Archive del 2015

#MercatiErranti: il diario connettivo

10 Ottobre 2015

Il 7 ottobre 2015 ad EXPO Milano si è svolto nella sede del Padiglione Unione Europea la conferenza Portare con sé la biodiversità: piante e popoli che si muovono, organizzato dal CNR Expò lab. Nell’ambito di questa conferenza si è cercato di mettere in relazione il movimento delle piante e dei popoli come una migrazione culturale di usi e costumi che ha la sua massima espressione nei mercati, da sempre luogo di scambio interculturale. Il Live tweeting attraverso i principali mercati italiani, da Torino a Palermo e Catania passando per Firenze, Roma, Bari….e con un rapido sguardo fuori dei confini nazionali, ha messo in luce le trasformazioni e integrazioni che stanno avvenendo su tutto il territorio compresa la remota possibilità di coltivare nello spazio. Attualmente i mercati sono diventati, forse, i luoghi dove la repentina trasformazione rende possibile anche l’integrazione delle genti senza limiti culturali, religiosi o sociali.

Riportiamo lo storify che raccoglie i tweet dell’azione in rete di Amate l’Architettura.

(altro…)

#MERCATIERRANTI

29 Settembre 2015

In occasione della conferenza “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” che si terrà il 7 ottobre 2015 presso il Padiglione dell’Unione Europea di EXPO 2015, Amate L’Architettura collaborerà con il CNR Expo Lab nella gestione del live tweeting #MercatiErranti.

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Amate l’Architettura dedicherà i suoi contributi per evidenziare come i mercati agroalimentari contribuiscano a “NUTRIRE” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro.
Partendo dal titolo, “NUTRIRE” preso in prestito da quello dell’EXPO, già rilanciato in occasione della nostra ultima azione con Carte in Regola, cercheremo di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo stesso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano ad estendere il significato del verbo “NUTRIRE”, che in un’accezione più ampia include la “nutrizione culturale e sociale”, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale e/o cosiddetto di “quartiere”.
E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali), affinché i mercati agroalimentari italiani possano continuare ad essere luoghi di preservazione e diffusione nel tempo delle culture e delle abitudini alimentari”.
Al fine di rappresentare casi in cui questa funzione complessiva del “mercato” inteso come luogo di acquisizione di beni ma anche di interscambio tra culture differenti, assolutamente in sintonia con il tema del convegno “su popoli e piante che si muovono”, si è pensato a tre luoghi che possiamo definire “storici” della città di Roma da dove inviare i nostri contributi. Tre Mercati che, pur con caratteristiche diverse, con un diverso sviluppo nel corso delle loro storia e con le ovvie differenze tipiche di altre localizzazioni geografiche, hanno tutti i requisiti per rappresentare e soprattutto testimoniare in modo paradigmatico la validità della tesi qui sopra sostenuta.
I mercati scelti sono a Roma e sono il Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio, il Mercato Metronio e quello di Campo dei fiori.

Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio (Via Principe Amedeo, 184)
Questa realtà nasceva con una localizzazione all’aperto (al centro della piazza) come complemento di un quartiere che era nato come luogo di elezione della burocrazia post unitaria. Di ciò ne è testimonianza evidente la tipologia di architettura prescelta mutuata, quasi pedissequamente, da quella tipica della città di Torino e di molte realtà ad essa riconducibili.  Pur con tutte le limitazioni insiste nei “parallelismi” tra epoche storiche differenti si potrebbe sostenere che come, alle sue origini il quartiere ha ospitato una comunità non propriamente autoctona anche ora, a seguito della massiccia immissione di più comunità provenienti da numerosi paesi extraeuropei il mercato Esquilino può essere considerato, tutt’ora l’emblema dell’interscambio culturale attuato attraverso l’esigenza di reperimento di merci di ogni tipo per il soddisfacimento delle quotidiane esigenze.
Dal 2001 il mercato sia ortofrutticolo che di abbigliamento occupa l’area della ex caserma Sani.
Interviste e foto

Mercato Metronio (Via Magna Grecia, 1956 -1957)
E’ forse l’unico mercato che ha il valore aggiunto di essere stato progettato negli anni 50 dall’Ing.  Ric-cardo Morandi con la finalità di dotare la zona di S. Giovanni di luoghi di aggregazione e di parcheggi. Attualmente la struttura è ancora in uso, sarebbe necessaria una completa riorganizzazione degli spazi, sia al piano terra che a livello ballatoio, anche con l’inserimento di altre realtà per poter ottimizzare la struttura che risulta sottoutilizzata.
Interviste e foto

