Archive del 2016

L’ascesa dell’intelligenza artificiale e l’utilità dell’architetto

18 Giugno 2016

Nel romanzo “La città e le stelle” di A. Clarke, l’autore immagina l’umanità relegata all’interno della città di Diaspar; una bolla autosufficiente interamente controllata da un computer centrale dove gli uomini non hanno nulla da fare se non dedicarsi ad attività artistiche e ludiche senza più alcuno scopo od obbiettivo.

Il Computer centrale pensa a tutto; la città appare come cristallizzata ed eternamente uguale a se stessa.
In una società simile a Diaspar, dove le macchine si sostituiscono all’uomo in ogni funzione essenziale, a cosa serve un architetto?

Sembrerebbe un futuro lontano e impossibile eppure non abbiamo fatto a meno di ripensarci quando abbiamo letto questo articolo su Valigia Blu,  dove Fabio Chiusi fa notare come una delle ultime frontiere in campo informatico sia stata superata quando ‘AlphaGo’ l’intelligenza artificiale di Google, ha battuto il campione Lee Sedol a Go, uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani mai esistiti.
La cosa straordinaria è che per vincere, AlphaGo ha adottato strategie tipicamente creative, superando l’uomo proprio in un campo che si riteneva essere una nostra prerogativa.
Questa notizia determina quindi uno spartiacque su quello che siamo sempre stati abituati a immaginare come limite all’azione delle macchine e in generale di tutto il complesso mondo dell’automazione.
Fino ad oggi l’innovazione tecnologica, se da una parte ha portato alla sostituzione dell’uomo nello svolgimento di alcune attività, fin’ora ha sempre contestualmente creato anche nuove professionalità.
La creatività è sempre stata considerata come l’ultima frontiera insuperabile dalle macchine, grazie alla quale alla fine ci sarà sempre bisogno di un contributo umano per svolgere una funzione, un lavoro o una qualsiasi attività.

Ma che succede se anche quella barriera viene superata?
Che succede se ad un certo punto anche la creatività e l’inventiva cominciano ad essere capacità attribuibili alle macchine?

Senza immaginare scenari apocalittici possiamo comunque ipotizzare un futuro non improbabile nel quale le macchine sostituiranno l’uomo nei processi decisionali e saranno in grado di fornire risposte innovative e creative a problemi complessi.
Non è difficile immaginare che l’evoluzione dei software e dei sistemi di automazione renderà sempre meno necessarie le professioni di natura tecnica e tutte quelle che richiedono una certa standardizzazione delle soluzioni. Per fare un esempio banale, non è difficile immaginare che le attività di rilievo di un immobile (sia ai fini catastali che di restauro) possano essere fatte in maniera del tutto automatica tramite droni in grado di rilevare e restituire il disegno degli ambienti scansionati; se in un primo momento la presenza umana apparirà necessaria, man mano che migliorerà l’autonomia e l’affidabilità del sistema, il ruolo dell’apporto umano sarà sempre di più simile a quello di un supervisore fino a scomparire del tutto.
Ci sarà un momento in cui l’Archistar di turno potrà finalmente liberarsi di scomodi disegnatori perché le macchine sapranno leggere e tradurre in disegni esecutivi i loro schizzi; e presumibilmente anche le imprese esecutrici saranno costituite da robot in grado di realizzare qualsiasi opera; senza problemi sindacali tra l’altro. Il Faraone potrà finalmente costruire le sue piramidi in totale autonomia intellettuale, e potremo dire addio al concetto di città partecipata di stampo medioevale.
Fin qui la lezione è chiara, se si vuole sopravvivere in un mercato dominato dall’innovazione, o si diventa specialisti di quella specifica tecnologia oppure ci si caratterizza per l’estremizzazione creativa; ovvero si cerca di offrire qualcosa in più, quel plusvalore che ancora oggi una macchina non riesce a dare, o non riesce a darlo in maniera funzionale.
Nella professione una rivoluzione del genere si è già vista con l’avvento dei software di disegno automatico; i vecchi prospettivari sono andati in pensione, sostituiti dai supertecnici del disegno automatico.
L’omologazione dello strumento di disegno utilizzato da una parte ha appiattito la qualità media della progettazione grazie, dall’altra ha allargato la base dei professionisti in grado di raggiungere quel livello qualitativo.
Per disegnare a mano occorreva comunque essere minimamente portati a farlo, occorreva avere un talento naturale di base; lo strumento autocad, per quanto complesso è comunque uno strumento alla portata di chiunque abbia la voglia di impararlo.
Contestualmente proprio la disponibilità di strumenti in grado di moltiplicare la produttività di un singolo disegnatore, ha aperto la strada alla creatività del singolo progettista.
Mi ricordo perfettamente come una delle critiche più diffuse verso le prime “Invenzioni grafiche” decostruttiviste (quando le opere realizzate si contavano sulla punte delle dita) fosse proprio l’impossibilità di controllare il progetto. L’avvento di programmi e software in ausilio al disegno ha certamente reso più semplice controllare quelle forme complesse.
Prima o poi qualcuno dovrà approfondire la correlazione stretta che c’è stata tra l’avvento dei sistemi di disegno automatico e il successo diffuso e mondiale delle Archistar. Una relazione in tutto e per tutto simile al legame che unisce l’invenzione degli ascensori allo sviluppo dei grattacieli.
Insomma la lezione della storia insegna che per gli architetti di fascia media si prospettano tempi duri, costretti a inseguire una innovazione tecnologica sempre più impetuosa oppure a distinguersi a colpi di creatività.
Su questo argomento può essere d’aiuto questo piccolo vademecum pubblicato su Linkiesta.
Ma che succede se poi anche quegli ambiti peculiarmente umani cominciano ad essere sostituibili da macchine?
Che succede se poi ad essere sostituiti sono i creativi?
Siamo di fronte al concretizzarsi di uno scenario distopico come quello spesso immaginato nella fantascienza? Un mondo nel quale diventa inutile il lavoro dell’uomo. Anche senza ricorrere alle visioni apocalittiche di Matrix o Terminator, che immaginano un mondo in guerra tra macchine e umani, possiamo tranquillamente immaginare un mondo dove l’uomo non ha altra occupazione se non il proprio tempo libero. Una società completamente dedita al gioco; dove l’esercizio creativo è relegato ad una autocelebraizone sterile e dove l’uomo è assorbito e impegnato in attività legate esclusivamente al tempo libero.
Non possiamo prevedere con certezza cosa succederà e con quali impatti sugli assetti sociali, però possiamo provare a ragionare sugli scenari più prossimi e provare ad attrezzarci.
In questo senso una indicazione chiara è proprio sull’effettivo valore aggiunto che la professione dell’architetto fornisce al processo produttivo urbano.
Quando ci si interroga sul ruolo dell’architetto e dell’architettura occorre quindi ricordare che ancora per molto il vero valore aggiunto sulle trasformazioni urbane è dato dalla capacità inventiva e creativa.
Uno degli scenari più credibili del prossimo futuro ci fa pensare che buona parte delle funzioni di base della progettazione edilizia sarà assorbita dalle macchine. Agli umani saranno lasciate la responsabilità legale del lavoro ed il plus valore creativo.
A proposito di quest’ultimo, che è il tema centrale su cui stiamo ragionando, il vero obiettivo sarà cercare di distinguere l’atto “creativo” della macchina da quello umano.
Anche se è stato recentemente dismesso, perché superato dalla tecnologia, questo tema (la distinzione tra macchina e persona attraverso domande che determinassero se l’interlocutore era in grado di pensare) è stato affrontato da Alan Turing nel 1950 con il suo famoso e omonimo test.

