Non è un paese per architetti (giovani)

19 settembre 2015

Mentre cammino sotto i portici di via Altinate, rimbalzano tra le pareti della mia calotta cranica le notizie lette in questi giorni nel corso delle mie ricerche sulla disoccupazione giovanile a Padova. Lo scenario appare inquietante: la percentuale di giovani disoccupati è oltre il 32%, triste primato regionale. Cammino e incrocio ragazzi con borse a tracolla, piene di libri, che a passo spedito si avviano verso la zona universitaria del Portello; spediti e sereni, lo si vede.

Ci troviamo in via Altinate, al Centro San Gaetano, vado lì di solito”

Facciamo pure alle dieci, con calma, tanto non ho nulla da fare”

Però metti un nome inventato, capito?”

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Arrivo al Centro San Gaetano e in attesa di Andrea (eccolo il nome inventato, la scelta non è stata per nulla facile: Google – nome più diffuso in Italia – Andrea) ordino un caffè al bar di fronte. Mentre sorseggio sfoglio il giornale con in prima pagina la notizia del suicidio di un ragazzo di 23 anni nel Trevigiano. Proprio oggi. Il quotidiano dà per scontata la causa scatenante il drammatico gesto: l’assenza di lavoro. Resta sempre difficile da credere e talvolta si ha, anzi, l’impressione che si speculi un pochino sulla crisi, che questa “venda” perché capro espiatorio, perché attenuante per gli insuccessi della vita di chi legge o ascolta la notizia. Ma è solo un’impressione, appunto, per questo ho deciso di intervistare un mio amico che al momento è disoccupato, per provare a capire. Andrea ha 29 anni, è di Padova, è alto, capelli e occhi neri, si è laureato da più di due anni in architettura e ha passato il primo anno post laurea tra esame di stato e uno stage in Spagna, in uno studio professionale. È tornato in Italia e da un anno è alla ricerca di lavoro nel suo campo.

Eccolo che arriva.

“Dove me la vuoi fare questa intervista, giornalista?” sorride ironicamente, venendomi incontro. Come posso biasimarlo, dalla mia pelle trasuda dilettantismo.

“Dove vuoi, fa lo stesso”

“Allora vieni con me, volevi vedere come passo la giornata, giusto? La biblioteca è al secondo piano”

Entriamo nell’edificio e do un’occhiata in giro: al piano terra ci sono un ristorante, un’aula studio e una corte interna splendidamente illuminata, tramite la copertura in vetro, da luce naturale. Prendiamo gli ascensori nuovi di zecca e saliamo al secondo piano.

“Vengo qui perché c’è internet libero, così posso collegarmi e inviare curriculum stando fuori casa. A star chiuso in appartamento tutto il giorno impazzirei altrimenti”, mi dice Andrea con la voce un po’ più bassa. “Mi piace, è un ambiente accogliente”.

Accediamo allo spazio a ferro di cavallo della biblioteca. Ci sediamo a uno dei tavolini in prossimità della vetrata che dà sulla luminosa corte dove stanno sistemando le sedie per una conferenza. È un posto confortevole, c’è quell’atmosfera di calma e pace che le biblioteche sanno trasmettere. Andrea cerca la presa, sotto il tavolino.

“Dammi un attimo, ci sono. Ti faccio leggere la mail che mi è arrivata oggi, così cominci a farti un’idea.”

Caro Andrea, grazie per averci scritto e per averci inviato i tuoi dati, che conserveremo.
Purtroppo siamo uno studio molto giovane e non potremmo offrirti quello che meriti, cioè una retribuzione appropriata. In bocca al lupo per tutto,
Antonella

“Eccola qui la mail tipo: non possiamo pagare. Tanti propongono collaborazioni gratuite, altri ancora tirocini post laurea, ma io son laureato da 2 anni. Però ricevo sempre complimenti nelle mail di risposta. Ho fatto un bel percorso, mi dicono, un percorso della Madonna”. Sorride ironicamente, Andrea.

Cominciamo. Come va la ricerca di lavoro?

Difficile, tremendamente difficile. Sembra che nessuno abbia più i soldi per pagare uno stipendio, non dico da 1000, ma nemmeno da 500 euro al mese. Da quando ho cominciato la ricerca di lavoro in Italia, dopo l’esperienza spagnola, è stato un vero calvario. Ho inviato inizialmente mail a tutti, ma proprio tutti, gli studi di architettura a Padova. Ho preparato un bel curriculum aggiornato e il portfolio coi lavori realizzati. Risultato? Zero assoluto! Mi sono presentato anche fisicamente in alcuni studi perché mi avevano suggerito potesse funzionare ma non è servito a nulla. Dopo Padova ho inviato cv in altre città italiane, partendo da quelle vicine, come Verona, Mestre e Treviso, e finendo a Catania e Palermo.

Qualche risposta?