Mercato di “Campo dei fiori”
Questa realtà, ha subito, soprattutto ad opera delle rappresentazioni cinematografiche e della letteratura, un processo di “mitizzazione” che ha contribuito ad evidenziarla come luogo tipico del “sentire romano”. Si potrebbe quasi sostenere che essa debba, rappresentare pur con le doverose differenze, uno dei tanti monumenti la cui visita sia obbligatoria per chiunque voglia conoscere veramente lo spirito della città. Questa caratteristica, nella quale prevalgono però, le ragioni del “mito” impedisce una visione oggettiva di questa realtà che appare, invece assolutamente allineata agli stilemi ormai comuni che prevedono una caotica commistione di realtà commerciali non propriamente orientate al soddisfacimento dei bisogni quotidiani del quartiere bensì agli onnivori desiderata della clientela turistica per la quale l’unico argomento è, tranne rare eccezioni, che l’oggetto acquistato provenga dal luogo in questione.

A questo link è possibile scaricare il programma.

Seguiteci e rilanciate i vostri contenuti utilizzando l’hashtag #mercatierranti.

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Non è un paese per architetti (giovani)

19 Settembre 2015

Mentre cammino sotto i portici di via Altinate, rimbalzano tra le pareti della mia calotta cranica le notizie lette in questi giorni nel corso delle mie ricerche sulla disoccupazione giovanile a Padova. Lo scenario appare inquietante: la percentuale di giovani disoccupati è oltre il 32%, triste primato regionale. Cammino e incrocio ragazzi con borse a tracolla, piene di libri, che a passo spedito si avviano verso la zona universitaria del Portello; spediti e sereni, lo si vede.

Ci troviamo in via Altinate, al Centro San Gaetano, vado lì di solito”

Facciamo pure alle dieci, con calma, tanto non ho nulla da fare”

Però metti un nome inventato, capito?”

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Arrivo al Centro San Gaetano e in attesa di Andrea (eccolo il nome inventato, la scelta non è stata per nulla facile: Google – nome più diffuso in Italia – Andrea) ordino un caffè al bar di fronte. Mentre sorseggio sfoglio il giornale con in prima pagina la notizia del suicidio di un ragazzo di 23 anni nel Trevigiano. Proprio oggi. Il quotidiano dà per scontata la causa scatenante il drammatico gesto: l’assenza di lavoro. Resta sempre difficile da credere e talvolta si ha, anzi, l’impressione che si speculi un pochino sulla crisi, che questa “venda” perché capro espiatorio, perché attenuante per gli insuccessi della vita di chi legge o ascolta la notizia. Ma è solo un’impressione, appunto, per questo ho deciso di intervistare un mio amico che al momento è disoccupato, per provare a capire. Andrea ha 29 anni, è di Padova, è alto, capelli e occhi neri, si è laureato da più di due anni in architettura e ha passato il primo anno post laurea tra esame di stato e uno stage in Spagna, in uno studio professionale. È tornato in Italia e da un anno è alla ricerca di lavoro nel suo campo.

Eccolo che arriva.

“Dove me la vuoi fare questa intervista, giornalista?” sorride ironicamente, venendomi incontro. Come posso biasimarlo, dalla mia pelle trasuda dilettantismo.

“Dove vuoi, fa lo stesso”

“Allora vieni con me, volevi vedere come passo la giornata, giusto? La biblioteca è al secondo piano”

Entriamo nell’edificio e do un’occhiata in giro: al piano terra ci sono un ristorante, un’aula studio e una corte interna splendidamente illuminata, tramite la copertura in vetro, da luce naturale. Prendiamo gli ascensori nuovi di zecca e saliamo al secondo piano.

“Vengo qui perché c’è internet libero, così posso collegarmi e inviare curriculum stando fuori casa. A star chiuso in appartamento tutto il giorno impazzirei altrimenti”, mi dice Andrea con la voce un po’ più bassa. “Mi piace, è un ambiente accogliente”.

Accediamo allo spazio a ferro di cavallo della biblioteca. Ci sediamo a uno dei tavolini in prossimità della vetrata che dà sulla luminosa corte dove stanno sistemando le sedie per una conferenza. È un posto confortevole, c’è quell’atmosfera di calma e pace che le biblioteche sanno trasmettere. Andrea cerca la presa, sotto il tavolino.

“Dammi un attimo, ci sono. Ti faccio leggere la mail che mi è arrivata oggi, così cominci a farti un’idea.”

Caro Andrea, grazie per averci scritto e per averci inviato i tuoi dati, che conserveremo.
Purtroppo siamo uno studio molto giovane e non potremmo offrirti quello che meriti, cioè una retribuzione appropriata. In bocca al lupo per tutto,
Antonella

“Eccola qui la mail tipo: non possiamo pagare. Tanti propongono collaborazioni gratuite, altri ancora tirocini post laurea, ma io son laureato da 2 anni. Però ricevo sempre complimenti nelle mail di risposta. Ho fatto un bel percorso, mi dicono, un percorso della Madonna”. Sorride ironicamente, Andrea.

