Archive del 2017

LETTERA APERTA AGLI ARCHITETTI CANDIDATI NELLA LISTA “NOI ARCHITETTI” PER LE ELEZIONI DELL’ORDINE DI ROMA DEL 2017.

23 settembre 2017

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Stimatissimi colleghi, con la pubblicazione della vostra lista per elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma, abbiamo appreso che si candiderà anche quest’anno l’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente della passata consiliatura.

Siete tutti noti ed affermati architetti ed è evidente che la vostra candidatura è espressione di uno spirito di servizio per questa istituzione e non di una ricerca di un tornaconto personale.

Per questa ragione riteniamo che vi sia sfuggito il fatto che i sensi dell’ art.2, comma 4, del DPR 169/2005 e dell’art.2, comma 4-septies, DL N.225/2010, che stabiliscono un limite massimo di 3 consiliature consecutive se in già in carica al 27/02/2011, l’arch. Ridolfi non sia più candidabile in quanto è consigliere dell’Ordine di Roma ininterrottamente dal 1999.

In questi anni ha ricoperto la carica di tesoriere per 12 anni, poi di vice presidente e, successivamente, di presidente, oltre ad altri incarichi minori.

Una persona che ha ricoperto per così tanti anni incarichi di rilievo non può non sapere che la sua candidatura è in palese violazione con il dettato di legge, voi, probabilmente, non ne siete a conoscenza.

Perciò, in virtù di quanto vi abbiamo esposto vi chiediamo di sollecitare l’arch. Ridolfi a ritirare la propria candidatura a consigliere dell’Ordine o, in caso di un suo diniego, a ritirare la vostra candidatura e quindi il vostro sostegno ad un collega che vìola apertamente le regole democratiche su cui si basa il nostro Ordine, già ridicolizzato, a causa sua, con l’attuale surroga (un commissariamento di fatto) a causa della mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.

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Un’Architettura di Roma in Una Parola a Settimana

20 settembre 2017

Il progetto ha lo scopo innanzitutto egoistico di spronarmi a uscire in maniera costante per Roma a conoscere nuove architetture o approfondire quelle già viste. La macchina fotografica è lo strumento per “congelare” quello che vedo osservando le architetture. Quando scatto uso il punto di vista, l’inquadratura, la tecnica che più penso possa rappresentare quel volume (o porzione di città). Anche in fase di postproduzione con i programmi di fotoritocco mi concentro su questo. La parola, infine, che appongo “in filigrana” sull’immagine, è davvero la prima che mi è venuta in mente sul luogo mentre ho scattato. Va da sé che lo scopo successivo, ma non secondario, è la comunicazione e la diffusione degli scatti così predisposti, per avvicinare i non addetti al settore dell’architettura e per un’occasione di riflessione con i colleghi architetti. Direi che, se dovesse esserci un preambolo al titolo del progetto, questo sarebbe proprio: “amate l’architettura!”.

Ogni settimana sarà aggiunta una nuova foto. La prima pubblicazione è stata fatta il 20 marzo 2017.

 

FOTO 37 – Murales in Via Arceia e via Treia37_605

… le città vivaci, diverse, intense contengono i semi della loro rigenerazione, con l’energia sufficiente a portare i problemi fuori da se stesse. (Jane Jacobs)

 

 

FOTO 36 – Chiesa Dio Padre Misericordioso

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D’altra parte io stesso, fin dall’inizio, ho cercato di ricreare uno spazio che fosse mistico invitando proprio a guardare il cielo. (Richard Meier)

 

 

FOTO 35 – Chiesa del Santo Volto del Gesù

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Nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva. (Paulo Coelho)

 

 

FOTO 34 – Ponte dell’Industria

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Muoversi, vivere, non pensare!
(Luigi Pirandello)

 

 

FOTO 33 – Murales edificio direzione ATAC

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Alcune persone vogliono rendere il mondo un posto migliore. Io voglio solo rendere il mondo un posto più bello. Se non ti piace, puoi dipingerci sopra! (Bansky)

 

 

FOTO 32 – Chiesa di San Gaspare del Bufalo

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La nave dormiva.
Il mare si stendeva lontano,
immenso e caliginoso,
come l’immagine della vita,
con la superficie scintillante
e le profondità senza luce.
(Joseph Conrad)

 

 

FOTO 31 – Basilica di S. Andrea della Valle

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Guardare il mondo dalla Cupola è indescrivibile. Si ha il senso di fragilità del pianeta Terra, con la sua atmosfera sottilissima, e dell’incredibile bellezza di questo gioiello sospeso nel velluto nero dello spazio. (Luca Parmitano)

 

 

FOTO 30 – Palazzo Spada

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La magia è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile.
E imparare le lezioni di entrambi i mondi.
(Paulo Coelho)

 

 

FOTO 29 – Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio

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Quando si considera un’esistenza come quella di Roma, vecchia di oltre duemila anni e più, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura (…) ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino.
(Goethe)

 

 

FOTO 28 – Complesso monumentale di S. Agnese fuori le mura

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Anime semplici abitano talvolta corpi complessi
(Ennio Flaiano)

 

 

FOTO 27 – Stazione S. Giovanni Linea C

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Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche.
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 26 – Chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane

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Unite gli estremi, e avrete il vero centro.
(Friedrich Schlegel)

 

 

FOTO 25 – Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza

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Ricordati che ovunque tu vada sei sempre al centro del cielo.
(Petronio Attico)

