La solitudine dei decostruttivisti. Perchè il fenomeno più importante di fine millennio non si è costituito in movimento?

11 aprile 2016

Amate l’Architettura mi ha invitato a fare una riflessione sul  “fatto che i decostruttivisti  sono figure isolate che non hanno sviluppato un movimento organico.” Accetto volentieri perché trovo il tema poco trattato ma assai interessante, e ormai abbastanza distante per poter cominciare ad essere storicizzato. Ecco la mia opinione.

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Il decostruttivismo in architettura fu una etichetta promozionale, alla stessa stregua delle definizioni di genere di musica pop. Quando, intorno al 1976-77 il punk divenne fenomeno discografico e di mass media (ossia, quasi subito), vennero sussunti in esso dai Police a Elvis Costello, dagli Stranglers a Ian Dury, da Donatella Rettore a Jo Squillo. Loro stessi compiacenti e consapevoli del fatto che questa etichetta di genere era il dispositivo con cui avrebbero potuto cavalcare la nuova onda e mettersi così in evidenza presso i  mezzi di comunicazione, acquisire popolarità e pertanto affermarsi, per poter magari fare, subito dopo, ciò che davvero a loro sarebbe piaciuto fare.

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Così la decostruzione in architettura. Non voglio dire che sia stato qualcosa di inconsistente, di puramente promozionale. Voglio dire che è stato anche (e forse, soprattutto) un dispositivo attraverso cui legittimare e promuovere un certo tipo di ricerca architettonica. O per meglio dire, più generi di ricerca architettonica, o, meglio ancora, più poetiche architettoniche.

Il  tema “decostruzione in architettura” fu pensato soprattutto da Eisenman, intorno al 1984, e nel contesto del ribollente minestrone del post-modernismo, per poi generare la famosa triangolazione con Derrida e Tschumi. La decostruzione divenne presto l’ultimo grido, senza dubbio facilitato da una certa stanchezza nei riguardi di un approccio tendenzialmente passatista allora dominante, il tutto culminato nella famosa mostra al Moma del 1988 curata da Wigley e Johnson.

In realtà, la decostruzione in architettura, come pensata da Eisenman con l’aiuto di Derrida (entrambi, così come Gehry, una ventina d’anni più anziani di Hadid) fu una concettualizzazione, tutta elitaria, e tutta contenuta nel secolo scorso: comprese le tecniche di comunicazione/produzione (giornali e riviste di carta, mostre, radiotelevisione, disegno manuale; e le assonometrie dal basso).

studio Eisenman - NY

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Ritengo che le rapide trasformazioni tecniche, scientifiche, concettuali, dei mass media ma anche geopolitiche negli ultimi 30 anni abbiano reso obsolete sia le concettualizzazioni del decostruzionismo (ancora molto legate ai paradigmi novecenteschi, ancora molto logocentrici , eurocentrici e storicistici, proprio a dispetto del tentativo di superamento di essi ), sia i modi di legittimazione che stavano alla base di esso (attraverso il circuito accademico e riviste, entro un ambito geografico per lo più  limitato a Europa e USA; forme di legittimazione tuttora operanti ma in crisi e non più in regime di monopolio).

La nuova situazione, che non è puntualizzabile proprio per la sua complessità e transitorietà sempre più vorticosa, se da un lato ha reso compiute alcune predizioni delle teorie in auge negli anni ’80 (ad esempio l’abbandono della legittimazione basata sul “logos”, in favore di una sempre più performativa e tecnica, in sé stessa autoproducente ed auto legittimante), dall’altro proprio per questo motivo ha reso impossibile qualcosa del tipo “sviluppo di un movimento organico” (per tornare alla domanda alla base di queste note).

studio Eisenman - NY

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In sintesi, così rispondo : i decostruttivisti  sono “figure isolate che non hanno sviluppato un movimento organico”, perché il mondo che hanno prefigurato (con successo) non ammette qualcosa di simile a movimenti organici, ma semplicemente soggetti  che intercettano, più o meno, flussi nel loro divenire, senza preordinarli, ma semplicemente dando loro un ordine sufficiente per renderli minimamente stabili entro questi flussi. Più soggetti possono essere parte di una stessa “onda”, allearsi, ma non costituire un “movimento organico”.

L’architettura resta, tuttavia, un’arte di rappresentazione. E’ questa fluidità dinamica che oggi  l’architettura deve rappresentare, che oggi lo “spirito del tempo” richiede che sia rappresentata.

In questo senso, Zaha Hadid, proprio in virtù del suo tanto vituperato formalismo, è stata esemplare ed adeguata, grande interprete di questa necessità di rappresentazione. E forse, tale anche perché isolata, anche perché non davvero “decostruttivista”.

