Archive del 2015

concorsi subprime

27 dicembre 2015

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E’ uscito da alcuni giorni un concorso di idee denominato “Lighthouse sea hotel” gestito da YAC, che sta per Young Architect Competitions, un società che promuove concorsi di progettazione ed architettura, rivolti a giovani progettisti, neolaureati o ancora studenti.

Non è la prima volta che ci arrivano da YAC segnalazioni di concorsi e già in passato ne abbiamo dato notizia.

Stavolta abbiamo voluto approfondire il contenuto di questa competizione per verificare il valore della proposta. Siamo rimasti interdetti e vi proponiamo i risultati delle nostre analisi.

Il tema del concorso internazionale è la proposizione di una struttura turistico-alberghiera nell’area del faro del Capo Murro di Porco, a Siracusa.

La prima cosa (senz’altro la meno importante) che ci lascia perplessi è la presentazione del concorso: al breve testo delle “regole” sono accompagnati fotomontaggi di realizzazioni famose in contesti analoghi. E’ una operazione assimilabile ad una persuasione occulta della tipologia delle proposte desiderate. Forse é una svista ma suscita perplessità sotto l’aspetto della professionalità di YAC.

Leggendo le “regole”, dopo poche sommarie notizie storiche, il bando incentra l’attenzione sulla regione Sicilia, analizzando il contesto in sottocapitoli: sistema territoriale, sistema naturale, sistema di rete, sistema vincolistico.
La descrizione di quest’ultimo ci ha fato scattare un campanello d’allarme. Il sito riporta: “
pur nella tutela dei valori di ricerca propri del concorso, a motivo della rara qualità architettonica e paesistica espressa dal faro e dal proprio contesto, di seguito si riporta un elenco del genere di operazioni ammesse o vietate in seno alla competizione”. Segue poi un elenco di ciò che si può o non si può fare. Sinteticamente è ammessa l’edificazione ad un piano per 3000 mq massimo, all’interno del sito, che garantisca un disegno armonico con il paesaggio.

Il bando dà anche indicazioni su quattro possibili tipologie ricettive: il resort, il landscape hotel (per amanti della natura), il sea center, orientato a sport acquatici, ricerca e didattica sul mare e l’art hotel. Il tema del bando è sulla proposta del mix ricettivo unitamente a quella architettonica.

La domanda che ci siamo posti, leggendo il bando, è questa: se è un sistema di rara qualità architettonica e paesistica, possibile che non sia vincolato?

Facendo una semplice ricerca abbiamo scoperto che tutto il Plemmirio, la penisola in cui è compreso il faro è area marina protetta dal 2004.

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Nell’area proposta dallo YAC la riserva marina è di tipo “A”, cioè integrale. Per capirci, in una riserva integrale non è consentita neanche la balneazione o la navigazione a remi. Si possono solo fare escursioni subacquee, con personale autorizzato, in rapporto non superiore 1/5.

Non si può fare quindi (giustamente) nulla.

Tuttavia YAC scrive che: “è ammessa la realizzazione di strutture galleggianti sulla costa, ed un eventuale collegamento fra il livello del mare e quello del faro”, anzi si spinge oltre: “Eleganti suite mimetizzate nel territorio, un prestigioso ristorante ed un raffinato attracco con incantevoli passeggiate panoramiche, sono solo alcune delle possibili suggestioni allineate con detta vision.” (attenzione vision non è un errore di battitura, questa gente scrive così).

Insomma in un concorso di idee, a quanto pare, si può proporre di tutto, fregandosene del contesto.
Ma che senso ha?

Vediamo di cucire insieme una serie di informazioni rilevabili dal web.

Su Wikipedia, alla voce “area marina protetta Plemmirio”, al paragrafo criticità, troviamo scritto: “Negli ultimi anni è sorta una polemica a causa del progetto, di una società svizzera, di costruire un villaggio turistico all’interno della Area marina Protetta. Il luogo dove dovrebbe sorgere la struttura è la cosiddetta “Pillirina” o Punta della Mola, oggetto di manifestazioni e comitati in difesa del territorio. La vicenda potrà dirsi totalmente chiusa solo se verrà istituita anche la riserva terrestre che bloccherebbe di fatto qualsiasi nuovo insediamento.

Inoltre, ed è il fatto più eclatante, quasi contemporaneamente è stato indetto un bando di gara per la concessione di 11 fari, tra cui Murro di Porco, nell’ambito di Valore Paese – Fari, una iniziativa promossa dall’Agenzia del Demanio.

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Il bando (15_10_12_1_lotto-4_information-memorandum;15_10_12_2_lotto-4_allegati-information-memorandum), indetto il 5/10/2015 con scadenza il 12/01/2016, è volto alla valorizzazione delle strutture esistenti attraverso “offerte più vantaggiose” che si concretizzeranno in una concessione da 6 a 50 anni, accompagnate da elaborati attestanti la validità del programma di valorizzazione, da un piano di gestione, e da un cronoprogramma, uniti ad un progetto architettonico di recupero, restauro e ristrutturazione, con un dettaglio fino alla scala 1:200.

Attenzione però, nel bando del Demanio c’è un grimaldello che è il seguente: “Qualora la proposta di valorizzazione comporti una variante, si dovranno indicare le funzioni di progetto, esplicitando l’iter di adeguamento urbanistico previsto”.

Tiriamo allora una sintesi di tutto il ragionamento:

ad ottobre 2015 esce un bando di valorizzazione dei fari (dell’Agenzia del Demanio), con scadenza gennaio 2016, il bando prevede la valorizzazione di 11 fari lasciandosi uno spiraglio per varianti urbanistiche;
il 23 novembre 2015 YAC ci comunica il concorso di idee, con un’idea ben diversa riguardo alla valorizzazione, con scadenza 29/01/2016.
Tuttavia l’Agenzia del Demanio è presente in entrambi i bandi: nel primo come promotore, nel secondo come ente collaboratore e patrocinatore, avendo anche un suo membro in giuria.

Che senso ha promuovere due bandi quasi contemporanei, ma di impostazione così diversa, sullo stesso tema?

Per aiutare i giovani architetti? No.

Mentre le norme del concorso del demanio richiedono una comprovata esperienza (non è per giovani quindi), le regole del bando dello YAC prevedono che: “I partecipanti possono essere studenti, laureati, liberi professionisti; non è necessario essere esperti di discipline architettoniche o iscritti ad albi professionali.” L’importante è che ogni gruppo ospiti almeno un giovane tra i 18 e i 35 anni.
Se c’è già un bando finalizzato alla realizzazione di un’opera, a cosa serve il bando dello YAC, a giocare? A fornire un’alta occasione di riflessione sull’architettura?
Potrebbe essere così, se non fosse richiesta una tassa di iscrizione al concorso, fatto non scontato, che, messo insieme alla possibilità di partecipare tutti, anche agli studenti diciottenni di una scuola per estetisti di Hong Kong, fa assomigliare questa iniziativa ad una riffa.

Lo YAC è una società privata che ha tutto il diritto di promuovere queste iniziative, che sono, lo diciamo chiaramente, assolutamente legali. Quello che ci sconcerta è che a questi è stato dato il patrocinio del Demanio, del ConsiglioNazionale degli Architetti (che dovrebbe valorizzare la professione di architetto), dell’Ordine degli Architetti di Siracusa, delle Università La Sapienza di Roma, di Bologna e del Politecnico di Milano, tutti Enti volti allo sviluppo del patrimonio umano e dei giovani architetti italiani.

