Architettura bella e buona!

8 dicembre 2015

L’architettura riscatterà le debolezze degli uomini che l’hanno realizzata attraverso gli occhi degli uomini che la useranno.
“Gli ideali sono pacifici; la storia è violenta.”
Sono le parole del sergente Don “Wardaddy” Collier, in Fury, interpretato da Brad Pitt.
Trovo che sia un’ottima sintesi per definire la differenza che passa tra l’architettura immaginata, quella ideale, e l’architettura realizzata.
Parafrasando: L’architettura ideale è pacifica, quella realizzata è violenta.

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Mi ricordo delle bellissime revisioni dell’allora assistente di Composizione I, Orazio Carpenzano, quando insegnava che “l’Architettura è una guerra” (in realtà io seguivo l’ottimo Efisio Pitzalis che non era da meno, ma questa suggestione mi è sempre rimasta in testa).
Non occorre scomodare Lebbeus Wood per riconoscere come la realizzazione di un’opera sia un continuo estenuante conflitto tra bande rivali, ognuna con i propri interessi, ognuna pronta a ricavare il suo massimo profitto (culturale ed economico) dalla realizzazione dell’opera.
Nel mezzo l’architetto che, più che un contendente assomiglia ad un Casco Blu in missione umanitaria, sempre sotto tiro, vincolato da regole di ingaggio inapplicabili, spesso costretto a defilarsi quando la situazione diventa insostenibile.
L’Architettura che viene realizzata subisce quindi un processo di deterioramento. Man mano che l’opera si costruisce, gli attori che ne consentono la realizzazione ne trasformano l’idea iniziale.

Si comincia dai committenti (a buon diritto direi ma sempre elemento di distorsione dell’idea iniziale) che possono essere pubblici o privati, per passare dai consulenti impiantisti (che dovrebbero essere parte della soluzione ma più spesso non  lo sono) e strutturali, le indagini ambientali e le prove geognostiche, poi ci sono gli enti che autorizzano l’opera, il comune, la asl, la provincia, la regione, i vigili del fuoco, l’ente ferrovie, l’autorità di bacino, l’ENAV, l’UTIF, le soprintendenze, l’ARPA, il SUAP, a cui si presentano le autorizzazioni, il PdC, la DIA, la Scia, la VIA, l’AUA, l’AIA, lo screening, la caratterizzazione del sito, il NOPS e il CPI, eccetera, c’è la partecipazione, quindi le imprese che realizzano, i vicini che protestano (quando si tratta di interventi privati), i comitati di quartiere che si riuniscono (se si tratta di grossi interventi), i vigili urbani, i fornitori che non hanno quel prodotto, le varianti migliorative, il geologo che modifica le fondazioni, l’archeologo che ritrova i reperti, le commissioni di valutazione, gli ispettori del lavoro, le norme di sicurezza, quelle di tutela dell’ambiente, gli scavi e le discariche, il collaudo, la chiusura dei lavori, il catasto la richiesta e l’ottenimento dell’agibilità…. e mi sono sicuramente scordato qualcosa…… sempre che nel frattempo non sia stata modificata la norma…..

Alla fine è raro che il progettista si possa riconoscere appieno in quanto realizzato; quando succede, è perché sin dall’inizio il progettista è stato talmente bravo da tenere conto di tutti gli agenti esterni che avrebbero potuto modificarne la realizzazione, oppure se ne è infischiato allegramente (ha potuto farlo, qualcuno glielo ha concesso); nei casi più estremi ha avuto una grande botta di culo.

Lasciamo perdere la dea Fortuna, per avere il pieno controllo di un’opera dall’inizio alla fine del processo costruttivo i casi sono due; l’opera è molto limitata oppure si accetta di frammentare le competenze necessarie rinunciando al completo controllo del progetto.

Glenn Murkutt, ha fatto una scelta radicale verso la limitazione dell’impegno dedicandosi quasi esclusivamente alle ville monofamiliari (in Australia, nel deserto) e rifiutando incarichi a cui non poteva dedicare un tempo adeguato; ha vinto il Pritzker Prize, ma quanto è ripetibile il suo modello su vasta scala? per la seconda scelta occorrono gruppi di lavoro complessi o studi di progettazione molto grandi.

