ETICA E PROFESSIONE – IL GIURAMENTO DI VITRUVIO

“Come i medici con Ippocrate gli architetti dovrebbero
legare etica e conoscenza impegnandosi a realizzare sempre edifici di qualità
evitando scempi ambientali”

Il Prof. S. Settis, con “Il Giuramento di Vitruvio” (Sole 24 Ore – 12.01.2014) ha proposto, provocatoriamente, che gli architetti siano vincolati sotto l’aspetto etico e della conoscenza così come lo sono i medici con “Il Giuramento di Ippocrate”. Come era prevedibile, questo articolo è passato quasi sotto silenzio soprattutto tra gli addetti ai lavori, e non è riuscito a provocare quel dibattito che avrebbe potuto e dovuto. Questo perché Settis ha posto l’accento su un argomento alquanto “spinoso”, ma di enorme rilievo, quale è la “Responsabilità” dei professionisti della progettazione, di cui quasi mai si ha il coraggio di parlare come si dovrebbe. E’ come se architetti, ingegneri ed urbanisti non fossero tra gli attori protagonisti del processo di trasformazione del territorio, ma, a seconda dei casi, fossero delle figure estranee o, ancora peggio, dei semplici “realizzatori” dei “desiderata” del potere di turno, sia politico che economico-finanziario. Tutto ciò deriva principalmente da un grosso equivoco di fondo generato da un convincimento molto diffuso ed alimentato dagli stessi progettisti (in particolare dagli architetti), che sono ritenuti e si ritengono sopratutto degli artisti. Da questa considerazione scaturisce “l’assioma” che essendo un artista, il progettista ha delle responsabilità limitate, o addirittura nessuna (escludendo quelle di natura penale chiaramente), rispetto a chi opera scelte politiche di sviluppo e pianificazione territoriale e a chi determina quelle di natura economico-costruttiva. Ma ratificare strumenti urbanistici di varia natura e quindi condividerne le scelte progettuali e/o firmare i progetti per le richieste dei permessi di costruire, sono o no, per un Progettista, atti di responsabilità anche sotto l’aspetto etico e morale?

Il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le nostre città, sta ai politici affrontare l’emergenza generale in cui viviamo. Gli architetti si occupano di ben altre cose” (M. Fuksas).

“L’architetto cala sulla città il suo mantello per garantire che sia “alla moda”, contemporanea davvero… Salvo poi rinchiudersi, come fa Fuksas, nell’alibi di non avere alcuna responsabilità, di essere un umile artista, un artigiano che potrà al massimo dire “lasciamo i problemi a quelli che dovrebbero gestirli” (F. La Cecla)

La stessa cosa che, quasi un secolo fa, rispondeva Mies van der Rohe quando, in pieno regime nazista, veniva accusato di essere un collaborazionista:
“Gli artisti hanno sempre lavorato per i potenti, perché stupirsi?”;

abbandonando poi la Germania solo dopo aver perso il Concorso per la ricostruzione di Berlino che Hitler affidò ad Albert Speer. Ed anche lui parlava di sé definendosi appunto un “artista”. A conforto di questa tesi, purtroppo, e di quanto sia radicata nella nostra professione, esiste una vasta “collezione” di affermazioni, interventi e prese di posizioni di architetti vari e di varia caratura, da cui scegliere fior da fiore. A dimostrazione anche di una certa arroganza ipocrita e in alcuni casi addirittura di profondo disinteresse per il problema della responsabilità sociale e dei comportamenti etici e morali nell’esercitare la professione, senza per questo voler togliere nulla alla naturale dimensione artistica di questo bellissimo “mestiere”. Un esempio per tutti. Nel 2009 il matematico Piergiorgio Odifreddi intervista per «la Repubblica», l’architetto Peter Eisenman, figura di rilievo e “guru” del decostruttivismo. Alla domanda “di come e cosa rispondere alle critiche che gli erano state rivolte da chi abitava nell’ House VI da lui progettata e se lui vivrebbe mai in una casa simile”, risponde:

“Io no! Non vivrei in nessuna delle case che progetto… io posso parlare del progetto, ma non della reazione della gente: non realizzo le mie opere preoccupandomi di cosa ne dirà il pubblico, così come Joyce non scriveva Finnegans’ Wake preoccupandosi delle reazioni dei lettori”.
Solo uno sprovveduto potrebbe immaginare che Eisenman non sappia la differenza tra un’architettura ed un libro! Ma la sua risposta evidenzia l’autoreferenzialità e l’arroganza presenti nella nostra professione, ma in maniera preoccupante in molti di coloro che, a torto o a ragione, sono riconosciuti e/o si pongono come punto di riferimento nell’architettura contemporanea. Perché non è possibile pensare che un libro, un quadro, un film, un componimento musicale o poetico, insomma qualsiasi opera frutto dell’espressione artistica dell’uomo, possa essere paragonata ad un’opera di architettura se rapportata alla peculiare capacità di incidere in modo significativo sulla qualità della nostra vita. E’ addirittura banale esprimere con un paradosso il concetto che si può benissimo non leggere libri, non visitare mostre, non andare al cinema, non ascoltare musica e così via, impoverendo certo l’aspetto culturale ed intellettuale della nostra vita. Ma tutto ciò sarebbe dovuto solo ad una scelta individuale che non ha niente a che vedere con la qualità intrinseca dell’opera d’arte e quindi con un’eventuale responsabilità dell’artista, che opera in assoluta libertà, seguendo solamente la stella polare della sua creatività. Ma l’architettura è qualcosa di diverso e di più complesso. E’ nata insieme all’uomo. Fa parte indissolubilmente della nostra vita, perché anche senza accorgercene noi “respiriamo” architettura tutti i giorni. Luoghi e spazi che “abitiamo” nello svolgimento delle attività quotidiane e che per fortuna o purtroppo altri decidono come, perché, dove e quando realizzare e quindi opere che l’intera collettività, è costretta a subire.