Sarà possibile individuare una procedura analoga per identificare l’atto creativo dalla sua imitazione digitale?
Non possiamo saperlo con certezza ma di certo sarà sempre più difficile tracciare quel confine.
Noi vogliamo essere ottimisti e riteniamo che almeno per un po’ ci sarà ancora bisogno di architetti e creativi: l’importane sarà non lasciarsi cogliere impreparati dalle innovazioni tecnologiche che arriveranno sul mercato.
In fin dei conti siamo architetti non siamo robot.

Scritto con il contributo di Giulio Paolo Calcaprina

Hotel a Roma – HOTEL HASSLER

Un reportage su location di lusso, una serie di articoli su hotel, SPA, ristoranti, lounge bar,  accomunati dall’esclusività, la cui clientela richiede alti standard qualitativi, a partire dagli interiors, ed un’atmosfera ricercata, piena di fascino e sempre più rispondente alla personalità di ognuno.
Un panorama dì realtà apprezzate, non soltanto dagli “addetti ai lavori”, ma anche dal pubblico, clienti, fruitori delle “top location”, dove architettura, design, arredi e complementi, sono declinati secondo filosofie ed approcci molteplici, proprio in virtù della connotazione dei destinatari a cui si rivolgono.
Passerò disinvoltamente da contesti estremamente brillanti, ricchi di tematiche, espressione delle tendenze di un design certamente di impatto, che ha successo soprattutto al livello internazionale, secondo uno stile presente, tra gli altri, anche al Salone del Mobile di Milano, spesso in abbinamento a maison di moda; a luoghi in cui domina l’essenzialità stilistica, dove è evidente la purezza della linea, richiamando la bellezza dello spazialità, dei volumi e delle forme, esaltate dalla convivenza di pochi materiali, di derivazione sia tecnica, sia naturale; fino a raggiungere ambienti più intimi, con atmosfere fortemente evocative, intrinseche di suggestioni amplificate dagli elementi della natura, come acqua e pietra, definendo un setting da vivere nella privacy e nel relax.

HOTEL HASSLER

26 Maggio 2016

Inaugurato nel 1893, l’albergo è gestito, sin dal 1921, dalla famiglia svizzera Wirth, oggi rappresentata da Roberto E. Wirth proprietario e direttore generale, che nel discorso in occasione del cocktail dà il giusto risalto al grandioso panorama della terrazza,  facendo notare che da qui sono visibili tutti gli uffici delle figure istituzionali più importanti: la Presidenza della Repubblica al Quirinale, il Papa in Vaticano, il Sindaco al Campidoglio…   …oltre al suo naturalmente.

piazza di spagna nottejpg

In questo palazzo di eccezione, l’architettura è duale poiché conserva le stratificazioni degli stili nel tempo, pur manifestando un forte orientamento alla contemporaneità. Tutto si svolge nel segno di un elevato senso estetico, che altrove è andato perso: questo luogo mantiene alta l’esclusività e costituisce manifestazione puntuale di brillantezza, in una Roma dal fascino sottile e lievemente bohemienne, dovuto anche al periodo storico che stiamo vivendo.

Ho scelto di porre l’accento su uno “spot di luce”, affinché sia di esempio e contribuisca a promuoverne  e diffonderne la propensione all’eccellenza: infatti l’atmosfera che si è creata durante il cocktail party, complice la suggestiva ora del tramonto romano, che assume toni fiabeschi tipicamente nel mese di maggio, è parte integrante delle impressioni che intendo condividere con chi legge, evocando pensieri e sensazioni attraverso flash, immagini, panoramiche e zoom su dettagli selezionati.