Foto: le foto dello studio di Eisenman sono di Daniela Maruotti
Editing: Giulio Pascali


In un suo scritto del 1984 “The Futility  of the Objects: Decomposition and the Processes of Difference” (ed. italiana raccolta in La fine del Classico e altri scritti, Cluva, Venezia 1987 volume curato da Renato Rizzi), benché il termine messo in campo non fosse ancora “decostruzione”, ma “decomposizione”, esso era già connesso con teorizzazioni di Derrida: a dimostrazione, in nota Eiseman scrisse (uso la traduzione del volume italiano citato) “(la parola decomposizione) .. . è usata nel senso dialettico non metafisico che Derrida usa nella sua idea di “differenza” . Nel di poco successivo scritto “The End of the Classical”, sempre in nota, Eisenman mostra le sue riflessioni sul testo di Culler On Decostruction del 1982 direttamente collegato con le teorizzazioni di Derrida.  Nel 1985 Bernard Tschumi, invitò Derrida a collaborare con loro  alla progettazione di giardini tematici alla Villette, progetto che non verrà realizzato ma che darà luogo alla pubblicazione del volume Chora(l) Works.


5 Commenti a “La solitudine dei decostruttivisti. Perchè il fenomeno più importante di fine millennio non si è costituito in movimento?”

  1. Pietro da Roma ha detto:

    A proposito di Peter Eisenman Frank Gehry ha fatto una volta una dichiarazione illuminante, che chiarisce perfettamente il terreno comune di condivisione e allo stesso tempo l’enorme distanza concettuale: ” The best thing about Peter’s buildings is the insane spaces he ends up with. That’s why he is an important architect. All that other stuff, the philosophy and all, is just bullshit as far as I’m concerned.”

  2. […] è qui, il titolo è loro. Condividi:TweetMi piace:Mi piace […]

  3. Guido Aragona ha detto:

    Va anche detto, Pietro da Roma, che nemmeno Eisenman ha mai dichiarato di prendere sul serio la proprio filosofia.
    “Io scrivo fiction, non filosofia (…) … la maggioranza dei miei scritti sono fiction (…) Di fatto ciò che scrivo serve da travestimento al mio pensiero. Dunque non prendete troppo sul serio quello che scrivo o che ho potuto scrivere; io stesso non lo prendo molto sul serio (…) Ho senza dubbio letto male l’opera di Derrida, ma leggere male è un modo di creare ed è leggendo male che riesco a vivere nella realtà e che potrei lavorare con lui”
    (Eisenman in Chora(l) works, sequenza 2 – scena 2. Riportato da : Jacques Derrida “Adesso l’architettura”, Milano Libri Scheiwiller, 2008.) purtroppo in italiano “adesso l’architettura” non traduce bene il titolo originale “Maintenant l’architecture”, con il gioco di parole adesso/mantenendo per maintenant.

  4. Giulio Paolo Calcaprina ha detto:

    E’ molto bella questa citazione e mi ha fatto riflettere. Grazie Guido Aragona.

  5. vilma torselli ha detto:

    Veramente c’è da chiedersi se Eisenman ci è o ci fa, se la persona che partecipa alla conferenza al MOMA (1988) tra i ‘gioielli’ di Philip Johnson, Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Bernard Tschumi, Zaha Hadid e il gruppo Coop Himme(l)blau in un momento in cui era strategicamente importante esserci, è la stessa persona che, in un’intervista di Alessandro D’Onofrio su “Rassegna di Architettura e Urbanistica” (numero monografico su Peter Eisenman, anno XXXIII, n. 97, aprile 1999) dichiara: “Sono profondamente contrario, (quindi non l’ho mai applicato), al termine decostruttivismo, soprattutto riferito ai mie progetti …. non mi curo delle classificazioni….. “- e ancora – “….Non si deve mai chiedere a qualcuno cosa sta facendo perché in quel momento costui non ne ha la piena consapevolezza. Se tengo una lezione sul mio lavoro posso solo pensare “Questo è ciò che faccio”, ma il suo significato non ha nulla a che vedere con i processi che lo generano …. ”, sfilandosi ancora una volta da un movimento al quale non riconosce l’appartenenza.
    Se poi pensiamo che il decostruttivismo architettonico per confezionarsi una reputazione teorica, si rapporta ad una teoria letteraria sulla decostruzione del testo e sul logocentrismo di un filosofo francese che in più occasioni ha preso le distanze dal decotruttivismo stesso, viene da chiedersi: decostruttivismo? ma de che!

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