“Il compito dell’architetto è quello di creare luoghi significativi per aiutare l’uomo ad abitare”.

Dove la parola “abitare” assume per Norberg-Schulz (Paesaggio, Ambiente, Architettura) un significato più generale, riferendosi a tutte quelle “realtà costruite” che l’uomo “abita” nell’arco della sua vita. Ed è proprio questa la differenza fondamentale che fa dire allo scrittore e storico Robert Byron:

“Le Gallerie devono essere visitate, i libri devono essere aperti. Gli edifici invece sono sempre con noi. La democrazia è un fatto urbano e l’architettura è la sua arte”.

Ma il problema etico e morale non riguarda solo questo aspetto. C’è anche quello della corruzione che, specialmente in Italia, è diventato “patologico” con il 70% dell’importo totale prodotto dal mondo delle Costruzioni, degli Appalti e di tutto quello che gira intorno. Già nel 2001 la Transparency International (associazione non governativa che si occupa della corruzione nel mondo) dichiarava che il settore immobiliare copriva ben il 78% della corruzione mondiale e naturalmente noi ci siamo immediatamente adeguati. Nel suo articolo Settis parla dell’intervento sul quartiere di Santa Giulia a Milano, in costruzione su un terreno con un enorme deposito di rifiuti cancerogeni. Progettato da Norman Foster e presentato nel 2006 addirittura alla Biennale di Architettura a Venezia. Diamo certo per scontata la buona fede dell’archistar Foster. Ma quando la magistratura ha sequestrato il terreno, non ricordo alcuna dichiarazione o netta presa di posizione da parte del Progettista. Come e quanto, invece, sarebbe stato opportuno, “educativo” e soprattutto “dirompente” un segnale di questa portata? Per non parlare di quello che è successo nella “terra dei fuochi” in Campania. Si è parlato delle enormi responsabilità della “Politica” e di quelle di Imprese ed Imprenditori. Anche in questo caso però non ho sentito denunciare, almeno con la stessa portata, le responsabilità di chi ha firmato progetti su quei terreni, a meno che non siano tutti di natura abusiva. Ma per dirla tutta il silenzio più “imbarazzante” è sempre e senza alcun dubbio quello degli Ordini Professionali. Alla luce di tutto ciò, parlare poi di “Qualità del progetto” in senso assoluto e completo non può riguardare solo gli aspetti architettonici, sia formali che funzionali, ed escludere quelli etici e morali che fanno parte di tutte le Professioni. Anche perché al tema dell’etica si legano altri concetti importanti come quelli di libertà e di dignità
“… oggi per una rinascita bisogna essere responsabili, ma per essere responsabili bisogna essere liberi, senza condizionamenti, altrimenti non ci può essere autonomia e libertà e senza di esse non c’è responsabilità” (
M. Pistoletto).

Allora forse tocca anche a noi “Progettisti, come ultimo “baluardo”, cercare di recuperare quel ruolo di protagonisti, all’interno di qualsiasi “percorso progettuale”, che la Committenza Pubblica e Privata hanno oramai da tempo ridimensionato e spesso annullato, con la nostra “colpevole” complicità e disponibilità. Oggi l’Italia, versa in una situazione che è quasi un eufemismo definire drammatica, con un territorio consumato e devastato da disastri idrogeologici, terremoti e dall’abusivismo “legalizzato”, dove la qualità diffusa dell’architettura è sparita non solo nella pratica quotidiana, ma soprattutto in quegli interventi a scala diversa che dovrebbero concorrere a definire l’identità, ma soprattutto la qualità delle trasformazioni del territorio. Oggi in Italia è ancora possibile chiedere al “Progettista” un’assunzione di responsabilità? Oppure vogliamo continuare a fare come gli struzzi o come le tre scimmiette? Nessuno è immune da colpe, ma arriva il momento in cui bisogna per forza invertire la rotta per poter andare avanti. Poco meno di due anni fa uscì su Panorama un articolo di una giovane “free lance”, Maddalena Bonaccorso, che all’interno di una visione critica su architetti ed un certo tipo di architettura, proponeva uno “squarcio” di speranza di cui abbiamo enormemente bisogno.