Non c’è soltanto l’architettura fine a sé stessa, incorruttibile, distaccata, vista nell’attimo che precede il popolamento ed il vissuto umano; è interessante osservare altresì alcune istantanee di una realtà sfaccettata, contestualizzata e multisensoriale, un’atmosfera di ricevimento per il quale è stata scelta una venue attualissima, dal backgroud storico. Le origini  tardo rinascimentali hanno evidenza soprattutto all’esterno, in facciata; per poi lasciare spazio internamente, all’impianto ed alle strutture principali del palazzo, realizzate a  seguito di una importante demolizione e ricostruzione a cavallo tra gli anni ’30 e ‘40, ed infine sfociare negli interiors, dal design contemporaneo declinato in diverse accezioni e contaminazioni.

In tale contesto, goduto dalla terrazza al settimo piano normalmente riservata e raramente accessibile, in una città dai colori “crepuscolari” unici, assumono importanza gli allestimenti, la cura del dettaglio e le decorazioni, eleganti, fresche, chiare, mai eccessive.

terrazza b

Con lo stesso spirito composto ed entusiasta degli intervenuti, il mio sguardo spazia dal rooftop di eccezione e punto di vista privilegiato, ed incontra, in primissimo piano, i due campanili della Chiesa della Trinità dei Monti ed a seguire Villa Medici, con un orizzonte definito dallo skyline romano fatto di cupole, obelischi, campanili, capriate e  monumenti; quadro in cui si inserisce uno squarcio prospettico della scalinata su Piazza di Spagna e la Barcaccia del Bernini.

terrazza a
Qui “il bello” costituisce il driver di integrazione massima, di architettura, arredo ed ornamento, quasi a rievocare la filosofia e la ricerca estetica di Walter Gropius, a cui si è teso riproponendo citazioni di epoche diverse nei complementi di arredo e scultorei. L’atteggiamento del designer trasmette la ricerca dell’”opera d’arte totale”, che ricorda quella portata avanti nel periodo dell’Art Nouveau. Per meglio spiegare tali riferimenti, nella suite al quinto piano, aperta per selezionati ospiti in questa occasione, non si può fare a meno di notare diverse citazioni degli ordini classici, con colonne a sostegno di controsoffitti e cornici, porte specchiate, pavimento in graniglia di marmo chiaro bordato, accanto a  moquettes a scacchiera bianca e nera nella stanza da letto ed il mosaico nero con cornice bianca in bagno, dove semiparaste incorniciano la specchiera illuminata da due applique con lo stelo impugnato da una mano scolpita.
swarovsky
Il tutto si rimescola in un nuovo vissuto assolutamente attuale, con elementi di estrema contemporaneità come una composizione di Swarovsky all’interno di una semicupola realizzata nel controsoffitto, le textures della tappezzeria con disegni sinuosi e stilizzati a fil di ferro nero su sfondo panna. Anche gli affacci, costituiti da balconate su due fronti del palazzo, stupiscono e mescolano: sulla balconata che affaccia su Piazza di Spagna mi attende un cane dalmata in ceramica; mentre sull’altro lato trovo una statua neoclassica di donna con abito a drappeggio, incorniciata dai campanili di Trinità dei Monti.

dalmata
Leggo un’operazione di design tendente a dare una connotazione moderna, alle stratificazioni presenti nel palazzo, a partire dall’epoca della costruzione nel tardo Rinascimento,  ponendosi in una dialettica piacevolmente dissonante con le rievocazioni storiche.  Una dinamica e brillante risimbolizzazione in chiave moderna, che reinterpreta con personalità e talvolta irriverenza i luoghi, come il “Palm Court” Bar, dai colori fluorescenti ed i bordi  marcati con geodesiche di luce, allestito all’interno del cortile storico.

Palm court bar
Lo spirito della sperimentazione, mescolanza, reinvenzione e ricchezza, condotta sempre con materiali e finiture di pregio, cura e ricercatezza nei fattori di scala e nei particolari, sono gli aspetti su cui intendo focalizzare l’attenzione dei lettori, colleghi, architetti e designers, curiosi del genere ed estimatori del lusso in tutte le sue espressioni, in quanto in questa sede l’intento non è puramente e pedissequamente descrittivo della best practice del design nelle top location , ma vorrei enfatizzare un’impressione durevole, un bagaglio cognitivo e sensoriale che questi luoghi permettono di acquisire e si ricorderanno anche dopo averli lasciati.
suite 5p
Questo è un lusso fatto di ispirazione ed a sua volta ispirante, a cui tutto un filone dell’architettura tende, ognuno con uno stile diverso e peculiare personalità della mente creativa, con il fine primario di trasmettere qualità, stile, ricercatezza ed aggiungiamo anche un certo “misurato eccesso” volto a farsi notare e stupire, che del resto non è troppo lontano dall’aria che si respirava a Roma in epoche di maggior fasto. Dunque ben venga farlo rivivere in luoghi articolati, complessi ed unici, in cui convivono in un rapporto di complementarietà storia, bellezza, e stile italiano dei nostri giorni.

 

Le foto sono di Maria Giulia Simeone ad eccezione della foto del Palm Court Bar tratta dal sito dell’Hotel

le 7 categorie di persone che visitano un appartamento ad Open House

Alcune immagini degli appartamenti di OHR 2016

Alcune immagini degli appartamenti di OHR 2016

Quest’anno ho avuto la ventura di poter partecipare a Open House Roma con un mio lavoro: un piccolo appartamento in centro storico.

