Storie parallele: dal mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese al mulino Ducco & Valle di Roma

23 febbraio 2017

Premessa

Il gruppo di ricerca dell’Ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese propone ai lettori di “Amate l’Architettura” una storia parallela che accomuna due notevoli mulini, separati da una distanza di oltre seicento km ma emblematicamente contigui per le vicende storiche e proto-industriali che li videro protagonisti: il mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese e il mulino Ducco e Valle di Roma. Il primo, ancora esistente, è stato trasformato in sede ecomuseale; il secondo, da tempo scomparso, intreccia gli ultimi anni della sua storia con il più noto pastificio Pantanella.

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Apparentemente marginali, queste storie sin dal loro inizio ben rappresentano le complessità, le stratificazioni e le criticità di una nazione in formazione i cui nodi gordiani, mai recisi, ne ipotecheranno i successivi centocinquanta anni.

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Notevoli simmetrie legano le vicende storiche dei “nostri” rispettivi mulini: inizialmente si collocano agli albori del capitalismo sia torinese sia romano; successivamente, concluso il loro ciclo produttivo, i loro contenitori, dopo un periodo di decadenza (caratteristico di un periodo storico che non attribuiva valore alcuno al patrimonio industriale) diventano spazi urbani recuperati. Ambedue hanno precedenti storici di tradizione secolare fortemente simbolici: i mulini natanti (peraltro apparsi per la prima volta nella storia della nazione presso l’isola Tiberina), le bannalità feudali, l’insistenza, a Roma, del nuovo impianto molitorio sul sedime tombale del panificatore Virgilio Eurisace. Per ultima, l’innovazione tecnologica che vide l’affermazione di una nuova tipologia di mulino in grado di compiere la trasformazione della molitura da pratica artigianale a pratica industriale.

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Sin da metà ‘800 Settimo ha rappresentato, con il coevo e più noto mulino di Collegno (punto d’origine di questa tecnologia in Piemonte e del suo sistema d’impresa, in cui Cavour era direttamente coinvolto), uno dei “laboratori” in cui testare i nuovi macchinari, i diagrammi di produzione e di approvvigionamento energetico portati dai nuovi mulini “all’Americana”. Inoltre, il mulino di Settimo è un perfetto “marcatore” di come l’apparato di corte, i bancari, i faccendieri e gli industriali intraprendenti legati alla corte sabauda seguano pedestremente il trasferimento dei centri di potere da Torino a Roma. Per Roma, il passaggio nel 1883 dai proprietari storici al Banco di Roma, lega indissolubilmente il destino dei nuovi impianti molitori al degrado finanziario che sfocerà nel ben noto scandalo della Banca Romana (e al sistema finanziario del giovane stato in generale, prodromo di un trend che è tutt’ora vitale/mortale per il nostro paese).

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I due impianti si fondano sulla tecnologia al tempo nota come “Anglo-Americana”: si tratta di un sistema di macinazione altamente automatizzato messo a punto dall’americano Oliver Evans nel decennio 1780. Passata ben presto nel Regno Unito, verrà ulteriormente implementata ricorrendo alla ghisa nella parte meccanica e utilizzando vapore come forza motrice. Ne fu incubatore il leggendario Albion mill, presso Blackfriars a Londra, di cui ne furono artefici Boulton e Watt. Distrutto ben presto da un incendio, la breve parentesi in cui operò (1784-91) fu tuttavia determinante per l’affermazione del nuovo sistema a scala planetaria. In Piemonte si affaccerà nel decennio 1840, portato da Bordeaux dai fratelli Fourrat, mercanti di cereali e speculatori finanziari, e subito sostenuto dal conte di Cavour per la sua alta valenza innovativa.