Può inoltre un concorso, patrocinato anche dall’area marina del Plemmirio non tenere conto dei vincoli di una riserva integrale, seppure per un concorso di idee?

Un ultimo dubbio infine. Non sarà che attraverso questo concorso, sostenuto, ricordiamolo da Riminifiera e patrocinato da Federalberghi, si vogliano cercare idee eclatanti da integrare al concorso per la valorizzazioni dei fari? E magari produrre una variante urbanistica?

Tante domande, nessuna risposta. Una sola cosa è certa: “cca dii picciotti ‘un ci nni futti nenti” (Qui non ci interessano i giovani).

Inarcassa Open 01

18 dicembre 2015

Amate l’Architettura, come forse ricorderete, ha appoggiato la candidatura dei candidati di Inarcassa Insostenibile, durante le scorse elezioni per il rinnovo del Comitato Nazionale dei Delegati Inarcassa. Ora, i candidati eletti tra questi, Marco Lombardini in particolare, hanno intrapreso una iniziativa volta a rendere trasparenti i lavori del Comitato, pubblicando dei report che si chiameranno Inarcassa Open.
E’ un lavoro che abbiamo già svolto in passato con il nostro ex presidente Antonio Marco Alcaro, poi fuoriuscito da Amate l’Architettura.
Abbiamo perciò accolto e fatta nostra questa iniziativa.
Siamo disponibili, per spirito democratico, a dare spazio a qualsiasi altro delegato lo chieda.

Eè stato redatto un resoconto completo dell’assemblea chiamato inarcassaopen REPORT 01

Di seguito una sintesi dell’assemblea.

COMITATO NAZIONALE DELEGATI 15/16 OTTOBRE

Ordine del giorno dell’Assemblea

1. Nomina del Presidente dell’Assemblea
2. Comunicazioni del Presidente di Inarcassa
3. Art. 12.1 lett. a) Statuto: Criteri generali cui deve uniformarsi l’Amministrazione di Inarcassa:  deliberazione dei criteri di individuazione e ripartizione del rischio degli investimenti;
4. Individuazione delle attività di promozione e sviluppo dell’esercizio della libera professione per gli associati ad Inarcassa (art. 3 del Regolamento di attuazione dell’art. 3.5 dello Statuto)
5. Rilievi Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali su modifiche statutarie adottate dal CND nella seduta del 9-10 ottobre 2014, armonizzate con la deliberazione del CdA n. 20856/14 del 30 ottobre 2014;
6. Regime sanzionatorio: proposta di modifica del sistema sanzionatorio attualmente applicato.Discussione generale;
[…]

Comunicazioni del Presidente di Inarcassa
In sintesi:
Il nuovo Presidente di Inarcassa, l’Arch. Giuseppe Santoro, introduce i lavori del Comitato Nazionale Delegati auspicando un quinquennio di attività improntato su due principi: Conoscenza e Confronto.
Poiché Inarcassa rappresenta il futuro di tutti i liberi professionisti Architetti e Ingegneri si augura un forte spirito di appartenenza da parte di tutti i Delegati che dovrebbe concretizzarsi in una attività di difesa dell’Ente e di rispetto sia all’esterno che all’interno.
In questo senso si rammarica di assistere a sproloqui telematici, volgari offensivi ed indecorosi, segnali sempre secondo il Presidente di degrado culturale e di una deontologia da ricostruire. Non esiste partecipazione realmente democratica senza un livello intermedio che interpreti l’interesse comune. Invita pertanto il Comitato a lavorare per produrre un bene collettivo che è il Buongoverno della Cassa. Compito dei Delegati è tutelare i diritti di chi rispetta le regole che ci siamo dati e sostenere chi, sempre con i medesimi sacrifici, non riesce sempre ad ottemperare agli stessi obblighi.
I Delegati devono infine riversare il loro impegno alla ricerca delle migliori soluzioni per il risparmio previdenziale che si dovrebbe smettere di chiamare “Tassa”.
A questa introduzione le comunicazioni del presidente proseguono su questi punti:
• Recupero Crediti Inarcassa/Stato
Il Ministero dell’ Economia e delle Finanze ha restituito ad Inarcassa le quote maternità e TFR liberi professionisti che Inarcassa aveva anticipato dopo 10 anni per la cifra di 26.683.883,76 euro. Ricordando che la possibilità di poter compensare i debiti previdenziali attraverso i crediti fiscali via F24 fu bocciata nella precedente amministrazione soprattutto per la mancanza di fiducia nella capacità dello stato di assolvere ai suoi debiti, Gianluigi d’Angelo interviene sottolineando come, alla luce di questa notizia, si potrebbe rimettere in discussione lo strumento della compensazione che sicuramente sarebbe molto apprezzato dagli iscritti.
• Certificato Regolarità Contributiva
Il Cda ha rideterminato l’entità dell’infrazione che costituisce motivo per il non rilascio del Certificato di Regolarità contributiva ( CRC), innalzando a 500 euro il debito sotto il quale è possibile ottenere il CRC, e consentendo anche a chi non ha pagato i contributi dell’anno corrente di ottenere il CRC con però automatico accertamento da parte di Inarcassa.
Link regolarità
• Posticipo saldo contributivo 2014.
Il saldo del conguaglio dei contributi previdenziali relativi all’anno 2014, previsto per il 31/12/2015, potrà essere versato entro il 30/04/2016 con l’applicazione di un interesse dilatorio pari al tasso BCE + il 4,5% applicato ai giorni trascorsi dalla scadenza (31/12/15) alla data effettiva del versamento, come lo scorso anno.
Link posticipo contributi
• Segnalazione Autorità Nazionale Anti Corruzione
Viene riferita la richiesta da parte dei delegati Valle, Franco, D’Errico, Biagini, Nardi presso l’Autorita Nazionale Anti Corruzione di verificare la compatibilità tra la posizione di Componente del Comitato Nazionale Delegati e posizioni di vertice in Ordini Professionali e nei Consigli Nazionali.
Per quanto riguarda il CdA ( Link organi collegiali ) questa presunta incompatibilità riguarderebbe un Presidente di Ordine degli Ingegneri (Ing Antonio Fasulo), un Consigliere del Consiglio Generale della Fondazione Cari verona (arch Gianfranco Agostinetto), e di Direttore dell’Acquario Romano srl (arch. Antonio Marco Alcaro), società le cui quote sono detenute dall’Ordine degli Architetti di Roma. Inarcassa attraverso i suoi legali afferma l’infondatezza di quanto affermato dagli astanti in quanto tra le incompatibilità previste dal D. Lgs. 8.4.2013 n. 39 ( Link incompatibilità ) non esistono quelle ricomprese nella richiesta. Inoltre, sempre secondo i legali di Inarcassa, tale norma non troverebbe applicazione in quanto le cariche di Delegati e di Consiglieri di Amministrazione sono elettive e non sono “incarichi”.
Inoltre il presidente ricorda come nel precedente quinquennio un comitato ristretto, trattando di requisiti per la eleggibilità del delegato si pronunciò per non precludere a nessuna carica ordinistica la
carica di Delegato.
Infine rileva poi che l’argomento non è stato mai presentato nei precedenti CND e che questa richiesta viene inoltrata soltanto il 29 luglio dopo l’elezione del nuovo CdA. Lascia ai Delegati le considerazioni sui motivi per cui soltanto ad elezione avvenute del nuovo CdA la richiesta viene inoltrata all’ANAC, sottintendendo a nostro parere una motivazione di tipo opportunistico e politico. Ritiene infine questo atto pesantemente destabilizzante, che getta un’ ombra sull’operato del CND e del CdA.
L’arch. Franco, delegata della provincia di Verona, uno dei delegati firmatari, chiarisce che la richiesta è stata dettata dalla nuova legislazione anticorruzione e dalla disciplina dell’accesso e della permanenza degli incarichi amministrativi la cui ratio è quella di prevenire ogni possibile situazione di conflitto di interessi o comunque che contrasti con il principio costituzionale di imparzialità. L’ANAC, tra le altre cose, con delibera 145/2014 ( Link incompatibilità incarichi )  stabilisce l’incompatibilità degli incarichi di cui al D. Lgs. 8.4.2013 n. 39 anche per gli Ordini ed i Collegi professionali. L’arch Franco ritiene inoltre che, al di là delle norme, non aver applicato regole semplici e di buon senso abbia portato a opacizzare il sistema tanto dell’Ente che degli Ordini professionali e personalmente ha l’impressione che si sia perduta la partita più importante che resta quella della credibilità.

