Il meglio che si poteva fare – Architect Version

inferno-di-cristalloNel film “L’inferno di Cristallo” Paul Newman interpreta un eroico architetto progettista di un modernissimo grattacielo che va a fuoco (diventando appunto un inferno) solo perché il cattivo imprenditore senza scrupoli ha utilizzato materiali scadenti.
L’architetto del film è un supereroe; oltre ad aver correttamente progettato ogni dettaglio senza sbagliare una vite, quando si ritrova in mezzo all’inferno riesce a salvare centinaia di vite umane, inventandosene di tutti i colori, sfruttando i segreti della costruzione che ovviamente conosce a menadito anche negli aspetti più specialistici (gli impianti elettrici per esempio).
Tanto era evidentemente sopravvalutata la nostra professione all’epoca, tanto è disprezzata oggi. Quando va bene l’architetto è una figura eccentrica e un po’ idealista, quando va male è un’archistar in preda a deliri di onnipotenza, più di sovente un povero precario sfruttato e malpagato.
Quello che però non è cambiato è l’aspettativa che la società nutre nei confronti dell’opera dell’architetto.
È indubbio infatti che ancora oggi si tenda ad attribuire all’architettura un potere salvifico enorme, nel bene o nel male.

“La più grande sciagura sono gli architetti” come canta Celentano. Se lo dice il molleggiato sarà vero; e se è così vuol proprio dire che il frutto del lavoro degli architetti è proprio una cosa in grado di cambiare le sorti del mondo.
Niente di più strano quindi che si pretenda che il lavoro dell’architetto sia all’altezza di questo potere.

Ma è una illusione. Doppia.

La prima illusione è proprio sulla capacità dell’architettura di incidere sulla realtà. Sarebbe infatti più onesto riconoscere il contrario, ovvero che è la realtà che modifica l’architettura.
La seconda è proprio sulla capacità degli architetti stessi di controllare le trasformazioni urbane, l’architettura o, se si preferisce, la realtà.
Un’illusione propagandata dalle Archistar, che in questa maniera possono giustificare le loro parcelle stellari, ma indirettamente sostenuta anche dagli stessi poveri precari che nelle loro rivendicazioni di categoria non fanno che alimentare l’idea di una superiorità dell’architettura come prodotto in grado di migliorare la qualità della città; ma anche la superiore competenza, e responsabilità, dell’architetto come professionista a cui la società dovrebbe riconoscere maggiori meriti.

numerobisIn questo contesto viene bene questa citazione di David Broden riportata da Luca Sofri in merito alla professione del giornalista.

Invece di promettere «Tutte le notizie che vanno stampate» [motto del New York Times], vorrei che dicessimo – ancora e ancora, sin quando lo si capisca davvero bene – che il giornale che arriva sulla tua porta di casa è una interpretazione parziale, frettolosa, incompleta, inevitabilmente difettosa in qualche parte e inaccurata di alcune delle cose sentite nelle passate 24 ore – distorte, nonostante i nostri migliori sforzi di eliminare i rozzi pregiudizi, dallo stesso processo di compressione che ti consente di raccoglierlo dalla porta di casa e leggerlo in un’ora. Se lo volessimo definire in modo più accurato, dovremmo immediatamente aggiungere: ma è il meglio che abbiamo potuto fare nelle presenti circostanze, e torneremo domani con un’edizione corretta e aggiornata.

Parafrasando con la professione dell’architetto potremmo dire che:

l’edificio che è stato realizzato è una interpretazione parziale, frettolosa, incompleta, inevitabilmente difettosa in qualche parte e inaccurata di alcune delle cose passate nella testa di un architetto e del suo committente – distorte, nonostante i nostri migliori sforzi di eliminare i rozzi pregiudizi, dallo stesso processo di realizzazione che ti consentono oggi di poterlo utilizzare. Se lo volessimo definire in modo più accurato, dovremmo immediatamente aggiungere: ma è il meglio che abbiamo potuto fare nelle presenti circostanze, e torneremo domani a farci crescere un po’ di edera intorno.


Un Commento a “Il meglio che si poteva fare – Architect Version”

  1. Daniela Maruotti scrive:

    Bene Giulio, è una giusta metafora politica, secondo me, prima ancora che architettonica: se il grattacielo brucia la responsabilità è di certo dell’imprenditore senza scrupoli e non dell’architetto che, anche senza essere eroi, fa solo il suo mestiere al meglio.
    Il cinema americano semplifica e spettacolarizza la complessa realtà di tutti quei paesi, Italia compresa, dove la “struttura” viene sgretolata da interessi speculativi.
    L’Architettura non è salvifica di per sé ma è certamente e, da sempre, espressione sociale che va di pari passo con la politica anzi ne è sempre frutto; in particolare, ed a mio modo di vedere, c’è da preoccuparsi seriamente se la politica dimentica l’urbanistica (sembra non interessi più a nessuno la pianificazione del territorio) in realtà si consegna l’intera struttura sociale umana alla speculazione più disastrosa e, come infatti sta succedendo, diventa il “far west”.

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