Il mulino Ducco e Chiariglione_Settimo Torinese

Conosciuto localmente come mulino Nuovo, venne costruito ex-novo nel 1851-52 in contiguità ad un preesistente impianto molitorio risalente al 1806, realizzato dagli ingegneri del corpo imperiale dei Ponts et Chausées del napoleonico Departement du Po, di cui era direttore Joseph-Claude La Ramée Pertinchamp, costruttore del primo “ponte in pietra” della capitale sabauda (l’attuale ponte Vittorio Emanuele I, tutt’ora in esercizio).


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Artefici di questa radicale trasformazione furono due investitori di provenienza esterna al chiuso mondo settimese del tempo: Pietro Ducco, imprenditore, e Francesco Chiariglione, avvocato, che ne affidarono la progettazione all’ingegner Severino Grattoni, a quei tempi all’inizio della sua brillante carriera professionale che lo porterà, vent’anni più tardi, a condividere insieme al Grandis e al Sommeiller, l’innovativa esperienza del traforo del Frejus per la quale ottennero notorietà universale. Grattoni risolse brillantemente i gravosi problemi idraulici che il nuovo insediamento poneva e che altri ingegneri prima di lui declinarono, dotandolo, sin dall’origine, di una delle prime turbine moderne (probabilmente di tipo Jonval o della più efficiente sua variante Girard, appena inventata): “Furono pure opera dell’ingegnere Grattoni il molino anglo-americano di Settimo Torinese (1851-52), quello del Mussotto presso Alba, ordinatogli dal Marchese Alfieri di Sostegno (1852-53), il molino Pila presso Asti, e molti altri molini minori. Fu nell’impianto di codesti stabilimenti dove si cominciò ad usare tra noi come motori le turbini fra cui è meritevole di essere particolarmente notata quella messa in opera al Molino di Settimo, ed uscita dall’officina dei fratelli Orlando di Genova…” (1)


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Si trattò della prima impresa capitalistica mai apparsa in zona; interrompendo il secolare rapporto di autosussistenza con la comunità, il mulino utilizzava cereali di provenienza danubiana anziché locale, sostenendo, al contempo, una politica fortemente aggressiva verso i preesistenti impianti molitori del territorio, subordinandoli al suo regime produttivo. In uno di questi impianti (ancora di pertinenza feudale) operava come gestore quel Francesco Valle che, vent’anni più tardi, affiancherà Pietro Ducco nell’avventura romana.

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Trasferita la corte a Roma, i soci Pietro Ducco e gli eredi Chiariglione venderanno l’impianto al possidente Stefano Roggeri. Correva l’anno 1873; Pietro Ducco, insieme ai figli Giovanbattista e Alberto, e il tecnico molitorio Francesco Valle partiranno immediatamente per la nuova capitale del Regno d’Italia dove, sin dal 1871, già avevano avviato una intensa attività di acquisizione terreni e di progettazione del nuovo impianto molitorio al Prenestino, allora in via di formazione. Come già per Settimo, il mulino sarà il modello trainante per l’industrializzazione in chiave marcatamente capitalistica del quartiere e uno dei riferimenti imprenditoriali per l’intera città.

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Il mulino Ducco e Valle_Roma

Sin dai tardi mesi del 1871 Pietro Ducco e Francesco Valle, che iniziano a farsi conoscere negli ambienti imprenditoriali capitolini come intraprendenti mercanti piemontesi di granaglie (e, abbiamo modo di ritenere, con un solido sostegno nei palazzi di governo), iniziano ad acquistare terreni nelle immediate adiacenze di Porta Maggiore, favoriti dalle mire speculative indotte dall’eversione dell’Asse Ecclesiastico (letteralmente: soppressione del patrimonio ecclesiastico, decretato da due distinte leggi dello stato, la 3036 del 1866 e la 2987 del successivo). Nello stesso anno sottopongono al municipio di Roma il progetto, ben presto accordato, per la realizzazione di un mulino a vapore da venti macine per una forza complessiva di 80 Hp, a firma degli ingg. Filippo Fiancati per la parte produttiva e Vincenzo Pelami per la palazzina uffici. L’area occupata dall’impianto sin dal 1872, di poco superiore ad un ettaro, è attualmente identificabile nel triangolo compreso tra le vie Casilina e Prenestina, principianti da Porta Maggiore, e viale Castrense. In breve tempo il nuovo mulino si affermerà come una delle principali imprese molitorie operanti sul territorio dell’Urbe, seconda sola al mulino e pastificio di Michele Pantanella. Conserverà tuttavia il primato di primo stabilimento mosso esclusivamente dal vapore, poiché il Pantanella vi ricorrerà solo dal 1879, allo scopo di alimentare i nuovi forni a vapore Perkins appena introdotti nel suo pastificio.

