per l’uomo di trasferire nella materia le forme che concepisce nel pensiero. Non una forma vuota! Una forma impregnata di intenzioni. Quando l’uomo costruisce l’architettura applica la sua esperienza, la sua intelligenza, la sua sapienza tecnologica e il suo pensiero politico, le sue aspettative sociali, applica al mondo la sua visione del mondo, lo plasma. L’Architettura completa l’uomo perché lo orienta, lo condiziona, lo asseconda, lo ostacola. Consente all’uomo di fare dello spazio una esperienza sensoriale di profonda bellezza (o di terribile disagio), provoca in lui domande, sprona la sua curiosità, ne indirizza le azioni e le visioni, sollecitando modus vivendi. Suggerisce e fornisce punti di vista. L’Architettura creata dall’uomo per l’uomo connette le persone fra loro oltre i limiti del tempo, consente l’intersezione dei pensieri e il contatto fra sensibilità diverse. L’architettura segue le evoluzioni (o le involuzioni) dell’uomo.

L’Architettura divide gli uomini in due tipi di uomini: gli architetti e i non-architetti.
Gli architetti sono coloro che studiano per acquisire le conoscenze e le competenze necessarie alla progettazione e alla costruzione dell’architettura e così facendo ottengono il privilegio di dare forma allo spazio abitabile del mondo. I non-architetti sono coloro che nella vita abitano le architetture che progettano e costruiscono gli altri.

Penso, sono convinta, che il mondo intero, sia modificabile a partire dal rapporto fra architetti e non-architetti: quando i primi la smetteranno di abusare del loro privilegio di potere progettare spazi per i secondi favorendo solamente il proprio pensiero e troppo spesso compiacendo il proprio ego, escludendo o riducendo al minimo il confronto con i secondi, e quando i secondi capiranno che per ottenere dallo spazio la migliore soluzione abitativa (in senso lato) devono affidarsi ai primi, rinunciando a fissazioni e preconcetti e disponendosi a fare una esperienza che possa modificargli (migliorandogliela) la vita, ci troveremo davanti ad un mondo con una qualità architettonica elevata e diffusa in ogni contesto e ad una umanità fatta di individui che avranno imparato a sfruttare la straordinaria possibilità di stringere alleanze fra loro, riducendo al minimo i conflitti per viaggiare velocemente e serenamente verso una civiltà più evoluta dal punto di vista sociale e culturale nella quale sia ristabilita la fiducia nell’uomo e fra uomo e uomo. Insomma una revisione del rapporto fra architetti e non-architetti potrebbe portare ad una Architettura diversa, in grado di migliorare la qualità della vita umana e la sua presenza nell’universo vivente.
Gli architetti non devono imporre la “loro” Architettura, i non-architetti non devono subire passivamente l’architettura progettata e messa al mondo da altri. All’Architettura dovrebbero potere partecipare tutti, apportare tutti la loro esperienza, perché riguarda tutti!”

Questo è il disegno creato apposta per questa occasione, credo….

disegno per giulio pascali

Intervento grafico su dipinto “madonna della misericordia” di Piero della Francesca


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