 

 

FOTO 24 – Chiesa Ortodossa Santa Caterina di Alessandria

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Le mie città nascono da incontri: il mio con un angolo della terra, quello dei miei piani imperiali con gli incidenti della mia esistenza d’uomo….
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 23 – Palazzo della Civiltà Italiana

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Creare irrealtà che confermano il carattere allucinatorio del mondo, come è dottrina presso tutti gli idealisti. (Jorges Luis Borges)

 

 

FOTcept: text/html,application/xhtmEgitto

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Tutti i popoli sono bambini di fronte agli egizi e, di conseguenza, tutta la storia è nata in Egitto. Ma i figli ingrati, hanno dimenticato il proprio Padre.
(Vasilij Vasil’ evic Rozanov)

 

 

FOTO 21 – Radisson Blu Es Hotel

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O che stazione molto importante:

udite la voce dell’altoparlante?

Dal marciapiede numero nove

parte il rapido per Ognidove.

(Gianni Rodari)

 

 

FOTO 20 – Complesso parrocchiale San Pio da Pietralcina

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Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”. (Vangelo di Luca)

 

 

FOTO 19 – Agenzia Spaziale Italiana

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E finalmente io ti domando, oh uomo sciocco: Comprendi tu con l’immaginazione quella grandezza dell’universo, la quale tu giudichi poi essere troppo vasta?
(Galileo Galilei)

 

 

FOTO 18 – Chiostro Lateranense

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Dolci colonne, dai
Capelli fasciati di luce,
Ornati d’uccelli veri
Che camminano intorno,

Dolci colonne, o
L’orchestra dei fusi!
Ognuno immola il
Silenzio all’unisono.
(Paul Valéry)

 

 

FOTO 17 – Villa Gordiani

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Roma caput mundi regit orbis frena rotundi
(Federico Barbarossa)

 

 

FOTO 16 – Istituto per la Cultura Giapponese

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Una grossa lucciola
in vibrante tremolio
s’allontana – penetrante
(Issa)
pt: text/html,application/xhtma del Girasole

Il termine “sostanza” designa sia la materia (che è potenza), sia la forma (che è atto perfetto), sia il composto dell’una e dell’altra.(Aristotele)

 

 

FOTO 14 – Battistero Lateranense

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In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
(Bibbia – Genesi)

 

 

FOTO 13 – Basilica di S.Agostino

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E così acconcio se n’andò nella piazza nuova di Santa Maria Novella. E cominciò a saltabellare e a fare un nabissare grandissimo su per la piazza, e a sufolare e ad urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse.
(Giovanni Boccaccio)

 

 

FOTO 12 – Villino Ximenes

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Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
(Eugenio Montale)

 

 

FOTO 11 – Nuova Fiera di Roma

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Fà delle due braccia
due ali d’angelo
e porta anche a me un pò di pace
e il giocattolo del sogno.
(Alda Merini)

 

 

FOTO 10 –Tempietto di San Pietro in Montorio

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Potrei vivere nel guscio di una noce, e sentirmi re dello spazio infinito.
(William Shakespeare)

 

 

FOTO 9 – Basilica di S. Maria in Cosmedin

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Tu che inclinasti i cieli nell’ineffabile tua incarnazione;
io bacerò i tuoi piedi incontaminati
e di nuovo li detergerò con i capelli del mio capo
(Cassia)

 

 

FOTO 8 – Casa dell’Architettura (ex Acquario Romano)

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L’arte del decorare consiste nel fare nelle case altrui quello che non si sognerebbe mai di fare nella propria. (Le Corbusier)

 

 

FOTO 7 – Casina delle Civette

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Ogni volta che qualcuno dice “Io non credo nelle fate” da qualche parte c’è una fata che cade morta. (Peter Pan)

 

 

FOTO 6 – Complesso Edilizio Città del Sole

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Il ritmo è qualcosa che si ha o non si ha, ma quando lo avrete, avrete tutto. (Elvis Presley)

 

 

FOTO 5 – Terme Diocleziane e Chiesa di S. Maria degli Angeli

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Roma… è una somma di almeno sette città con anime diverse. (Gigi Proietti)

 

 

FOTO 4 – Autorimessa e Mercato Metronio

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Tutte queste costruzioni devono avere requisiti di solidità, utilità e bellezza (Vitruvio)

 

 

FOTO 3 – Grande Moschea di Roma

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Egli vede nel deserto desolato il più amico degli amici, e cammina per la sua via, là dove cammina sul suo capo la Madre degli astri risplendenti a grappoli per il cielo. (Abu I-Faraj al-Isfahani)

 

 

FOTO 2 – Via Bernardo Celentano

PITTORESCO

Giorno di primavera: si perde lo sguardo in un giardino largo tre piedi. (Masaoka Shiki)

 

 

FOTO 1 – S’Andrea al Quirinale

ELLISSE

Quello che mi attira è la linea curva, libera e sensuale. La linea curva che ritrovo nelle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna amata. L’universo intero è fatto di curve. (Oscar Niemeyer)

 

 

 