Pur travolto dall’inaspettato ed elevato afflusso di persone, sono riuscito a ritagliarmi qualche istante per riflettere, individuare e “catalogare” le principali categorie di persone che sono venute a farmi visita. Le elenco:

  1. i prospettivi, che sono quelli che stanno per dare avvio ai lavori di casa (in prospettiva, quindi) e stanno valutando soluzioni, soppesando gli approcci professionali, stabilendo il livelo del lavoro (ed economico) a cui intendono arrivare.
    Si riconoscono perché sono preparatissimi, estremamente attenti ad ogni spiegazione e sono quelli che, se c’è una buona soluzione, la apprezzano manifestamente.
  2. I fai da te quelli che hanno fatto, stanno facendo o faranno lavori dentro casa, tutti concepiti (e talvolta realizzati) “home made” e che, quando individuano qualcosa che hanno fatto, simile a quello che vedono nel tuo appartamento, sprizzano di gioia genuina e te la comunicano. Questi hanno una sottocategoria: i “problematici”: quelli che, mentre tu stai spiegando come hai realizzato un piatto doccia costruito artigianalmente, ti parlano delle infiltrazioni del loro lastrico solare condominiale, chiedendo lumi sulle diverse soluzioni tecniche adottabili.
  3. I cultori della materia: quelli che vanno a vedere gli appartamenti come altri vanno a vedere le mostre di pittura alle Scuderie del Quirinale. C’è stato un signore che mi ha detto che ha partecipato a tutte le edizioni romane di Open House e ha visto, in questi anni, solo appartamenti (“tutti belli!”, ha aggiunto). A loro va tutta la mia simpatia ed il mio ringraziamento per avermi fatto sentire, per qualche minuto, un maestro dell’Architettura.
  4. I titolari di ditte/geometri, individuabili dal fatto che ti fanno domande solo sulle modalità tecniche delle soluzioni adottate, specie se riguardanti le finiture, disinteressandosi completamente del pensiero progettuale che sta dietro.
    Finalmente, come la Settimana Enigmistica, potrò vantare dei tentativi di imitazione.
  5. I colleghi architetti, riconoscibili dal fatto che fanno domande sia sulle soluzioni tecniche della realizzazione che sulla logica progettuale, intuendo già le risposte e verificando se le mie risposte corrispondono alle loro intuizioni. Con costoro si è innescata una affinità empatica mista ad una sana competizione, in salsa un po’ goliardica. Trovare il tempo per andare a trovare un collega (e ascoltarlo) è una cosa che fa loro onore. Io, lo confesso, non ci sono riuscito, quest’anno, e mi dispiace.
  6. I colleghi architetti-ingegneri (i solo-ingegneri non sono riuscito ad individuarli, devo fare più esercizio. Ho il dubbio tuttavia che vadano a vedere gli appartamenti), che ti chiedono se, sulla struttura metallica (a pendolo) che hai inserito nell’appartamento (per ovviare ad un carico concentrato) hai fatto una prova di trazione del ferro.
  7. Gli studenti che, forse per il divario di età che ormai ci divide, non si capisce se quello che vedono piace loro o no, se i dettagli tecnici che stai dando li trovano interessanti, se ti considerano o no un povero guitto dell’Architettura che accrocca qualche soluzione facendo ricorso a qualche anno di esperienza (ma che loro, quando saranno architetti, surclasseranno; cosa che noi ci auguriamo vivamente).
    Insomma, questi visitatori-sfinge sono il vero mistero che si è rivelato in questa breve e significativa avventura umana che ho vissuto lo scorso fine settimana.

A tutte queste categorie, che ho un po’ dileggiato, con bonarietà (giuro!), va il mio sincero ringraziamento per avere sopportato con pazienza 25 minuti di spiegazioni ogni turno, per 65 metri quadri utili di superficie (2,6 minuti/mq).

Agli organizzatori di Open House Roma 2016, nonché ai volontari che li hanno assistiti, va invece tutta la mia riconoscenza e l’ammirazione di professionista perché, per la promozione e la comunicazione dell’Architettura Contemporanea e della complessità del lavoro degli Architetti, fanno più queste 48 ore di aperture appassionate che decine di inutili e paludate mostre ed eventi culturali.

P.S.
Se qualche collega/espositore è riuscito ad individuare altre categorie di visitatori per piacere aggiunga un commento.

Una certa confusione, fra progetti di architettura non realizzati e disegni di architetture impossibili.

30 Aprile 2016

Ammetto di fare confusione. Eppure non dovrei. Il confine tutto sommato dovrebbe essere facilmente individuabile da un lato il lavoro degli architetti, che si occupano di immaginare le cose/le case, tradurle nei disegni, nei computi metrici e negli atti burocratici necessari alla loro realizzazione e poi seguirne la costruzione, dall’altro lato il lavoro degli artisti, la cui immaginazione, quando pure si applica a qualcosa che assomiglia ad un edificio, non è costretta dai confini della realizzabilità, dell’economicità del processo, dei vincoli legislativi etc., ma piuttosto è libera e può dare esiti del tutto innovativi e sorprendenti.

Non può certo trarmi in inganno il metodo con cui vengono realizzate le immagini. Il fatto che esista una generazione di fotografi che sanno usare gli stessi programmi di modellazione solida usati da noi architetti per la renderizzazione, con in più una attenzione infinitamente maggiore per cogliere, attraverso una raffinata preparazione delle texture da applicare ai materiali, il soffio della vita reale, quella “sporcatura del mondo” che differenzia (o almeno in passato differenziava) le foto dai rendering. No, non può essere questo.

E’ qualcos’altro che si annida fra le pieghe di una certa ripetitività dei comportamenti umani. E allora ripenso alla figura del disegnatore Hugh Ferris per come viene descritta nel libro Delirious New York, al suo ruolo di guida nel tracciare una strada per gli architetti e al paesaggio urbano che andava immaginando.