Noi crediamo sostanzialmente che ci sia una opportunità che non sempre coincide con quanto sia legale o non legale fare. Pur se non normativamente incompatibili, la sovrapposizione di incarichi determina sempre una diffidenza nei confronti di colui che è chiamato a svolgere più ruoli, anche là dove i ruoli non siano in palese conflitto. Esiste quel concetto di buon senso a cui fa riferimento L’arch. Franco che dovrebbe guidare chi decide di assumersi ruoli dirigenziali e di alta responsabilità, per evitare che si possano generare dubbi sulla correttezza delle proprie scelte e degli indirizzi di azione nello svolgimento del proprio ruolo istituzionale.
• Call center
Il Dott. Pierdet è invitato ad illustrare il netto miglioramento del call center rispetto al 2014. I tempi di risposta sono scesi dai 6 minuti ai 50 secondi con l’obbiettivo sempre valido di un’attesa massima di 30 secondi, la media di risposte alle telefonate inbound è salita dal 53% al 95%, con telefonate che si concentrano mediamente in prossimità del pagamento dei contributi, e con un orario che si concentra soprattutto nelle tre ore successive all’orario di apertura del call center, invitando quindi ad usare anche altre fasce orarie. Per quanto riguarda il servizio di richiamata , la percentuale è pari al 100% entro i 2 giorni.
Fondazione.
L’ architetto Tomasi, Presidente della Fondazione, interviene per riferire delle attività della Fondazione. Il suo è un lungo intervento, in cui fa riferimento al concorso Città della Scienza nonché all’attività di dialogo nei luoghi dove si formano le leggi, dove è riuscita ad intervenire sull’incentivo per la progettazione del 2% nella Legge di Stabilità, così come è riuscita ad evitare la procedura dello split payment nel dicembre 2014 e si è organizzata nell’attività di verifica e indirizzo nella riscrittura del Codice degli appalti, mentre è sfuggito il provvedimento che è stato approvato ad agosto relativo alle modalità di compenso dell’attività di CTU in materia di stima dei beni soggetti a vendita coatta.
In riferimento al concorso di Napoli, Tomasi ritiene che i concorsi debbano essere solo di progettazione e che i concorsi di idee dovrebbero essere aboliti. Dovrebbe essere vietata la partecipazione ai concorsi ai pubblici dipendenti perché non è possibile ammettere che chi ha un lavoro ne possa ottenere un altro. Infine deve diffondersi l’idea che chiunque può partecipare ai concorsi di progettazione, dovendo dimostrare i requisiti solo nella seconda fase. Fa presente che proprio al concorso di Napoli la prima fase è stata superata da due giovani che non avevano i requisiti e che hanno potuto fornirli nella seconda fase procurandosi una società che li supportasse.
Infine informa che è stato attivato il nuovo sito e che dal mese di Gennaio c’è l’intenzione di attivare un’assistenza fiscale, o meglio la possibilità, per i giovani o comunque per i professionisti che hanno difficoltà economiche per affidarsi ad un commercialista a prezzi fissi e contenuti. Ricorda che la fondazione offre un servizio per la fatturazione elettronica ai suoi iscritti. Passa poi a parlare di quelle che definisce “vergogne”, un’attività di monitoraggio di situazioni inaccettabili che minano la dignità della professione. ( Link Bandi Irregolari )

Architettura bella e buona!

8 dicembre 2015

L’architettura riscatterà le debolezze degli uomini che l’hanno realizzata attraverso gli occhi degli uomini che la useranno.
“Gli ideali sono pacifici; la storia è violenta.”
Sono le parole del sergente Don “Wardaddy” Collier, in Fury, interpretato da Brad Pitt.
Trovo che sia un’ottima sintesi per definire la differenza che passa tra l’architettura immaginata, quella ideale, e l’architettura realizzata.
Parafrasando: L’architettura ideale è pacifica, quella realizzata è violenta.

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Mi ricordo delle bellissime revisioni dell’allora assistente di Composizione I, Orazio Carpenzano, quando insegnava che “l’Architettura è una guerra” (in realtà io seguivo l’ottimo Efisio Pitzalis che non era da meno, ma questa suggestione mi è sempre rimasta in testa).
Non occorre scomodare Lebbeus Wood per riconoscere come la realizzazione di un’opera sia un continuo estenuante conflitto tra bande rivali, ognuna con i propri interessi, ognuna pronta a ricavare il suo massimo profitto (culturale ed economico) dalla realizzazione dell’opera.
Nel mezzo l’architetto che, più che un contendente assomiglia ad un Casco Blu in missione umanitaria, sempre sotto tiro, vincolato da regole di ingaggio inapplicabili, spesso costretto a defilarsi quando la situazione diventa insostenibile.
L’Architettura che viene realizzata subisce quindi un processo di deterioramento. Man mano che l’opera si costruisce, gli attori che ne consentono la realizzazione ne trasformano l’idea iniziale.

Si comincia dai committenti (a buon diritto direi ma sempre elemento di distorsione dell’idea iniziale) che possono essere pubblici o privati, per passare dai consulenti impiantisti (che dovrebbero essere parte della soluzione ma più spesso non  lo sono) e strutturali, le indagini ambientali e le prove geognostiche, poi ci sono gli enti che autorizzano l’opera, il comune, la asl, la provincia, la regione, i vigili del fuoco, l’ente ferrovie, l’autorità di bacino, l’ENAV, l’UTIF, le soprintendenze, l’ARPA, il SUAP, a cui si presentano le autorizzazioni, il PdC, la DIA, la Scia, la VIA, l’AUA, l’AIA, lo screening, la caratterizzazione del sito, il NOPS e il CPI, eccetera, c’è la partecipazione, quindi le imprese che realizzano, i vicini che protestano (quando si tratta di interventi privati), i comitati di quartiere che si riuniscono (se si tratta di grossi interventi), i vigili urbani, i fornitori che non hanno quel prodotto, le varianti migliorative, il geologo che modifica le fondazioni, l’archeologo che ritrova i reperti, le commissioni di valutazione, gli ispettori del lavoro, le norme di sicurezza, quelle di tutela dell’ambiente, gli scavi e le discariche, il collaudo, la chiusura dei lavori, il catasto la richiesta e l’ottenimento dell’agibilità…. e mi sono sicuramente scordato qualcosa…… sempre che nel frattempo non sia stata modificata la norma…..

