Il Giuramento di Vitruvio e l’arte della medicina

1 febbraio 2014

Quando ho letto l’articolo di Salvatore Settis rilanciato da www.150k.it, che proponeva agli architetti di sottoscrivere un provocatorio “Giuramento di Vitruvio”, sulla falsa riga del Giuramento di Ippocrate sottoscritto dai medici, istintivamente mi è tornata in mente la storia secondo cui nell’antica Cina il medico dell’imperatore veniva pagato solo finché l’imperatore stava bene: quando l’imperatore si ammalava il medico cessava di essere compensato e nei casi di più grave negligenza poteva addirittura rischiare la vita.

ippocrate

Si tratta, com’è facile intuire di un banalissimo principio di prevenzione, che sovverte il modo di vedere la prestazione professionale legando il recepimento del compenso all’ottenimento del risultato; l’imperatore non ha fatto altro che creare un collegamento di interesse tra le parti.

Già perché, per assurdo che può sembrare, un medico trae il suo sostentamento dalla presenza delle malattie, non dalla sua assenza. Certo, un medico che non è bravo e che non è capace di fare guarire le persone, a lungo andare non viene più chiamato e non lavora. Ma il presupposto fondamentale per esercitare la professione di medico è che nel mondo vi siano sempre delle malattie da curare.

È un ragionamento che potremmo applicare praticamente a tutte le professioni. Una volta mi è capitato un collega che svolgendo l’incarico di Project Manager in un grosso progetto si lamentava del fatto che nel suo lavoro “gli toccava” stare sempre dietro a tutti gli errori degli altri. Ho provato a fargli capire come il suo lavoro sostanzialmente consistesse proprio nel verificare la correttezza del lavoro degli altri e che se tutti fossero sempre bravissimi nello svolgere ogni singola mansione, non ci sarebbe stato bisogno di un Project Manager. Non si è convinto.

E’ più facile accettare il ragionamento se parliamo di militari (no guerra no party), di poliziotti (a che servono i poliziotti se tutti sono bravi e buoni?), di avvocati, ecc.

In ogni caso il paradosso che regola la professione del medico è l’apparente contraddizione tra il lavorare ogni giorno per combattere le malattie e il dovere la propria esistenza alla esistenza delle malattie stesse.

In questa ottica il concetto di deontologia, legato al giuramento di Ippocrate, mette in evidenza tutta la sua fragilità. Una fragilità che lega il rispetto del giuramento non a fattori sistemici, non alla coincidenza dell’interesse (economico, ma anche professionale) di chi fornisce la sua prestazione, con l’interesse generale. Un medico coscienzioso rispetta la sua deontologia ma il sistema non favorisce quei medici che operano secondo questo codice di autoregolamentazione, tende anzi a premiare principalmente proprio i comportamenti meno deontologici.

Non ne voglio fare una questione morale ma mettere in evidenza una semplice constatazione di fatto.

Il giuramento di Ippocrate non difende la società o il sistema dalla volubilità dell’arbitraria interpretazione del singolo sul dove si collochi il limite tra il rispetto di un codice deontologico e il legittimo interesse personale (quello di guadagnare e fare carriera).

Nel paese dei santi e degli eroi, guadagnare per fare qualcosa che riteniamo giusto é considerato istintivamente un male. Spesso si applica la regola inversa: se sei ricco, ci guadagni, fai carriera, automaticamente devi avere infranto delle regole.

La notte del terremoto de L’Aquila hanno fatto scalpore le intercettazione dei due imprenditori che “ridevano” immaginando gli affari d’oro che avrebbero potuto fare con la ricostruzione; l’ultimo scandalo che ha portato alle dimissioni il vicesindaco di L’Aquila hanno come retroscena le stesso cinico interesse. Senza arrivare a quelle aberrazione è innegabile che la ricostruzione del cratere ha portato per i professionisti della zona una notevole quantità di opportunità lavorative; lavoro che la maggioranza dei professionisti coinvolti avranno svolto in piena scienza e coscienza.

Ma veniamo al Giuramento di Vitruvio.

