L’Albero della vita – il diritto d’autore in Architettura

4 dicembre 2014

Alle innumerevoli discussioni che stanno accompagnando la realizzazione dell’Expo 2015 se ne è aggiunta un’altra legata al progetto dell’opera simbolo del Padiglione Italia di Expo 2015: “l’Albero della vita“.

Infatti non appena è stato dato il via libera alla gara per la realizzazione dell’opera l’architetto Chris Wilkinson, progettista dei noti “Supertrees” di Singapore, ha subito gridato al plagio.
In effetti non è difficile riscontrare la similitudine tra i due progetti e sembra che l’architetto stia valutando se agire per le vie legali.

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La questione assume una certa rilevanza se si tiene conto del fatto che una delle tematiche cardine dell’EXPO è la lotta alle contraffazioni dei prodotti italiani all’estero.

Ma come? Noi ci lamentiamo tanto del fatto che qualcuno nel mondo ci ruba le idee e i prodotti, con grande responsabilità del lontano oriente, e poi quando dobbiamo scegliere il monumento simbolo della nostra italianità, finiamo per copiare a nostra volta, proprio da qualcosa che proviene dal mondo orientale.

Che c’è di sbagliato in tutto ciò?
C’è che traspare sullo sfondo una precisa visione in tema di copyright.

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Infatti questa storia assomiglia a quella di Walt Disney che dopo aver prodotto Cenerentola (e innumerevoli altre storie tratte da famose favole), ha intrapreso (e tuttora intraprende) una battaglia agguerritissima per preservare i suoi diritti d’autore; facendo di tutto per negare ad altri quella libertà di utilizzo delle idee che a lui ha portato tanta ricchezza.
L’idea, maturata nell’ottocento, e sviluppata nel novecento è che il diritto d’autore sia uno strumento a tutela di chi produce nuove idee; se mi invento una soluzione ad un problema, il diritto d’autore mi consente lo sfruttamento economico della mia innovazione; sulla carta quindi il diritto d’autore, tutelando gli investimenti sul mio progetto, è un elemento di stimolo alla ricerca da parte dei privati e quindi indirettamente, la tutela del diritto d’autore porta un beneficio anche alla comunità.
Oggi il sistema è seriamente messo in discussione per almeno due motivazioni.
La prima è che, con l’evoluzione delle tecnologie digitali, è diventato sempre più difficile esercitare e far valere un copyright. La moltiplicazione dei sistemi di riproduzione e la velocità di circolazione delle informazioni rende praticamente impossibile tenere sotto controllo tutte le innovazioni; soprattutto quelle che si esercitano in campo creativo.
Ne sanno qualcosa le grandi case discografiche e le major cinematografiche, per le quali l’avvento dei sistemi di distribuzione Peer to Peer (da Napster in poi) è stato un autentico disastro; dopo anni di battaglie tecnologiche e legali in difesa del copyright tradizionale, solo recentemente stanno emergendo nuovi modelli di business in grado di sfruttare al meglio le nuove tecnologie disponibili.
La seconda è che, proprio sulle trasformazioni culturali innescate dalla rivoluzione digitale, si sta prendendo coscienza in maniera più stringente, dei limiti che il sistema pone proprio allo sviluppo e all’innovazione. È abbastanza intuitivo il fatto che l’innovazione e l’evoluzione avvengano più facilmente dalla libera circolazione delle idee; le società si evolvono e si sviluppano dove le idee oltre che circolare liberamente, possono anche essere liberamente riutilizzate e manipolate. Ma se su quelle idee vi sono dei limiti giuridici di utilizzo è molto probabile che su di esse non si sviluppi niente di nuovo, generando quindi un danno al potenziale miglioramento dell’intera società. Il diritto d’autore genera una condizione di monopolio, che a sua volta blocca la possibilità di sperimentare sull’oggetto tutelato dal diritto stesso.
Un caso di scuola è costituito dalla storia dell’evoluzione della macchina a vapore; Watt spese molto tempo e denaro per tutelare la sua innovazione (il principio del condensatore separato) con la quale migliorò il primo prototipo di macchina; negli anni di validità del brevetto Watt operò in regime di monopolio impedendo con la legge qualsiasi possibilità di miglioramento che molti concorrenti erano riusciti ad apportare alla macchina di Watt. Il sistema dei brevetti britannico, di fatto, ritardò la possibilità di migliorare la macchina a vapore di almeno 30 anni; per tutto il tempo di validità del brevetto, gli altri inventori non poterono sviluppare nessuna delle loro idee. Il risultato è stato un indubbio danno per l’evoluzione tecnologica della società nel suo complesso. E non solo per la società.
“Per ironia della sorte, Watt non solo usò il sistema dei brevetti come randello legale con il quale demolire la competizione, ma i suoi sforzi per mettere a punto una macchina migliore vennero intralciati dal sistema stesso dei brevetti. Una limitazione importante del motore Newcomen originale consisteva nella sua incapacità di fornire un moto rotatorio costante. La soluzione più conveniente, che implicava l’uso combinato di un pedale e di un volano, si basava su un metodo brevettato da James Pickard, il che impedì a Watt di poterne fare uso.”