Alla fine è raro che il progettista si possa riconoscere appieno in quanto realizzato; quando succede, è perché sin dall’inizio il progettista è stato talmente bravo da tenere conto di tutti gli agenti esterni che avrebbero potuto modificarne la realizzazione, oppure se ne è infischiato allegramente (ha potuto farlo, qualcuno glielo ha concesso); nei casi più estremi ha avuto una grande botta di culo.

Lasciamo perdere la dea Fortuna, per avere il pieno controllo di un’opera dall’inizio alla fine del processo costruttivo i casi sono due; l’opera è molto limitata oppure si accetta di frammentare le competenze necessarie rinunciando al completo controllo del progetto.

Glenn Murkutt, ha fatto una scelta radicale verso la limitazione dell’impegno dedicandosi quasi esclusivamente alle ville monofamiliari (in Australia, nel deserto) e rifiutando incarichi a cui non poteva dedicare un tempo adeguato; ha vinto il Pritzker Prize, ma quanto è ripetibile il suo modello su vasta scala? per la seconda scelta occorrono gruppi di lavoro complessi o studi di progettazione molto grandi.

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

Riprendendo la citazione iniziale quindi è evidente che l’opera di architettura esprime una sua forza ideale (una forza ideale paragonabile al desiderio di pace) ma che nella sua messa in opera subisce un processo di distruzione, a tratti anche molto violento, come la guerra.

L’architettura realizzata è il risultato di infiniti compromessi; l’architettura realizzata è corrotta. Possiamo litigare a volontà per decidere se questo sia un fatto positivo oppure negativo, ma non possiamo non riconoscere che è così.
Questo deterioramento è fortemente traumatico; per l’architetto, ma anche per la città: una guerra, appunto e anche molto violenta!

Da una parte l’architettura è una rappresentazione imperfetta dell’idea che aveva in mente il progettista, una metafora incompleta dell’idea iniziale; dall’altra il suo inserimento nel contesto urbano non può che essere un momento di discontinuità, una rottura; e questo vale anche nei casi più spinti di mimetizzazione urbana, dove a mio parere la mimetizzazione di tecniche e forme costruttive non è che una pura illusione; una plastica facciale al botulino spesso più deformante delle rughe che si vogliono mascherare; questa però è un’altra storia.
Con il passare del tempo il processo di idealizzazione porta l’architettura realizzata a riconquistare una forma di purezza ideale. La patina del tempo agisce come un detergente sull’idea che abbiamo di quell’opera, ne lava la sporcizia iniziale idealizzandola; con il tempo l’opera del passato riconquista la sua purezza originale oppure gliene viene attribuita una nuova determinata dal filtro del tempo o dal legame affettivo che si sviluppa tra gli abitanti della città e l’opera stessa.
Il velo del tempo non è una patina, piuttosto una spazzola che rimuove le incrostazioni, corregge le storture che risiedono principalmente negli occhi dell’osservatore. Più l’osservazione si allontana nel tempo, più le opere appaiono nella loro essenza.
Man mano che il tempo passa molti degli aspetti pratici che hanno concorso alla realizzazione dell’opera passano in secondo piano fino a diventare ininfluenti a determinare il valore oggettivo dell’opera. Spesso sono proprio quelle storture a determinarne il valore.

Se è così possiamo rendere la questione un poco meno aulica e scendere più terra terra.

Esistono una serie di aspetti pratici e concreti che concorrono alla determinazione della forma architettonica, che incidono profondamente nella loro accettazione o nel loro rifiuto da parte della società. Questi aspetti, visti in una dimensione temporale più ampia perdono di significato.
I valori di moralità, legalità o di economicità della costruzione dell’architettura si perdono per strada.
Qui veniamo al tema di fondo di questo articolo.
In che misura il giudizio morale di un’opera di architettura influenza il giudizio estetico?
O meglio:

è lecito attribuire all’architettura i difetti morali delle persone che hanno concorso alla sua realizzazione?

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Facciamo alcuni esempi.

Può capitare che i difetti di realizzazione finiscano per dare significato e valore all’opera, in senso letterale. Chi si lamenta oggi del fatto che laTorre di Pisa ha degli evidenti problemi statici?Quanto influisce oggi sapere se un’opera antica è costata troppo, o se la sua realizzazione è stata fatta nel rispetto delle norme?

Quanto sono costate le piramidi? E la basilica di San Pietro?

Quanto hanno dovuto pagare i Trinitari per San Carlo alle Quattro fontane?

Il valore culturale e artistico del Mausoleo delle Fosse Ardeatine sarebbe diverso se venissimo a sapere quanto è costato?

Allo stesso modo in un’opera antica non ci scandalizzano i ritardi nella sua realizzazione.
Ci interessa forse sapere se la Torre Eiffel è stata consegnata in tempo per l’inaugurazione dell’EXPO?

D’altra parte il Duomo di Milano è stato completato nell’arco di più di mezzo millennio, eppure questo non ce lo rende meno significativo.
Risulta agli atti che opere che oggi sono ritenute capolavori non siano mai state completate: il Duomo di Siena ne è un eccellente esempio.

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Sappiamo che Borromini fosse molto attento ai costi delle sue opere, cambia qualcosa?

Un’altra categoria che scandalizza molto l’osservatore contemporaneo è quella delle varianti in corso d’opera; l’idea che un progetto possa avere subito varianti significative nel corso della realizzazione è considerato dai contemporanei come un reato grave. Eppure la pratica dell’architettura è in larga parte una fatto empirico, pragmatico, una continua ricerca di soluzioni pratiche a problemi concreti, per cui pensare di realizzare un’opera, in un arco di tempo che si estende attraverso svariati anni, senza ipotizzare nemmeno una modifica è semplicemente utopistico, forse persino stupido.

Eppure non siamo così sconvolti dall’apprendere che la Mole Antonelliana non ha minimamente rispettato il progetto originario. Antonelli era noto per fare saltare i nervi ai propri committenti per le continue varianti e per lo scarso controllo dei costi. Oggi la Mole è il monumento simbolo di Torino.

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Non parliamo poi di Novocomum per il quale la leggenda narra che il progetto presentato alla Commissione edilizia fosse radicalmente diverso da quello che fu poi realizzato. Un autentico abuso edilizio.
Che dire di San Pietro il cui nome è indissolubilmente sinonimo di cantiere sempre aperto con connotazioni “fraudolente e truffaldine”? Un cantiere aperto alle continue varianti e alle aggiunte fatte dai Capi Mastri assunti di volta in volta dopo Bramante (Michelangelo, Maderno, Bernini, ecc.).

Allarghiamo il discorso. Vogliamo parlare di sicurezza?
È poi così importante sapere quanti morti o infortuni sul lavoro ci sono stati per costruire un monumento antico? Quanto sarebbe importante sapere se per la cupola di Santa Maria del Fiore hanno rispettato le norme di sicurezza?
Il fatto che gli edifici costruiti a cavallo del ventennio crollassero, oggi non ci procura alcun fastidio; anzi molto spesso si guarda a quell’epoca come un riferimento di qualità architettonica “diffusa”.