La formulazione citata da Settis:

“L’architetto deve dunque avere ingegno naturale ma anche sapersi sottoporre alle regole dell’arte (…). Deve avere cultura letteraria, essere esperto nel disegno, preparato in geometria e ricco di cognizioni storiche; deve avere nozioni di filosofia e di musica, saper qualcosa di medicina e di diritto, ma anche di astronomia e astrologia”.

L’ipotesi formulata da Settis è che se avessimo adottato questo giuramento si sarebbero evitate tanti scempi.

“Se chiunque costruisce oggi in Italia tenesse fede a un simile giuramento, nessuno avrebbe mai osato, ad esempio, edificare numerosissime abitazioni a un passo dalle discariche di Campania e sarebbe impegnato a costruire solo “salubres habitationes”.”

Purtroppo qualsiasi giuramento, per avere efficacia dovrebbe idealmente essere adottato da tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nella trasformazione urbana: dovrebbe essere seriamente adottato dall’intera società.

Questa che io considero l’illusione di Settis si basa su un modo di vedere la professione in una forma fortemente idealizzata: risponde all’idea, rinforzata dal fenomeno delle archistar, che l’architetto abbia realmente la possibilità di controllare e governare in completa autonomia ogni aspetto del processo edilizio. Una condizione di controllo che possono avere, sempre con dei limiti, solo pochi fortunati architetti, e comunque solo a determinate condizioni.

La stessa formulazione vitruviana, adottata con seria umiltà dovrebbe fare capire quanto la complessità del fare architettura faccia riferimento a una multidisciplinarietà di competenze tali da rendere un illuso chi crede di poterle controllare tutte in autonomia. L’architetto che si illude di sapere di “filosofia, musica e medicina” (per non parlare delle mille altre competenze necessarie) volendole applicare senza dover chiedere aiuto a veri esperti, è già un architetto che non fa seriamente il suo mestiere.

Se l’architettura è il risultato di spinte e competenze diverse, altrettanto diverse e distribuite non possono che essere le responsabilità. Questo non dovrebbe costituire un alibi ovviamente, ma è indubbio che non è con un giuramento che si riesce a risolvere problemi che devono essere affrontati nel governo del territorio e delle sue trasformazioni.


5 Commenti a “Il Giuramento di Vitruvio e l’arte della medicina”

  1. ChiaraGP scrive:

    Bellissima riflessione. Non sono un architetto ma devo dire che mi ha fatto molto riflettere sulla disciplina della quale mi occupo io. Non avevo mai linkato propriamente architettura e transmedialità. “. L’architetto che si illude di sapere di “filosofia, musica e medicina” (per non parlare delle mille altre competenze necessarie) volendole applicare senza dover chiedere aiuto a veri esperti, è già un architetto che non fa seriamente il suo mestiere.” L’architettura è implicitamente una professione transmediale e prevede anche una forma di storytelling inteso come intreccio narrativo fatto di relazioni. Davvero interessante!

  2. alessandro scrive:

    L’essere competenti richiede sinergia con tutte le parti in causa,infatti un buon medico nulla potrebbe dinanzi ad un paziente renitente.Il giuramento in sè,non porterebbe nessun beneficio se non fosse surrogato da una giusta ed auspiciosa ferrea applicazione (cito”ed in caso di negligenza poteva anche rischiare la vita”).In effetti ciò che oggi servirebbe a correggere e supportare un’azione vantaggiosa per tutta la collettività a sostegno delle professioni e dei professionisti seri sarebbe la determinazione legislativa come tutela stessa nei confronti del lavoro svolto.Tutto ciò oggi si scontra con una realtà ben lungi da quella auspicata,”vedi corruzione dilagante”.
    Non ci resta che sperare in un domani migliore.Complimenti per l’argomento commento,molto ispirante e di carattere assoluto.