La ricostruzione a L’Aquila – uno sguardo sull’Auditorium del Parco

7 settembre 2017

Esterno

Lo scorso 26 Agosto – come risulta da un analogo report sul centro storico – mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal “Terremoto di Amatrice”. Giungendo in centro da Viale Gran Sasso D’Italia (Fontana luminosa) la prima novità che colpisce si trova sulla sinistra, si tratta di una composizione di volumi collegati, lignei variopinti, adagiati come casualmente su uno spazio sterrato ai piedi del Castello dell’omonimo parco. Si tratta dell’Auditorium del Parco, anche noto appunto come Auditorium del Castello, una piccola struttura polivalente, utile nella contingenza del sisma per sopperire alla mancanza di spazi musicali in città nonché ideale sostituta della più celebre sala Nino Carloni, posta all’interno del vicino Forte Spagnolo – o Castello – tutt’ora inagibile. Nato da un’idea di Claudio Abbado (che nel giugno 2009 era stato in concerto all’Aquila) e progettato dall’architetto Renzo Piano, l’Auditorium è stato realizzato grazie al contributo di solidarietà della Provincia Autonoma di Trento, che aveva – tra l’altro – da poco finanziato anche la realizzazione del villaggio temporaneo di Onna. Pare che Renzo Piano abbia sposato l’idea dell’amico Claudio Abbado, perché convinto che la struttura avrebbe contribuito a contrastare l’allontanamento (fisico e culturale) dei cittadini dal loro centro storico. Pare anche, però, che Piano, inizialmente, avrebbe dovuto dare un contributo maggiore alla ricostruzione della Città, dedicandosi ai temi del recupero e del restauro dell’esistente… ma sembrerebbe non vi fossero in quel momento le condizioni per attuare una collaborazione del genere, quindi l’architetto ha ripiegato sull’Auditorium.

Corografia

Il progetto dell’Auditorium nasce nel settembre 2009, le autorizzazioni vengono concesse un anno più tardi. Il cantiere viene avviato soltanto nel marzo 2012; l’inaugurazione è del 7 ottobre dello stesso anno, con un concerto dell’Orchestra Mozart guidata dal maestro Abbado e alla presenza del Presidente della Repubblica.
Chi conosce l’auditorium attraverso le belle foto divulgate rimane un po’ deluso dall’impatto dal vivo dell’opera ma il segno dell’Architetto c’è e si vede. C’è innovazione formale associata al materiale e alla meteorologia del luogo, oltre che alla funzione: struttura interamente costruita in legno (il cosiddetto “abete rosso di risonanza” del Trentino), la sala promette ottime qualità acustiche, strutture di fondazioni antisismiche, elevato grado di prefabbricazione, impegno al minimo impatto. Il complesso è formato da tre cubi, di cui due secondari a più livelli, contenenti i servizi al pubblico e agli artisti, ed uno principale ruotato rispetto alla linea di terra sull’inclinazione degli spalti, contenente la sala da 238 posti a sedere, articolati in due settori; la gradinata più ampia, posta di fronte al palco, conta 190 posti, mentre quella più piccola, dietro al palco, 48. I tre volumi sono collegati da disimpegni, passerelle e scale, realizzati in ferro e vetro. L’interno della sala presenta un originale trattamento a “drappeggio rosso” della pannellatura lignea mentre un sistema di pannelli mobili, sempre in legno, hanno lo scopo di garantire l’acustica per le varie tipologie di esibizioni. Anche le sedute, realizzate simili a sedie da regista, sono in legno e rivestite in tela rossa. A titolo “compensativo”, è dichiarata la piantumazione di circa 200 alberi nell’area intorno all’Auditorium, quale quantità equivalente al volume di legno complessivo utilizzato nella costruzione dell’edificio. Si ricorda che l’Auditorium nasce come struttura provvisoria, non definitiva, e l’ispirazione culturale pare venga da una sua stessa scenografia, l’arca lignea del “Prometeo” di Luigi Nono, una grande cassa armonica abitabile per pubblico e musicisti, realizzata nel 1984 dall’allora giovane architetto Piano nella navata della chiesa di San Lorenzo a Venezia (25 settembre 1984, la prima esecuzione di Prometeo diretta da Claudio Abbado).
L’Auditorium è costato complessivamente circa 7 milioni di euro, interamente coperti dalla provincia autonoma di Trento, mentre è stata offerta a titolo gratuito la sola progettazione preliminare da RPBW.

Planimetria

Già dalla sua presentazione, avvenuta nel dicembre 2010, l’Auditorium è stato al centro di numerosi dibattiti e oggetto di obiezioni che ancora oggi permangono, alcuni dei quali appaiono più chiari recandosi sul posto. Le critiche mosse al progetto hanno riguardato principalmente la localizzazione del complesso e il suo costo, ritenuto troppo elevato anche in relazione al carattere temporaneo dell’opera. Sono stati inoltre espresse perplessità riguardo alla necessità di realizzare una nuova costruzione per la musica invece di concentrare gli sforzi economici sul restauro delle sale da concerto esistenti in città ma soprattutto sull’utilità di realizzare una seconda sala simile, dopo la Paper Temporary Concert Hall di Shigeru Ban, da 230 posti, inaugurata a maggio del 2011, ubicata poco distante dall’Auditorium, donata dal governo giapponese per il costo di 620 mila euro.