… e se il problema fosse di corruzione?

Quanto saremmo disturbati dal conoscere il livello di corruzione delle istituzioni che hanno realizzato un’opera di architettura?
Per realizzare l’EUR sono state pagate mazzette? I terreni individuati per lo sviluppo urbanistico sono stati scelti per favorire qualche speculatore terriero?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

sarebbe curioso scoprire che i realizzatori dell’acropoli non disdegnavano di intascarsi il denaro destinato alla realizzazione del Partenone

… o di speculazione edilizia?

Che cosa toglie alla piacevolezza delle piazze reali parigine il fatto che fossero frutto di bieca speculazione edilizia?

Vogliamo parlare degli sventramenti napoletani avviati per risanare la città dopo l’epidemia di colera?

Infine quanto incide il giudizio morale o la semplice simpatia personale del professionista? quanto è influente è l’integrità morale di chi ne ha consentito la realizzazione.

Il fatto che Le Corbusier avesse simpatie fasciste rende meno importanti le sue opere o il suo pensiero architettonico? è abbastanza evidente che per realizzare opere di grandi dimensioni ci vuole un commitente con grandi risorse, qundi di norma, capi di stato, monarchi, papi, dittatori, grandi speculatori. A meno che non si voglia relegare la storia dell’architettura a villette monofamiliari, la storia dell’architettura si è sempre fatta attraverso il potere economico e sociale.

Parlando di simpatia sembrerebbe che Leon Battista Alberti stesse antipatico a Vasari? e Brunelleschi litigava in continuazione con il Ghiberti e con le maestranze di cantiere, non doveva avere proprio un bel carattere.

Per valutare un’opera di architettura quanto conta la simpatia dell’architetto?

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Insomma, concludiamo.
La realizzazione delle opere di architettura non è mai un percorso lineare.
A ben guardare si potrebbe sostenere il contrario. Proprio le opere più controverse, quelle che in qualche modo risultano più contrastanti, sono le opere che oggi siamo portati ad ammirare quelle a cui attribuiamo maggiore valore.
La prospettiva storica delle opere ci induce a dimenticare (o soprassedere) sugli aspetti più spiacevoli che stanno dietro alle opere storiche; per le quali siamo portati ad avere un giudizio idealizzato.
Ma se è così come ci dobbiamo comportare nei confronti delle opere contemporanee?
Dobbiamo disporci ad accettare opere controverse come la nuvola di Fuksas? Dobbiamo forse sospendere il giudizio sulle opere di Casamonti? Dobbiamo evitare di pensare al sistema di corruzione che si è sviluppato dietro EXPO quando esprimiamo un giudizio sul Padiglione Italia?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Ovviamente non è così.

Non ci possiamo permettere di accettare che le opere possano essere realizzate male, senza controllo dei costi, dei tempi, delle varianti; non possiamo accettare che la scelta di progettisti e imprese appaltatrici avvenga secondo criteri clientelari e in assenza di criteri minimi di trasparenza.

Possiamo però sospendere il giudizio estetico sulle stesse opere; possimao distinguere l’oggetto della nostra valutazione e esprimere opinioni che prescindano dai meccanismi “tossici” che ne hanno consentito la realizzazione.

Possiamo quindi pensare ed accettare che un’architettura “cattiva” possa tuttavia essere anche bella?

Oppure no?

Il Cupolone, simbolo indiscusso della Roma Cristiana, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità

Il Cupolone, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità Romana

Credits

L’immagine del disegno di Lebbeus Wood è tratta da:

Lebbeus Woods – A Visionary Architect

La foto di Casa Marika-Alderton di Glenn Murkutt è tratta da

https://es.wikipedia.org/wiki/Glenn_Murcutt:

Tutte le altre foto sono di Giulio Paolo Calcaprina e Giulio Pascali

Architettura Media-Tech

28 novembre 2015

Caro Peter Wilson,

il mondo sarebbe più bello se finalmente ci si potesse liberare di questo complesso edipico che larga parte della cultura architettonica ha nei confronti della tecnologia. Invece sembra proprio che non si riesca ad averci un rapporto naturale, esente da posizioni precostituite. Trovo infatti che il tuo modo di affrontare il tema della tecnologia, sia essa Hi che Low, denunci una forma di complesso di inferiorità di chi, non sapendo bene di cosa sta parlando, preferisca rifiutare  di affrontare il problema e, solo apparentemente, risolvere la questione a monte.

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Fred alle prese con l'Hi Tech

“Né i mezzi di produzione né i mezzi di comunicazione hanno influenze sulla nostra architettura. Gli strumenti non hanno secondi fini, non siamo seguaci di Marshall McLuhan… Noi siamo architetti orgogliosamente low-tech: meno tecnologia c’è in un edificio, più la sua vita è lunga. Stiamo lavorando alla costruzione di una biblioteca in Lussemburgo (la Nuova Biblioteca Nazionale del Lussemburgo, ndr), un edificio che sfrutta le caratteristiche termiche dei materiali che lo costituiscono per essere caldo in inverno e fresco d’estate. Essere low-tech, in questo frangente, si traduce direttamente in un minore consumo di energia. Un edificio in sé per sé non è intelligente. Al pari delle biblioteche, che non pensano: sono i libri che portano le persone a pensare.”

Il punto è che la tecnologia, per l’architetto è un po’ come il vocabolario per un romanziere; sostenere di essere “orgogliosamente Low Tech” fa pensare ad uno scrittore che dichiarasse, addirittura con orgoglio, che in fondo ci sono parole che non sono necessarie.

Possiamo fare a meno di tutte le parole che vanno dalla U alla Z?

Oppure, come nel tuo caso, di tutti i neologismi che sono venuti fuori negli ultimi 40 anni?

E’ una scelta; probabilmente possiamo rinunciare con leggerezza a parole come “open space” o “commitment”; troverei invece più difficile rinunciare a parole come “computer”, “linkare” o “stakeholder” i cui corrispettivi in italiano tradizionale avrebbero bisogno di strane locuzioni verbali.

Rinunciare ad alcune parole di per sé sarebbe anche corretto, se  il fine di un bravo autore fosse, come in effetti è, l’essenzialità. È proprio così, l’architetto ha il fine dell’essenzialità e dell’economia del sistema progettuale; per essere essenziali è importante avere a disposizione il più ampio spettro di scelte disponibili; per raggiungere il massimo dell’essenzialità hai bisogno di avere la massima disponibilità di tecnologia. Quando si comincia a dire “calcolatore elettronico” al posto di “computer”, mi sa che l’essenzialità se ne va a farsi benedire, e anche un poco  la comprensibilità del testo.

Mi spiego meglio: se devi tenere sotto controllo climatico un deposito di libri rari dubito che tu possa rinunciare ad un impianto di climatizzazione e ad un sistema di supervisione automatico. D’altra parte se l’obbiettivo è il risparmio energetico siamo tutti d’accordo che ricorrere a sistemi naturali è la scelta migliore; a patto che la scelta finale ci consenta di ottenere gli stessi livelli di “confort” richiesti dagli utilizzatori; in architettura non c’è niente di più terrificante di un intervento posticcio.

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Nonostante all'epoca si utilizzassero tecniche costruttive più naturali, i proprietari non hanno disdegnato l'utilizzo di sistemi più innovativi per climatizzare casa.