  3. Gianluca Adami scrive:

    Non so se devo considerarmi un cinico, amareggiato ormai dagli anni di professione alle mie spalle (ma il fatto di continuare a leggere e a volte scrivere di architettura in realtà testimonia il contrario) ma quest’idea del giuramento di Vitruvio non mi convince affatto.
    La domanda chiave Settis la fa all’inizio del suo articolo: “Un architet­to deve corrispondere alle aspettative del suo com­mittente chiunque sia e quali che siano le sue ri­chieste, o, mentre progetta e mentre costruisce un edificio o trasforma un paesaggio o una città, deve avere in mente un più ampio orizzonte? E quale?”
    La risposta credo sia tutta nell’equilibrio delle forze contrapposte. Quale forza o potere contrattuale ha l’architetto nei confronti del suo committente? Nel caso dell’edilizia privata è quasi nullo. Un bravo architetto può solo cercare di far ragionare il proprio cliente e convincerlo che nel bene comune ci sia anche una convenienza per chi lo fa. Ed è bravo se ci riesce, e nella misura in cui ci riesce. Dipende dal carisma dell’architetto e dal rapporto di fiducia di cui gode da parte del committente.
    Nel caso degli interventi pubblici, per edifici o spazi rilevanti da un punto di vista architettonico, ambientale, sociale o paesaggistico, il discorso potrebbe essere diverso. Se si conferisce centralità alle idee, e al progetto attraverso il concorso, allora il bene comune può essere il fulcro dell’intervento. Se si agisce, come siamo stati abituati a vedere dall’adozione della legge Merloni in poi, con il placet dell’attuale Codice degli Appalti, sempre e soltanto con gare taroccate, in cui i requisiti di fatturato e curriculari, attraverso le più ignobili acrobazie logiche, diventano determinanti ai fini della determinazione non di un progetto, ma bensì di una ditta esecutrice, beh, allora è diverso ed ecco la situazione attuale.
    In questa situazione, da architetto, rifiuto di sentirmi attribuire la responsabilità delle “devastazioni del nostro paesaggio” che Settis attribuisce alla categoria.

  4. Pietro Pagliardini scrive:

    Intanto la prima considerazione a caldo è che se fosse stato adottato seriamente il giuramento di Vitruvio, prima che molti scempi si sarebbero evitati moltissimi architetti. Il perchè è evidente nelle premesse di conoscenza che Vitruvio individua. Avremmo avuto certamente meno disoccupati, forse una classe professionale più colta ed elitaria, che non sarebbe stato poi un male, ma non è affatto detto che si sarebbero evitati gli scempi.
    Sono comunque d’accordo con te Giulio: il nostro mestiere non è mai individuale perchè ognuno di noi è parte di un processo già assai complicato dal punto di vista produttivo ma in Italia reso ancor più complicato dalla enorme quantità di norme e leggi che ci consumano energie che dovrebbero essere dedicate al progetto in ogni sua fase invece che alla decrittazione prima e allo slalom poi delle assurdità più incredibili. Purtroppo la nostra società occidentale, quella europea in particolare e quella Italiana in maniera abnorme, è sempre meno spontanea e sempre più regolata, per cui anche i medici, come i professori e molti altre figure professionali, dedicano molta più energia alle procedure e sempre meno alla realtà e alla loro disciplina. Per cui il giuramento di Vitruvio, più che come proposta concreta dovrebbe essere preso come spunto provocatorio di rara bellezza per una riflessione serena sullo stato della nostra professione, fatta però senza gli incombenti moralismi per cui noi architetti ci riteniamo i custodi della salvezza del territorio e della società intera. Siamo professionisti che svolgono un mestiere che deve, dovrebbe, darci un risultato economico. Non siamo missionari ma dobbiamo svolgere il nostro lavoro con serietà per ottenere il miglior risultato possibile per il nostro cliente, ma avendo ben presente che ogni nostra opera realizzata modifica le condizioni di vita di altre persone e quindi dovremmo sempre domandarci: ma l’avremo migliorate o peggiorate quelle condizioni? Purtroppo le leggi e la cultura che le sottende non sono impostate per rispondere a questa domanda ma a tutta una serie di altre esigenze su cui ora è meglio soprassedere per non aprire un capitolo diverso
    Saluti
    Pietro

  5. klement scrive:

    Un buon architetto deve innanzitutto evitare di trasformare la progettazione nel delirio di onnipotenza di creare il migliore dei mondi possibili. E ciò si argina più con l’umiltà che con il rispetto del presistente, il quale può spingere a riesumarlo da zero, in un’esaltazione mistica di ritorno agli antichi splendori. C’è stata la Roma imperiale dfi Mussolini, ma ora a Milano si ciancia di riesumare i navigli per tornare città d’acqua

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