Con la cultura si mangia!

2 agosto 2014

Come ogni anno la fondazione Symbola pubblica un rapporto sullo stato della cultura in italia.

Uno dei risultati più significativi del Report 2014 è la constatazione oggettiva sui numeri dell’industria culturale, che anche in una congiuntura sfavorevole, consente di sfatare una serie di luoghi comuni intorno alla cultura, primo tra tutti il fatto che “con la cultura non si mangia!”

Qui potete trovare un’ottimo riassunto dei miti sfatati in relazione alla cultura.

Il messaggio appare ormai chiaro ed evidente:

CON LA CULTURA SI MANGIA!

Le imprese del sistema produttivo culturale sono 443.458, il 7,3% del totale. A loro si deve il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia: 74,9 miliardi di euro.

Già questo dato da solo basterebbe a mettere in discussione la famosa e infelice frase di Giulio Tremonti; il dato più rilevante del rapporto è però il cambiamento di prospettiva rispetto a cosa si intende comunemente come attività culturale.

Non più una cultura intesa solo come studio e conservazione del patrimonio esistente ma anche come produzione creativa di nuovi contenuti culturali. Chi fa cultura, operando nei settori creativi porta un valore aggiunto che si traduce anche in un ritorno economico  molto significativo; per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,67 in altri settori.

Ma se la cultura possiede una tale capacità di generare valore, a maggior ragione gli architetti sono tra le categorie che più di ogni altra dovrebbero sapere mettere a frutto questo valore aggiunto. A patto che gli architetti sappiano dove e come indirizzare le loro competenze.

Questo modo di intendere la cultura dovrebbe aiutare a sgombrare il campo una volta per tutte dalla perenne crisi di identità dell’architetto e a dare una definitiva collocazione all’architettura, sistematicamente in bilico tra arte e tecnica, tra creatività e mestiere. Disorientato e vituperato dallo stereotipo del creativo idealista e incapace di portare un reale valore aggiunto all’economia delle costruzioni, l’architetto negli ultimi anni ha ricercato spesso le motivazioni alla propria professione su campi che dovrebbero essere solo complementari all’architettura in senso stretto.

Dovendo competere in un mercato asfittico, ingessato dalla burocrazia e dal clientelismo diffuso, una larga maggioranza di architetti ha progressivamente abbandonato l’idea che la professione dell’architetto potesse essere anche una professione spiccatamente creativa; perdendo di vista e abbandonando sul campo la sola peculiarità che avrebbe potuto (e dovuto) caratterizzare una professione altrimenti non distinguibile dalle professioni concorrenti (ad es. geometri e ingegneri).

Addirittura non è raro incontrare colleghi architetti che attribuiscono alla creatività una accezione manifestamente negativa; come se l’idea stessa che l’architettura possa intendersi come una “arte creativa” sia una cosa deprecabile in senso assoluto. Con lo stesso atteggiamento ho incontrato architetti che pretendevano di poter marcare le distanze dal loro stesso essere architetti: “Ah, io non mi definisco architetto!”. Come se la stessa idea di definirsi architetto fosse il male da estirpare nella professione.

Eppure mentre su campi strettamente tecnico/burocratici (penso ad esempio alla progettazione impiantistica, alla sicurezza, alle pratiche amministrative, ecc.) considerati “necessari” per la realizzazione di un opera, l’architetto non ha da offrire molto di più di quanto i suoi colleghi/concorrenti possano offrire con più competenza ed esperienza, è sul piano della creatività (e della cultura) che si esprime l’unicità della sua offerta professionale; oggi possiamo finalmente affermare che questa unicità è in realtà quella che più di tutte conta in termini di valore economico.

Architetti! non abbiate paura di definirvi una professione culturale e creativa!

Nota a margine.

Nel Rapporto Symbula, la parte relativa all’architettura è stata scritta da Pippo Ciorra con un saggio intitolato “Architettura a due velocità”, intendendo con questo indicare lo scostamento temporale che si genera tra la capacità degli architetti di generare riflessioni sulla evoluzione della città e il tempo fisico necessario per depositare sul territorio i risultati di tali riflessioni. Il saggio si concentra su una serie di best practices di colleghi architetti che hanno saputo dare alla loro attività un respiro più ampio dei confini nazionali, spesso anche con esperienze di studi fondati direttamente all’estero, che operano comunque su scala fortemente transnazionale: architetti quindi che hanno scelto di operare su scala globale, che hanno avuto successo grazie a questa scelta.

Questi architetti vengono finalmente anche premiati dalle istituzioni italiane, nella speranza che il riconoscimento ufficiale li solleciti ad un fertile rientro all’interno del panorama italiano. Si citano i due casi della mostra Erasmus Effect (curata dallo stesso Ciorra) e del Premio Architetto Italiano istituito nell’ambito della Festa dell’Architetto dal Consiglio Nazionale per premiare i talenti italiani (delle cui commissione fa parte lo stesso Ciorra); entrambi meritori nell’aver messo in evidenza e valorizzato le esperienze internazionali.

Entrambe le istituzioni (il premio e la mostra) apparentemente incapaci di rendersi conto di come gli studi premiati abbiano avuto successo proprio perché si sono svincolati dall’ambiente istituzionale e accademico italiano. Un riconoscimento di sicuro aiuta a “riconciliare” le nostre eccellenze internazionali, ma non basta.

Leggendo l’articolo la sensazione che se ne ricava è che le due velocità non siano tanto di carattere tecnico/cognitivo (il tempo che passa dall’elaborazione di una riflessione architettonica alla sua attuazione sul territorio: un dualismo da sempre proprio dell’architettura) quanto di carattere sociale. Si ha l’impressione cioè che continuino a coesistere due mondi architettonici diversi, paralleli e incapaci di comunicare tra loro; due mondi che non sono tanto quelli accennati da Ciorra, Consiglio Nazionale vs ambiente accademico, quanto invece il mondo della massa di piccoli professionisti (precaria, male organizzata e non rappresentata) contrapposto al circolo chiuso delle istituzioni (rappresentati insieme sia dall’accademia che dal sistema degli Ordini).

Se esistono due velocità è proprio perchè le istituzioni (e comprendo in queste anche il circuito delle riviste e della critica di architettura) hanno perso la capacità di stimolare l’ambiente architettonico, riconoscendo la validità di un opera o di un professionista, solo dopo che questa ha ricevuto una qualche forma di riconoscimento estraneo (la vittoria di un concorso o la realizzazione di un’opera di largo respiro – tipicamente ottenuta all’estero), oppure solo perchè il professionista ha avuto la fortuna di fare parte del “giro giusto”. Anche questa seconda opzione, potrebbe ancora andare bene se il “giro giusto” fosse il frutto di una forte riflessione ideologica, capace di identificare un pensiero architettonico condiviso.

Quello che manca quindi è la creazione di una “Classe media” di architetti. Un livello di professionisti intermedi che, pur esercitando il mestiere con una forte attenzione alle esigenze pragmatiche (alle quali in genere i privilegiati dell’Olimpo architettonico non devono sottostare) non vogliono e non devono rinunciare ad essere spiccatamente Architetti creativi.


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