Architettura come scuola guida

16 maggio 2017

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

(inferno canto V)

Il testo che segue è la riproposizione di un dialogo avvenuto tra me e Guido Incerti in rete, con pochissime correzioni mirate a rendere il testo più leggibile. Ne è venuto fuori un discorso un po’ estemporaneo sulla funzione dell’architetto (tra scuola guida e pene dell’inferno). La domanda era sempre la stessa:

A cosa serve l’Architettura?

siamo finiti a parlare della funzione dell’Architetto, che poi è la stessa cosa da un diverso punto di vista. Giriamo sempre intorno alla stessa cosa.

– Ciao Guido, ho letto il tuo post su FB: “Un giorno, qualcuno capirà che molti di quelli che oggi declamiamo come architetti, archistar, in realtà erano ben altro. Non avendo avuto il tempo, reale, per fare il mestiere dell’architetto.” Colgo quindi lo spunto per chiederti se ti va di rispondere a una domanda che sto facendo ai miei contatti in rete che ha a che fare con il mestiere dell’architetto: a cose serve l’Architettura? Immagina di doverlo spiegare ad un committente per convincerlo che vale la pena pagarti per questo. Spiegalo in Max 30 parole più una immagine o una foto.

Fare l’architetto è fare conoscere alle persone una dimensione nuova, usando lo “spazio”. Una dimensione e un valore di cui non afferrano pienamente l’esistenza. In termini semplici la coppia di un 8 cilindri rispetto ad un 4. Si apre un mondo. Valore anche economico intendo. Di spesa e guadagno.

– Uhm ok. Spiegami meglio. Possiamo rigirare la cosa dicendo che l’Architettura serve come processo di conoscenza? Ma come lo intendi, più simile ad una ricerca scientifica, una esplorazione geografica oppure un processo di scrittura.
Inoltre mi incuriosisce l’espressione “di cui non afferrano pienamente”.
Si intuisce lo scoramento dell’architetto di fronte alla beata ignoranza del committente. C’è poco da fare, gli architetti, quelli bravi, sono una élite, sono i sacerdoti dello svelamento di questa dimensione…. credo….??

– No, non è scoramento. È la semplice verità. Un committente generalmente non può conoscere la tecnica necessaria per progettare architettonicamente. Poi c’è logicamente la dimensione dell’architetto stesso che spesso non è solo tecnica ma anche sensibile. Non comprende bene la cosa. Perché è difficile. Legata a sensazioni che scopri solo una volta a bordo.
Ma mentre tu (l’Architetto ndr) hai idea chiaramente di quello che sarà – perché sei padrone più o meno di quella tecnica – lui no.
Vale per la musica, la cucina, andare in moto.
Guidare non è pilotare.
E lo comprendi solo se ti applichi.
Ad un committente devi insegnare alcune basi di pilotaggio. Quando di base guida.
Gli architetti, quelli bravi spesso hanno bravi committenti (anche se non lo dicono).

– Mi viene in mente una figura dantesca. Minosse che all’ingresso dell’inferno assegna i gironi ai dannati. Loro sanno già di avere peccato, sono all’inferno, ma tocca a lui svelare, far conoscere l’esatto destino.

– Più spesso hanno l’abilità di fare business attraverso il loro lavoro. E non lo dicono ugualmente. Tutto qui.
Nei confronti dei committenti tu stai già facendo ragionamenti troppo avanti. Io non direi mai una cosa così al committente.

– In effetti non credo che al committente gli si possano prospettare le pene dell’inferno. Meglio la scuola guida.

– Mah. Dipende. A volte invece è giusto prospettarle.
Quando vai a scuola guida mica ti dicono che potrai anche schiantarti. Anche se lo sai.
La dimensione passionale dell’architettura è dell’architetto, quasi mai del committente.

– Qui però introduci un altro tema, la partecipazione. Da una parte spesso, il committente é convinto di saper pilotare, dall’altra se vuole andare a sbattere intenzionalmente, cosa fai?

– Prendi il volante e sterzi! Logico che c’è partecipazione, ma fare architettura è spesso un processo violento.
Nei suoi e nei tuoi confronti.
Ci si trova e magari si ha sintonia; ma la violenza c’è sempre, ed è quasi necessaria.
Puó essere soft o strong ma c’è. Da ambo le parti.
A volte con il medesimo committente ho fatto cene super easy con la matita in mano, altre abbiamo urlato come dei pazzi in faccia l’uno all’altro. Ma deve sempre essere chiaro l’obiettivo finale.
A volte vinci a volte perdi.
E li serve la dialettica.
Ma senza mostrare la superiorità.
Nella dialettica.
Sei come l’istruttore di scuola guida.
Comunque è sempre una dimensione di svelamento.

– Ecco, mi piace questa immagine maieutica, però siamo finiti a parlare dell’architetto, non dell’architettura.
In finale, a cosa serve questo svelamento? Ci fa stare meglio? Ci rende felici? Ci dà potere? Ricchezza?

– Mixxa insieme le ultime cose e hai la risposta. L’Architettura è una pura mediazione di tutte queste cose. A volte puoi avere un po’ più di una e meno dell’altra e viceversa. Ma alla fine la dimensione totale è questa con l’aggiunta di una dose di “percezione” o “propriocezione” legata al puro spazio che è inspiegabile al committente. Anche perché non è quantificabile.
Metti anche una buona dose di funzionalità.
La differenza con l’edilizia è che questa offre molte meno soluzioni per arrivare a questo risultato. La base è la stessa ma meno “ricca” di significati e soluzioni. Specie dei primi. Ma anche dei secondi.
Poi ci scordiamo la bravura nel contenere dentro anche tutte le norme. Che sono parte integrante del processo.
E dell’architettura. Le sue regole (oltre a quelle dei trattati).

– Ok, per le trenta parole uso il testo iniziale, sono 40, l’immagine la scelgo io……

Billa_11

PS – In realtà avevo scelto un’altra cosa, poi Guido mi ha chiesto di mettere Pinocchio: “Pinocchio è il risultato di tutto. E allo stesso tempo racconta le bugie. Realtà e immagine allo stesso tempo. Poi ha anche la fata turchina… Qualcuno che ogni tanto ti da una mano…”  Gli ho proposto alcune immagini tratte dal Pinocchio di Enzo D’Alò con le illustrazioni di Lorenzo Matotti.


Un Commento a “Architettura come scuola guida”

  1. Giulio Pascali scrive:

    Approposito di Pinocchio
    mi sono imbattuto in questo aformisma di Diego Lama
    920) Le bugie si dicono anche con gli edifici
    http://presstletter.com/2016/02/aforismi-ristrutturati-913-917-di-diego-lama/

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