Torniamo all’architettura.
Le mie reminescenze universitarie mi insegnano che tutta la storia dell’architettura non è altro che un immenso ripetere di schemi formali e tipologie edilizie; forme e soluzioni formali che si ripetono indefinitamente e senza limitazioni contaminandosi a vicenda con minimi aggiustamenti progressivi.
Oserei dire che proprio la ripetizione tipologica è uno gli elementi che maggiormente determina il valore e l’importanza di una certa opera.
C’è bisogno di esempi?
Parliamo delle cattedrali gotiche e romaniche, degli ordini classici, dei palazzi signorili rinascimentali, delle chiese gesuitiche, delle piramidi, delle costruzioni industriali, delle torri, del modulor di Le Corbusier, ecc.

Tutte soluzioni formali che sono state ripetute e rielaborate nel tempo, per le quali sarebbe semplicemente ridicolo pernsare di attribuire un diritto d’autore al primo archietto che ne ha codificato l’utilizzo (sempre ammesso che si possa rintracciare tale primogenitura).
Persino la contemporaneissima produzione architettonica delle Archistar, apparentemente ispirata dalla sistematica ricerca di una futuristica novità, in realtà non è che un riproporsi di schemi formali, per cui alla fine molte opere finiscono per assomigliarsi tra loro, speso citandosi deliberatamente, spesso riproponendo identiche soluzioni formali senza specifico intento di citazione.

Insomma gli architetti, notoriamente, copiano!

Si tratta di una caratteristica peculiare del loro modo di lavorare.
E quando non copiano in maniera esplicita capita che il loro lavoro sia soggetto ad una forma di “Ripetitività Infettiva”; ovvero quella forma di contaminazione delle idee per cui anche involontariamente, anche frequentando ambienti apparentemente distanti, si finisce per giungere alle stesse conclusioni; si finisce per restituire risposte formali simili.
Si veda in proposito un bellissimo articolo di Luca Silenzi sul tema dei memi, dove tra le altre cose, potete trovare anche l’albero genealogico di Rem Koolhas e dei suoi collaboratori fuoriusciti dal suo studio.
“I memi sono idee o parti di idee – come una lingua, una consuetudine culturale, una religione, una melodia, un valore estetico, un approccio teorico, una particolare soluzione tecnica, o architettonica o formale – che, trasmesse da mente a mente e associate tra loro, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione. Si arriva, in certi casi, ad una cosiddetta “ripetitivitè infettiva” del meme, che assume i tratti ben noti del tormentone.”

L’idea di fondo è che le opere di intelletto e quelle scientifiche sono il frutto di un processo cognitivo che va oltre il singolo autore. Le idee si sviluppano secondo modalità simbiotica ed empatica. Come se le idee avessero esse stesse una loro identità autonoma e sfruttassero l’uomo come un veicolo attraverso il quale prendere forma.

“le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa per poi trasmettersi di nuovo agli altri, magari con qualche variazione”.

Questa evoluzione concettuale è il frutto di una parallela evoluzione tecnologica; la rivoluzione digitale, che sta scardinando alla radice il modo con cui si sviluppano le relazioni umane e culturali, moltiplicando sia il numero che la qualità delle comunicazioni, anche in ambito architettonico.