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

Riprendendo la citazione iniziale quindi è evidente che l’opera di architettura esprime una sua forza ideale (una forza ideale paragonabile al desiderio di pace) ma che nella sua messa in opera subisce un processo di distruzione, a tratti anche molto violento, come la guerra.

L’architettura realizzata è il risultato di infiniti compromessi; l’architettura realizzata è corrotta. Possiamo litigare a volontà per decidere se questo sia un fatto positivo oppure negativo, ma non possiamo non riconoscere che è così.
Questo deterioramento è fortemente traumatico; per l’architetto, ma anche per la città: una guerra, appunto e anche molto violenta!

Da una parte l’architettura è una rappresentazione imperfetta dell’idea che aveva in mente il progettista, una metafora incompleta dell’idea iniziale; dall’altra il suo inserimento nel contesto urbano non può che essere un momento di discontinuità, una rottura; e questo vale anche nei casi più spinti di mimetizzazione urbana, dove a mio parere la mimetizzazione di tecniche e forme costruttive non è che una pura illusione; una plastica facciale al botulino spesso più deformante delle rughe che si vogliono mascherare; questa però è un’altra storia.
Con il passare del tempo il processo di idealizzazione porta l’architettura realizzata a riconquistare una forma di purezza ideale. La patina del tempo agisce come un detergente sull’idea che abbiamo di quell’opera, ne lava la sporcizia iniziale idealizzandola; con il tempo l’opera del passato riconquista la sua purezza originale oppure gliene viene attribuita una nuova determinata dal filtro del tempo o dal legame affettivo che si sviluppa tra gli abitanti della città e l’opera stessa.
Il velo del tempo non è una patina, piuttosto una spazzola che rimuove le incrostazioni, corregge le storture che risiedono principalmente negli occhi dell’osservatore. Più l’osservazione si allontana nel tempo, più le opere appaiono nella loro essenza.
Man mano che il tempo passa molti degli aspetti pratici che hanno concorso alla realizzazione dell’opera passano in secondo piano fino a diventare ininfluenti a determinare il valore oggettivo dell’opera. Spesso sono proprio quelle storture a determinarne il valore.

Se è così possiamo rendere la questione un poco meno aulica e scendere più terra terra.

Esistono una serie di aspetti pratici e concreti che concorrono alla determinazione della forma architettonica, che incidono profondamente nella loro accettazione o nel loro rifiuto da parte della società. Questi aspetti, visti in una dimensione temporale più ampia perdono di significato.
I valori di moralità, legalità o di economicità della costruzione dell’architettura si perdono per strada.
Qui veniamo al tema di fondo di questo articolo.
In che misura il giudizio morale di un’opera di architettura influenza il giudizio estetico?
O meglio:

è lecito attribuire all’architettura i difetti morali delle persone che hanno concorso alla sua realizzazione?

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Facciamo alcuni esempi.

Può capitare che i difetti di realizzazione finiscano per dare significato e valore all’opera, in senso letterale. Chi si lamenta oggi del fatto che laTorre di Pisa ha degli evidenti problemi statici?Quanto influisce oggi sapere se un’opera antica è costata troppo, o se la sua realizzazione è stata fatta nel rispetto delle norme?

Quanto sono costate le piramidi? E la basilica di San Pietro?

Quanto hanno dovuto pagare i Trinitari per San Carlo alle Quattro fontane?

Il valore culturale e artistico del Mausoleo delle Fosse Ardeatine sarebbe diverso se venissimo a sapere quanto è costato?

Allo stesso modo in un’opera antica non ci scandalizzano i ritardi nella sua realizzazione.
Ci interessa forse sapere se la Torre Eiffel è stata consegnata in tempo per l’inaugurazione dell’EXPO?

D’altra parte il Duomo di Milano è stato completato nell’arco di più di mezzo millennio, eppure questo non ce lo rende meno significativo.
Risulta agli atti che opere che oggi sono ritenute capolavori non siano mai state completate: il Duomo di Siena ne è un eccellente esempio.