sezione longitudinale
Anche Italia Nostra, nel 2011, ha denunciato presunte irregolarità nell’iter amministrativo per l’illegittimità della costruzione di Piano, questione successivamente superata in merito al carattere provvisorio dell’opera. Se ci si sofferma sulla questione del “provvisorio”, non per alimentare le critiche ma solo per aiutare l’interpretazione delle scelte effettuate nella contingenza degli accadimenti da amministratori e professionisti, è facile rilevare l’eccessivo costo dell’opera di Piano, anche in relazione all’analoga opera del collega Ban, dove il rapporto dei costi è di 1 a 10. A stigmatizzare la precarietà dell’opera di Piano sarebbe bastato osservare i disegni delle fondazioni del progetto per comprendere che poco hanno a vedere con il carattere temporaneo di un edificio: un basamento profondo in cemento armato, poggiato su pilastri sempre in cemento armato tramite isolatori sismici. Oltre quanto già detto, una riflessione andrebbe fatta sulla sostenibilità gestionale e l’inserimento razionale all’interno del parco. L’Auditorium, a distanza di 5 anni dalla sua inaugurazione, si presenta ancora sottoutilizzato: la parte destinata ai servizi per il pubblico non è funzionante, tant’è che il pubblico accede dall’ingresso degli artisti; l’area esterna non risulta adeguatamente definita nelle funzioni e nella qualità, tant’è che davanti al manufatto l’area è sterrata e polverosa, inoltre vengono impropriamente allestiti a ridosso dei paramenti perimetrali palchi per spettacoli all’aperto e bancarelle, deturpando la percezione architettonica dell’auditorium e interferendo acusticamente con il regolare svolgimento delle esibizioni all’interno.

Sezione trasversale
Si possono rilevare altre due obiezioni di carattere funzionale e di sostenibilità: la sala è un volume unico di notevole altezza, le cui caratteristiche di pulizia formale non prevedono la presenza di qualsivoglia elemento  funzionale per la manutenzione delle apparecchiature elettriche e tecnologiche poste in alto; inoltre, tutta la struttura risulta essere alimentata esclusivamente con energia elettrica, questo comporta elevati costi di gestione per il mantenimento delle condizioni microclimatiche ideali allo svolgimento delle esibizioni musicali.
L’auditorium di Renzo Piano è stato chiaramente progettato carico di un messaggio di sostenibilità, con l’obiettivo quindi di comunicare una rinascita non solo determinata ma anche connotata idealmente (eticamente). Ad un’attenta analisi però, la sostenibilità sembra ridursi alla sua sola apparenza, in virtù dell’utilizzo massiccio del legno, in virtù della sua dichiarata provvisorietà…
Ci si chiede: all’interno di un piano di ricostruzione, l’opera di Piano va interpretata in termini di risposta funzionale come tante altre (legittimamente minimali, articolate certo, ma ponderate sulle esigenze reali di una comunità) oppure è una risposta culturale, che va oltre il fatto tecnico-burocratico che la legittima, trasfigurata dal mondo dell’edilizia a manifesto, simbolo di una volontà?

Quartiere Flaminio, Roma, playground urbano

4 settembre 2017
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Posso affermare con certezza, perché ci passo davanti a piedi spesso, che questo frammento urbano del noto quartiere (il Villaggio Olimpico) a ridosso del centro storico della capitale, nonostante l’incuria diffusa dell’intorno, l’evidente degrado in cui versa sia il palazzetto dello sport che ogni elemento appartenga all’arredo urbano (aiuole, piantumazioni di alberi, arbusti, prati, marciapiedi, passaggi pedonali, cordoli di bordura tra marciapiedi, spartitraffico e carreggiate stradali), sia intensamente usato e vissuto. Tutti i giorni decine di mamme portano a giocare i figli nell’area dedicata e gruppi di ragazzi si allenano con passione per ore, anche con il sole a picco, nel campo di basket en plein air, tra Nervi, la scultura monumentale di Ceroli, le bellissime palazzine di Viale Tiziano e lo stadio Flaminio (anch’esso di Nervi e abbandonato ormai da anni). Un tassello di città notevole. Siamo tra il MAXXI di Zaha Hadid e l’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano. A 4 fermate di tram da Piazza del Popolo. Luoghi di pregio della città come questo