“L’architettura, fino a qualche anno fa la più longa delle arti, in cui c’era ampio margine – in Italia forse anche troppo – per la maturazione di pensieri e riflessioni, è diventata anch’essa qualcosa di fruibile in tempo reale. I filtri si sono assottigliati, spesso annullati. Assistiamo giornalmente allo sviluppo delle varie fasi di progetto di un edificio che ci interessa, e possiamo ammirarne o discuterne l’evoluzione, perfino osservarne le fasi di cantiere. Possiamo anche dichiarare a chi vogliamo, o al mondo intero, se quel progetto ci piace, o commentarlo. E tutti possono farlo, non solo i critici propriamente detti. Si è parlato di vouyerismo pornografico nelle pubblicazioni di architettura on-line, e forse è così. E’ un segno dei tempi, non starei troppo a scandalizzarmi: semplicemente, prima non c’erano i mezzi tecnici per fare tutto questo.”

In questa ottica, l’idea di realizzare un’opera come L’Albero della Vita per il Padiglione Ialia, sembrerebbe inserirsi appieno un un caso di “ripetitività infettiva”.

C’è infine un aspetto più filosofico che attiene all’utilizzo delle categorie mentali. È evidente infatti che se l’arch Wilkinson è stato il primo ad utilizzare una specifica forma, quella ad albero, per una costruzione di grandi dimensioni, questo non gli consente di assumere l’esclusiva su quella forma; a maggior ragione se la forma in questione è una forma di origini organiche percepibile e riproponibile in antura sotto moltissime variazioni. Non è che d’ora in poi chiunque voglia fare una qualsiasi costruzione a forma di albero dovrà necessariamente chiedere il permesso a Wilkinson. Sarebbe come ammettere la brevettabilità dell’idea della sedia.
A mio parere questa non è che una deriva degenerativa del modello architettonico basato sulle archistar; tanto più ci si illude che l’architettura sia un processo riconducibile ad un unico soggetto (l’archistar appunto) tanto più emerge la necessità di tutelarne l’opera secondo le forme classiche novecentesce.

Il novecento infatti era l’epoca delle comunicazioni di massa dove i media mainstream veicolavano le informaizoni in maniera piramidale. Il sistema autoriale era funzionale a questa comunicazione

“da uno a molti”

che utilizzava la televisione e i giornali. L’autorialità e lo Star sistem erano per certi versi anche una froma di garanzia dell’utente sulla qualità del prodotto (identificato dal marchio di fabbrica). Il passaggio alla rete, come veicolo di distribuzione delle informazioni ha trasformato il modello comunicativo in maniera orizzontale; il sistema è divenuto

“da molti a molti”

rendendo sempre meno necessaria l’autorialità verticistica e valorizzando l’apporto “dal basso” nelle produzioni culturali.

Il modello che identifica l’archistar come un unico soggetto detentore delle trasformaizni urbane è quindi una deformazione concettuale ereditata da un modello economico ormai palesemente in crisi; il modello economico coltiva l’illusione che i processi produttivi e le trasformazioni urbane possano essere sotto il controllo esclusivo di pochi soggetti, mentre invece la città si evolve e si trasforma secondo dinamiche che il più delle volte sfuggono al controllo dei singoli centri di potere. Ovviamente in molti ambiti fa comodo illudersi del contrario, esattamente come fa comodo sostenere che il diritto d’autore sia a tutela della crescita culturale.

Forse l’arch Wilkinson, prima di procedere con eventuali azioni legali dovrebbe riflettere meglio su questi aspetti. Prima di lui (che farà ciò che ritiene più giusto per se stesso) mi aspetterei ceh questi temi divenissero oggetto di riflessione anche per l’EXPO 2015, laddove il tema della tutela dei prodotti locali deve necessariamente confrontarsi con la necessità di garantire al prodotto DOP una adeguata diffusione all’interno di un modno oramai totalmente decontestualizzato.

Occorrerà inoltre riflettere come anche sulle caratteristiche di dinamicità della cultura (in questo caso culinaria) e sulla necessità di garantire vitalità ai prodotti nazionali, consentendone la contaminazione e la trasformazione: la pizza avrebbe avuto tanto successo se gli americani non la avessero reinventata alla oro maniera?

A scanso di equivoci, considerato che tuttora esiste un sistema internazionale di tutela del diritto d’autore provo comunque a riproporre alcune opere che a mio parere possono considerarsi dei validi antecedenti.

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Qui invece trovate alcuni esempi di riproposizione della forma ad albero, segno che l’idea è solo agli inizi.

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