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Sappiamo che Borromini fosse molto attento ai costi delle sue opere, cambia qualcosa?

Un’altra categoria che scandalizza molto l’osservatore contemporaneo è quella delle varianti in corso d’opera; l’idea che un progetto possa avere subito varianti significative nel corso della realizzazione è considerato dai contemporanei come un reato grave. Eppure la pratica dell’architettura è in larga parte una fatto empirico, pragmatico, una continua ricerca di soluzioni pratiche a problemi concreti, per cui pensare di realizzare un’opera, in un arco di tempo che si estende attraverso svariati anni, senza ipotizzare nemmeno una modifica è semplicemente utopistico, forse persino stupido.

Eppure non siamo così sconvolti dall’apprendere che la Mole Antonelliana non ha minimamente rispettato il progetto originario. Antonelli era noto per fare saltare i nervi ai propri committenti per le continue varianti e per lo scarso controllo dei costi. Oggi la Mole è il monumento simbolo di Torino.

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Non parliamo poi di Novocomum per il quale la leggenda narra che il progetto presentato alla Commissione edilizia fosse radicalmente diverso da quello che fu poi realizzato. Un autentico abuso edilizio.
Che dire di San Pietro il cui nome è indissolubilmente sinonimo di cantiere sempre aperto con connotazioni “fraudolente e truffaldine”? Un cantiere aperto alle continue varianti e alle aggiunte fatte dai Capi Mastri assunti di volta in volta dopo Bramante (Michelangelo, Maderno, Bernini, ecc.).

Allarghiamo il discorso. Vogliamo parlare di sicurezza?
È poi così importante sapere quanti morti o infortuni sul lavoro ci sono stati per costruire un monumento antico? Quanto sarebbe importante sapere se per la cupola di Santa Maria del Fiore hanno rispettato le norme di sicurezza?
Il fatto che gli edifici costruiti a cavallo del ventennio crollassero, oggi non ci procura alcun fastidio; anzi molto spesso si guarda a quell’epoca come un riferimento di qualità architettonica “diffusa”.

… e se il problema fosse di corruzione?

Quanto saremmo disturbati dal conoscere il livello di corruzione delle istituzioni che hanno realizzato un’opera di architettura?
Per realizzare l’EUR sono state pagate mazzette? I terreni individuati per lo sviluppo urbanistico sono stati scelti per favorire qualche speculatore terriero?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

sarebbe curioso scoprire che i realizzatori dell’acropoli non disdegnavano di intascarsi il denaro destinato alla realizzazione del Partenone

… o di speculazione edilizia?

Che cosa toglie alla piacevolezza delle piazze reali parigine il fatto che fossero frutto di bieca speculazione edilizia?

Vogliamo parlare degli sventramenti napoletani avviati per risanare la città dopo l’epidemia di colera?

Infine quanto incide il giudizio morale o la semplice simpatia personale del professionista? quanto è influente è l’integrità morale di chi ne ha consentito la realizzazione.

Il fatto che Le Corbusier avesse simpatie fasciste rende meno importanti le sue opere o il suo pensiero architettonico? è abbastanza evidente che per realizzare opere di grandi dimensioni ci vuole un commitente con grandi risorse, qundi di norma, capi di stato, monarchi, papi, dittatori, grandi speculatori. A meno che non si voglia relegare la storia dell’architettura a villette monofamiliari, la storia dell’architettura si è sempre fatta attraverso il potere economico e sociale.

Parlando di simpatia sembrerebbe che Leon Battista Alberti stesse antipatico a Vasari? e Brunelleschi litigava in continuazione con il Ghiberti e con le maestranze di cantiere, non doveva avere proprio un bel carattere.

Per valutare un’opera di architettura quanto conta la simpatia dell’architetto?