Ci si dimentica spesso che le parole, come l’alfabeto e la scrittura, sono in effetti una tecnologia. Allo stesso modo il mattone e il cemento armato sono tecnologie. Oserei dire che gli edifici che sfruttano  “le caratteristiche termiche dei materiali che lo costituiscono per essere caldo in inverno e fresco d’estate” sono in effetti edifici che sfruttano fino in fondo tutta la tecnologia disponibile al giorno d’oggi e anche di quella più avanzata. Tu Peter forse non vedi l’Hi Tech dentro al mattone che scegli per il tuo edificio, eppure quella tecnologia c’è tutta. Così come anche i libri stampati su carta che piacciono tanto ai nostalgici, sono stati scritti tutti su un supporto digitale; i libri di carta sono a tutti gli effetti digitali da almeno 30 anni, e non per un capriccio fanatico dei seguaci di McLuhan; semplicemente perché l’introduzione del PC ha consentito una migliore gestione della scrittura; consentendo correzioni, ripensamenti, riscritture, aggiunte, ripetizioni, in una maniera e con una rapidità inimmaginabili a chi utilizzava prima la macchina da scrivere. Il mattone e la facciata ventilata che riscaldano e raffreddano naturalmente un ambiente sono a tutti gli effetti un prodotto “Hi Tech”; tecnologia.

Dopotutto ti capisco, di fronte al fanatismo, l’istinto primordiale è il rifiuto di tutto ciò che anche lontanamente si possa associare ad esso; meglio rinunciare. Ancora meglio se questa rinuncia ci conferisce una sorta di alone radical-chic. E ti capisco anche su questo; ad avere posizioni moderate oggi come oggi chi ti nota più.
Di fronte all’olandese che digitalizza e automatizza ogni angolo dei suoi spazi, per distinguersi bisogna dichiarare orgogliosamente l’assenza di ogni cosa che appaia digitale ed automatica.

Eppure, credimi, ti stupiresti nello scoprire quanto delle tue affermazioni non fanno che confermare proprio le teorie di McLuhan.

D’altronde se ne avessi capito il messaggio sapresti che non ha alcun senso parlare di “seguaci di McLuhan”; non mi risulta che sia stata fondata alcuna religione ispirata al suo nome. Certo, mi tu dirai, che ci sono tanti, troppi, che ne citano gli “slogan” per giustificare le loro scelte di progetto e inventarsi le cose più astruse ed è tutto un fiorire di architetture interattive dotate di sofisticati sistemi digitali in grado di rendere l’edifico intelligente; “smart” per i più scafati.

A dire il vero McLuhan non ha fatto altro che mettere in evidenza come la tecnologia utilizzata fosse essa stessa determinante nella interpretazione del messaggio; in maniera più allargata come le innovazioni tecnologiche abbiano influito sulla maniera di organizzare il pensiero e le relazioni umane. Per fare un esempio banalissimo, l’invenzione dell’illuminazione pubblica ha portato alla possibilità di utilizzare, e vivere la città anche di notte; l’elettricità ha cambiato radicalmente il significato dello spazio urbano rendendolo fruibile in maniera massiccia anche oltre il normale ciclo giorno/notte; oggi la luce artificiale è un elemento essenziale della progettazione, in grado di influire sulla percezione e sulla fruizione degli spazi. Rinunceresti  all’elettricità per assicurarti una maggiore longevità delle tue architetture?

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Anche questo simpatico vecchietto preferisce ridurre al minimo la tecnologia. Il disegno e la forma del ferro da stiro sono salvaguardati.

Ma poi vorresti dire che la tua scelta di rinunciare a quella che tu definisci “Hi Tech”, non è di per se stessa una affermazione, un messaggio, veicolato per l’appunto dallo strumento che hai progettato?

Comunque non ti preoccupare, nessuno ti costringerà a rinunciare alla tua orgogliosa assenza di impianti di climatizzazione (mi pare che era questo che volevi dire) lo sviluppo della tecnologia ci sta consentendo finalmente di progettare e vivere abitazioni che ci riconcilieranno con il ciclo naturale delle cose. La tecnologia digitale per fortuna ci sta affrancando anche dalla fisicità delle connessioni.

Per ironia della sorte sembrerebbe che proprio per salvare il lento e inesorabile declino delle biblioteche pubbliche, in Inghilterra siano arrivati alla conclusione che sia utile proprio l’apertura alle nuove tecnologie.

“La proposta (…) è trasformare gli ambienti delle biblioteche in modo che siano più simili a caffetterie, dove oltre a leggere o prendere in prestito un libro si possa bere una tazza di caffè o tè, navigare facilmente su Internet tramite il WiFi e avere spazi per conversare e confrontarsi con altri lettori. (…) Le innovazioni tecnologiche legate alla lettura non si esauriscono comunque con la possibilità di collegarsi tramite WiFi in biblioteca. Il rapporto propone di organizzare una rete digitale con la quale le varie istituzioni librarie possano coordinare le loro attività, cosa che potrebbe aiutare le sedi più piccole ad ampliare l’offerta per i lettori (…)

L’innovazione tecnologica quindi accompagnata da buone pratiche relazionali sembra essere la chiave della questione.

Perciò io credo che un bravo architetto  debba dimostrare le sue capacità proprio nell’equilibrio con cui si esprime in ogni aspetto del costruire; ma soprattutto nella disposizione mentale che assume quando si affronta un problema, senza assumere posizioni precostituite verso le possibili scelte tecniche.

Per cui facciamo un patto, facciamoci tutti promotori di un nuovo concetto: il concetto di Media-Tech, dove per Media non si intende il portatore del messaggio, ma una via di mezzo tra l’Hi e il Low.

I messaggi li lasciamo a McLuhan.

Tuo affezionato,

Giulio.

Credits.
Editing a cura di Daniela Maruotti.
L’immagine di Fred alle prese con un PC è tratta dal sito
http://www.images.lirenti.com/show.php/15124_flinstones.jpg.html.
La foto del palazzo con le unità esterne è tratta dal blog Romafaschifo
http://www.romafaschifo.com/2014/06/antenne-fili-parablole-condizionatori.html
La foto dell’anziano con il ferro da stiro a carbone è di Bhaskaranaidu (Own work), tratta da Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0
http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0

Alla ricerca del lavoro perduto

21 novembre 2015

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L’inizio della ricerca del lavoro è sempre uno scontro con la dura realtà ma, per un Architetto, può davvero riservare sorprese al limite dell’immaginabile, per la mia esperienza, indicative della attuale e, purtroppo, penosa situazione in cui versa la nostra amata professione a tutti i livelli.
Appena laureata, armata di belle speranze ma anche di volontà, ho iniziato “la ricerca” del mio primo lavoro attraverso internet che, sappiamo, è uno strumento libero ed alla portata di tutti ed è, o sembra, il “luogo” dove possono incontrarsi domanda ed offerta in modo limpido e meritocratico.

Così come molti ho fatto la normale trafila: si manda il proprio curriculum a studi, più o meno noti, ed affascinati dai rendering accattivanti che mostrano i siti, si spera ardentemente di entrare a far parte del team. Se il neolaureato è fortunato gli viene proposto uno stage non retribuito della durata di svariati mesi, da 3 a 9 in genere, e questo è il caso “standard”.

Ma si sa che la fantasia non manca nel nostro campo ed ognuno di noi “architetti con la crisi” ne ha viste delle belle!