Cominciamo. Come va la ricerca di lavoro?

Difficile, tremendamente difficile. Sembra che nessuno abbia più i soldi per pagare uno stipendio, non dico da 1000, ma nemmeno da 500 euro al mese. Da quando ho cominciato la ricerca di lavoro in Italia, dopo l’esperienza spagnola, è stato un vero calvario. Ho inviato inizialmente mail a tutti, ma proprio tutti, gli studi di architettura a Padova. Ho preparato un bel curriculum aggiornato e il portfolio coi lavori realizzati. Risultato? Zero assoluto! Mi sono presentato anche fisicamente in alcuni studi perché mi avevano suggerito potesse funzionare ma non è servito a nulla. Dopo Padova ho inviato cv in altre città italiane, partendo da quelle vicine, come Verona, Mestre e Treviso, e finendo a Catania e Palermo.

Qualche risposta?

Dopo un bel po’, da Bologna, uno studio giovane, con ragazzi simpatici e collaboratori internazionali. Bell’ambiente, mi proponevano una collaborazione per la partecipare ad un concorso di architettura: in caso di vittoria avremmo diviso il premio e lavorato assieme al progetto. Ho accettato, più per la voglia di ampliare la mia esperienza che per la speranza in sé di vincere il concorso. Ho guadagnato zero euro e il viaggio in treno era di 3 ore tra andata e ritorno, ogni giorno, ma ho accettato. L’esperienza è stata sicuramente positiva ma, terminato il concorso, è terminata anche la collaborazione.

Il concorso com’è andato?

Niente, non abbiamo vinto.

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E poi?

Poi continua la ricerca, sempre più faticosa, perché le possibilità, dopo che hai già sparato revolverate di cv, si restringono. Ho cominciato a cercare anche lavoretti part-time per mantenermi. Ho dovuto fare un cv apposta: se vedono che sei laureato non ti considerano per certi lavori e comunque cercano gente con esperienza dappertutto: c’è talmente fame di lavoro e le aziende hanno talmente tanta scelta nel grande serbatoio della disoccupazione, che possono permettersi di selezionare il meglio. Per fortuna, però, in quel periodo un mio amico gestiva una bancarella in un festival e mi ha chiesto una mano: 40 euro a sera, più di quanto avessi guadagnato fino ad allora con l’architettura.

Continua pure…

In quel periodo ricevo una risposta da uno studio di Varese. Ci vado. 70 euro di treno tra andata e ritorno, 4 ore di viaggio con cambio a Milano dove, oltre al treno, cambio pure d’abito, nei bagni della Centrale di Milano. Il colloquio va alla grande, la tipa a capo dello studio mi dice che gli piaccio e che non le dispiacerebbe affatto lavorare con me. Mi parla di stipendio, mi parla di assunzione e non di partita Iva: incredibile! Tutta questa positività viene spenta però verso la fine del colloquio, quando mi spiega quanto sia difficile il periodo e di come lo studio sia passato da 20 a 7 dipendenti, negli ultimi tempi. Mi fa capire che il tutto è comunque vincolato a un lavoro importante che dovrebbe venir loro commissionato.

E il lavoro non arriva…

Esatto, quindi tanti saluti. Passa l’estate e fortunatamente, grazie a un amico, trovo un posto da magazziniere all’Ibs (libreria, nda), 1000 euro per un mese, pagamento con voucher e puntuale, una boccata d’ossigeno. All’Ibs c’era gente laureata, gente con dottorato alle spalle e tutti disperatamente aggrappati a questo breve lavoretto, uno spaccato terribile di Italia. Si era creata una sorta di solidarietà tra noi, accomunati da questo strano destino.

Non pensavo fosse così complicata la situazione.

Lavorare come architetto è un lusso, ormai. Un mio amico è stato preso in prova in uno studio: 4 mesi a zero euro. Dopo questo periodo, se a loro andrà bene, gli aumenteranno lo stipendio a 500 euro al mese. 500 al mese per un lavoro che comporta responsabilità, che comporta il dover stare a lavorare spesso più delle 8 ore canoniche, che comporta conoscenze tecniche, cultura storico-architettonica, che comporta saper usare minimo 4 o 5 software per lo sviluppo e la presentazione del progetto. Io comincio a pensare che questi studi ne approfittino: cavalcano come dei surfisti l’onda della crisi per non pagare. Hanno un serbatoio immenso di giovani architetti neolaureati a cui possono far fare tirocini gratuiti, senza che nessuno dica nulla. Li usano a rotazione: quando finisce il periodo di tirocinio, dentro gente nuova, carne fresca. E non è possibile ribellarsi a questa situazione perché tanto ci sarà sempre dietro di te qualcuno pronto ad accettare le condizioni imposte dai datori di lavoro. È un meccanismo asfissiante.