Dopo un bel po’, da Bologna, uno studio giovane, con ragazzi simpatici e collaboratori internazionali. Bell’ambiente, mi proponevano una collaborazione per la partecipare ad un concorso di architettura: in caso di vittoria avremmo diviso il premio e lavorato assieme al progetto. Ho accettato, più per la voglia di ampliare la mia esperienza che per la speranza in sé di vincere il concorso. Ho guadagnato zero euro e il viaggio in treno era di 3 ore tra andata e ritorno, ogni giorno, ma ho accettato. L’esperienza è stata sicuramente positiva ma, terminato il concorso, è terminata anche la collaborazione.

Il concorso com’è andato?

Niente, non abbiamo vinto.

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E poi?

Poi continua la ricerca, sempre più faticosa, perché le possibilità, dopo che hai già sparato revolverate di cv, si restringono. Ho cominciato a cercare anche lavoretti part-time per mantenermi. Ho dovuto fare un cv apposta: se vedono che sei laureato non ti considerano per certi lavori e comunque cercano gente con esperienza dappertutto: c’è talmente fame di lavoro e le aziende hanno talmente tanta scelta nel grande serbatoio della disoccupazione, che possono permettersi di selezionare il meglio. Per fortuna, però, in quel periodo un mio amico gestiva una bancarella in un festival e mi ha chiesto una mano: 40 euro a sera, più di quanto avessi guadagnato fino ad allora con l’architettura.

Continua pure…

In quel periodo ricevo una risposta da uno studio di Varese. Ci vado. 70 euro di treno tra andata e ritorno, 4 ore di viaggio con cambio a Milano dove, oltre al treno, cambio pure d’abito, nei bagni della Centrale di Milano. Il colloquio va alla grande, la tipa a capo dello studio mi dice che gli piaccio e che non le dispiacerebbe affatto lavorare con me. Mi parla di stipendio, mi parla di assunzione e non di partita Iva: incredibile! Tutta questa positività viene spenta però verso la fine del colloquio, quando mi spiega quanto sia difficile il periodo e di come lo studio sia passato da 20 a 7 dipendenti, negli ultimi tempi. Mi fa capire che il tutto è comunque vincolato a un lavoro importante che dovrebbe venir loro commissionato.

E il lavoro non arriva…

Esatto, quindi tanti saluti. Passa l’estate e fortunatamente, grazie a un amico, trovo un posto da magazziniere all’Ibs (libreria, nda), 1000 euro per un mese, pagamento con voucher e puntuale, una boccata d’ossigeno. All’Ibs c’era gente laureata, gente con dottorato alle spalle e tutti disperatamente aggrappati a questo breve lavoretto, uno spaccato terribile di Italia. Si era creata una sorta di solidarietà tra noi, accomunati da questo strano destino.

Non pensavo fosse così complicata la situazione.

Lavorare come architetto è un lusso, ormai. Un mio amico è stato preso in prova in uno studio: 4 mesi a zero euro. Dopo questo periodo, se a loro andrà bene, gli aumenteranno lo stipendio a 500 euro al mese. 500 al mese per un lavoro che comporta responsabilità, che comporta il dover stare a lavorare spesso più delle 8 ore canoniche, che comporta conoscenze tecniche, cultura storico-architettonica, che comporta saper usare minimo 4 o 5 software per lo sviluppo e la presentazione del progetto. Io comincio a pensare che questi studi ne approfittino: cavalcano come dei surfisti l’onda della crisi per non pagare. Hanno un serbatoio immenso di giovani architetti neolaureati a cui possono far fare tirocini gratuiti, senza che nessuno dica nulla. Li usano a rotazione: quando finisce il periodo di tirocinio, dentro gente nuova, carne fresca. E non è possibile ribellarsi a questa situazione perché tanto ci sarà sempre dietro di te qualcuno pronto ad accettare le condizioni imposte dai datori di lavoro. È un meccanismo asfissiante.

E all’estero?

Ci penso, come no. Ma servono tanti soldi e poi se uno si muove verso città come Londra o Parigi la competizione è fortissima e non è affatto facile. E poi io ora voglio vivere qui, perché è il mio Paese. Io continuo a sperare di trovar qualcosa in Italia.

È arrivata l’ora di pranzo. Ci alziamo dal tavolo e vedo Andrea rovistare nello zaino e prendere un sacchetto con dentro dei panini fatti in casa. Usciamo dalla biblioteca.

“Andiamo ai Giardini dell’Arena a mangiare, son due minuti da qui, tagliando per via Giulio”, dice Andrea.

Arrivati al parco ci sediamo su una panchina.

“Ecco la mia giornata, panini col salame e 7-8 ore al giorno in biblioteca a mandare curriculum”, riprende Andrea con un sorriso amaro.

“ Lo schermo del pc diventa come una finestra su un mondo nel quale mi immergo totalmente, è come se la realtà circostante fosse lontana. Perché mentre invio le mail mi si attivano meccanismi mentali che non son facili da gestire, meccanismi negativi il più delle volte. Passo tanto tempo sul pc perché comunque, se facessi altro, mi sentirei in colpa. Cercare lavoro è più faticoso di lavorare, senti maggiormente lo scorrere del tempo.

