Zaha è la fenomenologia di un’Era?

Ricordo gli anni ’80 in Inghilterra. Gli Yuppies, le gru a Canary Wharf, l’architettura in pieno boom. Il potere della lobby Conservatrice era fortissimo e si opponeva a qualsiasi sperimentazione, a qualsiasi spiraglio di innovazione creativa. Gli architetti dell’Architectural Association (Nigel Coates, Elia Zenghelis, Will Alsop, Zaha Hadid e Rem Koolhaas), erano considerati «artisti sognatori», stravaganti visionari che non avrebbero mai costruito sul nostro pianeta. Ridicolizzati nei programmi della BBC dai critici di Buckingham Palace.

Ricordo che ai tempi scrivevo come corrispondente da Londra per la rivista romana “Controspazio” che mi chiese di contribuire ad un numero sull’architettura al femminile. Chi possiamo menzionare dall’Inghilterra? Provai a contattare Jane Drew, Eva Jiricna, Louisa Hatton e Zaha Hadid. Hadid era un nome ancora di nicchia che pochi conoscevano. Ricordo che il suo studio era poco più di un solitario atelier.

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Arrivano gli anni ’90 e la fine del Thatcherismo: è crisi, l’edilizia si ferma come mai prima, l’intellighenzia anglosassone è stanca dei soliti parametri intellettuali che sembrano improvvisamente aver deluso le aspettative di crescita, la pressione intellettuale del Terzo Millennio è fortissima … Il mondo che conta vuole rinnovarsi. E si rinnova.

Si comincia a parlare di globalizzazione, di mondi emergenti, di fine del Movimento Moderno e di tutti i suoi Post e Neo Modernismi. L’industria risponda, le tecnologie cambiano. Macchinari CNC e software BIM consentono di esplorare le fughe prima e le doppie curvature poi di Hadid. L’industria del cemento inventa nuovi conglomerati sottilissimi, fluidi, compositi e super performanti. Arrivano i nuovi ricchi ansiosi di lasciare un segno della loro potenza nelle loro città e in quelle che colonizzano con la loro aggressiva economia.

Allora, dove sono finiti quegli artisti che la prestigiosa Architectural Association aveva formato ma destinato all’emarginazione gloriosa dell’avanguardia radicale. Eccoli, sono pronti a costruire e a dimostrare la loro genialità al mondo emergente che ora li ha scoperti e ha bisogno di loro.

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Zaha ci insegna che architetti si nasce ma che le opportunità si creano, o forse sono un destino? Zaha è la fenomenologia di un’Era. E’ un’icona perché è il simbolo del Terzo Millennio e della libertà contemporanea, dell’anti-regola, del Pluralismo. Ogni edificio di Zaha è diverso, è pensato per quel luogo, o meglio per l’emozione che ha generato quel luogo, è un landmark site specific che riflette l’emozione che deve aver provato Zaha mentre guardava l’area vuota in attesa di essere trasformata. L’architettura è un’emozione ininterrotta senza scala; è una morfogenesi del terreno, plasmata dall’Arte.

Zaha annienta per sempre il concetto di regola, di stile, ma soprattutto di Teoria. Zaha è la Teoria di se stessa e quindi da amare o rifiutare. Architetture che il critico non riesce a ‘criticare’ perché sfuggono alle teorie storicizzate, al metodo come verifica di un paradigma fisso. Architetture che si possono solo raccontare, amare, vivere. Questa libertà è la vera rivoluzione che distingue la Contemporaneità dalla Modernità del ‘900. Grazie Zaha per aver contribuito a questo passaggio epocale!

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Autore: Cristina Donati
Foto: Giulio Pascali
Editing: Giulio Paolo Calcaprina


2 Commenti a “Zaha è la fenomenologia di un’Era?”

  1. Giulio Pascali scrive:

    “Ogni edificio di Zaha è diverso, è pensato per quel luogo, o meglio per l’emozione che ha generato quel luogo, è un landmark site specific che riflette l’emozione che deve aver provato Zaha mentre guardava l’area vuota in attesa di essere trasformata.”
    La trovo una affermaizone molto corretta.
    Le opere di Zaha sono sempre (o almeno spesso) pensate per il luogo dove dovranno essere realizzate.
    Che poi non rispondano alle regole classiche di “rispetto del contesto” è un’altra storia; però ricordiamoci che la queatione del contesto come ripetizone tipologica è una problematica che interessa solo alcuni intellettuali italiani, qualche aristocratico inglese e un greco…..

  2. Cristina Donati scrive:

    Grazie Giulio per questa osservazione. Essere contestuali non significa imitare l’edificio accanto ma proporre un’architettura che appartiene a quel luogo come “fosse sempre stata lì”.
    Anche un’architettura del tutto nuova può dimostrare questo senso di appartenenza. Molti sono gli esempi …

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