E all’estero?

Ci penso, come no. Ma servono tanti soldi e poi se uno si muove verso città come Londra o Parigi la competizione è fortissima e non è affatto facile. E poi io ora voglio vivere qui, perché è il mio Paese. Io continuo a sperare di trovar qualcosa in Italia.

È arrivata l’ora di pranzo. Ci alziamo dal tavolo e vedo Andrea rovistare nello zaino e prendere un sacchetto con dentro dei panini fatti in casa. Usciamo dalla biblioteca.

“Andiamo ai Giardini dell’Arena a mangiare, son due minuti da qui, tagliando per via Giulio”, dice Andrea.

Arrivati al parco ci sediamo su una panchina.

“Ecco la mia giornata, panini col salame e 7-8 ore al giorno in biblioteca a mandare curriculum”, riprende Andrea con un sorriso amaro.

“ Lo schermo del pc diventa come una finestra su un mondo nel quale mi immergo totalmente, è come se la realtà circostante fosse lontana. Perché mentre invio le mail mi si attivano meccanismi mentali che non son facili da gestire, meccanismi negativi il più delle volte. Passo tanto tempo sul pc perché comunque, se facessi altro, mi sentirei in colpa. Cercare lavoro è più faticoso di lavorare, senti maggiormente lo scorrere del tempo.

I tuoi amici lavorano?

Qualcuno sta cercando come me, qualcuno invece se n’è andato all’estero e qualcuno, ovviamente, lavora. Non li vedo affatto soddisfatti però, mi raccontano di rapporti professionali con la partita Iva, mi parlano delle poche tutele, mi parlano di quanto poco guadagnano e di che bassa pensione riceveranno.

Com’è il rapporto con gli amici che lavorano, ti pesa il fatto di non lavorare?

Posso raccontarmi tutte le storie del mondo ma quando rivedo un amico che mi chiede come mi stia andando, mi coglie una brutta sensazione. Un misto tra imbarazzo e vergogna, un giustificare il fatto di non avere ancora un lavoro, a differenza sua. Qui in Veneto, a torto o a ragione, mi pare che il lavoro sia una religione, un credo, e il fatto di non averlo ti porta a guardare qualche volta a te stesso come a una persona che ha un qualcosa in meno rispetto alle esigenze della società. Un menomato sociale.

E la tua famiglia? Come vive questa situazione?

Il fatto di riuscire a star fuori di casa, in qualche maniera, dà sollievo a un’atmosfera che altrimenti sarebbe pesante. Certe volte mi sento in colpa nei loro confronti, per tutti i soldi che hanno investito per farmi studiare, però non ci posso fare nulla. Loro comunque rimangono un appoggio fondamentale

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Pensi di avere delle responsabilità per questa tua situazione?

Certe volte penso che sia colpa mia, che avrei dovuto avere più fame, certe, invece, penso di aver sbagliato qualcosa nel mio percorso. Forse ad andare in Spagna, forse avrei dovuto cominciare a cercare subito lavoro qui. Certi altri giorni invece mi dico che quella esperienza mi ha dato tanto sotto il profilo umano e anche professionale, quindi no, non ho sbagliato. Dipende.

Finito il panino ci fumiamo una sigaretta, in silenzio, e ci incamminiamo per ritornare alla biblioteca. Lo seguo un mezzo passo più indietro e una volta arrivati all’ingresso del centro ci salutiamo.

La passeggiata verso casa durerà un quarto d’ora e allora meglio farsi compagnia con un po’ di radio. Estraggo lo smartphone dalla tasca sinistra, accendo e inserisco le cuffie. Mi viene un sorriso ascoltando la notizia del giornale radio in quel momento in onda:

Laureati emigranti, un capitale umano costato 23 miliardi che l’Italia regala: i nostri giovani studiano nelle scuole pubbliche fin dalle elementari poi trovano un posto in Germania, Regno Unito, Brasile. Uno spreco enorme nell’indifferenza.

Proprio oggi.

(Nota – foto di accompagnamento di Giulio Paolo Calcaprina: Padova Caffé Pedrocchi, Università di Padova – Cortile vecchio Palazzo del Bo, Università di Padova – Cortile nuovo Palazzo del Bo)

THE SHARD: sei lezioni per uno sviluppo intelligente della città.

Tutti coloro che vanno a Londra regolarmente, hanno modo di constatare come la metropoli sia continuamente soggetta ad importanti cambiamenti.

Canary Wharf tra ’80 e ’90, il Millennium Dome (ora “The O2”) del 2000, i grattacieli della City già entrati nel lessico comune con nomignoli come the Gherkin (Foster), Walkie Talkie (Vinoly) e Cheesegrater (Rogers Stirk Harbour), realizzati a cavallo tra gli anni 2000 e 2010, hanno cambiato continuamente lo skyline della città.