I tuoi amici lavorano?

Qualcuno sta cercando come me, qualcuno invece se n’è andato all’estero e qualcuno, ovviamente, lavora. Non li vedo affatto soddisfatti però, mi raccontano di rapporti professionali con la partita Iva, mi parlano delle poche tutele, mi parlano di quanto poco guadagnano e di che bassa pensione riceveranno.

Com’è il rapporto con gli amici che lavorano, ti pesa il fatto di non lavorare?

Posso raccontarmi tutte le storie del mondo ma quando rivedo un amico che mi chiede come mi stia andando, mi coglie una brutta sensazione. Un misto tra imbarazzo e vergogna, un giustificare il fatto di non avere ancora un lavoro, a differenza sua. Qui in Veneto, a torto o a ragione, mi pare che il lavoro sia una religione, un credo, e il fatto di non averlo ti porta a guardare qualche volta a te stesso come a una persona che ha un qualcosa in meno rispetto alle esigenze della società. Un menomato sociale.

E la tua famiglia? Come vive questa situazione?

Il fatto di riuscire a star fuori di casa, in qualche maniera, dà sollievo a un’atmosfera che altrimenti sarebbe pesante. Certe volte mi sento in colpa nei loro confronti, per tutti i soldi che hanno investito per farmi studiare, però non ci posso fare nulla. Loro comunque rimangono un appoggio fondamentale

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Pensi di avere delle responsabilità per questa tua situazione?

Certe volte penso che sia colpa mia, che avrei dovuto avere più fame, certe, invece, penso di aver sbagliato qualcosa nel mio percorso. Forse ad andare in Spagna, forse avrei dovuto cominciare a cercare subito lavoro qui. Certi altri giorni invece mi dico che quella esperienza mi ha dato tanto sotto il profilo umano e anche professionale, quindi no, non ho sbagliato. Dipende.

Finito il panino ci fumiamo una sigaretta, in silenzio, e ci incamminiamo per ritornare alla biblioteca. Lo seguo un mezzo passo più indietro e una volta arrivati all’ingresso del centro ci salutiamo.

La passeggiata verso casa durerà un quarto d’ora e allora meglio farsi compagnia con un po’ di radio. Estraggo lo smartphone dalla tasca sinistra, accendo e inserisco le cuffie. Mi viene un sorriso ascoltando la notizia del giornale radio in quel momento in onda:

Laureati emigranti, un capitale umano costato 23 miliardi che l’Italia regala: i nostri giovani studiano nelle scuole pubbliche fin dalle elementari poi trovano un posto in Germania, Regno Unito, Brasile. Uno spreco enorme nell’indifferenza.

Proprio oggi.

(Nota – foto di accompagnamento di Giulio Paolo Calcaprina: Padova Caffé Pedrocchi, Università di Padova – Cortile vecchio Palazzo del Bo, Università di Padova – Cortile nuovo Palazzo del Bo)


3 Commenti a “Non è un paese per architetti (giovani)”

  1. vilma scrive:

    Architetti e lavoro (che non c\’è).
    Secondo recenti studi di settore, l’Italia ha più architetti e studi di architettura di qualsiasi altro paese in Europa, essendo tra i primi dieci paesi nel mondo per volume d’affari delle prestazioni di progettazione: il \’paradiso dell\’architetto\’ esiste, ed è nel nostro bel paese, che pure è il meno permissivo, il più regolamentato, più costruito, più ricco di vincoli storici e ambientali, quello, quindi, dove è più \’difficile\’ progettare ed ottenere una concessiona edilizia.
    C\’è una certa contraddizione, se le regole sono così complicate, perché ci sono più architetti che altrove?
    Non stupisce che entrambe le cose, sia la complessità delle regole sia l\’esubero numerico dei progettisti, generino disoccupazione………

  2. Un articolo toccante, anche se bisogna dire che al momento molti architetti non stanno sfruttando le (molte) possibilità che offre il web.
    Ad esempio, esistono diversi portali per il \”lavoro freelance\” con cui è possibile trovare clienti in tutto il mondo, senza dover pagare nulla in anticipo e senza fare proposte gratis, come ad esempio il famoso \”freelacer\”, ma non è l\’unico.
    Per chi fosse interessato, ne ho parlato in questo video sul mio blog http://architettifreelance.it/architetti-e-designer-come-trovare-clienti-tutto-il-mondo-senza-fare-proposte-gratis/?utm_campaign=am.ar

  3. Paolo scrive:

    Mettiamoci anche l\’università, completamente scollegata dal mondo reale e dal complicato panorama lavorativo italiano, che ai miei tempi 25-30 anni fa (non so come sia la situazione ora) , non regolamentava o poneva limiti colpevolmente alle iscrizioni, sfornando architetti come il pane, senza spiegare però a questi poveri \”illusi\” che a tavola si era in tanti, tantissimi, ma da mangiare ce n\’era veramente per pochi.

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