Il caso più singolare che mi è capitato da neolaureata è stato sicuramente quello di uno studio di Roma. Il lavoro da svolgere era questo: ognuno dei (tanti) collaboratori doveva cercare, sempre su internet ed al suo pc, due concorsi e parteciparvi a nome dello studio. Il collaboratore che vinceva un concorso veniva pagato a un prezzo fisso molto basso (ben diverso dal premio!) perché il restante serviva per “finanziare altri concorsi”, mentre chi non vinceva nessun concorso non veniva semplicemente pagato lavorando, in pratica, solo per arricchire con i suoi render il portfolio dello studio. Quando ho ricevuto la mail che conteneva questa proposta sono rimasta a bocca aperta e non ho neanche risposto.

Un’altra illuminante esperienza l’ho avuta durante un colloquio presso uno studio di giovani architetti che mi hanno chiesto: “ma tu hai un pc portatile da portare qui in studio? Ma da quanto tempo ce l’hai? No perché se non è veloce non va bene, ci serve un collaboratore con pc portatile nuovo!!”, il tutto per la miserrima “paga” di 150 euro al mese full time anche di sabato! Purtroppo o per fortuna, col senno di poi, non avevo e non ho un pc portatile performante e quindi mi hanno scartata senza neanche avvertirmi, naturalmente.

Il divertimento maggiore tra neolaureati era raccontarsi le esperienze di colloqui e le risposte che ricevevamo alle mail che mandavamo, con tanto di curricula e portfolii pieni di rendering e speranze universitarie. Ricordo che ad una mia amica e collega hanno avuto il coraggio di proporre come rimborso spese “150 euro + panini” per un tirocinio full time, un’altra lavora a tutt’oggi (5 anni dopo) per un architetto che le dà un fisso di 800 euro al mese e fa lei tutto il lavoro: progettazione, direzione dei lavori, pratica amministrativa e firma. Uno dei più bravi tra i miei colleghi lavora all’Ikea, ed è felice.

Ma io ero determinata a fare esperienza e farmi pagare.
Finalmente, dopo 6 mesi, trovai uno studio che mi prese a 400 euro al mese full time per 9 ore di lavoro al giorno: ero felicissima.
Rientravo in uno dei migliori casi in cui può incorrere un neolaureato e mi diedi molto da fare, peccato che, se prima eravamo due collaboratrici di studio, dopo tre mesi ero rimasta l’unica superstite con il doppio del carico alla stessa paga ed ovviamente, non riuscendo mai a finire entro le 19.30, con conseguente orario di lavoro tragicamente dilatato a mie spese.
Continuavano però ad entrare nuovi lavori e così, con un po’ di coraggio, feci la ingenua richiesta di un aumento e la risposta non fu un “no”, che avrei comunque apprezzato visto che la chiarezza vince sempre, ma un “vediamo, dai, dal mese prossimo”; bene, manco a dirlo, la frase è stata ripetuta per i successivi tre mesi.
Fortunatamente era estate e la mia voglia di andare al mare mi ha fatto avere il buon senso di abbandonare la baracca.

Dopo quasi un anno e un bel po’ di esperienza in più, cercando di nuovo lavoro, mi sono imbattuta in un gruppo di architetti e grafici che mi hanno chiamata per un colloquio che vale la pena raccontare: alle 3 di pomeriggio, con un caldo da morire, l’architetto “capo”, un signore molto robusto e “paffutello” di età 75 anni circa, mi fa la fatidica domanda “architetto, ma lei è fidanzata?” io davvero quasi non potevo trattenermi dal ridere ma devo dire che a volte l’apparenza inganna e quindi non si pensi che questo distinto signore volesse provarci!! No! Era molto serio invece, infatti, da precedenti domande che mi aveva posto come “ma lei quindi non è di Roma? Va spesso a trovare la sua famiglia? I suoi amici si trovano a Roma?” ho capito, solo dopo, che non era l’istinto sessuale a spingerlo su un terreno imbarazzante, più per lui che per me, ma le stesse ragioni del lupo cattivo della favola Cappuccetto rosso: “… è per sfruttarti meglio!!”

Ma non finisce qui! La più allucinante però è capitata ad un mio amico che ha fatto un colloquio presso l’abitazione di un architetto molto facoltoso ed amante dell’arte nella sua casa di Prati. Il povero mal capitato s’è trovato sottobraccio a questo anziano signore con “atteggiamenti ambigui” e di fronte ad un garbato ma fermo rifiuto delle profferte del potenziale datore di lavoro “il lavoro” è diventato in un batter di ciglia un tirocinio non retribuito con una sola via e prospettiva dichiarata: “poi se ci sono i finanziamenti…”; ogni cosa ha il suo prezzo, evidentemente.

Nel frattempo e, fortunatamente, ho incontrato anche persone corrette a riprova che non bisogna mai perdere le speranze e, grazie a ciò che ho imparato proprio da queste ultime, sto cercando dei lavoretti per conto mio per farmi in qualche modo conoscere.

Come 5 anni fa, non avendo parenti o amici che necessitino di lavori a casa, mi sono rivolta di nuovo al famigerato amico internet.

Ed ecco che si è riaperto il vortice! Tra architetti che svendono certificazioni energetiche su Groupon a 35 euro (vorrei chiedere a questi colleghi se hanno trovato un avanzatissimo rilevatore satellitare a ultrasuoni nell’uovo di Pasqua… come fanno il rilievo obbligatorio?) e quelli che per 300 euro  offrono un progetto di ristrutturazione completo ovunque in Italia e nel mondo (genius loci… una cosa che si vende su ebay?), sono però incappata in una proposta davvero interessante, la più interessante di tutte:  dall’invitante  nome  “a cena con l’architetto”  (probabilmente si ispira al titolo del film “la cena dei cretini”) è una sorta di contest aperto a clienti e progettisti e riesce a essere peggio del noto portale Cocontest che già di per sé agisce con meccanismi dubbi.

Funziona così: il potenziale cliente/utente va su facebook alla fan page dell’iniziativa e posta le foto e le piantine degli ambienti che vuole ristrutturare. Gli architetti (o studenti di architettura, poverini perché no?!) si iscrivono alla fan page e cliccano “mi piace” sulle foto degli ambienti che vorrebbero ristrutturare. Dopo un mese le richieste più “mipiaciate” vengono messe a bando interno e i progettisti pubblicano le loro proposte, sempre sulla pagina facebook. Il progetto più “mipiaciato” vince! Che fortuna! Il progettista vince nientepopodimenoche… 100 euro! E in più gli viene offerta persino una cena con il cliente in cui gli tocca pure dargli consigli sul colore delle piastrelle del bagno! Lungi dal progettista pensare di svolgere veramente il lavoro e prendersi il dovuto compenso! Geniali, davvero.

La conseguenza va ben oltre l’inevitabile perdita di qualità del progetto: la standardizzazione delle soluzioni progettuali, dovuta alla sempre maggiore rapidità e del minimo costo richiesti, elimina, purtroppo, tutta una serie di fattori indispensabili al lavoro dell’architetto:  la visita del luogo da ristrutturare, il rilievo, la riflessione, l’ascolto delle reali esigenze del cliente, la ricerca, l’elaborazione di più soluzioni, il dialogo col cliente, l’approdo alla soluzione finale.

In pratica elimina la nostra professionalità e la scelta per il committente.

