Architettura per Emergency – Lo scandalo della bellezza

2 agosto 2015

Non conoscevo l’esperienza dell’architetto Raul Pantaleo (Tamassociati) e il suo stretto rapporto con Emergency, a dire il vero non conoscevo neanche troppo bene la filosofia che guida l’operato di Emergency nei suoi progetti.

Per ragioni fortuite e personali ho avuto modo di partecipare ad alcuni degli incontri informativi che organizzano presso le loro sedi.

Questi incontri hanno scatenato la mia curiosità e ho iniziato ad approfondire la cosa.

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Il testo che più mi ha colpito è stato “Attenti all’uomo bianco”. Si tratta di un diario scritto dall’architetto Pantaleo che racconta la sua esperienza nella realizzazione del Centro Salam di Cardiochirurgia di Emergency in Sudan. Accanto agli aspetti più sociali ed umanitari che mettono in luce le difficoltà di chi vive in quei paesi, ho trovato di notevole interesse anche la parte più tecnica, dove con la stessa passione si raccontano gli aspetti più legati alla conduzione del cantiere: le sofferenze, la ricerca delle soluzioni pratiche, le tensioni con le imprese e il rapporto con gli operai, fino alla soddisfazione finale e il senso di straniamento che si prova al termine del cantiere. Parliamo di un mondo lontano anni luce dal nostro, dove si lavora con difficoltà pratiche inimmaginabili per noi occidentali; eppure non ho potuto evitare di riconoscere in quel racconto le stesse identiche forme di relazione umana che si instaurano in ogni cantiere, gli stessi legami affettivi che si sviluppano sul luogo “cantiere”; la sofferenza che si prova quando si ha la sensazione che i problemi non finiscano mai e la soddisfazione che arriva puntuale quando si cominciano ad apprezzare i progressi fisici (lo scavo, le fondazioni, le strutture, l’involucro esterno, ecc.).

Leggendo il diario ho dovuto rivedere alcuni dei miei pregiudizi; al tempo stesso ho trovato conferme in molte delle mie convinzioni.

Cominciamo dai pregiudizi.

Chi l’ha detto che un intervento umanitario, ancorché in una zona disagiata, in emergenza, priva delle risorse più elementari, non debba avere lo stesso identico livello di qualità che viene garantito in occidente?

Siamo così abituati a dare per scontato il disagio del Terzo Mondo che tendiamo a ritenere che qualunque aiuto, anche minimo, sia meglio di niente. L’idea di fondo è che dove le persone non hanno nulla, allora anche avere un qualcosa di malmesso, rotto o non completamente funzionante è sempre meglio di niente.

Con questa logica si accetta l’idea che un prodotto di natura umanitaria possa in qualche modo essere de-specificato rispetto ai normali livelli di qualità. Per chi non ha nulla, in fondo possono essere sufficienti anche gli scarti di produzione, o le attrezzature per noi obsolete.

Per chi rischia di morire di fame vanno bene anche i cibi scaduti.

Per chi non ha una casa dove vivere, in fondo una lamiera potrebbe essere più che sufficiente.

Non è così.

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La prima conseguenza di questo modo di pensare è che si preferiscono interventi a pioggia, poco risolutivi e che trasmettono un messaggio di ineluttabilità delle condizioni di disagio: “noi che siamo il ricco occidente siamo quelli buoni e disponibili a inviarti il nostro aiuto, ma non pretenderai mica di vivere nelle nostre stesse condizioni?”. Ogni aiuto è benvenuto purché si mantenga inalterata la gerarchia sociale tra noi, i ricchi e loro, i poveri del mondo.

La seconda conseguenza è la totale assenza di un volano sociale: una volta esaurito il flusso degli aiuti, si ferma tutto.

Certo, in quel tipo di economia, sapersi arrangiare con quello che si ha, è fondamentale anche solo per garantirsi la sopravvivenza, ma è una logica che non può è non deve funzionare quando l’obbiettivo è il miglioramento permanente delle condizioni di vita delle persone.

La logica dell’azione di Emergency ribalta la prospettiva. Se la salute è un diritto inalienabile dell’uomo questo diritto deve essere garantito per tutti gli esseri umani con gli stessi livelli di qualità ovunque: livelli di qualità comparabili con quelli occidentali.

Gli ospedali di Emergency impiegano i migliori medici del mondo (e formano le risorse locali in maniera da continuare a garantire quei livelli nel tempo), utilizzano le migliori attrezzature e realizzano strutture degne delle migliori cliniche europee.

Ma soprattutto fanno gli ospedali belli: scandalosamente belli!

E qui veniamo alle conferme.

Già perché l’approccio di Emergency entra a gamba tesa sul tema della funzione dell’Architettura.

L’architettura non salva le vite umane, a quello ci pensano i medici, e non è in grado da sola di modificare il mondo. Eppure l’architettura è un media, portatore di senso e significato; come tale è in grado di trasmettere il messaggio, di farsi essa stessa messaggio.

E il messaggio in questo caso è chiaro, un messaggio di speranza che dice: “Eccomi, sono qua, sono il meglio che ci sia al mondo. Non importa se sei ricco o sei povero, se sei maschio o sei femmina, se si mussulmano cristiano o ortodosso. Chiunque tu sia hai diritto a ricevere il meglio.”

E il meglio si riveste anche di architettura bella, sostenibile e al tempo stesso  moderna, senza cedere al vernacolare.


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Una lezione valida anche per noi che ci siamo nel tempo assuefatti al brutto delle periferie e alla loro malagestione; che finiamo per accogliere con rassegnazione interventi condotti sotto tono; che ci pare un miracolo quando le cose vengono fatte, anche se male, purché onestamente; che ci accontentiamo dell’anonimato.

Gli interventi di Emergency ci insegnano a non rassegnarci al peggio; ci insegnano a pretendere sempre e ovunque città sostenibili, vivibili, funzionanti e anche scandalosamente belle!

Nota: i virgolettati sono miei, le immagini sono tratte dalla pagina ufficiale di Emergency


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