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Insomma, concludiamo.
La realizzazione delle opere di architettura non è mai un percorso lineare.
A ben guardare si potrebbe sostenere il contrario. Proprio le opere più controverse, quelle che in qualche modo risultano più contrastanti, sono le opere che oggi siamo portati ad ammirare quelle a cui attribuiamo maggiore valore.
La prospettiva storica delle opere ci induce a dimenticare (o soprassedere) sugli aspetti più spiacevoli che stanno dietro alle opere storiche; per le quali siamo portati ad avere un giudizio idealizzato.
Ma se è così come ci dobbiamo comportare nei confronti delle opere contemporanee?
Dobbiamo disporci ad accettare opere controverse come la nuvola di Fuksas? Dobbiamo forse sospendere il giudizio sulle opere di Casamonti? Dobbiamo evitare di pensare al sistema di corruzione che si è sviluppato dietro EXPO quando esprimiamo un giudizio sul Padiglione Italia?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Ovviamente non è così.

Non ci possiamo permettere di accettare che le opere possano essere realizzate male, senza controllo dei costi, dei tempi, delle varianti; non possiamo accettare che la scelta di progettisti e imprese appaltatrici avvenga secondo criteri clientelari e in assenza di criteri minimi di trasparenza.

Possiamo però sospendere il giudizio estetico sulle stesse opere; possimao distinguere l’oggetto della nostra valutazione e esprimere opinioni che prescindano dai meccanismi “tossici” che ne hanno consentito la realizzazione.

Possiamo quindi pensare ed accettare che un’architettura “cattiva” possa tuttavia essere anche bella?

Oppure no?

Il Cupolone, simbolo indiscusso della Roma Cristiana, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità

Il Cupolone, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità Romana

Credits

L’immagine del disegno di Lebbeus Wood è tratta da:

Lebbeus Woods – A Visionary Architect

La foto di Casa Marika-Alderton di Glenn Murkutt è tratta da

https://es.wikipedia.org/wiki/Glenn_Murcutt:

Tutte le altre foto sono di Giulio Paolo Calcaprina e Giulio Pascali


7 Commenti a “Architettura bella e buona!”

  1. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro Giulio, nella tua dissertazione hai tralasciato un dato fondamentale per un confronto sereno: mentre prima la ridotta tecnologia limitava al solo architetto, coadiuvato da qualche capomastro, la conoscenza/concezione dell’opera (penso a Brunelleschi, Michelangelo e a tutti gli architetti fino a poco tempo fa) ora la realizzazione dell’architettura è una azione corale.
    Perciò oggidì, la buona architettura la riesce a fare chi riesce a comporre e gestire buone squadre, come lo studio Renzo Piano, per esempio.
    Al contrario si rischiano opere fuori controllo, come la “nubbe de’ fero”, che tu, giustamente, hai riportato in foto.
    Probabilmente questo si riverserà anche nella qualità media dell’architettura, perché è più difficile avere soluzioni originali con i gruppi di lavoro (salvo meravigliose eccezioni).
    Che ne dici?
    Sono un po’ andato per la tangente, rispetto al tema centrale del tuo articolo. Tuttavia credo che questo sia che non è possibile tralasciare.
    L’opera contemporanea, in generale, forse è destinata ad essere meno rappresentativa e più “funzionale” proprio per questa diversa modalità del concepimento.