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La scelta della forza motrice termica operata da Ducco e Valle desta senz’altro un largo interesse, tanto da essere citata nell’edizione 1874 della “Guida Monaci”. Si tratta di una innovazione tecnologica destinata a indirizzare sensibilmente le scelte coeve e future degli industriali romani, più volte portata ad esempio come modello di efficienza: “…al dì d’oggi vediamo in Roma la più parte delle industrie attivate colla sola forza del vapore e queste prosperano tutte e giungono persino a vincere la concorrenza di altre industrie consimili attivate con motori ad acqua. Cito ad esempio il grandioso stabilimento impiantato dai signori Ducco e Valle a porta Maggiore per la molitura dei cereali”(2).

Degno d’attenzione è soprattutto quanto riportato nelle pagine del bollettino della “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, sempre del 1876: ”Nel giorno 11 aprile venne effettuata una escursione al molino dei signori Ducco e Valle fuori di Porta Maggiore. Gli allievi esaminarono le caldaie e le macchine a vapore del sistema Woolf, assistendo pure al rilevamento dei diagrammi nei due cilindri…” (3) .

Trattandosi di macchinari Woolf abbiamo ragione di ritenere che i generatori di vapore fossero del tipo “french boiler” (noti anche come “elephant boiler”), inventati e adottati da Arthur Woolf in Gran Bretagna sin dai primi decenni di quel secolo e successivamente esportati nell’Europa continentale.

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Sin dall’anno della sua costituzione (1880), in previsione di una imminente e rapida crescita demografica della città, il Banco di Roma inizia una serie di trattative per acquisire i principali mulini operanti in città, sicura fonte di reddito a breve termine. Scartato il pastificio Pantanella per l’onerosità della richiesta, la scelta cade sul mulino dei soci Ducco e Valle, che lo cederanno a decorrere dal primo gennaio del 1883 per la somma di oltre un milione e mezzo di lire. Cesserà pertanto di esistere la società dei due piemontesi e prenderà vita la “Società Molini e Magazzini Generali”, totalmente controllata dalla Santa Sede e da esponenti capitolini della finanza latifondista, alto-borghese e aristocratica legata al Vaticano. Pietro Ducco entrerà nel consiglio d’amministrazione della società, mentre Francesco Valle assumerà la direzione tecnica dello stabilimento.

A partire dal 1889, con la crisi finanziaria che attanaglia la città per i contraccolpi dello scandalo della Banca Romana, il Banco di Roma e le sue società partecipate, fra cui la “Società Molini e Magazzini Generali” risulteranno progressivamente in passivo; verranno salvate dal fallimento grazie al drastico intervento della Santa Sede (1892), che ne appianerà i bilanci e realizzerà la fusione con la società Pantanella, pesantemente provata dal distruttivo incendio dello stabilimento di via dei Cerchi (che si suppone doloso) e dal tracollo finanziario della famiglia conseguente allo scandalo della stessa Banca Romana, in cui i Pantanella avevano massicciamente investito i loro capitali. Nel 1896 viene pertanto decretata la fusione fra le due principali società molitorie, che assumeranno la denominazione di “Magazzini Generali e Pastificio Pantanella”, senza che peraltro alcun membro della famiglia entri a farne parte. La Santa Sede realizzerà in tal modo il totale controllo dei principali stabilimenti di panificazione industriale della città già delineati quindici anni prima; con l’ulteriore acquisizione di grandi impianti molitori nell’anconetano e nel napoletano, la società controllata dal Banco di Roma divenne una delle principali aziende di macinazione del centro-sud