non sono solo unici ma anche necessari e vitali. Il Villaggio Olimpico è un’anomalia urbana poiché in una zona piuttosto centrale della città consolidata, contiene un surplus di standard dedicato alle aree pubbliche (parcheggi e spazi verdi) che di solito si può trovare storicamente nelle aree più periferiche della città. Una risorsa urbana straordinaria che necessiterebbe ancor più di maggior attenzione e cura. Certo immagino sia estremamente difficile dirimere le questioni legate all’intreccio di responsabilità sul chi dovrebbe occuparsene (tra ATER, comune di Roma, associazioni di privati cittadini) e intanto il quartiere langue…come il resto della città, difronte ad una “civitas” attonita e imbambolata spaccata in due tra l’abbrutimento degli indifferenti e la rabbia repressa degli impotenti. Credo sia quantomeno doveroso, per l’amministrazione di una capitale e una metropoli come questa (non un capoluogo di provincia) cominciare a battere qualche colpo e dare un qualche segno di vita, non dico per cominciare a “fare” qualcosa di concreto, ma quantomeno per dimostrare l’intenzione di cominciare a farlo. Non è più accettabile lo scarica barile di responsabilità a tutti i livelli e il senso diffuso di impotenza che ne deriva.
Gli architetti sono attoniti, sfiduciati, abbrutiti, stufi. Per primi. Non solo gli altri cittadini. Non hanno più parole. non dicono più niente, non si esprimono. Preferiscono farsi gli affari loro, coltivarsi l’orticello, parlare della Roma e della Lazio. Io d’abitudine invece ne uso sempre molte di parole su argomenti come questo e credo non smetterò. Con tutti poi, belli e brutti. Architetti e non. E’ un mio terribile difetto.
Di idee e progetti sul quartiere ce ne sono sin troppi. Dal Progetto Urbano Flaminio che dovrebbe essere lo strumento primo per attuare tutto il resto, all’ipotesi di trasformazione delle ex fabbriche d’armi di via Guido Reni. Nel 2015 fu indetto un concorso a partecipazione aperta, io come tanti, presentai un’idea (come veniva richiesto da bando) per un nuovo quartiere di case e attività eterogenee e quello che sarebbe dovuto essere il nuovo museo della Scienza (errore congenito). Vinse un progetto dello studio Viganò. C’era di mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare di ipotesi di trasformazione di  spazi pubblici, aree pedonali, piste ciclabili, linee di tram che in decenni si sono sprecati.
Lo stesso Giovanni  Caudo, assessore alla trasformazione urbana durante la precedente giunta Marino, aveva cominciato a fare delle cose “buone e giuste”. A mettere in moto dei processi che poi, come sempre accade quando c’è un cambio di guardia e non ci sono i garanti della continuità, si è interrotto. Una di queste, i “tavoli partecipati” dei municipi, dove si era cominciato a discutere, parlare, rielaborare idee su progetti, proposte di vario genere e natura anche avanzate da associazioni attive di cittadini. Il concorso sulle ex caserme via Guido Reni in parte scaturì da lì. Qui al Villaggio Olimpico c’è stato per anni un agguerritissimo comitato di quartiere, che so poi essersi spaccato in due. Delle battaglie negli ultimi 10 anni le hanno fatte, qualcosa sono riusciti ad ottenere. Ma ora siamo in generale in una condizione di stallo e cosa ne è di tutta questa energia profusa non ci è dato saperlo. Io vedo un quartiere che langue. Come anche altri. Ma è paradigmatico di una condizione sotto gli occhi di tutti. Mentre scrivo mi sembra di dire un sacco di banalità, di cose già dette, trite e ritrite, che ormai sembrano scontante.  E lo saranno pure. Ma più sto qui, più vengo a conoscenza di certi meccanismi (non entro nel dettaglio di cosa sia la gestione folle delle proprietà ATER!), e più si risveglia in me il desiderio di capire e di ricominciare a fare qualcosa. Di ricominciare quantomeno a parlarne.
Continuo a credere profondamente che il  ruolo degli architetti dovrebbe essere quello non solo di progettare (e farlo bene) ma anche di sollevare le coscienze sui temi attualmente trascurati che devono ritornare ad essere cruciali per i destini di questa  città dell’architettura e dello spazio pubblico e suggerire soluzioni per cercare di intessere un dialogo proficuo tra cittadinanza (tradita e sfiduciata) e istituzioni.