  2. Giulio Pascali scrive:

    Condivido pienamente la tua osservazione che ho accennato nella parte iniziale del testo:
    “… è raro che il progettista si possa riconoscere appieno in quanto realizzato; quando succede, è perché sin dall’inizio il progettista è stato talmente bravo da tenere conto di tutti gli agenti esterni che avrebbero potuto modificarne la realizzazione, oppure se ne è infischiato allegramente (ha potuto farlo, qualcuno glielo ha concesso); nei casi più estremi ha avuto una grande botta di culo.
    (…)
    per avere il pieno controllo di un’opera dall’inizio alla fine del processo costruttivo i casi sono due; l’opera è molto limitata oppure si accetta di frammentare le competenze necessarie rinunciando al completo controllo del progetto.”
    Non sono sicuro che ai bei tempi fosse diverso, i cantieri erano sicuramente più semplici ma anche le tecnologie per controllarli erano molto più elementari. Tutti abbiamo studiato le vicissitudini di Brunelleschi per gestire la realizzazione della cupola. Non a caso la sua opera segna uno spartiacque tra il mondo antico e il mondo moderno; nella pratica comune quanto erano autonomi i progettisti rispetto ai capimastri legati alle confraternite dei manovali?
    Comunque ammettendo che oggi la situazione sia molto più complessa, questo dovrebbe indurci ad essere molto più indulgenti nei confronti del singolo progettista e delle sue responsabilità.
    Al contrario, quello che cerco di sostenere è proprio il fatto che le opere hanno una loro vita ed esistenza che sono nettamente separate dal loro autore.
    Preciò se da una parte occorre contrastare l’atteggiamento che assumono spesso molte archistar, dall’altra, per coerenza, bisogna smetterla di attribuirgli ogni male legato all’opera

  3. Daniela Maruotti scrive:

    Il giudizio estetico, come quello morale e tutte le forme di giudizio, è legato a molti fattori variabili che, come giustamente dici, nel tempo possono non avere più rilevanza o al contrario assumerla.
    Mi spiego con un esempio e rilancio: perché le Piramidi ci lasciano stupefatti? E’ perché è geometria pura o/e perché sappiamo che grondano il sudore se non il sangue di innumerevoli schiavi che fisicamente le hanno costruite? Il mio giudizio “estetico” sarebbe lo stesso senza la componente etica e storica di “giudizio” di donna libera del III millennio d.C.?
    Il tema è complesso, interessante e, permettimi, filosofico e non certo terra terra!
    Personalmente credo che la valutazione di un’opera d’Arte debba essere rispetto a ciò che trasmette del genio umano nella sua evoluzione all’intera umanità nel tempo e certamente a prescindere ma, non in modo scisso dalla conoscenza e coscienza della realtà storica; tornando all’esempio, oggi alle nostre latitudini non c’è la schiavitù ed è stata una importante conquista sociale così io non sospendo il giudizio, anzi, il mio “metro” entra nella mia valutazione profonda. Il valore aggiunto delle tombe dei faraoni non è forse, intimamente, proprio la libertà dell’uomo rispetto ad una condizione di schiavitù?
    Per rispondere alla tua ultima domanda mi riallaccio all’inizio dell’articolo che, pur affascinante ed emblematico, mi trova in totale disaccordo: l’idea di una guerra di una idea pura iniziale corrotta dalla realtà è, secondo me, fuorviante ed una trappola mortale perché, non solo non c’è niente di più equilibrato delle varianti in corso d’opera, come ben sottolinei ma, quale costruzione utile si avrebbe senza il confronto e “l’aggiustamento” continuo rispetto a reali esigenze? L’architettura è sintesi è un processo entusiasmante e vitale proprio perché si alimenta della concretezza ed è sempre anello di congiunzione sul campo dove il problema reale è occasione d’ingegno e progresso..eureka!
    La vera bellezza, secondo me, è questa e nel tempo arricchisce l’umanità intera.

  4. Pietro da Roma scrive:

    Il tema è interessante. E gli esempi portati sono divertenti. Immaginare gli architetti dell’epoca contestare, come a volte capita a noi, il Sistema degli incarichi della fabbrica di San Pietro, in cui “lavoravano sempre gli stessi”, risulta buffo.
    Il tempo cancella tutti gli elementi di contorno, e alla lunga rimane l’opera, l’edificio nelle sue parti essenziali. Non esistono buoni e cattivi. La differenza fra Bernini e Borromini perde ormai ogni connotazione morale e viene derubricata a semplice competizione.
    Conta solo l’essere riusciti o meno a incidere sulla realtà, sul paesaggio, sul mondo oppure essere rimasti ai margini. Il tempo è impietoso, perché cancella la corruzione, il malaffare, le tangenti, il clientelismo, trasformandolo tuttalpiù in aneddotica. Il tempo è immorale, perché darà ragione a Fucksas, con la sua costosissima e infinita nuvola, darà ragione anche a Molé, prima o poi, quando il suo Padiglione Italia troverà una destinazione d’uso e finalmente se ne apprezzerà la pura forma, aldilà di tutto ciò che ha alle spalle.
    L’architettura é sempre in qualche modo sporca. Quella con la A maiuscola é sporca nel suo rapporto con il potere che rappresenta. Quella che si distacca dal potere si sporca nel rapporto con gli interessi umani, l’avidità, la tirchieria, la fretta, le principali cause dell’abbassamento della qualità in corso d’opera.
    La poesia viene dopo, quando tutto appare ormai pulito, prima é solo lotta, per portare a dama più pedine possibili nella stessa partita…