Pur segnando le dovute differenze tra Londra e le città italiane, ci si chiede come mai la capitale del Regno Unito riesca ad essere così vitale anche nei periodi di crisi, come quello tutt’ora in corso.

The Shard di Renzo Piano, l’ultima e la più importante di queste realizzazioni ci offre diverse risposte significative a questa domanda, specie se si osserva tutto il processo di gestazione di questa importantissima opera.

E’ lo stesso Irvin Sellar, fondatore della Sellar Property Group, società immobiliare promotore del progetto The Shard, a svelarci in un’intervista, le dinamiche che hanno portato a questo risultato eccezionale: “Abbiamo investito nell’acquisto di Southwark Towers, un complesso di edifici risalente agli anni ’70, una location ottima ma utilizzata male. Il governo aveva pubblicato un libro bianco che promuoveva l’idea dello sviluppo nei nodi della mobilità cittadina. La stazione di London Bridge era a pochi passi, affiancata da stazione ferroviaria, linee della metropolitana e linee degli autobus. Abbiamo collaborato con Railtrack (poi Network Rail – nda) e anche loro hanno riconosciuto il potenziale di combinare un progetto di sviluppo con sostanziali lavori di ammodernamento della stazione.”

Dunque si parte dalle indicazioni di sviluppo elaborate dalla Pubblica Amministrazione e in particolar modo da quelle legate alla mobilità. Una prima lezione importante!

Per ottenere il permesso a costruire del 2003 hanno dovuto confrontarsi con la Commissione per l’Architettura e l’Ambiente Costruito (CABE, è un ente di consulenza governativo), l’English Heritage e l’Historic Royal Palaces, La comunità di Southwark e il Mayor of London. Tra questi interlocutori solo gli ultimi due hanno si sono espressi favorevolmente fin dall’inizio.
E’ la seconda lezione: ci si confronta con tutti i soggetti pubblici interessati senza che nessuno abbia potere di veto. Inoltre una lezione nella lezione (la terza): per una operazione di questa portata gli interlocutori sono anche di livello nazionale.

Qual è il punto di forza nell’idea di progetto di Renzo Piano? Rendere The Shard una “città verticale”, un edificio aperto al pubblico, una anomalia nel panorama londinese. Non un’operazione immobiliare classica ma la creazione di un nuovo spazio pubblico: quarta lezione.

Quest’ultimo, dicevamo, è il punto nevralgico della riqualificazione di tutta l’area del Southwark: i costruttori hannoristrutturato la stazione London Bridge e la vicina stazione degli autobus. The Shard è un tassello del del progetto di sviluppo generale del London Bridge Quarter che sta dando vita ad un nuovo distretto della South Bank. Assieme a The Place (il fratello, in un certo senso) formano un nuovo hub sociale e commerciale.

Si trasforma e si riqualifica il territorio negli anni 2000, non si divorano gli spazi liberi. Questa è la quinta lezione che traiamo da questa operazione.

Infine l’ultima lezione, la sesta, la più importante: il promotore è locale ma il capitale è straniero. Infatti l’opera è stata possibile grazie agli investimenti della Qatar National Bank e la Qatar Central Bank.

Dunque a Londra, in questo caso, il capitale straniero non viene a “depredare” i gioielli edilizi presenti, ma contribuisce a riqualificare un ampio settore della capitale pur creando redditività per gli investitori. E’ chiaro che l’altezza in questo edificio ha creato un notevole plus valore, ma sarebbe errato attribuire solo ad essa la capacità rigeneratrice di questo intervento edilizio. Qualsiasi valore aggiunto di un intervento edilizio può essere commisurato ai limiti imposti dall’autorità pubblica e alla previsione di un guadagno adeguato, ma non sproporzionato.

Pur segnando la notevolissima differenza tra il mercato londinese, capace di attrarre investimenti su scala mondiale e quello romano,  più localizzato (perciò scarsamente confrontabili), conviene soffermarsi sui presupposti, pochi e ragionevoli, che attraggono virtuosamente gli investitori esteri.

Innanzitutto ci deve essere certezza di Diritto e giudiziaria. L’offesa al capitale è un reato grave nel Regno Unito ed è punito severamente in tempi rapidi. Per questo Londra è la capitale della finanza occidentale. L’abolizione del reato di falso in bilancio, per esemplificare, sarebbe un’eresia in U.K. A questo aspetto va aggiunta la necessaria certezza normativa per intraprendere operazioni di così ampio respiro. Agli Inglesi modificare il Codice degli Appalti 150 volte in due anni farebbe ridere ben più di una barzelletta.