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Lo stabilimento di via dei Cerchi funzionò sino alla fine degli anni ’20 del ‘900; dal 1929 l’area venne espropriata per ricavarne la sede del Governatorato e dei “Musei di Roma” (chiusi un decennio più tardi e convertiti in uffici, l’intero isolato è attualmente sede del “Dipartimento Sviluppo Economico Attività produttive e Agricoltura”); di conseguenza la sede della produzione venne trasferita all’inizio della via Casilina, in stretta vicinanza con l’area un tempo occupata dal mulino Ducco e Valle dove, sin dal 1915, la soc. Pantanella vi aveva eretto dei silos granari. Il cerchio dell’esperienza capitolina di Ducco e Valle tornava così a chiudersi, là dov’era iniziata, oltre quarant’anni prima. L’area subirà un ulteriore incremento nel 1926, con la costruzione di una autorimessa a firma dell’ing. Alberto Naldini, prontamente accorpata all’impianto molitorio dopo che una delibera del comune ne interdiva l’originaria destinazione. Ampiamente ricostruito nel dopoguerra, lo stabilimento chiuderà la produzione nel corso degli anni ’70. Precipitato in uno stato di profondo degrado, fra il 1998 e il 2001 veniva acquisito dalla Pia Società Acqua Marcia per essere recuperato a residenze di prestigio su progetto dell’ing. Bruno Moauro.

Negli stessi anni, a seicento chilometri di distanza, si compiva il recupero a edificio di pregio della città di Settimo Torinese dello storico mulino Nuovo, l’impianto molitorio da cui ebbe inizio l’avventura -prima torinese e poi romana- dei mercanti piemontesi di granaglie Ducco e Valle, centocinquant’anni prima.

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Note:

1) in: “L’Ingegneria Civile e le Arti Industriali”, anno II, n° 5, 1 Maggio 1876, “Necrologia”, pagg. 79-80;

2) V. Cerasoli: “La 2^ e3^ zona dell’Esquilino”, in: “La Giovane Roma” , anno 1, vol.1, 1876, pag.40;

3) “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, 1876.

Bibliografia:

per le vicende settimesi:

V. A. LUPO, Ecomuseo del Freidano: sintesi del progetto, in: Scuolaofficina n°1, Bologna, 1999;

V. A. LUPO, La fabbrica dei colori. La Paramatti e l’industria settimese ai tempi delle ciminiere, Settimo T.se, 2005;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Mulini e riserie del capitalismo agrario. Un itinerario fra Piemonte e Emilia Romagna, in: Scuolaofficina n°2, Bologna, 2011;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Settimo oltre Settimo. Guida per leggere la città e il territorio, Savigliano, 2012;

per le vicende romane:

F. AMENDOLAGINE (a cura di), Mulino Pantanella. Il recupero di una archeologia industriale romana, Marsilio, Venezia, 1996;

C.G.SEVERINO, Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore, Gangemi, Roma, 2005;

D. CIALONI, Le industrie romane dall’occupazione francese all’avvento del fascismo, Bollettino della Unione Storia ed Arte, 2011, n.6, pp. 55/71;

http://www.treccani.it/enciclopedia/michelangelo-pantanella_(Dizionario-Biografico)/

(Vito Antonio Lupo, Marianna Sasanelli, gennaio 2017)

Gli autori Vito Antonio Lupo, ricercatore di archeologia industriale, e Marianna Sasanelli, architetto, lavorano per la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana di Settimo Torinese sin dalla sua istituzione. Sono coordinatori dei progetti di “Ecomuseo del Freidano” e “Ecotempo”e referenti per il Piemonte di AIAMS_Ass. Italiana Amici Mulini storici www.aiams.eu.

Maggiori info:wwww.ecomuseodelfreidano.it; info@ecomuseodelfreidano.it


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