 

Altro sull’argomento è stato pubblicato in questi stessi giorni anche su:

Artribune

Romafaschifo

(Nota degli amministratori – il testo pubblicato è apparso in una prima stesura sulla pagina personale Facebook di Cecilia Anselmi in data 31/08/2017)

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12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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15_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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17_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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18_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

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19_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

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20_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

L’Aquila Rinasce – o forse no?

1 settembre 2017

Lo scorso 26 Agosto mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal terremoto del 24 che ha colpito dolorosamente le vicine Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri piccoli centri, territori simili come gran parte dell’Appennino centrale.

Edificio Torturato

Edificio Torturato

Il cielo della città è ancora pieno di gru che pare vogliano abbassare il collo per alimentare i tanti palazzi imbavagliati da ormai oltre 9 anni, in nome di una ricostruzione ideale, quale laboratorio innovativo di sperimentazione di nuove tecniche di restauro, recupero, consolidamento antisismico e – del sempre utile – adeguamento energetico. Infatti, dopo il terremoto – e anche come conseguenza delle riflessioni sulle ricostruzioni ripartite all’interno della “Strategia nazionale delle aree interne” – L’Aquila ha dichiarato di volere rinascere sotto il segno della sostenibilità sociale e ambientale. Sembra incredibile ma sta accadendo, lentamente, giorno per giorno, dopo i primi tempi difficili nei quali si è temuto che la mano del malaffare si potesse allungare sui soldi pubblici della ricostruzione. È apprezzabile che per la gestione e la risoluzione dei danni si sia adottato un modello avveduto, in cui i proprietari degli stabili danneggiati (oltre 50 mila in tutto il Comune) si sono costituiti in consorzi e le singole case insieme a quelle vicine sono state trasformate in “aggregati” per facilitare tutte le fasi della ricostruzione.
Inoltre, “Officine L’aquila”, che si vuole identificare come polo di restauro e riqualificazione urbana – prima volta in Italia che si mette in piedi un organo di dialogo tecnico-culturale tra professionisti imprese e università per un caso di gestione della ricostruzione post-sisma – pare si stia dimostrando, dopo una partenza lenta, un esperimento riuscito, che presto restituirà ai cittadini il “meraviglioso centro storico”. Il tematismo guida è la salvaguardia della bellezza dei palazzi storici, preferendo – viene dichiarato con orgoglio irreprensibile – tecniche poco invasive e compatibili con i criteri della conservazione, per riportare adeguati requisiti di sicurezza e durabilità. “Officine L’aquila” tiene a dimostrare che si può sostituire l’emergenza con dinamiche urbane virtuose: un Polo dell’innovazione sul recupero dove affrontare con intelligenze scientifiche e istituzionali tutte le questioni che attengono al grande cambiamento in corso. Un progetto ambizioso che pare stia andando in porto.
L’analisi corrisponde bene a un’immagine che ci si può fare passeggiando fra i Palazzi già restaurati, i cantieri in corso, le rovine fasciate in attesa del loro turno.
Questa analisi, però, non può essere l’unica e non può essere esaustiva, in quanto manca la lettura di una proposta alternativa per il progetto di ricostruzione. Soprattutto, non si può essere in fiducia d’accordo sul concetto “riparare è meglio che ricostruire”, specialmente in un contesto di volontà di innovazione proclamato.
Analogamente – ma con l’idea questa volta di insinuare il dubbio – passeggiando per l’Aquila si percepisce una città profondamente ferita, tra palazzi resuscitati imbellettati più di prima, fantasmi edilizi con cantieri in corso, relitti in attesa degli interventi per ora immobilizzati da bavagli e fardelli, insomma una città ancora dolente che attende la restituzione di quella dignità persa il 6 aprile 2009. Del resto, la transizione non può dare solo risposte di tipo sismico o connesse a queste e quelle sfide energetiche e climatiche. Serve, probabilmente, un nuovo modo di progettare, che deve necessariamente partire dalla maggiore scala territoriale e urbana per poi giungere al particolare architettonico dell’abitare, non viceversa. La sensazione è quella di ritrovarsi in un enorme set cinematografico, con paramenti edilizi esterni che riportano sembianze antiche, come involucri di carta pesta, che temono di tradire l’interno trasformato per ottemperare ai requisiti asismici obbligatori. Non penso ci si possa accontentare del film, si sarebbe dovuto osare un ripensamento più strategico della città, prima a livello urbanistico e quindi procedere con maggiore consapevolezza nella sostituzione edilizia dove non era chiara la convenienza a restaurare (non tutto può e deve essere conservato). Si sarebbe dovuto osare nella previsione di nuovi vuoti urbani, nuovi spazi pubblici in luogo di edifici feriti mortalmente per ricercare e sperimentare nuovi concept di sicurezza ed evacuazione in caso di calamità, mobilità dolce e maggiori servizi alla fruizione.
Forse L’Aquila avrebbe potuto indicare la strada giusta per vivere meglio nel rispetto del cittadino e dell’ambiente, uscendo dalla retorica del restauro, però, per questo sarebbe stato necessario un altro tipo di scuotimento, culturale, sociale, antropologico. Certamente nel progetto della ricostruzione – come da manuale del bravo restauratore  –  sono stati privilegiati gli interventi in grado di trasformare in modo non permanente gli edifici, si sono rispettate la concezione e le tecniche originarie della struttura nonché le trasformazioni significative avvenute nel corso della storia del manufatto, si è scelto di riparare gli elementi strutturali danneggiati piuttosto che sostituirli… ma quanto valgono queste ossessive sfumature filologiche in una attività che deve riportare in vita una città nel minor tempo possibile, secondo criteri prioritari di massima sicurezza sismica?… quanto servono le dotte disquisizioni linguistiche se poi si perpetra il falso storico da outlet rinunciando ad aggiornare le città?
Si ha paura di innovare, aggiungendo un piano ulteriore alla stratificazione secolare delle città, garantendone la sopravvivenza in futuro come modello stilistico e architettonico riconoscibile.
Non sono critiche assolute ma domande per affrancare la riflessione da pregiudizi, in nome dei quali l’Italia non si è mai svincolata dal fardello conservazionista, forse per codardia o mancanza di fiducia nella contemporaneità e nel futuro.

Edificio fantasma

Edificio fantasma

Forse in questo modo la ricostruzione di L’Aquila è un fallimento urbanistico ed è onesto prenderne atto; forse non si è stati capaci di organizzare una riflessione tempestiva e pertinente su una contingenza così importante come la ricostruzione; forse si subisce il portato di una cultura urbanistica e di un modello di governo delle città già fallimentari.
La riflessione che probabilmente deve essere fatta è se la ricostruzione di L’Aquila sarebbe potuta essere l’occasione e il vero laboratorio per ripensare il governo delle città in Italia, per sperimentare un progetto urbano capace di rispondere alla sfide sempre più incalzanti poste nella progressiva costruzione della città contemporanea. In sintesi, forse sarebbe importante chiedersi:
–    a fronte di enormi investimenti, ci si può accontentare della città ricostruita presentandola, già obsoleta, a come era prima del sisma?
–    oppure si sarebbe dovuto provare a credere in un cambiamento aperto a vecchie e nuove sfide urbane, sociali e ambientali?

L’accordatura del liuto

28 agosto 2017

Una cosa che non mi piace è il termine “cervello in fuga”.

Non lo capisco, non capisco il termine “fuga” associato a persone che semplicemente sono alla ricerca di un posto dove esprimere il loro talento, o se non altro di metterlo alla prova.

Da una parte la fuga presuppone uno scenario dal quale fuggire; su questo possiamo parlarne, c’è poco da difendere in questa Italia che rende tutto difficile.

Dall’altra l’atto del fuggire finisce per conferire una connotazione negativa anche a chi compie l’atto. Quasi che la colpa della situazione disastrosa da cui ci si vuole allontanate sia un po’ proprio di chi va via; chi fugge è in fondo un traditore, un mancato eroe che non combatte a costo della sua incolumità per difendere il bastione. Anche quando il bastione è indifendibile.