Certo, la proprietà edilizia in Inghilterra ha caratteristiche diverse da quella italiana eppure il problema non è questo ma risiede nel fatto che le norme del costruire devono essere poche e chiare. Le amministrazioni devono essere al servizio di chi vuole legalmente creare ricchezza e non contro. La (buona) Architettura e la Pianificazione sono, devono, essere il blocco di partenza di qualsiasi sviluppo urbano e devono intercettare le esigenze della popolazione.

The Shard di Renzo Piano è la nuova icona di Londra. E’ un fatto incontrovertibile che ci rende allo stesso tempo orgogliosi di appartenere allo stesso paese del progettista ma ci impone anche alcune domande su come conduciamo queste operazioni immobiliari a casa nostra.

Noi crediamo che le foto che pubblichiamo a corredo di questo articolo possano parlare da sole e che il confronto tra due operazioni simili (The Shard a Londra e Euroma 2 a Roma,  con le sue due torri: Eurosky, progettata da Franco Purini e Europarco, progettata dallo studio Transit) sia impietoso. Ai lettori l’ultima parola.

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma.

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma (foto:http://www.tesoridiroma.net).

The Shard

The Shard

Il complesso Eurosky Tower e Torre all'EUR

Il complesso Eurosky Tower (a destra) e Torre Europarco (a sinistra) al Torrino, adiacente all'EUR

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e Europarco

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e Europarco

Architettura per Emergency – Lo scandalo della bellezza

2 Agosto 2015

Non conoscevo l’esperienza dell’architetto Raul Pantaleo (Tamassociati) e il suo stretto rapporto con Emergency, a dire il vero non conoscevo neanche troppo bene la filosofia che guida l’operato di Emergency nei suoi progetti.

Per ragioni fortuite e personali ho avuto modo di partecipare ad alcuni degli incontri informativi che organizzano presso le loro sedi.

Questi incontri hanno scatenato la mia curiosità e ho iniziato ad approfondire la cosa.

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Il testo che più mi ha colpito è stato “Attenti all’uomo bianco”. Si tratta di un diario scritto dall’architetto Pantaleo che racconta la sua esperienza nella realizzazione del Centro Salam di Cardiochirurgia di Emergency in Sudan. Accanto agli aspetti più sociali ed umanitari che mettono in luce le difficoltà di chi vive in quei paesi, ho trovato di notevole interesse anche la parte più tecnica, dove con la stessa passione si raccontano gli aspetti più legati alla conduzione del cantiere: le sofferenze, la ricerca delle soluzioni pratiche, le tensioni con le imprese e il rapporto con gli operai, fino alla soddisfazione finale e il senso di straniamento che si prova al termine del cantiere. Parliamo di un mondo lontano anni luce dal nostro, dove si lavora con difficoltà pratiche inimmaginabili per noi occidentali; eppure non ho potuto evitare di riconoscere in quel racconto le stesse identiche forme di relazione umana che si instaurano in ogni cantiere, gli stessi legami affettivi che si sviluppano sul luogo “cantiere”; la sofferenza che si prova quando si ha la sensazione che i problemi non finiscano mai e la soddisfazione che arriva puntuale quando si cominciano ad apprezzare i progressi fisici (lo scavo, le fondazioni, le strutture, l’involucro esterno, ecc.).

Leggendo il diario ho dovuto rivedere alcuni dei miei pregiudizi; al tempo stesso ho trovato conferme in molte delle mie convinzioni.

Cominciamo dai pregiudizi.

Chi l’ha detto che un intervento umanitario, ancorché in una zona disagiata, in emergenza, priva delle risorse più elementari, non debba avere lo stesso identico livello di qualità che viene garantito in occidente?

Siamo così abituati a dare per scontato il disagio del Terzo Mondo che tendiamo a ritenere che qualunque aiuto, anche minimo, sia meglio di niente. L’idea di fondo è che dove le persone non hanno nulla, allora anche avere un qualcosa di malmesso, rotto o non completamente funzionante è sempre meglio di niente.

Con questa logica si accetta l’idea che un prodotto di natura umanitaria possa in qualche modo essere de-specificato rispetto ai normali livelli di qualità. Per chi non ha nulla, in fondo possono essere sufficienti anche gli scarti di produzione, o le attrezzature per noi obsolete.

Per chi rischia di morire di fame vanno bene anche i cibi scaduti.

Per chi non ha una casa dove vivere, in fondo una lamiera potrebbe essere più che sufficiente.

Non è così.

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La prima conseguenza di questo modo di pensare è che si preferiscono interventi a pioggia, poco risolutivi e che trasmettono un messaggio di ineluttabilità delle condizioni di disagio: “noi che siamo il ricco occidente siamo quelli buoni e disponibili a inviarti il nostro aiuto, ma non pretenderai mica di vivere nelle nostre stesse condizioni?”. Ogni aiuto è benvenuto purché si mantenga inalterata la gerarchia sociale tra noi, i ricchi e loro, i poveri del mondo.