Solo noi architetti possiamo far rispettare e valorizzare la nostra professione ed abbiamo l’obbligo morale di farlo anche se siamo disperatamente alla ricerca di lavoro.
La politica al ribasso non funziona mai ed il lavoro va pagato sempre e se non viene pagato bisogna rifiutarlo e chiamarlo con il suo nome: sfruttamento.



Editing: Daniela Maruotti
Immagini: da archivio pubblico

Weniger aber besser – Poco ma buono

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In Architettura si parla spesso di rifunzionalizzazione o recupero.

Per rifunzionalizzazione si intende un processo di riconversione di strutture già esistenti, non più in uso, perché le funzioni per cui erano state costruite non sono più richieste, o perché le strutture stesse sono obsolete rispetto alle funzioni che ospitano.

In genere, il problema maggiore legato al recupero di queste aree è legato alla sostenibilità economica dell’operazione.

I manufatti da riconvertire hanno bisogno di un plus valore, un valore aggiunto, che faccia da volano all’operazione.

Quando si hanno poche idee, si pensa che l’unico modo per rendere sostenibile una riconversione sia un consistente premio legato alla dimensione quantitativa dell’operazione (un consistente premio di cubatura, per esempio, nelle operazioni immobiliari); quando, invece, di idee se ne hanno un po’ di più, si prova ad immaginare una sostenibilità legata ad una dimensione qualitativa.

Una piccola azienda artigiana di Roma, la Elettroevoluzione, ci dà una lezione esemplare in questo senso.

L’azienda opera nel campo dell’audio design e fabbrica dispositivi di riproduzioni audio riconvertendo vecchi elettrodomestici, obsoleti sotto un profilo funzionale ma dal design riconoscibile, in nuovi dispositivi audio.

Particolarmente significativa è la scelta degli oggetti su cui questa startup ha operato le prime riconversioni: piccoli elettrodomestici della Braun come il famoso rasoio elettrico a batterie sixtant SM 31 (trasformato in radio-rasoio), lo spremiagrumi CJ3050 (trasformato anch’esso in radio-spremiagrumi), gli asciugacapelli HLD4 disegnati da Dieter Rams o il phon HLD5 di Weiss/Gruebel, ma anche la bistecchiera (modificata in giradischi-bistecchiera), la yogurtiera, la piastra per i waffle (riconvertita in cd-waffle-machine), della Rowenta, e ancora altri

Nella fattispecie il design della Braun, caratterizzato dall’opera di Rams è famoso per il proprio minimalismo ed è condensato in questa frase che utilizzò per spiegare il proprio lavoro: “Weniger, aber besser”, e cioè Poco, ma buono”.
Il minimalismo della Braun è la chiave per la quale questi oggetti trascendono il proprio tempo e sono diventati appetibili come oggetti da collezione. Questi (ex) elettrodomestici sono dei classici senza tempo.

La rifunzionalizzazione operata da Elettroevoluzione dona loro un nuovo tempo, una nuova funzione rispettosa del loro status di opera d’arte/di design.

La grande intuizione (ed abilità) insita nel lavoro dell’azienda consiste nel rispettare integralmente l’oggetto senza manometterne l’involucro esterno: i tasti di accensione, del volume o di sintonizzazione sono ricavati da quelli esistenti. Se questi non sono sufficienti, come nella riconversione dello spremiagrumi CJ3050, si è ricavata una manopola tagliando a metà il cono superiore, realizzando, nei fatti, una nuova manopola invisibile.

Una grande lezione, per tutti i designer e gli architetti, da persone competenti che hanno compreso perfettamente le logiche del mercato e del marketing, a cui dobbiamo guardare con grande attenzione.

Più che di un medico, Roma ha bisogno di un architetto.

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I due anni di “politica marziana” del dimissionario sindaco Marino ci hanno permesso di focalizzare meglio le dinamiche della Capitale, grazie proprio a quello che è stato e non è stato fatto.

Marino ha contribuito a portare in luce le dinamiche perverse della gestione degli appalti, delle partecipate comunali, dei potentati mafiosi.

Questo gli va riconosciuto.

Marino ha avuto anche il merito di spingere fortemente verso una partecipazione cittadina allo sviluppo della città. Noi di Amate l’Architettura abbiamo avuto esperienze dirette in due occasioni: nell’area delle ex caserme di via Guido Reni (Qui i nostri sette articoli sulla vicenda delle ex caserme: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e per i cosiddetti piazzali est e ovest della stazione Tiburtina.

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Purtroppo la sua azione non è andata molto oltre, sicuramente anche a causa della assoluta inadeguatezza delle persone che compongono il suo partito a Roma.

Colpisce tuttavia, sui mezzi di informazione, l’assenza da tutti i commenti su una questione che a noi risulta lampante: questa consiliatura, come tutte le precedenti degli ultimi 30 anni, non ha mai proposto un’idea di città.

Sembra un discorso un po’ astratto, da architetti frustrati, ma a pensarci bene per una città, con problemi enormi e pochi soldi per risolverli, il modo migliore di razionalizzare le soluzioni è progettarle, possibilmente con soluzioni creative.

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Facciamo un esempio facile facile.

Il problema dei problemi dell’Urbe è il traffico. Il traffico si risolve con un trasporto pubblico efficiente (non con i parcheggi in centro!) con i disincentivi ad utilizzare mezzi privati ad elevato impatto ambientale (l’automobile) e con l’incentivo ad utilizzare quelli privati sostenibili.

Riguardo a questo punto è dimostrato dall’esperienza di altri contesti che la creazione di una rete efficiente di ciclabili, unita alla possibilità di utilizzo con bici dei mezzi pubblici, può scaricare un minimo di un 20% – 30% del traffico. L’unica proposta pervenuta in questi due anni, mentre andavano in malora le ciclabili esistenti, è stata quella di creare un circuito cittadino, il GRAB con l’unione di parchi, ciclabili esistenti e un paio di chilometri di ciclabile nuova.

Peccato che questo circuito sia un anello fine a se stesso, un percorso di svago per i fine settimana.

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Ben altra cosa era un progetto di ciclabili su sette strade consolari romane uniti a due percorsi anulari di congiunzione, presentato da #salvaiciclisti e rete mobilità nuova. Un vero progetto di mobilità alternativa, che dovrebbe essere integrato da un piano di riassetto urbano.

Durante questo periodo abbiamo assistito ad operazioni puntuali di immagine (la chiusura di via dei Fori Imperiali senza un piano di riassetto del centro storico), di speculazione (il nuovo stadio della Roma su aree a verde pubblico e privato e su terreno golenale, gravato con cubature incredibili non attinenti allo sport) e addirittura ad iniziative personali contrarie ai risultati di processi partecipativi già avviati, come nel caso del fermo di un anno a causa del sostegno del sindaco al progetto di un parco lineare sulla ex sopraelevata.

Roma ha grandi problemi ma altrettante potenzialità inespresse, come nel caso dei mercati rionali, (dove abbiamo partecipato al convegno “Un mercato non è solo un mercato” organizzato Carteinregola, presente l’Assessore Caudo) e ad un altro dal titolo: “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” del CNR, all’Expo di Milano 2015 (qui lo storify del nostro contributo) .

Torniamo a pensare ad una idea di città, coinvolgendo la gente, le associazioni e soprattutto quelli che le sanno progettare, gli architetti.

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