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E’ possibile, mi chiedo, che alcune delle visioni degli artisti che oggi immaginano i nuovi paesaggi urbani stia in qualche modo analogo tracciando una strada?

Ma forse devo fare un passo indietro. Ad una riflessione di oggi pomeriggio. Una giornata passata davanti al computer senza voglia di lavorare e dedicata quindi ad una vorticosa ricerca di immagini, con un unico filo conduttore: rendering di cose non realizzate o non realizzabili. Diciamo quindi che di per sé il tema della ricerca era confuso, e lo scopo poi del tutto assente. Una pura curiosità intellettuale.

Tutto inizia quando mi cade l’occhio su un immagine realizzata da Xavier Delory. Non lo conoscevo, si tratta di un “fotografo concettuale”, come si autodefinisce sul suo sito, che ha studiato, fra le altre cose, grafica 3D. Unendo le due sue capacità principali si dedica a creare nuovi paesaggi urbani.

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Sono paesaggi impossibili. Sorprendenti. Fanno quasi venire il dubbio che si tratti di immagini di un progetto. No però. Non possono essere progetti perché sarebbero assurdi, ovviamente (ma intanto un piccolo tarlo incomincia a scavare, senza ancora sapere dove andare).

Fra queste immagini c’è una fantasia particolarmente divertente. Violentare Ville Savoye! Che gusto poi per me, che con gli anni ho preso un infinita distanza da Le Corbusier. Immaginare di coprire quel caposaldo del movimento moderno con la barbarie di pessime scritte fatte con le bombolette spray. Una installazione solo immaginata, ma già così dissacrante.

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Che cos’è questo quindi? Il progetto di un installazione? E’ l’installazione stessa, o meglio l’opera d’arte stessa? Si certo. Non serve metterla in atto. Non è un progetto di qualcosa da realizzare. Già averla pensata è la sua realizzazione. Il titolo poi è perfetto: Sacrylège.

Ma ricercare immagini con internet è un po’ come salire su un albero di ciliegie e cominciare a piluccare, risulta difficile smettere. Per cui mi ritorna in mente il nome di Filip Dujardin, un altro fotografo capace di usare molto bene il 3D per dare vita ai suoi paesaggi interiori.

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Alcune delle sue immagini rappresentano delle installazioni (che peraltro sarebbero dei fatti urbani assolutamente considerevoli anche nel mondo reale).

Altri lavori invece, e mi riferisco in particolare alla serie “Fiction”, hanno un rapporto più stretto con l’architettura. Potrebbero tranquillamente passare per dei progetti di architettura, magari discutibili per la difficoltà realizzativa e per la ricerca del paradosso statico, ma tutto sommato, con grande sforzo, costruibili.

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Ma di nuovo ci ricasco, no, non possono essere progetti perché sono in realtà impossibili da realizzare. Eppure l’estetica di quegli edifici brutali, che si arrampicano l’uno sull’altro mi ricorda qualcosa… ma certo come no!

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The Interlace, il nuovo edificio realizzato da OMA/Ole Scheeren a Singapore! Che nei rendering appare sempre ricco di verde in ogni dove, ma nella realtà è assai duro. Il tipo di edificio che mi fa pensare al passare del tempo. Mi viene da pensare che andrà visto alla prova nel corso degli anni, quando avrà perso, com’è inevitabile, quella patina di nuovo che adesso lo caratterizza (e il “condominio” si porrà per la prima volta il problema di rifare le facciate).

L’immaginario di una città che si arrampica su se stessa, che si decompone è un tema ricorrente nella ricerca di diversi artisti, fra questi anche un italiano, Giacomo Costa, che partito ormai tanti anni fa dai semplici collage di edifici che si accalcavano uno sull’altro, adesso è arrivato ad un certo pessimismo sul paesaggio del futuro (del presente?).

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Questo non mi turba. Non è certo questa atmosfera densa, questo gusto per la rovina dell’edificio che può destabilizzare. Questa è pura visione immaginaria, memorie da quando durante gli anni della cosiddetta “guerra fredda” immaginavamo un futuro postatomico.

Su questo poi si innesta un altro filone di ricerca per immagini. Quello del perverso gusto della rovina di architettura. Su internet lo chiamano anche “Ruin porn”, e in effetti qualcosa di perverso c’è nel guardare le foto degli edifici abbandonati in Unione Sovietica.

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Eppure in qualche modo fanno parte della stessa linea di ricerca estetica. Il reale insegue il virtuale e viceversa. Ed è qui che inizio a faticare a distinguere l’uno dall’altro.

Le fantasie neogotiche dell’artista Jim Kazanjian ad esempio sono del tutto virtuali, è chiaro.

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E non costituiscono certo un modello di riferimento per nessuna costruzione nel mondo reale.

La “Casa Brutale” invece si presenta come un progetto di architettura.

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Pubblicato in tutto il mondo nel luglio 2015 dallo studio OPA Open Platform for Architecture, potrà forse essere estremamente difficile da realizzare, ma come negare che almeno ha una tensione verso il costruito.

E infatti traccia una strada che altri seguono poco dopo, mi riferisco ad Alex Hogrefe con il progetto Cliff Retreat, altro best seller mondiale,

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Qualcuno giustamente potrebbe notare che è il lavoro di un grafico più che di un architetto. Si, è possibile, ma anche qui come non notare anche che potenzialmente questo edificio è costruibile. Ed è addirittura pensato nei suoi dettagli più intimi, è rappresentato nelle viste meno scenografiche.