La trovo una stucchevole retorica, miope, che non tiene conto della complessità del fenomeno. Una persona che “emigra”, accumula un bagaglio di conoscenze e una visione più ampia, diversificata, di come funziona il mondo. Questo bagaglio porta valore aggunto per tutti.

Persone che portano esperienze fuori dall’Italia, ma anche persone che in diverse maniere poi riportano in Italia le esperienze che accumulano fuori.

Persone che inoltre rappresentano, nel bene e nel male l’Italia; e se fanno bene all’estero portano prestigio anche per chi rimane.

Persone che oltreuttto sono sempre più numerose….. 250.000 l’anno, più di quanti arrivano.

Persone che hanno avuto la capacità e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare il loro talento, e magari poi riportarlo tra noi.

Soprattutto persone che evidentemetne vivono nel mondo, che non limitano la lora esistenza, ed appartenenza, ad un vincolo geografico. Persone che sanno essere parte attiva di questo mostro sconosciuto che per molti è la globalizzazione.

Una di queste persone è Mattia Paco Rizzi, che si definisce “architetto artista“, che per sviluppare la sua idea di architettura si è trasferito a Parigi, e che sta comunque cercando di portare la sua esperienza in Italia.

Queste sono le sue 30 parole su “A cosa serve l’Architettura”

Accordatura di una dinamica, pulsazione fisica, vibrazioni di spazi: risonanza.
Condivisione di obiettivi, costruire per costruirsi, spazio pubblico: comunità.
Scultura e funzione: alchimia.
Architettura fatta a mano: Liuteria dello spazio.

 

https://borda.deviantart.com/art/While-My-Guitar-Gently-Weeps-630026597

Adrian Borda  “While My Guitar Gently Weeps”

 

 

 

La Stazione di Afragola, un ponte pubblico urbanizzato.

19 agosto 2017

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Negli orari ufficiali di Trenitalia e NTV e nelle disposizioni tecniche per i macchinisti è indicata con il termine di “Napoli-Afragola”; per i passeggeri è “la stazione di Afragola dell’alta velocità”; per gli architetti è semplicemente la “stazione di Zaha Hadid”.

La stazione si annuncia già a un paio di chilometri di distanza, percorrendo in auto l’A1 in direzione Napoli e dopo la barriera di Marcianise. Ma è visibile anche dalle alture circostanti, dal Belvedere di San Leucio, da Casertavecchia, dal monte Tifata. Appare come un oggetto anomalo, nervoso e di un bianco stridente. Vedendola dall’alto, la sensazione che si tratti di un oggetto calato in quel punto e in quella posizione è ancora più forte. Del resto conoscendo Zaha Hadid non ci si poteva certo aspettare un’architettura immediatamente percepibile facendo solo un discorso di inserimento nel paesaggio e nel tessuto esistente. Vedendo il progetto e l’opera finita nelle sue forme esteriori, appare chiaro che per la Hadid è paesaggio anche l’essere umano che utilizzerà l’ambiente architettonico. È necessario quindi tralasciare le sensazioni a prima vista, i pregiudizi e gli entusiasmi per un’opera straordinaria (extra ordinaria, fuori dall’ordinario), per poter comprendere le reali intenzioni della Hadid.

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La stazione è pensata come un “ponte pubblico urbanizzato” per dirla con le parole dei progettisti, che faccia da collegamento fra le due “sponde” del fiume ferroviario che di fatto ha tagliato in due il territorio. Su questo ponte sono presenti tutti i servizi e le attrezzature necessari alla funzione principale della stazione: la salita e discesa dai treni. Dal vestibolo al piano di incarrozzamento dei mezzi pubblici al quale si accede da due rampe e uno scalone direttamente dal parcheggio auto, si accede tramite scala, scala mobile o ascensore al piano dei servizi costituito da un lungo corridoio curvo a doppia altezza con copertura vetrata su nervature in acciaio e Corian® sul quale si aprono i servizi commerciali. Attualmente ne è aperto solo uno, il bar, che però è stato chiuso dai NAS qualche giorno dopo l’inaugurazione. La chiusura è stata talmente repentina che all’interno, oltre alla merce regolarmente esposta, sono ancora accese le casse: sembra quasi di essere fuori orario di apertura.

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Il lungo corridoio forma, insieme all’intero corpo di fabbrica, una sinuosa “S”, una lunga arteria per i flussi di passeggeri, che scavalca i binari e raggiunge la parte orientale della stazione nella quale c’è un altro ingresso. Nell’idea di Zaha Hadid c’era la volontà di evitare che si configurasse un “retro stazione”, luogo da sempre complesso e senza soluzione. Al centro di questa S, esattamente sopra i binari, c’è la grande sala d’aspetto a tripla altezza sulla quale si affacciano i servizi di ristorazione (ancora in fase di completamento). Alle spalle della sala d’aspetto, infine, c’è il corridoio vetrato, che nelle stazioni ottocentesche si chiamava “galleria delle carrozze”, di collegamento con le banchine, raggiungibili attraverso lunghe scale mobili necessarie per superare il notevole dislivello di nove metri. In questo modo non è stata negata la vista dei treni in partenza e in arrivo propria di tutte le stazioni del mondo, ne è stato dato solo un altro e più suggestivo punto di vista.

I lavori del primo lotto hanno previsto l’apertura e l’inaugurazione di un solo braccio della stazione. Oltre la sala d’attesa c’è una parete che chiude momentaneamente il corridoio verso la sponda orientale.