“Ai quattro angoli del globo giovani architetti costruiscono rispondendo alle esigenze della gente, da Johan Anrys a Tirana, ad Alejandro Aravena in Cile, a Hu Li in Cina… avanza una nuova generazione di giovani architetti che vivono nel mondo reale e non più in quello del “distacco” da terra,…e che utilizzano parole finora sconosciute ai grandi progettisti: responsabilità, ascolto, morale, riuso, autocostruzione, dignità e spazio pubblico. Ai quattro angoli del globo, l’architettura è diventata sociale; non è più un contenitore fine a sé stesso. E mentre gli studi di progettazione si confrontano con i temi che stanno modificando profondamente il nostro modo di vivere e di abitare – la crisi economica planetaria, gli sconvolgimenti delle guerre, gli insediamenti informali all’interno delle megalopoli, l’inquinamento, gli spazi vuoti da recuperare – l’architettura torna ad essere un fondamento della morale. Perché è nella gestione dello spazio che si decide se una società diventa violenta o sceglie di non esserlo, e ogni città è una sfida che solo il rapporto virtuoso tra pubblico e privato può vincere”.


3 Commenti a “ETICA E PROFESSIONE – IL GIURAMENTO DI VITRUVIO”

  1. giovaniarchitettitaliani scrive:

    Chi scrive è un gruppo di giovani architetti italiani che vorrebbero far parlare di un fatto piuttosto deludente in cui siamo stati coinvolti.

    Si tratta del concorso di idee pubblico “Copertura dell’Auditorium dell’imperatore Adriano in piazza Madonna di Loreto (ROMA)” http://archeoroma.beniculturali.it/node/1004 indetto dalla Soprintendenza Speciale per i Beni archeologici di Roma con scadenza lo scorso 4 Gennaio 2014. Il bando prevedeva il restauro, la valorizzazione e la fruizione del complesso monumentale dell’Auditorium dell’imperatore Adriano, finalizzato all’ acquisizione di una proposta ideativa per la successiva progettazione definitiva ed esecutiva relativa alla “Copertura dell’Auditorium dell’imperatore Adriano.

    Abbiamo creduto nella nostra proposta e portato avanti il concorso con impegno e sacrificio e ci sentiamo fortemente presi in giro da quanto è accaduto lo scorso 25 Febbraio quando abbiamo letto con amarezza nel sito della Soprintendenza questo avviso :
    Avviso di sospensione della procedura di gara:
    http://archeoroma.beniculturali.it/sites/default/files/GARA-Auditori…

    Ciò che ci ha indignati di più non è stato l’avviso ma la motivazione della sospensione :
    “nelle more dell’approfondimento e delle valutazioni in merito ad alcune questioni postesi relativamente alla composizione della Commissione di Gara”

    Come è possibile che a distanza di quasi due mesi di completo silenzio, la Soprintendenza sospende la procedura per questioni che riguardano la composizione della giuria?
    La sospensione non riguarda né la mancanza di fondi né problemi di altro genere: non si è riusciti a comporre una giuria che potesse iniziare i lavori per la valutazione delle proposte.
    Ci chiediamo, non è questa una presa in giro per chi ha lavorato duramente e si aspetta lo stesso tipo di serietà dalla Stazione Appaltante?

    E’ possibile che nei concorsi indetti dagli Enti Pubblici italiani spunta sempre qualche problema?
    Speriamo che qualcuno possa unirsi alla nostra protesta!

    Giovani architetti italiani

  2. vincenzo scrive:

    Sono una banda di delinquenti queste soprintendenze, propongo la raccolta di firme per un referendum per la loro completa abolizione. Oltretutto sono piene di raccomandati, corrotti e incompetenti.. il peggio del peggio che l’Italia può offrire. Una vera vergona !

  3. Due commenti lievi lievi.
    A leggere la prima citazione di Fuksas mi è venuto in mente Corrado Guzzanti che faceva il sedicente esperto riparatore del mitico computer “sturbi”.
    Dopo accurata analisi e verifica dei malfunzionamenti sentenziava:
    “Ci vuole un tecnico!”

    Anche il secondo argomento (quello del commento) mi suggerisce un immagine paradossale: provate a chiudere gli occhi e ascoltate i passi di una folla di architetti che, organizzati come la formazione dipinta da Pellizza da Volpedo, marcia con i forconi in mano verso le soprintendenze o verso qualunque altro simbolo della loro rovina.
    Chiudete bene gli occhi. respirate profondamente … vedete qualcuno?
    Eppure il rumore mi pare di sentirlo, forse non sono foconi sono squadre e righe a T.
    Respirate ancora, ancora più lentamente … Vede qualcuno? Noo?
    — —
    Huston? Huston? Ruggero Orlando? Qua dall’Italia abbiamo perso il video, da la cosa si vede?
    Stanno arrivando? Hanno toccato?
    … …
    Huston? Huston?

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