12-cliff_interior

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Peccato che nella realtà non esista questa scogliera, che la normativa nella maggior parte dei paesi più civili impedisca di costruire in posti la cui bellezza paesaggistica è tutelata e che il costo di un edificio del genere sia tale da renderlo perlopiù antieconomico. Peccato veramente. Ma ha senso fare la distinzione fra costruito e non costruito? Se un progetto è stato pensato fino al dettaglio, c’è per forza bisogno di costruirlo per attribuirgli la dignità del progetto architettonico?

Di sicuro questa è una domanda che si è sentito fare fin troppe volte il nostro Antonino Cardillo. Uno dei migliori architetti italiani, forse fra i migliori del mondo, ma finora con poche occasioni di dimostrare in pieno il proprio valore in un processo costruttivo completo. Autore già alcuni anni fa di bellissime opere, purtroppo non costruite, come la Convex House.

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Ma da Eisenman a Terragni (che poi forse erano addirittura la stessa persona), si sa che i progetti a cui si tiene di più faticano ad essere costruiti, ma questo non vuol dire che non siano o non possano essere dei caposaldi dell’architettura, come nel caso dell’edificio progettato da Terragni su via dei Fori Imperiali.

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Chissà come sarebbe stata la nostra vita se…

Se avessero costruito quell’edificio.

Se invece di fare il mestiere di architetti avessimo fatto il lavoro degli artisti, immaginandoci nuovi paesaggi urbani senza l’ansia di dover poi costruire le cose disegnate, lasciando correre la fantasia liberamente.

immagini: internet

editing: Giulio Pascali

Rigenerare Corviale versus Demolire Robin Hood Gardens. Roma e Londra: Due casi studio a confronto

25 Aprile 2016

Roma e Londra rivisitano le utopie del Moderno e affrontano lo stesso dilemma: come sanare le ferite urbane di due architetture che hanno fallito la loro missione sociale. Due condomini degli anni ’70, due progetti firmati da colti architetti, due architetture che trasformano la missione sociale del Movimento Moderno in ideologia del sociale.

Due opere di circa 40 anni fa, criticate e apprezzate, simboli delle conquiste del welfare del dopo guerra. Progettate sul modello dell’Unità di Abitazione di Le Corbusier, Padre del Moderno. Modello applicato a molti interventi delle periferie italiane del boom edilizio dagli anni ’60, tra i molti il quartiere Zen di Palermo.

Corviale (Roma)_Mario Fiorentino e altri.

Un problema, due soluzioni.

ROMA, 1972. L’IACP (oggi ATER) affida al Team guidato da Mario Fiorentino il progetto del complesso del Corviale che si costruirà nella periferia sud-ovest della Capitale, nei pressi di via Portuense.

LONDRA, 1972. L’allora GLC (Greater London Council) affida ad Alison and Peter Smithson il progetto di Robin Hood Gardens, in un quartiere dell’est di Londra, poco lontano da Canary Wharf.

ROMA, 2015. L’ATER lancia un Concorso e stanzia 7,2 milioni di euro per una prima fase di lavori per rigenerare Corviale.

LONDRA 2015. Al capolavoro brutalista degli Smithson non viene concesso il vincolo storico-monumentale, nonostante la richiesta della Twentieth Century Society. L’intero complesso è in attesa di essere demolito e sostituito da un nuovo masterplan che prevede 200 nuovi alloggi entro il 2020.

Robin Hood Gardens_designed by the Smithson

Vorrei sollecitare due riflessioni e un interrogativo sui modelli abitativi contemporanei.

La prima riguarda la flessibilità degli strumenti procedurali e attuativi con cui due Nazioni della Comunità Europea, come l’Italia e l’Inghilterra, affrontano il tema della rigenerazione urbana ed in particolare delle periferie. Demolire, creare alloggi volano (come avviene comunemente anche in Olanda) e ricostruire condomini dignitosi, sostenibili e in sintonia con le nuove performance di risparmio energetico è possibile nel nostro Paese oggi?

La seconda riguarda la salvaguardia degli edifici storici. Nonostante Robin Hood Gardens sia un’opera di due Maestri come Peter e Alison Smithson, il Governo ha ritenuto, -senza niente togliere al valore del miglior Brutalismo anglosassone-, che non si dovesse applicare il vincolo storico monumentale. In Italia, siamo afflitti da falsi capolavori intoccabili, li potremo mai rivalutare e forse demolire?

Unité_d'Habitation_Designed by Le Corbusier

Ed infine un interrogativo: esiste un interesse concreto verso il rinnovamento tipologico del social housing del futuro? Se a Londra le ‘streets in the sky’ di Robin Hood Gardens sono state considerate un disastro sociale, perché Interlace, la mega struttura residenziale di Ole Scheeren e OMA a Singapore ha ricevuto la nomina di “World Building of the Year 2015” al World Architecture Festival?

The Interlace, Condominium_Designed by Ole Scheeren / OMA

Autore: Cristina Donati
Foto: internet
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

STUDIO AZZURRO_IMMAGINI SENSIBILI – Passato nel futuro Una retro…prospettiva

18 Aprile 2016

Palazzo Reale, Milano

VideoAmbienti. Luci d’inganni e Lucidi inganni.

Il primo spazio di VideoAmbiente in cui si entra ci porta al 1984, anno in cui a Palazzo Fortuny, a Venezia, prende vita la prima istallazione di Studio Azzurro concepita come un’intera scena totale, come un luogo del fatto e non solo della rappresentazione.