  5. Giulio Pascali scrive:

    @pietro
    con meno parole delle mie hai sintetizzato bene il senso del mio articolo…..

  6. Giulio Pascali scrive:

    @daniela
    il tema in effetti è molto più complesso.
    è difficile dire con oggettiva certezza cosa rende determinate opere più meritevoli di essere giudicate belle.
    Più che di bellezza Io preferisco parlare di attribuzione di valore.
    L’antichità di un’opera per la cultura occidentale è diventata essa stessa un fatto di valore. Ce ne accorgiamo ogni giorno, quando qualsiasi opera che abbia superato i cinquantanni di età diventa automaticamente oggetto di conservazione. Anche quando quell’opera non ha particolari rilevanze estetiche o addirittura viene universalmente riconosciuta come brutta, se riesce a superare indenne un certo numero di anni, automaticamente ci saranno parti sempre più consistenti di cittadini che ne promuoveranno la conservazione.
    Quello che tendiamo a preservare è il nostro rapporto emotivo di cui le opere si caricano. Logicamente più un’opera è antica, più questa ha avuto modo di caricarsi delle storie delle persone che l’hanno utilizzata.
    L’aspetto estetico aiuta certamente, ma non basta.
    I rivoluzionari francesi demolirono la Bastiglia, simbolo del potere Reale deposto. Nelle repubbliche ex sovietiche si sono abbattuti i monumenti a Stalin un po’ ovunque, ecc.
    Ancora oggi assistiamo alle devastazioni di Talebani e Isis ai danni di opere millenarie; con grande dispiacere dell’occidente che vede in quelle opere un valore da preservare.
    Però in tutti questi casi quello che emerge non è la moralità di chi ha costruito le opere, quanto la rappresentazione simbolica del valore che è stato attribuito alle opere stesse nel corso degli anni.
    In questo entrano in gioco la grandiosità delle opere, la loro estetica (specie se rappresentativa di un epoca), i fatti e gli avvenimenti che vi si sono svolti, l’influenza che quelle opere hanno avuto sulle opere successive, ecc.
    In tutti questi casi si può parlare di etica dell’Architettura (contrapporta all’etica dell’architetto) ed è a questa che possiamo legare un valore estetico.
    Questo corollario sarà oggetto di un prossimo post….

  7. vilma torselli scrive:

    ”Ogni nuova realtà estetica ridefinisce la realtà etica dell’uomo. Giacché l’estetica è la madre dell’etica. Le categorie di buono e cattivo sono, in primo luogo e soprattutto, categorie estetiche che precedono le categorie del bene e del male… “ (discorso di Iosif Brodskij in occasione dell’assegnazione del Nobel per la letteratura, 1987). Penso che queste parole esprimano un concetto generale applicabile anche all’architettura.
    Concordo con Daniela quando dice che “quello che emerge non è la moralità di chi ha costruito le opere, quanto la rappresentazione simbolica del valore che è stato attribuito alle opere stesse nel corso degli anni” e visto che sono in vena di citazioni, mi piace ricordare Ernst Gombrich per una sua definizione che, cambiando il termine ‘arte’ con quello di ‘architettura’, esprime proprio questo concetto:”Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Non c’è alcun male a definire arte tutte codeste attività, purché si tenga presente che questa parola può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo, e ci si renda conto che non esiste l’Arte con la A maiuscola …..”.
    Non esiste neanche l’architettura con la A maiuscola.

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