Purtroppo, l’andazzo italiano di tirare per le lunghe con le opere pubbliche, porta infine a pretendere di terminare tutto in poco tempo, ottenendo come risultato che è più l’incompiuto che il finito.

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Desertica. I passeggeri arrivano in orario di treno (e qualcuno corre pure affannato). Negli enormi ambienti il pavimento, in resina autolivellante, non è completo e spesso è ancora a nudo la superficie di cemento sottostante. La chiusura del bar da parte dei NAS ha costretto la direzione a disseminare corridoio e sala d’aspetto di boccioni d’acqua (gratis) e la scarsa affluenza di passeggeri in quegli ambienti enormi contribuisce a aumentare la sensazione straniante di solitudine. Al mio arrivo c’erano solo sei persone e tutte sedute sulle panchine spigolose in sala d’attesa: quattro erano passeggere. È emblematica a tal proposito, la pulizia e l’integrità dei servizi igienici: mai visti bagni di stazione così. Purtroppo i lavori in corso acuiscono ancora di più la sensazione di non finito e di solitudine. Le coperture delle rampe di accesso alle banchine sono ancora al grezzo, così come gli spazi vuoti destinati ai binari regionali e della Circumvesuviana, danno un senso di precarietà ancora maggiore. Le rifiniture dei rivestimenti alle pareti sono mediocri. Fra la parte in acciaio e la parte in intonaco c’è un solco di pochi centimetri, una lunga linea di separazione materica. La parte in muratura è rifinita con poca cura. È vero che i lavori sono ancora in corso, ma non si può rifinire alla bene è meglio un dettaglio che verrà sicuramente notato dai passeggeri perché quell’incisione è nata proprio per dividere visivamente e fisicamente i due materiali.

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La stazione di Afragola è stata immediatamente etichettata come “cattedrale nel deserto” proprio a causa della sua posizione unica e fuori competizione per qualsiasi edificio dell’intorno. Va detto che un primo elemento di cesura con il costruito è rappresentato dall’A1 che corre a poche centinaia di metri dall’edificio, sulla quale preme lo sviluppo urbano della città di Afragola. Questa cesura ha permesso al territorio oltre l’autostrada, di conservare la natura agricola, scavalcato e non tagliato dal viadotto dell’Asse Mediano sul quale, tra l’altro, si apre l’uscita di collegamento con la stazione. Se da questo viadotto si osserva la stazione, lo sfondo di Napoli e della collina dei Camaldoli si sposta molto più velocemente rispetto all’edificio che sembra ruotare appena assecondando lo sguardo. Una pretesa di superiorità, un segno lanciato a firmare la propria nuova esistenza.

La sensazione di cattedrale nel deserto è acuita dal fatto che oggi e probabilmente per molti anni in futuro, alla stazione di Afragola bisogna andarci apposta, vanificando di fatto l’idea di ponte urbano di collegamento.

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Il progetto della stazione prevede la presenza di otto binari in tutto: quattro destinati all’Alta Velocità (due di corsa e due di sosta/partenza), due binari per il trasporto locale e due destinati alla Circumvesuviana. Una volta a regime (nel 2022, pare…), la stazione consentirà l’interscambio rapido fra i servizi di trasporto nazionali e locali su ferro e su gomma, ma fino ad allora, da Caserta e soprattutto da Napoli è praticamente impossibile raggiungere la stazione con mezzi pubblici. Da Avellino e Benevento sono state istituite corse speciali di collegamento, ma non ne conosco né la frequenza né le statistiche di utilizzo. Fatto sta che quando ho visitato la stazione, alle 8:30 del 4 agosto 2017, nel piazzale autobus, almeno la parte già funzionante, erano presenti solo due autobus vuoti. Dopo un’ora erano andati via.

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Si è anche fatto un gran parlare delle tecnologie legate all’edificio di stazione, al suo orientamento, all’uso di pannelli fotovoltaici e di vetri particolari per ridurre la radiazione solare. L’edificio e le coperture sono state opportunamente orientate per ridurre il soleggiamento in estate e aumentarlo in inverno, essendo la parte esposta sui binari orientata verso sud sud-ovest. Effettivamente gli ambienti non appaiono invasi dal sole e le ampie e numerose vetrature schermano la radiazione solare in maniera molto efficace, senza rinunciare all’illuminazione naturale. L’ampia sala d’attesa, ad esempio, così come il corridoio di accesso alle banchine, sono illuminati dalla luce solare, ma allo stesso tempo la temperatura resta gradevole. Un risultato assolutamente non scontato né banale.

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In poche parole: potenzialità ne ha se le amministrazioni Regionale, Provinciale e comunali di Afragola e Acerra sul lato orientale, sapranno integrare questo enorme blocco modellato con la città. Il tizio che girava in calessino per far sgambare il cavallo, intorno ai raccordi stradali della stazione utilizzabili in parte, era l’immagine emblematica di un rapporto con l’intorno improvvisamente spezzato.

In se l’idea hadidiana di ponte fra le due “sponde” è riuscita benissimo e anzi ha un effetto molto suggestivo, ma solo una volta completata l’intera opera, la presenza dei due ingressi, entrambi principali, svelerà definitivamente la valenza di quest’idea e dirà definitivamente se il ponte urbano sarà un passaggio oppure un ostacolo.

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Tutte le foto sono di Francesco Alois. Tutti i diritti sono riservati.

Editing: Giulio Pascali e Giulio Paolo Calcaprina.