Il progetto è quello de “Il Nuotatore (va troppo spesso a Heidelberg)”, e lo spazio è definito da una prevalente luminescenza azzurra che avvolge lo spettatore e lo accompagna nella visione del percorso che fa un nuotatore, in cui il tempo è scandito da gesti ripetuti, affaticati ed infiniti, interrotti all’improvviso da cento microeventi della durata di pochi istanti,

gettati come una manciata di coriandoli nel corso dell’unico riferimento temporale possibile, il modulo di un’ora determinato dalla lunghezza massima del nastro”

Un ambiente saturo di colore azzurro.

Azzurro come il nome che lo Studio ha scelto di darsi 35 anni fa, Azzurro come un’entità, all’inizio astratta, che nel corso degli anni acquisisce identità e diventa, essa stessa, l’alimento che nutre il loro percorso progettuale lontano e svincolato dal sistema dell’arte tradizionale, Azzurro come

…”è Azzurra l’atmosfera creativa che avvolge il nostro lavoro.

Non identifica la solidità di un gruppo,

ma la leggerezza di una visione che ci accomuna e

che costruiamo giorno per giorno”

Il viaggio ha inizio.

Lo spettatore diventa “spett’attore”.

La mostra racconta una serie di progetti selezionati che hanno segnato la storia di Studio Azzurro dagli anni ’80 fino ad oggi. Ogni sala ospita un Videoambiente, interattivo a seconda del progetto presentato, ed una sequenza di tavole grafiche dove si leggono le idee progettuali da cui nascono i lavori eseguiti, da “Facce di Festa”, film di 60′ in 16mm presentato alla Rassegna L’altro Cinema Europeo a Venezia nel 1980, a “Sipario Elettronico” Ivrea 1985, continuando con “La camera astratta” Opera VideoTeatrale del 1987, “Il Giardino delle Cose” Milano 1992, “Il soffio sull’Angelo” Università degli Studi di Pisa 1997, e le più recenti “Le zattere dei sentimenti” Berlino 2002, “Tarocchi” una sezione della grande Mostra dedicata a Fabrizio De Andrè del 2008 e “Isse_Il Cerchio” studio per danza, gesti e narrazione video Milano 2015.

Questi, solo per citarne alcuni.

Immagini Sensibili. Ambienti sensibili.

Gli ambienti costruiti reagiscono alla presenza fisica ed ai gesti delle persone, avviando così un’esperienza interattiva che varia nel passaggio da una sala all’altra.

“Intorno alla metà degli anni novanta

abbiamo cominciato ad occuparci di interattività in campo artistico.

E’ stata una rivelazione.

Il ruolo del pubblico era già uno dei temi che fondava la poetica del nostro lavoro”

Una poetica che fonda le sue basi sulla socialità, un principio che la costruzione di un “luogo” fa sì che ci sia animando condivisione tra le persone che vi si approcciano, a differenza di una singola “postazione” che richiama, invece, l’individualità della propria esperienza.

Una poetica che incentra la propria ricerca sulle conseguenze che nascono dall’approccio del visitatore al luogo, dove è lo spettatore che con le sue azioni, crea l’esibizione dell’opera.

E’ il gesto diretto dello spettatore che spinge alla relazione tra le differenti azioni che intervengono nell’azione: il vedere, il toccare, il sentire.

“Il corpo e i suoi gesti tornano ad essere

mezzo effettivo di esplorazione dello spazio e strumento conoscitivo primario,

con cui accedere ad una consapevolezza e responsabilizzazione nuove

nei confronti dell’opera”

Tavoli_Perchè queste mani mi toccano?_Triennale Milano 1995

Tavoli_Perchè queste mani mi toccano?_Triennale Milano 1995

Coro_Mole Antonelliana Torino 1995

Coro_Mole Antonelliana Torino 1995

Io non mi lascerò calpestare,

dice il pavimento della sala di Maat,

poiché sono silenzioso e sacro.

Inoltre io non conosco

IL NOME DEI TUOI PIEDI

che si apprestano a calpestarmi.

Parla dunque!

Libro dei Morti degli Antichi Egizi

La mostra si chiude con un nuovo progetto creato apposta per questa esperienza a Palazzo Reale.

La VideoInstallazione interattiva per specchi sensibili è ambientata nella Sala delle Cariatidi e prende il nome di “Miracolo a Milano“.

In questo “ambiente sensibile” lo spettatore, una volta giunto davanti ad uno dei quattro grandi specchi installati, vede, dopo pochi secondi, la sua immagine sparire per far posto a quella di una persona che gli racconta una breve storia della propria vita, a un “Portatore di Storie”.

Questa volta non è lo spettatore che decide a chi rivolgersi o su cosa interagire, ma è la casualità dell’identità della persona che appare che stabilisce l’interazione, così come l’imprevedibilità del cambiamento di vita di alcune persone che, in un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo, si sono trovate a far fronte a necessità basilari che prima facevano parte dello svolgersi naturale all’interno della propria condizione economica ed esistenziale.

Miracolo a Milano_Palazzo Reale Milano 2016

Miracolo a Milano_Palazzo Reale Milano 2016

E’ questo il motivo per cui una volta finito il racconto, la persona che parla si sente quasi alleggerita della propria confidenza fatta, e, con un salto, si solleva verso l”alto fino a raggiungere il cielo.

Esplorazione, incontro, interazione, ascolto, osservazione, empatia, curiosità.

C’è tutto in questo viaggio esplorativo,

in questo “salto nel sogno del possibile“…

Foto e riprese dei filmati: Raffaella Matocci
Editing: Giulio Pascali

La solitudine dei decostruttivisti. Perchè il fenomeno più importante di fine millennio non si è costituito in movimento?