La seconda conseguenza è la totale assenza di un volano sociale: una volta esaurito il flusso degli aiuti, si ferma tutto.

Certo, in quel tipo di economia, sapersi arrangiare con quello che si ha, è fondamentale anche solo per garantirsi la sopravvivenza, ma è una logica che non può è non deve funzionare quando l’obbiettivo è il miglioramento permanente delle condizioni di vita delle persone.

La logica dell’azione di Emergency ribalta la prospettiva. Se la salute è un diritto inalienabile dell’uomo questo diritto deve essere garantito per tutti gli esseri umani con gli stessi livelli di qualità ovunque: livelli di qualità comparabili con quelli occidentali.

Gli ospedali di Emergency impiegano i migliori medici del mondo (e formano le risorse locali in maniera da continuare a garantire quei livelli nel tempo), utilizzano le migliori attrezzature e realizzano strutture degne delle migliori cliniche europee.

Ma soprattutto fanno gli ospedali belli: scandalosamente belli!

E qui veniamo alle conferme.

Già perché l’approccio di Emergency entra a gamba tesa sul tema della funzione dell’Architettura.

L’architettura non salva le vite umane, a quello ci pensano i medici, e non è in grado da sola di modificare il mondo. Eppure l’architettura è un media, portatore di senso e significato; come tale è in grado di trasmettere il messaggio, di farsi essa stessa messaggio.

E il messaggio in questo caso è chiaro, un messaggio di speranza che dice: “Eccomi, sono qua, sono il meglio che ci sia al mondo. Non importa se sei ricco o sei povero, se sei maschio o sei femmina, se si mussulmano cristiano o ortodosso. Chiunque tu sia hai diritto a ricevere il meglio.”

E il meglio si riveste anche di architettura bella, sostenibile e al tempo stesso  moderna, senza cedere al vernacolare.


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Una lezione valida anche per noi che ci siamo nel tempo assuefatti al brutto delle periferie e alla loro malagestione; che finiamo per accogliere con rassegnazione interventi condotti sotto tono; che ci pare un miracolo quando le cose vengono fatte, anche se male, purché onestamente; che ci accontentiamo dell’anonimato.

Gli interventi di Emergency ci insegnano a non rassegnarci al peggio; ci insegnano a pretendere sempre e ovunque città sostenibili, vivibili, funzionanti e anche scandalosamente belle!

Nota: i virgolettati sono miei, le immagini sono tratte dalla pagina ufficiale di Emergency

Vancouver – Una delle città più vivibili al mondo

20 Luglio 2015

Vacouver è stata definita una delle città più vivibili al mondo.
Dal 2005 la citta compare sistematicamente ai primi posti nelle classifiche che analizzano la vivibilità della grandi città.
È partendo da questa semplice informazione che Jimmy Lippi Pinna e Renato De Blasio (con la collaborazione di Gianpaolo Capobianco per il sound design) hanno realizzato “Vancouver one of the most livable city” un documentario dedicato alla città Canadese, intervistando alcuni dei suoi abitanti e cercando di mettere a fuoco il perchè di questo risultato.
Il documentario è stato realizzato  in maniera molto efficace, come tesi di laurea per il corso di Video Design presso IED Roma Cinema e New Media, e contribuisce a mettere in discussione una serie di luoghi comuni sul concetto di vivibilità.


L’immaginario italiano di vivibilità ci porta infatti ad associare la vivibilità di una città alla sua dimensione urbana, alla scala edilizia ridotta e alla continuità tradizionale e culturale della città stessa.
È una forma di preconcetto difficile da mettere in discussione, soprattutto in Italia, e in genere nella vecchia Europa, dove la presenza diffusa di città storiche e storicizzate ci ha portato a idealizzarne il modello sociale; questa idealizzazione associata al malgoverno diffuso della città contemporanea ci ha portato progressivamente a polarizzare l’idea stessa di vivibilità.
Finiamo con l’assumere acriticamente l’assioma:
vivibile = città antica, piccola e tradizionale
contrapposto a
alienante = città moderna, grande e cosmopolita.
Si tratta di un assioma difficile da scardianre anche per dei modernisti come noi che siamo un “movimento per l’architettura contemporanea”.
Eppure Vancouver rientra a pieno titolo nella seconda categoria.
Si tratta di una città di quasi 3 milioni di abitanti (più o meno come Roma), il suo paesaggio urbano è decisamente ipermoderno con uno skyline diffuso di grattacieli, ed è una città che, a detta di uno degli stessi intervistati: “ha perso la sua anima”; è abitata da una moltitudine di etnie e popolazioni diverse, tale da non avere più una  sua identità sociale tradizionale.
Tutte caratteristiche che se lette sulla carta farebbero inorridire qualsiasi urbanista o gridare allo scandalo qualsiasi teorico della felicità.
Eppure è proprio la dimensione e la multiculturalità a rendere Vancouver una città dalle grandi possibilità; una città dove i singoli hanno l’opportunità di essere e sperimentare se stessi senza problemi e senza condizionamenti.