11 Aprile 2016

Amate l’Architettura mi ha invitato a fare una riflessione sul  “fatto che i decostruttivisti  sono figure isolate che non hanno sviluppato un movimento organico.” Accetto volentieri perché trovo il tema poco trattato ma assai interessante, e ormai abbastanza distante per poter cominciare ad essere storicizzato. Ecco la mia opinione.

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Il decostruttivismo in architettura fu una etichetta promozionale, alla stessa stregua delle definizioni di genere di musica pop. Quando, intorno al 1976-77 il punk divenne fenomeno discografico e di mass media (ossia, quasi subito), vennero sussunti in esso dai Police a Elvis Costello, dagli Stranglers a Ian Dury, da Donatella Rettore a Jo Squillo. Loro stessi compiacenti e consapevoli del fatto che questa etichetta di genere era il dispositivo con cui avrebbero potuto cavalcare la nuova onda e mettersi così in evidenza presso i  mezzi di comunicazione, acquisire popolarità e pertanto affermarsi, per poter magari fare, subito dopo, ciò che davvero a loro sarebbe piaciuto fare.

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Così la decostruzione in architettura. Non voglio dire che sia stato qualcosa di inconsistente, di puramente promozionale. Voglio dire che è stato anche (e forse, soprattutto) un dispositivo attraverso cui legittimare e promuovere un certo tipo di ricerca architettonica. O per meglio dire, più generi di ricerca architettonica, o, meglio ancora, più poetiche architettoniche.

Il  tema “decostruzione in architettura” fu pensato soprattutto da Eisenman, intorno al 1984, e nel contesto del ribollente minestrone del post-modernismo, per poi generare la famosa triangolazione con Derrida e Tschumi. La decostruzione divenne presto l’ultimo grido, senza dubbio facilitato da una certa stanchezza nei riguardi di un approccio tendenzialmente passatista allora dominante, il tutto culminato nella famosa mostra al Moma del 1988 curata da Wigley e Johnson.

In realtà, la decostruzione in architettura, come pensata da Eisenman con l’aiuto di Derrida (entrambi, così come Gehry, una ventina d’anni più anziani di Hadid) fu una concettualizzazione, tutta elitaria, e tutta contenuta nel secolo scorso: comprese le tecniche di comunicazione/produzione (giornali e riviste di carta, mostre, radiotelevisione, disegno manuale; e le assonometrie dal basso).

studio Eisenman - NY

studio Eisenman - NY

Ritengo che le rapide trasformazioni tecniche, scientifiche, concettuali, dei mass media ma anche geopolitiche negli ultimi 30 anni abbiano reso obsolete sia le concettualizzazioni del decostruzionismo (ancora molto legate ai paradigmi novecenteschi, ancora molto logocentrici , eurocentrici e storicistici, proprio a dispetto del tentativo di superamento di essi ), sia i modi di legittimazione che stavano alla base di esso (attraverso il circuito accademico e riviste, entro un ambito geografico per lo più  limitato a Europa e USA; forme di legittimazione tuttora operanti ma in crisi e non più in regime di monopolio).

La nuova situazione, che non è puntualizzabile proprio per la sua complessità e transitorietà sempre più vorticosa, se da un lato ha reso compiute alcune predizioni delle teorie in auge negli anni ’80 (ad esempio l’abbandono della legittimazione basata sul “logos”, in favore di una sempre più performativa e tecnica, in sé stessa autoproducente ed auto legittimante), dall’altro proprio per questo motivo ha reso impossibile qualcosa del tipo “sviluppo di un movimento organico” (per tornare alla domanda alla base di queste note).

studio Eisenman - NY

studio Eisenman - NY

In sintesi, così rispondo : i decostruttivisti  sono “figure isolate che non hanno sviluppato un movimento organico”, perché il mondo che hanno prefigurato (con successo) non ammette qualcosa di simile a movimenti organici, ma semplicemente soggetti  che intercettano, più o meno, flussi nel loro divenire, senza preordinarli, ma semplicemente dando loro un ordine sufficiente per renderli minimamente stabili entro questi flussi. Più soggetti possono essere parte di una stessa “onda”, allearsi, ma non costituire un “movimento organico”.

L’architettura resta, tuttavia, un’arte di rappresentazione. E’ questa fluidità dinamica che oggi  l’architettura deve rappresentare, che oggi lo “spirito del tempo” richiede che sia rappresentata.

In questo senso, Zaha Hadid, proprio in virtù del suo tanto vituperato formalismo, è stata esemplare ed adeguata, grande interprete di questa necessità di rappresentazione. E forse, tale anche perché isolata, anche perché non davvero “decostruttivista”.

Foto: le foto dello studio di Eisenman sono di Daniela Maruotti
Editing: Giulio Pascali


In un suo scritto del 1984 “The Futility  of the Objects: Decomposition and the Processes of Difference” (ed. italiana raccolta in La fine del Classico e altri scritti, Cluva, Venezia 1987 volume curato da Renato Rizzi), benché il termine messo in campo non fosse ancora “decostruzione”, ma “decomposizione”, esso era già connesso con teorizzazioni di Derrida: a dimostrazione, in nota Eiseman scrisse (uso la traduzione del volume italiano citato) “(la parola decomposizione) .. . è usata nel senso dialettico non metafisico che Derrida usa nella sua idea di “differenza” . Nel di poco successivo scritto “The End of the Classical”, sempre in nota, Eisenman mostra le sue riflessioni sul testo di Culler On Decostruction del 1982 direttamente collegato con le teorizzazioni di Derrida.  Nel 1985 Bernard Tschumi, invitò Derrida a collaborare con loro  alla progettazione di giardini tematici alla Villette, progetto che non verrà realizzato ma che darà luogo alla pubblicazione del volume Chora(l) Works.