Vancouver appare semplicemente come una città efficiente e funzionante; non una città ideale, una città che ha i suoi problemi, anche gravi, comuni a tutte le metropoli, che non li nasconde ma (come si presume dal documentario) che riesce a conviverci gestendoli e contenendoli.

Una città in qualche maniera neutrale, dove non esiste genius loci ad indicare l’essere e il dover essere.
Un piccolo spunto di riflessione per i nostri amministratori e i nostri urbanisti alle volte talmente impegnati a salvaguardare il valore della tradizione da perdere di vista la vita e l’esistenza contemporanea.
Da vedere assolutamente.

Dignità Autonoma di Progettazione

16 Luglio 2015

E’ in scena a Roma in questi giorni DAdP – Dignità Autonome di Prostituzione, uno spettacolo fantasmagorico messo in scena da Luciano Melchionna su un format di Betta Cianchini e Luciano Melchionna. In questi giorni fino al 1° agosto, sono di scena a Roma a Cinecittà.

La formula si basa su un meccanismo semplice che risponde alla domanda: che valore dareste all’Arte?

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In base a questo semplice principio agli spettatori vengono consegnati 8 bei dollaroni (finti ovviamente) da spendere scegliendo tra gli oltre 40 attori che si propongono “prostituendosi” per convincerti ad andare con lui; lo spettatore sceglie l’attore che più lo ispira, insieme si spostano in un luogo separato dove l’attore svolgerà la sua prestazione, ma non prima di averne contrattato il giusto prezzo.

C’e da dire che la scelta è in qualche modo obbligata. Nella confusione (sarebbe appropriato dire nel casino) che si crea al momento della scelta, si rimane frastornati dalla diversità e dalla quantità di possibilità, delle quali in effetti si sa poco o nulla; si finisce per andare con il primo che capita o, (come avviene anche nella realtà) con quello che si conosce (il solito amico) oppure con quello che ti suggerisce chi ha già visto lo spettacolo (il solito passaparola).

Daltronde anche con gli architetti succede così, se non sei un’Archistar la maggior parte degli incarichi avvengono tramite gli amici e gli amici degli amici.

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Al momento della contrattazione sei costretto ad attribuire un valore al buio, senza sapere se la prestazione che riceverai sarà adeguata alle tue esigenze ed aspettative. Poco importa, perche in quel momento l’attore è li per te, ti sta offrendo il suo tempo e le sue capacità ed è giusto riconoscergli qualcosa anche solo per questo tempo perso; lui ti sta dedicando alcuni minuti della sua esistenza e lo sta facendo al massimo delle sue capacità; siete insieme in un ritaglio di mondo (tu lui e altri quattro sgangherati che è riuscito a raccogliere per strada); che valore daresti a questo ritaglio di vita?

Alla fine ci si rende conto che nessun attore va mai sotto il “minimo sindacale” (se volete scoprire quanto è, andate a vedere lo spettacolo). Se la prestazione sarà particolarmente gradita si fa sempre a tempo a dare qualcosa in più dopo……

Non è così che funziona anche nella professione? L’architetto non si ritrova a lavorare per clienti che non sanno nulla delle loro effettive capacità (al massimo un sentito dire….) e non è così che dovrebbe essere? che la prestazione del professionista dovrebbe essere pagata sempre e comunque, almeno un minimo?

Qui ci sta bene l’Art. 36 della costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”

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Lo spettacolo finisce in una grande baraonda collettiva all’interno di un tendone da circo, dove attori e spettatori si ritrovano insieme mischiati, mentre al centro si alternano cantanti, musicisti, pagliacci, ospiti e comparse; si finisce con il non sapere più qual è la nostra parte della scena; siamo noi ad applaudire loro oppure sono loro che applaudono noi? infatti alla fine dello spettacolo i “performers” se ne vanno all’improvviso lasciando gli spettatori soli nel bel mezzo della scena, tanto che ti viene il dubbio che sia venuto il tuo momento per salire sul palco. Invece no, in effetti è solo il momento di andarsene, non prima di avere salutato tutti all’uscita, da buoni fratelli e compagni di viaggio.

L’arte si paga, le cose che hanno un valore si pagano, la vita stessa si paga perchè è un valore. Questi saltimbanchi che si svendono al migliore offerente ce lo ricordano con allegra malinconia.

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